Fred Vargas, L’uomo dei cerchi azzurri

Fred Vargas, L’uomo dei cerchi azzurri (tit. originale L’homme aux cercles bleus), Einaudi. Traduzione di Yasmina Mélaouah.

Fred Vargas mi era stata consigliata anni fa, ma direi che non ci siamo, almeno con questo primo libro. L’antipatia che ho provato per Adamsberg e per Mathilde è stata così forte da non permettermi di apprezzare davvero il libro. Sembrano due svampiti o due scemi dall’aria trasognata, a scelta, invece sono due personaggi di enorme successo ognuno nel proprio campo (Adamsberg come poliziotto e Mathilde come oceanografa) e mi chiedo proprio come sia possibile. Ho trovato invece molto interessante il personaggio di Danglard.

Parigi viene riempita di innocui cerchi azzurri che qualcuno traccia nei vari arrondissements durante la notte. Ma Adamsberg, che a quanto pare ha un intuito tale da sapere e capire sempre tutto, sa che quei cerchi e l’uomo che li traccia non sono affatto innocui. Trasudano cattiveria. Mmm? Comunque, infatti dopo un po’ ci sarà il primo omicidio, una donna sgozzata all’interno di un cerchio. Ovviamente il nostro commissario riuscirà a risolvere il caso, ma non alla maniera dei gialli classici, bensì con il semplice intuito. Non alla Sherlock Holmes, proprio con intuizioni scese quasi dal cielo.

C’è da dire che l’autrice scrive bene, il che ha salvato un po’ il romanzo, e forse sarà proprio questo a spingermi a dare un’altra chance ad Adamsberg, ma certamente non a breve.

*

Questa volta mi sono buttata sul genere crimine, che frequento spesso, quindi ho avuto gioco facile nella scelta del libro.

Claude Bleton, I negri del traduttore

Claude Bleton, I negri del traduttore (tit. originale Les Nègres du traducteuer), Voland, 2005. Traduzione dal francese di Paola Carbonara.

Aaron Janvier è un traduttore, o meglio lo era: ora è un alcolizzato che vive sotto un ponte. Questo libro è il racconto della sua vita che, tra una sorsata e l’altra, fa alla compagna di sventure Gilda, che lo ascolta senza capirlo. La cosa che Aaron preferisce è parlare di sé. Ma come ha fatto a passare dall’essere un traduttore acclamato a un senzatetto?

Aaron ha cominciato a scrivere a 10 anni, ma poi si è reso conto che sarebbe stato più semplice tradurre e si è avviato alla carriera di traduttore dallo spagnolo. Si è fatto rileggere la sua prima traduzione da un filosofo e, dietro consiglio di questi, ha adattato il libro per il pubblico francese. Successivamente ha continuato questa opera di “adattamento” con tutti gli altri libri che ha tradotto. Ma non è un semplice adattamento, sono vere e proprie riscritture. Per Aaron il pubblico francese è stupido e bisogna dargli quello che si aspetta. Per cui, i protagonisti pagano in franchi, l’azione si svolge a Parigi, e così via. Sarebbe troppa fatica per un lettore francese immergersi pienamente in atmosfere spagnole, no? Di conseguenza, la traduzione non ha più assolutamente niente a che vedere con l’originale.

Ma Aaron non si ferma qui: un giorno scrive un libro, ma crede che, piuttosto che pubblicarlo a suo nome, sia un’idea migliore pubblicarlo come traduzione. Da qui inizia il suo percorso: per anni scriverà delle traduzioni che poi sottoporrà ai suoi autori spagnoli, convincendoli a scriverne l’originale. Non vi torna? Già, il normale fluire editoriale si è sovvertito: prima Aaron traduce, poi l’autore scrive in base al suo canovaccio. Ma le cose non potranno sempre andare avanti per bene e senza problemi… Però non svelo altro per non rovinarvi il piacere della lettura, ho già detto fin troppo.

La cosa bizzarra di questo libro è per me lo status di grande intellettuale che Aaron ha sia in patria che in Spagna: lo chiamano per presentazioni di libri, tutti conoscono il suo nome, sembra essere quasi più famoso degli autori che traduce. Non so come siano le cose in Francia, ma qui in Italia uno status del genere lo raggiunge forse un traduttore su un milione, e di certo non arriva al punto in cui tutti conoscono il suo nome, se non nei circoli letterari.

Claude Bleton è un traduttore dallo spagnolo e questo è il suo primo romanzo. Ci parla qui della hybris del traduttore, hybris che ho visto varie volte all’opera nei circoli di traduttori che frequento, quando novelli traduttori editoriali arrivano lancia in resta a chiedere consiglio su come “migliorare l’originale”, perché magari una certa cosa (semplicissima) “non sarebbe compresa” da un lettore italiano. Aaron vuole fare il traduttore o lo scrittore? Ecco la terribile hybris del traduttore che in realtà vorrebbe essere scrittore ma si accontenta di tradurre, pur pensando di essere perfettamente in grado di fare meglio dell’autore da lui tradotto.

