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Gavin Francis, True North. Travels in Arctic Europe

Gavin Francis, True North. Travels in Arctic Europe, Birlinn Limited, Edinburgh 2011.

Questo libro, purtroppo non tradotto in italiano, è stato pubblicato per la prima volta in Scozia nel 2008, ed è il resoconto del viaggio che Gavin Francis ha fatto nella zona artica dell’Europa. Di Francis in Italia è stato pubblicato il libro Avventure nell’essere umano.

Gavin Francis è un medico scozzese che, lavorando in Africa, decide di non poterne più dei Tropici e inizia a pensare a un ipotetico viaggio nell’Artico. Questo viaggio diventerà ben presto realtà, e lo condurrà nelle Shetland, nelle Fær Øer, in Islanda, in Groenlandia, alle Svalbard e in Lapponia. Francis si sposta in aereo o, quando possibile, in nave da una nazione all’altra, mentre all’interno delle singole nazioni preferisce spostarsi facendo l’autostop, perlopiù.

Francis ha letto molte storie di autori, dell’antichità o moderni, che hanno viaggiato nell’Artico europeo, da Pitea a Karel Čapek, passando per Linneo e San Brendano. Ha letto anche molte saghe, soprattutto islandesi, come ad esempio la Egils saga. Il suo intento è seguire le tracce di questi autori, visitando i luoghi da essi visitati, e tenendo sempre a mente le saghe. Naturalmente il viaggio di Francis è più libero di così, nel senso che non si limita a seguire pedissequamente le orme degli autori del passato, ma compie anche dei giri per conto suo.

La narrazione dei viaggi di Francis si alterna nel testo alle narrazioni di questi autori e alle saghe, di cui l’autore ci dà un riassunto in più parti. Veniamo dunque a sapere come questi autori hanno “scoperto” queste terre, come vi sono arrivati, cosa hanno visto, e parallelamente scopriamo cosa ha visto Francis, chi ha conosciuto, cosa ha fatto. Le descrizioni storiche si alternano così a quelle di viaggio, naturalistiche, sociologiche, ambientaliste, umane.

All’autore queste terre sono entrate nel cuore, perciò è molto interessato alla loro sorte e, di conseguenza, all’impatto che il cambiamento climatico ha su di esse. Ci informa ad esempio che si stima che nel 2080, fra solo poco più di sessant’anni, in estate non ci sarà ghiaccio nell’Artico: una prospettiva inquietante a dir poco.

Allo stesso tempo ci narra scene di vita quotidiana in queste zone, come ad esempio il fatto che alle Svalbard in tutti i luoghi chiusi (case, negozi, chiese, ecc.) sia necessario togliersi le scarpe all’ingresso e riporle in un’apposita scarpiera situata vicino alla rastrelliera per i fucili. Fucili che devono sempre essere portati con sé per pericolo di incontrare gli orsi polari. Oppure ci parla della vita quotidiana dei Sami, ad esempio quelli che vivono al confine fra nazioni (Norvegia, Svezia, Finlandia, Russia, le quattro nazioni che ospitano questa popolazione nella sua terra, la Lapponia) e vanno a lavorare in uno Stato diverso. Un po’ incomprensibile per una persona che viene da un’isola come la Gran Bretagna, ma per noi sono semplicemente frontalieri.

Ancora, l’autore ci parla delle conseguenze della modernizzazione in posti tradizionalmente “selvaggi” dal punto di vista naturalistico: per esempio, ci dice che la costruzione di strade e tunnel nelle Fær Øer, lungi dal favorirne lo sviluppo, ha portato a una fuga della popolazione da queste isole. Oppure ci racconta come la costruzione di condomini e la “danesizzazione” fatta dai danesi in Groenlandia sia stata un disastro per la popolazione locale.

