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Michel Faber, Il petalo cremisi e il bianco

Michel Faber, Il petalo cremisi e il bianco (tit. originale The Crimson Petal and the White), Einaudi, Torino 2003. Traduzione di Elena Dal Pra e Monica Pareschi.

Siamo a Londra nel 1875, una Londra equamente divisa fra gente del gran mondo, con ricevimenti, feste eccetera, e gente del popolino, quella che si deve attaccare alla lotta per la sopravvivenza con le unghie e con i denti. Sugar fa parte di quest’ultimo ambiente: è infatti una prostituta, per giunta molto ricercata perché fa tutto quello che le viene chiesto. William Rackham invece fa parte del primo mondo, e ovviamente è uno che le prostitute le frequenta in lungo e in largo, perciò è inevitabile che prima o poi le sue voglie perverse lo conducano fino a Sugar.

Del resto è forse inutile riassumere questa storia perché penso che ormai, dopo 15 anni dall’uscita del libro in lingua originale, la conosciamo un po’ tutti.

Possiamo dire che questo è un libro su tante tematiche: sulla vita di Sugar, che soffre e si riscatta, sulla vita dell’annoiato Rackham, sulla vita di Agnes, la moglie di Rackham, sulla prostituzione, sulla Londra vittoriana, sulla sopraffazione delle donne da parte degli uomini e anche di alcune donne. Del resto in un libro di 985 pagine non possono che essere affrontate tante tematiche, diverse ma collegate tra loro.

Il libro, nonostante la mole, si lascia leggere molto bene, dopo un po’ mi ritrovavo ad aver letto un centinaio di pagine senza neanche essermi accorta del passare del tempo. La scrittura è bella, e all’inizio piuttosto particolare, perché l’autore si rivolge direttamente al lettore, cosa che continua a fare anche in seguito, sebbene in maniera estremamente più ridotta. Questo tipo di approccio alla narrazione mi è piaciuto. Faber guida per mano il lettore, siamo ovviamente di fronte a un narratore onnisciente, ma è qualcosa di più: come, appunto, una guida, che porta me, lettrice, me personalmente, nelle vie di Londra, da quelle squallide alle zone più signorili, e mi accompagna nelle vicende e nella mente dei personaggi.

Quella che più mi è piaciuta, devo dire, è stata la storia di Agnes Rackham, una donna che è una vittima totale e alla quale, probabilmente, viene negato anche il riscatto conquistato invece da Sugar. Agnes è vittima della società, delle convenzioni, del marito, del padre adottivo che le vieta la fede cattolica, del dottor Curlew, della propria follia, della propria malattia di cui non conoscerà mai la vera origine. Certo, non è simpatico questo personaggio, ma non ho potuto che solidarizzare con lei e soffrire insieme a lei per la violenza inaudita di cui è fatta vittima, sotto il manto del perbenismo borghese che vorrebbe far sembrare tutto normale.

Anche Sugar mi è piaciuta molto, o meglio non lei, quanto la sua storia. All’inizio sembra una prostituta come tante, e in effetti lo è, ma la sua storia è tremenda e anch’essa intrisa di violenza. Come probabilmente era la storia di tante altre prostitute, ma noi siamo messi di fronte a quella di questa prostituta in particolare, e non possiamo che soffrire con lei, e gioire con lei quando le cose sembrano andare meglio.

Tuttavia niente è come appare, siamo pur sempre nell’Inghilterra vittoriana e, mentre William Rackham sembra piuttosto progressista per certi versi, e potrebbe apparire innamorato a un occhio poco attento, è pur sempre un uomo benestante di fine Ottocento, e questo si rivela in tutta la sua potenza nel corso del romanzo. William è, a mio parere, un essere del tutto spregevole per vari motivi, primo fra tutti il modo di trattare la moglie e l’amante, che per lui non sono che degli oggettini carini o fastidiosi a seconda delle circostanze. Anche l’atteggiamento nei confronti della figlia e delle persone appartenenti alle classi inferiori è riprovevole, e devo dire che ho trovato questo personaggio il più spiacevole di tutto il libro.

