Archivi tag: letteratura tedesca

Hans Fallada, Ognuno muore solo

Hans Fallada, Jeder stirbt für sich allein, BoD, Norderstedt 2018. Prima edizione 1947.

Hans Fallada scrive questo libro, pubblicato in italiano col titolo Ognuno muore solo, nel 1946, poco dopo la fine della guerra. In questo lo ritengo ammirevole, nel senso che ha avuto il coraggio di guardare in faccia l’orrore subito dopo la fine di questo.

Il romanzo prende spunto dalla storia vera di una coppia di berlinesi che in piena guerra decisero di opporre una resistenza silenziosa al regime hitleriano in un modo molto particolare: lasciavano in giro per la città delle cartoline in cui avevano precedentemente scritto denunce degli orrori perpetrati dal regime nazista. Una resistenza senz’altro di tipo blando, non realmente attiva, ma che a loro avviso doveva servire a scuotere gli animi della gente, facendo loro vedere la verità. Il pasto nudo, direbbe Burroughs: quello che c’era realmente sulla punta della forchetta.

Fallada si ispira liberamente a questa storia vera, della quale afferma di non aver voluto sapere molto prima di scrivere il romanzo, per offrire al lettore un’opera di fantasia. Il romanzo, è da notare, è stato scritto in una ventina di giorni appena, il che è ancora più notevole se si considera che ha quasi 700 pagine.

I protagonisti di questo romanzo sono Otto e Anna Quangel, che incontriamo all’inizio del libro mentre leggono una lettera arrivata dal fronte: il loro figlio Ottochen è morto in guerra. Da questo fatto drammatico prende avvio la vicenda.

Otto Quangel è sempre stato un uomo passivo, che ha sempre pensato solo al suo orticello e che per tutta la vita (ha ormai una cinquantina d’anni) ha fatto di tutto per non spiccare e per preservare il proprio benessere. Sua moglie non è troppo diversa da lui. Due persone quasi anziane che non si occupano molto o non si occupano affatto del mondo che li circonda, mirando al solo obiettivo di stare bene personalmente. Perciò è tanto più strano che siano proprio loro due a decidere di opporre una resistenza passiva al regime, scrivendo cartoline che lasceranno poi di nascosto in vari palazzi in giro per Berlino.

La storia delle cartoline va avanti per due anni, finché inevitabilmente l’uomo viene scoperto durante la sua attività di distribuzione e ha inizio il calvario che condurrà la coppia (e non solo loro) alla morte, passando per la tortura.

Un’amica, quando ho iniziato la lettura, mi ha confessato di aver trovato il romanzo deprimente, non specificando oltre per non rovinarmi la lettura. Io pensavo che si riferisse alle numerose morti presenti nel libro, ma devo ora dedurre, a lettura ultimata, che non fosse esattamente così.

Otto non ha mai avuto la possibilità di rendersi conto se la sua attività clandestina avesse dato frutti, e subito prima di essere scoperto è preso dalla curiosità di accerterarsene. Ebbene, tutto quello che troverà è paura, terrore allo stato puro: terrore del contenuto di quelle cartoline, terrore di esserne scoperti in possesso, terrore di venire in qualche modo accusati di esserne gli scriventi. Non un moto di rabbia, non un gesto di dubbio, non un accenno di ribellione. L’attività di Otto e Anna è stata invano, e anzi condurrà diverse altre persone alla rovina.

Otto ne è annientato, e solo alla fine riuscirà a intravedere uno spiraglio di libertà, mentale se non fisica, che gli darà la forza di andare avanti con grande coraggio. Ma non sarà mai realmente libero.

Alcuni dicono che sia un romanzo scritto male e in modo affrettato; a me che l’ho letto in lingua originale questo non è sembrato affatto il caso, anche se c’è almeno una piccola incongruenza nel racconto, che tuttavia penso di poter perdonare all’autore in virtù dell’enorme impatto che il libro ha avuto su di me.

