Archivi tag: autobiografie

Binyavanga Wainaina, Un giorno scriverò di questo posto (Kenya)

Binyavanga Wainaina, Un giorno scriverò di questo posto (tit. originale One Day I Will Write About This Place), 66thand2nd, Roma 2013. Traduzione dall’inglese di Giovanni Garbellini.

Avevo molte aspettative su questo libro. Mi aspettavo di trovare un ritratto del Kenya scritto da un autore del luogo, quindi non filtrato da occhi “occidentali”. In più, avevo letto che l’autore era un vero topo di biblioteca, un grandissimo appassionato di lettura a cui i libri avrebbero salvato la vita. Unite le due cose insieme, e capirete quanto potessero essere alte le mie aspettative. Purtroppo sono state tutte disattese.

Il libro è un’autobiografia, scritta nel 2011 da un Wainaina ormai all’incirca quarantenne, che narra una trentina di anni della sua vita. Il problema sta proprio qui: narra trent’anni della sua vita. Non della società, della politica, della cultura del Kenya. Certo, ci sono alcune pagine in cui questi argomenti vengono affrontati, penso soprattutto all’ultimissima parte nella quale l’autore parla delle elezioni presidenziali nel suo Paese. Eppure tutto questo risulta solo accennato, mentre è chiaro che l’interesse di Wainaina sta principalmente nel raccontare la sua vita. E nemmeno veniamo tanto a sapere del suo amore per la lettura, se non che da ragazzino leggeva un sacco di romanzi.

Wainaina accenna brevemente alla sua amicizia con autori all’epoca emergenti come Chimamanda Adichie, alla rivista da loro fondata, ai suoi inizi come scrittore, ma non approfondisce mai realmente. A me quello che è sembrato vagamente più approfondito è stata la storia del suo malessere psicologico che lo rende una specie di disadattato incapace di uscire dalla propria camera (e ok, è evidente che si sia trattato di un’esperienza depressiva, ma l’autore non ne parla mai in questi termini e abbiamo solo questa immagine di lui come disadattato, più che come uomo sofferente). E anche la storia del suo amore per la musica, del suo incontro con l’alcool, del rapporto sempre più flebile con la sua famiglia. Eppure, anche in questi casi, è eccessivo parlare di approfondimento per quanto riguarda queste questioni.

Ho avuto l’impressione che l’autore per così dire svolazzasse su tutto senza mai soffermarsi davvero su niente. Con una prosa, per giunta, che cerca di essere molto poetica ma risulta solo inconcludente e anche incoerente. È vero che questa necessità di essere artistico a tutti i costi è più pesante all’inizio, nei primi capitoli, per poi diventare pian piano sempre meno marcata. Ma è così fastidiosa che all’inizio ho pensato seriamente che non ce l’avrei fatta ad andare avanti.

Per me, un grosso no. Però vi invito a non farvi influenzare dal mio parere, perché dalle recensioni che ho letto sembra che io sia l’unica persona sulla faccia della terra a non aver apprezzato questo libro. Perciò magari giudicate da soli.

Malala Yousafzai, I Am Malala (Pakistan)

Malala Yousafzai, I Am Malala, Weidenfeld & Nicholson, London 2015.

Tutti conosciamo la storia di Malala, che nel 2012, a soli 15 anni, è stata vittima di un attacco mirato da parte dei Talebani ed è sopravvissuta miracolosamente alla sparatoria dopo che un proiettile le aveva perforato la testa, passando vicinissimo al cervello. Malala nel 2014 ha vinto il premio Nobel per la pace, la più giovane persona mai premiata nella storia del Nobel. Malala è un’attivista per il diritto all’educazione dei bambini, che fin da piccola si è battuta perché i bambini del suo paese, il Pakistan, potessero ricevere la dovuta educazione, e in particolar modo le bambine, a cui un editto dei Talebani aveva vietato di accedere al sistema scolastico.

Tutti conosciamo la sua storia, e in molti abbiamo letto il libro in cui lei stessa la narra insieme alla giornalista Christina Lamb. Ma chi non l’ha ancora letto dovrebbe assolutamente farlo, perché questo è un libro importante e la storia di Malala è fonte d’ispirazione e di motivazione per tante altre persone, che siano esse oppresse o meno.