Il romanzo, dato l’argomento, è intriso di sesso e non potrebbe essere altrimenti, perciò se non vi piacciono questo tipo di libri espliciti fareste meglio a starne alla larga. Non si tratta, ovviamente, di un romanzo erotico né niente del genere, ma la sessualità è importante per tutti i personaggi del libro o quasi.

La nota stonata è il finale, che rimane aperto, e mi è sembrato buttato lì come se Faber si fosse stufato di scrivere a un certo punto e avesse semplicemente detto: “Ora basta con questo libro, dopo 985 pagine mi sono stancato, ora la chiudo qui e chi si è visto si è visto”. Probabilmente è andata proprio così, perché la repentinità del finale, lasciato completamente irrisolto, è tale da far pensare che ci si trovi a un certo punto sull’orlo di un precipizio, e che si debba semplicemente tornare indietro perché basta, non c’è altro da fare, la corsa finisce qui. Non è neanche tagliato con l’accetta, è segato di netto e l’autore ha pure la faccia tosta di dire che i romanzi devono pur finire a un certo punto. Mi ha lasciato proprio l’amaro in bocca.

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Sławomir Mrożek, Emigranti

Sławomir Mrożek, Emigranti (tit. originale Emigranci), Einaudi, Torino 1987. Traduzione di Gerardo Guerrieri.

Questo piccolo libro, 71 pagine, fa parte della collezione di teatro di Einaudi, collana i cui libri erano spesso presenti alla bancarella di libri usati di Firenze, quando abitavo lì. E anche questo libro viene da lì, ma in tutti questi anni non lo avevo ancora letto.

Il testo del polacco Mrożek parla, come si può intuire dal titolo, di due emigranti: due uomini costretti a condividere una camera in uno scantinato di una città sconosciuta, verosimilmente occidentale, così come è sconosciuto il Paese da cui i due provengono, verosimilmente esteuropeo. Allo stesso modo sono sconosciuti i nomi dei due protagonisti e unici personaggi, che vengono chiamati semplicemente AA e XX. Il primo è un intellettuale, scrittore, rifugiato politico, che non ha bisogno di lavorare e anzi presta spesso dei soldi al secondo: lavoratore, proletario, con moglie e figli nel Paese d’origine, emigrato in cerca di lavoro, perennemente senza soldi.

Il sogno di AA è scrivere un libro, cosa impossibile in patria a causa della paura (i due vengono dallo stesso Paese, in cui vige una dittatura), e altrettanto impossibile nel nuovo Paese perché la paura è scomparsa e con essa la necessità di scrivere. XX, pur non parlando una parola della lingua del Paese che lo ospita, si trova lì per lavorare e per poi poter tornare in patria e dare un futuro migliore alla sua famiglia.

I due hanno un rapporto ambiguo, potremmo dire fatto di amore-odio, sennonché l’amore non è mai amore, ma solo sopportazione reciproca. Eppure non possono fare a meno l’uno dell’altro: XX perché ha bisogno di soldi per sopravvivere, AA perché ha bisogno di uno “schiavo” che possa essere il protagonista del suo ipotetico romanzo. Ma solo per questo?

Molte sono le considerazioni sull’immigrazione/emigrazione, e alcune fanno davvero riflettere. Ad esempio penso a quando AA definisce entrambi dei “parassiti”, perché è esattamente così che vengono percepiti dalla società che li ospita, e di conseguenza a volte è così che si sentono loro stessi. Il passo è molto forte: «Noi viviamo qui come due batteri nella profondità di un organismo. Due corpi estranei. Due parassiti. O peggio. Due microbi patogeni, forse. Fattori di decomposizione in un corpo sano. Vibrioni, bacilli di Koch, virus, gonococchi? Io – un gonococco. Io che mi consideravo come una cellula preziosa di materia cerebrale altamente sviluppata. Laggiù, da noi, un tempo… Un neurone raro, una particella che si colloca già al punto estremo della materia. E ora invece – un gonococco! In qualche punto delle budella. Un gonococco in compagnia di un protozoo.»

L’emigrazione rende uguale i due, sebbene al loro Paese uno fosse un raffinato intellettuale e l’altro un povero proletario. L’emigrazione non guarda in faccia nessuno, soprattutto la società che accoglie non fa distinzione fra persone, le considera tutte alla stregua di pericolosi parassiti. Un passo che ci dovrebbe far riflettere – e pensare che è stato scritto nel 1974, più di quarant’anni fa.

