Nova Lee Maier, Mother Dear

Nova Lee Maier, Mother Dear (tit. originale Lieve mama), Amazon Crossing, 2019. Traduzione dall’olandese di Jozef van der Voort.

Questo libro era gratuito su Kindle per la Giornata mondiale del libro 2022 e l’ho preso perché mi piacciono i thriller psicologici e soprattutto perché è stato tradotto da un mio ex collega, cosa che mi ha reso ancora più curiosa. Premetto dicendo che non posso giudicare la traduzione, non essendo l’inglese la mia lingua madre, ma mi è parsa molto buona, cosa confermata da alcune recensioni che ho visto in giro.

È molto difficile parlare di questo romanzo senza fare SPOILER, perciò siete avvisati. Se volete leggerlo forse fareste meglio a non leggere questa recensione.

Brian e Ralf sono due ragazzi giovanissimi che vivono da qualche parte in Olanda e decidono di fare la loro prima rapina. In realtà Ralf non è molto convinto, è Brian a convincerlo, più che altro perché ha bisogno di un autista. Le cose però andranno nel modo peggiore possibile: mentre Ralf aspetta in macchina, Brian entra in casa, ma non ne esce più. Fin qui siamo ancora in quello che c’è scritto nella quarta di copertina. Ora proseguiamo.

Sostanzialmente si tratta di una rapina finita male, come ce ne sono tante purtroppo. Trovo odiose le recensioni di alcuni lettori americani che dicono più o meno “è una trama stupida, in America tutto questo non potrebbe succedere perché da noi c’è un rapporto diverso con le armi, quindi non ha senso”. Giuro che ho letto alcune recensioni così e sono stufa marcia del provincialismo di alcuni americani.

Ralf ha sentito tre spari mentre aspettava fuori e piano piano si convince che Werner Möhring, il proprietario della casa, abbia ucciso Brian per poi occultare il cadavere. Devo dire che ho odiato i due personaggi di Werner e Helen Möhring, due psicopatici che conducono una vita del tutto normale e che danno sfogo alla loro psicopatia per non perdere il loro status quo. L’impressione è che l’autrice volesse rendere simpatica la figura di Helen, con la quale forse il lettore dovrebbe empatizzare, ma per me è psicopatica tanto quanto il marito e l’ho trovata insopportabile con tutti i suoi facili rimorsi di coscienza.

Il finale è davvero sorprendente, non me l’aspettavo. Dopo aver passato quasi tutto il libro dentro la testa di Helen e Ralf, una con i suoi inutili rimorsi e l’altro con i suoi tentativi di scoprire che fine ha fatto il suo amico, c’è un colpo di scena eccezionale che rivaluta tutto il libro. Perché diciamoci la verità, la maggior parte del libro è noiosa e si trascina veramente troppo a lungo (415 pagine? per favore, pietà…). Inoltre non mi è piaciuta la struttura del romanzo, fatta di brevissimi capitoli che alternano i punti di vista di Ralf e di Helen. Lo salvo comunque per il finale, ma non mi sento di consigliarlo.

Nova Lee Maier ha scritto molti altri thriller, anche con il suo vero nome Esther Verhoef: magari gli altri sono migliori. Credo che nessuno sia stato tradotto in italiano, ma alcuni sono tradotti in inglese se non sbaglio.

Glenn Cooper, Il debito

Glenn Cooper, Il debito (tit. originale The Debt), Nord. Traduzione dall’inglese di Barbara Ronca.

Non avevo mai letto niente di Glenn Cooper e ho scoperto questo libro grazie al mio gruppo su Goodreads, con il quale in questo bimestre stiamo leggendo dei libri sulla Città del Vaticano. La scrittura di questo autore mi è piaciuta molto e penso che senz’altro approfondirò la sua conoscenza. Ottima anche la traduzione di Barbara Ronca, davvero impeccabile.

In Italia questo libro è stato pubblicato come il secondo della serie di Cal Donovan, ma seguendo l’ordine di pubblicazione originale è in realtà il terzo e ultimo.

