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Andrea Camilleri, I racconti di Nené

Andrea Camilleri, I racconti di Nené, Melampo, Milano 2013.

Nel 2006 Francesco Anzalone realizzò una sorta di intervista, che poi intervista non era perché mancava l’intervistatore, ad Andrea Camilleri per RaiSat Extra. Diversi anni dopo questa intervista è stata ripresa e le è stata data forma scritta: sono micro-narrazioni che vengono chiamate “racconti” perché, senza essere opere di finzione, sono comunque delle storie che Camilleri (Nené) racconta.

Questi “racconti” ci portano dall’infanzia di Camilleri, quando il piccolo Andrea era innamorato del fascismo e a 10 anni scrisse una lettera a Mussolini chiedendogli di poter partecipare alla colonizzazione dell'”Africa Italiana”, passando per la gioventù, fino a tempi più recenti. Camilleri ci parla della sua vita raccontandoci degli aneddoti, ma per forza di cose finisce per parlarci anche della storia italiana, della politica, del teatro, della letteratura, della Rai, e così via.

I protagonisti di queste storie sono personaggi famosissimi e parte del nostro patrimonio culturale come Luigi Pirandello, che Camilleri incontra fugacemente da bambino, quando questi va a casa sua a far visita alla nonna; Vittorio Gassman; Jean Genet; Marco Bellocchio… e tantissimi altri nomi. Camilleri ci porta dunque nel più profondo della cultura italiana degli ultimi novant’anni, e lo fa con la leggerezza che lo contraddistingue, un tocco di humour e, purtroppo, con molta brevità. Sarei potuta andare avanti a leggere per altre duecento pagine, invece purtroppo questo libro di pagine ne ha solo 153.

Un libro che si legge in un paio d’ore e che vi regalerà un piacevole spiraglio sulla vita di quest’uomo che, prima di essere scrittore, è stato regista, uomo di teatro, ha lavorato in radio, sul palcoscenico, per la TV. Consigliatissimo.

Remo Bassini, La notte del santo

Remo Bassini, La notte del santo, Fanucci, Roma 2017.

Di Remo Bassini ho letto diversi libri: alcuni mi sono piaciuti moltissimo, altri un po’ meno, ma quello che ho notato in tutti è l’ottima abilità scrittoria dell’autore. Uno stile fresco, che si fa leggere con avidità e piacere, una capacità di creare trame sempre interessanti e mai banali. Non è la prima volta che dico che secondo me dovremmo tutti tenere in maggior considerazione questo autore, che a parer mio è una delle migliori voci del panorama italiano contemporaneo. Questo nuovo libro, uscito il mese scorso, non fa che confermare la mia idea: Bassini è un ottimo scrittore, e un ottimo giallista, sebbene nella sua carriera non abbia scritto solo gialli.

Ci troviamo a Torino, nella “notte del Santo”, cioè fra il 23 e il 24 giugno, quando la città festeggia il patrono, san Giovanni Battista. Due giovani uomini vengono trovati barbaramente uccisi, sgozzati per la precisione. I due sono omosessuali e sono noti per essere pessimi soggetti: cocainomani, cattivi, nullafacenti… La squadra omicidi indaga sul duplice delitto, ma presto si scopriranno altri cadaveri, uccisi con lo stesso barbaro metodo e, tutti, con un nastro adesivo nero a chiudergli la bocca. Il commissario Pietro Dallavita, detto Aziz perché sembra un arabo, si dovrebbe occupare del caso, ma è nel bel mezzo di una crisi coniugale e personale: ha appena lasciato la moglie, è innamorato platonicamente di una donna che vede tutte le mattine al bar, ha paura della reazione del figlio ormai grande alla notizia della separazione. Sembra un uomo sconfitto dalla vita, senza più alcuna passione, alcun interesse, alcuno stimolo. Certo, finché ci sarà la donna del bar la sua passione sarà lei, ma poi tutto verrà meno e Dallavita sembrerà semplicemente un fallito quasi sessantenne, oppure un uomo molto triste e quasi depresso, comunque molto sofferente: l’interpretazione dipende dal carattere personale di chi legge. Ad ogni modo, l’indagine sarà svolta ufficialmente dai suoi colleghi della omicidi, coadiuvati da una criminologa, ma Dallavita non riuscirà a rimanere davvero fuori dalle indagini, anzi.

