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Claudio Morandini, Le pietre

Claudio Morandini, Le pietre, Exòrma, Roma 2017.

A volte avere un blog è ancora più bello: quando gli editori decidono di mandarti libri interessanti come questo, che altrimenti con tutta probabilità non avresti mai preso in considerazione. Ringrazio perciò l’ufficio stampa di Exòrma per avermi dato l’opportunità di leggere un libro molto bello.

Claudio Morandini è noto al pubblico soprattutto per Neve, cane, piede, pubblicato sempre da Exòrma e vincitore nel 2016 della XXIX edizione del Premio Procida Isola di Arturo Elsa Morante.

Questo Le pietre, uscito da pochi giorni per la piccola casa editrice romana, vede protagonista un intero borgo sito in una vallata: il borgo è Sostigno, da cui gli abitanti si spostano periodicamente verso il villaggio di Testagno per la transumanza. A un certo punto in questo piccolo borgo di montagna iniziano ad avvenire strani fenomeni che condizioneranno la vita degli abitanti per gli anni a venire: le pietre sembrano prendere vita, si spostano, si muovono, compaiono nei posti più impensati come per magia, modificano addirittura il corso dei torrenti e forzano la popolazione a transumanze sempre più ravvicinate nel tempo. Un fenomeno stranissimo: magia, fantasmi, questioni geologiche, o cos’altro?

Tutto ha inizio, ci racconta la voce narrante, un bel giorno in casa dei coniugi Saponara: un’anziana coppia che viene da fuori ma che vive a Sostigno da anni. Lei fa la maestra ed entrambi danno lezioni private al di fuori dell’orario di lavoro. Un giorno, dicevamo, compare del pietrisco nel loro soggiorno, che poi diventerà un sasso e, nonostante tutto venga ripulito più e più volte, il sasso continua a riapparire. Uno scherzo? O qualcosa di più sinistro?

La voce narrante ci racconta in modo molto dettagliato come sia iniziata questa storia delle pietre, e allude a come si sia poi sviluppata nel tempo fino al presente. Il narratore è una vera e propria voce, nel senso che sembra quasi di sentirlo parlare, e abbiamo l’impressione che ci stia raccontando una storia mentre siamo insieme, seduti attorno a un fuoco in questa vallata di montagna. Sembra una voce amica, cordiale, desiderosa di trasmetterci, a noi suoi compagni per questo pezzettino di viaggio, la storia di ciò che accade nel proprio paesino. Non siamo dunque di fronte a un narratore onnisciente, ma veniamo invece a contatto con uno degli abitanti del villaggio, protagonista a sua volta, di conseguenza, di questa storia.

Questo tipo di narrazione rende a mio parere il racconto ancora più interessante, perché è come se lo vivessimo, per così dire, dall’interno. Inoltre come accennavo c’è la dimensione del racconto orale, quello che potremmo definire con termine inglese storytelling, che rende il racconto ancora più interessante, in certo modo intimo.

La scrittura di Morandini è ottima, si vede che siamo di fronte a un grande scrittore e soprattutto a un grande narratore di storie. All’inizio potrebbe spiazzare un po’ quel tono così parlato, intimo, orale, ma quando ci si abitua a questa modalità narrativa si viene premiati.

Un libro che ho letto in due giorni e che sicuramente consiglio ai lettori appassionati di storie. A questo punto mi devo procurare anche Neve, cane, piede.

Zerocalcare, Kobane calling

Zerocalcare, Kobane calling, BAO Publishing, Milano 2016.

Avevo letto alcune strisce di Zerocalcare sul suo sito, ma questo è più o meno tutto ciò che conoscevo di lui. Ero però incuriosita da questo libro, di cui avevo sentito parlare bene, e che infine, come leggendomi nel pensiero, mi è stato regalato lo scorso Natale. L’ho letto ieri sera tutto d’un fiato, senza riuscire a smettere neanche per un attimo.

La storia di questa graphic novel è probabilmente nota a tutti, ma la riassumo in due parole. Verso la fine del 2014, Zerocalcare decide di andare nel Rojava, territorio autonomo curdo all’interno dei confini della Siria, non riconosciuto ufficialmente da alcuno Stato né dalle Nazioni Unite. Il suo intento, per la precisione, è andare a Kobane, città nota per la resistenza all’ISIS, che però al momento del suo viaggio è in guerra. Perciò, insieme ad altri amici, si “accontenta” di andare a Mehser, al confine turco, come dice lui “a tre fermate di metro”, quindi vicinissimo. Tornerà poi l’anno successivo nel Rojava, riuscendo infine ad andare anche a Kobane. Questa la storia in estrema sintesi.

