Fred Vargas, L’uomo dei cerchi azzurri

Fred Vargas, L’uomo dei cerchi azzurri (tit. originale L’homme aux cercles bleus), Einaudi. Traduzione di Yasmina Mélaouah.

Fred Vargas mi era stata consigliata anni fa, ma direi che non ci siamo, almeno con questo primo libro. L’antipatia che ho provato per Adamsberg e per Mathilde è stata così forte da non permettermi di apprezzare davvero il libro. Sembrano due svampiti o due scemi dall’aria trasognata, a scelta, invece sono due personaggi di enorme successo ognuno nel proprio campo (Adamsberg come poliziotto e Mathilde come oceanografa) e mi chiedo proprio come sia possibile. Ho trovato invece molto interessante il personaggio di Danglard.

Parigi viene riempita di innocui cerchi azzurri che qualcuno traccia nei vari arrondissements durante la notte. Ma Adamsberg, che a quanto pare ha un intuito tale da sapere e capire sempre tutto, sa che quei cerchi e l’uomo che li traccia non sono affatto innocui. Trasudano cattiveria. Mmm? Comunque, infatti dopo un po’ ci sarà il primo omicidio, una donna sgozzata all’interno di un cerchio. Ovviamente il nostro commissario riuscirà a risolvere il caso, ma non alla maniera dei gialli classici, bensì con il semplice intuito. Non alla Sherlock Holmes, proprio con intuizioni scese quasi dal cielo.

C’è da dire che l’autrice scrive bene, il che ha salvato un po’ il romanzo, e forse sarà proprio questo a spingermi a dare un’altra chance ad Adamsberg, ma certamente non a breve.

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Questa volta mi sono buttata sul genere crimine, che frequento spesso, quindi ho avuto gioco facile nella scelta del libro.

Hamid Ziarati, Salam, maman

Hamid Ziarati, Salam, maman, Einaudi, 2006.

Alì è un bambino che ci porta, attraverso i suoi ricordi, lungo diversi anni di vita della sua famiglia e di storia dell’Iran, dal regime di Reza Pahlavi alla rivoluzione dell’ayatollah Khomeini.

All’inizio il libro è spensierato, Alì viene sgridato dalla mamma perché fa ancora pipì a letto, e vediamo la quotidianità della sua famiglia composta da Alì, i genitori e i due gemelli Parì e Puyan. In seguito, col cambiare dell’Iran, inevitabilmente anche la storia e la vita di Alì cambiano.

Ci sono momenti dolci, momenti divertenti, e poi andando avanti momenti di rabbia, momenti tristi, momenti orribili. Alì è testimone di un Iran che dovrebbe cambiare in meglio e invece cambia in peggio. La sua famiglia si disgrega all’unisono con il disgregarsi del Paese. La chiusura del libro è veramente molto triste e angosciante.

È un libro molto bello che mi ha fatto nuovamente apprezzare questo bravissimo autore che avevo già amato con Il meccanico delle rose.

Diego De Silva, Non avevo capito niente

Diego De Silva, Non avevo capito niente, Einaudi, 2007.

Vincenzo Malinconico è un avvocato napoletano di 42 anni, separato, con due figli (la più grande veramente è figlia dell’ex moglie). Si arrabatta come può, pare che sia ancora innamorato dell’ex moglie Nives, o almeno così crede, ma lei l’ha lasciato per un architetto, tuttavia non disdegna cercarlo per andare a letto con lui. I figli sono grandi, Alagia è all’università e si incontrano in segreto ogni tanto per andare al Burger King dell’aeroporto a mangiare schifezze, Alfredo è un adolescente che ha la passione per lo studio (sul campo) della malavita giovanile. Vincenzo non è un avvocato di successo, anzi proprio il contrario, a momenti neanche si ricorda come si fa l’avvocato, perciò è un bel casino quando lo chiamano per la difesa d’ufficio di un becchino di camorra. Poi stranamente la donna più bella del tribunale si innamora di lui, ed ecco che come per magia non gli interessa più niente dell’ex moglie.

