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Elizabeth von Arnim, Amore

Elizabeth von Arnim, Amore (tit. originale Love), Bollati Boringhieri, Torino 1998. Traduzione di Ilaria Dagnini Brey.

Se vi iscrivete alla newsletter, Il Libraio vi regala sette ebook, o almeno così era fino a qualche tempo fa, non so se la promozione è ancora in corso. Fra gli ebook che Il Libraio mi ha regalato c’era questo romanzo di Elizabeth von Arnim, un’autrice che non avevo mai letto e un libro che non avrei mai degnato di uno sguardo se non me l’avessero regalato. Invece è stato una piacevole sorpresa.

Prima di tutto occorre dire che il libro è stato pubblicato originariamente nel 1925, quindi il modo in cui affronta il tema è piuttosto controcorrente per l’epoca. Inoltre, l’autrice ha tratto spunto per questo romanzo dalle proprie vicende, rendendo il libro parzialmente autobiografico, seppure ovviamente in modo romanzato.

Siamo a Londra negli anni Venti del Novecento, Catherine è una vedova di 47 anni a cui piace andare a teatro, e proprio qui farà conoscenza di un altro appassionato di teatro e musica, Christopher Monckton, che di anni ne ha 25. Inizia fra i due una bellissima amicizia che presto Christopher trasforma in amore. Catherine si schermisce e cerca di tenerlo a distanza, pur apprezzandone moltissimo l’amicizia. Cerca in tutti i modi di fargli capire che è più vecchia di lui, ma non riesce a dirgli di avere una figlia ormai sposata. Di fatto non gli rivela mai la sua età. Catherine è estremamente giovanile, tanto che Christopher pensa che abbia solo pochi anni più di lui. Questo non lo spaventa minimamente, perché quando si è innamorati pochi anni di differenza non sono certo un problema. Finalmente Catherine riuscirà, dopo diverso tempo, a fargli capire che la differenza di età fra loro due è molta, ma Christopher, innamoratissimo, non si fa spaventare. Del resto anche Virginia, la figlia diciannovenne di Catherine, è sposata con un uomo molto più anziano di lei, coetaneo della madre e che ha addirittura un aspetto decrepito, perlomeno agli occhi di Christopher.

Tuttavia sappiamo bene come vanno le cose, e uso volutamente il presente perché disgraziatamente è tuttora così, anche dopo più di 90 anni dalla pubblicazione del romanzo. Quello che intendo dire è che, sebbene si storca sempre un po’ il naso di fronte alle unioni in cui i due hanno una grande differenza di età, questa differenza è tollerata piuttosto tranquillamente se è l’uomo a essere più anziano della donna, ma mai se è il contrario. Basti pensare al nuovo presidente francese, salito inizialmente agli onori delle cronache soprattutto perché la moglie è molto più anziana di lui, e capirete di cosa sto parlando.

È per questo motivo che Catherine cerca di svincolarsi dall’opprimente amore di Christopher, cerca in tutti i modi di sfuggirgli, e si convince lei stessa di non esserne innamorata. Ma poi, è innamorata davvero oppure no? Non è molto chiaro, nel corso del romanzo, anche se il mio parere è che lei non sia tanto innamorata di lui, quanto di quello che lui offre alla sua vanità, cioè la possibilità di sentirsi più giovane.

L’idea, dunque, che i due possano unirsi in matrimonio, è del tutto ridicola agli occhi di chiunque, Catherine per prima, mentre per Christopher non rappresenta il minimo problema dato che lei ha un aspetto così giovanile. Tuttavia, quando si inizia a far notare che Virginia e suo marito Stephen hanno una differenza d’età ancora maggiore, questo suscita scandalo, perché non è la stessa cosa. Naturalmente, come potrebbe, lui è un uomo che si prende cura di una giovane creatura indifesa, mentre nel caso di Catherine e Christopher è una cosa del tutto immorale.

Come si dice nella postfazione questo, pur essendo pieno di tinte pastello, è un romanzo con un tema molto serio. Le tinte pastello sono evidentissime, nel corso di quasi tutto il libro siamo di fronte a un vero e proprio romanzo d’amore, come del resto dice il titolo. È verso la fine del romanzo che ci accorgiamo che le cose non stanno proprio così per l’autrice, ma naturalmente se siamo lettori attenti ce ne saremo già accorti da un pezzo. Insomma, se vi avvicinate a questo libro cercando una storia d’amore, la troverete senz’altro, ma sbaglierete completamente l’approccio e vi perderete il senso ultimo del libro.

