Libri leggeri per periodi difficili

E così, è ormai un anno e qualche giorno che ci troviamo in questo periodo così complicato. Nel corso di questo anno mi è capitato di sentire molti amici lettori lamentarsi di non riuscire a leggere, mentre solo pochi mi hanno detto di aver cominciato a leggere di più (ovviamente, fra le persone che conosco io). Per me va un po’ a periodi, per cui se all’inizio facevo fatica, poi ho ripreso, ma ci sono comunque stati momenti in cui leggere è stato più difficile. In ogni caso, quello che ho notato è che (comprensibilmente, credo) ho cercato di leggere soprattutto libri più leggeri, meno impegnativi, e sono uscita raramente dalla mia comfort zone.

In ogni caso, quello che mi sento di consigliarvi è di fare esattamente quello che vi sentite di fare, perché secondo me questo non è il momento giusto per imporsi obbighi, obiettivi o costrizioni di qualsiasi tipo. Quindi, se vi va di leggere, fatelo, altrimenti non sentitevi in colpa se preferite usare il vostro tempo in un altro modo. Ognuno di noi trova il proprio modo di andare avanti, e nessuno di questi modi è sbagliato (eccetto quelli dannosi per la salute, ovviamente).

Posto, dunque, che i gusti di ognuno di noi sono diversi e personalissimi, e posto che non credo ci si debba forzare a leggere se non è quello che ci fa sentire bene, vorrei comunque darvi qualche suggerimento su alcuni dei libri che, nel corso degli anni, mi hanno fatto passare qualche momento spensierato: magari potrebbero fare questo effetto anche a voi.

La saga di Harry Potter di J.K. Rowling, ovviamente. A volte mi sento stupida a leggerla alla mia età, ma c’è da dire che secondo me è scacciapensieri (ed emozionante!) come poco altro. La sto rileggendo per la terza volta e, come le altre volte, la sto adorando.

Il genio e il golem di Helene Wecker. Questo non è propriamente un libro leggero, e non è propriamente un libro fantasy anche se la maggior parte dei lettori lo classifica come tale. È un romanzo fantastico (inteso come “letteratura del fantastico”), in un certo senso: infatti i protagonisti sono per l’appunto un genio e una golem. Tuttavia, l’ambientazione è storica, siamo infatti a New York all’inizio del Novecento. Questo lo rende, credo, un romanzo ibrido, che sfugge a una netta classificazione di genere. È un libro molto bello e non manca di profondità.

La serie di Lady Julia Gray di Deanna Raybourn, che avevo già consigliato nel mio post sui migliori libri del 2020. Non l’ho letta tutta, sono arrivata al quarto libro, poi ce n’è ancora un altro e alcune novelle, o romanzi brevi, comunque vogliate chiamarli. È una serie che mescola in modo eccellente mystery e romance, è scritta bene, è avvincente e i personaggi sono ben delineati. Possibile che qualche volta vi verrà voglia di prenderli a schiaffi, ma a me sta piacendo molto. E questo nonostante non ami i romanzi “rosa” (ma questo non è un rosa classico). Ho recensito qui il primo libro della serie, Silenzi e veleni.

Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien: che dire? Un capolavoro immenso. Anche questo l’ho riletto per la terza volta durante l’estate, e mi è piaciuto enormemente, molto più di quando lo avevo letto da ragazza. Ci sono pochi modi migliori di immergersi in un mondo fantastico che vi coinvolgerà così tanto da farvi scordare per un po’ gli altri pensieri.

Stardust di Neil Gaiman. Come dico nella mia recensione, ho un rapporto un po’ altalenante con Gaiman, ma questo libro è davvero bello e ben scritto. Di nuovo siamo nell’ambito della letteratura del fantastico. Di nuovo, è un libro capace di trasportarvi al suo interno e farvi evadere per un po’.

La serie dei vecchietti del BarLume, di Marco Malvaldi: ormai la conoscono tutti, quindi non ha bisogno di presentazioni. Per me, che ho vissuto alcuni anni in Toscana, forse è ancora più divertente, perché mi immagino proprio i vecchietti e come parlano tra di loro. Tuttavia credo che sia divertentissima anche per chi non abbia mai vissuto in questa regione. Vi avviso che secondo me i primi quattro libri sono migliori degli ultimi.

