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Franziska Jennifer Lange, Das Aquarium

Franziska Jennifer Lange, Das Aquarium, 2013.

Quando avevo il Kindle da meno di un anno, nel 2013, mi sono imbattuta in questo libro di cui mi piacevano la trama e la copertina. Probabilmente ho letto l’anteprima, probabilmente era gratuito o costava pochissimo, fatto sta che l’ho preso e lasciato lì per cinque anni, perché me l’ero scordato e dopo non mi attirava più tantissimo.

Il libro, con la copertina che vedete qui a fianco, era, credo, autopubblicato, poi ho scoperto che è stato pubblicato “ufficialmente” a fine 2016 dalla casa editrice SadWolf Verlag. Ignoro se il testo sia rimasto lo stesso o se abbia subito modifiche sostanziali, anche se da una recensione che ho avuto modo di leggere mi viene da pensare che almeno il finale sia stato pesantemente cambiato, diventando addirittura l’esatto contrario di quello che era in questa versione forse non ancora definitiva. Forse non è stato neanche un male, dato che ho trovato questo finale un po’ debole e poco credibile, e in ogni caso mi baso solo su un paio di parole trovate in una recensione, non ho avuto modo di leggere il finale definitivo e per l’appunto neanche il libro definitivo.

Ad ogni modo, il romanzo.

Il protagonista è George, un web designer trentaduenne che abita al 22° piano di un palazzo di Amburgo insieme al suo gatto Van Helsing. Veniamo a sapere ben presto che George non esce di casa da due anni, e quando dico che non esce di casa non è un modo per dire che esce poco, ma proprio che non esce, ovvero non mette nemmeno il naso fuori dalla porta dell’appartamento, se non per aprire alle persone che gli consegnano i suoi molti acquisti fatti online o le pizze a domicilio.

Un giorno George è praticamente “costretto” a socializzare con altre persone (normalmente ha tre amici, che sente via email o via SMS), quando la ragazza della pizzeria a domicilio si autoinvita a bere una bottiglia di vino con lui, e in seguito quando uno dei suoi tre amici gli piazza in casa un coinquilino, Paddy.

Da notare che George non beve perché è un ex alcolista, e tuttora frequenta il forum online degli Alcolisti Anonimi. Inoltre, la ragazza della pizzeria gli ricorda enormemente sua sorella Betty che, scopriremo, si è suicidata anni addietro perché il padre la violentava. Da qui il colossale senso di colpa di George, che crede di non aver fatto abbastanza per proteggerla, senza tenere presente il fatto che erano solo bambini e che lui non avrebbe potuto fare molto. In seguito a questo fatto e a una relazione sentimentale finita male, George sviluppa una fortissima agorafobia con attacchi di panico che, appunto, lo tengono chiuso in casa per due anni.

Dico subito che il romanzo non è perfetto, forse proprio perché è una versione non ancora definitiva. Per esempio, mi sono chiesta per tutto il libro come cavolo faccia George con l’immondizia. Ok, magari gli escrementi del gatto li butta nel WC, ma la propria immondizia chi gliela butta? Oppure, come fa ad avere soldi in contanti per pagare la pizza a domicilio, se non esce da due anni? Forse queste problematiche sono state risolte nella versione definitiva.

Inoltre, come accennavo, il finale non mi ha convinta particolarmente, ma come dicevo ho il forte sospetto che sia stato stravolto nella versione definitiva, e forse questo è un bene, se non per George, quantomeno per la coerenza della storia.

Il romanzo sembra mettere moltissima carne al fuoco: agorafobia, pedofilia, suicidio, attacchi di panico, bulimia, relazioni problematiche, alcolismo, ecc. Per un po’ mi sono chiesta se questo non fosse eccessivo. Tuttavia, no, non lo è. Perché il nodo da cui tutto parte è la violenza sessuale che Betty, la sorella del protagonista, subisce ad opera del padre, e ben sappiamo come questo possa portare a tutta una serie di altre, grosse problematiche sia per la vittima che per chi le sta accanto. Quindi in realtà il romanzo in questo senso è molto realistico, cioè racconta le cose come realmente possono essere andate in un caso del genere. Certo, l’agorafobia di George è estrema e a molti potrebbe sembrare incredibile, ma io invece la trovo credibilissima per quanto estrema.