In sostanza, cosa è stata la resistenza in Germania? Piccoli gesti di “eroismo” quotidiano, piccolissime ribellioni che tuttavia risultavano enormi atti di alto tradimento agli occhi del regime. Un’assenza quasi totale di resistenza, a causa del terrore onnipervasivo che non risparmiava nessuno. Per questo il romanzo è deprimente. Alla fine, non c’è stata una resistenza organizzata, ognuno ha combattuto da solo, per questo ognuno muore solo. Si parla o si accenna molto alla solitudine nel libro.

In definitiva l’ho trovato un romanzo stupendo che mi sento di consigliare a chiunque. Sicuramente molto prolisso, eccessivamente prolisso, avrebbe potuto dire le stesse cose in due terzi della lunghezza, ma credo che questo sia un difetto da considerarsi minore, tale è la potenza del libro.

Annunci

Franz Kafka, America – 1927

Franz Kafka, America (tit. originale Amerika), Newton Compton, Roma 1991. Traduzione dal tedesco di Mirella Ulivieri.

Questo romanzo è stato scritto da Kafka tra il 1911 e il 1914 e mai più ripreso in mano prima della sua morte. Rimasto dunque incompiuto, è stato pubblicato nel 1927, dopo la morte dell’autore. Il meno famoso tra i romanzi di Kafka, è infatti l’ultimo che mi mancava da leggere per completare la lettura di tutte le opere del grande praghese.

Noto in tedesco anche come Der Verschollene, “lo scomparso”, racconta la storia di Karl Rossmann, un ragazzo di neppure sedici anni che è stato sedotto (violentato, diremmo meglio) da una donna di servizio della sua famiglia e quindi esiliato in America dai genitori. La donna, che avrebbe potuto essere sua madre in quanto a età, è infatti rimasta incinta, onta delle onte per una rispettabile famiglia borghese.

Il romanzo inizia al porto di New York, dove la nave con cui Karl ha fatto la traversata oceanica è appena arrivata. Per meglio dire, il romanzo inizia ancora a bordo della nave, dove Karl, già pronto a scendere con la sua valigia, si mette alla ricerca dell’ombrello dimenticato in cabina. Inizia qui la sua avventura americana e le sue disavventure, che lo porteranno dalla casa del ricco zio alle strade di New York dove è costretto a cercare lavoro.

Kafka stesso disse che voleva scrivere un «romanzo dickensiano», i critici citano Charlie Chaplin: tutto vero, ma soprattutto questo è un autentico romanzo kafkiano. Qualcuno dice che sia un romanzo più vivace rispetto agli altri scritti di Kafka, forse perfino più leggero, ma alla fine della lettura mi chiedo come qualcuno possa pensare una cosa del genere. Il romanzo è sì rocambolesco, in un certo senso, perché segue le vicende (dis)avventurose di Karl, ma è profondamente angosciante in quanto Karl vede distruggersi tutto davanti a sé. Così come profondamente angoscianti sono le descrizioni a cui Kafka ci ha abituato. Le situazioni “kafkiane” sono molte: penso all’avventura di Karl nelle cucine dell’Hotel Occidental, al suo lavoro nello stesso hotel, alla descrizione di alcuni lati della vita come servo di Brunelda.

Inoltre, angosciante è la rappresentazione che Kafka dà dei rapporti di Karl con gli altri, in particolar modo con le donne. Violentato inizialmente dalla donna di servizio (perché dalla descrizione data non si può proprio dire che sia stato “sedotto”), viene poi trattato con grande violenza e malizia da Klara, per poi finire nelle grinfie di Brunelda e Delamarche. L’aspetto sessuale è costantemente insinuato, mai esplicitamente eccetto che nel caso della violenza subita, ma in ogni caso la tensione sessuale è presente in quasi tutto il romanzo. Ed è sempre intrecciata alla violenza.

Alla fine del libro sono inseriti alcuni frammenti che Kafka ha lasciato ma che tuttavia non servono a completare il romanzo. Tuttavia nel leggere Kafka siamo abituati all’incompiutezza e ce ne dobbiamo fare una ragione.

