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Ayelet Gundar-Goshen, Svegliare i leoni

Ayelet Gundar-Goshen, Svegliare i leoni (tit. originale Leha’ir arayot), Giuntina, Firenze 2017. Traduzione di Ofra Bannet e Raffaella Scardi.

Eitan Green è un neurochirurgo dalla storia professionale un po’ travagliata: lavorava a Tel Aviv ma, scoperto un giro di mazzette, è stato costretto a trasferirsi a Beer Sheva, perché come sempre sono gli onesti a pagare e non i disonesti. Dunque insieme alla moglie Liat e ai due figli Yahli e Itamar si trasferisce nel deserto. La moglie è ispettore di polizia, i bambini vanno uno all’asilo e l’altro alla scuola elementare.

Un giorno Eitan, finito un turno di diciannove ore in reparto, anziché tornare sfinito a casa decide di andare a fare una corsa nel deserto con la sua jeep. È buio ed Eitan presuppone che nessuno sia in giro per il deserto a quell’ora di notte, invece un uomo c’è, a piedi, e lui lo investe. Scende e lo trova agonizzante, lui che è medico capisce immediatamente che è in fin di vita e che non ci sarebbe in ogni caso niente da fare. Perciò scappa. Risale in macchina e scappa. Perché, se si scoprisse che ha ucciso un uomo, perderebbe il lavoro, la moglie, i figli, la reputazione. Non si accorge invece che è proprio così, scappando, che diventa un criminale: perché se avesse denunciato l’incidente avrebbe potuto cavarsela con un’accusa più leggera, così invece diventa un “bastardo”, come lo chiamerà la moglie impegnata a risolvere il caso, senza sapere che è proprio suo marito il bastardo in questione.

La mattina dopo, però, a casa di Eitan si presenta una donna. Una donna di colore, bellissima. Da notare che l’uomo investito da Eitan era un eritreo, anche se lì per lì il neurochirurgo non si rende subito conto della nazionalità dell’ucciso, perché per lui i “neri” sono tutti uguali, non riesce a distinguerli. Tornando alla donna: l’ha trovato grazie al portafoglio, che gli era caduto sul luogo dell’incidente. E inizia subito a ricattarlo, non però chiedendogli soldi, ma qualcosa di diverso.

Tutto questo è scritto nella quarta di copertina e succede nelle primissime pagine del libro, quindi non vi ho svelato niente che non scoprirete subito se deciderete di leggere il romanzo.

I temi del romanzo principalmente sono due: l’eterna domanda “cosa avresti fatto tu al suo posto?” e il razzismo. La prima domanda, il primo tema è logico. A chiunque verrebbe da chiedersi cosa avrebbe fatto al posto di Eitan: io sarei scappato/a, mi sarei costituito/a? Che riflessioni avrei fatto? Un tema molto interessante, che sicuramente ci porta a riflettere molto proseguendo nella lettura del libro. Il secondo tema è altrettanto interessante: l’uomo ucciso è un eritreo, un clandestino, sua moglie clandestina quanto lui. Incontreremo decine, centinaia di clandestini in questo libro, perlopiù eritrei. E ci troveremo di fronte all’atteggiamento degli israeliani nei loro confronti, ma anche nei confronti dei beduini e degli arabi in generale, nordafricani inclusi (Liat, la moglie di Eitan, è di origine nordafricana, anche se preferisce dimenticarlo). Un atteggiamento con cui il lettore italiano si può facilmente identificare, in cui si può facilmente specchiare, perché è anche l’atteggiamento nostro. “Non possiamo accoglierli tutti, non capiscono una parola della nostra lingua, sono tutti uguali, ecc. ecc.” Di fatto, “sono inferiori” è il succo del pensiero tipico dell'”uomo bianco”, dell’uomo privilegiato di fronte alla disperazione di queste persone che vengono a cercare un futuro, a volte migliore, a volte semplicemente un futuro, punto, perché nei loro Paesi c’è solo morte.