La scrittura è molto, molto particolare. Il romanzo è narrato in prima persona da George e lo stile è orale. Seguiamo il flusso dei pensieri del protagonista-narratore, ma non è un flusso di coscienza. È piuttosto un leggere dentro la sua testa le cose come gli passano in mente, ma quasi come se stesse parlando a qualcun altro o al limite scrivendo su un diario. È uno stile molto “giovane”, infarcito di termini del parlato, slang, modi di dire e, nel caso specifico, parole in inglese, dato che il tedesco “giovane” si mischia molto con l’inglese. È un tipo di scrittura che all’inizio può dare fastidio, perché pare un po’ come leggere un libro dello YouTuber diciottenne di turno, invece è chiaramente fatto apposta: l’autrice ci ha voluto portare nella testa di George, probabilmente per farci capire meglio il suo mondo e quello che gli sta succedendo, e non poteva farlo in modo migliore di questo.

Mi rendo conto dello scarso senso che ha scrivere una recensione in italiano di un libro che esiste solo in tedesco, ma è un romanzo che mi ha colpito molto e, a mio modo, ho voluto dire la mia opinione. Poi chissà che magari qualche lettore italiano che sa il tedesco non decida di leggerlo, e chissà anche che qualche casa editrice italiana non decida di tradurlo. Questa autrice, che credo esordiente, se lo meriterebbe tantissimo, perché ha scritto un romanzo di grande interesse e impatto.

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Thomas Mann, La montagna incantata – 1924

Thomas Mann, La montagna incantata (tit. originale Der Zauberberg), Corbaccio, Milano 1992. Traduzione di Ervino Pocar.

«Che devo dire ora del libro stesso e del modo in cui lo si dovrebbe leggere? Comincio con una richiesta molto arrogante: lo si deve, cioè, leggere due volte. Questa richiesta va beninteso ritirata subito, qualora la prima volta il lettore si sia annoiato. L’arte non dev’essere un compito di scuola, una fatica, un’occupazione contre cœur, ma vuole e deve procurare gioia, divertire, animare, e chi non sente quest’effetto dell’opera d’arte gli conviene lasciarla lì e volgersi ad altro.»

Così dice Thomas Mann nella conferenza tenuta a Princeton agli studenti dell’università, riportata in appendice al libro. E ha ragione: l’arte non è un compito, non deve affaticare, l’arte non è erudizione, l’arte è piacere. Così è la lettura. Avendo completato già da molti anni la mia istruzione universitaria umanistico-linguistica, posso finalmente dire che non leggo più per erudirmi, ma per passare dei bei momenti, né ho mai letto per bearmi di una presunta superiorità, come invece temo che alcuni lettori facciano.

Tutto questo per dire che la lettura di questo romanzo è stata una fatica sovrumana, che raramente mi è capitato di sudare così tanto su un libro, almeno non su un libro letto per piacere anziché per studio. Mann suggerisce in questi casi di mollare, e anche qui ha ragione, ma io non l’ho fatto, e ho fatto male. Detto questo, non seguirò il suggerimento di Mann e di altri lettori che raccomandano di rileggere il libro una seconda volta, o almeno non lo farò in un futuro prossimo… non posso pronunciarmi su cosa deciderò di fare in vecchiaia. Con tanta saggezza in più sulle spalle, potrei anche decidere di rivisitare questo libro.

Le prime 200 pagine, figurarsi, le ho lette in due giorni, ma sono pagine meno spiccatamente filosofiche di quelle che seguono, che invece mi hanno visto sudare per diverso tempo.