A parer mio si tratta di un grande romanzo di un autore immenso; un romanzo non meno grande di tante altre sue opere più conosciute. Meriterebbe senz’altro di avere più lettori.

Franziska Jennifer Lange, Das Aquarium

Franziska Jennifer Lange, Das Aquarium, 2013.

Quando avevo il Kindle da meno di un anno, nel 2013, mi sono imbattuta in questo libro di cui mi piacevano la trama e la copertina. Probabilmente ho letto l’anteprima, probabilmente era gratuito o costava pochissimo, fatto sta che l’ho preso e lasciato lì per cinque anni, perché me l’ero scordato e dopo non mi attirava più tantissimo.

Il libro, con la copertina che vedete qui a fianco, era, credo, autopubblicato, poi ho scoperto che è stato pubblicato “ufficialmente” a fine 2016 dalla casa editrice SadWolf Verlag. Ignoro se il testo sia rimasto lo stesso o se abbia subito modifiche sostanziali, anche se da una recensione che ho avuto modo di leggere mi viene da pensare che almeno il finale sia stato pesantemente cambiato, diventando addirittura l’esatto contrario di quello che era in questa versione forse non ancora definitiva. Forse non è stato neanche un male, dato che ho trovato questo finale un po’ debole e poco credibile, e in ogni caso mi baso solo su un paio di parole trovate in una recensione, non ho avuto modo di leggere il finale definitivo e per l’appunto neanche il libro definitivo.

Ad ogni modo, il romanzo.

Il protagonista è George, un web designer trentaduenne che abita al 22° piano di un palazzo di Amburgo insieme al suo gatto Van Helsing. Veniamo a sapere ben presto che George non esce di casa da due anni, e quando dico che non esce di casa non è un modo per dire che esce poco, ma proprio che non esce, ovvero non mette nemmeno il naso fuori dalla porta dell’appartamento, se non per aprire alle persone che gli consegnano i suoi molti acquisti fatti online o le pizze a domicilio.

Un giorno George è praticamente “costretto” a socializzare con altre persone (normalmente ha tre amici, che sente via email o via SMS), quando la ragazza della pizzeria a domicilio si autoinvita a bere una bottiglia di vino con lui, e in seguito quando uno dei suoi tre amici gli piazza in casa un coinquilino, Paddy.

Da notare che George non beve perché è un ex alcolista, e tuttora frequenta il forum online degli Alcolisti Anonimi. Inoltre, la ragazza della pizzeria gli ricorda enormemente sua sorella Betty che, scopriremo, si è suicidata anni addietro perché il padre la violentava. Da qui il colossale senso di colpa di George, che crede di non aver fatto abbastanza per proteggerla, senza tenere presente il fatto che erano solo bambini e che lui non avrebbe potuto fare molto. In seguito a questo fatto e a una relazione sentimentale finita male, George sviluppa una fortissima agorafobia con attacchi di panico che, appunto, lo tengono chiuso in casa per due anni.

Dico subito che il romanzo non è perfetto, forse proprio perché è una versione non ancora definitiva. Per esempio, mi sono chiesta per tutto il libro come cavolo faccia George con l’immondizia. Ok, magari gli escrementi del gatto li butta nel WC, ma la propria immondizia chi gliela butta? Oppure, come fa ad avere soldi in contanti per pagare la pizza a domicilio, se non esce da due anni? Forse queste problematiche sono state risolte nella versione definitiva.

Inoltre, come accennavo, il finale non mi ha convinta particolarmente, ma come dicevo ho il forte sospetto che sia stato stravolto nella versione definitiva, e forse questo è un bene, se non per George, quantomeno per la coerenza della storia.