Insomma, molti chiamerebbero Vincenzo un fallito, poi bisogna vedere se si crede veramente alla possibilità delle persone di “fallire” nella vita, in ogni caso sicuramente è un uomo mediocre, sia nella vita professionale, sia in quella sentimentale, sia, più in generale, nella sfera privata.

Diciamo che a me non sono mai piaciuti i libri incentrati sulla figura dell’uomo medio(cre), ma completamente privi di una storia, infatti non mi è piaciuto neanche l’acclamato Stoner. Io, in questo momento più che mai, cerco una trama, una storia che mi appassioni, e qui di storia neanche l’ombra. Poi mi può pure interessare un libro senza trama, purché ci sia qualcosa, che so, un’indagine psicologica del rapporto tra un padre e una figlia (faccio per dire), oppure dell’anima di un personaggio. Ecco, all’apparenza De Silva sembra voler scandagliare l’anima di questo uomo mediocre o “fallito”, ma in realtà, forse anche a causa dell’espediente di usare la narrazione in prima persona, sembra solo un’accozzaglia di pensieri del nostro protagonista-narratore, che a volte sembra di leggere una versione profonda di Moccia. Certo, alcuni dei pensieri e delle illuminazioni di Vincenzo sono interessanti, ma guardando un po’ meglio finiscono per rivelarsi invece ammiccanti, falsamente profonde, insomma una “profondità di superficie”, diciamo così. Potremmo dire che questo romanzo sia un giro intorno all’ombelico di Vincenzo, una lunga (troppo lunga) esposizione delle sue fisime mentali. Poi sì, c’è una sorta di evoluzione del personaggio, se vogliamo, ma non è tanto credibile: cioè, un uomo tutto sommato insulso, viene però cercato da due donne bellissime e di successo come Nives e Alessandra? Sì, non è che non possa succedere, ma nel contesto suona inverosimile.

Inoltre non è che Vincenzo sia un personaggio simpatico e dunque le sue opinioni siano di gradevole lettura. Ammetto che per le prime pagine mi sono anche blandamente divertita e non mi è dispiaciuta l’autoironia di Vincenzo, che ha un che dissacrante. Tuttavia diventa velocemente trita e fastidiosa. Vincenzo è un uomo omofobo e sessista, alla fine pare pure arrivare a simpatizzare con i camorristi, non è un personaggio gradevole, per niente.

La scrittura qualcuno potrebbe considerarla buona, nel senso che rendere nello scritto i pensieri di un uomo mediocre come Vincenzo non è banale, potremmo dire che l’autore è riuscito nel suo intento, poi però bisogna vedere se questo stile piace. A me non tanto. 320 pagine di pseudo-flusso di coscienza, infarcito di intercalari fastidiosi come “la verità” o “p.es.”, vengono a noia rapidamente.

Insomma, dovete avere la consapevolezza che leggendo questo libro vi troverete dentro la testa di Vincenzo Malinconico: per me non è stato un soggiorno piacevole. Riconosco che possa piacere a qualcuno, in fin dei conti è questione di gusti, non posso dire che ci sia qualcosa di intrinsecamente “male” in questo libro. Semplicemente, non fa per me, nemmeno un po’.

Tahar Ben Jelloun, Creatura di sabbia (Marocco)

Tahar Ben Jelloun, Creatura di sabbia (tit. originale L’Enfant de sable), Einaudi, Torino 1987. Traduzione a cura di Egi Volterrani.

Questo libro mi incuriosiva per vari motivi: perché di Ben Jelloun avevo letto finora soltanto il breve saggio Il razzismo spiegato a mia figlia, perché mi serviva per il mio giro del mondo coi libri, e infine, soprattutto, per la trama.

