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[Incipit] Imre Kertész, Essere senza destino

Oggi non sono andato a scuola. O meglio, ci sono andato, ma solo per farmi esonerare dal nostro professore. Gli ho portato la lettera di mio padre, in cui richiede il mio esonero per “motivi familiari”. Il professore ha chiesto quali fossero questi motivi familiari. Io gli ho risposto che mio padre è stato chiamato al periodo di lavoro obbligatorio; a quel punto lui non ha più fatto obiezioni.
Mi sono precipitato fuori, ma non diretto a casa, bensì alla nostra azienda. Mio padre aveva detto che mi avrebbe aspettato là. E aveva aggiunto di spicciarmi, perché forse ci sarebbe stato bisogno di me. A dire il vero mi ha fatto esonerare proprio per questo. O forse per “sapermi al suo fianco l’ultimo giorno”, prima di “venire strappato via da casa”: già, perché ha detto anche questo, seppure in un altro momento. Se ricordo bene, lo ha detto a mia madre il mattino quando le ha telefonato. Infatti è giovedì, e il giovedì e la domenica, a rigore, è a mia mdre che spetta avermi il pomeriggio. Mio padre, però, le ha comunicato: “Quest’oggi non posso mandarti Gyurka”, e lo ha poi motivato in quel modo. Ma forse mi sbaglio. Questa mattina ero piuttosto stanco a causa dell’allarme aereo nella notte e forse non ricordo bene. Ma sono certo che lo ha detto. Se non a mia madre, allora a qualcun altro.
Poi ho scambiato anch’io qualche parola con mia madre, a che proposito, non lo ricordo più. Credo anche che fosse un po’ arrabbiata con me, perché con mio padre presente non potevo che essere stringato: in fin dei conti oggi è lui che devo seguire. E mentre stavo già per uscire, persino la mia matrigna mi ha rivolto qualche parola confidenziale, in corridoio, a quattr’occhi. Ha detto che sperava, in questo giorno così triste per tutti noi, di poter contare “su un mio comportamento conforme alle circostanze”. Non sapevo cosa rispondere e così non ho detto niente. Ma forse lei ha interpretato male il mio silenzio, infatti ha subito aggiunto che non intendeva assolutamente offendermi con quel richiamo che – lo sapeva anche lei – tanto non era necessario. Non dubitava certo che io, da ragazzo ormai quasi quindicenne quale ero, sapessi valutare la gravità del tiro che ci giocava il destino, si è espressa proprio così. Io ho annuito. Non occorreva altro, come ho capito subito. Lei ha fatto ancora un gesto protendendo le mani verso di me, tanto che io già temevo che mi volesse abbracciare. Invece non l’ha fatto, ha solo sospirato a fondo, con un respiro lungo e fremente. Ho visto che le si sono anche inumiditi gli occhi. È stato spiacevole. Finalmente sono potuto uscire.

Imre Kertész, Essere senza destino (tit. originale Sorstalanság), Feltrinelli, Milano 2016 (prima edizione ungherese 1975). Traduzione dal tedesco di Barbara Griffini.

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Imre_Kert%C3%A9sz

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/essere-senza-destino-1-2/

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2016/05/09/imre-kertesz-essere-senza-destino/

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[Incipit] Daniel Glattauer, Le ho mai raccontato del vento del Nord

15 gennaio
Oggetto: Disdetta
Vorrei disdire il mio abbonamento. Mi dite, per favore, se questa è la procedura giusta? Distinti saluti, E. Rothner

18 giorni dopo
Oggetto: Disdetta
Voglio disdire il mio abbonamento. Basta questa e-mail? in attesa di un cortese riscontro.
Distinti saluti, E. Rothner

33 giorni dopo
Oggetto: Disdetta
Egregi signori e signore della casa editrice di “Like”, se l’ostinazione con cui ignorate i miei tentativi di disdire l’abbonamento mira a potermi rifilare altri fascicoli della vostra pubblicazione sempre più mediocre, mi rincresce avvisarvi che comunque non ho più intenzione di pagare!
Distinti saluti, E. Rothner

8 minuti dopo
R:
Ha sbagliato. Sta scrivendo a un privato. Il mio indirizzo è woerter@leike.com. Lei intendeva woerter@like.com. È già la terza richiesta di disdetta. Quella rivista deve essere peggiorata sul serio.