Ciò che interessa all’autrice è mettere a nudo l’ipocrisia di una società dal doppio standard, che accetta che a fare certe cose sia un uomo ma non una donna, la quale invece, come viene ripetuto nel corso del romanzo, deve relegare se stessa a un ruolo subordinato (per tutta la vita ma soprattutto) quando diventa vedova e quando sta per diventare nonna. Ormai la morte è vicina anche se la donna in questione non ha ancora 50 anni, perciò quello che si richiede alla donna è comportarsi come la vecchia che la società crede lei sia. Oltre a questo aspetto, riveste un’enorme importanza l’incapacità di lasciar andare la giovinezza. Elizabeth von Arnim sa perfettamente che Catherine a 47 anni è tutt’altro che vecchia, ma sa anche che non è più una ragazza. Tuttavia Catherine vorrebbe disperatamente essere ancora una ragazza, e questo comporterà grossi problemi per lei e per Christopher. L’autrice sembra volerci dire che non dobbiamo accettare la doppia morale imposta dalla società inglese del tempo, ma che allo stesso tempo non dobbiamo illuderci di essere ancora quel che non siamo e non saremo più. Inoltre, l’autrice mette in luce la fatuità di alcuni tipi di amore che, sebbene sembrino essere totali e pieni di dedizione, non sono in ultima analisi che basati sulle apparenze, e si sgretolano quando queste apparenze per un motivo o per l’altro vengono messe da parte e viene mostrata la verità.

Il romanzo è dunque ricco di spunti interessanti che sono sapientemente nascosti dietro una facciata dolce, amorevole e carina (parola che ricorre spesso nel corso del libro). Quasi come se l’autrice volesse ricreare nella struttura narrativa proprio quello che con la trama ci vuole far vedere: cioè nascondere con un’apparenza di tonalità pastello quella che è la verità, ovvero un romanzo fortemente impegnato dal punto di vista sociale.

Non l’ho trovato un romanzo eccelso, anche perché io non sono nota per amare i toni pastello anche quando questi celano qualcosa di più profondo, tuttavia mi è piaciuto e lo consiglio.

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Michel Faber, Il petalo cremisi e il bianco

Michel Faber, Il petalo cremisi e il bianco (tit. originale The Crimson Petal and the White), Einaudi, Torino 2003. Traduzione di Elena Dal Pra e Monica Pareschi.

Siamo a Londra nel 1875, una Londra equamente divisa fra gente del gran mondo, con ricevimenti, feste eccetera, e gente del popolino, quella che si deve attaccare alla lotta per la sopravvivenza con le unghie e con i denti. Sugar fa parte di quest’ultimo ambiente: è infatti una prostituta, per giunta molto ricercata perché fa tutto quello che le viene chiesto. William Rackham invece fa parte del primo mondo, e ovviamente è uno che le prostitute le frequenta in lungo e in largo, perciò è inevitabile che prima o poi le sue voglie perverse lo conducano fino a Sugar.

Del resto è forse inutile riassumere questa storia perché penso che ormai, dopo 15 anni dall’uscita del libro in lingua originale, la conosciamo un po’ tutti.

Possiamo dire che questo è un libro su tante tematiche: sulla vita di Sugar, che soffre e si riscatta, sulla vita dell’annoiato Rackham, sulla vita di Agnes, la moglie di Rackham, sulla prostituzione, sulla Londra vittoriana, sulla sopraffazione delle donne da parte degli uomini e anche di alcune donne. Del resto in un libro di 985 pagine non possono che essere affrontate tante tematiche, diverse ma collegate tra loro.