Un altro passo interessante è questo: «Ti credo, il ritorno è la tua sola ragione d’essere. Se no, non saresti potuto restare qui un minuto di più. Saresti impazzito… o ti saresti ammazzato.» Lo stesso si può dire di molti immigrati moderni nelle nostre società “occidentali”, che sono venuti qui in cerca di lavoro per garantire alla famiglia una vita dignitosa, e per questo non fanno che pensare al momento in cui potranno finalmente tornare a casa a riabbracciare i propri cari e vivere con loro quella vita dignitosa per cui hanno tanto faticato. E solo per quel ritorno vivono, sebbene in alcuni casi sappiano loro stessi, nel profondo del cuore, che quel ritorno non potrà mai avvenire, per le ragioni più svariate.

Il finale è emotivamente molto forte, quasi straziante. Entrambi i protagonisti si rivelano prigionieri in una società che non li vuole e che loro non vogliono, vittime di contingenze politiche o economiche che li hanno costretti a scappare dal loro Paese: un Paese che li ha rifiutati, scacciati. Due persone fragili, sebbene per tutto il testo possa essere sembrato il contrario.

Un testo attualissimo, che dovremmo leggere e rileggere, soprattutto oggi, alla luce di quello che accade nel nostro e in altri Paesi. Non so se sia ancora reperibile, essendo molto vecchio, ma se lo è ve lo consiglio.

Marie-France Hirigoyen, Molestie morali

Marie-France Hirigoyen, Molestie morali. La violenza perversa nella famiglia e nel lavoro (tit. originale Le harcèlement moral: la violence perverse au quotidien), Einaudi, Torino 2010. Traduzione di Monica Guerra.

Mi sono avvicinata a questo libro per motivi personali che non starò qui a spiegare, ma che possono essere facilmente intuibili, seppure a grandi linee.

La psichiatra e psicoterapeuta francese Marie-France Hirigoyen affronta in questo libro quello che lei chiama “harcèlement moral”, tradotto in italiano come “molestie morali”, in inglese detto “emotional abuse”, tradotto spesso come “abuso emotivo“. Affronta questo tema guardandolo da un triplice punto di vista: l’abuso in ambito relazionale, in ambito familiare e in ambito lavorativo, caso quest’ultimo in cui si parla più comunemente di mobbing.

Nella prima parte del libro affronta il tema dell’abuso emotivo in tutti e tre questi ambiti, anche se nel corso del libro appare chiaro che l’autrice dedica maggiore spazio e interesse all’abuso emotivo nell’ambito della coppia, secondariamente al mobbing, e solo in via incidentale all’abuso emotivo nella famiglia (famiglia intesa in questo caso non come coppia, ma come famiglia d’origine, quindi abuso emotivo madre-figlio, padre-figlio, ecc.).

Nella seconda parte l’autrice parla più in dettaglio dei ruoli psicologici dell’aggressore e della vittima, mettendo in chiaro che quest’ultima non è tale in quanto “masochista” o chissà che altro, ma perché di fatto vampirizzata da quello che lei chiama un “perverso”, ossia un narcisista patologico che si nutre della vitalità degli altri.

Nella terza parte infine dà dei consigli pratici su come comportarsi e parla della presa in carico della vittima da parte di uno psicoterapeuta. È in questa parte che si sente quanto il libro sia datato: è stato infatti originariamente pubblicato nel 1998, quasi vent’anni fa. Questo si sente nella parte dedicata all’approccio terapeutico, dove Hirigoyen parla di psicanalisi (che non raccomanda in questi casi), psicoterapia cognitivo-comportamentale, ma anche ipnosi, pratica che credo non sia più utilizzatissima al giorno d’oggi. Oggi per la terapia dell’abuso si parlerebbe tra l’altro di EMDR, metodo di comprovata efficacia nei casi di abuso e trauma.

In appendice all’edizione italiana vi sono dei contributi di esperti di diritto, mobbing e molestie che portano una prospettiva sul panorama giuridico italiano, nonché sull’incidenza di questi e altri tipi di abuso nel nostro paese. Anche qui, si sente moltissimo l’anzianità di questi contributi, per esempio quando si parla del range di risarcimento economico nei casi di mobbing, usando ancora le vecchie lire.

