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Fausto Vitaliano, Lorenzo Segreto

Fausto Vitaliano, Lorenzo Segreto, Laurana, Milano 2014.

Ringrazio innanzitutto il mio amico Antonino di Laurana Editore per avermi dato l’opportunità di leggere un libro che altrimenti non avrei mai conosciuto. Nonostante Antonino sia mio amico, la recensione sarà ovviamente imparziale, ve lo prometto.

È un libro di 314 pagine, lunghezza media direi, che ho letto abbastanza velocemente perché volevo davvero vedere come sarebbe andata a finire la vicenda di Lorenzo Segreto. Dire che questo romanzo tiene incollati alla pagina è forse un po’ esagerato, non è un thriller, ma comunque si legge piacevolmente e fa davvero venire voglia di sapere quale sarà la sorte del protagonista e degli altri personaggi.

La lettura è iniziata in modo per me molto piacevole, lo stile era interessante e la storia altrettanto. Partiamo con delle pagine scritte in corsivo in cui un uomo si trova di fronte a dei fascisti e nazisti e stringe a sé una bambina, pregandoli di lasciar andare la piccola e la madre di lei. I fascisti lasceranno andare solo lui e la bambina, e già qui le cose ci iniziano subito a sembrare strane, perché non si è mai sentito nei nostri libri di storia o nei racconti dei nostri anziani parenti che i fascisti lasciassero andare degli uomini. Donne e bambini, casomai (non necessariamente, come sappiamo), ma per dei fascisti uccidere una donna e lasciar andare un uomo, seppure con una bambina, era comportamento assai inusuale. Quindi il lettore comincia subito a farsi delle domande.

Subito dopo ci troviamo a fare la conoscenza del protagonista che dà il titolo al libro, un giovane che lascia la sua brillante carriera nel campo finanziario a Londra per poi approdare a Milano e finire in una società di recupero crediti, dove, come capiamo subito, le sue capacità sono un po’ sprecate.

Altri personaggi sono importanti nel libro di Vitaliano, pur se presenti in un numero minore di pagine. Ad esempio Valter, il fratello fascista di Lorenzo Segreto, o la madre dei due ragazzi, chiusa in un manicomio (attenzione però, Lorenzo Segreto, nel 2000, anno in cui è ambientata la storia, i manicomi non esistono più da un pezzo). O ancora Bianca Navel, la figura che comanda in Crediback, l’azienda milanese in cui Lorenzo Segreto viene assunto. Oppure Vincenzo Cotto di Leocata, anziano amico di Lorenzo che sembra aver le mani in pasta un po’ dappertutto. Tito Profeta, il nonno di Lorenzo e Valter. Adriana, la donna che frequenta Lorenzo. Sostanzialmente i personaggi principali sono questi.

La storia della famiglia Segreto, ma anche quella di Bianca Navel e la sua Crediback, ma anche quella del misterioso uomo sfuggito ai nazi-fascisti, incurioscono il lettore, che vuole sapere come si intreccino l’una con l’altra, vuole sapere come si svolgeranno, dove si incontreranno, perché, come. Naturalmente il lettore non viene accontentato subito, altrimenti non avremmo avuto bisogno di un romanzo di 300 e passa pagine, questo è evidente.

La storia, o le storie, hanno un narratore che sembra avere qualche ruolo nelle vicende narrate, ma solo nelle ultimissime pagine scopriremo di chi si tratta. Questo è uno stratagemma abbastanza interessante, tuttavia ho trovato il narratore lievemente irritante con il suo continuo ripetere “quello che posso dire di Lorenzo Segreto”. Senz’altro si tratta di una ripetizione voluta dall’autore e non certo di qualche tipo di caduta stilistica. Anzi, lo stile di Vitaliano mi sembra pensato molto attentamente. Ad esempio, dicevo prima che i manicomi nel 2000 non esistono più, ma è Lorenzo Segreto a usare quella parola, sebbene sia in bocca al narratore. Quello che voglio dire è che, sebbene il narratore racconti, utilizza le parole che userebbero i protagonisti e in particolare Lorenzo. In un certo senso, benché il narratore sia ovviamente esterno e onnisciente, ci fa entrare nei pensieri di Lorenzo Segreto tanto da parlare con parole che chiaramente potrebbero essere più del protagonista che del narratore stesso. Per fare un altro esempio, c’è un discreto uso di parole inglesi che senz’altro sono molto usate nell’ambiente lavorativo di cui Lorenzo fa parte, il che lo spinge anche ad anglicizzare alcune espressioni italiane, come quando usa la parola “eventualmente” per intendere “alla fine”. Ripeto, tutto questo, se lo attribuiamo al narratore, suona fastidioso, quasi come se Vitaliano non sapesse scrivere. Invece è mia ferma opinione che l’autore usi queste parole ed espressioni in modo del tutto intenzionale. In questo senso Vitaliano è un bravo scrittore, perché non credo sia da tutti fare questo tipo di gioco stilistico, per quanto possa in un primo tempo apparire semplice.