5 minuti dopo
RE:
Oh, mi perdoni! E grazie per il chiarimento. Saluti, E.R.

Nove mesi dopo
Nessun oggettoBuon Natale e Felice Anno Nuovo, Emmi Rothner.

Due minuti doppo
R:
Cara Emmi Rothner, in pratica non ci conosciamo, ma la ringrazio per la sua affettuosa e oltremodo originale e-mail collettiva! Se c’è una cosa che adoro sono le e-mail collettive per una collettività cui non appartengo. Distintamente, Leo Leike

18 minuti dopo
RE:
Perdoni il disturbo per iscritto, signor Distintamente Leo Leike. Qualche mese fa, volendo disdire un abbonamento, casualmente sono incappata nel suo indirizzo e-mail, che per sbaglio è finito nel mio database dei clienti. Lo cancellerò immediatamente.
P.S. Se le viene in mente una formula più originale di “Buon Natale e Felice Anno Nuovo” per augurare “Buon Natale e Felice Anno Nuovo”, non se la tenga per sé. Nel frattempo, Buon Natale e Felice Anno Nuovo! E. Rothner

Sei minuti dopo
R:
Le auguro delle piacevoli feste, e sono lieto per lei, perché l’aspetta uno dei suoi migliori ottanta anni. Casomai, nel frattempo, si fosse abbonata a “Una giornata da incubo”, mandi tranquillamente a me – per sbaglio – la disdetta.

Tre minuti dopo
RE:
Chapeau! Un distinto abbraccio, E.R.

38 giorni dopo
Oggetto: Nemmeno un euro!
Pregiatissima direzione editoriale di “Like”, ho detto addio alla vostra rivista tre volte per iscritto e due volte telefonicamente (attraverso una certa signora Hahn). Ne deduco quindi che continuate a inviarmela per puro piacere personale. Quanto al bollettino di 186 euro che mi avete appena spedito, lo conserverò come un bel souvenir, così mi ricorderò di “Like” anche quando finalmente non me la vedrò più recapitare a casa. Non scomodatevi ad aspettare che vi paghi anche un solo euro. I miei più cordiali saluti, E. Rothner.

Due ore dopo
R:
Cara signora Rothner, ma lo fa apposta? O si è davvero abbonata a “Una giornata da incubo”? Distintamente, Leo Leike.

15 minuti dopo
RE:
Caro signor Leike, a questo punto sono davvero in imbarazzo. Purtroppo l'”ei” è un mio problema ciclico, in certi giorni metto sempre una “e” davanti alla “i”. Quando vado di fretta, se devo scrivere la “i”, mi scappa sempre una “e” prima. La verità è che le mie due dita medie si fanno la guerra sulla tastiera. La sinistra vuole sempre battere in velocità la destra. Sono mancina di nascita, invertita alla destra a scuola. La mano sinistra non me lo ha mai perdonato, prima che la destra scriva la “i”, col medio ci infila sempre una “e”. Perdoni il disturbo, (forse) non succederà più. Buona serata, E. Rothner.

Quattro minuti dopo
R:
Cara signora Rothner, posso farle una domanda? E subito un’altra: quanto tempo ha impiegato a scrivere l’e-mail sul suo probelma ciclico? Un distinto saluto, Leo Leike.

Tre minuti dopo
RE:
Due domande al mittente: quanto tempo secondo lei? E perché me lo chiede?