Il romanzo è stato concepito da Mann come contrappunto umoristico al racconto lungo La morte a Venezia, e come questo doveva essere un racconto. Invece è diventato un romanzo di 700 pagine, dopo dodici anni di scrittura. Pubblicato nel 1924, 24 anni dopo I Buddenbrook, romanzo “giovanile” che invece mi è piaciuto molto, La montagna incantata è, potremmo dire, il romanzo della maturità, e certamente quello in cui si esplica tutta la maestria dell’autore.

Concepito durante il soggiorno di sei mesi della moglie a Davos, in Svizzera (lo stesso paesino in cui si svolge il romanzo), anzi più precisamente durante le tre settimane che l’autore vi trascorre in visita, La montagna incantata prende dunque spunto da una vicenda reale per creare con Hans Castorp e tutti gli altri personaggi delle figure assolutamente simboliche. Castorp simboleggia la borghesia tedesca, suo cugino Joachim Ziemssen l’aspirazione militare di tanta gioventù tedesca, e così via, ogni personaggio ha un ruolo squisitamente simbolico che sarà tanto più chiaro a chi, contariamente a me, sia erudito e colto. No davvero, non lo dico per falsa modestia, è che ci vuole una cultura di portata vastissima per comprendere tutti i molteplici simbolismi di questo maestoso romanzo.

La storia di Hans Castorp, che va a trovare suo cugino al sanatorio Berghof di Davos per tre settimane, e vi rimane sette anni, si alterna e anzi si mischia inscindibilmente a parti filosofiche che sono certamente meravigliose e degne della più profonda attenzione per chi abbia cultura e cervello a sufficienza da capirle, seguirle e apprezzarle. Per me, è stata una tortura. Si filosofeggia del tempo (soprattutto), ma anche della morte, della vita, della religione, di tantissimi concetti e idee, insomma. Ma è troppo per me, davvero.

La storia di Castorp è interessante, ma è niente da sola: bisogna prenderla insieme alla filosofia, alle riflessioni, alle meditazioni, e solo allora il romanzo acquista un senso. C’è chi dice che questo romanzo gli è piaciuto pur non avendo compreso le parti filosofiche, io invece non lo posso dire, perché trama e filosofia mi sembrano qui inscindibili. Perciò, riconosco, eccome, la portata del pensiero di Mann, riconosco la magnitudine dell’opera, ma no, il romanzo non mi è piaciuto, perché sì, ho fatto fatica, e no, non era questo lo scopo del suo autore, che anzi mi suggeriva di abbandonarlo in questo caso.

(Come vedete questa non è una recensione, ma per forza di cose: come potrei recensire un romanzo che non ho davvero compreso?)

Klaus Mann, Mephisto

Klaus Mann, Mephisto. Roman einer Karriere, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg 1981.

Se le mie recensioni avessero un titolo, questa si intitolerebbe “Non sei tu, sono io”. Il libro non è per niente brutto, tutt’altro, ma non mi ha coinvolta, tanto che ci ho messo due settimane a leggerlo, e sono appena 415 pagine, postfazione compresa. Ho sempre sostenuto (e se mi seguite lo sapete) che ogni libro abbia il proprio momento nella vita di un lettore. Ecco, semplicemente, sicuramente, per questo libro non era il momento giusto. Se lo avessi letto in un altro momento è probabile che lo avrei apprezzato tantissimo, ma in questo caso ho voluto fare una cosa che non faccio praticamente mai, e cioè forzarmi a continuare la lettura nonostante il poco coinvolgimento. L’ho fatto perché “sentivo” che il libro meritava, e che il problema ero solo io, e pensavo che perseverando mi sarebbe piaciuto di più. Invece non ho fatto un buon servizio né a me né al libro, anzi proprio il contrario.

Klaus Mann è uno scrittore pressoché sconosciuto in Italia, credo, anche se questo libro è stato pubblicato prima da Garzanti e poi, più di recente, da Feltrinelli, con il titolo Mephisto. Romanzo di una carriera. Credo sia tuttavia apprezzato in patria e non solo, sebbene riscoperto tardivamente dopo la sua morte. Pochi mesi fa ho letto la sua autobiografia, La svolta, che ho recensito qui.