I tre moschettieri di Alexandre Dumas. Se non avete ancora letto questa meraviglia, dovete rimediare assolutamente, e non fatevi spaventare dalla mole perché nemmeno vi accorgerete del tempo che passa. Forse lo avete letto da bambini in una di quelle riduzioni che tanto andavano di moda, ma rileggetelo ora e non ve ne pentirete di sicuro.

Il nostro agente all’Avana di Graham Greene: stupendo e anche divertente. Secondo me Greene è geniale e questo è un libro eccezionale, scritto in maniera ineccepibile. Molto consigliato.

Siccome ho già menzionato alcuni libri ovvi, non vi consiglierò la serie di Montalbano perché sarebbe scontato, ma non posso assolutamente lasciare indietro Andrea Camilleri, perciò citerò La scomparsa di Patò, che forse è il mio preferito fra i suoi. Scanzonato e particolare, veramente consigliato. Qui c’è una mia breve recensione.

La serie di Thursday Next, di Jasper Fforde, di cui ho recensito qui il primo libro, Il caso Jane Eyre. Una serie davvero divertente, e molto appassionante per chi ama i libri: vi troverete tanti rimandi letterari, come si capisce fin dal titolo del primo romanzo. La consiglio caldamente.

I migliori libri del 2020

Avevo salutato il 2019 dicendomi che il 2020 non avrebbe potuto che essere migliore, dato che l’anno appena finito aveva fatto notevolmente schifo. Una cosa che ho imparato dal 2020, invece, è che al peggio non c’è mai fine, quindi il 31 dicembre ho evitato di augurarmi qualsiasi cosa per l’anno nuovo. Spero solo che sia, per tutti noi, un po’ “meno peggio” di quello appena passato.

Come si fa a fare bilanci di un anno che è stato drammatico e traumatico per l’intera popolazione mondiale? Beh, non si fa, semplicemente. Tuttavia, niente vieta di fare bilanci riguardanti le letture, che tutto sommato è terreno neutro.

Ovviamente, così come per la maggior parte delle persone che conosco, il 2020 è stato un anno particolare anche sul fronte della lettura. Ci sono stati momenti in cui ero talmente angosciata da non avere voglia o forza di leggere, ci sono stati altri momenti in cui mi sono rifugiata nella lettura per non vedere un presente troppo oscuro. Ho letto molti libri leggeri, così come avevo fatto anche l’anno precedente, perché è un po’ difficile, almeno per me, fare letture impegnative quando intorno tutto sembra sgretolarsi. Poi ci sono state anche letture meno leggere, certo, però per gran parte del tempo ho preferito leggere per intrattenermi e per volare altrove con la fantasia.

Nel 2020 ho letto 101 libri: naturalmente non li ho recensiti tutti qui sul blog, però se avete la curiosità di vederli tutti potete andare qui.

In ordine sparso, i libri più belli letti quest’anno sono stati:

  1. Ultima notte ad Alessandria di André Aciman: il mio primo incontro con questo autore mi ha lasciato incantata. Ho deciso di leggerlo perché alcune recensioni mi avevano incuriosito molto, facendomi pensare all’autobiografia di Elias Canetti, autore che come sapete adoro follemente. I paralleli tra l’infanzia dei due autori sono forti, essendo entrambi ebrei sefarditi della diaspora spagnola di fine Cinquecento. La famiglia Aciman si è stabilita in Egitto ed è anch’essa cosmopolita, colorata e fuori dagli schemi. Qui trovate la mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2020/03/31/andre-aciman-ultima-notte-ad-alessandria/
  2. Libri da ardere di Amélie Nothomb: pur non essendo una grande fan di questa autrice, alcuni suoi libri mi sono comunque piaciuti e questo è uno dei migliori fra quelli che ho letto. Una breve pièce teatrale in cui i tre protagonisti, tutti e tre amanti dei libri, sono costretti a prendere la terribile decisione di bruciare i loro amati libri per riscaldarsi. Ne ho scritto qui: https://sonnenbarke.wordpress.com/2020/04/10/amelie-nothomb-libri-da-ardere/
  3. Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien: è stata una rilettura e mi è piaciuto ancor più della prima volta che l’ho letto, poco meno di vent’anni fa. A maggio, dopo il lockdown, mi sono regalata il cofanetto (insieme al cofanetto di Harry Potter) e ho riletto il libro in inglese, trovandolo ancora più affascinante che nella traduzione italiana. E ve lo dice una che non è appassionata di fantasy.
  4. Winnie-the-Pooh di A.A. Milne: a volte non c’è niente di meglio che tornare bambini, almeno per un po’. Questo libro è stupendo, delicato e dolce, e forse leggerlo o rileggerlo da adulti è una buona idea, per consolarsi un po’.
  5. Ho lasciato entrare la tempesta di Hannah Kent: questo invece non fa sicuramente parte dei libri di intrattenimento o di consolazione, anzi proprio il contrario. È un libro feroce e terribile, ma di una bellezza sconcertante, soprattutto se si pensa che è un’opera prima. Qui c’è la mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2020/10/07/hannah-kent-ho-lasciato-entrare-la-tempesta/