Il romanzo sembra mettere moltissima carne al fuoco: agorafobia, pedofilia, suicidio, attacchi di panico, bulimia, relazioni problematiche, alcolismo, ecc. Per un po’ mi sono chiesta se questo non fosse eccessivo. Tuttavia, no, non lo è. Perché il nodo da cui tutto parte è la violenza sessuale che Betty, la sorella del protagonista, subisce ad opera del padre, e ben sappiamo come questo possa portare a tutta una serie di altre, grosse problematiche sia per la vittima che per chi le sta accanto. Quindi in realtà il romanzo in questo senso è molto realistico, cioè racconta le cose come realmente possono essere andate in un caso del genere. Certo, l’agorafobia di George è estrema e a molti potrebbe sembrare incredibile, ma io invece la trovo credibilissima per quanto estrema.

La scrittura è molto, molto particolare. Il romanzo è narrato in prima persona da George e lo stile è orale. Seguiamo il flusso dei pensieri del protagonista-narratore, ma non è un flusso di coscienza. È piuttosto un leggere dentro la sua testa le cose come gli passano in mente, ma quasi come se stesse parlando a qualcun altro o al limite scrivendo su un diario. È uno stile molto “giovane”, infarcito di termini del parlato, slang, modi di dire e, nel caso specifico, parole in inglese, dato che il tedesco “giovane” si mischia molto con l’inglese. È un tipo di scrittura che all’inizio può dare fastidio, perché pare un po’ come leggere un libro dello YouTuber diciottenne di turno, invece è chiaramente fatto apposta: l’autrice ci ha voluto portare nella testa di George, probabilmente per farci capire meglio il suo mondo e quello che gli sta succedendo, e non poteva farlo in modo migliore di questo.

Mi rendo conto dello scarso senso che ha scrivere una recensione in italiano di un libro che esiste solo in tedesco, ma è un romanzo che mi ha colpito molto e, a mio modo, ho voluto dire la mia opinione. Poi chissà che magari qualche lettore italiano che sa il tedesco non decida di leggerlo, e chissà anche che qualche casa editrice italiana non decida di tradurlo. Questa autrice, che credo esordiente, se lo meriterebbe tantissimo, perché ha scritto un romanzo di grande interesse e impatto.

Thomas Mann, La montagna incantata – 1924

Thomas Mann, La montagna incantata (tit. originale Der Zauberberg), Corbaccio, Milano 1992. Traduzione di Ervino Pocar.

«Che devo dire ora del libro stesso e del modo in cui lo si dovrebbe leggere? Comincio con una richiesta molto arrogante: lo si deve, cioè, leggere due volte. Questa richiesta va beninteso ritirata subito, qualora la prima volta il lettore si sia annoiato. L’arte non dev’essere un compito di scuola, una fatica, un’occupazione contre cœur, ma vuole e deve procurare gioia, divertire, animare, e chi non sente quest’effetto dell’opera d’arte gli conviene lasciarla lì e volgersi ad altro.»

Così dice Thomas Mann nella conferenza tenuta a Princeton agli studenti dell’università, riportata in appendice al libro. E ha ragione: l’arte non è un compito, non deve affaticare, l’arte non è erudizione, l’arte è piacere. Così è la lettura. Avendo completato già da molti anni la mia istruzione universitaria umanistico-linguistica, posso finalmente dire che non leggo più per erudirmi, ma per passare dei bei momenti, né ho mai letto per bearmi di una presunta superiorità, come invece temo che alcuni lettori facciano.

Tutto questo per dire che la lettura di questo romanzo è stata una fatica sovrumana, che raramente mi è capitato di sudare così tanto su un libro, almeno non su un libro letto per piacere anziché per studio. Mann suggerisce in questi casi di mollare, e anche qui ha ragione, ma io non l’ho fatto, e ho fatto male. Detto questo, non seguirò il suggerimento di Mann e di altri lettori che raccomandano di rileggere il libro una seconda volta, o almeno non lo farò in un futuro prossimo… non posso pronunciarmi su cosa deciderò di fare in vecchiaia. Con tanta saggezza in più sulle spalle, potrei anche decidere di rivisitare questo libro.

