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Doris Lessing, Gatti molto speciali

Doris Lessing, Gatti molto speciali (tit. originale Particularly Cats), Feltrinelli, Milano 2017. Traduzione di Maria Antonietta Saracino.

Doris Lessing con questo libro, pubblicato originariamente nel 1967, ci regala un inno d’amore ai gatti. Impreziosito in questa nuova edizione Feltrinelli dalle bellissime illustrazioni della catalana Joana Santamans.

Per qualche motivo pensavo che si trattasse di un romanzo, mentre invece l’autrice narra le storie dei gatti che ha realmente avuto nella sua vita.

Premio Nobel per la Letteratura nel 2007, Doris Lessing è nata in Persia e cresciuta in Rhodesia, oggi Zimbabwe.

I primi gatti della sua vita sono proprio quelli che ha avuto o da cui è stata circondata nell’infanzia in Africa. Gatti selvatici e gatti domestici, a volte, ma non sempre, inselvatichiti. La madre dell’autrice era addetta all’eliminazione dei gatti “di troppo”, perché altrimenti la famiglia sarebbe stata sommersa dai gatti. Non so infatti se fosse tipico dell’epoca, ma quasi tutti i gatti di Lessing non sono stati sterilizzati e hanno perciò sfornato innumerevoli gattini, che il più delle volte era impossibile tenere e quindi venivano dati via o, come in Africa e una volta anche nel Regno Unito (dove la scrittrice ha trascorso la sua vita adulta), soppressi, sebbene a malincuore.

Protagoniste indiscusse di questo libro sono la gatta grigia e la gatta nera (nessuno dei gatti di Lessing ha un nome), ovvero le due gatte che l’autrice ha ancora con sé al momento in cui scrive il libro. Tuttavia non sono certo le uniche e, se le prime pagine, popolate di gatti africani, sono molto dure a causa degli innumerevoli gatti uccisi, le ultime, in cui si narra di una gatta avuta in precedenza, sempre in Inghilterra, sono molto belle e toccanti. Le storie che hanno per protagoniste la gatta grigia e la gatta nera sono a volte divertenti, a volte tenere, a volte crudeli, sempre deliziose.

È un libro senza pretese, il cui unico intento è celebrare la figura del gatto. Piacerà molto agli appassionati di gatti, ma ho qualche dubbio che possa far innamorare dei gatti chi non li ama già, perché l’autrice non fa mistero dei difetti di questi animali. Tuttavia per gli amanti dei gatti è una lettura praticamente obbligatoria.

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Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi – 1923

Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi (tit. originale Duineser Elegien), Feltrinelli, Milano 2006. Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien. Anno di pubblicazione originale 1923.

Come ho detto mille volte, non sono capace di recensire poesia. In particolare, avevo letto parti di questo libro anni fa, forse per qualche esame di letteratura tedesca o forse per altri motivi che non ricordo, e ora l’ho ripreso in mano perché avevo piacere di leggerlo dall’inizio alla fine. È stata una lettura faticosissima, le note sono pochissime e, soprattutto, manca un apparato critico che per testi di una tale complessità è secondo me indispensabile. Io non so niente di poesia, per quanto sappia forse qualcosa (ma assolutamente non abbastanza) di letteratura tedesca. Per questo motivo ho avuto molte difficoltà a capire questo testo. Nell’avvertenza i due traduttori lamentano il fatto che le Elegie duinesi siano spesso lette per la loro bellezza poetica e che ne vengano conseguentemente ricordati solo alcuni passaggi, i più famosi. Beh, proprio per questo avrei davvero gradito un’introduzione, un commento all’opera, qualcosa che mi spiegasse cosa stavo leggendo. In mancanza di questo, anche io non potrò che ricordare alcuni passaggi di queste elegie.

Vi riporto dunque parte della decima e ultima elegia, secondo me la più bella.