Insomma, il libro è estremamente interessante perché fa riflettere moltissimo, ci fa interrogare su noi stessi e non su qualcosa di astratto e lontano, e questo non è cosa che avviene con tutti i romanzi attualmente in circolazione. Tuttavia, il libro ha delle evidenti pecche, che per quanto mi riguarda sono due. La prima, mi dispiace, non ve la posso dire, perché vi rovinerei completamente il piacere della lettura, ma diciamo che è qualcosa che scoprirete andando avanti a leggere e che io ho trovato assolutamente inverosimile e gratuito ai fini della storia. Diciamo che leggendo mi dicevo “fai che non succeda”, perché forse un po’ di segni c’erano, e invece succede ed è stata una grossa delusione. La seconda pecca è il finale, che ovviamente non vi racconto, ma che mi ha dato l’impressione di essere raffazzonato, un po’ come se l’autrice non avesse idea di come concludere e allora avesse buttato là quello che le sembrava più logico, ma che comunque a me, personalmente, ha lasciato un po’ con l’amaro in bocca. Non dubito che invece altri possano apprezzare quelle che io ho definito pecche.

In conclusione, il romanzo allo stesso tempo mi è piaciuto e mi ha molto deluso. Direi che sicuramente supera abbondantemente la sufficienza, ma non credo mi resterà nel cuore. Lo consiglio, senz’altro, ma siete avvisati. Del resto, questo romanzo, uscito da poco in Italia, sta piacendo tantissimo, quindi forse sono io che voglio la perfezione, c’è questa possibilità.

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Benny Barbash, Il piccolo Big Bang

Benny Barbash, Il piccolo Big Bang (tit. originale Hamapatz haqatan), Giuntina, Firenze 2011. Traduzione di Shulim Vogelmann. 119 pagine, 12 euro.

Un romanzo breve, o racconto lungo, che è un piccolo gioiellino di simbolismo e divertimento. La storia è quella di un uomo che è grasso, e dunque prova le diete più assurde nel tentativo di dimagrire. Finché non prova la dieta delle olive, un nocciolo gli rimane in gola e un albero di ulivo comincia a crescergli nell’orecchio. La storia è raccontata nel suo stile divertente e dai periodi lunghissimi dal figlio dodicenne di quest’uomo, che non ha grande ruolo nella vicenda, se non come narratore.

Nel raccontare questa strana favola Barbash ci racconta della difficile convivenza fra due popoli, quello ebreo e quello palestinese, parlando dal punto di vista ebreo oltranzista. Ovviamente il giovane narratore potrà difficilmente avere un’opinione propria in merito alla questione, ma assorbe le idee dei suoi genitori e soprattutto di sua nonna, che è praticamente una fondamentalista di destra. Le idee della famiglia sono chiuse e xenofobe, ma i componenti della famigliola poco immaginano che la vicenda dell’uomo possa andare a influire sul teso rapporto fra ebrei e palestinesi.

Si potrebbe forse dire molto di questo breve romanzo, ma vi voglio lasciare il piacere della scoperta e della lettura.

Tra l’altro, volendo sul sito dell’editore è possibile leggere il primo capitolo.

Abraham B. Yehoshua, La sposa liberata

Abraham B. Yehoshua, La sposa liberata (tit. originale Hakalà hameshahreret), Einaudi, Torino 2002. Traduzione di Alessandra Shomroni. 592 pagine, 19 euro.

Il matrimonio tra Ofer e Galia è finito cinque anni fa per cause non meglio chiarite, dopo appena un anno. Yohanan Rivlin, padre di Ofer e professore di Storia mediorientale, non si dà pace e cerca in tutti i modi di scoprire il segreto che ha portato al fallimento del matrimonio. La moglie Haghit, giudice, non è d’accordo con l’investigare del marito, ma questo non impensierisce Rivlin, che continua con le sue ricerche. Inframmezzata a questa c’è poi la storia di Samaher, studentessa araba israeliana (non palestinese) che deve fare una tesina per il corso di Rivlin, ma continua a rimandarla per motivi di salute.

Oltre all’ossessione di Rivlin per il segreto viene in parte narrata anche l’ossessione di Ofer per Galia che, sebbene occupi poche pagine, permea tutto il libro. Ma al di là delle ossessioni dei protagonisti, Yehoshua ci narra anche il rapporto fra ebrei israeliani e arabi israeliani, ovvero fra ebrei e quegli arabi che vivono non in Palestina ma nel territorio di Israele, dove hanno sempre vissuto per generazioni e generazioni. Questi e altri arabi sono l’oggetto di studio del Dipartimento di Studi mediorientali di cui Rivlin fa parte. Così veniamo a sapere delle tesi di vari studiosi, ma anche del rapporto quotidiano fra le due popolazioni, che sono più vicine di quanto si creda.