Il problema è che Vitaliano ha voluto mettere troppa carne al fuoco. Per cui man mano che il libro va avanti si avvicendano i colpi di scena, le rivelazioni, le scoperte, gli eventi inaspettati o invece indovinati dal lettore più attento. Tutto è collegato da un filo più o meno sottile, ma purtroppo alla fine del libro mi sono ritrovata, anziché piena di meraviglia, a guardare con un po’ di sorpresa e anche un po’ di fastidio in un calderone in cui era buttata un sacco di roba, sicuramente non a casaccio perché la logica c’è, ma tuttavia in eccesso, come se il calderone straboccasse. Naturalmente non posso dire più di questo perché vi rovinerei la lettura, però vi posso garantire che la mia sensazione è stata questa: “troppo”. Troppa roba, troppa carne al fuoco.

Il filo conduttore del libro è comunque la memoria, meglio del ricordo, perché il ricordo è solo parte della memoria e non la compone completamente. La memoria non è solo ricordare, ma anche tramandare. E il tema è anche, se vogliamo, il senso della vita. Il risvolto stesso ci dice che Lorenzo Segreto è tormentato da una domanda: “Per quale ragione sono al mondo?” Troverà la propria risposta alla fine, il proprio ruolo all’interno di questo mondo così caotico da sembrare in guerra.

Per concludere, il romanzo non è per niente brutto, anzi, ma la sensazione che mi ha lasciato non è del tutto positiva, per i motivi che ho tentato di spiegare.

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Claudio Morandini, Neve, cane, piede

Claudio Morandini, Neve, cane, piede, Exòrma, Roma 2015.

Dopo aver letto e apprezzato Le pietre, ero molto curiosa di leggere l’altro romanzo di Claudio Morandini pubblicato da Exòrma nel 2015. Lo stile e l’inventiva di Morandini mi erano piaciuti molto, e volevo vedere se questo libro precedente era all’altezza del successivo. Lo è, senz’altro.

Anche con questo romanzo ci troviamo in montagna, in un vallone imprecisato in mezzo alle Alpi. Adelmo Farandola è un vecchio eremita che vive isolato da tutto e tutti in una baita situata in questo vallone, in mezzo al nulla più completo.

Facciamo conoscenza con Adelmo quando scende in paese a comprare le provviste per l’inverno imminente, e ci accorgiamo subito dei gravi problemi di memoria che lo affliggono: non si ricordava, infatti, di essere stato a fare provviste appena la settimana prima. Tornato a casa Adelmo trova un cane, ma non ne è molto contento, perché è abituato a vivere per conto suo e ama la solitudine. Eppure finirà per permettergli di stare con sé e diventeranno anche amici, tanto che il vecchio non riuscirà più a immaginarsi di poter stare senza il cane: «A lui la solitudine piace – di più, gli è vitale, e non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo. Ma a quel bastardo si è legato, e quando quello va via sente morirgli qualcosa dentro, e il tempo dilatarsi fin quasi a non scorrere più, e lo spazio di questa conca angusta espandersi fino a diventare un deserto immenso, e la sua persona rimpicciolirsi dentro a questo deserto, fino a ridursi a formica, a verme».

Altro personaggio del romanzo è un guardiacaccia che ogni tanto si mette a spiare Adelmo con il binocolo, pensando probabilmente che il vecchio sia un cacciatore di frodo. Il vecchio Adelmo Farandola non sopporta questa intrusione, soprattutto quando il giovane guardiacaccia viene da lui cercando di fare conversazione. Adelmo è abituato a silenzi lunghi mesi, quasi non riesce a parlare, e comunque sicuramente non gli interessa. Gli esseri umani non gli piacciono. Inoltre Adelmo ritiene che tutto nel vallone sia suo: animali, terra, aria. Ritiene dunque di non fare niente di male se ogni tanto uccide qualche animale, dato che tutto è suo.

Adelmo romperà la sua solitudine e il suo silenzio grazie al cane, che è un cane che parla, e con il quale l’uomo non disdegna di fare conversazione, anche se ovviamente non certo lunghi discorsi, a cui non è abituato.