Mi è piaciuto molto questo libriccino di appena 120 pagine, forse perché l’ho letto da traduttrice, per quanto non essendo io una traduttrice editoriale sia (spero) in salvo da quella hybris. Consigliato ai traduttori ma non solo.

Irène Némirovsky, David Golder – 1929

Irène Némirovsky, David Golder (tit. originale David Golder), Newton Compton 2012. Traduzione di Alessandra Maestrini. Edizione originale 1929.

David Golder ha l’oro già nel nome. Un libro sulla passione selvaggia per il denaro, che contagia tutti, nessuno escluso.

David Golder è un uomo d’affari che, all’inizio del libro, a seguito di una speculazione finanziaria, praticamente spinge al suicidio il suo amico e socio Simon Marcus. Ma David Golder non sarà particolarmente toccato da questo avvenimento, anzi. L’importante è fare soldi, soldi, soldi, senza guardare in faccia nessuno. E questo è il motto di tutti i personaggi del romanzo, da quelli principali a quelli meno importanti, compresi quelli che vediamo appena di sfuggita, come può essere ad esempio la moglie di Marcus, che cerca di risparmiare il più possibile sulla bara per il marito.

Ma le più ferocemente avide sono senza dubbio la moglie e la figlia di David Golder, Gloria e Joyce, che non fanno altro che chiedere soldi al marito/padre, benché siano già ricoperte di gioielli dalla testa ai piedi e abbiano già tutto quello che vogliono. Ma, come dice Joyce, lei vuole tutto: amore, soldi, felicità, tutto; altrimenti sarebbe meglio morire. Donne che non indietreggiano davanti a niente pur di avere i loro soldi, che danno per scontati come qualcosa che gli è dovuto.

Nemmeno la grave malattia di David Golder le fa desistere dal loro scopo, ed è così che David Golder ha iniziato a farmi un po’ pena, perché sebbene sia vero che anche lui è avido e spietato, ci sono delle scene in cui non ho potuto evitare di, quasi, soffrire per lui, schiacciato dal peso di queste due donne orribili. Ci sono pagine di un’intensità tremenda, dove viene fuori tutto il veleno di Gloria, tutta la frivolezza malvagia di Joyce.

Per questo non ho capito fino all’ultimo se questo libro mi fosse piaciuto o meno, perché sicuramente è un libro estremamente disturbante nel suo ruotare incondizionatamente intorno al dio denaro, ma proprio per questo possiede una forza rara. La forza di mettere il lettore di fronte all’orrore dell’avidità più estrema, di farlo riflettere, di farlo indignare, di farlo addirittura schifare di fronte a questi personaggi. E allora il libro è bellissimo, se si riesce ad andare oltre allo schifo che questi personaggi e queste situazioni suscitano.

Antoine de Saint-Exupéry, Volo di notte

Antoine de Saint-Exupéry, Vol de nuit, Gallimard, Paris 1931.

Antoine de Saint-Exupéry è universalmente noto per quella piccola meraviglia che è il romanzo per bambini e adulti Il piccolo principe. Forse però non molti, almeno fra i lettori italiani, sanno che ha scritto anche moltissimi altri libri per adulti, fra cui questo bellissimo Volo di notte che, pubblicato per la prima volta nel 1931, ha vinto il prestigioso Prix Femina lo stesso anno.

È un romanzo brevissimo, appena 188 pagine scritte in carattere grande, ma di un’intensità incredibile. È un “reperto storico” che ho ritrovato fra i miei libri, me lo avevano fatto comprare a scuola quando studiavo francese, quindi parliamo di una grossa quantità di anni addietro. Ne avevo letto un paio di capitoli, quelli necessari per la lezione, ma non l’avevo mai letto integralmente, anche perché c’è da dire che il linguaggio è complesso in quanto estremamente poetico, e non lo trovo adatto a una persona che sta ancora studiando – è stato complicato per me anche adesso.

La storia è quella degli aerei postali che portavano la posta nell’America del Sud, sorvolando la Patagonia, il Cile, l’Argentina… Inizialmente questi aerei volavano soltanto di giorno a causa delle difficoltà tecniche e del rischio che voli notturni avrebbero comportato, ma nel romanzo Rivière si batte per i voli di notte, che vengono effettivamente implementati. I voli di notte sono rischiosissimi se si pensa che la strumentazione dell’epoca non era certamente quella che abbiamo oggi, quasi novant’anni dopo. Molti piloti furono vittima di questa innovazione, fra i quali anche Saint-Exupéry stesso, che era pilota prima ancora che scrittore, e che scomparve nel nulla durante un volo di ricognizione, dopo aver riportato gravi ferite durante due incidenti aerei precedenti. Se si pensa che questa fu la sorte dell’autore, il suo romanzo appare profetico e assume un che di sinistro.