Il libro parla di Malala fin dalla nascita, passando per la più tenera infanzia, e arrivando al presente in cui è stato scritto, cioè al 2013. Ma parla anche della storia del Pakistan, uno stato tormentatissimo fin dai suoi inizi, scorporato dall’India nel 1947 e reso nazione a sé. La storia è in realtà soprattutto quella della valle dello Swat, da cui Malala proviene: una regione montuosa a maggioranza Pashtun, l’etnia prevalente in Afghanistan, con cui infatti la valle confina. La regione è stata devastata, negli anni 2000, dai Talebani, che in poco tempo presero il controllo della valle, imponendo la loro visione del mondo oppressiva e violenta. Sostanzialmente il governo del Pakistan rimase a guardare e la valle dello Swat divenne teatro di violenze, attentati e repressioni da parte dei Talebani.

I Talebani sono contrari alla benché minima emancipazione femminile, ragion per cui proibirono alle bambine l’accesso all’educazione, relegandole in casa nella purdah, ovvero nell’isolamento più totale. Malala fin da bambina, a poco più di 10 anni, si batte per sconfiggere questa violenta visione del mondo che impedisce alle bambine di essere educate, ed è per questo che i Talebani hanno tentato di ucciderla, nonostante fosse poco più di una bambina all’epoca del tentato omicidio.

Devo dire che capisco poco chi dice che non si aspettava di trovare tanta storia e politica in questo libro, o che il libro è noioso a causa di questi contenuti. È vero, nella prima metà il racconto di Malala stenta a decollare e può risultare pesante perché i fatti storici e politici narrati sono tanti, ma sono raccontati in modo semplice e con dovizia di particolari, senza però appesantire troppo il discorso. Credo che questa cornice storico-politica sia essenziale per capire il contesto in cui è avvenuto l’attentato a Malala, nonché ovviamente il contesto in cui è andato nascendo e sviluppandosi il suo attivismo.

In conclusione penso che sia un libro che tutti dovrebbero leggere, sia per capire meglio la storia di questa coraggiosissima ragazza, sia per comprendere la storia di un paese e soprattutto la storia dell’oppressione talebana, sia per capire quanto coraggio, passione e determinazione ci vogliano per dedicare la propria intera vita a una causa.

William Kamkwamba e Bryan Mealer, The Boy Who Harnessed the Wind (Malawi)

William Kamkwamba e Bryan Mealer, The Boy Who Harnessed the Wind, Harper Collins, Pymble – Toronto – Auckland – London – New York 2009. 270 pagine.

Questo libro, pubblicato in italiano da Rizzoli con il titolo Il ragazzo che catturò il vento, è la storia vera e autobiografica di William Kamkwamba, un ragazzo malawiano che da giovanissimo ha creato una pala eolica per portare la corrente elettrica al suo piccolissimo villaggio, Wimbe.

L’autore non racconta soltanto la storia di come abbia creato questa pala eolica, ma ci narra tutta la storia della sua vita, partendo da come i suoi genitori si sono conosciuti fino ad arrivare al momento attuale in cui il libro è stato scritto, ormai sette anni fa.

Il racconto dell’infanzia di Kamkwamba è davvero bello: l’autore narra di un’infanzia normalissima come figlio di un contadino in una famiglia numerosa in cui lui è l’unico figlio maschio. William ha una bella famiglia, degli ottimi amici, va a scuola, gioca con i suoi amichetti, ha cibo e vestiti. La cosa più bella è quando racconta di come giocasse con i suoi amici e fa notare come tutti i bambini del mondo giochino pressappoco allo stesso modo: siamo dunque tutti uguali, checché ne dicano razzisti e xenofobi vari.

A un certo punto però, nel 2001-2002, quando William ha circa 13 anni, arriva una terribile carestia in Malawi, frutto delle politiche miopi dell’Occidente e del presidente del Malawi. L’occidente infatti esige il pagamento di una parte del debito pubblico, e il presidente pensa bene di vendere tutte le riserve di mais della nazione, senza minimamente considerare che il mais è la fonte primaria di alimentazione per la sua gente. All’inizio Kamkwamba parla semplicemente di fame, quando si riesce ancora a mettere insieme almeno un pasto al giorno, ma poi arriva la carestia vera e propria, con tutto il suo seguito di orrori: gente scheletrica, gente gonfia per la mancanza di proteine, gente che si riduce a mangiare la pelle delle capre, gente che si ammala di colera. Questi capitoli sono assolutamente strazianti e vorrei farli leggere ai salviniani e leghisti vari, per vedere se hanno anche loro un cuore o se invece gli è rimasta una pietra al suo posto, perché è impossibile non sentirsi male leggendo quello che Kamkwamba racconta.

