S. Fowler Wright, The Adventure of Wyndham Smith

S. Fowler Wright, The Adventure of Wyndham Smith, pubblico dominio. Pubblicazione originale 1938.

Sydney Fowler Wright (1874-1965) è un autore inglese completamente misconosciuto, non solo in Italia ma anche nei paesi di lingua inglese. Pare che in vita abbia avuto alterni successi, tuttavia ha pubblicato moltissimi libri, di cui alcuni sono stati tradotti in altre lingue, fra cui almeno quattro in italiano (li trovate elencati qui, insieme a tutta la sua bibliografia). Ha scritto principalmente libri di fantascienza (in particolare dei sottogeneri distopico e post-apocalittico), ma anche diversi gialli, alcuni romanzi storici, racconti, poesie e qualche saggio, oltre a tradurre Dante.

Se è un autore ormai totalmente dimenticato, come mi sono imbattuta nei suoi libri? Semplice: una volta mi sono messa a spulciare un pochino Project Gutenberg Canada e questo titolo mi ha incuriosito.

The Adventure of Wyndham Smith, noto anche come Wyndham Smith: His Adventures in the 45th Century, è ambientato nel lontano futuro, appunto nel 45° secolo. In questo distante futuro, l’umanità ha praticamente raggiunto la perfezione: non ci sono più guerre, conflitti, malattie, ma neanche emozioni. Come sappiamo, la perfezione non è mai realmente tale, anzi molto spesso è proprio il contrario di quella che poteva essere l’intenzione originaria. Quindi i cinque milioni di persone rimaste vivono in un mondo amorfo, piatto, per nulla interessante, del tutto de-vitalizzato. Figuratevi che non ci sono più nemmeno le stagioni e sono stati sterminati quasi tutti gli animali. Come dicevo, sono le emozioni che mancano, principalmente: quindi non solo quelle negative, ma anche quelle positive.

In tutto questo, Wyndham Smith, un simpatico studente di medicina del 20° secolo, viene portato in questo futuro distopico e “alloggiato” nel corpo di Colpeck-4XP (non ci sono più neanche i nomi in questa società). Il passaggio mi è risultato un po’ fumoso, così come alcune altre parti del romanzo, sebbene la storia sia comunque abbastanza chiara.

Arrivato in questa società “all’avanguardia”, Wyndham Smith/Colpeck-4XP si trova di fronte alla necessità di dire la sua in un’importantissima decisione: si è deciso, praticamente all’unanimità, di porre fine alla razza umana, per mostrare al Creatore la futilità di tutto. Sì, non ha molto senso, ma nel libro è spiegato un po’ meglio; ovviamente resta una follia allo stato puro. Wyndham/Colpeck è l’unico a esprimere un voto contrario, prendendo alla sprovvista il Consiglio: in teoria, il mancato raggiungimento dell’unanimità avrebbe dovuto significare rinunciare al proposito, in pratica però si decide di andare comunque avanti, lasciando Wyndham al suo destino, che sarà probabilmente molto breve.

Inaspettatamente, una donna decide di seguire la decisione di Wyndham, ma non potrà farlo apertamente perché non le sarebbe permesso. A Wyndham è stato consentito solo perché non era più davvero il Colpeck originario, ma solo un “primitivo” trasportato in un corpo contemporaneo.

Il libro è la narrazione di come i due cercheranno di perseguire il loro scopo: Wyndham apertamente e Vinetta nella segretezza più completa. (A proposito, Vinetta è l’unica ad avere un nome anziché un codice, per motivi che verranno spiegati nel romanzo).

È un libro interessante e molto bizzarro; purtroppo, come dicevo, è un po’ fumoso e confuso in alcune parti, quindi non lo posso promuovere a pieni voti, però l’ho trovata una lettura piacevole e interessante, sia da un punto di vista storico che dal punto di vista strettamente letterario e di intrattenimento.

Forse un giorno approfondirò la conoscenza di questo dimenticato emulo di H.G. Wells.