Come ho conosciuto allora Klaus Mann? È semplice, all’università, a Verona, ci fecero vedere un film sulla famiglia Mann, di cui non ricordo il titolo, ma che ricordo essere molto bello e interessante. Tutti conosciamo Thomas Mann ma, perlomeno in Italia, poco sappiamo del resto della famiglia, sebbene sia stata una famiglia di letterati e artisti di vario genere. Klaus Mann, secondogenito di Thomas, era rappresentato nel film come un uomo estremamente dotato a livello artistico, seppure sfortunato perché morto suicida. Famoso è il conflitto col padre, che, si dice, non lo apprezzava particolarmente, forse perché Klaus viveva apertamente la propria omosessualità mentre, come molti affermano, Thomas sarebbe stato anch’egli omosessuale ma non lo avrebbe mai confessato apertamente. Non che mi interessi molto la vita sessual-sentimentale né di Thomas né di Klaus Mann, ad essere sincera. Ad ogni modo, quel film mi aveva incuriosito nei confronti dell’intera famiglia Mann e, quando in Lussemburgo trovai una copia di Mephisto e una di La svolta, in lingua originale, a pochi euro, decisi di comprarli e provare a vedere, salvo poi lasciarli entrambi a prendere polvere fino adesso.

Quello che voglio dire è che mi sono approcciata “vergine” a questo romanzo, senza sapere praticamente niente, se non il pochissimo che era scritto sulla quarta di copertina, ovvero che si trattava della storia di un attore che fa un patto col diavolo per fare carriera nel Terzo Reich, e che il libro, uscito nel 1936, è stato proibito per vari anni fino ad essere ripubblicato nel 1981 da Rowohlt. Questo mi incuriosiva, certo, ma non mi diceva molto del contenuto del libro. Ho fatto qualche piccola ricerca e ho scoperto, come racconta Michael Töteberg nella postfazione a questa edizione, che il libro fu vietato in Germania nel 1966 perché portato in tribunale dal figlio di Gustaf Gründgens. Gründgens, ex marito di Erika Mann, è l’attore su cui si basa la figura di Hendrik Höfgen, protagonista di questo romanzo. Ma non solo, pare che Gründgens sia stato descritto fin nei minimi particolari e rappresentato nel modo più veritiero, ragion per cui il figlio cercò di impedire la ripubblicazione dell’opera, dal momento che l’attore non è certo presentato in termini idilliaci…

In ogni caso io credo che conoscere la storia del romanzo, per quanto interessante e utile ai fini della comprensione, non sia indispensabile e anzi possa non aiutare ad apprezzare il libro stesso. Del resto parliamo di personaggi esistiti settanta o ottanta anni fa nella Germania del Terzo Reich, artisti di cui noi italiani non sappiamo niente o quasi. La caratterizzazione, il “romanzo a chiave” (termine odiato da Klaus Mann) poteva avere senso all’epoca, ma ridurre oggi il libro a questo non ha senso alcuno, perché significherebbe che il libro ha fatto il suo tempo e non avrebbe senso (di nuovo) continuare a pubblicarlo e a leggerlo. Io credo invece che questo romanzo abbia valore universale e che si possa e anzi si debba leggerlo senza sapere niente dei personaggi che ci sono dietro.

La storia del libro è dunque travagliata. Pensiamo che un libro del genere, ferocemente critico nei confronti del regime hitleriano, fu pubblicato nel 1936! È naturale dunque che la pubblicazione sia avvenuta non in patria ma all’estero, precisamente ad Amsterdam presso la casa editrice Querido, che si occupava di lettura dell’esilio. Klaus Mann viveva già in esilio e si occupava di diffondere la letteratura e la cultura dei suoi compatrioti auto-esiliati all’estero. Pensiamo che nei decenni successivi fu prima tradotto in varie lingue e solo dopo ripubblicato in Germania.