L’atmosfera che si respira in questo romanzo è tesa, oscura, e anche profondamente triste, sia per le vicende personali di Dallavita, sia per una storia che fin dalla prima pagina si inframmezza a quella degli omicidi: una storia scritta in corsivo, un uomo che ricorda la sua bambina morta, Adele. Non capiremo subito cosa c’entri questa storia con la storia principale, anche se a un certo punto diventa evidente.

Il giallo è l’elemento preponderante, ma come sempre in Bassini non è il solo elemento del romanzo. Ad esso si intreccia la vicenda personale di Dallavita, che come dicevo può sembrare un fallito alla soglia della vecchiaia, oppure un uomo non ancora anziano, profondamente deluso dalla vita. Anche gli altri personaggi sono ben delineati, con delle storie e delle vicende solide e coerenti. Molti dei personaggi sono estremamente antipatici, così come lo sono le vedute comuni su omosessualità, promiscuità, libertà sessuale, droga, che ci vengono presentate nel libro. Naturalmente, si avverte subito che questi punti di vista gretti e chiusi non sono certo quelli dell’autore, ma dei personaggi e anche, diciamocelo, di una grossa fetta della società, purtroppo. L’autore è molto abile a tratteggiare tanta spiacevolezza e meschinità. Ci sentiamo immersi fino al collo in questa vita dalla prospettiva ristretta, fobica, misogina, omofoba. Proviamo fastidio, antipatia, rabbia: e questo non fa che confermare l’abilità di Bassini come narratore.

Consiglio caldamente questo libro, così come consiglio gli altri dello stesso autore.

Helga Schneider, Il rogo di Berlino

Helga Schneider, Il rogo di Berlino, Adelphi, Milano 1995.

Helga Schneider nasce in Slesia nel 1937, trascorre l’infanzia a Berlino e, dopo aver vissuto in Austria, dal 1963 risiede in Italia e ha adottato l’italiano come sua lingua letteraria.

La piccola Helga viene abbandonata dalla madre, insieme al fratellino Peter, nel 1941. La madre è una fervente nazista che decide di dedicare la sua vita al Führer e alla causa nazista. Andrà a “lavorare” a Birkenau, dove fa la guardiana, e dopo la guerrà verrà condannata a sei anni di carcere. Quando Helga decide di incontrarla per la prima volta dopo l’abbandono, nel 1971, la madre non fa che parlare della sua “bella” vita sotto il nazismo, per concludere dicendo che a quell’epoca era qualcuno, e ora non è nessuno.

Helga e suo fratello vengono lasciati dapprima con la nonna, in seguito il padre si risposa e i bimbi andranno a vivere con la matrigna, mentre il padre viene mandato al fronte. La matrigna non sopporta Helga e non perde occasione per maltrattarla, mandandola prima in un istituto di correzione simile a un lager, poi in un collegio dove invece la piccola si troverà bene. Il collegio è appena fuori Berlino e sembra di stare in una sorta di oasi felice, mentre Berlino è sottoposta ai pesanti bombardamenti sovietici. Nonostante questo Hilde, la sorella della matrigna, va a riprendere Helga per riportarla a Berlino.

Qui Helga, suo fratello, la matrigna, Opa (ovvero il nonno acquisito) e Hilde quando non è al Ministero della Propaganda dove lavora, sono costretti a vivere in una cantina per ripararsi dai pesantissimi bombardamenti che ridurranno la città in un cumulo di macerie e cenere a causa dei roghi continui. I due bambini sono violentemente privati della loro infanzia, non vedono che morte, devastazione, violenza e terrore intorno a sé, e non conoscono praticamente altro.

By Bundesarchiv, B 145 Bild-P054320 / Weinrother, Carl / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5474888

Man mano che i mesi passano, gli abitanti della cantina, e in realtà tutti gli abitanti di Berlino, scenderanno in una spirale di orrore: niente o quasi più cibo, code inverosimili per riempire le taniche di un’acqua sempre più rara finché non sarà necessario bere quella del fiume che attraversa la città, malattie, denutrizione, sete, cadaveri ovunque, allarmi aerei, bombardamenti senza preallarme. Le persone, inevitabilmente, si abbrutiranno sempre più finché pian piano sembrerà ormai impossibile mantenere anche un briciolo di dignità: per cui non esitano a uccidere per procurarsi del cibo, ad avventarsi l’uno sull’altro per un tozzo di pane, e così via. La discesa in questo orrore sembra essere velocissima, il che probabilmente è dovuto al fatto che il libro è molto corto, appena 229 pagine, perciò il racconto è succinto per forza di cose.

Poi, a un certo punto, arriva improvvisa la pace, con i russi che occupano la città e che, in generale, sembrano essere buoni con gli abitanti della cantina, ma quando ubriachi non esitano a stuprare brutalmente donne e ragazze.

