Caroline Kepnes, You

Caroline Kepnes, You (tit. originale You), Mondadori, 2015. Traduzione di Paola Bertante.

Attenzione: questa recensione contiene SPOILER!!!

Sicuramente l’idea di usare come narratore uno psicopatico con problemi di tipo sessuale è interessante, l’ho fatto anch’io una volta quando (qualche millennio fa) mi dilettavo a scrivere. È altrettanto interessante che il suddetto narratore-psicopatico utilizzi la seconda persona singolare, rivolgendosi tutto il tempo a “te”. Naturalmente, questo “tu” è Beck, la protagonista della sua ossessione, ma è abbastanza disturbante da leggere perché il lettore (la lettrice) potrebbe benissimo immedesimarsi in questo “tu”.

Tuttavia, il mio problema con questo libro non è che sia brutto: forse non lo è, o forse lo è. Il mio problema è che non sono neppure riuscita a capire se sia brutto o meno, tanto l’ho trovato disturbante. Immaginerete che stare dentro la testa di uno psicopatico che si ritiene romanticissimo non può certo essere piacevole.

Molte volte sono stata tentata di abbandonare, tanto più che sicuramente 422 pagine sono troppe per questo tipo di romanzo. Ma ho perseverato e, contrariamente ad altri lettori, ho preferito le parti finali a quella iniziale. Quando Joe, il nostro protagonista psicopatico, scopre che Beck ha trovato la sua scatola segreta e inizia a trattare LEI come una psicopatica, il tutto comincia a diventare ancor più agghiacciante perché siamo di fronte a qualcosa di già visto e sentito milioni di volte: il compagno psicopatico che fa gaslighting alla compagna dopo averla stalkerata nella vita reale e in quella virtuale, e infine la uccide perché lei non vuole stare con lui ma poi gli dispiace, non perché l’ha uccisa ma perché ora non potrà più stare insieme a lei.

In conclusione, come ho detto, non ho idea se questo romanzo sia bello o brutto, so solo che è terrificante e fa orrore. Sconsigliato alle persone sensibili (come io probabilmente sono).

Ilaria Tuti, Ninfa dormiente

Ilaria Tuti, Ninfa dormiente, Longanesi, 2019.

***Attenzione: alcune parti di questa recensione sono spoiler. Non vi svela chi è l’assassino ma forse potreste preferire leggerla solo dopo aver letto il libro.***

Dopo aver amato moltissimo Fiori sopra l’inferno, ero veramente curiosa di leggere questo secondo capitolo della “serie” di Teresa Battaglia (tra virgolette, perché non so se l’autrice ha intenzione di scrivere altri libri con la stessa protagonista).

Resto del parere che Ilaria Tuti sia una scrittrice eccezionalmente dotata, cosa tra l’altro di cui si è reso conto mezzo mondo, visto che il suo primo libro è stato tradotto in moltissime lingue e anche questo vanta già diverse traduzioni. Tuttavia, temo che questa fama, forse inaspettata dalla stessa autrice, abbia un po’ nuociuto alla riuscita del romanzo. Come ho letto in altre recensioni, a tratti la scrittura e la trama sembrano davvero un po’ troppo ammiccanti. Faccio un esempio banalissimo: a un certo punto vengono menzionati dei fantomatici “paramedici”. Peccato che questa figura, spiccatamente anglosassone, in Italia non esista: però è un ottimo termine se l’intento è fare presa su un pubblico anglosassone, no? Oppure, vogliamo parlare delle decine di colpi di scena che lasciano con il fiato sospeso alla fine di ogni capitolo?

A mio parere, il principale pregio di Tuti è la capacità di dare particolare rilievo all’ambientazione, che normalmente sarebbe secondaria in un thriller. In questo romanzo l’ambientazione è di nuovo quella delle montagne friulane, e l’autrice è davvero brava a trasportare il lettore in quei paesaggi meravigliosi.

