Caroline Kepnes, You

Caroline Kepnes, You (tit. originale You), Mondadori, 2015. Traduzione di Paola Bertante.

Attenzione: questa recensione contiene SPOILER!!!

Sicuramente l’idea di usare come narratore uno psicopatico con problemi di tipo sessuale è interessante, l’ho fatto anch’io una volta quando (qualche millennio fa) mi dilettavo a scrivere. È altrettanto interessante che il suddetto narratore-psicopatico utilizzi la seconda persona singolare, rivolgendosi tutto il tempo a “te”. Naturalmente, questo “tu” è Beck, la protagonista della sua ossessione, ma è abbastanza disturbante da leggere perché il lettore (la lettrice) potrebbe benissimo immedesimarsi in questo “tu”.

Tuttavia, il mio problema con questo libro non è che sia brutto: forse non lo è, o forse lo è. Il mio problema è che non sono neppure riuscita a capire se sia brutto o meno, tanto l’ho trovato disturbante. Immaginerete che stare dentro la testa di uno psicopatico che si ritiene romanticissimo non può certo essere piacevole.

Molte volte sono stata tentata di abbandonare, tanto più che sicuramente 422 pagine sono troppe per questo tipo di romanzo. Ma ho perseverato e, contrariamente ad altri lettori, ho preferito le parti finali a quella iniziale. Quando Joe, il nostro protagonista psicopatico, scopre che Beck ha trovato la sua scatola segreta e inizia a trattare LEI come una psicopatica, il tutto comincia a diventare ancor più agghiacciante perché siamo di fronte a qualcosa di già visto e sentito milioni di volte: il compagno psicopatico che fa gaslighting alla compagna dopo averla stalkerata nella vita reale e in quella virtuale, e infine la uccide perché lei non vuole stare con lui ma poi gli dispiace, non perché l’ha uccisa ma perché ora non potrà più stare insieme a lei.

In conclusione, come ho detto, non ho idea se questo romanzo sia bello o brutto, so solo che è terrificante e fa orrore. Sconsigliato alle persone sensibili (come io probabilmente sono).

Emily M. Danforth, La diseducazione di Cameron Post

Emily M. Danforth, La diseducazione di Cameron Post (tit. originale The Miseducation of Cameron Post), Rizzoli, 2018. Traduzione dall’inglese di Lia Celi. Pubblicazione originale 2012.

Il romanzo parte lentamente e continua ad essere lento per tutta la prima metà. È anche lungo, un po’ più di 500 pagine, quindi questo può essere un problema. La prima metà del libro racconta la storia di Cameron Post che a 12 anni perde i genitori in un incidente d’auto, subito dopo aver baciato per la prima volta una ragazza. Cameron si sente in colpa per la morte dei genitori, perché la sua prima reazione è di sollievo perché non potranno scoprire che è lesbica. Viene quindi cresciuta dalla nonna e dalla zia, quest’ultima una donna ultra-religiosa e fanatica. La zia la obbliga a frequentare la sua chiesa e resta sconvolta quando scopre che la ragazza è lesbica.

Inizia qui la seconda parte del libro, che risolleva le sorti dell’intero romanzo perché è davvero interessante, anche se straziante. Cameron viene inviata in un centro di recupero per ragazzi omosessuali, guidato da un pastore e da una psicologa. La terapia è incentrata sulla religione, quindi l’approccio non è psicoterapeutico o psichiatrico quanto spirituale. L’intento della scuola è avvicinare i ragazzi al Signore e cancellare le loro tendenze omosessuali. Certo, i ragazzi vengono seguiti dalla psicologa, che cerca di far capire loro quanto la loro tendenza sia sbagliata e cerca di correggerla. Ma è un centro religioso e le violenze restano psicologiche, non c’è coercizione fisica, violenza fisica o medicalizzazione. Naturalmente, le violenze psicologiche non sono inferiori per impatto traumatizzante rispetto a quelle fisiche, e questo è ben descritto nel romanzo.

La conclusione del libro mi ha lasciato perplessa, ma è un mio limite, probabilmente.

Mi è piaciuta la scrittura dell’autrice e anche la traduzione, mi è piaciuto il suo modo di raccontare, non veemente: è chiaramente contraria a questo tipo di “terapie”, ma non c’è aggressività nel denunciarle. La sua posizione è inequivocabile e chiara, ma riesce a trasmettere il suo messaggio senza bisogno di alzare la voce. Non che l’avrei biasimata, se lo avesse fatto, tanto sono orribili queste “terapie”.

