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[Incipit] Carlo Alberto Parmeggiani, La vera storia di Leon Pantà

Taglio I
[in cui si parla delle vere origini dell’uomo che volle per sé il motto: Incipit semper vita semi nova]

Nella Bassa padana, a volte troppo bassa per non perdersi ogni tanto in altezze di pensieri, tra il Modenese e il Mantovano, e fra gli ultimi rimasti di un’età più che senile, eredi senza prole di un’antica tradizione orale in via di estinzione, tra un bicchiere e l’altro di un vino violaceo e leggero che chiamano Torchione, di quando in quando si sente ancor parlare di Maxim Palamede Pantà, detto anche il “de La Notte”, progenitore di Leon, il maggiore di quella casata. L’uomo, il Maxim, il Palamede, si dice fosse stato un capitano dei Dragoni francesi, ingaggiato da Sua Maestà Luigi nella guerra dei Sette Anni e arrivato nella Bassa mantovana dopo la rotta e la carneficina seguita alla sconfitta, per armi e mano ferma dei prussiani, nella battaglia di Rossbach.
Il Palamede arrivò da quelle parti, a Santiago de los Signos, l’odierna San Giacomo delle Segnate, sul dorso di non si sa quale razza di destriero, dopo aver perso un dito per una schioppettata, una spallina del suo grado d’ufficiale e la giberna con la ciocca dei capelli e i ricordi epistolari dell’amata di Lione, durante il primo e unico assalto andato male contro un avamposto di coriacei granatieri. E ci arrivò pure, alle Segnate, con un po’ meno della sua baldanza transalpina e dopo un’estenuante sgroppata di tre mesi al di là e al di qua dell’arco alpino, ovvero fino a quando e fino a dove gli parve di non sentire più agli orecchi il frastuono della fucileria prussiana.

Carlo Alberto Parmeggiani, La vera storia di Leon Pantà, Zandonai, Rovereto (TN) 2010 (prima edizione 2007).

Brina Svit, Morte di una primadonna slovena (Slovenia)

Brina Svit, Morte di una primadonna slovena (tit. originale Smrt slovenske primadone), Zandonai, Rovereto 2007. Traduzione di Sabina Tržan e Simonetta Calaon. 197 pagine, 14,50 euro.

Da molto tempo volevo leggere questo libro della slovena Brina Svit, e tra i motivi per cui volevo leggerlo c’è il fatto che secondo me un libro uscito per Zandonai è garanzia di ottima letteratura. Anche questa volta, infatti, ho avuto la conferma che la piccola casa editrice trentina è una delle più raffinate sul mercato e che ci consente di leggere testi raffinatissimi ed eleganti.

Il romanzo è la storia di Lea Kralj, cantante lirica slovena: una rivista sta valutando se eleggerla Slovena dell’anno 2000, con lei ci sono altre candidate al titolo e il compito del narratore, un giornalista francese omosessuale, è quello di convincere la giuria che è proprio Lea la più adatta al titolo. Per fare questo, il giornalista risponde a delle domande che non conosciamo, poste dalla giuria, e lo fa attraverso un memoir che intitola Morte di una primadonna slovena.

Lea Kralj arriva tardi alla fama, ma quando vi arriva il suo sarà un successo grandioso. Conosce quasi per caso il giornalista-narratore, in occasione di un’intervista per la sua rivista Petronius Arbiter, e per caso lo reincontra successivamente, ubriaco fradicio in mezzo alla strada, e lo porta in albergo con sé. Nasce così un’amicizia sincera, che avrebbe tutti i connotati dell’amore se il giornalista non fosse omosessuale. Ma il narratore ci tiene a precisare di non essere un folle lyrique, cioè uno di quegli «omosessuali che vanno pazzi per l’opera e in particolare per le primedonne, che amano appassionatamente e soprattutto castamente». Egli afferma di non essersi mai interessato in modo particolare all’opera, e che la storia con Lea sarebbe stata la stessa se la donna fosse stata una farmacista o una corista.