Infatti la storia è fondamentalmente quella del pilota Fabien, che una notte rimane colto improvvisamente da una tempesta dalla quale non uscirà più. La storia è anche quella del suo capo Rivière che a terra si interroga sulla vita, sulla morte, sugli aerei, sul senso di quel mestiere così come di altri mestieri pericolosi. Rivière sembra un uomo cinico e persino malvagio, ma vediamo invece che è capace di pensieri profondi e profonde riflessioni non meno dei suoi subalterni. Fabien è sposato da poche settimane e viene accennato anche al rapporto con la moglie, rendendo tanto più drammatica la sua sorte. Non che sarebbe stata meno drammatica se il pilota non fosse stato sposato, ma vedere quanto la moglie sia innamorata e preoccupata ci dà maggiormente il senso e la potenza della perdita subita.

Al di là della “storia”, questo è un romanzo sulla vita e la morte, sulle passioni, sul coraggio, sulla difficoltà di alcune professioni che servono a portare benessere agli altri a prezzo di incredibili rischi per la propria incolumità. La storia naturalmente c’è, ma fa quasi di sottofondo a questi pensieri, come se fosse soltanto un modo per poter sviluppare meglio questi concetti.

Il tutto è condito da una scrittura purissima e magica, in cui ritroviamo il Saint-Exupéry che ben conosciamo dal Piccolo principe, ma estremamente più potente. Le immagini e la poesia di questo breve romanzo sono intensissime, da sola la scrittura varrebbe al romanzo un voto ancora più alto. Poche volte mi capita di apprezzare così tanto uno stile, di gustare davvero le frasi una per una, tanto da farmi apprezzare ancora di più il romanzo in sé. Spero che questa ricchezza della scrittura sia stata mantenuta nella traduzione italiana (leggo nelle recensioni che la traduzione inglese pare aver perso questa caratteristica così importante). Molto consigliato.

Gustave Flaubert, Madame Bovary

Gustave Flaubert, Madame Bovary (tit. originale Madame Bovary), Newton Compton, Roma 1993. Traduzione di Ottavio Cecchi.

Sì, ma non era felice, non lo era mai stata. Di dove veniva quella insufficienza della vita, quell’istantaneo imputridirsi delle cose alle quali si appoggiava? Se in qualche parte del mondo c’era un essere forte e bello, un’anima coraggiosa, piena, a un tempo, d’esaltazione e di raffinatezza, un cuore di poeta sotto forma d’angelo, lira dalle corde di bronzo che mandasse verso il cielo epitalami elegiaci, perché, dunque, non dovrebbe incontrarlo? Oh, era impossibile! E niente valeva la pena di una ricerca. Tutto era menzogna! Ogni sorriso nascondeva uno sbadiglio di noia, ogni gioia celava una maledizione, ogni piacere il suo disgusto, e i migliori baci lasciavano sulle labbra soltanto l’irrealizzabile desiderio di una voluttà più alta.

Ho letto questo libri pochi mesi dopo aver letto Anna Karenina. Quello mi è piaciuto di più, ma in questo mi sono identificata meglio. Intendiamoci, io non faccio né ho mai fatto né mai mi sognerei di fare nessuna delle cose fatte da Madame Bovary, ma quel senso di vuoto esistenziale, di infinita di noia, di mancanza di piacere, mancanza di interesse, nulla cosmico, è qualcosa che mi è molto noto. Che io non metta in pratica degli agiti allo stesso modo di Emma Bovary è del tutto indifferente, di fatto conosco quella sensazione.

Perciò no, non credo che Emma Bovary sia una donna vana, anche se certo fa di tutto per sembrarlo. Né è una donna annoiata nel senso comune del termine. È, piuttosto, una donna che conosce e soffre la Noia, con la N maiuscola, nel senso cioraniano del termine. Quel vuoto di tutto, vuoto di senso, vuoto assoluto, che ti divora da dentro. E che può avere le conseguenze più svariate: può diventare voglia di scomparire, di non fare niente, può diventare fame di cibo, fame d’amore, come in Emma: fame d’amore e fame di lusso. Emma Bovary ha fame, fame di riempire quel vuoto, che non riuscirà mai a colmare perché non è ad essa esterno, ma interno. Un vuoto interno, niente potrà mai colmarlo, per quanto ci si possa provare, e per forza, se non lo si sa affrontare, porta a conseguenze nefaste. A meno che non si abbia la calma e feroce rassegnazione di un Cioran, che vive la vita divorato dal vuoto della Noia, eppure la vive sempre, fino alla fine. Ma Emma Bovary non è certo Cioran.

Emma Bovary è a tratti insopportabile, a tratti fa pena (nel senso di compassione), ma sempre le sono stata vicina, proprio per tutti questi motivi. Anna Karenina, che a questo romanzo di Flaubert è molto vicino, è scritto in modo più magistrale, se così posso osare di dire, è privo di difetti, perfetto, compiuto, più di Madame Bovary. Ma Madame Bovary è un personaggio a tutto tondo, perfetto a sua volta, più umano di Anna Karenina. A mio modesto parere. Perciò, due romanzi grandissimi, in certo modo simili, eppure diversi.