Alcuni link per approfondire:

  • I libri di S. Fowler Wright su Faded Page, altro sito canadese di ebook di pubblico dominio (come dicevo, ce ne sono anche su Project Gutenberg Canada)
  • Un sito interamente dedicato a S. Fowler Wright, dalla grafica orribile ma dal contenuto piuttosto interessante
  • I libri cartacei di S. Fowler Wright, per chi ama la carta (non ho capito se spediscono anche in Italia, però)
  • La pagina dedicata all’autore su The Encyclopedia of Science Fiction (interessante e completa)

E.M. Forster, La macchina si ferma

E.M. Forster, The Machine Stops, pubblico dominio. Pubblicazione originale 1909.

Conosciamo E.M. Forster per romanzi come Casa Howard o Camera con vista. Ha scritto vari altri libri, ma pochi di noi lo associerebbero alla fantascienza. Eppure, nel 1909 ha dato alle stampe questo racconto fantascientifico di appena una cinquantina di pagine (pubblicato in italiano da Portaparole con il titolo La macchina si ferma e da Mondadori nella raccolta La macchina si ferma e altri racconti).

Avevo scaricato l’ebook gratuito diverso tempo fa, ma era rimasto a prendere polvere e devo dire che prenderlo in mano in questo periodo fa un effetto particolarmente straniante.

La prima cosa da fare nell’approcciarsi a questo racconto è tenere presente che è stato scritto più di un secolo fa. Il problema della fantascienza “d’annata” è che rischia di invecchiare male, quindi va letta tenendo a mente che si tratta di un testo scritto molti anni fa, altrimenti rischiamo di annoiarci o anche di ridere di certe invenzioni e previsioni. In effetti, l’inizio è stato un po’ così anche per me, ma è durata veramente poco perché questo racconto di Forster è profetico in maniera allucinante.

Tutto ruota intorno alla famigerata “macchina”, che comanda il mondo, anche se gli abitanti di questo mondo non la metterebbero così. La macchina rende tutto molto comodo (e infatti nel corso del racconto Forster dirà che è stato il troppo desiderio di comfort a rovinare la civiltà) e la gente dà per scontate tutte queste comodità: mai si sognerebbe di mettere in discussione qualche aspetto della propria confortevole vita. Così, quando Vashti riceve la videotelefonata del figlio Kuno che le chiede di vedersi di persona, rimane abbastanza sconcertata. Lo sconcerto prosegue, lasciando spazio al terrore e all’assoluta mancanza di comprensione, quando Kuno esprime il desiderio di salire sulla superficie della Terra per vedere come sono le cose lì. Infatti le persone vivono sottoterra perché l’aria terrestre non è più respirabile per loro.

La vita di queste persone è fatta di videochiamate, migliaia di amici con cui conversare, ricerca di non meglio precisate “idee” da condividere, pulsanti da premere per avere soddisfatto qualsiasi desiderio, dal cibo all’intrattenimento a tutto ciò che sta nel mezzo, conferenze su argomenti ormai lontanissimi e ininfluenti sulla vita di ciascuno (ma cosa potrebbe interessare a queste persone della rivoluzione francese?!).

Ci vedete qualcosa di attuale, immagino, no? Non è certo da ora che siamo circondati dalla tecnologia, che ci rende ogni aspetto della nostra vita più comodo e semplice. Ma penso che in questo anno tutto questo sia aumentato a dismisura, e nella vita di Vashti e degli altri ho rivisto quello che sta succedendo in questo periodo. In particolare mi riferisco alla fasulla idea di connessione con gli altri, ognuno seduto alla propria poltrona, a scambiarci idee tramite internet, parlare su Skype, seguire corsi online… Niente di male in tutto questo, anzi le trovo cose meravigliose e credo che la tecnologia ci abbia permesso di vivere questa situazione in maniera meno dolorosa, ma è chiaro che l’estremizzazione non può essere positiva. Per cui, ecco che nel mondo di Vashti il contatto fisico non è neanche concepito se non come enorme mancanza di rispetto, anzi fa paura, così come spaventa uscire di casa e allontanarsi dalle comodità offerte dalla macchina.