Le prime 200 pagine, figurarsi, le ho lette in due giorni, ma sono pagine meno spiccatamente filosofiche di quelle che seguono, che invece mi hanno visto sudare per diverso tempo.

Il romanzo è stato concepito da Mann come contrappunto umoristico al racconto lungo La morte a Venezia, e come questo doveva essere un racconto. Invece è diventato un romanzo di 700 pagine, dopo dodici anni di scrittura. Pubblicato nel 1924, 24 anni dopo I Buddenbrook, romanzo “giovanile” che invece mi è piaciuto molto, La montagna incantata è, potremmo dire, il romanzo della maturità, e certamente quello in cui si esplica tutta la maestria dell’autore.

Concepito durante il soggiorno di sei mesi della moglie a Davos, in Svizzera (lo stesso paesino in cui si svolge il romanzo), anzi più precisamente durante le tre settimane che l’autore vi trascorre in visita, La montagna incantata prende dunque spunto da una vicenda reale per creare con Hans Castorp e tutti gli altri personaggi delle figure assolutamente simboliche. Castorp simboleggia la borghesia tedesca, suo cugino Joachim Ziemssen l’aspirazione militare di tanta gioventù tedesca, e così via, ogni personaggio ha un ruolo squisitamente simbolico che sarà tanto più chiaro a chi, contariamente a me, sia erudito e colto. No davvero, non lo dico per falsa modestia, è che ci vuole una cultura di portata vastissima per comprendere tutti i molteplici simbolismi di questo maestoso romanzo.

La storia di Hans Castorp, che va a trovare suo cugino al sanatorio Berghof di Davos per tre settimane, e vi rimane sette anni, si alterna e anzi si mischia inscindibilmente a parti filosofiche che sono certamente meravigliose e degne della più profonda attenzione per chi abbia cultura e cervello a sufficienza da capirle, seguirle e apprezzarle. Per me, è stata una tortura. Si filosofeggia del tempo (soprattutto), ma anche della morte, della vita, della religione, di tantissimi concetti e idee, insomma. Ma è troppo per me, davvero.

La storia di Castorp è interessante, ma è niente da sola: bisogna prenderla insieme alla filosofia, alle riflessioni, alle meditazioni, e solo allora il romanzo acquista un senso. C’è chi dice che questo romanzo gli è piaciuto pur non avendo compreso le parti filosofiche, io invece non lo posso dire, perché trama e filosofia mi sembrano qui inscindibili. Perciò, riconosco, eccome, la portata del pensiero di Mann, riconosco la magnitudine dell’opera, ma no, il romanzo non mi è piaciuto, perché sì, ho fatto fatica, e no, non era questo lo scopo del suo autore, che anzi mi suggeriva di abbandonarlo in questo caso.

(Come vedete questa non è una recensione, ma per forza di cose: come potrei recensire un romanzo che non ho davvero compreso?)

Klaus Mann, Mephisto

Klaus Mann, Mephisto. Roman einer Karriere, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg 1981.

Se le mie recensioni avessero un titolo, questa si intitolerebbe “Non sei tu, sono io”. Il libro non è per niente brutto, tutt’altro, ma non mi ha coinvolta, tanto che ci ho messo due settimane a leggerlo, e sono appena 415 pagine, postfazione compresa. Ho sempre sostenuto (e se mi seguite lo sapete) che ogni libro abbia il proprio momento nella vita di un lettore. Ecco, semplicemente, sicuramente, per questo libro non era il momento giusto. Se lo avessi letto in un altro momento è probabile che lo avrei apprezzato tantissimo, ma in questo caso ho voluto fare una cosa che non faccio praticamente mai, e cioè forzarmi a continuare la lettura nonostante il poco coinvolgimento. L’ho fatto perché “sentivo” che il libro meritava, e che il problema ero solo io, e pensavo che perseverando mi sarebbe piaciuto di più. Invece non ho fatto un buon servizio né a me né al libro, anzi proprio il contrario.