Il Rojava è un territorio autonomo che si basa su un contratto sociale d’avanguardia e lontanissimo dall’idea che “noi occidentali” abbiamo dell’Islam. La donna viene rispettata e anzi valorizzata (moltissime sono le combattenti curde), viene data grande importanza alla formazione, all’educazione, all’uguaglianza fra i generi, alle pari opportunità, e tanto più di questo, che potete leggere nel testo del contratto sociale stesso. È il luogo della parità, dell’uguaglianza e della libera convivenza tra le religioni. È il luogo dove viene organizzata la resistenza curda all’ISIS. Un luogo simbolo.

La graphic novel di Zerocalcare è bellissima. Certo, se volete approfondire la questione di Kobane, del Rojava e/o della resistenza curda dovrete rivolgervi altrove, ma non è certo questo lo scopo del libro e dell’autore. Zerocalcare fornisce alcune brevi spiegazioni delle questioni di cui sopra, ma sono brevissime e servono solo per far capire il contesto all’eventuale lettore ignaro. Quello che l’autore soprattutto descrive è la sua esperienza, vissuta davvero col cuore. Le persone che ha incontrato, le vicende che gli sono capitate, il viaggio che ha fatto (perlomeno quello di cui può parlare senza mettere a repentaglio i combattenti, considerati dalla Turchia alla stregua di un gruppo terroristico). Tutto questo visto attraverso gli occhi di una persona ironica come Zerocalcare, per cui, sebbene il racconto del viaggio sia un tema di grande serietà, non mancano (anzi sono frequenti) momenti di ironia in cui a volte si ride davvero. Questo contribuisce ad alleggerire il tutto, sebbene Zerocalcare renda costantemente chiara la gravità della situazione e la serietà della tematica da lui affrontata.

Secondo me è proprio questa commistione di serietà e leggerezza a rendere il libro tanto particolare e bello. Tutti possono leggerlo, non aspira a essere un trattato, non vuole essere un vero e proprio reportage, ma “solo” una graphic novel scritta con il cuore. Se non l’avete già letto, fatelo, è un regalo a voi stessi, credetemi.

Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana

Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana, Einaudi, Torino 1985.

I morti si trovano, sono i vivi che possono scomparire.

Terzo libro che leggo di Sciascia, forse quello che mi è piaciuto di più finora. Sciascia è chiaramente un autore superbo, scrive in maniera impeccabile ed è capace di trasformare un’indagine basata su documenti e voci in una specie di romanzo giallo, che però è tanto di più. Un’opera di letteratura potente, forse così potremmo chiamarla, in modo semplice ma, direi, corretto.

Penso che tutti, o comunque moltissimi, sappiano la storia della vita e della scomparsa di Ettore Majorana, fisico siciliano nato nel 1906 e di cui si perdono completamente le tracce nel 1938. Se non ne conoscete la storia potete leggerla su Wikipedia.

Brevemente: Majorana è considerato un genio della fisica, precocissimo, riservatissimo al limite della misantropia, timorosissimo del contatto e della comunicazione con gli altri. Forse per questa sua estrema riservatezza e per questo suo paralizzante timore nei confronti della comunicazione, Majorana sviluppa molte idee rivoluzionarie e in anticipo sui tempi, scrivendole su pacchetti di sigarette che poi getta nella spazzatura. Un uomo estremamente schivo, ai limiti della nevrosi, tanto che alla sua scomparsa si parlò anche di esaurimento nervoso.

Nel 1938 Majorana scompare senza lasciare traccia: ha scritto due biglietti in cui parlava più o meno esplicitamente di suicidio, salvo poi ritrattare e dire che stava tornando, ma non è più tornato. «Prediligeva Shakespeare e Pirandello», scrive Sciascia in epigrafe al libro, citando una frase scritta da Edoardo Amaldi nella biografia di Majorana. E sì, senz’altro, perché se Majorana ha messo egli stesso in atto la sua scomparsa (e non è stato invece “fatto scomparire”, come pure si è detto), si è senza ombra di dubbio ispirato al Fu Mattia Pascal.

Le ipotesi sulla scomparsa di Majorana sono state nel corso del tempo tantissime, potete leggerle, brevemente riassunte, in questo articolo del Corriere. Sciascia decide di dire la sua in questo libro, esaminando documenti e ricordi di chi ha conosciuto l’illustre fisico. E giunge a una sua conclusione, che è quella che Majorana si sia ritirato in convento per sfuggire a una realtà terribile che lui aveva capito prima di tutti: la possibilità della bomba atomica. Un’ipotesi, quella di Sciascia, non meno verosimile di tante altre che sono state avanzate, anzi forse più verosimile di tante altre (vogliamo davvero credere che sia diventato un barbone in Sicilia?).