Il libro, nonostante la mole, si lascia leggere molto bene, dopo un po’ mi ritrovavo ad aver letto un centinaio di pagine senza neanche essermi accorta del passare del tempo. La scrittura è bella, e all’inizio piuttosto particolare, perché l’autore si rivolge direttamente al lettore, cosa che continua a fare anche in seguito, sebbene in maniera estremamente più ridotta. Questo tipo di approccio alla narrazione mi è piaciuto. Faber guida per mano il lettore, siamo ovviamente di fronte a un narratore onnisciente, ma è qualcosa di più: come, appunto, una guida, che porta me, lettrice, me personalmente, nelle vie di Londra, da quelle squallide alle zone più signorili, e mi accompagna nelle vicende e nella mente dei personaggi.

Quella che più mi è piaciuta, devo dire, è stata la storia di Agnes Rackham, una donna che è una vittima totale e alla quale, probabilmente, viene negato anche il riscatto conquistato invece da Sugar. Agnes è vittima della società, delle convenzioni, del marito, del padre adottivo che le vieta la fede cattolica, del dottor Curlew, della propria follia, della propria malattia di cui non conoscerà mai la vera origine. Certo, non è simpatico questo personaggio, ma non ho potuto che solidarizzare con lei e soffrire insieme a lei per la violenza inaudita di cui è fatta vittima, sotto il manto del perbenismo borghese che vorrebbe far sembrare tutto normale.

Anche Sugar mi è piaciuta molto, o meglio non lei, quanto la sua storia. All’inizio sembra una prostituta come tante, e in effetti lo è, ma la sua storia è tremenda e anch’essa intrisa di violenza. Come probabilmente era la storia di tante altre prostitute, ma noi siamo messi di fronte a quella di questa prostituta in particolare, e non possiamo che soffrire con lei, e gioire con lei quando le cose sembrano andare meglio.

Tuttavia niente è come appare, siamo pur sempre nell’Inghilterra vittoriana e, mentre William Rackham sembra piuttosto progressista per certi versi, e potrebbe apparire innamorato a un occhio poco attento, è pur sempre un uomo benestante di fine Ottocento, e questo si rivela in tutta la sua potenza nel corso del romanzo. William è, a mio parere, un essere del tutto spregevole per vari motivi, primo fra tutti il modo di trattare la moglie e l’amante, che per lui non sono che degli oggettini carini o fastidiosi a seconda delle circostanze. Anche l’atteggiamento nei confronti della figlia e delle persone appartenenti alle classi inferiori è riprovevole, e devo dire che ho trovato questo personaggio il più spiacevole di tutto il libro.

Il romanzo, dato l’argomento, è intriso di sesso e non potrebbe essere altrimenti, perciò se non vi piacciono questo tipo di libri espliciti fareste meglio a starne alla larga. Non si tratta, ovviamente, di un romanzo erotico né niente del genere, ma la sessualità è importante per tutti i personaggi del libro o quasi.

La nota stonata è il finale, che rimane aperto, e mi è sembrato buttato lì come se Faber si fosse stufato di scrivere a un certo punto e avesse semplicemente detto: “Ora basta con questo libro, dopo 985 pagine mi sono stancato, ora la chiudo qui e chi si è visto si è visto”. Probabilmente è andata proprio così, perché la repentinità del finale, lasciato completamente irrisolto, è tale da far pensare che ci si trovi a un certo punto sull’orlo di un precipizio, e che si debba semplicemente tornare indietro perché basta, non c’è altro da fare, la corsa finisce qui. Non è neanche tagliato con l’accetta, è segato di netto e l’autore ha pure la faccia tosta di dire che i romanzi devono pur finire a un certo punto. Mi ha lasciato proprio l’amaro in bocca.

Geraldine Brooks, People of the Book (Australia)

Geraldine Brooks, People of the Book, Fourth Estate, London 2008. 372 pagine.

Mi capita molto di rado di leggere lentamente perché non voglio che un libro finisca. Con questo libro mi è capitato. Leggevo poche pagine, poi mi fermavo e facevo qualcos’altro. Non potevo tollerare che il libro finisse. Ora che è finito, un po’ mi dispiace, ma so che porterò sempre con me il suo ricordo.