Per fortuna però con il nuovo raccolto la carestia finisce, lasciando dietro di sé la sua scia di innumerevoli morti. Ma fortunatamente nella famiglia di William sono ancora tutti vivi, anche se molto provati. Per far passare il tempo William decide di andare alla biblioteca locale, di cui ha sentito parlare, e che finirà per diventare un suo punto di ritrovo fisso. Qui prende in prestito molti libri, soprattutto testi scolastici perché a causa della povertà è stato costretto ad abbandonare la scuola, ma anche altri libri. In particolare prende in prestito libri che in un modo o nell’altro parlano di scienza, perché è un argomento che l’ha sempre affascinato fin da piccolo, anche quando ancora non sapeva che si trattasse di scienza. Da piccolo infatti voleva sempre sapere come funzionassero le cose (dinamo delle bici, automobili ecc.) e insieme a suo cugino aveva messo su un “laboratorio” di riparazione radio.

Fra i vari libri che prende in prestito, ce n’è uno su come generare elettricità attraverso il vento. Il vento è una fonte inesauribile di energia in Malawi, Paese molto ventoso e quindi da questo punto di vista molto ricco. Così Kamkwamba decide di costruire la sua pala eolica. Prima ne fa un modello piccino, per vedere se funziona, poi, essendo l’esperimento andato bene, ne costruisce un’altra alta cinque metri, con l’aiuto dei suoi fidati amici Geoffrey e Gilbert. Bisogna ricordare che a questo punto William ha non più di 15 anni. Ebbene, la pala eolica funziona! Riesce così a portare l’elettricità nella sua casa, portando la luce in ogni stanza.

Vi chiederete, ma come ha fatto un adolescente povero a costruire una pala eolica? È semplice: con i rifiuti. Non potendo andare a scuola William inizia a frequentare la discarica antistante l’edificio scolastico, e qui trova innumerevoli pezzi gettati come rifiuti ma che per lui sono oro colato. Altri pezzi li trova in casa sua o di amici, e qualcosa viene acquistato dall’amico Gilbert, un po’ meno povero ma comunque a costo di sacrifici. Ed è così che William realizza la sua prima vera pala eolica. Gli altri abitanti del villaggio, a parte i suoi due amici e i familiari, lo ritengono un pazzo, magari uno squilibrato che fuma marijuana e quindi ha questi sogni assurdi. Invece William proverà a tutti che si sbagliavano.

In seguito ci sarà il rischio, per fortuna scongiurato, di un’altra carestia, e a questo punto gli abitanti del villaggio cominceranno a dare la colpa alla magia e agli stregoni, non potendo più incolpare il presidente perché quello nuovo è molto attento ai bisogni dei contadini. Incolpare la magia, anzi la stregoneria, è molto semplice in un Paese dalle forti credenze magiche, ma significa anche dare la colpa a William, visto come uno stregone a causa della sua “diabolica” pala eolica. Per fortuna il tutto rientrerà in poco tempo.

La cosa interessante è che la voce della pala eolica di William si sparge e presto arrivano i giornalisti dei quotidiani nazionali a intervistarlo. Vari personaggi importanti si interessano alla storia di William e si adoperano affinché sia possibile, nonostante la sua età (ormai ha 18-19 anni), farlo reiscrivere alla scuola superiore che ha abbandonato al primo anno, e possibilmente in una scuola di maggior prestigio. Questo si rivelerà molto difficile, ma alla fine si riuscirà a far iscrivere William a una scuola, anche se per nulla prestigiosa. Ma è a questo punto che la fama di William Kamkwamba oltrepassa i confini nazionali, alcuni blogger si interessano alla sua pala eolica e iniziano a scriverne, ed è così che il ragazzo viene invitato a una conferenza TED che si terrà in Tanzania. Per William è la prima volta in aereo e la prima volta in albergo, è emozionatissimo e quando arriva alla conferenza il poco inglese che conosce sembra scomparire. Ma qui conoscerà tanti personaggi, fra cui molti americani, che lo aiuteranno a sviluppare ulteriormente la sua idea e a proseguire gli studi in una scuola migliore, tanto che alla fine riuscirà a iscriversi a una selezionatissima scuola a Johannesburg, in Sudafrica.