Quello del rapporto fra arabi ed ebrei è un tema molto interessante che Yehoshua sviluppa assai bene, seppure a volte in modo un po’ pedante. Meno interessante invece ho trovato la storia dell’ossessione di Rivlin, che è un personaggio pesantissimo e assolutamente insopportabile, che più volte, soprattutto all’inizio, mi ha fatto venire voglia di chiudere il libro per non riaprirlo più. Per fortuna ho perseverato e ho così avuto modo di leggere un romanzo piacevole, a mio avviso però non all’altezza di altri romanzi di Yehoshua. Sicuramente non lo consiglierei a chi volesse avvicinarsi a questo ottimo autore, rischierebbe di farglielo odiare.

[Questo post è pubblicato anche sul blog delle letterature altre.]

A.B. Yehoshua, The Lover

A.B. Yehoshua, The Lover (tit. originale Ha-Meahev), Halban, London 2004. Traduzione di Philip Simpson. 352 pagine.

«And in the last war we lost a lover. We used to have a lover, and since the war he is gone.»

Comincia così questo romanzo di Yehoshua, il terzo suo che leggo, e che come al solito non mi delude affatto. E nell’ultima guerra abbiamo perso un amante. Avevamo un amante, ma dalla guerra se n’è andato. Come se l’amante fosse una parte della famiglia, e non un elemento ad essa estraneo, e così infatti è. Tanto che è lo stesso marito tradito, Adam, ad andare alla sua ricerca per mesi e mesi.

Un romanzo corale in cui tutti i personaggi principali possono dire la loro sugli eventi. Un romanzo in cui veniamo a scoprire le cose come stanno poco per volta, dalla voce dei vari protagonisti. Sovrapponendo punti di vista, facendo vedere lo stesso avvenimento da più punti di vista diversi. Yehoshua è un maestro.

All’inizio sappiamo solo che Adam ha perso l’amante di sua moglie, scomparso all’inizio dell’ultima guerra in Israele. L’amante veniva da Parigi, dove era stato più di dieci anni, ed era tornato a Haifa per una questione di eredità. Ma aveva trovato che la nonna non era realmente morta e si era trattenuto, in attesa. Così, allo scoppio della guerra, era stato convinto da Adam ad andare a chiarire la sua posizione con l’esercito, e da quel momento non era più tornato. Arruolato e morto in guerra? Fuggito? Chissà. È quello che Adam cerca di scoprire nel corso del romanzo.

Ma perché un marito tradito cerca di ritrovare l’amante di sua moglie? Perché non è la moglie stessa a cercarlo? E che cosa pensa la figlia adolescente in tutto questo?

Yehoshua risponde a queste e ad altre domande, in un libro bellissimo e poetico in cui oltretutto ci svela che fra gli israeliani e i palestinesi nessuno ha veramente ragione, che la guerra insanguina il paese da anni e non accenna a smettere, che ci può essere amicizia e non solo fra le due fazioni, e che in realtà non ci sono due fazioni, non veramente, ma solo due popoli.

Consigliato a tutti gli amanti di Yehoshua, della letteratura israeliana e non solo.

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature “altre”.]

Libri da Israele

Abraham B. Yehoshua, Il responsabile delle risorse umane, Einaudi: Un terrorista suicida si fa esplodere in un mercato di Gerusalemme. Una donna muore. Era straniera, viveva da sola in una squallida baracca di un quartiere di religiosi. Nessuno va a reclamare il suo cadavere all’obitorio del Monte Scopus. Eppure Julia Regajev aveva ancora formalmente un lavoro, come addetta alle pulizie in un grande panificio della città. Un giornalista senza scrupoli sfrutta il caso per imbastire uno scandalo e denuncia la «mancanza di umanità» dell’azienda, che non si è nemmeno accorta dell’assenza della dipendente.
Tocca al responsabile delle risorse umane, spedito in missione dall’anziano proprietario del panificio, cercare di rimediare al danno d’immagine. Ma il viaggio verso la compassionevole sepoltura della donna si rivela per lui molto più importante di un’operazione di facciata nei confronti dell’opinione pubblica. Per un personaggio di Yehoshua, essere responsabile significa non tanto essere colpevole, ma soprattutto portare attivamente il peso di un imperativo morale. Così il responsabile delle risorse umane impara che anche una piccola colpa, come quella di cui si è macchiata la sua azienda, non va trascurata, perché anche le piccole colpe possono avere un potere terribile.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/01/11/abraham-b-yehoshua-a-woman-in-jerusalem-israele/