Il romanzo è la storia fittizia di un libro vero, la Haggadah di Sarajevo. Un libro ebraico antichissimo, realizzato in Spagna nel XIV secolo (XV nel romanzo). Uno dei libri più belli che ci siano stati tramandati. Nel romanzo, nel 1996 il libro viene ritrovato in una Sarajevo sconvolta dalla guerra, grazie a un bibliotecario musulmano. È una scoperta importantissima, sia perché si pensava che il manoscritto fosse stato distrutto durante la guerra, sia per il suo valore simbolico, perché deve servire come simbolo dell’unità di un Paese martoriato dalla guerra. Dall’Australia viene chiamata Hanna Heath a restaurarlo, una giovane restauratrice molto esperta nonostante i suoi trent’anni.

Il romanzo è la storia di questo libro preziosissimo. La storia di Hanna, che lo restaura, e la storia del libro come oggetto fisico, che seguiamo attraverso dei salti indietro nel tempo intervellati con la storia di Hanna. Per esempio, come ci è finita dentro un’ala di farfalla? E quella macchia di vino, che storia racconta? L’autrice ci porta indietro nel tempo per scoprire questo e altri misteri, e lo fa in modo magistrale. La scrittura di Brooks è fluida, scorrevole, bella.

Un romanzo per chi ama i libri antichi, ma anche per chi ama le belle storie. Consigliatissimo.

In italiano è tradotto da Neri Pozza con il titolo di I custodi del libro.

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature altre.]

 

Libri dall’Australia

Geraldine Brooks, Annus Mirabilis, Neri Pozza: È una mattina del 1666 a Eyam, un piccolo e isolato villaggio di montagna del Derbyshire, in Inghilterra, e nel grazioso cottage in cui vive, Anna Frith ha appena finito di allattare il piccolo Tom e di scrutare amorevolmente Jamie, che gioca da solo accanto al focolare, spargendo ovunque pezzetti di rami. Riempita una brocca d’acqua fresca e tagliata una fetta di pane, Anna si avvia verso la scala della soffitta, per raggiungere la stanza dove dorme Mr. Viccars. Dal giorno in cui Sam Frith se n’è andato, sepolto da una valanga nel giacimento di piombo in cui lavorava, è trascorso un inverno intero. In primavera, Gorge Viccars è venuto a bussare alla porta del cottage in cerca d’un alloggio e Anna, vedova a diciotto anni con due bambini, ha pensato bene che l’avesse mandato Dio. Viccars è un sarto girovago, conosce Londra e York, l’intensa vita portuale di Plymouth e il traffico di pellegrini di Canterbury. Ha visto mercanti di seta che hanno attraversato l’Oriente e fatto amicizia con produttori di merletti persino tra gli Olandesi; ha visto marinai di Barberia che si avvolgono il volto color rame in turbanti di intenso color indaco, e mercanti che hanno mogli tutte velate. Ed è straordinariamente gentile: ieri le ha fatto dono di un meraviglioso vestito di lana fine verde dorato, con l’orlo e i polsi ornati di pizzo genovese. Perché però ora l’accoglie con strani gemiti e non con la sua solita, contagiosa allegria? Anna entra nella stanzetta dal soffitto basso e per poco la brocca non le cade di mano. Il volto giovane e bello della sera precedente è scomparso. Gorge Viccars giace con la testa spinta di lato da un bubbone grande quanto un maialino appena nato, un rigonfiamento di carne lucida e pulsante. Così, nelle pagine di questo romanzo, la peste giunge a Eyam, in una mattina del 1666. Inaspettata e innocente eroina, Anna deve affrontare la morte nella sua famiglia, la disintegrazione della sua comunità (non appena la peste penetra nelle loro case, gli abitanti di Eyam smarriscono la loro fede e si abbandonano a ottusità e superstizione) e il pericolo di un amore illecito. L’ Annus Horribilis della peste, però, è destinato a trasformarsi in un Annus Mirabilis , un anno di meraviglie… Romanzo indimenticabile che svela «la meraviglia del coraggio umano» (Library Journal), Annus Mirabilis è anche un’avvincente storia d’amore in cui dolore e gioia, perdita e resurrezione si alternano mirabilmente.