Otto minuti dopo
R:
Secondo me non più di venti secondi. Se così fosse, i miei complimenti: in poco tempo ha tirato fuori un comunicato impeccabile. Mi ha fatto sorridere, cosa che stasera sembrava impossibile. Passiamo alla seconda domanda, perché glielo chiedo: al momento, il lavoro mi porta a occuparmi anche del linguaggio delle e-mail. E, dunque, le ripeto: non più di venti secondi, dico bene?

Tre minuti dopo
RE:
E così, per lavoro si occupa di e-mail. Sembra appassionante, però adesso mi sento una specie di cavia. Ma fa lo stesso. Lei ha un sito internet? Se no, ne vorrebbe uno? Se sì, invece, ne vorrebbe uno più bello? Sa, io mi occupo di siti internet (fin qui ho impiegato esattamente dieci secondi, l’ho cronometrato ma, essendo una conversazione di lavoro, si sa che è sempre rapida).
Riguardo alla mia banale e-mail sulla “e” prima della “i”, purtroppo si è sbagliato di grosso. Mi è costata ben tre minuti di vita. Chissà se è stato tempo ben speso. A questo punto muoio dalla voglia di saperlo: come è arrivato a supporre che io abbia impiegato solo venti secondi per l’e-mail sulla “e” prima della “i”? E, prima che la lasci definitivamente in pace (a meno che la casa editrice di “Like” non mi invii un altro bollettino di pagamento), ho un’altra curiosità. Riallacciandomi al suo :” Posso farle una domanda? E subito un’altra: quanto tempo ha… ecc. …?”, avrei anch’io due domande. La prima: quanto tempo ha impiegato per questa trovata? La seconda: sarebbe umorismo, il suo?

Un’ora e mezza dopo
R:
Cara sconosciuta signora Rothner, le rispondo domani. Adesso spengo il somputer. Buona serata/buona notte, a lei la scelta. Leo Leike.

Daniel Glattauer, Le ho mai raccontato del vento del Nord (tit. originale Gut gegen Nordwind), Feltrinelli, Milano 2012 (prima edizione tedesca 2006). Traduzione di Leonella Basiglini.

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Daniel_Glattauer

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/le-ho-mai-raccontato-del-vento-del-nord-1/

[Incipit] Claudia Piñeiro, Tua

Ormai era da più di un mese che Ernesto non faceva più l’amore con me. O forse due. Non so. Non che mi importasse poi tanto. Arrivo alla sera stanca morta. Non sembra, ma le faccende domestiche – se vuoi che tutto sia perfetto – ti sfiniscono. Fosse per me, testa sul cuscino e diritto nel mondo dei sogni. Eppure una donna lo sa, se tuo marito non ti cerca per tanto tempo… non so, si sentono tante cose. Dovrei parlarne con Ernesto, pensavo, chiedergli se ha qualche problema. Stavo per farlo. Ma dopo mi sono detta, e se poi mi capita come alla mamma, che si è fregata con le sue mani? Vedeva il papà un po’ strano e un giorno gli ha chiesto: “C’è qualcosa che non va, Roberto?”. E lui: “Sì, c’è che non ti sopporto più!”. E se n’è andato così, su due piedi, sbattendo la porta. Non l’abbiamo più rivisto. Povera mamma. E poi, un’idea di che cosa stesse succedendo a Ernesto ce l’avevo. Lavorava come un matto tutto il giorno, e quando aveva un minuto di libertà si iscriveva a qualche corso, studiava sempre qualcosa; come si fa a non arrivare la sera stanco morto? Però mi sono detta: “Io non gli faccio certo domande, dopotutto ho due occhi per vedere e una testa per pensare”. E quello che vedevo era che avevamo una famiglia fantastica, una figlia che stava per finire le superiori, una casa che avrebbe fatto invidia a chiunque. Ed Ernesto mi voleva bene, nessuno poteva negarlo. Lui non mi ha mai fatto mancare niente. Allora mi tranquillizzai e dissi fra me: “Il sesso ritornerà quando sarà il momento: ho tante cose belle, non devo fissarmi sull’unica che mi manca”. E poi non siamo mica negli anni sessanta, ormai sappiamo che ci sono cose importanti come o più del sesso. La famiglia, il buon umore, andare d’accordo, l’armonia. Quanta gente a letto sta da dio e nella vita non si sopporta? Perché cercare il pelo nell’uovo, come aveva fatto mia madre?