Klaus Mann è uno scrittore pressoché sconosciuto in Italia, credo, anche se questo libro è stato pubblicato prima da Garzanti e poi, più di recente, da Feltrinelli, con il titolo Mephisto. Romanzo di una carriera. Credo sia tuttavia apprezzato in patria e non solo, sebbene riscoperto tardivamente dopo la sua morte. Pochi mesi fa ho letto la sua autobiografia, La svolta, che ho recensito qui.

Come ho conosciuto allora Klaus Mann? È semplice, all’università, a Verona, ci fecero vedere un film sulla famiglia Mann, di cui non ricordo il titolo, ma che ricordo essere molto bello e interessante. Tutti conosciamo Thomas Mann ma, perlomeno in Italia, poco sappiamo del resto della famiglia, sebbene sia stata una famiglia di letterati e artisti di vario genere. Klaus Mann, secondogenito di Thomas, era rappresentato nel film come un uomo estremamente dotato a livello artistico, seppure sfortunato perché morto suicida. Famoso è il conflitto col padre, che, si dice, non lo apprezzava particolarmente, forse perché Klaus viveva apertamente la propria omosessualità mentre, come molti affermano, Thomas sarebbe stato anch’egli omosessuale ma non lo avrebbe mai confessato apertamente. Non che mi interessi molto la vita sessual-sentimentale né di Thomas né di Klaus Mann, ad essere sincera. Ad ogni modo, quel film mi aveva incuriosito nei confronti dell’intera famiglia Mann e, quando in Lussemburgo trovai una copia di Mephisto e una di La svolta, in lingua originale, a pochi euro, decisi di comprarli e provare a vedere, salvo poi lasciarli entrambi a prendere polvere fino adesso.

Quello che voglio dire è che mi sono approcciata “vergine” a questo romanzo, senza sapere praticamente niente, se non il pochissimo che era scritto sulla quarta di copertina, ovvero che si trattava della storia di un attore che fa un patto col diavolo per fare carriera nel Terzo Reich, e che il libro, uscito nel 1936, è stato proibito per vari anni fino ad essere ripubblicato nel 1981 da Rowohlt. Questo mi incuriosiva, certo, ma non mi diceva molto del contenuto del libro. Ho fatto qualche piccola ricerca e ho scoperto, come racconta Michael Töteberg nella postfazione a questa edizione, che il libro fu vietato in Germania nel 1966 perché portato in tribunale dal figlio di Gustaf Gründgens. Gründgens, ex marito di Erika Mann, è l’attore su cui si basa la figura di Hendrik Höfgen, protagonista di questo romanzo. Ma non solo, pare che Gründgens sia stato descritto fin nei minimi particolari e rappresentato nel modo più veritiero, ragion per cui il figlio cercò di impedire la ripubblicazione dell’opera, dal momento che l’attore non è certo presentato in termini idilliaci…

In ogni caso io credo che conoscere la storia del romanzo, per quanto interessante e utile ai fini della comprensione, non sia indispensabile e anzi possa non aiutare ad apprezzare il libro stesso. Del resto parliamo di personaggi esistiti settanta o ottanta anni fa nella Germania del Terzo Reich, artisti di cui noi italiani non sappiamo niente o quasi. La caratterizzazione, il “romanzo a chiave” (termine odiato da Klaus Mann) poteva avere senso all’epoca, ma ridurre oggi il libro a questo non ha senso alcuno, perché significherebbe che il libro ha fatto il suo tempo e non avrebbe senso (di nuovo) continuare a pubblicarlo e a leggerlo. Io credo invece che questo romanzo abbia valore universale e che si possa e anzi si debba leggerlo senza sapere niente dei personaggi che ci sono dietro.