La macchina, di fatto, controlla la vita della gente: è lei che comanda, anche se le persone si illudono di avere il pieno controllo della propria vita perché sono loro a premere i pulsanti. Ma non è affatto così, come si vedrà chiaramente nel corso del racconto.

Immagino che se lo avessi letto l’anno scorso, quando l’ho scaricato, mi avrebbe comunque fatto un certo effetto, ma letto a fine 2020 fa quasi paura. Non mi capacito di come Forster abbia potuto immaginare, 111 anni fa, esattamente quello che sta accadendo qui e ora. La speranza è che la conclusione a cui arriva il racconto resti fantascienza, ma non sarei sincera se dicessi che mi sento di metterci la mano sul fuoco.

Molto consigliato, se leggete in inglese potete trovarlo su qualunque sito di ebook gratuiti di pubblico dominio.

Qui c’è una bella recensione in inglese, il cui autore condivide il mio punto di vista riguardo alla lettura del racconto sullo sfondo del lockdown.

Cory Doctorow, Little Brother

Cory Doctorow, Little Brother, CC BY-NC-SA 3.0. Edizione originale 2008.

Una nota prima di iniziare: il libro è stato tradotto nel 2009 da Francesco Graziosi per Newton Compton con il titolo X, e la stessa traduzione è stata ripubblicata nel 2015 da Multiplayer Edizioni con il titolo originale, Little Brother. In inglese può essere scaricato gratuitamente dal sito dell’autore, che mette a disposizione tutte le sue opere in licenza Creative Commons.

«Non è questione di fare qualcosa di vergognoso. È questione di fare qualcosa di privato. È che la tua vita appartiene a te.»

Questa frase, che ho tradotto (male) dall’originale, non avendo davanti il testo in italiano, riassume un po’ tutto lo spirito del libro.

Il romanzo prende ovviamente spunto, fin dal titolo, dal Grande Fratello di 1984, ma soprattutto dalla mania tutta americana (e non solo) di controllare e sorvegliare le persone “per il loro bene” attraverso la tecnologia. La tecnologia in teoria dovrebbe essere amica delle persone, non nemica, ma in alcune circostanze, come ad esempio dopo violenti attacchi terroristici, alle persone viene fatto credere che perdere un po’ della propria libertà, rinunciare alla propria privacy, sia per il loro bene, affinché possano “sentirsi più sicure”.

L’autore non è statunitense ma canadese, ma negli Stati Uniti ha vissuto per molto tempo e si è poi trasferito a Londra, per ritornare infine a Los Angeles. Conosce dunque bene la realtà americana di cui scrive.

Il romanzo è classificato come distopia e/o fantascienza, ma se lo leggerete vi accorgerete che di fantascientifico ha ben poco, perché non è difficile immaginare come quello che racconta possa diventare realtà, o in alcuni casi lo è già (ricordo che il libro è di dieci anni fa, 2008).

Doctorow racconta la storia di Marcus, un ragazzo di 17 anni che va alle superiori e ama la tecnologia e giocare agli ARG, giochi in cui tramite blog e siti internet vengono disseminati indizi che vanno poi ritrovati nel mondo reale. In questo senso Little Brother mi ha ricordato Erebos, che però è stato scritto due anni dopo e, sebbene incentrato su un ARG, ha una tematica diversa. Little Brother invece non ruota intorno a un ARG (in questo caso Harajuku Fun Madness), ma intorno al tema della tecnologia utilizzata in maniera sbagliata, per controllare.

Marcus, dicevo, ha 17 anni e frequenta la scuola superiore a San Francisco, e ha tre amici con cui gioca a Harajuku Fun Madness: Van, Darryl e Jolu. Un giorno, usciti da scuola nel mezzo delle lezioni per andare a recuperare un inidizio di Harajuku Fun Madness, si trovano nel bel mezzo dell’attentato terroristico più disastroso dall’11 settembre, in cui perdono la vita oltre 4000 persone. Poiché si trovano vicino al luogo dell’esplosione, vengono raccolti da una camionetta dall’aspetto militare e sequestrati in quanto ritenuti responsabili o coresponsabili dell’attentato. Da qui ha inizio la loro avventura: segregato in una prigione per cinque giorni, maltrattato, quando torna dai suoi genitori Marcus decide di dare avvio a una resistenza sotterranea che si esplica attraverso le tecnologie internet.