[…]

Più avanti ancora è tratto l’adolescente; ama
forse una giovane Dolente…… La segue nei prati. Lei dice:
– Lontano. Noi abitiamo là fuori… Dove? E l’adolescente
la segue. Lo commuove il portamento. La spalla, il collo –, forse
è di splendida origine. Ma lui la lascia, va indietro,
si gira, accenna… Che è mai? È una Dolente.

Solo i giovani morti, nel primo stato
di tranquillità senza tempo, nel disabituarsi,
volentieri la seguono. Fanciulle,
le aspetta e se le amica. Mostra a loro
lieve ciò che ha su di sé. Perle del soffrire e i fini
veli dell’indulgenza. – Con adolescenti cammina
in silenzio.

Ma là dove abitano, nella valle, una Dolente più anziana
si prende cura dell’adolescente, quando lui chiede. – Eravamo,
lei dice, una grande stirpe, una volta, noi Dolenti. I padri
facevano là i minatori nella grande montagna; dagli uomini
trovi, talvolta, un pezzo levigato di primordiale dolore,
oppure ira d’antico vulcano, pietrificata a scorie.
Sì, questo veniva da là. Ricchi una volta eravamo. –

E lo guida leggiero nell’ampio paesaggio delle Dolenti,
gli mostra le colonne dei templi o le rovine
di quelle rocche, da dove i loro principi dolenti
dominavano saggi un tempo il paese. Gli mostra
i grandi alberi di lacrime e campi di mestizia in fiore,
(viventi li conoscono solo come mite fogliame);
gli mostra al pascolo gli animali del lutto, – e a volte
un uccello spaventa, e piatto volando
traverso il loro sguardo, trae lontano
l’immagine scritta del suo grido solitario. –
La sera lo guida ai sepolcri degli avi
dalla stirpe dolente, le sibille e gli ammonitori.
Ma se notte si avvicina camminano più piano,
e presto si fa luna, il monumento funebre
che su tutto vigila. Fratello all’altro sul Nilo,
la Sfinge maestosa: – della segreta camera
volto.
Ed essi si meravigliano alla testa coronale, che per sempre,
tacendo, ha posto il volto degli uomini
sulla bilancia delle stelle.

La vista di lui non lo coglie, nella vertigine
del giovane morto. Ma lo sguardo di lei,
dall’orlo dello pschent, fa sfuggire la civetta. Ed essa
sfiorando in una lenta carezza la guancia,
là dov’è più rotonda, disegna dolcemente nel nuovo
udito da morto sopra un foglio due volte aperto
l’indescrivibile contorno.

E più in alto le stelle. Nuove. Le stelle del paese del dolore.
La Dolente le nomina adagio: – qui,
vedi: il Cavaliere, la Verga, e la costellazione più colma
la chiamano: Ghirlanda di frutta. Poi, avanti, verso il polo:
CullaCamminoIl Libro brucianteMarionettaFinestra.
Ma nel cielo del Sud, puro come nel palmo
di una mano benedetta, la chiara splendente “M”,
che significa le Madri…… –

Ma il morto deve andarsene, e tacendo lo porta
la Dolente più anziana sino alla gola della valle,
dove scintilla nella luce lunare:
la fonte della gioia. Reverente
la nomina, dice: – Tra gli uomini
è un grande fiume trascinante. –

Stanno ai piedi del monte.
E lei qui lo abbraccia, piangendo.

Da solo si incammina nei monti del dolore primordiale.
E per la sorte muta neppure il suo passo risuona.