Il piede comparirà dopo la metà del romanzo, ed è quello di un uomo sepolto da una valanga. Di più non vi dico perché è bene che leggiate da soli questo romanzo bellissimo.

Morandini è uno scrittore di chiaro talento, e dispiace che non goda di maggiore considerazione in patria (questo suo libro è stato tradotto anche in altri Paesi). Dopo aver letto due suoi libri, posso dire che lo trovo una voce fresca, forte, sicuramente molto piacevole da leggere. Ho trovato entrambi i romanzi interessanti e particolari, non le solite storie trite e ritrite che troppo spesso ci vengono propinate dall’editoria nazionale (e internazionale).

In questo romanzo Morandini dà voce a un uomo che è l’emblema del solitario portato all’estremo, del vero e proprio eremita. Inevitabilmente la solitudine autoimposta sembra far impazzire l’uomo, che perde la memoria, conversa col cane, e altro ancora. Inoltre il solitario di Morandini è un uomo che ha rinunciato, quasi, a qualsiasi parvenza di umanità: non si lava, nemmeno i denti e le parti intime, non si pulisce quando fa i suoi bisogni (perché non possiamo dire che vada in bagno, è un’espressione troppo civilizzata). È praticamente diventato una sorta di animale, sebbene abbia ancora sentimenti da uomo, in qualche modo.

Ecco, dare voce a un uomo che quasi ha rinunciato all’umanità, che quasi non è più uomo, a parer mio non deve essere stato facile. Adelmo Farandola è quanto di più lontano si possa immaginare dalla civilizzazione e anche dalla civilità. Un uomo civile, colto, quale può esserlo l’autore, fa uno sforzo creativo non indifferente per dar voce a un uomo incolto in tutti i sensi. Mi si dirà che lo scrittore fa sempre uno sforzo per dare voce ai proprio personaggi, basti solo pensare agli scrittori adulti che danno voce a dei bambini e amiliardi di altri casi. Questo è vero, sicuramente, ma volevo solo sottolineare come anche in questo caso la fantasia dell’autore si sia spinta così oltre da diventare realtà, perché è proprio così che io mi immaginerei un eremita.

Consiglio caldamente la lettura di questo libro e consiglio di fare la conoscenza di questo scrittore, che nel panorama italiano odierno mi pare una delle voci più limpide e solide.

Andrea Camilleri, I racconti di Nené

Andrea Camilleri, I racconti di Nené, Melampo, Milano 2013.

Nel 2006 Francesco Anzalone realizzò una sorta di intervista, che poi intervista non era perché mancava l’intervistatore, ad Andrea Camilleri per RaiSat Extra. Diversi anni dopo questa intervista è stata ripresa e le è stata data forma scritta: sono micro-narrazioni che vengono chiamate “racconti” perché, senza essere opere di finzione, sono comunque delle storie che Camilleri (Nené) racconta.

Questi “racconti” ci portano dall’infanzia di Camilleri, quando il piccolo Andrea era innamorato del fascismo e a 10 anni scrisse una lettera a Mussolini chiedendogli di poter partecipare alla colonizzazione dell'”Africa Italiana”, passando per la gioventù, fino a tempi più recenti. Camilleri ci parla della sua vita raccontandoci degli aneddoti, ma per forza di cose finisce per parlarci anche della storia italiana, della politica, del teatro, della letteratura, della Rai, e così via.

I protagonisti di queste storie sono personaggi famosissimi e parte del nostro patrimonio culturale come Luigi Pirandello, che Camilleri incontra fugacemente da bambino, quando questi va a casa sua a far visita alla nonna; Vittorio Gassman; Jean Genet; Marco Bellocchio… e tantissimi altri nomi. Camilleri ci porta dunque nel più profondo della cultura italiana degli ultimi novant’anni, e lo fa con la leggerezza che lo contraddistingue, un tocco di humour e, purtroppo, con molta brevità. Sarei potuta andare avanti a leggere per altre duecento pagine, invece purtroppo questo libro di pagine ne ha solo 153.

Un libro che si legge in un paio d’ore e che vi regalerà un piacevole spiraglio sulla vita di quest’uomo che, prima di essere scrittore, è stato regista, uomo di teatro, ha lavorato in radio, sul palcoscenico, per la TV. Consigliatissimo.

Remo Bassini, La notte del santo

Remo Bassini, La notte del santo, Fanucci, Roma 2017.