La città, dopo l’attentato, è sorvegliata minuziosamente dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza, che usa tutti i sistemi possibili per tracciare le persone, e non si fa scrupoli a fermare le persone anche per motivi futili, ad esempio perché il tracciato dei loro spostamenti coi mezzi pubblici sembra irregolare. Marcus decide di riprendersi la sua privacy e insieme ad altri coetanei crea la Xnet, una rete che si appoggia sulle Xbox e su ParanoidLinux (già il nome dice tutto) e che consente di navigare in completo e reale anonimato.

Il libro, avendo dei protagonisti adolescenti, sembra rivolgersi più a un pubblico di giovani adulti che di adulti veri e propri, infatti ad esempio uno degli slogan è «Non vi fidate di nessuno sopra i 25 anni». Ci sono poi alcune tematiche prettamente adolescenziali come i primi amori, ecc., che però non vanno a disturbare l’idea centrale e non rendono il romanzo meno godibile anche per un pubblico adulto. Certo, forse ci saremmo identificati di più con protagonisti più “cresciuti”, ma forse in quel caso il libro avrebbe perso parte del suo senso, in quanto non ci avrebbe mostrato così chiaramente come il futuro e la possibilità della resistenza siano in mano ai giovani e giovanissimi, che per forza di cose, almeno in linea generale, sono più esperti di nuove tecnologie.

Un aspetto interessante è che l’autore dedica ogni capitolo a una libreria fra le sue preferite e ce ne parla in poche righe, fornendo anche l’indirizzo. Da notare che le librerie indipendenti sono praticamente inesistenti in queste dediche e, se posso permettermi di dire una cosa impopolare, questo non mi è dispiaciuto perché Doctorow elenca solo le librerie in cui davvero può trovare quello che preferisce, nel suo caso soprattutto fantascienza, e oso esprimere l’opinione, non politicamente corretta, che la grande varietà e la scoperta di perle rare è data più dalle grandi o grandissime librerie che dalle piccole o piccolissime. Ecco, l’ho detto.

Consiglio molto caldamente questo libro, anche se alcune parti possono essere difficili perché l’autore, o meglio il narratore Marcus, cerca di spiegare al lettore cosa stia facendo e parla quindi, anche se molto succintamente, di linguaggi di programmazione, crittografia, ecc. Tuttavia non vi fate spaventare perché queste parti sono davvero molto brevi e se sono riuscita io a leggere questo libro, che è pur sempre un romanzo e non un trattato, ci possono riuscire tutti.

Dave Eggers, The Circle

Dave Eggers, The Circle, Penguin, London 2013. 494 pagine.

Prima di tutto vi devo dire che non è possibile parlare di questo libro senza svelare molto della trama, quindi se avete intenzione di leggerlo in maniera “innocente” vi consiglio di non leggere questa recensione.

Anni fa lessi L’opera struggente di un formidabile genio e lo odiai con tutta me stessa. Perciò non avrei mai pensato di leggere e addirittura amare alla follia un altro libro di Dave Eggers. Invece ho trovato questo libro su Goodreads, ho visto buone recensioni, e ho deciso di prenderlo. E come ho detto me ne sono innamorata.

La prima parte del romanzo è la storia di Mae e dei suoi primi giorni di lavoro a The Circle, una multinazionale americana che sembra il figlio uscito dalla congiunzione di Google e Facebook, ma che in realtà è molto di più. La prima parte è dunque la descrizione assolutamente realistica del lavoro in una multinazionale, con tutto ciò che lo circonda: le riunioni in cui la gente urla “sei grande!” e applaude e ride, la palestra all’interno del “campus” (non ufficio, ma campus), i gruppi che vengono a suonare nel campus, ecc ecc. Vi assicuro che queste descrizioni sono molto realistiche, non c’è niente di particolarmente fantasioso in loro, anche se poi non tutte le multinazionali sono uguali ecc. ecc.