Geraldine Brooks, L’idealista, Neri Pozza: È un giorno di novembre del 1861 in Virginia, e la Guerra civile infuria. Nella casa dei Clement, una tipica dimora del Sud, con i muri bianchi che si innalzano verso alti soffitti intonacati con rosoni, la scalinata sinuosa al centro col motivo intagliato di foglie d’acanto, le statue d’un bianco accecante, i pavimenti di legno scuro, i passati splendori sono solo un vago ricordo. Nel salotto dove un tempo, avvolta in una spuma di merletto candido, la signora Clement riceveva, sono ora accampati i feriti delle truppe unioniste. Dormono per terra, sui preziosi tappeti turchi che ravvivano ancora il legno scuro del pavimento.
Il vecchio Augustus Clement, rimasto solo, si aggira per le stanze acciaccato come una pentola di coccio sbattuta su un sasso. Ogni tanto è soccorso dall’unica persona della servitù rimasta: una bella schiava nera che attira lo sguardo degli uomini.
Sdraiato per terra, in un angolo del salotto, il cappellano March è agitato da un tumulto di pensieri e sentimenti. Si è arruolato nelle truppe unioniste per non sottrarsi alla battaglia del sangue, dopo aver combattuto quella delle parole. Quella casa, però, gli riporta alla mente ricordi che credeva irrimediabilmente perduti.
In una primavera di vent’anni prima, quand’era un venditore ambulante del Connecticut, March aveva bussato alla porta dei Clement ed era rimasto a lungo loro ospite. Tra le pareti di quella casa si era duramente scontrato col patriarca Augustus, con le sue ottuse e crudeli idee schiaviste, e tra le braccia di Grace, la bella schiava nera, aveva scoperto come la bocca delle donne possa avere a volte lo stesso sapore dell’acqua di sorgente.
Per scacciare il turbamento di quella primavera lontana, March estrae dalla tasca della camicia un piccolo involto di seta, da cui trae delicatamente fuori un riccio biondo, un ciuffo nero, un ricciolo castano: le ciocche dei capelli di Amy, Beth e Meg, le sue care, amate piccole donne… Appassionata lettrice di Piccole donne, Geraldine Brooks ha voluto, con L’idealista, rivolgere un doppio omaggio al celebre libro di Louisa May Alcott: narrare quello che vi è taciuto, l’anno trascorso in guerra dal padre delle sorelle March, e modellare la figura di quest’ultimo su quella di Bronson Alcott, il padre di Louisa May, uno dei grandi esponenti, con Emerson e Thoreau, dell’idealismo americano del XIX secolo.
Il risultato è uno straordinario romanzo storico in cui la rettitudine e la crudeltà, la speranza e la rassegnazione, gli ideali e il cuore si fronteggiano inesorabilmente.

Geraldine Brooks, I custodi del libro, Neri Pozza: È la primavera del 1996 a Sarajevo e Hanna Heath, trentenne restauratrice australiana di manoscritti e libri antichi, è appena giunta nella capitale bosniaca devastata da cinque anni di guerra civile e ancora sotto il fuoco dei cecchini.
Alle due del mattino di qualche giorno prima, Hanna ha ricevuto da Gerusalemme una telefonata da un insigne studioso di antichi manoscritti ebraici. Con voce eccitata, l’israeliano le ha comunicato che durante il pranzo di Pesach, la Pasqua ebraica, il capo della comunità giudaica di Sarajevo, con un teatrale colpo di scena, ha tirato fuori la Haggadah venuta alla luce nel 1984 nella capitale bosniaca, il celebre libro di preghiere che si pensava ridotto in cenere sotto i bombardamenti del ’92.
Hanna ha sussultato alla notizia. Conosce bene la Haggadah di Sarajevo: un manoscritto ebraico prodotto in Spagna in età medievale e ricco di variopinte miniature, inusuali in un’epoca in cui la fede giudaica condannava ogni genere di illustrazione; un’opera così preziosa e fondamentale nella storia dell’ebraismo e dell’umanità che quando, negli anni Quaranta, i nazisti e i famigerati reparti della Mano Nera cercarono di impadronirsene, il bibliotecario musulmano del Museo di Sarajevo la pose in salvo.
E ora, stando a quanto le ha riferito l’israeliano, il libro è stato nuovamente sottratto alla furia distruttrice e alla follia degli uomini da un musulmano: il direttore della biblioteca del museo che, in un giorno del 1992, sotto una pioggia di bombe, l’ha nascosto e posto al riparo.
Hanna si è affrettata ad accettare l’incarico di restaurarlo ed è accorsa subito al Museo Nazionale di Sarajevo, dove ora stringe tra le mani quel manoscritto raro e di grande bellezza con le sue miniature dai colori ancora puri e vividi come nel giorno lontano in cui sono stati stesi sulla carta.
È dalla sua voce che apprendiamo la magnifica storia dell’opera, una vicenda fatta di macchie di vino e di sangue, di splendidi fermagli smarriti, di farfalle di montagna, di storie d’amore e di vigliaccheria, di secoli di splendore e di decadenza, e di gloriose città: la Siviglia del 1480, la Tarragona del 1492, la Venezia del 1609, la Vienna del 1894.
Dopo Annus mirabilis, Geraldine Brooks ci offre con I custodi del libro un’altra prova del suo incomparabile talento, narrandoci l’avvincente storia di un manoscritto sopravvissuto all’Inquisizione e a tutte le persecuzioni sofferte lungo il corso dei secoli dagli ebrei, un libro che simboleggia la forza stessa della vita che si oppone alle tenebre della morte.