Ma vorrei venire ora all’esame delle cosiddette molestie morali. Di cosa parliamo quando parliamo di abuso emotivo? A prima vista questo tipo di abuso non è facile da comprendere, in quanto è un abuso che non lascia tracce: niente lividi, niente ferite, niente lacerazioni. Non è evidente all’occhio esterno. Non è evidente affatto. E spesso resta non evidente perfino per la vittima stessa, che crede di stare esagerando, di prendersela per un nonnulla, di vedere qualcosa che in realtà non c’è.

La molestia morale, o abuso emotivo, «consiste nel togliere a qualcuno ogni qualità, nel dirgli e ripetergli che non vale niente, fino a indurlo a pensare che sia davvero così». Il perverso (come lo chiama Hirigoyen), o narcisista patologico, vuole annientare la sua vittima, allo scopo di distruggerne le qualità per guadagnare egli stesso in autostima. Il perverso è una persona priva di qualunque autostima, con grossi complessi di inferiorità, probabilmente a sua volta abusato da bambino, o comunque maltrattato in qualche modo, che sfoga questa sua frustrazione, rabbia e, in ultima analisi, enorme insicurezza sull’altro. Distruggendo l’altro, annientandolo, rendendolo zero, meno di zero. «Per tenere la testa fuori dall’acqua, il perverso ha bisogno di far affondare l’altro».

Così ad esempio, nel caso dell’abuso nella coppia, il partner, che inizia sempre seducendo la vittima (mostrandosi tenero, dolce, innamoratissimo), può piano piano arrivare ad annullarne l’identità dicendole frasi del tipo “non vali niente”, “fai schifo”, “se io ti lasciassi non troveresti mai un altro”, “perché non ti suicidi”. E qui ovviamente parliamo di molestie violentissime, seppure soltanto con le parole.

Ma la molestia può anche essere assai più subdola di così, e la continua ripetizione la rende altrettanto violenta. Per esempio, una donna che convive con un partner abusante dice «Io non sono né sua moglie, né la sua fidanzata, né la sua ragazza». Infatti, quando sono in mezzo alle altre persone, qualcuno chiede se siano marito e moglie, ma lui cambia discorso e non le dà alcuna considerazione, perché è un argomento quasi tabù, di cui non si può parlare. Dice Hirigoyen: «Il messaggio è: “Io non ti amo”». Allo stesso modo, il partner abusante può sminuire costantemente la sua vittima, dicendole che non è abbastanza bella, non abbastanza colta, non abbastanza socievole, ecc. «[Una vittima] si sente anche in colpa perché non è abbastanza seducente (un giorno, davanti ad amici, lui ha scherzato su un abito poco sexy di Annie) o abbastanza buona (lui ha alluso al fatto che lei non è generosa) per soddisfare Benjamin».

Il nocciolo della questione è questo: insultare l’altro in modo così (dapprima) sottile e (soprattutto) così costante e pervasivo da convincere l’altro di essere una nullità. Da qui il senso di colpa della vittima, che si colpevolizza per non essere abbastanza seducente, abbastanza generosa, abbastanza intelligente, abbastanza tutto. Il perverso, con le sue manovre di avvicinamento, finisce per schiacciare la vittima in una morsa dalla quale essa non sarà in grado di liberarsi, perché le è stato fatto il lavaggio del cervello in maniera tale da farle credere che sia l’aggressore ad avere ragione. Lei è la pazza, la psicopatica, la depressa, la cattiva, la violenta. Guai se prova a reagire, perché allora, così facendo, dà ragione all’aggressore, che ha le prove per affermare che lei (o lui) sia davvero la violenta della situazione.