E poi inizierà a girare il mondo, andando soprattutto in America a trovare i suoi amici. Tutto questo grazie a delle donazioni fatte dai suoi amici e da altre persone interessate alla sua storia. Ma non solo: Kamkwamba parlerà al Forum economico mondiale e sarà invitato al Museo della Scienza e dell’Industria di Chicago.

Insomma, un ragazzo povero con un’incredibile e innata passione per la scienza riesce a inventare qualcosa di straordinario e a farsi conoscere così in tutto il mondo. Il libro è bellissimo, commovente e a tratti non sprovvisto di una certa ironia di fondo. Sicuramente il libro più bello che abbia letto quest’anno, finora. Lo consiglio caldamente.

Qui c’è il sito di William Kamkwamba, per chi conosce l’inglese. Purtroppo il blog non è aggiornato dal 2014, ma è comunque interessante.

Sindiwe Magona, To My Children’s Children (Sudafrica)

Sindiwe Magona, To My Children’s Children, David Philip, Claremont (South Africa) 2002. 183 pagine.

Questa è l’autobiografia di Sindiwe Magona, fino ai 23 anni di vita, tutti passati in Sudafrica, prima da piccolissima nel Transkei e poi nella zona di Città del Capo.

L’autrice immagina di scrivere una lettera ai figli dei suoi figli, infatti scrive quando già è nonna (la prima edizione del libro è del 1990). In questa lettera racconta la sua vita, affinché i figli dei suoi figli possano conoscere se stessi. Infatti, come scrive nella prefazione: «Come saprai chi sei se non ti racconto o non posso raccontarti la storia del tuo passato?»

Magona è una donna Xhosa, quindi un’africana pura. Quindi, per il governo del Sudafrica di quegli anni (l’autrice è nata nel 1943 e questa storia arriva fino al 1966), una non-persona, priva di diritti e quasi inesistente, se non per servire i bianchi.

L’autrice ha studiato per diventare insegnante, ama leggere. Sarà però per lei estremamente difficile lavorare come insegnante, cosa che farà, subito dopo la scuola, appena per un anno, perché rimarrà subito incinta della prima dei suoi tre figli. Lavorerà come pescivendola e, soprattutto, come donna di servizio presso famiglie privilegiate di bianchi, subendo umiliazioni di ogni tipo, in un paese in cui il razzismo è legale e perfino incoraggiato. Infine, abbandonata dal marito e con tre figli piccoli, di cui uno appena nato, sarà costretta ad arrangiarsi come meglio potrà e si adatterà a cucinare e vendere teste di pecora.

Ma, come dice alla fine, non sarà mai davvero sola, perché avrà sempre una rete di persone (parenti, ma anche vicini e amici) pronte ad aiutarla. Infatti, come dice proprio all’inizio del libro, lei è sempre appartenuta a un posto, che non è tanto un posto geografico quanto un gruppo di persone con cui è connessa e a cui appartiene. Questa è un’immagine bellissima, che forse non molti di noi possono dire vera perché, sebbene sia vero che abbiamo tutti, chi più e chi meno, una rete sociale, probabilmente non è una rete così forte e unita come lo è quella di Magona.

Quello che non mi è proprio piaciuto di questo libro è lo stile: scritto in modo sciatto, palesemente mai visto un editing, questo testo è difficile da leggere, sia per le cose che l’autrice racconta ma anche per come le scrive. Sembra, insomma, scritto da una persona per la quale l’inglese non sia la propria madrelingua – come infatti è, perché la lingua madre di Magona è lo Xhosa. Tuttavia Magona conosce molto bene l’inglese per averlo studiato a scuola e per parlarlo con le sue datrici di lavoro bianche, quindi questa sciatteria nella costruzione delle frasi mi sconcerta. Non so, a questo punto, se sia piuttosto una caratteristica, da me non riconosciuta, dell’inglese parlato in Sudafrica, che magari ha un modo di costruire la frase diverso da quello del Regno Unito o degli Stati Uniti. Non so, però è parecchio faticoso da leggere.