Helga Schneider ha dovuto vedere tanti di quegli orrori che mi domando come sia potuta rimanere sana di mente, ma poi mi dico che la sua è stata la sorte di tutti coloro che hanno vissuto la guerra, e probabilmente moltissimi di loro ne sono stati gravemente traumatizzati, mentre gli altri sono sopravvissuti mentalmente indenni forse perché sono riusciti ad aiutarsi a vicenda in mezzo a tanto orrore. Eppure, dice Helga, quello che loro hanno vissuto non è niente a confronto di quello che, scoprono a guerra finita, hanno dovuto subire milioni di ebrei nei campi di concentramento.

Helga vuole ricordare, lo dice più volte nel corso del libro, lei anche da bambina vuole guardare tutto, anche le cose più orribili come la morte di una ragazza tisica stuprata da un soldato russo, perché per lei fin da subito la memoria è importantissima. Tanto che per lei sarà difficile staccarsi da Berlino quando nel 1947 se ne andranno per seguire il padre tornato in Austria (la famiglia è di origine austriaca). E credo che questo libro sia stato scritto proprio con l’intento di dare voce a quella memoria, a quella storia.

All’inizio sembra un libro volto a esaminare l’abbandono di Helga da parte della madre e la conseguente vita con la matrigna, ma inevitabilmente questa vita con la matrigna si intreccia alla storia del rogo di Berlino, e perciò man mano il libro diventa il racconto dei bombrdamenti subiti da Berlino, visti con gli occhi di una bambina che è dovuta crescere più in fretta della sua età. È perciò un libro straziante, prima per le angherie subite da Helga, poi per il racconto di ciò che i berlinesi hanno dovuto subire sotto le bombe. Ed è, io credo, un libro che va letto, da tutti, e poco importa se molti ritengono che l’autrice non sappia scrivere (cosa che a mio parere, tra l’altro, non è affatto vera): al di là della maestria o meno dell’autrice, è un libro importante, e sarebbe bene che fosse conosciuto da molte più persone.

By No 5 Army Film & Photographic Unit, Wilkes A (Sergeant) – This is photograph BU 8604 from the collections of the Imperial War Museums (collection no. 4700-30), Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=640213

Claudio Morandini, Le pietre

Claudio Morandini, Le pietre, Exòrma, Roma 2017.

A volte avere un blog è ancora più bello: quando gli editori decidono di mandarti libri interessanti come questo, che altrimenti con tutta probabilità non avresti mai preso in considerazione. Ringrazio perciò l’ufficio stampa di Exòrma per avermi dato l’opportunità di leggere un libro molto bello.

Claudio Morandini è noto al pubblico soprattutto per Neve, cane, piede, pubblicato sempre da Exòrma e vincitore nel 2016 della XXIX edizione del Premio Procida Isola di Arturo Elsa Morante.

Questo Le pietre, uscito da pochi giorni per la piccola casa editrice romana, vede protagonista un intero borgo sito in una vallata: il borgo è Sostigno, da cui gli abitanti si spostano periodicamente verso il villaggio di Testagno per la transumanza. A un certo punto in questo piccolo borgo di montagna iniziano ad avvenire strani fenomeni che condizioneranno la vita degli abitanti per gli anni a venire: le pietre sembrano prendere vita, si spostano, si muovono, compaiono nei posti più impensati come per magia, modificano addirittura il corso dei torrenti e forzano la popolazione a transumanze sempre più ravvicinate nel tempo. Un fenomeno stranissimo: magia, fantasmi, questioni geologiche, o cos’altro?

Tutto ha inizio, ci racconta la voce narrante, un bel giorno in casa dei coniugi Saponara: un’anziana coppia che viene da fuori ma che vive a Sostigno da anni. Lei fa la maestra ed entrambi danno lezioni private al di fuori dell’orario di lavoro. Un giorno, dicevamo, compare del pietrisco nel loro soggiorno, che poi diventerà un sasso e, nonostante tutto venga ripulito più e più volte, il sasso continua a riapparire. Uno scherzo? O qualcosa di più sinistro?