Claudia Piñeiro, Tua (tit. originale Tuya), Feltrinelli, Milano 2011 (prima edizione argentina 2005). Traduzione di Michela Finassi Parolo.

L’autrice su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Claudia_Pi%C3%B1eiro

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/tua-1/

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2013/10/18/claudia-pineiro-tua-argentina/

[Incipit] José Saramago, Oggetto quasi

Sedia

La sedia cominciò a cadere, ad andare giù, a cascare, ma non a rigor di termine, a crollare o, come si dice in portoghese, a desabar. In senso stretto, desabar significa “abbassare le falde”. Ebbene, di una sedia non si dirà certo che abbia le falde, e se le avesse, per esempio dei sostegni laterali per le braccia, si direbbe che stanno cadendo i braccioli della sedia e non che si abbassano le falde. Ma è pur vero che desabar si usa per desabar bátegas, come a dire “piovere a rovesci”, dico io, anzi, mi viene in mente ora, perché non mi accade di cadere nelle mie stesse trappole: quindi, se “piove a catinelle”, che è solo un altro modo per dire la stessa cosa, non potrebbero alla fin fine anche le sedie abbassare le falde, pur non avendole? Almeno per libertà poetica? Almeno per singolare artificio di un modo di parlare che si proclama stile? Si accetti allora che le sedie crollino, anche se sarebbe preferibile che si limitassero a cadere, a cascare, ad andar giù. E crolli pure, allora, colui che si è seduto sulla sedia, o che non è più seduto, ma sta cadendo, come in questo caso, e lo stile si avvantaggerà della varietà delle parole, le quali in fin dei conti non dicono mai la stessa cosa, per quanto lo si voglia. Se dicessero la stessa cosa, se si riunissero a gruppi per omologia, allora la vita potrebbe essere molto più semplice, per via di una riduzione successiva, addirittura fino all’onomatopea, anch’essa non tanto semplice, e così via di seguito, probabilmente fino al silenzio che definiremmo il sinonimo generale oppure onnivalente. Ma non si tratta neppure di onomatopea, o non la si può formare partendo da questo suono inarticolato (perché la voce umana non possiede suoni puri e quindi inarticolati, tranne forse nel canto, e comunque bisognerebbe ascoltarlo da molto vicino), che si forma nella gola del cascante o del cadente, anche se non è una stella, parole di risonanza araldica che adesso stanno a designare colui che crolla, perché non si è ritenuto corretto aggiungere a questo verbo al desinenza parallela (ante) che concluderebbe la scelta e completerebbe il cerchio. Ecco dunque provato che il mondo non è perfetto.

José Saramago, Oggetto quasi (tit. originale Objecto quase), Feltrinelli, Milano 2014 (prima edizione portoghese 1978). Traduzione di Rita Desti.

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Jos%C3%A9_Saramago

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/oggetto-quasi/

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2016/08/09/jose-saramago-oggetto-quasi-portogallo/

José Saramago, Oggetto quasi (Portogallo)

José Saramago, Oggetto quasi (tit. originale Objecto quase), Feltrinelli, Milano 2014. Traduzione di Rita Desti.