Questo è forse uno dei pochi casi in cui vi consiglio di cercare l’edizione italiana anziché quella originale inglese. Il libro fu tradotto diversi anni fa dalla casa editrice Nutrimenti con il titolo Ai figli dei miei figli.

Mi sarebbe piaciuto sapere come sia poi proseguita la vita dell’autrice, come sia riuscita a studiare alla Columbia University e a diventare scrittrice, nonostante la povertà estrema in cui versava negli anni Sessanta, ma non credo che proseguirò a leggere altri suoi libri perché davvero ho trovato lo stile fastidioso, purtroppo.

Janet Frame, An Angel at My Table

Janet Frame, An Angel at My Table, Women’s Press, London 2002. 435 pagine.

Circa un anno fa ho letto Faces in the Water di Janet Frame, che mi ha colpito molto visto il mio interesse per le malattie mentali. Il libro era così bello e così dichiaratamente autobiografico, per quanto romanzato, che ho deciso di acquistare e leggere l’autobiografia dell’autrice.

Mi aspettavo di trovare un racconto dettagliato, oltre che della vita dell’autrice, anche di quegli otto anni passati in manicomio, che non sono affatto pochi. Invece l’autrice si limita a pochi cenni, affermando di avere già raccontato l’esperienza in dettaglio in Faces in the Water. È giusto, per carità, che dedichi molto spazio al resto della sua vita, perché una persona non è un’etichetta, tanto più una persona come Frame che è stata diagnosticata per errore. Però questo libro non è stato quello che mi aspettavo che fosse.

Frame è stata diagnosticata intorno ai vent’anni con un’etichetta terribile: schizofrenia. Questo dopo un tentativo di suicidio. È evidente dunque che Frame soffrisse di qualche tipo di problema, probabilmente depressione, ma in seguito a Londra le fu reso noto, dopo varie approfondite valutazioni, che non aveva mai sofferto di schizofrenia. Nonostante questo Frame passò otto anni della sua vita in manicomio (perché allora in Nuova Zelanda e non solo era proprio un manicomio, non un ospedale psichiatrico), subendo più di duecento elettroshock e arrivando a un passo dalla lobotomia, operazione a cui si decise di non sottoporla più quando si scoprì che l’autrice aveva vinto un premio letterario.

La vita che racconta Frame nella sua autobiografia è piuttosto noiosa e priva di interesse per chi come me non è un fan dei suoi libri (avendone letto appunto solo uno) ma volesse solo sapere della sua presunta malattia mentale.

Ma quello che mi ha dato più fastidio di tutto è un’altra cosa: all’autrice viene fatta questa diagnosi terribile, e lei giustamente si documenta sulla sua presunta condizione, leggendo tutto quello che può sulla schizofrenia. Ebbene, a quel punto, una volta edotta, Frame decide di fingere i suoi sintomi (lo dice lei stessa), ed è proprio questo a condurla in manicomio. A me questa sembra un’aberrazione, nonché una mancanza di rispetto nei confronti di chi di malattie mentali soffre davvero – e sapete bene che di questo gruppo io faccio parte. È evidente che, se ha deciso di fare così, l’autrice aveva senz’altro qualche problema, ma a me sembra incredibile e, ripeto, odioso.

L’unica vicinanza che ho sentito nei confronti dell’autrice è stato quando le hanno “tolto” l’etichetta di schizofrenica, quando lei dice che si sente come spogliata da qualcosa che l’ha definita e caratterizzata per lunghi anni della sua vita. È successo anche a me proprio recentemente, quando sono stata spogliata dell’etichetta di bipolare, portata per 10 anni, sebbene me ne sia stata subito cucita addosso un’altra, più rispondente alla realtà. Ma ho provato anche io quel senso di sconforto, quel dire “bene, e ora sono nuda”.

A parte questo episodio non ho sentito mai nessuna empatia nei confronti dell’autrice, che anzi risulta piuttosto antipatica da quanto è sprovveduta.

So che con questa recensione mi attirerò le ire dei fan, perché ho sempre sentito parlare solo bene di questo libro, ma questo è il mio pensiero, e non ho potuto né voluto censurarmi.

Il libro è tradotto in italiano da Einaudi e Neri Pozza con il titolo Un angelo alla mia tavola.