[…]

[Incipit] Imre Kertész, Essere senza destino

Oggi non sono andato a scuola. O meglio, ci sono andato, ma solo per farmi esonerare dal nostro professore. Gli ho portato la lettera di mio padre, in cui richiede il mio esonero per “motivi familiari”. Il professore ha chiesto quali fossero questi motivi familiari. Io gli ho risposto che mio padre è stato chiamato al periodo di lavoro obbligatorio; a quel punto lui non ha più fatto obiezioni.
Mi sono precipitato fuori, ma non diretto a casa, bensì alla nostra azienda. Mio padre aveva detto che mi avrebbe aspettato là. E aveva aggiunto di spicciarmi, perché forse ci sarebbe stato bisogno di me. A dire il vero mi ha fatto esonerare proprio per questo. O forse per “sapermi al suo fianco l’ultimo giorno”, prima di “venire strappato via da casa”: già, perché ha detto anche questo, seppure in un altro momento. Se ricordo bene, lo ha detto a mia madre il mattino quando le ha telefonato. Infatti è giovedì, e il giovedì e la domenica, a rigore, è a mia mdre che spetta avermi il pomeriggio. Mio padre, però, le ha comunicato: “Quest’oggi non posso mandarti Gyurka”, e lo ha poi motivato in quel modo. Ma forse mi sbaglio. Questa mattina ero piuttosto stanco a causa dell’allarme aereo nella notte e forse non ricordo bene. Ma sono certo che lo ha detto. Se non a mia madre, allora a qualcun altro.
Poi ho scambiato anch’io qualche parola con mia madre, a che proposito, non lo ricordo più. Credo anche che fosse un po’ arrabbiata con me, perché con mio padre presente non potevo che essere stringato: in fin dei conti oggi è lui che devo seguire. E mentre stavo già per uscire, persino la mia matrigna mi ha rivolto qualche parola confidenziale, in corridoio, a quattr’occhi. Ha detto che sperava, in questo giorno così triste per tutti noi, di poter contare “su un mio comportamento conforme alle circostanze”. Non sapevo cosa rispondere e così non ho detto niente. Ma forse lei ha interpretato male il mio silenzio, infatti ha subito aggiunto che non intendeva assolutamente offendermi con quel richiamo che – lo sapeva anche lei – tanto non era necessario. Non dubitava certo che io, da ragazzo ormai quasi quindicenne quale ero, sapessi valutare la gravità del tiro che ci giocava il destino, si è espressa proprio così. Io ho annuito. Non occorreva altro, come ho capito subito. Lei ha fatto ancora un gesto protendendo le mani verso di me, tanto che io già temevo che mi volesse abbracciare. Invece non l’ha fatto, ha solo sospirato a fondo, con un respiro lungo e fremente. Ho visto che le si sono anche inumiditi gli occhi. È stato spiacevole. Finalmente sono potuto uscire.

Imre Kertész, Essere senza destino (tit. originale Sorstalanság), Feltrinelli, Milano 2016 (prima edizione ungherese 1975). Traduzione dal tedesco di Barbara Griffini.

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Imre_Kert%C3%A9sz

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/essere-senza-destino-1-2/

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2016/05/09/imre-kertesz-essere-senza-destino/

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[Incipit] Daniel Glattauer, Le ho mai raccontato del vento del Nord

15 gennaio
Oggetto: Disdetta
Vorrei disdire il mio abbonamento. Mi dite, per favore, se questa è la procedura giusta? Distinti saluti, E. Rothner

18 giorni dopo
Oggetto: Disdetta
Voglio disdire il mio abbonamento. Basta questa e-mail? in attesa di un cortese riscontro.
Distinti saluti, E. Rothner

33 giorni dopo
Oggetto: Disdetta
Egregi signori e signore della casa editrice di “Like”, se l’ostinazione con cui ignorate i miei tentativi di disdire l’abbonamento mira a potermi rifilare altri fascicoli della vostra pubblicazione sempre più mediocre, mi rincresce avvisarvi che comunque non ho più intenzione di pagare!
Distinti saluti, E. Rothner

8 minuti dopo
R:
Ha sbagliato. Sta scrivendo a un privato. Il mio indirizzo è woerter@leike.com. Lei intendeva woerter@like.com. È già la terza richiesta di disdetta. Quella rivista deve essere peggiorata sul serio.

5 minuti dopo
RE:
Oh, mi perdoni! E grazie per il chiarimento. Saluti, E.R.

Nove mesi dopo
Nessun oggettoBuon Natale e Felice Anno Nuovo, Emmi Rothner.