Abraham B. Yehoshua, Un divorzio tardivo, Einaudi: Nel corso di nove dense giornate si consuma l’estremo soggiorno in patria di Yehudà Kaminka, fuggito da Israele per rifarsi una vita in America e ritornato per sciogliere ogni legame con Na’omi, sua moglie. Nove giorni culminanti nella Pasqua (in ebraico «passaggio») che diventa lo spartiacque tra ciò che è stato, e non potrà mai piú tornare, e ciò che sarà. Ancora una volta Yehoshua disegna con lucidità e poesia la crisi di una famiglia come metafora dell’identità ebraica, divisa tra diaspora e costruzione di uno stato nazionale. E racconta ciò che nessuna ragione o progetto politico potrà mai spiegare: la vicenda semplice e banale di un uomo e di una donna che si amano, vivono una vita insieme, arrivano ad odiarsi, a impazzire d’amore e di odio, e non riescono a scindere il legame che li unisce se non a prezzo della vita.

Tutti i libri di Abraham B. Yehoshua: http://it.wikipedia.org/wiki/Abraham_Yehoshua#Uno_sguardo_sulle_opere

David Grossman, Che tu sia per me il coltello, Mondadori: In un gruppo di persone, un uomo vede una donna sconosciuta che con un gesto quasi impercettibile sembra volersi isolare dagli altri. Commosso, Yair le scrive, proponendole un rapporto profondo, aperto, libero da qualsiasi vincolo, ma esclusivamente epistolare. Più che una proposta è un’implorazione e Myriam ne resta colpita, forse sedotta. Un mondo privato si crea così fra loro, ognuno dei due offre all’altro ciò che mai avrebbe osato dare ad alcuno, e in questo processo di svelamento Yair e Myriam scoprono l’importanza dell’immaginazione nei rapporti umani e la sensualità che si nasconde nelle parole. Finché Yair si rende conto che le lettere di quella donna stanno aprendo un varco dentro di lui, gli chiedono con imperiosa delicatezza una svolta nella sua vita interiore. Il risultato è un romanzo avvolgente e “impudico” che ci mostra quanta strada bisogna percorrere per vincere la paura e arrivare a toccare liberamente, con pienezza, l’anima (e il corpo) di un altro essere umano.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2013/08/29/che-tu-sia-per-me-il-coltello-2/

David Grossman, Qualcuno con cui correre, Mondadori: Assaf è un sedicenne timido e impacciato a cui viene affidato un compito singolare, se non impossibile: ritrovare il proprietario di un cane abbandonato seguendolo per le strade di Gerusalemme. Correndo dietro all’animale il ragazzo giunge in luoghi impensati, di fronte a strani, inquietanti personaggi.
E poco a poco ricompone i tasselli di un drammatico puzzle: la storia di Tamar, una ragazza solitaria e ribelle fuggita di casa per salvare il fratello, tossicodipendente, finito nella rete di una banda di malfattori. È la svolta nella vita di Assaf, che decide di andare fino in fondo, di “correre” con Tamar.
Qualcuno con cui correre è un romanzo di forza dickensiana, avventuroso e incalzante, ricco di colpi di scena e di pagine di puro terrore. Ma soprattutto è un libro capace di penetrare come nessun altro nel mistero dell’adolescenza, superando chiusure e difficoltà per mostrarci la generosità e la grandezza di cui i giovani sono capaci.
Il primo capitolo: http://leggere.librimondadori.it/david-grossman-qualcuno-con-cui-correre/

Tutti i libri di David Grossman: http://it.wikipedia.org/wiki/David_Grossman#Opere_2