Questo breve libro di Saramago, circa 150 pagine, è composto da sei racconti. Tutti saprete, credo, che io adoro Saramago, anche se non tutti i suoi libri che ho letto (non ho ancora letto tutti quelli che ha scritto) mi sono piaciuti allo stesso modo. Ma alcuni sono fra i miei libri preferiti in assoluto. Così è stato con grande curiosità che mi sono avvicinata a questo ebook di racconti. Non avevo mai letto Saramago scrittore di racconti, e mi incuriosiva. Credo di averlo preso qualche tempo fa in offerta lampo sul Kindle Store.

I racconti, com’è normale che sia in questi casi, non sono tutti riusciti allo stesso modo. Ma anche quelli meno riusciti non sono affatto male. Altri, invece, sono veramente belli.

Il filo conduttore di questi racconti, da cui soltanto gli ultimi due sembrano discostarsi, sono le cose. Proprio gli oggetti, avete capito bene. Gli oggetti sono i veri protagonisti di queste storie brevi. Oggetti che prendono il sopravvento, quasi a vendicarsi dell’uomo. Tema, questo della vendetta sull’uomo, che risulta particolarmente evidente in uno dei racconti più belli della raccolta, intitolato semplicemente Cose. Qui gli oggetti si ribellano alla supremazia dell’uomo e arrivano fino al punto di sopraffarlo, dotati di una propria vita indipendente da coloro che li hanno creati.

Altro racconto molto riuscito è Embargo, nel quale Saramago rappresenta l’embargo sui prodotti petroliferi, nello specifico la benzina, deciso dai Paesi arabi. In questa occasione, un’automobile rivendica la propria indipendenza e diventa lei stessa padrona dell’uomo che si suppone la possegga. L’uomo, schiavo nelle mani della macchina, non è più niente e non può fare più niente, tanto che si libererà dalla sua schiavitù soltanto con la morte.

Anche Riflusso è un ottimo racconto, sebbene non all’altezza degli altri due che ho citato. Qui un re-dittatore decide di eliminare tutti i cimiteri del Paese, per riunire tutti i morti in un unico cimitero gigantesco, dell’estensione di cento chilometri quadrati. Ma in questo grande cimitero vuole seppellire proprio tutti i morti, passati, presenti e futuri, tanto che sarà necessario mettere a soqquadro l’intero territorio nazionale per disseppellire i morti nei vecchi cimiteri, ma anche quelli caduti nelle varie guerre e che non è stato possibile seppellire in precedenza, ma anche, ad esempio, le persone morte annegate nei fiumi. Un’operazione colossale e colossalmente folle.

Gli altri tre racconti sono a mio parere meno riusciti. Il primo della raccolta, Sedia, è un’evidente metafora della vera morte di Salazar, dittatore del Portogallo fino al 1968. Si dice che Salazar sia morto battendo la testa a seguito di una caduta dalla sedia, anche se non è certo che sia davvero caduto dalla sedia, sebbene ci siano molti testimoni pronti a giurarlo. Il racconto, in effetti, narra con esasperante minuzia la caduta di un uomo da una sedia. È un bel racconto, ma è esasperante, come dicevo, nel suo essere minuzioso, nella mania dell’autore per il dettaglio. Anche un po’ noioso, oserei dire, sebbene il peculiare stile di Saramago salvi comunque la storia, perché secondo me è un piacere anche solo leggere come scriveva questo grandissimo scrittore.

Infine ci sono Centauro e Rivincita, quest’ultimo brevissimo. In entrambi i racconti non sono le cose ad avere un ruolo di primo piano ma, nel primo, una creatura al limite fra l’uomo e l’animale, il centauro appunto, nell’ultimo invece un animale, un maiale per la precisione, e un ragazzo. Molto duri, soprattutto il secondo, ma a mio parere privi di significanza particolare. Superflui, nell’ambito di questa raccolta.

Per concludere, non è certamente un libro all’altezza dei romanzi di Saramago, ma è comunque interessante e piacerà senz’altro agli appassionati di questo scrittore. Un po’ meno, forse, ai non particolarmente appassionati.