La terapia di conversione, o terapia riparativa, sorprendentemente, non è illegale in molti paesi o, laddove lo è, spesso è illegale solo praticarla sui minorenni. Proprio quest’anno è stata messa al bando da Germania, Malta e Albania. In Italia non è illegale, ma l’Ordine degli psicologi la considera anti-scientifica e contraria al codice deontologico. Tuttavia, questo non la rende illegale, per cui le associazioni religiose sono libere di praticarla, anche se, come fa notare questo articolo, è comunque ascrivibile ai reati di truffa e di abuso della credulità popolare. Mi pare inutile dirlo, ma lo sottolineo comunque, che questi trattamenti non hanno alcuna evidenza scientifica e anzi sono contrari a ogni logica e altamente stigmatizzanti e traumatizzanti.

Qui c’è un report (il link apre un file pdf in inglese), dall’inequivocabile titolo «È tortura, non terapia», su questo tipo di “terapie” nel mondo, e potete vedere che gli approcci nel mondo sono di vario tipo, alcuni chiaramente configurabili come vera e propria tortura. Fermo restando che è tortura anche quando l’approccio è “solo” spirituale o psicologico, vedrete che in alcuni paesi si va ben oltre. Il report viene citato e riassunto in questo articolo in italiano.

Se volete informazioni sulla storia di queste “terapie”, potete leggere la pagina Wikipedia in italiano. È di ieri la notizia che 400 leader religiosi cristiani, ebrei e musulmani hanno chiesto la messa al bando delle terapie di conversione. Infatti, moltissimi religiosi sono contrari a questi trattamenti e sono anzi al fianco delle persone LGBT nella lotta per il riconoscimento dei loro diritti. Per esempio, il Progetto Gionata è un’associazione di volontari che si occupa di fede e omosessualità e sul suo sito ha un’interessante sezione dedicata alle cosiddette “cure” per l’omosessualità.

Da questo libro è stato tratto un film con lo stesso titolo, uscito nel 2018.

Harold R. Daniels, The Accused

Harold R. Daniels, The Accused, pubblico dominio. Pubblicazione originale 1958.

Un giorno, girellando in ManyBooks, mi sono imbattuta in questo giallo e mi sono incuriosita abbastanza da scaricarlo.

Alvin Morlock, un placido insegnante (non professore) di un’università per nulla prestigiosa in una cittadina del Massachusetts, è accusato di aver ucciso la moglie Louise. Il libro alterna la narrazione degli eventi alle testimonianze di processo, ed è proprio con queste che inizia il romanzo. Sebbene l’accusa dichiari fin dall’inizio che la vita privata di Louise non ha importanza ai fini del processo e che non è Louise ad essere sotto processo ma Alvin, tuttavia nel corso del libro (e del processo) la donna viene giudicata, eccome.

Alvin Morlock è un uomo insignificante e un pochino insulso, che si accontenta di insegnare in un’università di provincia, senza alcuna ambizione. Un giorno decide di passare le vacanze natalizie insieme al collega Dodson: i due vanno nella vicina Providence, nel Rhode Island, in cerca di donne. È qui che Alvin conosce Louise, un’italoamericana di circa 35 anni. Non si sa come, dopo due settimane i due si sposano.

Louise ha trascorso tutta la sua vita adulta e la tarda adolescenza con un’unica aspirazione: trovare quanti più partner sessuali possibili. E ci è riuscita perfettamente, essendo una bellissima ragazza. Poi però il passare del tempo ha iniziato a farsi sentire, impietoso, tanto che sempre più spesso passavano addirittura tre o quattro giorni (!!) senza che Louise riusce a combinare un appuntamento con qualcuno. Così Louise decide di sposarsi e la scelta cade su Alvin Morlock. Perché invece lui decida di sposarla non mi è tanto chiaro. Forse perché non è capace di dire di no, probabilmente è troppo faticoso per lui sprecare energia nel contrastare il destino, o qualcosa del genere. Sta di fatto che, ovviamente, il matrimonio è un totale fallimento. Louise pensava che un professore guadagnasse di più, spende e spande e Morlock si trova pieno di debiti. Inoltre la donna si ubriaca al bar di fianco a casa e lo tradisce senza problemi. Morlock si lascia fare praticamente di tutto. Alla fine però Louise muore e la giuria dovrà decidere se si è trattato di un incidente o di omicidio volontario, magari premeditato.