È un romanzo estremamente coraggioso perché, se è pur vero che non venne pubblicato in Germania ma in Olanda, è altrettanto vero che, a quanto pare, riuscì comunque a circolare in patria e, sebbene l’autore vivesse all’estero, era sicuramente ancor più messo in pericolo da un’opera come questa.

Il protagonista è dunque l’attore Hendrik Höfgen di Colonia, che vive e lavora ad Amburgo e riuscirà poi ad arrivare sui palchi di Berlino. Dice bene il sottotitolo, questo è davvero il “romanzo di una carriera”. La carriera è infatti la cosa più importante per Höfgen, più di ogni altra cosa, perfino più dell’integrità morale, delle convinzioni politiche, delle amicizie, dei sentimenti – di tutto. Höfgen è un attore di grande talento che vuole disperatamente fare carriera ed essere all’apice. Per questo non guarderà in faccia niente e nessuno.

Hendrik ha dichiarate simpatie “bolsceviche” e con i suoi colleghi di Amburgo cerca di mettere su un “teatro rivoluzionario” (siamo nel 1926). Alcuni suoi colleghi, uno in particolare, sono convinti sostenitori del nascente partito nazista, e Hendrik non esita a litigare con loro e perfino a far cacciare un attore dalla compagnia proprio per contrasti politici. Hendrik ha inoltre dei gusti sessuali particolari, che soddisfa con la sua “Venere nera”, la “principessa Tebab”, una donna per metà africana e per metà tedesca, che però si sente completamente tedesca nonostante il colore della sua pelle. (Questo è l’unico particolare in cui Hendrik differisce da Gustaf Gründgens, in quanto quest’ultimo era in realtà omosessuale.) Tuttavia Hendirk finisce per sposare Barbara, il suo “angelo”, ma si tratta di un matrimonio bianco perché senza pratiche sadomasochistiche Hendrik non riesce a concludere niente. Hendrik è però davvero innamorato soltanto della sua carriera e, all’avvento al potere dei nazisti, non esita a mettersi al loro servizio pur di poter fare carriera. Tuttavia, alla fine (le ultime pagine sono le più belle) Hendrik si accorgerà di essere solo un pagliaccio, il buffone di corte, la scimmia del potere.

La storia è dunque estremamente interessante: il rapido avanzare di un uomo che per la carriera rinuncia a tutte le proprie convinzioni e perfino alla propria umanità. L’esecuzione è a parer mio un po’ debole, perché, come hanno detto alcuni recensori, sembra a tratti di leggere più un pamphlet giornalistico che un romanzo. Sebbene sia naturale che l’autore infarcisca il libro del proprio pensiero (non potrebbe essere altrimenti vista la natura del romanzo, e ci mancherebbe), tuttavia in alcuni passaggi prende un tono pedagogico che mal si adatta al resto del libro, più descrittivo. Credo insomma che Mann avrebbe potuto descrivere benissimo le proprie idee semplicemente facendole trasparire, non certo velatamente, dal contenuto del libro, e che non ci fosse la necessità di spiegarle per esteso.

Insomma, come dicevo all’inizio, il libro merita senz’altro, e se non l’ho apprezzato di più la “colpa” è stata soltanto mia, non certo del romanzo o dell’autore. Perciò lo consiglio. E può darsi che io decida di leggere altro di questo autore.

Da questo libro è stato tratto il film omonimo di István Szabó che, tra gli altri riconoscimenti, ha vinto il premio Oscar 1981 per il miglior film straniero. Dicono che sia bellissimo, devo assolutamente cercare di vederlo.

Thomas Mann, I Buddenbrook

Thomas Mann, I Buddenbrook (tit. originale Buddenbrooks. Verfall einer Familie), Mondolibri, Milano 1992. Traduzione di Anita Rho.

Il romanzo è diviso in undici parti, ma la storia della famiglia Buddenbrook si può secondo me dividere in due sole parti: la prima, quella della prosperità della famiglia e della ditta con il vecchio Johann prima e suo figlio Johann/Jean poi; la seconda quella della decadenza, che ha inizio con Thomas, figlio di Jean. Più o meno la prima parte occupa un po’ più della metà del libro, e il resto è dedicato alla seconda.