Un’altra cosa che mi è piaciuta tantissimo e che ho trovato affascinante è stata l’enfasi sulla cultura resiana, che sentivo nominare per la prima volta. La Val Resia è una valle del Friuli, la cui popolazione è del tutto particolare e, se ho ben capito, risulta tuttora un mistero per gli studiosi. Il patrimonio genetico dei resiani è diverso da quello di qualsiasi altra popolazione europea, e non si capisce bene da dove siano arrivati gli abitanti di questa valle, sebbene ci siano numerose ipotesi. Anche la lingua resiana è del tutto particolare, trattandosi di una lingua protoslava. Molti la ritengono un dialetto sloveno, ma a quanto pare si è sviluppata prima ancora che lo sloveno nascesse come lingua, quindi l’ipotesi pare un po’ opinabile. Un personaggio del libro parla anche di questo e l’ho trovato estremamente interessante. Tra l’altro, l’UNESCO, nell’Atlante mondiale delle lingue in pericolo, la classifica come lingua “seriamente in pericolo”, in quanto parlata da appena un migliaio di persone.

Fino ai due terzi ho apprezzato moltissimo il libro, sebbene non privo di qualche sbavatura. Esempio: da un’autrice che, come dicevo recensendo il romanzo precedente, sembra avere un’approfondita conoscenza della psicopatologia, francamente non mi aspettavo l’uso del termine “borderline” per definire uno psicopatico. I borderline sono già abbastanza stigmatizzati senza l’aiuto dei romanzi, grazie. Oppure: ma veramente qualcuno può credere che un trauma profondo, che ha plasmato e tormentato l’intera esistenza di una persona per anni, possa essere risolto in qualche manciata di minuti solo grazie alla rassicurazione di una persona cara? Dato il mio interesse per la psicologia, questi scivoloni mi sono davvero dispiaciuti. E tuttavia, questo non ha troppo pregiudicato il piacere della lettura.

Passati i due terzi, purtroppo, questo piacere è declinato rapidamente. La risoluzione del mistero è arzigogolata, ci sto pensando da quasi ventiquattr’ore e ancora faccio un po’ di fatica a mettere insieme tutti i fili. E attenzione: non sto dicendo che la soluzione sia ingegnosa, non è il classico “non ci sarei mai arrivato” che porta ad apprezzare l’inventiva di uno scrittore di thriller/gialli. No, è proprio un arzigogolo pazzesco che si segue a fatica.

Altra obiezione che ha contribuito fortemente a diminuire il mio giudizio sul romanzo: tutto il discorso sul culto della dea e la gioia di essere madre. Ilaria Tuti, nella postfazione, cita Marija Gimbutas: caso ha voluto che proprio due o tre settimane fa io avessi letto un lungo articolo sul suo lavoro relativo all’Europa Antica, qui citata più volte. In soldoni, ma proprio in estrema sintesi, Marija Gimbutas è stata un’archeologa e antropologa che ha teorizzato l’ipotesi Kurgan, studiando la diffusione della lingua e cultura indoeuropea in Eurasia e ipotizzando una società matriarcale distrutta dai popoli da lei chiamati Kurgan. Ora, nell’articolo che ho letto e che purtroppo non saprei come ritrovare, si spiegava come questa teoria sia estremamente controversa e, sebbene alcuni studiosi la paragonino per importanza al ruolo avuto dalla Stele di Rosetta nella comprensione dei geroglifici, mi è parso di capire che gran parte del mondo accademico la consideri una teoria a dir poco bizzarra e sostanzialmente assurda. Tanto che quello che ho desunto dall’articolo è che studiose come Gimbutas hanno recato grave danno al femminismo, con le loro teorie basate su una distorsione dei fatti, nell’intento di perorare l’idea che la civiltà primigenia fosse matriarcale e non patriarcale. Naturalmente non so niente di antropologia e archeologia, quindi magari quell’articolo era di parte, però mi sento di dire che magari l’idealizzazione del mito della donna-dea-madre possa essere controproducente.

Il mio giudizio complessivo sul libro è positivo, però devo ammettere che passato un giorno dal termine della lettura mi sto intiepidendo.