Yehoshua Kenaz, Voci di muto amore, Giuntina: La signora Moskovitch e Paula la smemorata, il pittore Dagan e Fichman il pazzo sono alcuni tra i protagonisti di questo romanzo, tutti anziani ospiti di una casa di cura nei pressi di Tel Aviv. Qui, tra i corridoi e le camere, si rispecchiano con grande potenza i disagi e le paure di persone vecchie e malate, abbandonate alla propria solitudine, alla mercé di qualunque sfruttatore, costrette a una nervosa attesa dell’ultima chiamata. Il tempo è dilatato in uno spazio infinito di ricordi e di rimorsi, i rapporti umani segnati dalla condizione insostenibile di non essere più indipendenti, i desideri personali relegati a particolari insignificanti, ultimi simbolici resti di vite ormai spese. Voci di muto amore è un affresco portentoso della vecchiaia, una descrizione lucida e sconvolgente di uomini e donne schiacciati dall’insostenibile peso degli anni. E, al tempo stesso, è una forte denuncia di una società indifferente ed egoista, ormai priva del sentimento della compassione.

Yehoshua Kenaz, Non temere e non sperare, Giuntina: In questo suo capolavoro, appassionato e struggente per la capacità di indagare i recessi dell’anima, Yehoshua Kenaz segue le vicende di un gruppo di giovani soldati durante il periodo di addestramento. Sono ragazzi affetti da lievi problemi fisici ai quali sono riservate esercitazioni meno pesanti perché non sono destinati a diventare combattenti armati. E, tuttavia, le umiliazioni, le fatiche, la sollecitazione a superare ogni proprio limite a prezzo dei sacrifici e delle disillusioni che la vita militare comporta li condurranno alla perdita dell’innocenza e della purezza con cui avevano varcato il cancello della base di addestramento. Ambientato nell’Israele degli anni ’50, pochi anni dopo la fondazione dello Stato, Non temere e non sperare è un grandioso affresco della nazione che nasce, con tutte le sue contraddizioni, le diversità non amalgamate e le speranze condivise. I cuori dei giovani soldati battono per i timori e le aspettative per il futuro del proprio paese ma, prima ancora, palpitano per i sogni, le incertezze, le paure, le passioni di ogni ragazzo che sta per diventare uomo.

Tutti i libri di Yehoshua Kenaz: http://it.wikipedia.org/wiki/Yehoshua_Kenaz

Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra, Feltrinelli: Amore e tenebra sono due delle forze che agiscono in questo libro, un’autobiografia in forma di romanzo, un’opera letteraria complessa che comprende le origini della famiglia di Oz, la storia della sua infanzia e giovinezza prima a Gerusalemme e poi nel kibbutz di Hulda, l’esistenza tragica dei suoi genitori, e una descrizione epica della Gerusalemme di quegli anni, di Tel Aviv che ne è il contrasto, della vita in kibbutz, negli anni trenta, quaranta e cinquanta. La narrazione si muove avanti e indietro nel tempo, scavando in 120 anni di storia familiare una saga di rapporti d’amore e odio verso l’Europa, che vede come protagonisti quattro generazioni di sognatori, studiosi, uomini d’affari falliti e poeti egocentrici, riformatori del mondo, impenitenti donnaioli e pecore nere. Questa vasta galleria di personaggi mette a punto una sorta di “cocktail genetico” da cui nascerà un figlio unico, nutrito di fantasia, che, in un fatale momento di rivelazione avvenuta attraverso un dolore scioccante e atroce, scoprirà di essere un artista, uno scrittore. Amos Oz ci consegna la storia della sua infanzia e dell’adolescenza colma di aspirazioni poetiche, zelo politico e una paura costante di un altro genocidio degli ebrei, questa volta nella stessa Israele, a opera degli arabi, degli inglesi, dell’intero mondo cristiano, dell’intero mondo islamico. Al centro di questo romanzo autobiografico sta il grande tabù di Oz: il suicidio della madre, nel 1952. L’esplorazione dolorosa e coraggiosa di questa tragedia viene condotta con lucidità, nostalgia e rancore, con pietà e travaglio, con schiettezza e un “flusso di coscienza” incredibilmente poetico che, con immediatezza, giunge al cuore del lettore.