Sebbene non siano entrati a far parte della mia top 5, meritano di essere menzionati anche La vita a rovescio di Simona Baldelli (recensione), su una ragazza lesbica nella Roma del Settecento, costretta a vestirsi da uomo per sopravvivere; Gli oscillanti di Claudio Morandini (recensione), romanzo cupo ed evocativo di un autore che avevo già avuto modo di apprezzare in passato; Codice cinque di J.D. Robb (recensione in inglese), un thriller ambientato nel 2058, primo di una serie che comprende una cinquantina di volumi, davvero avvincente; Mexican Gothic di Silvia Moreno-Garcia (recensione), sfarzoso romanzo gotico ambientato in Messico, scritto benissimo e che cattura dalla prima all’ultima pagina, ma purtroppo non ancora tradotto in italiano essendo uscito solo pochi mesi fa.

Ci sono state pure alcune schifezze incredibili, per fortuna poche, ma inutile menzionarle, meglio cancellarne il ricordo. Una bella scoperta è stata la serie di Lady Julia Grey di Deanna Raybourn, che purtroppo in italiano ha dei titoli orribili ma è un’interessante serie di romanzi gialli/romance, che mi sono piaciuti molto anche se non apprezzo per niente il genere rosa/romance. Ho poi continuato nella mia esplorazione dei libri di Elizabeth von Arnim (alcune recensioni le trovate qui, scorrendo alla lettera V), una scrittrice eccezionale che sta diventando una delle mie preferite, tanto che ho anche voluto iniziare il nuovo anno leggendo un suo libro (Due gemelle in America o Cristoforo e Colombo, a seconda dell’edizione, poi forse ve ne parlerò).

Infine, il 15 dicembre è stato il quindicesimo anniversario della nascita del blog: avrei voluto fare un post di buon compleanno, ma l’angoscia del periodo è stata tale che non me la sono proprio sentita. Però ho rinnovato un po’ le pagine del blog (non gli articoli), se volete potete esplorare. È possibile che svecchi anche altre cose, tipo la grafica, ma bisognerà vedere, non fateci affidamento.

Riflessioni sulla qualità delle letture

Da molto tempo mi riprometto di scrivere questo post che, vi avviso, sarà estremamente impopolare. Mi capita sempre più spesso di vedere in giro, nei vari gruppi di lettori o nelle opinioni di singoli amici lettori, una polemica che ciclicamente ritorna in auge; anzi, diciamo pure che non scompare mai e i lettori “forti” ogni tanto decidono di ritirarla fuori e farne la propria bandiera.

Mi riferisco alla qualità delle letture, proprie e (oserei dire) soprattutto altrui, perché non sia mai che noi lettori “forti” ci tiriamo indietro dal praticare lo sport nazionale, ovvero giudicare quello che gli altri fanno della propria vita e del proprio tempo.

Pare sia opinione comune e incrollabile, tra i lettori “forti”, che non sia tanto importante leggere, quanto leggere libri “di qualità”. Cioè se, ad esempio, una persona decide sì di leggere, ma dedicandosi ai libri di Fabio Volo, allora non è un lettore e comunque va giudicata male perché la qualità delle sue letture è infima.