Mi sono approcciata a questo romanzo, che volevo leggere da tempo, con la (quasi) certezza che lo avrei amato. Invece per la prima metà è stato estremamente difficile amarlo. Non concordo con chi dice che le prime pagine (chi dice 30, chi dice 100 – consideriamo che tutte sono 689) siano difficili/pesanti/noiose e che perseverando la situazione migliora. Non ho trovato pesante nemmeno una pagina di questo lungo romanzo. Al contrario, è un libro di una scorrevolezza invidiabile, che si legge con piacere estremo, soprattutto grazie alla bellezza della prosa. Certo, questa bellezza si va necessariamente a perdere in traduzione, eppure dietro la trasposizione in un’altra lingua si riesce ancora a vedere che la prosa è eccelsa. Non che potesse essere diversamente, con un premio Nobel del calibro di Thomas Mann. Eppure non era così scontato, se si pensa che questo romanzo è stato pubblicato quando l’autore aveva appena 26 anni.

Ma torniamo a quello che stavo dicendo. Dicevo che la prima parte, quella in cui la famiglia Buddenbrook prospera, l’ho trovata difficile da amare. Naturalmente è scritta benissimo così come tutto il libro, naturalmente la storia di questa famiglia è resa molto interessante da Mann, naturalmente il romanzo mi è piaciuto fin dall’inizio. Semplicemente non l’ho amato, e ho sentito tanto più questa “delusione” in quanto mi ero approcciata ad esso con la ferma convinzione che me ne sarei perdutamente innamorata. Le aspettative troppo alte sono sempre una fregatura, lasciatemelo dire.

Le cose sono cambiate drasticamente quando ho cominciato a intravedere le prime tracce della decadenza di cui si parla nel sottotitolo, che recita “Decadenza di una famiglia”. Forse amo le storie più cupe rispetto a quelle di abbondanza e prosperità? Possibile. Certo è che Mann eccelle nella narrazione sia dell’uno che dell’altro aspetto, sia della prosperità che del disfacimento. Eppure la lunga agonia della famiglia Buddenbrook l’ho trovata superba. Non così la parte più “felice” della lunga vita della famiglia Buddenbrook.

*Non leggete oltre se non volete spoiler!*

Ci sono alcune parti nel romanzo che sono semplicemente meravigliose nella loro cupezza e verosimiglianza. Le pagine in cui la vecchia consolessa Elisabeth Buddenbrook, moglie del console Jean e madre di Thomas, muore di polmonite, sono fra le più toccanti che io abbia mai letto. La descrizione dell’agonia della donna, prolungata a dismisura dall’accanimento bestiale dei due medici che, anziché lasciarla morire in pace, le somministrano farmaci per rinforzare il cuore al fine di donare qualche minuto in più ai familiari e senza minimamente curarsi delle atroci sofferenze della consolessa, questa descrizione è minutamente dettagliata e realistica. Mi sono arrabbiata terribilmente con i due medici, pensando con appena un pochettino di sollievo che un accanimento simile oggi, sebbene assistiamo spessissimo a casi di brutale accanimento terapeutico, non sarebbe comunque possibile a quei livelli. Non lo concepiremmo nemmeno, o almeno è quello che voglio sperare.

Subito dopo la morte della consolessa, bellissima è la scena in cui viene descritta la riunione dei figli in cui essi devono decidere come spartirsi gli oggetti lasciati dalla madre: biancheria, argenteria, mobili e così via. Le liti che si vengono a creare, con la donna appena deceduta nell’altra stanza, sono qualcosa di incredibile. Non incredibile nel senso che non si può credere che cose del genere avvengano, anzi proprio il contrario: la verosimiglianza e la cattiveria di questa scena fanno rimanere di stucco.

Il lento (ma non poi così lento!) decadere della famiglia viene descritto da Mann in modo inesorabile, impietoso. La seconda metà del libro non ha a mio parere una sbavatura, un di più, uno scivolone grande o piccolo che sia. È semplicemente perfetta.