Amos Oz, Il monte del cattivo consiglio, Feltrinelli: Gerusalemme alla vigilia di quel fatidico 1948 che segnò la nascita dello stato ebraico è la vera protagonista di queste tre novelle racchiuse sotto il titolo de Il monte del Cattivo Consiglio e unite da un sapiente filo conduttore. Oz evoca qui, infatti, l’atmosfera tutta particolare che animava la città ebraica in quel periodo, e la narra attraverso lo sguardo di sé bambino, incarnato in diversi personaggi. Nella prima novella, che dà il titolo al libro, c’è una piccola famiglia gerosolimitana, con un bambino timido, un padre veterinario e una madre enigmatica che alla fine abbandonerà tutti e tutto. Uri, il protagonista della seconda novella, Il signor Levi, si guarda intorno nel suo colorito quartiere popolato di personaggi strani, a volte misteriosi. La guerra d’indipendenza è alle porte. Questo lo sa anche il dottor Emanuel Nussbaum, che in Nostalgia scrive lunghe e struggenti lettere a Mina, una donna che ha molto amato. Lui è malato, sa che vedrà solo una piccola porzione di futuro. Intanto le racconta il presente convulso, trepidante e pure carico di malinconia che Gerusalemme viveva in quei giorni. Nelle parole del “Los Angeles Times”, “Oz evoca la vita israeliana con la stessa acuta precisione con cui Cechov ha evocato la vita russa prima della rivoluzione”.

Tutti i libri di Amos Oz: http://it.wikipedia.org/wiki/Amos_Oz#Bibliografia

Etgar Keret, All’improvviso bussano alla porta, Feltrinelli: All’improvviso bussano alla porta e uno scrittore si ritrova ostaggio di un gruppo di persone che, con la minaccia delle armi, gli intima di raccontare una storia. In difficoltà, lo scrittore cerca di cavarsela in una situazione che “ad Amos Oz e David Grossman non capiterebbe mai”.
In Cheesus Christ un uomo viene pugnalato a morte in un fast food dopo aver ordinato un hamburger senza formaggio. La vicenda ha conseguenze imprevedibili e apocalittiche – il famoso effetto farfalla – che riflettono ironicamente il caos e la casualità dell’esistenza.
Una delle trentotto divertentissime storie brevi contenute in questo volume si dichiara esplicitamente e senza pudore come “il racconto migliore del libro”. Promette al lettore una Mazda Lantis grigia metallizzata in premio se lo legge in maniera corretta, e comunque un modello più economico se non lo legge in maniera corretta, perché è un racconto che vuol far sentire bene il lettore, che non vuole creargli complessi di inferiorità.
Questi sono solo alcuni dei racconti che compongono la raccolta di Etgar Keret, un libro spassoso che ha conquistato il mondo.

Etgar Keret, La notte in cui morirono gli autobus, e/o: Salomone il ricchione è uno dei brevi racconti che compongono questa raccolta in cui ritroviamo il genio fantastico e umoristico di Etgar Keret:
“La supplente disse ai ragazzi di mettersi in fila per due. Salomone il ricchione rimase solo. «Sto io con te» lo consolò la supplente dandogli la mano. Andarono a passeggiare nel parco e mentre Salomone il ricchione guardava le barche su un laghetto artificiale e la statua di un’arancia gigantesca, un uccello gli fece la cacca sul cappello. ‘La merda si appiccica alla merda’ gli urlò Yuval alle spalle, e tutti i bambini scoppiarono a ridere. ‘Non farci caso’ gli disse la supplente lavandogli il berretto a una fontanella. Arrivati a un chiosco di gelati tutti i bambini comprarono dei ghiaccioli. Salomone il ricchione mangiò un ghiacciolo Twister e quando l’ebbe finito ficcò il bastoncino in un’intercapedine del selciato, fantasticando che fosse un razzo. Gli altri bambini correvano sul prato e solo lui e la supplente, che nel frattempo si era accesa una sigaretta e aveva un’aria piuttosto stanca, erano rimasti sul sentiero. ‘Signora maestra, perché tutti i bambini mi odiano?’ domandò Salomone il ricchione. ‘E che ne so io?’ rispose l’insegnante stringendosi nelle spalle, ‘dopo tutto sono solo una supplente’ ”.