La storia del libro è dunque travagliata. Pensiamo che un libro del genere, ferocemente critico nei confronti del regime hitleriano, fu pubblicato nel 1936! È naturale dunque che la pubblicazione sia avvenuta non in patria ma all’estero, precisamente ad Amsterdam presso la casa editrice Querido, che si occupava di lettura dell’esilio. Klaus Mann viveva già in esilio e si occupava di diffondere la letteratura e la cultura dei suoi compatrioti auto-esiliati all’estero. Pensiamo che nei decenni successivi fu prima tradotto in varie lingue e solo dopo ripubblicato in Germania.

È un romanzo estremamente coraggioso perché, se è pur vero che non venne pubblicato in Germania ma in Olanda, è altrettanto vero che, a quanto pare, riuscì comunque a circolare in patria e, sebbene l’autore vivesse all’estero, era sicuramente ancor più messo in pericolo da un’opera come questa.

Il protagonista è dunque l’attore Hendrik Höfgen di Colonia, che vive e lavora ad Amburgo e riuscirà poi ad arrivare sui palchi di Berlino. Dice bene il sottotitolo, questo è davvero il “romanzo di una carriera”. La carriera è infatti la cosa più importante per Höfgen, più di ogni altra cosa, perfino più dell’integrità morale, delle convinzioni politiche, delle amicizie, dei sentimenti – di tutto. Höfgen è un attore di grande talento che vuole disperatamente fare carriera ed essere all’apice. Per questo non guarderà in faccia niente e nessuno.

Hendrik ha dichiarate simpatie “bolsceviche” e con i suoi colleghi di Amburgo cerca di mettere su un “teatro rivoluzionario” (siamo nel 1926). Alcuni suoi colleghi, uno in particolare, sono convinti sostenitori del nascente partito nazista, e Hendrik non esita a litigare con loro e perfino a far cacciare un attore dalla compagnia proprio per contrasti politici. Hendrik ha inoltre dei gusti sessuali particolari, che soddisfa con la sua “Venere nera”, la “principessa Tebab”, una donna per metà africana e per metà tedesca, che però si sente completamente tedesca nonostante il colore della sua pelle. (Questo è l’unico particolare in cui Hendrik differisce da Gustaf Gründgens, in quanto quest’ultimo era in realtà omosessuale.) Tuttavia Hendirk finisce per sposare Barbara, il suo “angelo”, ma si tratta di un matrimonio bianco perché senza pratiche sadomasochistiche Hendrik non riesce a concludere niente. Hendrik è però davvero innamorato soltanto della sua carriera e, all’avvento al potere dei nazisti, non esita a mettersi al loro servizio pur di poter fare carriera. Tuttavia, alla fine (le ultime pagine sono le più belle) Hendrik si accorgerà di essere solo un pagliaccio, il buffone di corte, la scimmia del potere.

La storia è dunque estremamente interessante: il rapido avanzare di un uomo che per la carriera rinuncia a tutte le proprie convinzioni e perfino alla propria umanità. L’esecuzione è a parer mio un po’ debole, perché, come hanno detto alcuni recensori, sembra a tratti di leggere più un pamphlet giornalistico che un romanzo. Sebbene sia naturale che l’autore infarcisca il libro del proprio pensiero (non potrebbe essere altrimenti vista la natura del romanzo, e ci mancherebbe), tuttavia in alcuni passaggi prende un tono pedagogico che mal si adatta al resto del libro, più descrittivo. Credo insomma che Mann avrebbe potuto descrivere benissimo le proprie idee semplicemente facendole trasparire, non certo velatamente, dal contenuto del libro, e che non ci fosse la necessità di spiegarle per esteso.

Insomma, come dicevo all’inizio, il libro merita senz’altro, e se non l’ho apprezzato di più la “colpa” è stata soltanto mia, non certo del romanzo o dell’autore. Perciò lo consiglio. E può darsi che io decida di leggere altro di questo autore.

Da questo libro è stato tratto il film omonimo di István Szabó che, tra gli altri riconoscimenti, ha vinto il premio Oscar 1981 per il miglior film straniero. Dicono che sia bellissimo, devo assolutamente cercare di vederlo.