Caryl Phillips, The Final Passage (Saint Kitts e Nevis)

Caryl Phillips, The Final Passage, faber and faber, 1985.

La prima parte di questo libro si intitola “The End”. Pensavo che la storia partisse dalla fine per poi proseguire a ritroso, ma avvicinandomi alla fine del libro ho capito che il senso era un altro.

La storia si svolge intorno alla fine degli anni Cinquanta, quando le Indie Occidentali fanno ancora parte dell’Impero britannico. Leila è con il figlioletto Calvin al porto, in fila per salire sulla nave che li porterà in Inghilterra. Sta aspettando suo marito Michael, che però tarda ad arrivare. Quando arriva salgono sulla nave che salperà poi alla volta della madrepatria. Da qui la narrazione procede fra vari balzi indietro, non è del tutto lineare ma questo non la rende difficile da seguire.

È la storia di Leila, che ho immaginato come una donna matura appena l’ho incontrata, solo per poi scoprire che ha appena 19 anni. Leila vive su un’isola delle Indie Occidentali insieme al figlio Calvin, che a giudicare da quello che viene raccontato dovrebbe avere pochi mesi, forse al massimo un anno (l’età precisa non viene mai menzionata). È sposata con Michael, ma non vivono insieme: già la sera delle nozze lui le ha sputato in faccia e se n’è andato. Michael è un perdigiorno, uno scansafatiche a cui piace solo bere e che preferibilmente non farebbe niente nella vita, a parte forse sedurre le donne, ma anche questo non è chiaro. Già da tempo ha una relazione con Beverley, dalla quale ha avuto un figlio: Beverley aveva aspettato per anni che il marito, emigrato negli Stati Uniti, le scrivesse di raggiungerlo, ma questo non è mai accaduto e così ha instaurato una sorta di relazione con Michael. Tuttavia questo non ha impedito a Michael di corteggiare e poi sposare Leila, con la quale non ha però mai, assolutamente mai avuto un vero rapporto di tipo affettivo. Leila è sempre lasciata da parte, dal giorno stesso delle nozze. Ma questo non significa che Michael ami Beverley. Michael non ama nessuno, se non se stesso, e anche questo è dubbio.

Il libro è fatto di immensi silenzi: Michael che va a casa di Beverley e mangia chino sul piatto senza parlare, Beverley che senza parlare gli porge il piatto con la cena, Leila che senza parlare accetta tutto quello che Michael fa. Sembrano tutti dei personaggi senza vita, in particolare Leila pare priva di emozioni, anche se è chiaro che non è così. Come dirà verso la fine del libro, Leila vive nella rassegnazione e nell’attesa. La rassegnazione è una delle protagoniste principali del romanzo, infatti. Capisco poi che Leila abbia l’impressione di essere in costante attesa, ma di fatto (cosa che lei stessa sa benissimo) la sua è un’attesa disperata, un’attesa di qualcosa che non arriverà mai.

La disperazione, cupissima e totale, è la cifra principale di questo romanzo. Non c’è un singolo spiraglio di luce in tutto il libro, mai.

L’unico personaggio che porta un po’ di colore e di vita è Millie, l’amica coetanea di Leila. Sedotta da Bradeth, rimane incinta ma lui rifiuta di sposarla, tuttavia fa coppia con lei a tutti gli effetti. Sono gli unici due personaggi un po’ vitali, gli unici che danno l’impressione di essere umani. Gli altri sembrano automi, ma sono stati resi così dalla disperazione.

Leila vive con il figlio e la madre che, nonostante i suoi appena 40 anni, è malata e passa gran parte del tempo a letto. Una mattina Leila si sveglia e al posto della madre trova una lettera, in cui la donna le annuncia di essere partita per l’Inghilterra in cerca di cure migliori. Successivamente Leila decide di seguirla e Michael, cacciato di casa da Beverley dopo l’ennesima umiliazione che le ha fatto subire, decide di andare con lei.