Alex Michaelides, La paziente silenziosa

Alex Michaelides, The Silent Patient, Orion, 2019.

[Libro pubblicato in Italia da Einaudi nel 2019, con il titolo La paziente silenziosa e la traduzione di Seba Pezzani.]

L’idea che sta dietro a questo romanzo è originale: una donna uccide il marito con cinque colpi di pistola in faccia, quindi smette di parlare. Viene ricoverata in un ospedale psichiatrico e sei anni dopo lo psicoterapeuta Theo Faber, ossessionato dalla sua storia, farà in modo di farsi assumere proprio in quell’istituto perché vuole a tutti i costi aiutare Alicia a ritrovare la parola. Anche lo sviluppo della storia è originale.

E tuttavia, questo libro è una boiata. Per carità, come si suol dire “tiene incollati alla pagina” e quindi va bene per passare un po’ di tempo; a patto, però, di essere disposti a passare sopra a innumerevoli ed enormi incongruenze e totali idiozie.

Chi abbia una qualche dimestichezza con la psicoterapia sarà probabilmente tentato di abbandonare la lettura dopo non molte pagine. Questo è il primo problema del libro, che secondo me rischia di allontanare molti lettori. Le cose che fa Theo sono del tutto inverosimili, mai nella realtà uno psicoterapeuta potrebbe comportarsi in un modo del genere: prima di tutto non gli verrebbe neanche in mente perché l’etica professionale glielo impedirebbe, in secondo luogo se anche lo facesse verrebbe radiato dall’albo o almeno licenziato a tempo zero. Ma è pure vero che in seguito le sue azioni trovano una giustificazione logica e assumono tutto un altro significato.

Tuttavia, la trama di questo romanzo fa acqua da tutte le parti. Purtroppo è praticamente impossibile descrivere i problemi di questo libro senza rivelare non solo parti della trama, ma proprio la soluzione del mistero. Una soluzione originale, sicuramente, ma zeppa di idiozie tanto che in fin dei conti fa quasi ridere. Se volete saperne di più e non v’importa di scoprire il finale, vi consiglio di leggere questa recensione, che esprime appieno il mio pensiero. Ma attenzione perché svela proprio tutto.

Non dico che i thriller debbano essere realistici. Di certo è un genere in cui la sospensione dell’incredulità deve essere abbastanza forte, altrimenti anziché suspense scatenerebbe le risate. Però santo cielo, un minimo di verosimiglianza penso che sarebbe dovuta, il lettore non è stupido. Tempo fa avevo trovato un’intervista in cui una psicologa criminale spiegava come e perché la sua categoria professionale venga rappresentata in maniera totalmente romanzata nei thriller. Purtroppo, a quanto pare, non l’ho salvata tra i preferiti e non sono stata in grado di ritrovarla: peccato, perché era davvero interessante. Vi segnalo tuttavia questa intervista all’autrice e psicologa forense Katherine Ramsland, che non è affatto d’accordo con la collega. A suo parere, infatti, il lettore deve capire che i thriller vogliono intrattenere, non spiegare come funzionano le cose nella realtà. A suo dire, a molti lettori non interessa affatto la realtà delle cose, vogliono solo essere stupiti. Penso che abbia assolutamente ragione, in parte è così anche per me, però non voglio neanche essere presa in giro.

Il romanzo ha avuto un enorme successo in giro per il mondo e Brad Pitt ha acquistato i diritti per farne un film. Staremo a vedere. Intanto, se volete, qui c’è un’intervista all’autore, interessante seppure tradotta un po’ maccheronicamente.

Francesca Battistella, La bellezza non ti salverà

Francesca Battistella, La bellezza non ti salverà, Scrittura & Scritture, 2016.