La storia di Lea Kralj è una storia tragica, segnata dalla passione per la musica e per gli uomini, ma soprattutto per quella donna che non l’ha mai saputa amare se non da bambina, Ingrid, la madre. Una madre divoratrice, come dice bene la quarta di copertina, che finirà per fagocitare Lea e condurla alla morte. Lea Kralj ha fame d’amore, e di fame d’amore muore.

Il romanzo è scritto con una prosa poetica ed elegantissima, la lettura è un vero piacere dei sensi che mi ha portato a soffermarmi su ogni parola, su ogni frase, rigirandola nella mia mente di lettrice per gustarne appieno il suono, la musica, la raffinatezza. I miei complimenti dunque anche alle traduttrici, che ci hanno saputo rendere questa prosa magnifica con estrema eleganza.

Non leggetelo se non vi piace la letteratura di altissimo livello, non leggetelo se non vi piace la prosa musicale. Se invece questo è ciò che amate in un libro, ne resterete sicuramente soddisfatti.

* L’incipit.
* Una bella recensione su Bombacarta.
* Il libro sul sito di Zandonai Editore, dove è possibile anche sfogliare l’anteprima.

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature altre.]

 

[Incipit] Brina Svit, Morte di una primadonna slovena

Per finire, vorrei aggiungere ancora qualcosa, che voi leggerete per primo.
Come vedete, ho risposto al questionario sulla primadonna slovena. Fino all’ultimo momento, non lo nascondo, ho tentennato. E se mi sono infine deciso, lo si deve al modo in cui erano formulate alcune domande, per esempio: Era attaccata alla casa e alla famiglia, e specialmente alla madre?… Desiderava tornare a casa, anche all’apice della carriera?… Oppure: Lubiana aveva un posto speciale nel suo cuore?… Ma lo si deve altresì al’osservazione del tenente colonnello Andreas Haas, secondo cui scrivere ha sempre alcuni benefici effetti secondari: ci distacca dalle esperienze con le quali non vogliamo più convivere e ci libera dai sensi di colpa.
Se ho ben capito, la vostra rivista vuol nominare, come di consueto, la “Slovena dell’anno”. Ma il 2000 è un anno speciale e pertanto anche la vostra iniziativa questa volta dev’essere speciale (anche a “Petronius” volevamo fare qualcosa del genere: il profumo del secolo, il vestito del secolo, il vino del secolo…). La nostra scelta dovrà essere all’altezza dell’evento, avete scritto, tanto che per l’occasione la cerchia dei nostri collaboratori sarà più ampia del solito: la Slovena dell’anno non avrà segreti. Vogliamo sapere tutto di lei: successi e insuccessi, amori, grandi e piccoli, aneddoti, ricordi… ci racconti tutto ciò che le viene in mente… anche i dettagli più insignificanti, quelli in cui ognuno potrà riconoscersi e che ci aiuteranno a scegliere tra le cinque finaliste. La nostra primadonna è arrivata in finale con una poetessa, una mezzofondista, un’assistente sociale e una conduttrice televisiva, avete scritto. E aggiunto: è solo a un passo dall’essere la Slovena del 2000; le Sue risposte le permetteranno o meno di compierlo.
Se dovessi tornare indietro, probabilmente non lo rifarei. Ma ormai è andata. Ho davanti a me un plico di fogli che ho intitolato Morte di una primadonna slovena. La notte sta lentamente schiarendo. Tra un’ora o due svanirà.
Vi accorgerete che, pur avendo risposto pressoché a tutte le domande, non ho seguito l’ordine da voi suggerito. L’ho rispettato solo all’inizio (Il ricordo più bello che ha di lei? La prima intervista, ovvero che cosa è successo con le rose?) e alla fine (È tornato ancora in Slovenia? Ha forse dimenticato qualcosa che ci può definitivamente convincere che è proprio lei la Slovena del 2000?). Nel mezzo ho disposto le domande in modo che vi sia facile seguire la nostra storia e la sua fine. Perché posso davvero chiamare storia tutto quello che è successo a lei e a noi due, e posso farlo proprio perché ha avuto anche una fine.
Non ho risposto ad alcune domande sull’opera, come Puccini o Janáček? Questo spetta al regista catalano Lluis Toronto, per non citare che lui, il quale sta per pubblicare i diari delle sue ultime regie, di cui la primadonna slovena è stata protagonista.
Molte altre domande me le sono poste da me, come vedrete, soprattutto su Pablo Ortez e Julijan Remek, e anche sulla signora Ingrid. Le vere domande ce le poniamo sempre da soli, anche se ciò non significa che conosciamo le risposte.