Va fatta qui una doverosa premessa: per me, leggere non è fondamentale per avere una personalità forte, un carattere nobile, intelligenza e cultura. Certo, in quanto lettrice “forte” mi piace(rebbe) trasmettere la mia passione alle persone che conosco, e spesso ci provo, tentando di suggerire libri che secondo me potrebbero essere adatti al “non lettore” in questione. Devo dire, a volte con buon successo: basta non proporre Guerra e pace a una ragazza che non ama dedicarsi alla lettura, ma magari provare a consigliarle, che so, Sophie Kinsella, che potrebbe essere più vicina ai suoi gusti e alle sue esigenze. Vi assicuro che a volte ha funzionato.

Non sempre, però. E non credo che ci si debba strappare i capelli per questo, né continuare a insistere con suggerimenti inadeguati se la persona che stiamo cercando di “educare” non recepisce i nostri consigli. Prima di tutto perché è proprio il concetto di “educare” che è sbagliato. Conosco molte persone che non amano leggere libri, ma magari leggono assiduamente giornali, riviste, articoli su siti internet di vario argomento. Così come ne conosco molte che non leggono, ma guardano molti film o serie TV, o visitano mostre e musei, o vanno a teatro. O semplicemente passano il tempo come meglio credono. Sinceramente non me la sento di pensare che queste persone abbiano qualcosa meno di me, né vedo perché dovrei coltivare un’idea del genere. Molte di queste persone sono coltissime pure se leggono un libro ogni due anni, molte non sono coltissime ma sono comunque molto intelligenti, molte semplicemente preferiscono dedicare il proprio tempo libero ad altre attività che magari, ad esempio, privilegiano il corpo anziché lo spirito, e non vedo perché dovrebbero essere “educate” a un’attività che a me piace e a loro no. Magari loro vorrebbero “educarmi” alla visione di serie TV (che io odio) o instradarmi nella pratica delle arti marziali (che non prendo neanche in considerazione).

Dunque, cercare di condividere una passione è sempre bello, ma insistere laddove questo non è gradito secondo me non ha senso.

Fatta questa premessa fondamentale, mi chiedo poi perché si debba puntare alla lettura “di qualità” a scapito di una lettura di mero intrattenimento. Dimostrando uno snobismo che non riesco proprio a condividere.

Auto-accusa: anch’io fino a molti anni fa ero una snob per quanto riguardava la lettura. Ho studiato Lingue e letterature, scegliendo quel corso di laurea per le letterature più che per le lingue. Questo, pensava la Marina ventenne, necessariamente faceva di me una persona che non poteva abbassarsi a leggere altro che Thomas Mann, o Henry Fielding, o Giuseppe Ungaretti. Ho sempre storto il naso di fronte alle letture più leggere, ritenendo che quei libri non potessero sfiorare le mie mani e contaminare una mente che tanto aspirava alla purezza della letteratura “alta”.

Poi accaddero le cose della vita: così come avviene a tutti noi, ho avuto un periodo complicato e non riuscivo a concentrarmi nelle cose più banali e quotidiane, figuriamoci nelle letture impegnative. Accadde così che la mia coinquilina mi prestò i suoi albi di Calvin e Hobbes, e mia sorella i libri di Harry Potter. Mai nella vita avrei immaginato di avvicinarmi a letture tanto frivole e “semplici”. E invece mi hanno accompagnato in un periodo molto difficile, aiutandomi anche in certo modo a superarlo, tanto che a 38 anni sto ancora pianificando la terza lettura della saga di Harry Potter, e da anni anelo il (costosissimo) albo completo di Calvin e Hobbes.

Negli anni seguenti ho avuto poi una professoressa illuminata, che riteneva che il suo corso di Letteratura italiana moderna e contemporanea non potesse esaurirsi con la lettura del Gattopardo o del Nome della rosa (che pure, ovviamente, erano tra le letture obbligatorie) ma inserì anche, ad esempio, Carlo Lucarelli.

Le acque sono poi scorse sotto i ponti e gli anni sono passati, con tutti gli alti e bassi della vita, come per tutti. Con l’età ho capito che limitarmi a leggere grande letteratura era, appunto, limitante, e che a volte la mente, o almeno la mia, ha anche bisogno di sano intrattenimento. E così mi sono buttata su Hunger Games, sui gialli, anche quelli più banali e leggeri come i cozy mysteries, e su varie altre letture che servivano a soddisfare il mio desiderio di immergermi in mondi coinvolgenti o in letture che mi permettessero di spegnere il cervello.