Di Remo Bassini ho letto diversi libri: alcuni mi sono piaciuti moltissimo, altri un po’ meno, ma quello che ho notato in tutti è l’ottima abilità scrittoria dell’autore. Uno stile fresco, che si fa leggere con avidità e piacere, una capacità di creare trame sempre interessanti e mai banali. Non è la prima volta che dico che secondo me dovremmo tutti tenere in maggior considerazione questo autore, che a parer mio è una delle migliori voci del panorama italiano contemporaneo. Questo nuovo libro, uscito il mese scorso, non fa che confermare la mia idea: Bassini è un ottimo scrittore, e un ottimo giallista, sebbene nella sua carriera non abbia scritto solo gialli.

Ci troviamo a Torino, nella “notte del Santo”, cioè fra il 23 e il 24 giugno, quando la città festeggia il patrono, san Giovanni Battista. Due giovani uomini vengono trovati barbaramente uccisi, sgozzati per la precisione. I due sono omosessuali e sono noti per essere pessimi soggetti: cocainomani, cattivi, nullafacenti… La squadra omicidi indaga sul duplice delitto, ma presto si scopriranno altri cadaveri, uccisi con lo stesso barbaro metodo e, tutti, con un nastro adesivo nero a chiudergli la bocca. Il commissario Pietro Dallavita, detto Aziz perché sembra un arabo, si dovrebbe occupare del caso, ma è nel bel mezzo di una crisi coniugale e personale: ha appena lasciato la moglie, è innamorato platonicamente di una donna che vede tutte le mattine al bar, ha paura della reazione del figlio ormai grande alla notizia della separazione. Sembra un uomo sconfitto dalla vita, senza più alcuna passione, alcun interesse, alcuno stimolo. Certo, finché ci sarà la donna del bar la sua passione sarà lei, ma poi tutto verrà meno e Dallavita sembrerà semplicemente un fallito quasi sessantenne, oppure un uomo molto triste e quasi depresso, comunque molto sofferente: l’interpretazione dipende dal carattere personale di chi legge. Ad ogni modo, l’indagine sarà svolta ufficialmente dai suoi colleghi della omicidi, coadiuvati da una criminologa, ma Dallavita non riuscirà a rimanere davvero fuori dalle indagini, anzi.

L’atmosfera che si respira in questo romanzo è tesa, oscura, e anche profondamente triste, sia per le vicende personali di Dallavita, sia per una storia che fin dalla prima pagina si inframmezza a quella degli omicidi: una storia scritta in corsivo, un uomo che ricorda la sua bambina morta, Adele. Non capiremo subito cosa c’entri questa storia con la storia principale, anche se a un certo punto diventa evidente.

Il giallo è l’elemento preponderante, ma come sempre in Bassini non è il solo elemento del romanzo. Ad esso si intreccia la vicenda personale di Dallavita, che come dicevo può sembrare un fallito alla soglia della vecchiaia, oppure un uomo non ancora anziano, profondamente deluso dalla vita. Anche gli altri personaggi sono ben delineati, con delle storie e delle vicende solide e coerenti. Molti dei personaggi sono estremamente antipatici, così come lo sono le vedute comuni su omosessualità, promiscuità, libertà sessuale, droga, che ci vengono presentate nel libro. Naturalmente, si avverte subito che questi punti di vista gretti e chiusi non sono certo quelli dell’autore, ma dei personaggi e anche, diciamocelo, di una grossa fetta della società, purtroppo. L’autore è molto abile a tratteggiare tanta spiacevolezza e meschinità. Ci sentiamo immersi fino al collo in questa vita dalla prospettiva ristretta, fobica, misogina, omofoba. Proviamo fastidio, antipatia, rabbia: e questo non fa che confermare l’abilità di Bassini come narratore.

Consiglio caldamente questo libro, così come consiglio gli altri dello stesso autore.

Helga Schneider, Il rogo di Berlino

Helga Schneider, Il rogo di Berlino, Adelphi, Milano 1995.

Helga Schneider nasce in Slesia nel 1937, trascorre l’infanzia a Berlino e, dopo aver vissuto in Austria, dal 1963 risiede in Italia e ha adottato l’italiano come sua lingua letteraria.

La piccola Helga viene abbandonata dalla madre, insieme al fratellino Peter, nel 1941. La madre è una fervente nazista che decide di dedicare la sua vita al Führer e alla causa nazista. Andrà a “lavorare” a Birkenau, dove fa la guardiana, e dopo la guerrà verrà condannata a sei anni di carcere. Quando Helga decide di incontrarla per la prima volta dopo l’abbandono, nel 1971, la madre non fa che parlare della sua “bella” vita sotto il nazismo, per concludere dicendo che a quell’epoca era qualcuno, e ora non è nessuno.