L’Inghilterra è un po’ la terra promessa, dove gli abitanti dell’isola sono convinti di poter trovare un posto migliore, un lavoro, la ricchezza, una vita lontana dalla monotonia e dalla prevedibilità. Invece, l’Inghilterra degli anni Cinquanta è un posto ostile: ha creato un impero ma non vuole saperne delle persone che ha colonizzato, le case espongono cartelli dove scrivono che non si affitta ai “coloureds”, e se non li espongono è solo per ipocrisia, perché di fatto nessuno vuole affittare ai non bianchi. Perciò ci si deve arrangiare: gli uomini soli in case fatiscenti in cui si abita in tantissimi, le famiglie come Leila, Michael e Calvin in case ancor più fatiscenti che nemmeno un topo di fogna oserebbe chiamare “casa”. Il lavoro, se c’è, è solo di infimo livello, l’ostilità è enorme. Per fortuna Leila ha una vicina di casa ansiosa di aiutarla e con cui nasce un’amicizia.

Tuttavia, questa amicizia non deve far sperare: come dicevo, non c’è nessuno spiraglio, mai. La disperazione regna sovrana e sembra non ci sia alcun modo di uscirne. Leila non aveva sogni neanche sull’isola, era già rassegnata, ma se pure avesse avuto qualche speranza, l’impatto con la realtà trovata in Inghilterra spazzerà via ogni sia pur minima speranza di miglioramento. Alla fine non resta che la sopravvivenza, ma non sempre. Nel caso di Leila, forse, resta solo la follia: sebbene la conclusione del romanzo rimanga vaga sulla questione, a me pare che non possa essere interpretata in altro modo.

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Il libro purtroppo non è stato tradotto in italiano, nonostante la cupezza penso che meriti davvero di essere letto, è una descrizione perfetta di tematiche come la solitudine, la rassegnazione, la disillusione, i sogni infranti, il colonialismo, l’emigrazione…

Caryl Phillips viene considerato uno dei più importanti scrittori della sua generazione. Nato nel 1958 a Saint Kitts e Nevis, nei Caraibi, a soli quattro mesi si trasferisce con la famiglia in Inghilterra, dove nel corso degli anni diventerà un affermato scrittore, sceneggiatore e professore universitario. Uno dei temi a lui più cari è quello della diaspora africana.

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Per l’uso del termine “coloured” (negli Stati Uniti e nel Regno Unito) potete leggere qui, mentre questo articolo della BBC vi spiega perché non è una buona idea usare questa parola. La questione del linguaggio relativo all’appartenenza razziale ed etnica è complessa, nei paesi di lingua inglese raggiunge gradi di complessità inenarrabili, e secondo me è difficile da comprendere se non si vive in quei posti. Già per me parlare di appartenenza “razziale” è abbastanza shockante, nel senso che dal mio modesto punto di vista la razza è una, ed è quella umana. Tuttavia non è così ovunque, per esempio qui c’è un’interessante pagina sulla situazione statunitense. La questione è strettamente connessa alla cultura del paese preso in considerazione: non si può pensare che il punto di vista sull’argomento sia lo stesso in un paese dal passato fascista che ha partorito le leggi razziali, come l’Italia, e in un paese in cui un’amplissima fetta della popolazione discende dagli schiavi e in cui la schiavitù e la segregazione razziale sono state abolite solo pochissimo tempo fa, come gli Stati Uniti. Altro ancora è il discorso per un paese dal passato coloniale, come il Regno Unito, e così via, in ogni paese la questione poggia su basi diverse e non è facile da comprendere per chi in quel paese non ha mai vissuto. Si potrebbero scrivere fiumi di parole sull’argomento, ma questa vuole essere solo una breve nota a margine.

Jean Rhys, Quartet (Dominica)

Jean Rhys, Quartet, Harper & Row, New York 1957 (prima edizione 1929).

Jean Rhys è una scrittrice caraibica, precisamente di Dominica, che ha vissuto in Inghilterra a partire dai 16 anni. Più famosa per i suoi romanzi Il grande mare dei Sargassi e Buongiorno, mezzanotte, questo Quartet, che in origine si intitolava Postures, è il suo primo romanzo ed è stato pubblicato in italiano da Adelphi con il titolo Quartetto.

Marya è una donna inglese che vive da anni a Parigi con il marito polacco, Stephan. In Inghilterra Marya, detta anche Mado, faceva un lavoro di bassa lega, ed è stata praticamente “salvata” dall’uomo che poi è diventato suo marito. Marya sa vagamente che il marito fa il commerciante di oggetti d’arte, ma non conosce il suo lavoro in maniera più approfondita. Perciò sarà per lei un vero shock venire a sapere che Stephan è stato arrestato per furto di opere d’arte. Per questo motivo viene condannato a un anno di carcere e Marya, senza un soldo, è costretta ad accettare l’ospitalità degli Heidler, una coppia di inglesi che vive anch’essa a Parigi. Non passerà molto tempo prima che Marya diventi l’amante di Heidler, con il beneplacito della moglie che, sebbene ne soffra, chiude gli occhi davanti a questa situazione.