Due minuti doppo
R:
Cara Emmi Rothner, in pratica non ci conosciamo, ma la ringrazio per la sua affettuosa e oltremodo originale e-mail collettiva! Se c’è una cosa che adoro sono le e-mail collettive per una collettività cui non appartengo. Distintamente, Leo Leike

18 minuti dopo
RE:
Perdoni il disturbo per iscritto, signor Distintamente Leo Leike. Qualche mese fa, volendo disdire un abbonamento, casualmente sono incappata nel suo indirizzo e-mail, che per sbaglio è finito nel mio database dei clienti. Lo cancellerò immediatamente.
P.S. Se le viene in mente una formula più originale di “Buon Natale e Felice Anno Nuovo” per augurare “Buon Natale e Felice Anno Nuovo”, non se la tenga per sé. Nel frattempo, Buon Natale e Felice Anno Nuovo! E. Rothner

Sei minuti dopo
R:
Le auguro delle piacevoli feste, e sono lieto per lei, perché l’aspetta uno dei suoi migliori ottanta anni. Casomai, nel frattempo, si fosse abbonata a “Una giornata da incubo”, mandi tranquillamente a me – per sbaglio – la disdetta.

Tre minuti dopo
RE:
Chapeau! Un distinto abbraccio, E.R.

38 giorni dopo
Oggetto: Nemmeno un euro!
Pregiatissima direzione editoriale di “Like”, ho detto addio alla vostra rivista tre volte per iscritto e due volte telefonicamente (attraverso una certa signora Hahn). Ne deduco quindi che continuate a inviarmela per puro piacere personale. Quanto al bollettino di 186 euro che mi avete appena spedito, lo conserverò come un bel souvenir, così mi ricorderò di “Like” anche quando finalmente non me la vedrò più recapitare a casa. Non scomodatevi ad aspettare che vi paghi anche un solo euro. I miei più cordiali saluti, E. Rothner.

Due ore dopo
R:
Cara signora Rothner, ma lo fa apposta? O si è davvero abbonata a “Una giornata da incubo”? Distintamente, Leo Leike.

15 minuti dopo
RE:
Caro signor Leike, a questo punto sono davvero in imbarazzo. Purtroppo l'”ei” è un mio problema ciclico, in certi giorni metto sempre una “e” davanti alla “i”. Quando vado di fretta, se devo scrivere la “i”, mi scappa sempre una “e” prima. La verità è che le mie due dita medie si fanno la guerra sulla tastiera. La sinistra vuole sempre battere in velocità la destra. Sono mancina di nascita, invertita alla destra a scuola. La mano sinistra non me lo ha mai perdonato, prima che la destra scriva la “i”, col medio ci infila sempre una “e”. Perdoni il disturbo, (forse) non succederà più. Buona serata, E. Rothner.

Quattro minuti dopo
R:
Cara signora Rothner, posso farle una domanda? E subito un’altra: quanto tempo ha impiegato a scrivere l’e-mail sul suo probelma ciclico? Un distinto saluto, Leo Leike.

Tre minuti dopo
RE:
Due domande al mittente: quanto tempo secondo lei? E perché me lo chiede?

Otto minuti dopo
R:
Secondo me non più di venti secondi. Se così fosse, i miei complimenti: in poco tempo ha tirato fuori un comunicato impeccabile. Mi ha fatto sorridere, cosa che stasera sembrava impossibile. Passiamo alla seconda domanda, perché glielo chiedo: al momento, il lavoro mi porta a occuparmi anche del linguaggio delle e-mail. E, dunque, le ripeto: non più di venti secondi, dico bene?