Ci parla degli innumerevoli uccelli presenti nelle Fær Øer e nelle Shetland, uccelli di cui io non ho capito nulla perché non conosco i nomi italiani, figuriamoci quelli inglesi. Ma ci racconta anche del luogo in Groenlandia dove c’è un ufficio addetto a rispondere alle lettere scritte dai bambini di tutto il mondo a Babbo Natale, ma anche del “vero” villaggio di Babbo Natale a Rovaniemi, nella Lapponia finlandese.

Il tutto è corredato da bellissime foto, che purtroppo in ebook sono molto ma molto meno belle (anche perché su un normale Kindle sono in bianco e nero), ma che per fortuna si possono trovare sul sito dell’autore.

Consigliato se vi piacciono i libri di viaggio e in particolare se vi interessa la zona dell’Artico.

Philip Marsden, The Crossing Place

Philip Marsden, The Crossing Place, Flamingo, London 1994 (edizione originale 1993). 248 pagine.

Non ricordo come sono venuta a conoscenza di questo libro, ma l’ho comprato alcuni mesi fa con molto interesse e grandi aspettative. Come dice il sottotitolo, si tratta di un “viaggio fra gli Armeni”: è infatti un libro di viaggio e non di storia. Ci sono molti romanzi sul genocidio armeno, molti libri di storia, ma non conoscevo ancora l’esistenza di letteratura di viaggio sull’Armenia. In realtà non neppure un libro sull’Armenia, ma proprio sugli Armeni. Sul popolo più che sulla sua storia o sulla sua nazione. Ed è questo che lo rende molto interessante.

Ovviamente il libro risente del fatto di essere molto vecchio. Marsden ha intrapreso questo viaggio poco dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica, e questo si sente e rende il libro molto datato, pur senza intaccarne il fascino. Ad esempio, pensiamo alla diffidenza degli Armeni d’Armenia nei confronti dell’autore quando pensano che questi sia russo.

Come nasce questo libro? Nasce dal fatto che alcuni anni addietro l’autore si trovava nella Turchia orientale, dove a un certo punto trovò un osso. Curioso di quale animale potesse essere, chiede delucidazioni a un pastore che incontra sul suo cammino. Questi gli risponde solamente “Ermeni“, Armeni. Questa scena mi ha fatto gelare il sangue nelle vene. È dunque ancora possibile, o lo era all’epoca, girare tranquilli per le campagne turche e trovare ossa di Armeni deportati e massacrati in quei luoghi? Mi è sembrato agghiacciante, sebbene io certamente non fatichi a crederlo.

Come dice l’autore stesso, gli Armeni massacrati nel 1915 non hanno tombe, non hanno cadaveri, non hanno monumenti alla memoria come Auschwitz. Non hanno niente su cui piangere e ricordare, se non la loro stessa memoria (e ovviamente alcuni documenti storici di diplomatici e fotografi europei presenti sul luogo dei massacri nel 1915). È anche molto interessante, a livello storico-documentale, che l’autore lamenti il fatto di “dover provare” che il genocidio sia davvero avvenuto. Marsden ci fa capire chiaramente che, al momento della stesura del libro, questo non era per nulla un fatto assodato. La parola “genocidio” era ancora difficile da pronunciare. In certi casi lo è tuttora, basti pensare alla Turchia, ma ci sono moltissimi stati che, ad oggi, hanno riconosciuto i massacri del 1915 come genocidio ai danni degli Armeni.

Ad ogni modo, questo non è un libro sul genocidio. Questo è un libro sugli Armeni. A Marsden interessa capire come gli Armeni abbiano fatto a sopravvivere a millenni di persecuzioni. Gli interessa testimoniare come si trovino ovunque nel mondo appartenenti a questo tenacissimo popolo. Mai assimilati, ma sempre fieramente attaccati alle loro tradizioni, alla loro cultura.