La storia è qui, né più e né meno, anche se ovviamente si svolge nel corso di oltre un anno e quindi ad esempio assistiamo all’arresto di Stephan, alle visite di Marya in prigione, alla scarcerazione del marito. Ma non c’è molto di più di questo nella trama. Oltretutto è un libro molto breve, appena 186 pagine.

Tuttavia non credo che fosse tanto la storia in quanto tale a interessare l’autrice, quanto piuttosto la psicologia della protagonista, Marya. Peraltro occorre ricordare che la storia del triangolo, o quartetto, amoroso narrata da Rhys rispecchia la sua propria storia: ospite di Ford Madox Ford e di sua moglie, diventa l’amante del famoso scrittore sotto gli occhi della moglie di lui e del proprio marito. Ad ogni modo, ciò che è interessante in questo romanzo, oltre alla scrittura che è molto fluida e piacevolissima da leggere, è la rappresentazione di Marya, che viene dipinta come una vera e propria vittima: delle circostanze e della coppia perversa, gli Heidler. Marya viene poi fatta passare da molti come la cattiva della situazione, quella che si concede al primo che passa, distruggendo così le famiglie. Infatti, nonostante il tentativo di tenere nascosta la storia d’amore (ma è amore, poi?), pare che tutti ne siano a conoscenza.

Di fatto Heidler seduce Marya e Lois, la moglie di lui, la spinge fra le sue braccia, dicendole che “il suo problema è che è troppo visrtuosa”. Marya si lascia travolgere da questa storia che, a guardar bene, non è mai stata una vera storia d’amore, e se vogliamo proprio mettere i puntini sulle i, non è nemmeno una storia di sesso, in quanto Heidler viene descritto come un uomo a cui sostanzialmente non piacciono davvero né le donne né il sesso. Marya, appunto, viene travolta, ed è incapace di difendersi e di dire di no, tanto che si convince lei stessa di essere innamorata di Heidler, quando invece è forse improbabile che sia questo il caso.

Lois non fa che maltrattare Marya, il che potrebbe essere comprensibile se non si tenesse conto che è stata proprio lei a spingere la donna fra le braccia di suo marito. Heidler stesso tratta male l’amante, tanto che a un certo punto arriva a dirle che lei “lo disgusta” e lo fa “sentire male”. Lei tuttavia non riesce a staccarsi da lui, non ultimo anche perché ha bisogno di soldi, che lui le elargisce abbastanza tranquillamente: in apparenza per amicizia prima e per pietà poi, in pratica, più probabilmente, perché la tratta come una vera e propria prostituta.

C’è da dire che il personaggio di Marya, per quanto ben tratteggiato, non viene davvero approfondito, e si sente molto la brevità del romanzo, che a mio parere non avrebbe affatto sofferto (anzi) se avesse avuto duecento pagine in più. Ma come dicevo è il primo romanzo di Rhys, che forse è maturata in seguito come scrittrice. È tuttavia una supposizione e non una certezza, la mia, dato che questo è il suo primo romanzo che leggo, ma sicuramente voglio approfondire la conoscenza di questa autrice.