Tre minuti dopo
RE:
E così, per lavoro si occupa di e-mail. Sembra appassionante, però adesso mi sento una specie di cavia. Ma fa lo stesso. Lei ha un sito internet? Se no, ne vorrebbe uno? Se sì, invece, ne vorrebbe uno più bello? Sa, io mi occupo di siti internet (fin qui ho impiegato esattamente dieci secondi, l’ho cronometrato ma, essendo una conversazione di lavoro, si sa che è sempre rapida).
Riguardo alla mia banale e-mail sulla “e” prima della “i”, purtroppo si è sbagliato di grosso. Mi è costata ben tre minuti di vita. Chissà se è stato tempo ben speso. A questo punto muoio dalla voglia di saperlo: come è arrivato a supporre che io abbia impiegato solo venti secondi per l’e-mail sulla “e” prima della “i”? E, prima che la lasci definitivamente in pace (a meno che la casa editrice di “Like” non mi invii un altro bollettino di pagamento), ho un’altra curiosità. Riallacciandomi al suo :” Posso farle una domanda? E subito un’altra: quanto tempo ha… ecc. …?”, avrei anch’io due domande. La prima: quanto tempo ha impiegato per questa trovata? La seconda: sarebbe umorismo, il suo?

Un’ora e mezza dopo
R:
Cara sconosciuta signora Rothner, le rispondo domani. Adesso spengo il somputer. Buona serata/buona notte, a lei la scelta. Leo Leike.

Daniel Glattauer, Le ho mai raccontato del vento del Nord (tit. originale Gut gegen Nordwind), Feltrinelli, Milano 2012 (prima edizione tedesca 2006). Traduzione di Leonella Basiglini.

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Daniel_Glattauer

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/le-ho-mai-raccontato-del-vento-del-nord-1/

[Incipit] Claudia Piñeiro, Tua

Ormai era da più di un mese che Ernesto non faceva più l’amore con me. O forse due. Non so. Non che mi importasse poi tanto. Arrivo alla sera stanca morta. Non sembra, ma le faccende domestiche – se vuoi che tutto sia perfetto – ti sfiniscono. Fosse per me, testa sul cuscino e diritto nel mondo dei sogni. Eppure una donna lo sa, se tuo marito non ti cerca per tanto tempo… non so, si sentono tante cose. Dovrei parlarne con Ernesto, pensavo, chiedergli se ha qualche problema. Stavo per farlo. Ma dopo mi sono detta, e se poi mi capita come alla mamma, che si è fregata con le sue mani? Vedeva il papà un po’ strano e un giorno gli ha chiesto: “C’è qualcosa che non va, Roberto?”. E lui: “Sì, c’è che non ti sopporto più!”. E se n’è andato così, su due piedi, sbattendo la porta. Non l’abbiamo più rivisto. Povera mamma. E poi, un’idea di che cosa stesse succedendo a Ernesto ce l’avevo. Lavorava come un matto tutto il giorno, e quando aveva un minuto di libertà si iscriveva a qualche corso, studiava sempre qualcosa; come si fa a non arrivare la sera stanco morto? Però mi sono detta: “Io non gli faccio certo domande, dopotutto ho due occhi per vedere e una testa per pensare”. E quello che vedevo era che avevamo una famiglia fantastica, una figlia che stava per finire le superiori, una casa che avrebbe fatto invidia a chiunque. Ed Ernesto mi voleva bene, nessuno poteva negarlo. Lui non mi ha mai fatto mancare niente. Allora mi tranquillizzai e dissi fra me: “Il sesso ritornerà quando sarà il momento: ho tante cose belle, non devo fissarmi sull’unica che mi manca”. E poi non siamo mica negli anni sessanta, ormai sappiamo che ci sono cose importanti come o più del sesso. La famiglia, il buon umore, andare d’accordo, l’armonia. Quanta gente a letto sta da dio e nella vita non si sopporta? Perché cercare il pelo nell’uovo, come aveva fatto mia madre?

Claudia Piñeiro, Tua (tit. originale Tuya), Feltrinelli, Milano 2011 (prima edizione argentina 2005). Traduzione di Michela Finassi Parolo.

L’autrice su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Claudia_Pi%C3%B1eiro

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/tua-1/

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2013/10/18/claudia-pineiro-tua-argentina/