Helga e suo fratello vengono lasciati dapprima con la nonna, in seguito il padre si risposa e i bimbi andranno a vivere con la matrigna, mentre il padre viene mandato al fronte. La matrigna non sopporta Helga e non perde occasione per maltrattarla, mandandola prima in un istituto di correzione simile a un lager, poi in un collegio dove invece la piccola si troverà bene. Il collegio è appena fuori Berlino e sembra di stare in una sorta di oasi felice, mentre Berlino è sottoposta ai pesanti bombardamenti sovietici. Nonostante questo Hilde, la sorella della matrigna, va a riprendere Helga per riportarla a Berlino.

Qui Helga, suo fratello, la matrigna, Opa (ovvero il nonno acquisito) e Hilde quando non è al Ministero della Propaganda dove lavora, sono costretti a vivere in una cantina per ripararsi dai pesantissimi bombardamenti che ridurranno la città in un cumulo di macerie e cenere a causa dei roghi continui. I due bambini sono violentemente privati della loro infanzia, non vedono che morte, devastazione, violenza e terrore intorno a sé, e non conoscono praticamente altro.

By Bundesarchiv, B 145 Bild-P054320 / Weinrother, Carl / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5474888

Man mano che i mesi passano, gli abitanti della cantina, e in realtà tutti gli abitanti di Berlino, scenderanno in una spirale di orrore: niente o quasi più cibo, code inverosimili per riempire le taniche di un’acqua sempre più rara finché non sarà necessario bere quella del fiume che attraversa la città, malattie, denutrizione, sete, cadaveri ovunque, allarmi aerei, bombardamenti senza preallarme. Le persone, inevitabilmente, si abbrutiranno sempre più finché pian piano sembrerà ormai impossibile mantenere anche un briciolo di dignità: per cui non esitano a uccidere per procurarsi del cibo, ad avventarsi l’uno sull’altro per un tozzo di pane, e così via. La discesa in questo orrore sembra essere velocissima, il che probabilmente è dovuto al fatto che il libro è molto corto, appena 229 pagine, perciò il racconto è succinto per forza di cose.

Poi, a un certo punto, arriva improvvisa la pace, con i russi che occupano la città e che, in generale, sembrano essere buoni con gli abitanti della cantina, ma quando ubriachi non esitano a stuprare brutalmente donne e ragazze.

Helga Schneider ha dovuto vedere tanti di quegli orrori che mi domando come sia potuta rimanere sana di mente, ma poi mi dico che la sua è stata la sorte di tutti coloro che hanno vissuto la guerra, e probabilmente moltissimi di loro ne sono stati gravemente traumatizzati, mentre gli altri sono sopravvissuti mentalmente indenni forse perché sono riusciti ad aiutarsi a vicenda in mezzo a tanto orrore. Eppure, dice Helga, quello che loro hanno vissuto non è niente a confronto di quello che, scoprono a guerra finita, hanno dovuto subire milioni di ebrei nei campi di concentramento.

Helga vuole ricordare, lo dice più volte nel corso del libro, lei anche da bambina vuole guardare tutto, anche le cose più orribili come la morte di una ragazza tisica stuprata da un soldato russo, perché per lei fin da subito la memoria è importantissima. Tanto che per lei sarà difficile staccarsi da Berlino quando nel 1947 se ne andranno per seguire il padre tornato in Austria (la famiglia è di origine austriaca). E credo che questo libro sia stato scritto proprio con l’intento di dare voce a quella memoria, a quella storia.

All’inizio sembra un libro volto a esaminare l’abbandono di Helga da parte della madre e la conseguente vita con la matrigna, ma inevitabilmente questa vita con la matrigna si intreccia alla storia del rogo di Berlino, e perciò man mano il libro diventa il racconto dei bombrdamenti subiti da Berlino, visti con gli occhi di una bambina che è dovuta crescere più in fretta della sua età. È perciò un libro straziante, prima per le angherie subite da Helga, poi per il racconto di ciò che i berlinesi hanno dovuto subire sotto le bombe. Ed è, io credo, un libro che va letto, da tutti, e poco importa se molti ritengono che l’autrice non sappia scrivere (cosa che a mio parere, tra l’altro, non è affatto vera): al di là della maestria o meno dell’autrice, è un libro importante, e sarebbe bene che fosse conosciuto da molte più persone.

By No 5 Army Film & Photographic Unit, Wilkes A (Sergeant) – This is photograph BU 8604 from the collections of the Imperial War Museums (collection no. 4700-30), Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=640213