Brina Svit, Morte di una primadonna slovena (tit. originale Smrt slovenske primadone), Zandonai, Rovereto 2007. Traduzione di Sabrina Tržan e Simonetta Calaon. 197 pagine, 14,50 euro.

* Il libro sul sito dell’editore, dove è anche possibile sfogliarne un’anteprima.

 

[Incipit] Il rogo nel porto

Le fauci del leone di pietra

Casette a tre piani che uno spiazzo erboso – una “campagnetta” della stazione Campo Marzio, per metà verde e per metà spelacchiata – separa dai binari. Corde da un palo all’altro, e sulle corde biancheria stesa ad asciugare. D’inverno, quando soffia la bora, la biancheria è un pavese di bandierine infuriate, d’estate è bianca impotenza nella calura. Altrettanto impotente e assonnato è, d’estate, pure l’alveo di pietra sottostante la campagnetta, e le sue rotaie, sulle quali brillano oblunghi occhi di metallo.
Il muro sotto la campagnetta è alto, perciò dalle case alla strada s’inarca un cavalcavia con gradini su entrambi i lati; al di là del cavalcavia c’è una strada bianca e un secondo muro. Sotto, fino al mare, luccica un labirinto di rotaie.
Le piccole locomotive che trasportano i vagoni merci da un binario all’altro avanzano ansimando. È un miracolo che, nel meandro di binari e scambi, trovino sempre quello giusto. Ma qualche volta, per timore di aver sbagliato, il vapore sbuffa per l’imbarazzo e fischia, e il suo sibilo acuto echeggia dai muretti e dal cavalcavia. Allora fischia pure il ferroviere e sventola la bandierina rossa, facendo tornare indietro il convoglio; uno solo se la dà a gambe su un altro binario, come un vitellino scavezzacollo. Ancora più lontano ci sono i bacini di carenaggio con le fiancate d’acciaio delle navi protette tutt’intorno da travi. La nave si libra nell’aria come fosse imprigionata nello scheletro di mastodontici pesci. I martelli picchiano sulle lastre d’acciaio, la locomotiva fischia, mentre al di sopra dei magazzini del Porto Nuovo svetta il collo delle gru.

Boris Pahor, Il rogo nel porto (tit. originale Kres v pristanu), Zandonai, Rovereto (TN) 2008. Traduzione di Mirella Urdih Merkù, Diomira Fabjan Bajc e Mara Debeljuh. 224 pagine, 18 euro.

* Boris Pahor su Wikipedia.
* Il libro sul sito dell’editore, dove è anche possibile sfogliare l’anteprima.
* Una recensione su Lankelot.
* Un altro brano.