Quanto ai personaggi, è stato detto e ridetto che Mann si identifica soprattutto con i fratelli Thomas e Antonie detta Tony e con il figlio di Thomas, Hanno. È stato anche detto e ridetto che l’autore per i personaggi di questo romanzo si è ispirato alla propria famiglia, se vi interessa potete leggere la pagina molto ben fatta di Wikipedia, sempre che non vi spaventino gli spoiler. Di mio posso solo dire che ho trovato quasi tutti i personaggi odiosi e pieni di boria, ma proprio per questo li ho trovati ben caratterizzati e tratteggiati. Dopotutto stiamo parlando di una famiglia dell’alta borghesia nella Germania dell’Ottocento, per cui è ovvio che ci troviamo di fronte a persone boriose e arroganti. E non è strano che siano antipatiche.

Ad ogni modo, il personaggio che mi è piaciuto di più, pur non trovandola simpatica, è Tony, che compare fin dalla prima pagina, bambinetta di otto anni, per poi chiudere il libro all’età di cinquant’anni. Non è lei la protagonista del romanzo, perché protagonista è l’intera famiglia Buddenbrook, ma comunque è chiaro che è un personaggio caro all’autore. Tony è una donna sconfitta dalla vita che però, salvo che nelle due ultimissime pagine, non si butta giù sebbene ne dia l’impressione (quel continuo lamentarsi di Grünlich!…). È un personaggio a tutto tondo (come anche gli altri, in effetti) che risulta forse la più forte componente della famiglia, sebbene sia quella che è stata continuamente presa a schiaffi dalla vita. È descritta perfettamente, e questo la rende non solo credibile ma anche piacevole da seguire nelle sue vicende e nei suoi pensieri.

Molti dicono di aver amato il piccolo Hanno, l’ultimo erede maschio della famiglia Buddenbrook, che porta definitivamente alla rovina la sua famiglia morendo di tifo e facendo così del tutto seccare l’albero dei Buddenbrook. Io non l’ho apprezzato particolarmente, sebbene sia, come gli altri, ben caratterizzato, e sia protagonista di un paio delle mie scene preferite dopo quella della morte della nonna. Parlo delle scene a scuola, quando alla fine del libro Mann descrive in modo iperrealistico una giornata tipica del piccolo Hanno (ormai non tanto più piccolo, è un adolescente, ma viene sempre chiamato “il piccolo Hanno”). Ma parlo anche, e soprattutto, della scena in cui il piccolo Hanno (qui sì, bambino), quasi sovrappensiero, traccia una riga sotto il suo nome nell’albero genealogico nell’importantissimo quaderno di famiglia… giustificandosi davanti al padre adirato dicendo che pensava che poi non sarebbe più venuto nulla. Mai ci fu frase più profetica! Se Hanno avesse potuto sapere quanta verità ci sarebbe stata in questo suo pensiero…

In conclusione, è un romanzo che raccomando, tuttavia vi consiglio di non fare come me e avvicinarvi al libro senza aspettative, così potrete godervelo meglio.

Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi – 1923

Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi (tit. originale Duineser Elegien), Feltrinelli, Milano 2006. Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien. Anno di pubblicazione originale 1923.

Come ho detto mille volte, non sono capace di recensire poesia. In particolare, avevo letto parti di questo libro anni fa, forse per qualche esame di letteratura tedesca o forse per altri motivi che non ricordo, e ora l’ho ripreso in mano perché avevo piacere di leggerlo dall’inizio alla fine. È stata una lettura faticosissima, le note sono pochissime e, soprattutto, manca un apparato critico che per testi di una tale complessità è secondo me indispensabile. Io non so niente di poesia, per quanto sappia forse qualcosa (ma assolutamente non abbastanza) di letteratura tedesca. Per questo motivo ho avuto molte difficoltà a capire questo testo. Nell’avvertenza i due traduttori lamentano il fatto che le Elegie duinesi siano spesso lette per la loro bellezza poetica e che ne vengano conseguentemente ricordati solo alcuni passaggi, i più famosi. Beh, proprio per questo avrei davvero gradito un’introduzione, un commento all’opera, qualcosa che mi spiegasse cosa stavo leggendo. In mancanza di questo, anche io non potrò che ricordare alcuni passaggi di queste elegie.