Mae è felicissima del nuovo lavoro, i genitori sono orgogliosi di lei, sembra un momento idilliaco. Solo i cinici direbbero “eh sì però lo spirito corporativo sembra portato un po’ all’estremo”. All’inizio sembra tutto perfettamente normale, seppure con forse un po’ più entusiasmo del dovuto.

La seconda parte è una discesa agli inferi, culminante in un totalitarismo monopolistico che ricorda molto da vicino il Grande Fratello di orwelliana memoria.

Frequentare gli eventi del campus diventa praticamente obbligatorio, se non sei social sei out e vieni ripreso dai superiori, i monitor della postazione di lavoro di Mae si moltiplicano fino a diventare nove. Quello che più mi ha colpito in questa fase del romanzo è che a Mae si richiede di essere attiva socialmente, sia nella vita reale che, soprattutto, nei social network, tanto che alla fine l’attività nei social network diventerà estremamente più importante di quella nella vita reale. Mae deve interagire sui social network, mettere “mi piace” e “non mi piace”, firmare petizioni online, avere tanti amici e tanti followers. Vi ricorda Facebook?

Questa parte del romanzo ci fa vedere gli effetti dell’essere social portati all’estremo, una relatà non tanto diversa da quella nostra attuale, dove molti pensano che se firmano una petizione online o condividono qualcosa su Facebook o si mettono come foto del profilo un’immagine simbolo allora cambierà qualcosa. E ripeto, non è tanto un’estremizzazione rispetto a quello che realmente accade oggi.

Ma la discesa agli inferi prosegue, e inizia la “trasparenza”, ovvero alcune persone iniziano a portare una telecamera intorno al collo, registrando ogni momento della propria vita. È consentito spegnere l’audio (non il video) solo quando si va in bagno, per non più di tre minuti, e spegnere del tutto la telecamera solo dopo le 10 di sera. Mae metterà questa telecamera dopo aver commesso un grave errore, ma non lo vede come una punizione quanto come qualcosa di caduto dal cielo, una cosa più ancora che positiva, addirittura celestiale. Mae diventa trasparente, e da lì il mondo crolla.

Io penso che questo libro sia geniale nella sua semplicità, perché l’idea non è poi particolarmente originale o stravagante. Il romanzo si limita a portare agli estremi quello che sta relamente accadendo in questo momento storico, ma non lo fa in modo fantascientifico quanto in modo logico, razionale. Se succede questo, allora può succedere anche quest’altro. È sicuramente una critica alla nostra società attuale con la nostra mania per i social network, ma non è tanto un romanzo distopico quanto un’estremizzazione del reale, un grido di allarme più che una satira.

«La privacy è un furto» è la frase centrale del romanzo, quella che spiega tutto, che fa capire la filosofia del Circle e le credenze di chi gli va dietro, come un gregge di tante pecore.

Il libro è pubblicato in italiano da Mondadori con il titolo Il cerchio.

Hugh Howey, Wool Omnibus Edition

Hugh Howey, Wool Omnibus Edition, Broad Reach Publishing, 2012. 550 pagine.

Tutti i miei lettori, credo, conoscono la mia passione per i romanzi distopici. Da qui a passare al post-apocalittico è un attimo, e infatti ultimamente mi sto buttando anche in questa, per me nuova, direzione. Di questo genere ho letto ultimamente The Stand (meglio noto in Italia come L’ombra dello scorpione), di cui non ho scritto una recensione perché non si può scrivere una recensione sulle pietre miliari della letteratura, o almeno io non ne sono capace. E ora sono approdata a Wool in questa edizione omnibus che raccoglie tutti i 5 brevi romanzi della prima parte della trilogia. Sì, un po’ complicato, ma ora vi spiego meglio.