Di cosa parli il libro è presto detto: in una famiglia marocchina sono nate sette figlie e, all’arrivo dell’ottavo bambino, tutti sperano vivamente che stavolta sia un maschio. Questo perché per tradizione è solo il figlio maschio a poter ereditare, altrimenti la fortuna paterna va agli altri parenti e alle figlie femmine non restano che briciole. Inutile dire che anche l’ottavo figlio sarà una femmina. Ma i genitori, insieme alla levatrice (le uniche tre persone a parte del segreto), si mettono d’accordo già prima della nascita di crescere il piccolo come un uomo anche se sarà una femmina. E infatti, così faranno. La bambina si chiamerà Mohamed Ahmed e tutti la considereranno un maschio, ignari della verità.

Questo naturalmente pone dei problemi, per esempio al momento della circoncisione o quando la bimba inizia a sviluppare i seni o le vengono le mestruazioni. Ma la famiglia riuscirà a porre rimedio a tutte queste difficoltà, e per tutti Ahmed sarà sempre un maschio.

Finché si arriva inevitabilmente alla crisi, quando Ahmed mette in discussione la propria identità. Primo segno di questo sarà il diario lasciato da Ahmed e ritrovato soltanto alla sua morte, in cui per la prima volta racconta la propria storia.

A raccontare la storia vera di Ahmed è inizialmente un uomo che si pone nei confronti del suo pubblico essenzialmente come un cantastorie, e queste prime parti del racconto mi sono piaciute molto perché, pur seguendo il diario, hanno in qualche modo carattere orale, ad esempio per il fatto che il narratore si rivolge spesso al suo pubblico, che non è solo quello dei lettori, ma prima e soprattutto quello delle persone che lo stanno fisicamente ad ascoltare.

In seguito la narrazione si ingarbuglia e vengono fuori altri narratori, finché il tutto non si fa terribilmente onirico e assume l’aspetto di un sogno, di una fantasia, di una storia vera ma dai molti finali, o di una bugia, o di tanto altro ancora, a seconda dell’opinione che il lettore deciderà di farsene. Questo carattere onirico l’ho trovato davvero eccessivo, e se si pensa che, a quanto leggo, i romanzi precedenti di Ben Jelloun presentavano questa caratteristica in maniera ancora più pronunciata, non posso davvero dire che mi venga tanta voglia di approfondire la conoscenza di questo autore.

Ciò non toglie che il romanzo mi sia piaciuto: una trama interessante, uno svolgimento altrettanto interessante per quanto a mio parere confuso. La scrittura l’ho trovata un po’ troppo altisonante e magniloquente, in particolare quando sentiamo la voce diretta di Ahmed, che pare un filosofo con poco contatto con la realtà, e forse era proprio questo l’intento dell’autore.

Infine, per quanto riguarda la mia personalissima esperienza di lettura, raggiunge la sufficienza ma lì si ferma, per i motivi che ho provato brevemente a descrivere. Non so se consigliarlo o meno, ad ogni modo è molto breve e potete sempre decidere di provare, dato che non dovrete dedicare molto tempo alla lettura.

Michel Faber, Il petalo cremisi e il bianco

Michel Faber, Il petalo cremisi e il bianco (tit. originale The Crimson Petal and the White), Einaudi, Torino 2003. Traduzione di Elena Dal Pra e Monica Pareschi.

Siamo a Londra nel 1875, una Londra equamente divisa fra gente del gran mondo, con ricevimenti, feste eccetera, e gente del popolino, quella che si deve attaccare alla lotta per la sopravvivenza con le unghie e con i denti. Sugar fa parte di quest’ultimo ambiente: è infatti una prostituta, per giunta molto ricercata perché fa tutto quello che le viene chiesto. William Rackham invece fa parte del primo mondo, e ovviamente è uno che le prostitute le frequenta in lungo e in largo, perciò è inevitabile che prima o poi le sue voglie perverse lo conducano fino a Sugar.

Del resto è forse inutile riassumere questa storia perché penso che ormai, dopo 15 anni dall’uscita del libro in lingua originale, la conosciamo un po’ tutti.