Libri da Trinidad e Tobago

V.S. Naipaul, La metà di una vita, Adelphi: Figlio di un asceta che ha fatto voto di silenzio per ribellarsi ai privilegi della propria casta (e nel quale Naipaul, risolvendo un annoso dilemma, identifica l’ispiratore di Sul filo del rasoio di Maugham) e di una donna appartenente al gruppo sociale degli «sfavoriti», il giovane Willie Chandran si trasferisce dall’India nella Londra degli anni Cinquanta. Qui entra in contatto con la realtà degli immigrati caraibici e dei primi tumulti razziali, frequenta il mondo bohémien che anima la vita notturna di Notting Hill e pubblica un libro di racconti d’ambientazione latamente coloniale che riesce a ottenere il plauso – moderato – della critica. Ma l’incontro con Ana, immigrata dall’Africa portoghese, lo spingerà a sottoporsi a una seconda «traduzione»: la seguirà infatti nel suo paese d’origine, dove si celebrano gli ultimi, mesti riti del colonialismo. E in Africa resterà diciotto anni, senza per questo riuscire a sottrarsi a quel sentimento di estraneità che da sempre e ovunque lo affligge. Privo di una vera occupazione, timoroso di perdere tanto la sua lingua madre quanto l’inglese – che gli ha dato un barlume di notorietà letteraria –, mosso dal desiderio velleitario di condurre una vita più nobile di quella del padre, nella quale non vede eroismo bensì soltanto un’irredimibile povertà spirituale, Willie scivola malinconicamente verso una sorta di paralisi affettiva. Fino a dover amaramente riconoscere, superati i quarant’anni, di essere rimasto come una crisalide: incompiuto, senza cittadinanza nel mondo, in larga parte ignaro della vita e di se stesso.
Con la fredda lama del suo stile che ignora il superfluo, Naipaul consegna alla letteratura un memorabile ritratto che si colloca in posizione eminente nella galleria dei déracinés. Un ritratto che allude all’autore stesso – poeta degli apolidi e di coloro che soltanto nella scrittura riescono a trovare la propria vera casa.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/08/07/v-s-naipaul-half-a-life-trinidad-e-tobago/

V.S. Naipaul, Il massaggiatore mistico, Adelphi: Membro – suo malgrado – della comunità indù dell’isola di Trinidad, Ganesh Ramsumair è estraneo e insofferente, oltre che alla cultura delle sue origini, al­l’enclave degli invasori inglesi così come ai nativi afrocaraibici e alle loro convinzioni «primitive». Vive immerso nei libri, per i quali nutre una «voluttuosa riverenza», e coltiva una vaga vocazione alla scrittura, ma nella sua goffaggine sembra incapace di sottrarsi a un’esistenza prevedibile e mediocre: dapprima viene forzato a sposare un’ado­lescente della sua etnia e poi quasi costretto a ereditare il mestiere del padre ap­pena defunto – ovvero a diventare uno dei tanti (troppi) massaggiatori del­l’isola. Gli eventi prenderanno tuttavia una piega inattesa e paradossale: protetto da due bizzarri mentori, e assistito da una buona sorte nella quale riconoscerà i segni inequivocabili della predestinazione, Ganesh continuerà a scrivere con caparbietà, e soprattutto sco­prirà di possedere poteri taumaturgici e aura carismatica, fino a trasformarsi nel primo massaggiatore pandit nella storia di Trinidad. Da quel momento la sua ascesa sarà inarrestabile: i suoi libri diventeranno best seller e il «massaggiatore mistico», al culmine di una fulminea quanto rocambolesca carriera, finirà per assurgere al rango di leader politico.
Folgorante debutto di un Naipaul appena venticinquenne, Il massaggiatore mistico è un romanzo di formazione e insieme un trattato etnografico carico di ironia, dove la confusa identità di Trinidad non merita mai uno sguardo benevolo. Traspare tuttavia, in filigrana, l’amore malcelato per un paese ibrido e fantastico, dove si mescolano un sole che picchia malvagio e l’ombra dei tamarindi, le miserabili capanne con il tetto di paglia e gli alberi dei panfili – e il lento succedersi di nascite, matrimoni e funerali è l’unico motivo di distrazione.

Tutti i libri di V.S. Naipaul: http://it.wikipedia.org/wiki/Vidiadhar_Surajprasad_Naipaul#Opere

Steven Pressfield, I venti dell’Egeo, BUR: Il romanzo del conflitto che, secondo lo storico Tucidide, cambiò i destini del mondo: la guerra del Peloponneso, il conflitto trentennale fra Sparta e Atene. Nel racconto in prima persona di Polemide, ufficiale ateniese accusato di tradimento, rivive uno scontro titanico. Un romanzo di alto intrattenimento, che rispetta fedelmente la realtà storica.

Steven Pressfield, Io Alessandro, BUR: “Ho sconfitto imperi, soggiogato continenti, sono stato incoronato come un immortale al cospetto degli dei e degli uomini. Ma sono sempre rimasto un soldato…”: la vicenda umana di Alessandro Magno è elevata a saga epica dal virtuosismo narrativo di Steven Pressfield, che ricostruisce le vicende private e pubbliche che portarono un sovrano occidentale fino al cuore dell’India. Dopo aver affrontato battaglie e imprese avventurose, intrighi e insurrezioni dei soldati, il Macedone è pronto all’ultimo grande salto: oltrepassare il Gange per spingersi ai confini della terra. Ma è in preda a dubbi e timori e per questo cerca conforto nella compagnia del giovane cognato Itane, a cui ogni sera racconta la sua storia. Dai primi combattimenti, all’ascesa al trono di Macedonia: l’affascinante ritratto di un uomo appassionato e generoso, nato per combattere.