A Cal Donovan è stato concesso l’accesso illimitato alla sterminata biblioteca degli Archivi del Vaticano e il professore di Harvard ne approfitta per fare le proprie ricerche su un cardinale vissuto nell’Ottocento. Nel corso delle sue ricerche, però, si imbatte in un documento che porta alla luce un debito contratto dall’allora Stato Pontificio con la banca ebrea dei Sassoon nel 1848. Un prestito ottenuto con la violenza e il ricatto, che il Vaticano non ha mai ripagato. Papa Celestino VI, che con la sua lotta alla corruzione e la sua attenzione per i poveri ricorda Papa Francesco, si interessa a quel debito e chiede a Cal di indagare più a fondo. Ma non tutti nella Curia vogliono che il professore si intrometta in un vecchio affare della Chiesa e vorrebbero che Celestino mettesse da parte il suo interesse per la questione…

Il romanzo mette in evidenza la corruzione e l’attaccamento allo status quo di molti alti prelati del Vaticano, contrapposti alla bontà di Papa Celestino che vorrebbe riportare la Chiesa allo spirito originario del Vangelo, che esorta ad aiutare i poveri.

L’ho trovato interessante e ben scritto, un po’ alla Dan Brown a quello che ne so di quell’autore (che in realtà non ho mai letto). Quindi un po’ inverosimile, forse, ma sicuramente intrigante e che si fa leggere d’un fiato.

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Ho letto questo libro come parte del mio tentativo di ampliare i miei orizzonti di lettura avvicinandomi di più alla narrativa di genere. In questo caso, la mia lettura riguarda il genere thriller.

Peter May, L’isola dei cacciatori di uccelli

Peter May, The Blackhouse, SilverOak, 2011.

Ho scelto questo libro per l’ambientazione: l’isola di Lewis, nelle Ebridi Esterne, luoghi che mi piacerebbe molto visitare.

Fin MacLeod ha appena perso un figlio quando il suo capo lo costringe a tornare al lavoro, in maniera totalmente insensibile. E lo spedisce nell’isola di Lewis, di cui Fin è originario e da cui è scappato da ragazzo per andare all’università a Glasgow. Ora fa il poliziotto a Edimburgo e viene mandato sull’isola sia perché conosce il posto e la lingua, sia perché era stato lui a occuparsi di un altro omicidio a Edimburgo che aveva lo stesso modus operandi di quello appena avvenuto sull’isola.

La narrazione procede su due piani e questo forse ad alcuni potrebbe non piacere (a me è piaciuto): da un lato la narrazione in terza persona in cui vengono raccontati gli eventi attuali e la caccia all’assassino, dall’altro quella in prima persona in cui Fin racconta la sua infanzia e adolescenza sull’isola di Lewis.

Quello che mi ha molto colpito nel racconto dell’infanzia di Fin è il fatto che a scuola ai bambini venisse sostanzialmente proibito di parlare il gaelico, la loro madrelingua. O almeno, non potevano farlo in classe, e tutte le lezioni erano in inglese. Tanto che Fin viene preso in giro (dalla maestra per prima!) perché in prima elementare ancora non parla una parola di inglese. Infatti il suo vero nome è Fionnlagh e come in tanti altri casi viene anglicizzato.

La storia è interessante e ben narrata, mi è piaciuto arrivare a vedere come si svolgesse la conclusione e lo svelamento dell’assassino. L’ambientazione è eccezionale, soprattutto se pensiamo che diverse parti si svolgono ad An Sgeir, uno scoglio in mezzo all’oceano, dove ogni anno gli isolani vanno a uccidere i guga, pulcini dal gusto prelibato (da qui il titolo italiano).

Lo consiglio agli amanti dei thriller e anche a coloro che cercano ambientazioni intense.

*

[Libro pubblicato in italiano da Einaudi con il titolo L’isola dei cacciatori di uccelli.]