Certo, il ritratto che l’autore fa di Louise non è per niente lusinghiero e la donna risulta un personaggio insopportabile; tuttavia Morlock non è da meno. Se qualcuno mi fa compassione, non è certo Morlock. Avrebbe avuto la possibilità di non sposare Louise e la sua vita sarebbe proseguita placida e insignificante come prima, ma si è messo in questa situazione, che non poteva essere altro che fallimentare, e necessariamente ne paga le conseguenze. Inoltre, il comportamento di una persona non può certo essere una giustificazione per un omicidio, e nemmeno un’attenuante. In realtà l’atteggiamento passivo di Morlock ha una causa che verrà rivelata verso la fine del libro, ma non solo questo non mi ha fatto provare la minima pena per lui, al contrario me lo ha fatto disprezzare ancora di più.

Insomma, per me, un romanzo senza infamia e senza lode.

Harold R. Daniels era abbastanza noto in vita come autore di libri pulp, poi è caduto nel dimenticatoio. Addirittura nel 1956 è stato finalista agli Edgard Awards (il premio assegnato ogni anno dall’associazione Mystery Writers of America per libri dei generi giallo, thriller e horror) con il romanzo In His Blood. A quanto ne so, l’unico suo libro tradotto in italiano è The House on Greenapple Road, pubblicato nei Gialli Mondadori nel 1968 con il titolo Il rovescio della medaglia. Alcune informazioni in italiano su questo autore sono reperibili qui, oppure qui c’è un articolo in inglese.

André Aciman, Ultima notte ad Alessandria

André Aciman, Out of Egypt, Riverhead Books, 1996. Pubblicazione originale 1980.

**Libro pubblicato in italiano da Guanda nel 2009 con il titolo Ultima notte ad Alessandria, tradotto da Valeria Bastia.**

Premetto che non ho (ancora) letto il libro più famoso di André Aciman, Chiamami col tuo nome. Nonostante ciò ho voluto leggere questo suo libro di memorie, dopo aver letto alcune recensioni su Goodreads che mi avevano fatto pensare a un’altra autobiografia che ho molto amato, La lingua salvata di Elias Canetti.

In effetti, le due autobiografie presentano dei paralleli, dovuti principalmente al fatto che entrambi gli autori sono ebrei sefarditi.

Pensavo che la famiglia che Canetti descrive nel primo volume della sua autobiografia fosse unica nel suo genere, ma mi devo ricredere leggendo questo libro.

Gli ebrei sefarditi furono cacciati dalla Spagna nel 1492 e solo dopo quasi quattro secoli il loro paese di origine sancì il diritto alla libertà religiosa, consentendo così il loro ritorno. Nel frattempo però i sefarditi si erano spostati e insediati in vari luoghi soprattutto nel bacino del Mediterraneo. Gli avi di Aciman si erano stabiliti a Costantinopoli, ma successivamente si trasferirono ad Alessandria. Lo scrittore è dunque nato e cresciuto in Egitto, paese che abbandonerà definitivamente all’età di 14 anni, nel 1965, a causa delle “sottili pressioni” esercitate dal regime di Nasser.

In questo libro Aciman narra la sua infanzia e pre-adolescenza in Egitto e la storia della sua incredibile famiglia. L’autore ci accompagna solo fino alla cacciata dall’Egitto, fermandosi subito prima della partenza della famiglia. Perciò tutto il libro si svolge in Egitto, ad Alessandria.

La famiglia di Aciman, come quella di Canetti, è variopinta e variegata. Il primo personaggio che Aciman ci fa incontrare è lo zio Vili, un convinto fascista che però finirà per lavorare come spia per il governo britannico. Conosciamo poi tutto il resto della famiglia: le nonne (la Principessa e la Santa), le zie e gli zii, il padre e la madre. La vera protagonista di questo libro è la famiglia, in un certo senso André Aciman rimane un po’ sullo sfondo: ci parla sì delle sue disastrose esperienze scolastiche, ma pare quasi farlo solo per poter meglio illustrare le reazioni della famiglia ai suoi fallimenti scolastici.

È anche difficile sottolineare singoli episodi o personaggi in questo libro che è quasi cacofonico, ma in senso buono. Lo zio Vili il fascista donnaiolo, la madre sorda tanto apprezzata dalla suocera solo finché era una semplice vicina di casa e poi considerata un’handicappata in seguito al fidanzamento con il suo bravo figliolo. Ma ogni componente della famiglia è un mondo in sé e la loro vita appare un tripudio di colore, per così dire. Non mancano inoltre, fra i personaggi, i servi della famiglia, a partire dal fedele Abdou per arrivare alla sfortunata Latifa.