Questa ambivalenza tra letture “di spessore” e letture più “leggere” caratterizza da anni la mia vita di lettrice, e né me ne vergogno né tantomeno penso di abbandonare questo “doppio binario” per soddisfare le esigenze di purezza che alcuni vorrebbero attribuire ai lettori “forti”.

E devo dire che neppure vedo la necessità di giudicare quei lettori “forti” che, anziché leggere classici russi dell’Ottocento, concentrano tutte le proprie letture sui romanzi rosa o sui thriller o sugli young adult o su tutto quello che i “puristi” considerano “inferiore”.

Ognuno utilizza il proprio tempo come meglio crede, e se decide di impiegarlo leggendo, ma limitandosi solo alla letteratura “di genere”, oppure come me facendo un mix di letture “serie” e “leggere”, non vedo perché gli altri, quelli che si ritengono “superiori” e invece sono solo snob, dovrebbero ritenersi in diritto di giudicare e puntare il dito.

Del resto, come dicevo all’inizio, mi pare che questa altro non sia che un’ulteriore applicazione del vizio di ergersi a giudice supremo delle opinioni e abitudini altrui, come se solo le proprie contassero e fossero degne di prosperare e di ergere la persona giudicante a supremo esempio da seguire, al di sopra delle masse di plebei imbruttiti.

Mi pare che la lettura avrebbe dovuto donarci una maggiore apertura mentale e farci comprendere che nessun modo di impiegare il tempo è superiore all’altro, oltre a educarci al rispetto del prossimo e delle opinioni ed esigenze altrui. Invece no, in alcuni casi (anzi, in molti) il lettore “forte” si riempie le orecchie di grandi autori moderni e contemporanei, senza però imparare niente, e anzi usandoli solo come scusa per coprire una pochezza intellettuale e mentale che per affermare il proprio diritto di essere non trova di meglio che sminuire gli altri.

Amélie Nothomb, Libri da ardere

Amélie Nothomb, Les combustibles, Albin Michel, 1994.

*Libro pubblicato in italiano nel 2003 da Robin come Libri da ardere, con la traduzione di Alessandro Grilli.*

La domanda classica: quale libro porteresti con te su un’isola deserta? Una domanda che ogni lettore si è posto a un certo punto della sua vita di lettore, e a cui probabilmente ha fatto fatica a rispondere. In questa pièce teatrale dell’autrice belga, invece, la prospettiva si ribalta: quale libro saresti disposto a sacrificare per un bene superiore?

Siamo in un paese imprecisato, in un periodo storico imprecisato. Sappiamo solo che è in corso una guerra, che è inverno e che i nostri tre protagonisti si trovano in una città assediata che sta vivendo il suo secondo inverno di assedio. Come possiamo dunque immaginare, fanno da sfondo la morte, la fame, il freddo. Quest’ultimo però non è sullo sfondo, ma è anzi il nucleo intorno a cui ruota il dramma: è un inverno molto freddo, i tre protagonisti (un professore cinquantenne senza nome, un assistente trentenne di nome Daniel e la sua fidanzata ventenne di nome Marina) si trovano in una casa gelida e praticamente priva di mobili, in quanto li hanno già bruciati tutti per riscaldarsi. Resta solo una grande libreria con moltissimi libri. Gli scaffali sono di metallo, quindi non possono essere bruciati.

Inevitabilmente, a un certo punto uno dei tre soffrirà così tanto il freddo da proporre l’indicibile: bruciare i libri per fare un po’ di calore.

Va tenuto presente che i tre protagonisti sono tre persone che sostanzialmente vivono dell’università: uno come professore, l’altro come assistente e l’ultima come studentessa. Sono quindi persone colte che danno moltissimo valore alla letteratura e al mezzo che permette di veicolarla, ossia il libro cartaceo. Eppure, la disperazione può far passare sopra perfino alle proprie passioni più profonde e autentiche.