Vi riporto dunque parte della decima e ultima elegia, secondo me la più bella.

[…]

Più avanti ancora è tratto l’adolescente; ama
forse una giovane Dolente…… La segue nei prati. Lei dice:
– Lontano. Noi abitiamo là fuori… Dove? E l’adolescente
la segue. Lo commuove il portamento. La spalla, il collo –, forse
è di splendida origine. Ma lui la lascia, va indietro,
si gira, accenna… Che è mai? È una Dolente.

Solo i giovani morti, nel primo stato
di tranquillità senza tempo, nel disabituarsi,
volentieri la seguono. Fanciulle,
le aspetta e se le amica. Mostra a loro
lieve ciò che ha su di sé. Perle del soffrire e i fini
veli dell’indulgenza. – Con adolescenti cammina
in silenzio.

Ma là dove abitano, nella valle, una Dolente più anziana
si prende cura dell’adolescente, quando lui chiede. – Eravamo,
lei dice, una grande stirpe, una volta, noi Dolenti. I padri
facevano là i minatori nella grande montagna; dagli uomini
trovi, talvolta, un pezzo levigato di primordiale dolore,
oppure ira d’antico vulcano, pietrificata a scorie.
Sì, questo veniva da là. Ricchi una volta eravamo. –

E lo guida leggiero nell’ampio paesaggio delle Dolenti,
gli mostra le colonne dei templi o le rovine
di quelle rocche, da dove i loro principi dolenti
dominavano saggi un tempo il paese. Gli mostra
i grandi alberi di lacrime e campi di mestizia in fiore,
(viventi li conoscono solo come mite fogliame);
gli mostra al pascolo gli animali del lutto, – e a volte
un uccello spaventa, e piatto volando
traverso il loro sguardo, trae lontano
l’immagine scritta del suo grido solitario. –
La sera lo guida ai sepolcri degli avi
dalla stirpe dolente, le sibille e gli ammonitori.
Ma se notte si avvicina camminano più piano,
e presto si fa luna, il monumento funebre
che su tutto vigila. Fratello all’altro sul Nilo,
la Sfinge maestosa: – della segreta camera
volto.
Ed essi si meravigliano alla testa coronale, che per sempre,
tacendo, ha posto il volto degli uomini
sulla bilancia delle stelle.

La vista di lui non lo coglie, nella vertigine
del giovane morto. Ma lo sguardo di lei,
dall’orlo dello pschent, fa sfuggire la civetta. Ed essa
sfiorando in una lenta carezza la guancia,
là dov’è più rotonda, disegna dolcemente nel nuovo
udito da morto sopra un foglio due volte aperto
l’indescrivibile contorno.

E più in alto le stelle. Nuove. Le stelle del paese del dolore.
La Dolente le nomina adagio: – qui,
vedi: il Cavaliere, la Verga, e la costellazione più colma
la chiamano: Ghirlanda di frutta. Poi, avanti, verso il polo:
CullaCamminoIl Libro brucianteMarionettaFinestra.
Ma nel cielo del Sud, puro come nel palmo
di una mano benedetta, la chiara splendente “M”,
che significa le Madri…… –

Ma il morto deve andarsene, e tacendo lo porta
la Dolente più anziana sino alla gola della valle,
dove scintilla nella luce lunare:
la fonte della gioia. Reverente
la nomina, dice: – Tra gli uomini
è un grande fiume trascinante. –

Stanno ai piedi del monte.
E lei qui lo abbraccia, piangendo.

Da solo si incammina nei monti del dolore primordiale.
E per la sorte muta neppure il suo passo risuona.

[…]