Geraldine Brooks, L’isola dei due mondi, Neri Pozza: America settentrionale, 1660. Bethia Mayfield ha quindici anni quando una sera dal suo letto sente il padre e il fratello annunciare quella che per lei è un’insperata felicità: Caleb della tribù wampanoag, da anni suo grande amico segreto, andrà a vivere nella loro casa, dopo il battesimo e la conversione alla religione cristiana.
Bethia è nata e cresciuta in una piccola comunità inglese di pionieri puritani insediatisi sull’isola di Martha’s Vineyard, un lembo di terra affacciato sull’oceano atlantico, schiacciato tra la selva e il mare. È sempre stata una bambina seria e silenziosa, e ha accentuato il suo carattere solitario dal giorno in cui l’amata mamma è morta dopo aver dato alla luce la piccola Solace.
Inquieta e curiosa, Bethia subisce a malincuore quello che è il destino di una ragazzina del XVII secolo: non accedere all’istruzione o, come dice Makepeace, il suo pingue e pigro fratello, essere «dispensata» dall’onere degli studi.
Trascorre così le giornate occupandosi di Solace, della casa e del padre, il pastore della comunità, un uomo di specchiata e intransigente moralità. Nei momenti liberi, tuttavia, la sua ansia di sapere, il suo desiderio di conoscenza dello strano mondo e delle cose che la circondano prendono il sopravvento. Bethia se ne va in giro per l’isola, a esplorare baie e boschi, e a osservare i nativi e i loro riti, che la affascinano e al tempo stesso la turbano, tra consapevolezza di libertà e paura del peccato.
Ha dodici anni quando incontra Caleb, e la sua esistenza ne sarà segnata per sempre. La profonda amicizia che si instaura tra i due li porta a imparare l’uno la lingua, la cultura, la religione dell’altro. Il giovane Caleb rispetta e venera la natura, non conosce il significato del termine «peccato», non capisce perché gli inglesi, che amano circondarsi di così tante cose, si accontentino di un solo dio, per giunta lontano e invisibile. Bethia gli legge brani delle Scritture, gli regala una copia gualcita del catechismo, ma in cuor suo brucia dalla voglia di fare sua, almeno per un solo trasgressivo istante, l’«avventura idolatra» del suo giovane amico.
Due mondi lontani, situati sulla stessa isola, si incontrano e si desiderano.
E l’incontro sembra trovare un magnifico e inaspettato coronamento quando Caleb accoglie il Dio dei cristiani e decide di intraprendere un cammino di studio, inizialmente accanto al pastore Mayfield e alla sua famiglia, poi sempre più lontano da Bethia, fino a diventare quello che Bethia non può, o meglio quello che a Bethia è proibito essere: una persona istruita che può liberamente decidere del suo destino.
Ispirato alla storia vera del primo nativo americano laureatosi a Harvard, L’isola dei due mondi è un magnifico romanzo che narra di amicizia e libertà, emancipazione e pregiudizio in un’epoca in cui due culture si sfidano e si incontrano per la prima volta.