«Un individuo narcisista impone il suo ascendente per trattenere l’altro, ma ha paura che gli si avvicini troppo, che arrivi a invaderlo. Si tratta allora di mantenerlo in una relazione di dipendenza o addirittura di proprietà, per verificare la propria onnipotenza». Il narcisista non può permettere alla vittima di sfuggirgli, sebbene egli la disprezzi, perché è solo con il suo annientamento continuo che egli può arrivare a sentirsi qualcosa, ad avere stima di sé, a sentirsi, come dice Hirigoyen, onnipotente. Certo, se questa vittima riuscirà a liberarsi, il perverso potrà sempre trovarsene un’altra, ma è comunque probabile che non la lasci andare, nemmeno dopo anni. Dopotutto, la vittima è, appunto, di “proprietà” del carnefice.

La vittima difficilmente riesce a sganciarsi da questo tipo di relazione, prima di tutto perché è stata manipolata al punto di credere che si stia inventando tutto, che sia lei la pazza; poi perché si sente in colpa, come se quello che sta avvenendo sia stato in qualche modo causato da lei; infine perché «se [l’aggressore] fosse in tutto e per tutto un mostro, sarebbe più facile, ma è stato un amante tenero. Se è così, vuol dire che sta male. Allora può cambiare».

L’autrice riporta un brano in cui Otto Kernberg descrive il narcisista: «Quando vengono abbandonati o li si delude, può darsi che si mostrino apparentemente depressi ma, a un esame attento, si tratta di collera o di risentimento con desideri di vendetta, piuttosto che di una vera tristezza per la perdita di una persona che apprezzano».

Il narcisista, dice Hirigoyen, «cerca di ingannare per mascherare il suo vuoto. Il suo destino è un tentativo di evitare la morte. È qualcuno che non è mai stato riconosciuto come un essere umano e che è stato obbligato a costruirsi un gioco di specchi per darsi l’illusione di esistere. Come un caleidoscopio, questo gioco di specchi ha un bel ripetersi e moltiplicarsi: quell’individuo resta costruito sul vuoto».

Qualche recensore ha scritto che l’autrice tratta il narcisista come egli tratta la sua vittima. Personalmente, non credo che sia questo il caso. Certo, è vero che Hirigoyen non mostra alcuna pietà per gli aggressori narcisisti, ma secondo me neppure dovrebbe mostrarne. Hirigoyen è una psichiatra e psicoterapeuta specializzata in vittimologia (disciplina che in Francia esiste), non in narcisismo, per cui è ovvio che sia empatica nei confronti delle vittime, e non degli aggressori.

In passato ho sentito persone dire che non ci si deve accanire contro i narcisisti, perché anche il narcisismo è una patologia: cosa senz’altro vera, il narcisismo è infatti un disturbo della personalità riconosciuto nel DSM, ma ciò non toglie che le persone affette da questa patologia siano tendenzialmente distruttrici dell’individualità altrui. Non mi sento in colpa se non provo la minima pietà per loro.

Come vedete anch’io, un po’ come fa l’autrice, ho parlato quasi esclusivamente di abuso emotivo all’interno della coppia. Come dicevo all’inizio, è vero che l’autrice dedica comunque ampio spazio al mobbing, e un po’ di spazio, non molto, alla molestia morale nell’ambito familiare. Ma come vedete questa recensione pesa tutta sul piatto della bilancia su cui sta l’abuso emotivo relazionale. Ad ogni modo, mi sento di consigliare questo libro anche alle persone vittime di abuso emotivo in altre sfere della vita, come appunto quella lavorativa o familiare ma, perché no, anche quella amicale. E lo consiglio anche, ovviamente, a chi stia vicino alle persone vittime di abuso emotivo. Penso che ci siano libri migliori di questo sull’argomento, ma questo è comunque un’ottima introduzione.

Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana

Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana, Einaudi, Torino 1985.

I morti si trovano, sono i vivi che possono scomparire.

Terzo libro che leggo di Sciascia, forse quello che mi è piaciuto di più finora. Sciascia è chiaramente un autore superbo, scrive in maniera impeccabile ed è capace di trasformare un’indagine basata su documenti e voci in una specie di romanzo giallo, che però è tanto di più. Un’opera di letteratura potente, forse così potremmo chiamarla, in modo semplice ma, direi, corretto.

Penso che tutti, o comunque moltissimi, sappiano la storia della vita e della scomparsa di Ettore Majorana, fisico siciliano nato nel 1906 e di cui si perdono completamente le tracce nel 1938. Se non ne conoscete la storia potete leggerla su Wikipedia.