I protagonisti, stremati da una guerra e da un assedio che sembrano infiniti, da un freddo che sembra divorarli pezzo per pezzo, si riducono a comportarsi come animali. Anzi, come dice Marina, forse non si comportano come animali, ma sono animali.

Marina è la più disperata dei tre: magra, emaciata, piccola e giovanissima, soffre il freddo molto più degli altri. Il professore lo sopporta stoicamente in un vano tentativo di darsi un’apparenza di normalità: nonostante il gelo, rifiuta di indossare il cappotto in casa perché vuole avere la libertà di stare senza cappotto in casa sua. Un modo disperato di attaccarsi a una normalità che non c’è più da tempo, a un’abitudine che necessariamente dovrebbe essere rivista e stravolta perché le condizioni non sono più normali. Daniel, invece, passa molto tempo in università: si mette vicino al muro, dove passano le tubature che gli permettono di sentire un po’ di calore.

Marina non trova conforto, non trova pace: Marina è il volto della disperazione, della perdita di speranza e di umanità. Marina ha un solo scopo oramai nella vita, tutte le sue energie tendono a quello e tutta la sua giornata è trascorsa nel tentativo di soddisfare quell’esigenza: combattere il freddo. La ragazza cerca il caldo dovunque riesca a trovarlo, e il posto più logico sono i libri che tappezzano le pareti della casa del professore.

Le parole pronunciate da Marina nel corso della breve pièce sono terribili, Marina è davvero regredita al rango di bestia, ma ciò che rende ancora più drammatica questa regressione è la naturalezza con cui la ragazza la porta avanti. Riusciamo a scorgere tratti di dolcezza in Marina, riusciamo a vedere come in passato, prima della guerra, sia stata una ragazza dolce, tenera, forse allegra, sicuramente intellettuale, molto probabilmente piena di vita. Non resta niente di questo, ora. Oggi, Marina vuole solo scaldarsi, e non arretrerà di fronte a niente per ottenere il suo scopo.

I libri, in realtà, sembrano essere solo un pretesto per raccontare una storia di abbrutimento. Ma l’abbrutimento che qui vediamo è circonfuso di un’aura che non ci aspetteremmo: dopotutto, i nostri protagonisti erano degli intellettuali in tempo di pace, e questo significa che sullo sfondo della loro disperazione riusciamo ancora a vedere un barlume di ciò che erano in precedenza. Perciò siamo di fronte a un abbrutimento tanto più straniante in quanto non ce lo aspetteremmo in tre persone di questo genere. Eppure, la guerra è guerra per tutti, e la regressione è inevitabile per chiunque, qualunque sia la sua classe sociale o il suo livello culturale.

Infine, tuttavia, sono proprio i libri il sottile filo che ancora lega Marina alla vita: Marina, si badi bene, non gli altri due che, seppur teoricamente avrebbero dovuto essere i più legati a un’umanità di stampo culturale, a quanto pare invece sono i più veloci nel regredire completamente, rovesciando così le aspettative iniziali del lettore-spettatore. Marina vuole salvare un libro, un libro solo, l’ultimo che rimane, perché è bello. Dice semplicemente così, e lo ripete, il libro “è bello”. Fa tenerezza il suo modo di riferirsi a questo libro, non disquisisce come il professore, il libro è semplicemente, puramente “bello”. Quando anche questo libro scomparirà nelle fiamme, Marina non avrà più motivo di vivere. Non per il valore del libro in sé, ma per quello che il libro rappresentava per lei: l’ultimo, fragilissimo baluardo contro l’imbarbarimento e la bestializzazione. Così, non le resta che andare a passeggiare sulla piazza, aspettando che inevitabilmente i nemici (i “barbari”) la uccidano. È questo il modo in cui gli abitanti della città decidono di porre termine alla propria vita quando questa perde completamente qualunque parvenza di senso.

 

I migliori libri del 2019

Nel 2019 ho letto la cifra impressionante di 141 libri, un record assoluto per me, ridimensionato però dal fatto che molti di questi erano brevi o brevissimi. Se volete li potete vedere tutti qui.

Volevo anche fare un post di bilanci qualche giorno fa, ma mi limiterò a inserire le mie riflessioni in questo post.