Colleen McCullough, Uccelli di rovo, Bompiani: La storia dei Cleary inizia ai primi del ‘900 e si conclude ai giorni nostri, nel grandioso scenario naturale dell’Australia. Gli anni consumano le vite in una vicenda di sentimenti e passioni, di fede e amore, sulla quale si stende grave e inesorabile il senso della giustizia divina. I personaggi soprattutto memorabili figure femminili, tenere e orgogliose – vanno incontro al destino come gli uccelli di rovo della leggenda australiana, che cercano le spine con cui si danno la morte.

Tutti i libri di Colleen McCullough: http://it.wikipedia.org/wiki/Colleen_McCullough#Bibliografia

DBC Pierre, Vernon God Little, Einaudi: Il quindicenne Vernon Gregory Little ha un problema.
Ha qualcosa a che fare con il massacro di 16 studenti nel suo liceo. Ma perché lui era fuori, quando il suo amico Jesus ha imbracciato il fucile? Che cosa stava nascondendo? Vernon sa di essere innocente, ma sa anche che essere innocente è proprio un bel guaio in questa strana diabolica società, pronta a farti un processo in diretta su tutte le reti televisive, e magari inventarsi poi un Grande Fratello in prigione, tra i condannati a morte. E quando tutti, ma proprio tutti, sono pronti a venderti per un pezzetto di celebrità.
Accadono strane cose in Vernon God Little. Una strage in una scuola, una caccia all’uomo, un sospettato che si difende con un alibi scatologico, una sentenza capitale che i media elevano a pornografia, una fuga on the road verso un Messico al tempo stesso reale e da cartolina. Gran maestro di questa cerimonia è un giovane talento che si è rivelato in forma di demone narrativo scatenato e irriverente: DBC Pierre è il genio pop che esordisce in tutto il pianeta con questo manuale a uso delle generazioni future – un capolavoro annunciato che, per dirla con i critici, lascerà il segno.
DBC Pierre riesce a esplorare la mappatura sentimentale ed emotiva del presente, in una scorribanda che tocca ogni latitudine di un’America ascesa a sogno planetario: tenerezza e cinismo, humor nero e leggerezza gioiosa, nichilismo e felicità naturale, colpa e redenzione – e soprattutto amore.
Vernon God Little non si limita a distruggere. Costruisce, edifica, stendendo un vangelo diretto all’individuo e alla comunità, una comunità ormai divenuta globale e ossessionata dai media.
Brillantissima, comica e tragica al tempo stesso, distesa e solare oppure nervosa e densa, la scrittura di DBC Pierre riesce a parlare a tutti noi, che spesso non sembriamo ricavare dalla letteratura né verità né consolazione né gioia sfrenata. Vernon God Little riesce in questo miracolo. Il «piccolo dio» di DBC Pierre è molto più grande di quanto si sospettava. 

DBC Pierre, Ludmila in fuga, Einaudi: Il nuovo romanzo di DBC Pierre racconta lo sgradevole incontro tra Est e Ovest che segue all’apparizione della fotografia di Ludmila Derev in un sito Internet di spose russe. Dopo l’uccisione del nonno, determinata a salvare la sua famiglia dalle truppe d’occupazione, Ludmila affronta un’amarissima odissea nel mondo e nella condizione femminile. A migliaia di miglia a ovest, i gemelli siamesi Heath, separati dopo trentatre anni di congiungimento all’addome, sono strappati al materno grembo di Albion House, istituto che li ha protetti dalle imboscate della vita vera, e catapultati in una vorticosa ricerca di sesso e libertà. In questo tourbillon picaresco e selvaggio tra i sapori del bacon britannico e della peggiore vodka clandestina russa, Ludmila in fuga è il racconto dell’avventura di tre creature alle prese con l’ignoto.