Il libro, come dicevo, è scritto in maniera superba, e meriterebbe la lettura anche solo per questo, pure se non siete interessati alla storia (che comunque io ho trovato di estremo interesse). Si legge in un soffio, sono 77 pagine intensissime, più, nella mia versione, una postfazione di Lea Ritter Santini che porta la mia edizione ad appena 101 pagine. Ve lo consiglio caldamente.

Nota a margine: ora ho capito da dove ha davvero preso l’ispirazione Andrea Camilleri per il suo bellissimo La scomparsa di Patò.

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[Incipit] Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari

Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione.
Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio si guardò nello specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c’era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina; sua mamma stava alzandosi per salutarlo.
Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide all’Accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice; delle sveglie invernali nei cameroni gelati, dove ristagnava l’incubo delle punizioni. Ricordò la pena di contare i giorni ad uno ad uno, che sembrava non finissero mai.
Adesso era finalmente ufficiale, non aveva più da consumarsi sui libri né da tremare alla voce del sergente, eppure tutto questo era passato. Tutti quei giorni, che gli erano sembrati odiosi, si erano ormai consumati per sempre, formando mesi ed anni che non si sarebbero ripetuti mai. Sì, adesso egli era ufficiale, avrebbe avuto soldi, le belle donne lo avrebbero forse guardato, ma in fondo – si accorse Giovanni Drogo – il tempo migliore, la prima giovinezza, era probabilmente finito. Così Drogo fissava lo specchio, vedeva uno stentato sorriso sul proprio volto, che invano aveva cercato di amare.
Che cosa senza senso: perché non riusciva a sorridere con la doverosa spensieratezza mentre salutava la madre? Perché non badava neppure alle sue ultime raccomandazioni e arrivava soltanto a percepire il suono di quella voce, così familiare ed umano? Perché girava per la camera con inconcludente nervosismo, senza riuscire a trovare l’orologio, il frustino, il berretto, che pure si trovavano al loro giusto posto? Non partiva certo per la guerra! Decine di tenenti come lui, i suoi vecchi compagni, lasciavano a quella stessa ora la casa paterna fra allegre risate, come se andassero a una festa. Perché non gli uscivano dalla bocca, per la madre, che frasi generiche vuote di senso invece che affettuose e tranquillanti parole? L’amarezza di lasciare per la prima volta la vecchia casa, dove era nato alle speranze, i timori che porta con sé ogni mutamento, la commozione di salutare la mamma, gli riempivano sì l’animo, ma su tutto ciò gravava un insistente pensiero, che non gli riusciva di identificare, come un vago presentimento di cose fatali, quasi egli stesse per cominciare un viaggio senza ritorno.

Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, Mondadori, Milano 1989 (prima edizione originale 1945).

Il sito ufficiale dedicato all’autore: http://dinobuzzati.it/

Il libro sul sito dell’editore: http://www.librimondadori.it/libri/il-deserto-dei-tartari-dino-buzzati

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2016/01/11/dino-buzzati-il-deserto-dei-tartari/