Se frequentate Goodreads, dove magari avete molti amici e siete attivi in molti gruppi, non potete non avere sentito parlare di Wool. Tutti ne parlano, tutti lo leggono. Tanto che mi sono incuriosita e ho deciso di leggerlo anch’io, complice il fatto che questa mia edizione viene venduta a 2,99 € su Amazon.

Wool, in origine, era un racconto di una sessantina di pagine uscito qualche anno fa e pubblicato autonomamente dall’autore attraverso la piattaforma di direct publishing di Amazon. In seguito l’autore ha scritto altri quattro brevi romanzi, che oggi vanno a formare questa edizione omnibus di Wool. Wool, a sua volta, fa parte della trilogia del Silo, che comprende anche, nell’ordine, Shift e Dust. In italiano la trilogia è stata tradotta per Fabbri Editori e volendo si può comprare su Kindle in un solo ebook che costa 9,99 €, attualmente.

Wool è un esempio perfetto di un libro autopubblicato diventato grande grazie al passaparola dei lettori. Un po’, in piccolo, quello che successe a J.K. Rowling e Harry Potter. Ora naturalmente Hugh Howey non è la Rowling, ma il libro è veramente bello e merita di essere letto.

Tante parole e non ho ancora scritto niente a proposito del contenuto del libro…

Siamo in un futuro non ben determinato, post-apocalittico, in cui l’aria di fuori è ormai irrespirabile e piena di tossine mortali, dove la gente è costretta a vivere in un silo. Fuori non si esce, se non per “pulire”. E pulire significa, in pratica, morire. All’esterno del silo ci sono dei sensori che permettono a chi sta all’interno di vedere il triste e desolato mondo esterno. Non c’è davvero niente da vedere, ma agli abitanti del silo piace avere questo contatto con un mondo ormai inabitabile e irrimediabilmente ostile. Perciò, chi non obbedisce alle ferree regole della vita nel silo viene mandato fuori, a pulire i sensori, perché la vista all’interno possa tornare a essere chiara. Ed è proprio con la storia di una pulizia che inizia il libro.

Il crimine più tremendo in questa società, quello di cui tutti hanno imparato ad avere paura fin da bambini, è esprimere il desiderio di andare fuori dal silo. Chi commette questo crimine viene subito accontentato e mandato a pulire.

È questo il crimine di cui si macchia Holston, lo sceriffo del silo, per una serie di ragioni di cui verremo a conoscenza nel corso del libro. Questo avviene proprio all’inizio del romanzo.

Dire altro riguardo alla trama sarebbe un crimine peggiore che dire di voler andare fuori, perciò lascio alla vostra curiosità di andare a scoprire cosa succede dopo. Io vi posso solo dire che mi ha presa fin dalle prime parole, dalle prime frasi.

Altre cose che posso dirvi riguardo a questo romanzo? È scritto molto bene e, sebbene pecchi di alcune ingenuità (ci sono alcune cose che proprio non sono verosimili), secondo me costruisce con grande maestria un mondo che potrebbe anche essere. Ovvero, se distruggessimo completamente la Terra con il nostro vivere senza guardare più in là del nostro naso e della nostra generazione, sarebbe anche possibile immaginare un futuro in cui l’unica alternativa sarebbe vivere sotto terra. E questa società sotterranea è estremamente ben costruita.

Quello che mi manca sempre un po’ nel romanzo post-apocalittico è quello che viene prima di quel post, cioè l’apocalissi vera e propria. Un passaggio che Stephen King non fa mancare nel suo L’ombra dello scorpione, che come dicevo ho letto proprio recentemente. Mi interesserebbe sapere come si sia arrivati a quel livello, come sia stata possibile una distruzione tanto totale da costringere la gente a vivere sotto terra, perché sopra si muore quasi all’istante. Ma di questo non c’è traccia nel libro di Hugh Howey (come del resto in altri libri che si concentrano solo sul post-apocalissi). Può darsi che se ne parli nel resto della trilogia, ma qualcosa mi fa credere che non sarà così.

A parte questo, si tratta di un libro veramente bello che consiglio agli appassionati del genere.