Tutti i libri di Steven Pressfield: http://www.rcslibri.it/ricerca/?cerca=Steven+Pressfield&tipo=Tutti

Leonardo Padura Fuentes, Maschere (Cuba)

Leonardo Padura Fuentes, Maschere (tit. originale Máscaras), Net, Milano 2003. Traduzione di Roberta Bovaia. 247 pagine, 7,50 euro.

Per il mio viaggio letterario cubano ho deciso di leggere un libro del famoso Leonardo Padura Fuentes, più precisamente la prima indagine del Conde. I gialli mi piacciono ed ero curiosa di leggere qualcosa di questo autore che non conoscevo se non di nome. Purtroppo però sono rimasta un po’ delusa: non che il libro sia brutto, ma l’ho trovato appena piacevole e nulla di più, insomma un libro che non credo mi lascerà molto e che non mi ha fatto voglia di leggere altri romanzi dello stesso autore.

In un bosco dell’Avana viene trovato il cadavere, strangolato, di un travestito abbigliato con un vestito rosso. La cosa strana è che non ci sono segni di colluttazione. Dell’indagine si occupa Mario Conde insieme al suo assistente Manolo. Il Conde era stato sospeso a causa di una rissa in pubblico, ma gli è stato chiesto in via eccezionale di tornare al lavoro per questo caso. Il poliziotto entra così nella scena gay della capitale, con tutto che ha sempre odiato i gay e i travestiti, figlio di una cultura retrograda dovuta anche al fatto che il libro è ambientato nel 1989. In seguito però imparerà ad apprezzare i gay scoprendo che sono persone come le altre, e scoprirà tante cose sulla scena culturale del decennio precedente e sul suo invischiamento con la politica.

Insomma, si tratta di un giallo che va a trattare anche temi importanti come essere gay in un paese repressivo e fare cultura con una politica che ti rema contro. Per questo è interessante, ma a me è sembrato sinceramente un po’ confusionario, forse a causa del fatto che la struttura lineare del romanzo si alterna con vari monologhi, flashback dei vari personaggi, riflessioni del personaggio di turno… Il tutto mi ha reso la lettura un po’ difficile, o meglio un po’ noiosetta, perché a volte sembra più uno sfoggio di arte letteraria.

Libri da Santa Lucia

Soufrière

Derek Walcott, Mappa del Nuovo Mondo, Adelphi: «Sono nessuno o sono una nazione»: questo verso può valere come epigrafe per tutta l’opera di Walcott. Della quale si può dire, innanzitutto, che ci offre la forma più alta, oggi, della lingua inglese – forse anche perché proviene da quei luoghi dove «il sole, stanco dell’impero, tramonta», da una immensa periferia marina, i Caraibi, dove quel sole, tramontando, «porta all’incandescenza un crogiolo di razze e di culture» (Brodskij). «Io sono soltanto un negro rosso che ama il mare» dice un altro verso, ma (leggiamo altrove) uno i cui «occhi ardevano per la prosa cinerea di John Donne». Già questa congiunzione di elementi, questa somma di tribù divise nelle stesse vene, e insieme la stupefacente felicità verbale, la capacità di nominare le cose come in un remoto e scintillante «canto dei marinai» rendono unico Walcott e rimandano alla più sobria e precisa descrizione che a lui ha dedicato il suo critico, ma anche poeta, più congeniale, Iosif Brodskij: «Walcott non è un tradizionalista né un “modernista”. A lui non si adatta nessuno degli “ismi” disponibili e degli “isti” che ne conseguono. Non appartiene a nessuna “scuola”: non ce ne sono molte nei Caraibi, se si eccettuano quelle dei pesci. Si sarebbe tentati di chiamarlo un realista metafisico, ma il realismo è metafisico per definizione, così come vale l’inverso. E poi, è un’etichetta che saprebbe troppo di prosa. Walcott può essere naturalista, espressionista, surrealista, imagista, ermetico, confessionale – a scelta. Semplicemente, egli ha assorbito, al modo in cui le balene assorbono il plancton o un pennello assorbe la tavolozza, tutti gli idiomi stilistici che il Nord poteva offrire: adesso cammina con le sue gambe, e a grandi passi».