Possiamo dire che questo è un libro su tante tematiche: sulla vita di Sugar, che soffre e si riscatta, sulla vita dell’annoiato Rackham, sulla vita di Agnes, la moglie di Rackham, sulla prostituzione, sulla Londra vittoriana, sulla sopraffazione delle donne da parte degli uomini e anche di alcune donne. Del resto in un libro di 985 pagine non possono che essere affrontate tante tematiche, diverse ma collegate tra loro.

Il libro, nonostante la mole, si lascia leggere molto bene, dopo un po’ mi ritrovavo ad aver letto un centinaio di pagine senza neanche essermi accorta del passare del tempo. La scrittura è bella, e all’inizio piuttosto particolare, perché l’autore si rivolge direttamente al lettore, cosa che continua a fare anche in seguito, sebbene in maniera estremamente più ridotta. Questo tipo di approccio alla narrazione mi è piaciuto. Faber guida per mano il lettore, siamo ovviamente di fronte a un narratore onnisciente, ma è qualcosa di più: come, appunto, una guida, che porta me, lettrice, me personalmente, nelle vie di Londra, da quelle squallide alle zone più signorili, e mi accompagna nelle vicende e nella mente dei personaggi.

Quella che più mi è piaciuta, devo dire, è stata la storia di Agnes Rackham, una donna che è una vittima totale e alla quale, probabilmente, viene negato anche il riscatto conquistato invece da Sugar. Agnes è vittima della società, delle convenzioni, del marito, del padre adottivo che le vieta la fede cattolica, del dottor Curlew, della propria follia, della propria malattia di cui non conoscerà mai la vera origine. Certo, non è simpatico questo personaggio, ma non ho potuto che solidarizzare con lei e soffrire insieme a lei per la violenza inaudita di cui è fatta vittima, sotto il manto del perbenismo borghese che vorrebbe far sembrare tutto normale.

Anche Sugar mi è piaciuta molto, o meglio non lei, quanto la sua storia. All’inizio sembra una prostituta come tante, e in effetti lo è, ma la sua storia è tremenda e anch’essa intrisa di violenza. Come probabilmente era la storia di tante altre prostitute, ma noi siamo messi di fronte a quella di questa prostituta in particolare, e non possiamo che soffrire con lei, e gioire con lei quando le cose sembrano andare meglio.

Tuttavia niente è come appare, siamo pur sempre nell’Inghilterra vittoriana e, mentre William Rackham sembra piuttosto progressista per certi versi, e potrebbe apparire innamorato a un occhio poco attento, è pur sempre un uomo benestante di fine Ottocento, e questo si rivela in tutta la sua potenza nel corso del romanzo. William è, a mio parere, un essere del tutto spregevole per vari motivi, primo fra tutti il modo di trattare la moglie e l’amante, che per lui non sono che degli oggettini carini o fastidiosi a seconda delle circostanze. Anche l’atteggiamento nei confronti della figlia e delle persone appartenenti alle classi inferiori è riprovevole, e devo dire che ho trovato questo personaggio il più spiacevole di tutto il libro.

Il romanzo, dato l’argomento, è intriso di sesso e non potrebbe essere altrimenti, perciò se non vi piacciono questo tipo di libri espliciti fareste meglio a starne alla larga. Non si tratta, ovviamente, di un romanzo erotico né niente del genere, ma la sessualità è importante per tutti i personaggi del libro o quasi.

La nota stonata è il finale, che rimane aperto, e mi è sembrato buttato lì come se Faber si fosse stufato di scrivere a un certo punto e avesse semplicemente detto: “Ora basta con questo libro, dopo 985 pagine mi sono stancato, ora la chiudo qui e chi si è visto si è visto”. Probabilmente è andata proprio così, perché la repentinità del finale, lasciato completamente irrisolto, è tale da far pensare che ci si trovi a un certo punto sull’orlo di un precipizio, e che si debba semplicemente tornare indietro perché basta, non c’è altro da fare, la corsa finisce qui. Non è neanche tagliato con l’accetta, è segato di netto e l’autore ha pure la faccia tosta di dire che i romanzi devono pur finire a un certo punto. Mi ha lasciato proprio l’amaro in bocca.