La farfalla sull’attaccapanni

«Danilo, pej sem» disse Julka.
Stava ancora guardando fuori dalla finestra. Voltava le spalle alla classe. Il chiasso era improvvisamente cessato e gli scolari avevano preso posto nei banchi. Poteva sembrare che stessero escogitando qualche nuova marachella e che da un momento all’altro avrebbero scatenato una vera baraonda. In realtà lei non si era accorta che il maestro stava rientrando in classe.
«Pej no sem, Danilo» lo sollecitò. Forse pensava a quelle lampade sulle barche che risplendono sotto grandi paralumi come sotto ampi cappelli e ingannano i pesci.
Il maestro si lisciò i capelli sulla tempia destra. Capelli neri e impomatati, lucidi come il catrame. Sotto il naso sottili baffetti appuntiti. All’occhiello il distintivo con il fascio littorio.
Con un lampo negli occhi la chiamò: «Giulia!»
Si voltò con lentezza, come se la sorpresa le avesse tolto ogni forza. Guardò il maestro, quindi i banchi dove tutti trattenevano il fiato; automaticamente si morse appena il labbro inferiore.
«Giulia!» ripeté nuovamente, adirato, ma con quel nome le sembrava che non chiamasse lei, bensì la bambina che le avevano affidato e che lei sbadatamente aveva perso. La finestra aperta alle sue spalle incorniciava la sua piccola, solitaria figura.
«Vieni qui» le disse con gli occhi lampeggianti.
Julka si mosse e già le dita impazienti del maestro l’avevano afferrata per l’orecchio.
«Non voglio più sentire quella brutta lingua» disse camminando fra i banchi  e tirandosela dietro. «Non voglio.»  La sua voce ansimava. «Avete capito che non voglio?»
La classe guardava esterrefatta sia lui sia Julka. Lei osava appena muovere gli occhi per non accentuare con un gesto troppo brusco il dolore che provava sotto la sua energica presa. Lui le girava intorno come catturato in un cerchio magico. Fa così il cane da guardia che può muoversi soltanto entro lo spazio circolare consentito dalla catena.
«I quaderni sul banco!»
Nessuno si mosse.
«I quaderni sul banco, ho detto!»
Qua e là qualche mano fece un involontario movimento mentre gli sguardi erano concentrati sul suo volto spiritato.
«Scrivetelo cento volte!» gridò a quegli occhi.
«Devo parlare soltanto italiano» proferì la bocca sotto i baffetti neri. Ma gli occhi lo fissavano immobili, impietriti.
E ancora: «Scrivetelo mille volte!»
Ma quegli occhi allineati, una fila dietro l’altra, ora gli si stavano lentamente avvicinando in un silenzio che pesava come piombo su tutto l’ambiente circostante, sulla sua mano, sulle dita che stringevano in una morsa l’orecchio di Julka. E si sentì risucchiato in un vortice che lo trascinava verso il fondo e tutti quegli occhi lo spingevano sempre più dentro il gorgo.
Allora si voltò per mettersi in salvo.
«Tu, tu, tu» disse cercando di sfuggire al sordo cappio che girava silenziosamente sopra il suo capo. E là dentro, in quel cappio, c’era anche lui che girava perché ora stava tirando Julka per tutti e due gli orecchi, la spingeva e la scuoteva senza rendersi conto di trovarsi vicino alla finestra e di premere la schiena di Julka contro il legno come se volesse farla precipitare nel vuoto, là dove prima volava l’aeroplano di carta. Ma eccolo nuovamente in mezzo alla stanza. «Tu, tu, tu» mormora e si curva quasi a toccare con la sua testa quella di lei. Come nella corrida l’animale inferocito che abbassa la testa con l’arma in cima alla fronte. La spinge così fino alla porta, fino allo stipite. Fino ai ganci di ferro dell’attaccapanni. Sbatte la fronte contro un gancio, si fa male e rialza la testa. Ma improvvisamente le sue mani hanno movimenti più febbrili. Si direbbero quasi in preda a un fremito, come se avessero trovato una via d’uscita dal vortice di quegli occhi infantili. E tremano quando con il palmo tasta il ferro e con l’altra mano solleva di peso Julka e infilza sul gancio le sue fitte trecce.

Da: Boris Pahor, Il rogo nel porto (tit. originale Kres v pristanu), Zandonai, Rovereto 2008. Traduzione di Mirella Urdih Merkù, Diomira Fabjan Bajc, Mara Debeljuh, Boris Pahor. 224 pagine, 18 euro.

* Boris Pahor.
* Il libro sul sito di Zandonai Editore.
* Una recensione su Lankelot.
* Altra recensione.