Costanza Ravizza è una profiler che lavora a Novara e al momento ha per le mani due casi. In particolare, ha molto a cuore il caso di tre ragazzi scomparsi nel nulla a poco tempo di distanza l’uno dall’altro e che secondo lei sono vittime dello stesso offender, ma il suo capo vuole che si occupi prioritariamente dell’omicidio di un uomo, nipote di un importante politico. Le due indagini scorrono dunque in parallelo, anche se più ampio spazio viene dedicato ai ragazzi scomparsi, che appassiona e forse un po’ ossessiona la profiler.

Siamo al cospetto di due “settori” della criminalità, entrambi terribili: le infiltrazioni mafiose (‘ndrangheta e camorra) al Nord e gli psicopatici che adescano persone fragili nel dark web.

All’inizio la gran quantità di personaggi e i diversi fili narrativi mi hanno un po’ confuso, non ultima la voce in prima persona che ogni tanto si alterna alla narrazione che segue Costanza. Tuttavia, basta fare un po’ di attenzione in più e non è così difficile seguire le fila di quello che sta succedendo, occorre solo entrare nell’ordine di idee che il “giallo” è un po’ più complicato rispetto ad altri, e che con questo libro “spegnere il cervello” e lasciarsi trasportare non funziona. Dipende da cosa si sta cercando dalla lettura; per me è tutt’altro che un difetto.

La storia si svolge tra Novara e il Lago d’Orta, dove in una bellissima villa vive la signora Teresa, insieme alla nipotina e al fratello Alfredo che si reca a trovarla. I due, di origine campana, sono amici di Costanza, e Alfredo è un personaggio cruciale: un po’ impiccione, curiosissimo, grande lettore e appassionato di misteri, non può che rimanere affascinato dalle indagini di Costanza e inevitabilmente non riuscirà a evitare di ficcare il naso. Forse è il personaggio che più mi è piaciuto, dotato di una simpatia spontanea, ficcanaso ma affezionatissimo a Costanza, possiede un “dono” particolare che lo rende un personaggio importante in alcune circostanze. Ma non è certo l’unico personaggio che rimane nel cuore, anzi sono tutti ben tratteggiati.

Essendo la protagonista una profiler, lo svolgimento delle indagini è un po’ diverso rispetto a quello di un giallo “classico”, per intenderci non siamo di fronte a un personaggio à la Sherlock Holmes o Hercules Poirot. Il profiler è, oltre che un agente di polizia, anche un esperto criminologo e uno psicologo, per cui il lettore si immerge nelle analisi della protagonista che la portano a costruire un identikit dell’offender. Siamo dunque davanti a indagini di tipo psicologico, infatti spesso il linguaggio usato da Costanza è specialistico. Forse lo chiamerei più thriller che giallo, in effetti.

Quello che si cerca da un libro non è uguale per tutti, né rimane costante negli anni, anzi tende inevitabilmente a modificarsi in base al contesto e alla situazione che il lettore sta vivendo. In questo momento storico, per me, è importante leggere libri che mi permettano di immergermi completamente nella storia che mi stanno raccontando. Questo romanzo lo fa alla perfezione: staccare gli occhi dalle pagine (o, nel mio caso, dall’e-reader) è quasi impossibile, il coinvolgimento è totale. E soprattutto, a coinvolgermi non è stato solo il desiderio di sapere “chi fosse il copevole”, ma l’indagine in sé e la storia nella sua interezza. Questo, secondo me, distingue un piacevole libro di intrattenimento da un solido romanzo ben costruito. Entrambe categorie validissime, ma senza dubbio la seconda tipologia si farà ricordare di più.

Francesca Battistella, autrice napoletana che vive sul lago d’Orta, ha scritto altri romanzi con protagonista Costanza Ravizza, e spero di leggerli presto perché questo mi è piaciuto molto.