Markus Zusak, Storia di una ladra di libri, Frassinelli: È il 1939 nella Germania nazista. Tutto il Paese è col fiato sospeso. La Morte non ha mai avuto tanto da fare, ed è solo l’inizio. Il giorno del funerale del suo fratellino, Liesel Meminger raccoglie un oggetto seminascosto nella neve, qualcosa di sconosciuto e confortante al tempo stesso, un libriccino abbandonato lì, forse, o dimenticato dai custodi del minuscolo cimitero. Liesel non ci pensa due volte, le pare un segno, la prova tangibile di un ricordo per il futuro: lo ruba e lo porta con sé. Così comincia la storia di una piccola ladra, la storia d’amore di Liesel con i libri e con le parole, che per lei diventano un talismano contro l’orrore che la circonda. Grazie al padre adottivo impara a leggere e ben presto si fa più esperta e temeraria: prima strappa i libri ai roghi nazisti perché «ai tedeschi piaceva bruciare cose. Negozi, sinagoghe, case e libri», poi li sottrae dalla biblioteca della moglie del sindaco, e interviene tutte le volte che ce n’è uno in pericolo. Lei li salva, come farebbe con qualsiasi creatura. Ma i tempi si fanno sempre più difficili. Quando la famiglia putativa di Liesel nasconde un ebreo in cantina, il mondo della ragazzina all’improvviso diventa più piccolo. E, al contempo, più vasto. Raccontato dalla Morte – curiosa, amabile, partecipe, chiacchierona – Storia di una ladra di libri è un romanzo sul potere delle parole e sulla capacità dei libri di nutrire lo spirito. Con una scrittura straordinaria per intensità e passione, Markus Zusak ci consegna uno dei romanzi più indimenticabili del nostro tempo.

Under the Skin

Michel Faber, Under the Skin, Canongate, Edinburgh 2000. 296 pagine.

Ho letto questo libro in completa innocenza e ignoranza. Sapevo solo che ce l’avevo da un po’ nella lista dei desideri, ma non ricordavo perché né di cosa parlasse. L’ho trovato in e-book a pochi euro e l’ho preso. È il primo libro che leggo di Faber. Tutto qua.

Inizio a leggere e trovo una specie di pin-up che va in giro con la sua macchina a raccogliere autostoppisti, ma solo quelli ben piazzati, belli muscolosi ma non grassi, degli altri non sa che farsene. Il primo capitolo sembra parlare di sesso. Mi annoio subito e penso di smettere, ma qualcosa mi fa andare avanti, qualcosa mi dice che non può essere così semplice. E infatti non lo è.

Se leggete in giro troverete l’intera trama del libro, state lontanissimi per esempio da Wikipedia che svela proprio tutto. Io non voglio dirvi l’intera trama del libro, vorrei che voi ci arrivaste vergini e ignoranti come ci sono arrivata io, per quanto potete.

L’unica cosa che posso dire è che è un libro che non accetta categorizzazioni. È un horror? Lo sembra. È un libro di fantascienza? Probabilmente lo è. È un’allegoria? Senz’altro. È solo grande letteratura? Chissà, solo la storia saprà dirlo. Ci ho messo un po’ di tempo per elaborarlo, una volta finito. Per capire se mi era piaciuto o no. Ero oscillante fra “fa schifo” ed “è bellissimo”. Forse solo la grande letteratura permette di oscillare così fra due giudizi estremi. Sotto la pelle (il titolo italiano, tradotto da Einaudi) è un libro che non lascia indifferenti. O lo ami o lo odi. Alla fine ho deciso che lo amo, ma potrei odiarlo fra pochi giorni.

Forse non è un libro tanto smart, non sono un’esperta di fantascienza (tutt’altro), ma non mi sembra particolarmente originale, oltre a lasciar intravedere molto spesso cosa verrà dopo. Butta indizi qua e là, ma sono indizi così facilmente decifrabili da sembrare messi lì apposta per essere decifrati subito. Però ha il pregio di essere scritto benissimo. E penso che vada letto in lingua originale, quando possibile, perché è una lingua ricca e corposa, veramente inventiva. L’autore, peraltro, è di origine olandese, cresciuto in Australia e ora vive in Scozia.

Non so se mi sento di consigliarlo. Però sappiate che non tornerete indietro, se lo leggerete. E fatemi sapere che ne pensate, se lo leggete, ché sono curiosa.

Qualche link:

* Alcuni estratti su TecaLibri.
* Il primo capitolo, in inglese.
* Una recensione.
* Una recensione, in inglese, che svela parecchio ma è molto bella.
* Michel Faber su Wikipedia.
* Il film tratto dal libro.

[Questa recensione partecipa alla sfida delle letterature altre ed è pubblicata anche sul relativo blog.]