Caroline Kepnes, You

Caroline Kepnes, You (tit. originale You), Mondadori, 2015. Traduzione di Paola Bertante.

Attenzione: questa recensione contiene SPOILER!!!

Sicuramente l’idea di usare come narratore uno psicopatico con problemi di tipo sessuale è interessante, l’ho fatto anch’io una volta quando (qualche millennio fa) mi dilettavo a scrivere. È altrettanto interessante che il suddetto narratore-psicopatico utilizzi la seconda persona singolare, rivolgendosi tutto il tempo a “te”. Naturalmente, questo “tu” è Beck, la protagonista della sua ossessione, ma è abbastanza disturbante da leggere perché il lettore (la lettrice) potrebbe benissimo immedesimarsi in questo “tu”.

Tuttavia, il mio problema con questo libro non è che sia brutto: forse non lo è, o forse lo è. Il mio problema è che non sono neppure riuscita a capire se sia brutto o meno, tanto l’ho trovato disturbante. Immaginerete che stare dentro la testa di uno psicopatico che si ritiene romanticissimo non può certo essere piacevole.

Molte volte sono stata tentata di abbandonare, tanto più che sicuramente 422 pagine sono troppe per questo tipo di romanzo. Ma ho perseverato e, contrariamente ad altri lettori, ho preferito le parti finali a quella iniziale. Quando Joe, il nostro protagonista psicopatico, scopre che Beck ha trovato la sua scatola segreta e inizia a trattare LEI come una psicopatica, il tutto comincia a diventare ancor più agghiacciante perché siamo di fronte a qualcosa di già visto e sentito milioni di volte: il compagno psicopatico che fa gaslighting alla compagna dopo averla stalkerata nella vita reale e in quella virtuale, e infine la uccide perché lei non vuole stare con lui ma poi gli dispiace, non perché l’ha uccisa ma perché ora non potrà più stare insieme a lei.

In conclusione, come ho detto, non ho idea se questo romanzo sia bello o brutto, so solo che è terrificante e fa orrore. Sconsigliato alle persone sensibili (come io probabilmente sono).

Ilaria Tuti, Ninfa dormiente

Ilaria Tuti, Ninfa dormiente, Longanesi, 2019.

***Attenzione: alcune parti di questa recensione sono spoiler. Non vi svela chi è l’assassino ma forse potreste preferire leggerla solo dopo aver letto il libro.***

Dopo aver amato moltissimo Fiori sopra l’inferno, ero veramente curiosa di leggere questo secondo capitolo della “serie” di Teresa Battaglia (tra virgolette, perché non so se l’autrice ha intenzione di scrivere altri libri con la stessa protagonista).

Resto del parere che Ilaria Tuti sia una scrittrice eccezionalmente dotata, cosa tra l’altro di cui si è reso conto mezzo mondo, visto che il suo primo libro è stato tradotto in moltissime lingue e anche questo vanta già diverse traduzioni. Tuttavia, temo che questa fama, forse inaspettata dalla stessa autrice, abbia un po’ nuociuto alla riuscita del romanzo. Come ho letto in altre recensioni, a tratti la scrittura e la trama sembrano davvero un po’ troppo ammiccanti. Faccio un esempio banalissimo: a un certo punto vengono menzionati dei fantomatici “paramedici”. Peccato che questa figura, spiccatamente anglosassone, in Italia non esista: però è un ottimo termine se l’intento è fare presa su un pubblico anglosassone, no? Oppure, vogliamo parlare delle decine di colpi di scena che lasciano con il fiato sospeso alla fine di ogni capitolo?

A mio parere, il principale pregio di Tuti è la capacità di dare particolare rilievo all’ambientazione, che normalmente sarebbe secondaria in un thriller. In questo romanzo l’ambientazione è di nuovo quella delle montagne friulane, e l’autrice è davvero brava a trasportare il lettore in quei paesaggi meravigliosi.