Brevemente: Majorana è considerato un genio della fisica, precocissimo, riservatissimo al limite della misantropia, timorosissimo del contatto e della comunicazione con gli altri. Forse per questa sua estrema riservatezza e per questo suo paralizzante timore nei confronti della comunicazione, Majorana sviluppa molte idee rivoluzionarie e in anticipo sui tempi, scrivendole su pacchetti di sigarette che poi getta nella spazzatura. Un uomo estremamente schivo, ai limiti della nevrosi, tanto che alla sua scomparsa si parlò anche di esaurimento nervoso.

Nel 1938 Majorana scompare senza lasciare traccia: ha scritto due biglietti in cui parlava più o meno esplicitamente di suicidio, salvo poi ritrattare e dire che stava tornando, ma non è più tornato. «Prediligeva Shakespeare e Pirandello», scrive Sciascia in epigrafe al libro, citando una frase scritta da Edoardo Amaldi nella biografia di Majorana. E sì, senz’altro, perché se Majorana ha messo egli stesso in atto la sua scomparsa (e non è stato invece “fatto scomparire”, come pure si è detto), si è senza ombra di dubbio ispirato al Fu Mattia Pascal.

Le ipotesi sulla scomparsa di Majorana sono state nel corso del tempo tantissime, potete leggerle, brevemente riassunte, in questo articolo del Corriere. Sciascia decide di dire la sua in questo libro, esaminando documenti e ricordi di chi ha conosciuto l’illustre fisico. E giunge a una sua conclusione, che è quella che Majorana si sia ritirato in convento per sfuggire a una realtà terribile che lui aveva capito prima di tutti: la possibilità della bomba atomica. Un’ipotesi, quella di Sciascia, non meno verosimile di tante altre che sono state avanzate, anzi forse più verosimile di tante altre (vogliamo davvero credere che sia diventato un barbone in Sicilia?).

Il libro, come dicevo, è scritto in maniera superba, e meriterebbe la lettura anche solo per questo, pure se non siete interessati alla storia (che comunque io ho trovato di estremo interesse). Si legge in un soffio, sono 77 pagine intensissime, più, nella mia versione, una postfazione di Lea Ritter Santini che porta la mia edizione ad appena 101 pagine. Ve lo consiglio caldamente.

Nota a margine: ora ho capito da dove ha davvero preso l’ispirazione Andrea Camilleri per il suo bellissimo La scomparsa di Patò.

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[Incipit] Ian McEwan, L’amore fatale