Tutti i libri di Etgar Keret: http://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_noss_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Dstripbooks&field-keywords=Etgar+Keret&rh=n%3A411663031%2Ck%3AEtgar+Keret

Eshkol Nevo, La simmetria dei desideri, Neri Pozza: Quattro amici guardano in televisione la finale dei Mondiali di calcio del 1998. Non hanno ancora trent’anni, e hanno condiviso la giovinezza, gli studi, l’esercito, le avventure, i sogni e le difficoltà, le speranze e gli amori. Sono uniti da un legame intenso, dal bisogno profondo di parlare e di confrontarsi su tutto, senza vergogna, affrontando le lacrime e la gioia, la vita in ogni suo aspetto.
Yuval, il narratore, ha un animo buono e una spartana educazione anglosassone; Churchill è un egoista irresponsabile ma trascinante, ed è il fondatore della loro gang dai tempi del liceo. Ofir vive di parole e brucia ogni giorno la sua creatività in un ufficio pubblicitario. Amichai vende polizze mediche ai malati di cuore, è già sposato e ha due figli.
Durante la partita Amichai ha un’idea: perché non scrivere su un foglietto i propri desideri, i sogni per gli anni a venire, per poi attendere la prossima finale della coppa del mondo e vedere se si sono realizzati?
Quel giorno in cui sta per scrivere il suo bigliettino Yuval ha da poco incontrato Yaara, e sa già che è la donna della sua vita. Prima l’ha vista alla mensa dell’università, poi uno scambio di chiacchiere, di numeri di telefono, una telefonata notturna, infine un bacio. Yaara è una di quelle donne che smentisce la teoria dell’amico Churchill: «Non esiste una ragazza bella, intelligente, arrapata e anche libera. Uno degli elementi è sempre assente». Nel bigliettino dei desideri Yuval scrive: «Ai prossimi Mondiali voglio stare ancora con Yaara. Ai prossimi Mondiali voglio essere sposato con Yaara. Ai prossimi Mondiali voglio avere un figlio da Yaara. Possibilmente una figlia». Il suo destino, e quello dei suoi amici, è pronto a mettersi in moto.
Intorno a loro, all’inizio del nuovo millennio, una società logorata, sfiancata dai continui conflitti, che ha fatto della repressione e della rimozione uno stile di vita. I quattro protagonisti hanno a loro volta cercato di dimenticare la Prima Intifada, quando erano soldati dell’esercito, mentre la Seconda Intifada li costringe a porsi domande sul proprio futuro. In un mondo come questo è davvero possibile, è davvero giusto avere dei desideri?

Eshkol Nevo, Neuland, Neri Pozza: Dai giorni del corso come osservatore nell’esercito di Israele, gli occhi di Dori sono sempre in cerca di minacce potenziali: cecchini sui tetti, movimenti sospetti fra i vicoli, una tenda spostata, uno scintillio che rivela che qualcuno ti sta osservando col binocolo. Un’attività inutile, ma così radicata che il timore di pericoli alberga ormai stabilmente nella sua mente. Roni, ad esempio, è la prima donna alla quale Dori ha permesso di toccare il suo amaro nocciolo di solitudine, la prima donna di cui si è fidato, sino al punto da appoggiarsi e assuefarsi totalmente a lei. Tuttavia Dori è convinto che, camminando col suo passo svelto, un giorno lei non si fermerà più e lo lascerà. E allora per evitarlo, Dori ha deciso di andarsene lui.
Suo padre, Meni Peleg, eroe della guerra del Kippur, uomo riflessivo, equilibrato, uno dei più quotati consulenti finanziari in Israele, dopo la morte dell’amata moglie è scomparso da qualche parte in Sudamerica. Per scacciare i suoi spettri privati, Dori parte alla sua ricerca.
Inbar ha la stessa età di Dori, non piú giovane come le giovani, né avanti negli anni come quelle avanti negli anni. Una via di mezzo. Esattamente come Dori. È bella, ha un’abbronzatura sana, un corpo florido e dei capelli castani disordinati con studiata monelleria.
Anche Inbar è in fuga dai suoi fantasmi privati e dalle persone in carne e ossa cui è attaccata la sua vita in Israele. Sua madre, ad esempio, che vive nel ricordo struggente del figlio prediletto, Yoavi, morto suicida durante il servizio militare senza lasciare una lettera, una nota che spiegasse il gesto. Oppure Eitan, l’uomo che la spinge a una maternità che lei non può affatto sopportare.
Dori e Inbar si incontrano e si amano in Sudamerica. E in Argentina, là dove alla fine dell’Ottocento il Barone Hirsch comprò molte terre,convinto che fosse il posto migliore dove creare un focolare nazionale per gli ebrei, là dove persino Herzl accarezzò l’idea del nuovo stato di Israele, indeciso com’era tra Eretz Isruel e l’America del sud, si imbattono insieme in Meni Peleg. Grandi occhi blu e poncho celeste, barba lunga ma non troppo, pomo d’Adamo sporgente, esattamente come quello di Dori, Meni Peleg ha fondato in quelle terre Neuland, uno «stato ombra» in miniatura che rammenti allo stato d’Israele cosa avrebbe dovuto essere e cosa potrebbe essere, una comunità perché non vada perduta la millenaria speranza degli ebrei di essere un popolo libero.
Romanzo che al suo apparire in patria è stato salutato come un autentico punto di svolta nella letteratura israeliana contemporanea, come un accorato appello al cambiamento di Israele,Neuland riesce nel compito proprio della vera letteratura: mostrare la crisi di un’epoca e di una nazione nell’avvincente narrazione di una storia d’amore.