Un mondo di suoni, colori, sapori, lingue. La lingua degli ebrei sefarditi è il ladino, da non confondersi con il ladino parlato nel Tirolo; ma la famiglia Aciman parla un misto di francese, ladino e italiano, con un potente odio per l’arabo e una quasi nulla conoscenza dell’ebraico, se si esclude lo zio Nessim. Pensiamo solo che per gran parte della sua infanzia il piccolo André è convinto di essere un cittadino francese, tuttavia frequenterà scuole inglesi sia ad Alessandria che in seguito, a Roma e a New York.

Questo come dicevo non c’è nel libro, ma la famiglia Aciman si stabilisce nel 1969 a New York e successivamente André ottiene la cittadinanza americana e avvia la sua carriera di scrittore e grande studioso di Marcel Proust. La scrittura di Aciman (che scrive in inglese) è meravigliosa e perfetta per rendere le particolarità della sua famiglia. Non vedo l’ora di leggere altri suoi libri, il suo stile è eccellente.

Deanna Raybourn, Silenzi e veleni

Deanna Raybourn, Silent in the Grave, Mira, 2007.

Quando la situazione è talmente brutta che è difficile concentrarsi, non c’è niente di meglio, almeno per me, che buttarsi su dei gialli. Avevo sentito parlare bene di questo giallo storico e, avendolo trovato su OpenLibrary (che è la mia nuova droga da quando ho comprato un Kobo), ho deciso di provare. È il primo libro della serie Lady Julia Grey, una serie di 5 gialli ambientati nella Londra vittoriana, che hanno per protagonista Lady Julia Grey, una donna circa trentenne, nona di dieci figli in una famiglia assolutamente non convenzionale.

Il romanzo si apre con una morte: Sir Edward Grey, marito di Lady Julia, si accascia in preda alle convulsioni durante un ricevimento nella sua casa. Da sempre malato di cuore, chi lo conosce non si stupisce della sua morte dal momento che tutti i membri della sua famiglia sono morti giovani. A soccorrerlo è un tal Nicholas Brisbane, che Lady Julia vede qui per la prima volta. L’uomo è una sorta di investigatore privato ed era stato ingaggiato da Sir Edward, che pensava che qualcuno lo volesse morto. Lady Julia non crede all’ipotesi dell’omicidio e anche il medico di famiglia dichiara che la morte è avvenuta per cause naturali. Trascorso il rituale anno di lutto, però, qualcosa fa cambiare idea a Lady Julia, che decide così di rivolgersi a Brisbane.

Tutti i personaggi del romanzo sono fuori dal comune, tanto che se non ci fossero precisi riferimenti temporali si farebbe fatica a credere di trovarsi nell’Inghilterra vittoriana. La famiglia March, ovvero la famiglia di origine di Lady Julia, è sempre stata bizzarra. La madre è morta nel dare alla luce il decimo figlio, così i bambini sono stati tirati su dal padre e dalla zia Hermia, proprietaria di una casa rifugio per le prostitute che scelgono di abbandonare il mestiere. Anche i fratelli e le sorelle di Lady Julia sono assai lontani da quello che ci si potrebbe aspettare da una famiglia nobile di fine Ottocento. Del resto, la famiglia March è sempre stata così. Anzi, Lady Julia è forse la più posata e tradizionalista della famiglia, del resto non per molto. In ogni caso, come gli altri membri della famiglia, è una donna dalle ampie vedute e dalla mentalità assai aperta. Francamente sono rimasta un po’ perplessa dall’assoluto anticonformismo di questi personaggi, ma se devo essere sincera quello che cercavo da questo romanzo era un po’ di sano svago, perciò non m’interessa particolarmente l’accuratezza storica.

Il romanzo è lungo, circa 500 pagine, e a tratti risulta un po’ prolisso, alcune parti avrebbero potuto essere snellite secondo me. Tuttavia si legge molto bene, è coinvolgente e scacciapensieri, e fa venire voglia di proseguire con gli altri libri della serie per vedere come si evolve la storia di Lady Julia.

Consigliato per chi sia in cerca di un po’ di intrattenimento.

Il libro è stato pubblicato in italiano da Harlequin Mondadori e HarperCollins Italia con il titolo Silenzi e veleni.