Derek Walcott, Ti-Jean e i suoi fratelli – Sogno sul Monte della Scimmia, Adelphi: Derek Walcott ama citare la celebre frase di Joyce: «La storia è l’incubo dal quale tento di svegliarmi». Una delle strade sulle quali egli stesso cerca di arrivare al risveglio, per sé e per i «coloniali» del Nuovo Mondo, è quella del teatro. Poeta e saggista, il Premio Nobel 1992 è anche uomo di teatro, e in modo quanto mai attivo e partecipe, come autore, come scenografo, come direttore del Trinidad Theatre Workshop. I suoi testi teatrali, e in particolare Ti-Jean e i suoi fratelli e Sogno sul Monte della Scimmia, sono tappe di un viaggio a ritroso, attraverso le tenebre, verso i primordi: «un viaggio dall’uomo alla scimmia», come lo definisce Walcott nel suo saggio Che cosa dice il crepuscolo, un viaggio tra visioni e allucinazioni, in cui l’attore è «un Doppelgänger liberato dal suo ambiente e dalla sua razza». Sulla scena, dice ancora Walcott, «i rumori devono essere elementari, il rombo della pioggia, dell’oceano, del vento e del fuoco … Il primo suono umano dev’essere come l’ultimo, il grido».
Dei due testi teatrali riuniti nel presente volume, Ti-Jean e i suoi fratelli andò in scena per la prima volta nel 1958, mentre Sogno sul Monte della Scimmia ebbe la prima rappresentazione nel 1967.

Derek Walcott, Prima luce, Adelphi: Prima luce è un libro sulla morte, sulla morte della madre, anzitutto, e su quella di ciò che trascorre investendoci con un lascito prezioso di ardente e melanconica nostalgia. Un libro sul morire che s’insinua nella giornata di ciascuno di noi, e di riflesso un libro che canta la gratitudine per il dono della «luce silenziosa del mattino su steli d’erba lucente», inimitabile come sa esserlo la collera di un dio o un prodigio che si rinnova.
Più che mai Walcott è qui poeta del mare, artigiano devoto al dettaglio paesaggistico, che usa come lente per mettere a fuoco l’ansia del mutamento che tutto contamina. Nelle sue isole caraibiche le colline e i promontori sono infestati da una vegetazione rigogliosa, da colori eccessivi come quelli di antichi templi fiammeggianti d’oro. «La capacità descrittiva di Walcott è veramente epica» ha scritto di lui Brodskij, l’amico a cui sono dedicate le Egloghe italiane, uno dei componimenti più alti del libro: «E l’alveare delle costellazioni riappare, sera dopo sera, / nella tua voce, nel buio canneto dei versi che risplende di vita».
Prima luce è stato pubblicato per la prima volta nel 1997.

Derek Walcott, Omeros, Adelphi: Molti hanno detto, senza tema di smentita, che i nostri tempi non sono adatti alla forma del poema epico. Poi un giorno è arrivato Derek Walcott con il suo Omeros, dove, con sfrontata duttilità e profusione di immagini, viene cantato un arcipelago che è come un continente, in delicato contrappunto con l’epos omerico. Omeros, aedo del tempo presente, racconta la storia di due pescatori, Ettore e Achille, innamorati della stessa donna, Elena, sensuale cameriera di un hotel di Saint Lucia, piccola isola sovrastata da due coni vulcanici, al centro del Mar dei Caraibi. E ogni personaggio, anche quelli di contorno, è come avvolto in un’aura luminosa che scaturisce sia dalla felice irruenza metaforica del linguaggio di Walcott, sia dal carisma di nomi, gesti e pensieri che riecheggiano, non senza venature ironiche, quelli dei corrispettivi eroi omerici.
Ma Omeros racconta anche la storia di un tradimento: l’isola, a lungo contesa dagli imperi rivali di Francia e Gran Bretagna, è stata infine consegnata ai turisti; ma se Ettore, un tempo capace di intagliare una canoa nel cedro, è diventato un tassista, Achille, fedele all’arte dei padri, glorifica la presenza del mare nella storia della tribù. E su tutto veglia, pietosa, la poesia, che contempla l’umiliazione imposta all’uomo dalla volgarità dei tempi e lo riscatta.
Omeros è apparso per la prima volta nel 1990.