Marsden parte da Venezia, dove c’è un’importante comunità armena, per poi proseguire per i Balcani, Cipro, Gerusalemme, il Libano, la Siria, la Bulgaria, la Romania e arrivare infine, nell’ultima e breve parte, in Armenia. Durante il suo viaggio, durato svariati mesi, l’autore incontra un numero impressionante di Armeni, ne incontra anche dove meno avrebbe pensato di trovarli. Comincia a parlare con una persona per poi scoprire che questa è armena. Questo gli accade numerose volte durante il suo viaggio.

Bisogna inoltre sottolineare il fatto che l’autore ha imparato molto bene la lingua armena prima di partire per il suo viaggio. Questo lo rende molto ben voluto da tutti all’interno della comunità. Gli Armeni sono infatti un popolo ospitale che fa sentire a casa l’ospite, tanto più se avverte in questi un genuino interesse nei confronti del suo popolo. E l’interesse di Marsden è certamente genuino. Non è un interesse antropologico, non è un interesse storico, ma è proprio un interesse che parte dal cuore, sebbene egli non sia in alcun modo legato al popolo armeno. Non ha infatti alcuna origine armena, ma il suo interesse per questo popolo è nato così, quasi per caso, a seguito di quell’episodio che raccontavo.

Certamente troviamo anche molti fatti storici in questo libro, ma non bisogna approcciarsi ad esso cercando un testo storico, perché non lo è. Questo libro è semplicemente il racconto di un popolo da un punto di vista affettivo e non in vario modo scientifico. Se cercate un libro di storia, siete nel posto sbagliato. Se invece cercate un libro scritto con il cuore, che vi faccia capire un po’ meglio il popolo armeno, siete nel posto giusto, e vi consiglio la lettura. Purtroppo il libro non è stato mai tradotto in italiano, quindi dovete conoscere l’inglese per poterlo leggere.

[Incipit] Rachael Antony e Joël Henry, The Lonely Planet Guide to Experimental Travel

Early Travellers

The concept of travel is not new. Homer’s Odyssey provided us with an enduring travel myth, and from Adam and Eve’s first tentative steps beyond the Garden of Eden to Joseph and Mary’s travels on the road to Bethlehem, the Bible is full of tales of travel, adventure, danger, transport difficulties and the perils of trying to find a room in peak season (resulting in the birth of the baby Jesus in a stable). Religions of all kinds have provided the impetus for long-distance pilgrimages: Muslims travel to Mecca, Jews to Israel and Buddhists to India, while Catholics get their spiritual passports stamped in Rome. Many of Europe’s greatest churches, such as Canterbury Cathedral (the destination for Chaucer’s pilgrims in his bawdry Canterbury Tales), were built in order to attract pilgrims and cash in on the pilgrim ‘dollar’.
Business travellers have also crisscrossed the continents for centuries, and were particularly busy tying up the Silk Road with peak-hour traffic throughout the Middle Ages. The Age of Exploration, chiefly the 15th and 16th centuries, saw unprecedented parties of would-be heroes set off in all directions from Europe – a trend that would last until the end of the 18th century. And of course, nomadic peoples from the Gypsies of Europe to the Australian Aborigines have wandered the globe for eons – until recently, that is, when colonialism and capitalism divvied the world up into bite-sized pieces and began enforcing border controls. Travels far and near have also been embarked upon in the interests of war. But while trade, profit, religion and invading one’s neighbours’ lands have always provided a motive for travel, the idea of travelling for fun is a relatively new phenomenon.

Rachael Antony e Joël Henry, The Lonely Planet Guide to Experimental Travel, Lonely Planet Publications, Melbourne – Oakland – London 2005. 276 pagine.

* Latourex.
* La mia recensione al libro.

The Lonely Planet Guide to Experimental Travel

Rachael Antony & Joël Henry, The Lonely Planet Guide to Experimental Travel, Lonely Planet, Footscray 2005. 276 pagine.

Mi sono imbattuta in questo libro grazie alla sfida anobiiana delle letterature altre. Una lettrice ha detto che lo stava leggendo, il titolo mi ha incuriosita e la recensione ancora di più. Perciò me lo sono procurato ed ora eccomi qua con la mia recensione.