Nota personale sul percorso che mi ha portato a leggere questo libro: mi capita spesso di scoprire nuovi libri in modo casuale, e forse l’incontro con questo romanzo è stato più casuale del solito. Durante questa pandemia ho avuto l’occasione di conoscere un po’, seppure solo virtualmente, una delle due editrici, Chantal Corrado. L’ho stimata moltissimo per la sua visione controcorrente che ha messo al primo posto la tutela della salute, anche a scapito del proprio profitto personale. Un atteggiamento dettato da empatia e umanità, che purtroppo non tutti gli imprenditori hanno avuto, neanche in ambito editoriale. Questo ha generato in me il desiderio di supportare questa casa editrice, che peraltro non conoscevo, e sfogliando il loro interessante catalogo ho deciso di provare a leggere questo libro. La casa editrice «pubblica narrativa: dal romanzo contemporaneo e moderno a quello storico, a qualche incursione nella saggistica, dal giallo al thriller e noir declinati in tutte le loro sfumature». Oltre a recuperare gli altri libri di Francesca Battistella, ho intenzione di dare una chance anche ad alcuni degli altri romanzi pubblicati da Scrittura & Scritture. Le belle realtà editoriali vanno sostenute.

Robert Bloch, Psycho

Robert Bloch, Psycho, Orion, London 2014. Edizione originale 1959.

Credo purtroppo che nessuno di noi sia arrivato “vergine” alla lettura di questo libro, dato che moltissimi, o forse quasi tutti, hanno visto il film di Hitchcock prima di leggere il romanzo. Io faccio parte di quella minuscola parte di persone che non ha visto il film, dato il mio assai blando interesse per il cinema. Tuttavia alcune scene del film, come quella della doccia, non possono che essere impresse nella mente di chiunque, compreso chi non l’ha visto.

Inutile fare un sunto della trama, che tutti conosciamo. Si potrebbe invece fare un paragone fra libro e film, che io non posso fare per ovvie ragioni. Inoltre, sebbene i paragoni risultino inevitabili, io credo che cinema e letteratura siano due mezzi diversi e molto spesso le comparazioni fra i due lasciano il tempo che trovano, dal momento che le modalità comunicative e rappresentative usate sono differenti. Va detto comunque che praticamente il 100% delle persone che conosco trova che in questo caso il film sia superiore al libro.

Tuttavia, a me il romanzo è piaciuto moltissimo, e avrebbe raggiunto il voto massimo se non fosse stato per il denouement del mistero. Attenzione perché qui arriva lo SPOILER.

Sebbene la soluzione del mistero sia fenomenale, e sebbene il lettore avesse già immaginato da tempo che Norman Bates è “””pazzo””” (messo fra virgolette perché odio il termine), va detto che io pensavo che fosse schizofrenico o che soffrisse di una simile psicosi. Invece, eccola là, Bates soffre di personalità multipla, ovvero di quello che oggi viene chiamato disturbo dissociativo dell’identità (DID). Niente di male in questo, anzi rende il romanzo ancora più interessante, ma quello che fa scendere un po’ la mia valutazione e considerazione di questo libro è il fatto che nelle arti il DID debba sempre essere considerato follia pura e chi ne soffre debba essere per forza di cose un pericoloso criminale e possibilmente assassino. Per carità santa, ci sono pure persone dissociative che hanno compiuto omicidi e/o altri crimini, ma sappiamo ormai abbastanza bene che le persone che soffrono di disturbi psichiatrici poche volte sono carnefici, mentre più spesso sono vittime. L’equazione “disturbo dissociativo = serial killer” avrebbe anche un pochino stufato. È pur vero che questo romanzo è stato scritto la bellezza di 60 anni fa, quando le conoscenze in materia psichiatrica erano assai più limitate (basti pensare che Bates viene definito affetto da personalità multiple e “quindi” psicotico, mentre sappiamo ormai che psicosi e dissociazione nulla c’entrano l’una con l’altra). Bisogna riconoscere dunque che non si può davvero accusare Bloch di aver scritto qualcosa di errato: sarebbe anacronistico dato che le conoscenze erano molto più limitate di quanto non lo siano oggi.

Ad ogni modo l’ho trovato un romanzo godibilissimo, da leggere veramente. Trovo tuttavia un po’ stiracchiata la definizione di horror, a me è sembrato piuttosto un thriller psicologico, ma è pur vero che si potrebbe dire che l’orrore vero è nel quotidiano.