La voce narrante ci racconta in modo molto dettagliato come sia iniziata questa storia delle pietre, e allude a come si sia poi sviluppata nel tempo fino al presente. Il narratore è una vera e propria voce, nel senso che sembra quasi di sentirlo parlare, e abbiamo l’impressione che ci stia raccontando una storia mentre siamo insieme, seduti attorno a un fuoco in questa vallata di montagna. Sembra una voce amica, cordiale, desiderosa di trasmetterci, a noi suoi compagni per questo pezzettino di viaggio, la storia di ciò che accade nel proprio paesino. Non siamo dunque di fronte a un narratore onnisciente, ma veniamo invece a contatto con uno degli abitanti del villaggio, protagonista a sua volta, di conseguenza, di questa storia.

Questo tipo di narrazione rende a mio parere il racconto ancora più interessante, perché è come se lo vivessimo, per così dire, dall’interno. Inoltre come accennavo c’è la dimensione del racconto orale, quello che potremmo definire con termine inglese storytelling, che rende il racconto ancora più interessante, in certo modo intimo.

La scrittura di Morandini è ottima, si vede che siamo di fronte a un grande scrittore e soprattutto a un grande narratore di storie. All’inizio potrebbe spiazzare un po’ quel tono così parlato, intimo, orale, ma quando ci si abitua a questa modalità narrativa si viene premiati.

Un libro che ho letto in due giorni e che sicuramente consiglio ai lettori appassionati di storie. A questo punto mi devo procurare anche Neve, cane, piede.

Zerocalcare, Kobane calling

Zerocalcare, Kobane calling, BAO Publishing, Milano 2016.

Avevo letto alcune strisce di Zerocalcare sul suo sito, ma questo è più o meno tutto ciò che conoscevo di lui. Ero però incuriosita da questo libro, di cui avevo sentito parlare bene, e che infine, come leggendomi nel pensiero, mi è stato regalato lo scorso Natale. L’ho letto ieri sera tutto d’un fiato, senza riuscire a smettere neanche per un attimo.

La storia di questa graphic novel è probabilmente nota a tutti, ma la riassumo in due parole. Verso la fine del 2014, Zerocalcare decide di andare nel Rojava, territorio autonomo curdo all’interno dei confini della Siria, non riconosciuto ufficialmente da alcuno Stato né dalle Nazioni Unite. Il suo intento, per la precisione, è andare a Kobane, città nota per la resistenza all’ISIS, che però al momento del suo viaggio è in guerra. Perciò, insieme ad altri amici, si “accontenta” di andare a Mehser, al confine turco, come dice lui “a tre fermate di metro”, quindi vicinissimo. Tornerà poi l’anno successivo nel Rojava, riuscendo infine ad andare anche a Kobane. Questa la storia in estrema sintesi.

Il Rojava è un territorio autonomo che si basa su un contratto sociale d’avanguardia e lontanissimo dall’idea che “noi occidentali” abbiamo dell’Islam. La donna viene rispettata e anzi valorizzata (moltissime sono le combattenti curde), viene data grande importanza alla formazione, all’educazione, all’uguaglianza fra i generi, alle pari opportunità, e tanto più di questo, che potete leggere nel testo del contratto sociale stesso. È il luogo della parità, dell’uguaglianza e della libera convivenza tra le religioni. È il luogo dove viene organizzata la resistenza curda all’ISIS. Un luogo simbolo.

La graphic novel di Zerocalcare è bellissima. Certo, se volete approfondire la questione di Kobane, del Rojava e/o della resistenza curda dovrete rivolgervi altrove, ma non è certo questo lo scopo del libro e dell’autore. Zerocalcare fornisce alcune brevi spiegazioni delle questioni di cui sopra, ma sono brevissime e servono solo per far capire il contesto all’eventuale lettore ignaro. Quello che l’autore soprattutto descrive è la sua esperienza, vissuta davvero col cuore. Le persone che ha incontrato, le vicende che gli sono capitate, il viaggio che ha fatto (perlomeno quello di cui può parlare senza mettere a repentaglio i combattenti, considerati dalla Turchia alla stregua di un gruppo terroristico). Tutto questo visto attraverso gli occhi di una persona ironica come Zerocalcare, per cui, sebbene il racconto del viaggio sia un tema di grande serietà, non mancano (anzi sono frequenti) momenti di ironia in cui a volte si ride davvero. Questo contribuisce ad alleggerire il tutto, sebbene Zerocalcare renda costantemente chiara la gravità della situazione e la serietà della tematica da lui affrontata.

Secondo me è proprio questa commistione di serietà e leggerezza a rendere il libro tanto particolare e bello. Tutti possono leggerlo, non aspira a essere un trattato, non vuole essere un vero e proprio reportage, ma “solo” una graphic novel scritta con il cuore. Se non l’avete già letto, fatelo, è un regalo a voi stessi, credetemi.