L’idea di base è che non si debba sempre per forza viaggiare in modo lineare e consono al turismo di massa. Si può decidere di farlo anche in altri modi, che molto spesso sono (o almeno appaiono da questo libro) più divertenti. Oltre che più inventivi e meno banali. Più interessanti sicuramente. Modi di viaggiare che a volte ci portano a scoprire cose che non avremmo mai pensato di scoprire. E si tratta di viaggi che molto spesso possiamo fare anche nelle vicinanze di casa nostra, senza dover per forza spendere un patrimonio. Scoprendo angoli e cose inaspettati.

Fondamentalmente, l’idea di base è quella del gioco, come mostra anche la copertina, e quella di viaggiare per divertirsi. Il tutto nasce da un’associazione francese fondata da Joël Henry, chiamata Latourex. Vi consiglio di visitare il sito, c’è in varie lingue fra cui anche l’italiano e propone idee interessanti presenti anche in questo libro. Ma il libro le sviluppa ulteriormente e ne propone anche altre, oltre a presentare i risultati degli esperimenti condotti.

Fra le idee che mi sono piaciute di più, il viaggio automatico (Automatic Travel), che penso di aver fatto più di una volta quando ho viaggiato da sola: lasciarsi portare dal subconscio, viaggiare senza pensare. Ma anche il viaggio letterario (Literary Journey), che consiste nel viaggiare fra le pagine dei libri, andando da una destinazione all’altra, ed è un po’ quello che stiamo facendo con questa sfida. Ma ce ne sono tanti altri davvero carini, mentre alcuni sono un po’ assurdi ma belli da leggere.

Un libro che consiglio a tutti quelli che hanno voglia di viaggiare in modo diverso, a chi ama giocare e mettersi in gioco, a chi sa divertirsi, a chi vuole qualche spunto per il suo prossimo viaggio vicino o lontano.

*

Questa recensione partecipa alla sfida delle letterature altre ed è pubblicata anche nel relativo blog.

Viaggio in Armenia

Osip Mandelstam, Viaggio in Armenia, Angelo Pontecorboli, Firenze 1990. 81 pagine.

Prima nota: non mi incolpate se non cito il titolo originale e il traduttore, l’editore Pontecorboli non si cura di farceli sapere. Ci dice solo che questa è una traduzione dal francese, e non dall’originale russo – che già è una cosa che non capisco e non condivido, anche perché non è che il russo sia una lingua tanto particolare, voglio dire, ci sono un sacco di persone che potrebbero tradurre un libro da questa lingua. Inoltre la traduzione mi sembra anche fatta male, con delle espressioni ricalcate pari pari dal francese («e non importa che altro»)…

Detto questo, il libro non mi è piaciuto per niente. Mi aspettavo, dal titolo, un resoconto del viaggio di Mandelstam in Armenia, invece si tratta di pensieri sparsi, sull’Armenia sì, ma anche sulla pittura, sulla zoologia, sulla letteratura. Una raccolta di cui francamente non ho capito neanche il senso, e mi sento un po’ sacrilega a dirlo ma è così. Ci sono comunque immagini molto belle, come questa: «All’intorno, la vista manca di sale. Si afferrano forme e colori e tutto sembra di pane azzimo. Questa è l’Armenia.» Ma ci sono anche associazioni che non capisco, come ad esempio: «Gli artigli dello zar sono rotti e i millepiedi camminano sulla sua faccia.»

Insomma, per me è stata una delusione, pensavo a un racconto poetico sull’Armenia, mi sono invece trovata di fronte ad altro.

* Il libro sul sito dell’editore.
* Un articolo su Mandelstam.
* Un altro articolo su Mandelstam con delle poesie dell’autore.

La recensione è pubblicata anche sul blog Letterature altre, dato che questo libro è letto nell’ambito della sfida anobiiana delle “letterature altre”.