Come avrete visto, nell’anno appena passato ho scritto molto di meno qui sul blog, con alcuni mesi di silenzio totale. Questo è stato dovuto a un motivo ben preciso, ovvero a dei problemi di salute che mi hanno afflitto per metà anno e che mi hanno portato molto vicino alla depressione. Ci sono stati dei periodi in cui non riuscivo a concentrarmi su nessun libro, figuriamoci a scrivere recensioni, mentre in altri periodi (la maggior parte in realtà) il mio unico svago è stato proprio leggere, dal momento che non potevo fare nient’altro. Però non avevo voglia di scrivere recensioni; alcuni commenti li ho scritti su Goodreads, ma non moltissimi. Ho anche letto molti libri di puro intrattenimento, che sinceramente mi hanno aiutato ad andare avanti giorno per giorno.

Ho scoperto che il mio snobismo letterario di quando ero giovane è qualcosa che non mi appartiene più minimamente, perché ci possono essere mille motivi per leggere libri più leggeri e nessuno dovrebbe avere da ridire sulle scelte che gli altri fanno, in tema di letture e di qualsiasi altra cosa. Non studiando più letteratura, ma essendo una semplice traduttrice tecnica, non mi sento in dovere di leggere libri impegnati né di dimostrare niente a nessuno.

Detto questo, ecco l’elenco dei libri che più mi sono piaciuti nel 2019, in ordine sparso:

  1. La mantella di Nikolai Gogol: è stata per me una rilettura, anzi mi sa che addirittura era la terza volta che lo leggevo, e come le altre volte l’ho adorato. Gogol era un genio assoluto e questo racconto lungo ne è la prova.
  2. Guarire la frammentazione del sé di Janina Fisher: questo è un saggio di psicologia che è stato molto importante per me per vari motivi. È uno dei libri di psicologia più belli che abbia mai letto. Fisher è una delle massime esperte di dissociazione e il suo libro è scritto bene, chiaro, non astruso. I concetti che veicola sono molto importanti e chiunque sia convinto che la dissociazione non esiste dovrebbe leggerlo e forse cambierebbe parere.
  3. Una famiglia americana di Joyce Carol Oates: primo libro che leggo di questa autrice, è un romanzo di una potenza inarrestabile. Il tema è pesante, il libro è opprimente, lo svolgimento è magnifico. Qui c’è la mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2019/04/11/joyce-carol-oates-una-famiglia-americana/
  4. La famiglia Karnowski di Israel J. Singer: forse addirittura il più bel libro dell’anno. Singer è uno scrittore come non ne fanno più. Le sue storie sono maestose e bellissime, oltre a far riflettere sulla situazione europea del periodo in cui sono state scritte o in cui sono ambientate. Davvero, leggetelo, perché è un capolavoro assoluto. Qui c’è la mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2019/04/24/israel-j-singer-la-famiglia-karnowski/
  5. I tre moschettieri di Alexandre Dumas: questo libro mi ha accompagnato nel periodo forse più difficile di questo anno orribile, e mi ha aiutato brillantemente a sopportarlo. Ecco, non è un romanzo profondo, pur essendo un classico è puro intrattentimento, ma a parte il fatto che Dumas scriveva meravigliosamente, è rocambolesco e avventuroso e vi farà compagnia nei momenti un po’ più difficili.
  6. Estate di Edith Wharton: forse il mio preferito di Wharton, finora. Un romanzo breve che parte delicato e diventa man mano sempre più cupo. Molto bello, non è stata la storia leggera che mi sarei aspettata. Qui c’è la mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2019/09/11/edith-wharton-estate/

Menzioni d’onore: Coraline di Neil Gaiman (recensione), Il nostro agente all’Avana di Graham Greene (che scrittore superbo, già mi sono procurata molti altri suoi libri), Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie (recensione)Ognuno muore solo di Hans Fallada (recensione), Senza nome di Wilkie Collins (il mio Collins preferito finora), La cosa sulla soglia di H.P. Lovecraft (tensione eccezionale, una delle poche riletture di questo autore che non mi abbiano deluso), Quaderni peruviani di Braulio Muñoz (recensione).

Ci sono stati anche molti libri bruttissimi nell’anno appena trascorso, ma perché soffermarsi su libri che voglio solo far finire nel dimenticatoio?…