Eshkol Nevo, Nostalgia, Neri Pozza: Un tempo campo di transito per i nuovi immigrati dal Kurdistan, Maoz Tzion, detto il Castel per via di un fortino in cima a una collina, è ora un insieme indistinto di villette e baracche, di case e macerie, strade linde e vicoli fatiscenti. Dopo tante catapecchie condivise, i litigi per i conti e i turni per la doccia, Amir, studente di psicologia a Tel Aviv, e Noa, studentessa di fotografia a Gerusalemme, hanno preso casa al Castel. L’appartamento trovato non è, certo, quanto di meglio si possa desiderare. Un bilocale con un salotto grande quanto una cucina, una cucina grande quanto un vano doccia e un vano doccia con la spatola per tirare via l’acqua quando si allaga. Ma per Amir e Noa è un palazzo dove possono vivere come un re e una regina, girare per il salotto in mutande e fare l’amore dappertutto, a qualunque ora, senza temere che il coinquilino rientri in anticipo. Dietro il muro del loro appartamento abita il padrone di casa, Moshe Zakian. Moshe ha soltanto due anni più di Amir, anche se è già marito di Sima e padre di due bambini. Non parla granché, preferisce fare, aggiustando qualunque cosa: serrature, elettricità, tubature otturate. E sua moglie Sima, che al contrario parla sempre e ha la battuta pronta, è il suo grande amore. Si vede a chilometri di distanza. Nell’appartamento di fronte vive il piccolo Yotam che si sente trascurato da quando Ghidi, il fratello grande, è morto soldato in Libano. Sua madre, infatti, non fa altro che singhiozzare e mormorare «Ghidi, oh Ghidi» circondata dalle amiche che cercano di calmarla.
Nei paraggi si aggira Saddiq, il muratore arabo. Per prenderlo in giro, gli altri muratori lo chiamano Shaikh Saddiq, perché non sgarra di un millimetro quando si tratta di fare le misurazioni. Saddiq non ha una casa al Castel, ma vorrebbe averla, anzi riaverla. Nell’appartamento sopra il bilocale di Amir e Noa, quello costruito come una volta, pietra su pietra, prima che arrivassero i coloni ebrei, vivevano, infatti, i suoi. Sotto il mattone sopra la porta d’ingresso, dentro un sacchettino avvolto nella carta da giornale, sua madre ha nascosto qualcosa di importante per lei che, sia lodato Allah, Saddiq vorrebbe riportarle indietro.
Quattro case e un desiderio struggente di trovare il proprio posto nel mondo, nel momento in cui il proprio mondo – Israele e le infinite anime che lo compongono – è sconvolto dall’assassinio del Primo Ministro Yitzhak Rabin: cosí potrebbe essere descritta quest’opera che ha rivelato il talento di Eshkol Nevo sulla scena letteraria internazionale. Vincitore di numerosi premi, tradotto in numerosi paesi, il romanzo appare ora in una rinnovata traduzione italiana, rivista sulla base delle preziose indicazioni dell’autore.