Un’altra cosa che mi è piaciuta tantissimo e che ho trovato affascinante è stata l’enfasi sulla cultura resiana, che sentivo nominare per la prima volta. La Val Resia è una valle del Friuli, la cui popolazione è del tutto particolare e, se ho ben capito, risulta tuttora un mistero per gli studiosi. Il patrimonio genetico dei resiani è diverso da quello di qualsiasi altra popolazione europea, e non si capisce bene da dove siano arrivati gli abitanti di questa valle, sebbene ci siano numerose ipotesi. Anche la lingua resiana è del tutto particolare, trattandosi di una lingua protoslava. Molti la ritengono un dialetto sloveno, ma a quanto pare si è sviluppata prima ancora che lo sloveno nascesse come lingua, quindi l’ipotesi pare un po’ opinabile. Un personaggio del libro parla anche di questo e l’ho trovato estremamente interessante. Tra l’altro, l’UNESCO, nell’Atlante mondiale delle lingue in pericolo, la classifica come lingua “seriamente in pericolo”, in quanto parlata da appena un migliaio di persone.

Fino ai due terzi ho apprezzato moltissimo il libro, sebbene non privo di qualche sbavatura. Esempio: da un’autrice che, come dicevo recensendo il romanzo precedente, sembra avere un’approfondita conoscenza della psicopatologia, francamente non mi aspettavo l’uso del termine “borderline” per definire uno psicopatico. I borderline sono già abbastanza stigmatizzati senza l’aiuto dei romanzi, grazie. Oppure: ma veramente qualcuno può credere che un trauma profondo, che ha plasmato e tormentato l’intera esistenza di una persona per anni, possa essere risolto in qualche manciata di minuti solo grazie alla rassicurazione di una persona cara? Dato il mio interesse per la psicologia, questi scivoloni mi sono davvero dispiaciuti. E tuttavia, questo non ha troppo pregiudicato il piacere della lettura.

Passati i due terzi, purtroppo, questo piacere è declinato rapidamente. La risoluzione del mistero è arzigogolata, ci sto pensando da quasi ventiquattr’ore e ancora faccio un po’ di fatica a mettere insieme tutti i fili. E attenzione: non sto dicendo che la soluzione sia ingegnosa, non è il classico “non ci sarei mai arrivato” che porta ad apprezzare l’inventiva di uno scrittore di thriller/gialli. No, è proprio un arzigogolo pazzesco che si segue a fatica.

Altra obiezione che ha contribuito fortemente a diminuire il mio giudizio sul romanzo: tutto il discorso sul culto della dea e la gioia di essere madre. Ilaria Tuti, nella postfazione, cita Marija Gimbutas: caso ha voluto che proprio due o tre settimane fa io avessi letto un lungo articolo sul suo lavoro relativo all’Europa Antica, qui citata più volte. In soldoni, ma proprio in estrema sintesi, Marija Gimbutas è stata un’archeologa e antropologa che ha teorizzato l’ipotesi Kurgan, studiando la diffusione della lingua e cultura indoeuropea in Eurasia e ipotizzando una società matriarcale distrutta dai popoli da lei chiamati Kurgan. Ora, nell’articolo che ho letto e che purtroppo non saprei come ritrovare, si spiegava come questa teoria sia estremamente controversa e, sebbene alcuni studiosi la paragonino per importanza al ruolo avuto dalla Stele di Rosetta nella comprensione dei geroglifici, mi è parso di capire che gran parte del mondo accademico la consideri una teoria a dir poco bizzarra e sostanzialmente assurda. Tanto che quello che ho desunto dall’articolo è che studiose come Gimbutas hanno recato grave danno al femminismo, con le loro teorie basate su una distorsione dei fatti, nell’intento di perorare l’idea che la civiltà primigenia fosse matriarcale e non patriarcale. Naturalmente non so niente di antropologia e archeologia, quindi magari quell’articolo era di parte, però mi sento di dire che magari l’idealizzazione del mito della donna-dea-madre possa essere controproducente.

Il mio giudizio complessivo sul libro è positivo, però devo ammettere che passato un giorno dal termine della lettura mi sto intiepidendo.