L’inizio è facile da individuare. Eravamo al sole, vicino a un cerro che ci proteggeva in parte da forti raffiche di vento. Io stavo inginocchiato sull’erba con un cavatappi in mano, e Clarissa mi porgeva una bottiglia – un Daumas Gassac del 1987. L’istante fu quello, quella la bandierina sulla mappa del tempo: tesi la mano e, nel momento in cui il collo freddo e la stagnola nera mi sfioravano la pelle, udimmo le grida di un uomo. Ci voltammo a guardare dall’altra parte del prato, e intuimmo il pericolo. L’attimo dopo, correvo in quella direzione. Si trattò di un rivolgimento assoluto: non ricordo di aver lasciato cadere il cavatappi, né di essermi alzato, di aver preso una decisione, né di aver sentito le raccomandazioni che Clarissa mi rivolse. Che idiozia, lanciarmi dentro questa storia e i suoi labirinti, allontanandomi di volata dalla nostra felicità, tra l’erba tenera di primavera accanto al cerro. Un altro grido e l’urlo del bambino, affievolito dal vento che spazzava le chiome alte degli alberi lungo le siepi. Accelerai la mia corsa. A quel punto, improvvisamente, da angolazioni diverse del prato, altri quattro uomini stavano convergendo sul luogo dell’incidente, correndo come me.
È come se assistessi alla scena da un’altezza di cinquanta metri, con gli occhi della poiana che poco prima avevamo osservato volteggiare ad ali spiegate e tuffarsi nel tumulto delle correnti: cinque uomini in corsa silenziosa diretti al centro di un prato di una quarantina di ettari. Io arrivavo da sud-est, con il vento a favore. Circa duecento metri alla mia sinistra correvano affiancati due individui. Erano Joseph Lacey e Toby Greene, braccianti agricoli che stavano riparando il lato meridionale dello steccato, là dove costeggia la strada. Più o meno alla stessa distanza da loro, veniva John Logan la cui vettura era parcheggiata ai margini del prato con la portiera, o le portiere, spalancate. Sapendo ciò che so ora, è curioso ricordare la figura di Jed Parry dritta di fronte a me: è uscito da un filare di faggi e avanza contro vento dal lato opposto del prato a una distanza di cinquecento metri. Agli occhi della poiana, Parry e io eravamo due sagome minuscole; con le nostre camicie bianchissime sullo sfondo verde, ci correvamo incontro come due amanti, ignari della sofferenza che da quel groviglio sarebbe nata. Mi precipitavo verso un essere fuori dal comune ma anche adesso, dopo tutto quel che è accaduto, sono certo che in quel momento, prima cioè che le complicate coincidenze responsabili del nostro incontro su quel prato si allineassero per darsi forma compiuta, la straordinarietà non esisteva. Il caso che avrebbe scardinato le nostre vite era a pochi minuti da noi. A mascherare l’enormità contribuiva non solo la barriera del tempo, ma anche il colosso al centro del prato con la sua fenomenale forza d’attrazione in grado di scuotere le resistenze meschine dell’uomo.
Cosa faceva Clarissa intanto? Raccontò poi che camminava spedita verso il centro del prato. Non so come riuscisse a resistere all’impulso di correre. Quando si verificò l’evento che sto per descrivere – la caduta – ci aveva quasi raggiunti e occupava un ottimo punto di osservazione, libera da un diretto coinvolgimento, come da corde e urla, e dalla nostra fatale assenza di cooperazione. Quanto descrivo risente di ciò che vide la stessa Clarissa, di ciò che ci ripetemmo nell’ossessiva analisi a posteriori. L’erba del prato avrebbe subito un primo taglio nel mese di maggio, e la fienagione doveva favorire la nuova crescita, preparare al secondo taglio, come l’evento che avrebbe avuto su di noi conseguenze di irrevocabile crescita.
Divago, rimando l’informazione. Mi attardo nell’attimo precedente perché fino a quel punto erano ancora possibili esiti differenti; il convergere di sei persone su una distesa di verde conserva una geometria confortante dalla prospettiva di una poiana; ha la riconoscibile limitatezza di un tavolo da bibliardo. Le condizioni iniziali, la forza e la sua direzione, bastano a definire ogni traiettoria, ogni angolo di collisione e ritorno, mentre una luce gloriosa sovrasta l’intero prato, il tappeto verde e i corpi in movimento, ammantandoli di una chiarezza rassicurante. Mentre ci correvamo incontro, prima del contatto, credo ci trovassimo in una sorta di grazia matematica. Indugio sulla nostra disposizione spaziale, sulle distanze relative, sui punti cardinali di provenienza, perché rispetto ai fatti accaduti, quello fu l’ultimo istante in cui compresi qualcosa chiaramente.
Verso che cosa stavamo correndo? Credo che nessuno di noi lo saprà mai fino in fondo. A livello superficiale tuttavia la risposta c’è; correvamo verso un pallone aerostatico. Non di quelli che sfruttano le semplici proprietà del calore, però, questo era un pallone enorme pieno di elio, gas elementare forgiato dall’idrogeno nella fornace nucleare delle stelle, il primo passo nella generazione della molteplicità e varietà della materia nell’universo, compresi noi stessi e tutti i nostri pensieri.
Correvamo incontro a una catastrofe, a sua volta una specie di fornace, nel cui calore identità e destini si sarebbero combinati in forme diverse. Alla base del pallone stava una cesta con dentro un bambino, mentre lì accanto, aggrappato a una corda, era un uomo in disperato bisogno di aiuto.

Ian McEwan, L’amore fatale (tit. originale Enduring Love), Einaudi, Torino 1999 (prima edizione originale 1997). Traduzione dall’inglese di Susanna Basso.

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Ian_McEwan

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://www.einaudi.it/libri/libro/ian-mcewan/l-amore-fatale/978880614660

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2016/07/16/ian-mcewan-lamore-fatale-inghilterra/