Derek Walcott, Il levriero di Tiepolo, Adelphi: Il levriero di Tiepolo è una dichiarazione di poetica pittorica e letteraria, dove la parola aspira alla concretezza della pennellata e la pennellata vuole diffondersi come il suono della parola. In versi che scivolano l’uno sull’altro in una sorta di moto ondoso, il poema dispiega lento i suoi temi, con il respiro di un romanzo. Un romanzo innescato dalla «vampa di rosa sulla coscia del levriero» che folgora Walcott mentre contempla un celebre dipinto al Metropolitan, e che ci parla dell’esilio, emblema di quel senso di estraneità che Walcott e il suo conterraneo Pissarro si portano dentro ovunque, in ogni istante: «La mia imprecisa e confusa biografia / è come la sua pittura; cioè il tradimento del racconto, / negare i fatti, alterare la topografia / della mappa; anche lui aveva le sue ragioni / per mentire alla Francia. Spie, cospiratori, / ecco cosa sono gli artisti, falsificano la verità». Walcott e Pissarro: separati da cento anni di storia, ma appartenenti entrambi a minoranze etniche e religiose – metodista il primo, sefardita il secondo. Due esuli volontari, che hanno scelto i climi freddi di New York e di Parigi. Due artigiani dalle vocazioni parallele, devoti allo studio del paesaggio e della luce. Quella luce arcana che unisce Veronese a Tiepolo, la Città alla Natura, Parigi e Venezia ai Caraibi.

Derek Walcott, Isole, Adelphi: Un paio di decenni fa Iosif Brodskij ebbe a scrivere di Walcott: «Per quasi quarant’anni, senza sosta, i suoi versi pulsanti e inesorabili sono arrivati nella lingua inglese come onde di marea, coagulandosi in un arcipelago di poesie senza il quale la mappa della letteratura moderna assomiglierebbe, di fatto, a una carta da parati». Un arcipelago al quale, da allora, non hanno mai smesso di aggiungersi nuove isole, ma le cui coordinate sono rimaste immutate: dalle promesse giovanili di In una notte verde – imparare «a soffrire in giambici accurati», «lodare finché amore duri, i vivi e i morti bruni» – alle riflessioni sull’arte e sulla vecchiaia del Prodigo. Una dedizione totale alla poesia e una preoccupazione per la condizione umana nate dalla volontà di rimanere fedele a un’epifania precoce – magistralmente narrata nel poema autobiografico Un’altra vita – che, alla maniera di Dante, ha segnato e continua a segnare il corso di un’intera esistenza. Ripercorrere l’avventura letteraria di Walcott significa assistere al dispiegarsi di un dono poetico capace, come forse nessun altro ai nostri giorni, di coniugare il lampo lirico dell’istante «in cui ogni sfaccettatura» è «còlta in un cristallo di ambiguità» con il gesto aperto e impersonale dell’epica. Il risultato, sulla pagina, è un’opera di straordinaria versatilità formale, magnificenza linguistica e precisione metaforica, costantemente illuminata da una compassione ampia, come nei grandi poeti di ogni tempo.

Derek Walcott, La voce del crepuscolo, Adelphi: «C’è un’esultanza fortissima, una celebrazione della fortuna, quando uno scrittore è testimone degli albori di una cultura che si definisce da sé, ramo dopo ramo, foglia dopo foglia…» scrive Walcott parlando dei Caraibi, e di uomini e donne che «non leggono ma sono lì per essere letti, e se vengono letti nel modo giusto creano la propria letteratura». Non stupisce allora che egli consideri scrittori fratelli Saint-John Perse, Aimé Césaire e Patrick Chamoiseau. Ma il suo sguardo valica i confini dei Caraibi, per abbracciare un orizzonte ben più ampio: da Philip Larkin, che «ha inventato una musa, il cui nome era Mediocrità», a Ted Hughes, che con la sua poesia «ringhia come una bestia braccata», a Robert Frost, dalla «saggezza invernale», a Les Murray, che in virtù della sua «forza irsuta» sembra uscito da «una scena di Mad Max», a Iosif Brodskij, immerso nel «caos» della trasformazione che ogni poeta attraversa quando traduce se stesso. E a dispetto dell’eteroge­neità degli oggetti su cui Walcott si sofferma, questa raccolta si fissa nella nostra mente come un’unica, folgorante immagine: merito, certamente, di una scrittura così intensa da rischiare a ogni riga di frammentarsi in lirica.