[Incipit] Marisa Fenoglio, Vivere altrove

Per molto tempo a Niederhausen non andai a un matrimonio, né a un funerale, né a un battesimo. Sembrava che in quel paese nessuno nascesse o morisse o si sposasse, che non capitasse nulla, né di bello né di brutto. Dipendeva da me che ero l’ultima arrivata e non parlavo una parola di tedesco. Andavo per le strade e non c’era uno che mi salutasse, che mi sorridesse, che avesse conosciuto mio padre o mia madre, che avesse in comune con me un solo, unico ricordo. Potevo anche inventarmi una nuova identità e nessuno se ne sarebbe accorto.
A Niederhausen arrivai a suonarmi io stessa il campanello di casa per sentire come avrebbe suonato se mai qualcuno fosse venuto a trovarmi: una voce nota sulla mia porta, qualcuno dei miei che fosse passato lì, semplicemente, per raccontarmi qualcosa, qualunque cosa, si fosse seduto sul sofà e avesse giocato coi miei bambini…
Con loro ho fatto da nonna, da zia, da cugina. Quelle vere le hanno viste raramente. Chi parla male della parentela non è mai stato all’estero, intendo per restarci.
Chi nelle sue vicinanze non ha almeno una vecchia zia non sa cosa voglia dire sentirsi a casa. Può essere anche una discreta scocciatrice, una che ti scomoda, che ti infastidisce coi suoi acciacchi, le sue chiacchiere, i suoi lamenti, ma è una persona del tuo sangue, la cui vita si è svolta in quel paese, in quella lingua, e di quel paese conosce le pietanze, le canzoni, le storie. La patria è una vecchia canzone, l’odore di una pietanza. A Niederhausen se per un caso miracoloso avessi potuto dimenticare dov’ero, il solo odore dell’hessische Wurst sarebbe bastato a farmelo dolorosamente ricordare.
L’estero incomincia un giorno ben preciso, quello dell’arrivo, e finisce irgendwann in un tempo lontano, sperduto nel futuro, quando un nipote o un pronipote con aria solo più indifferente dirà: «Sai, la mia bisnonna veniva dall’Italia… dicono che parlasse bene il tedesco… che scrivesse addirittura…». A quel punto ci saranno parecchie zie sul territorio, l’estero sarà diventato patria, e si vivrà felici o infelici senza imputarlo al posto.
Fu la prima cosa che sentii dire di Niederhausen, da un tedesco che sapeva l’italiano: è un posto dove al crepuscolo le volpi si incontrano, per darsi la buona notte. E a Niederhausen se qualcuno della parentela trovò la voglia di venirci una volta, per tornarci una seconda non trovò mai più una ragione sufficiente.
Quando ci arrivammo noi, nel 1957, era un piccolo paese rurale, di una ruralità fatta di boschi di prati e di campi di patate, che cercava di far dimenticare al più presto di essere stato, durante la guerra, sede di fabbriche di munizioni tra le più grandi del terzo Reich, scoperte dagli americani solo a guerra finita e fatte saltare in aria. Un paese sprofondato da secoli nella nicchietta di uno dei suoi prati che adesso, per un colpo di fortuna – per chiamare così una politica di agevolazioni fiscali atte a rivitalizzare la zona depressa – stava mettendo su i panni di un futuristico centro industriale.
Anche la ditta italiana in cui lavorava mio marito, intenta ad espandersi a nord delle Alpi, aveva risposto agli appelli di quel lontano governo regionale, e vi si era insediata insieme a una miriade di piccole scattanti industrie tedesche. Gli allettamenti fiscali avevano fatto preferire quel posto a mille altri. A sentire coloro che stavano all’apice organizzativo, sembrava che fosse l’unico in tutta la Germania per fondare e costruire qualcosa di grande. E i fatti gli diedero anche ragione.
Niederhausen avrà contato allora cinquemila anime, sparse su una superficie che ne poteva contenere cinquantamila, ed era agli inizi di quella che divenne una lunga, urbanisticamente sregolata e alienante fase di espansione. Sorgeva vicino al paese vecchio, sul terreno boscoso che aveva così ben nascosto le fabbriche di munizioni.
Mio marito ci arrivò come datore di lavoro, e noi non conoscemmo mai necessità materiali o porte chiuse. Se di emigrazione si può parlare, nel nostro caso non poteva che trattarsi di un’emigrazione facile e privilegiata.
Ma esiste un’emigrazione facile? Nessun emigrato conosce alla partenza la portata del suo passo, il suo sarà un cammino solitario, incontrerà difficoltà che nessuno gli ha predetto, dolori e tristezze che pochi condivideranno. L’emigrazione gli mostrerà sempre la sua vera faccia, il peso immane del destino individuale, il prezzo da pagare in termini di solitudine e di rinunce, nonostante i vantaggi materiali che tanti ci troveranno. E a ogni ritorno in patria scoprirà quanto poco sappiano coloro che restano di ciò che capita a coloro che sono partiti. Soffrirà di invidia e di amarezza, ma non riuscirà mai più a tornare quello che era prima.
Quando parlo con stranieri ho da sempre l’abitudine di chiedere come si trovano in Germania, per capire le difficoltà, da confrontare con le mie, che hanno dovuto superare, prima di sentirsi a casa. Le loro storie fanno di solito impallidire la mia. Ma anch’io ho dovuto imparare di quante privazioni possa essere piena una vita cosidetta agiata.
Elia Canetti in La lingua salvata scrive: «esistono esperienze che traggono la loro forza dalla situazione di unicità e isolamento in cui vengono a compiersi». Si riferisce a ciò che aveva provato da bambino durante una visita a un paesino sperduto nelle Alpi del Vallese, lontano da Dio e dagli uomini. Questa esperienza io la feci a Niederhausen. Non era città, non era campagna, non era in una bella valle operosa: era l’ultimo fanalino del mondo.

Marisa Fenoglio, Vivere altrove, Sellerio, Palermo 2010 (prima edizione 1997).

L’autrice: https://johsthomsen.wordpress.com/2012/11/19/marisa-fenoglio-una-piccola-introduzione/

Il libro sul sito dell’editore: http://sellerio.it/it/catalogo/Vivere-Altrove/Fenoglio/524

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/07/07/marisa-fenoglio-vivere-altrove/