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Edith Wharton, Estate

Edith Wharton, Summer, pubblico dominio. Pubblicazione originale 1917.

Vi avviso: siccome non mi riesce di parlare di questo breve romanzo senza spoiler enormi, se non volete sapere cosa succede nel libro NON leggete questa recensione. Tra l’altro, per parte mia consiglio di arrivare al libro senza sapere molto di ciò che accadrà, come ho fatto io, perché così si potrà gustarlo molto di più.

Di Edith Wharton avevo già letto il meraviglioso, benché cupissimo, Ethan Frome, e uno dei suoi romanzi più famosi, che però mi ha lasciato poco impressionata, L’età dell’innocenza. È stato dunque con curiosità che mi sono approcciata a questo romanzo breve, di cui sapevo solo ciò che era scritto nella descrizione di Goodreads. Come accennavo, è stato un bene che io non mi sia soffermata a leggere recensioni e ad approfondire la trama, perché altrimenti sarebbe mancato l’effetto sorpresa che in questo caso per me è stato importante.

Siamo a North Dormer, un sonnolento villaggio in un non meglio precisato stato americano (probabilmente il Massachusetts, da quello che leggo in rete). La protagonista è Charity, una ragazza che è stata accolta in casa da bambina dall’avvocato Royall e da sua moglie. I due non l’hanno adottata legalmente, ma l’hanno sempre trattata come una figlia. Tanto che alla morte della signora Royall, Charity rifiuta di andare a scuola in una cittadina vicina perché altrimenti l’avvocato si sentirebbe solo. C’è dunque affetto tra i due? Non si capisce bene, ma sembrerebbe di sì, un normale rapporto padre-figlia seppure in assenza di legami di sangue o vincoli legali veri e propri.

Charity fa la bibliotecaria, molto svogliatamente, e un giorno conosce un visitatore della biblioteca, il giovane Lucius Harney, architetto e cugino della proprietaria. Inevitabilmente i due giovani si innamorano e, come dice la trama su Goodreads, assistiamo allo sbocciare della sessualità in Charity.

Wharton descrive magistralmente la vita in un paesino minuscolo, la noia, e il personaggio di Charity è costruito magistralmente e risulta del tutto credibile.

Ma in un paesino così piccolo non c’è solo noia, c’è anche degrado, sebbene sapientemente nascosto sotto il tappeto. Per cui, una sera l’avvocato Royall si presenta alla porta della camera di Charity con i “bisogni” di un uomo che vive da solo da molti anni. In seguito le chiederà di sposarlo, insistendo moltissime volte, fino alla svolta finale.

Ecco dunque che, mentre il romanzo sembrava per i primi due terzi (nonostante l’episodio del tentativo da parte dell’avvocato di sedurre Charity) una sorta di storia d’amore, o di scoperta della sessualità e della gioia di vivere e di condividere; ecco che nell’ultimo terzo il romanzo si incupisce fino a farmi ghiacciare il sangue nelle vene. L’avvocato Royall che, lo ricordo, è sempre stato una figura paterna per Charity che ha adottato di fatto se non per legge, approfitta della situazione di debolezza in cui la ragazza si viene a trovare dopo essere stata abbandonata e dopo aver scoperto di essere incinta, per circuirla e di fatto sposarla con la forza. Per carità, l’avvocato Royall non usa violenza, non è proprio il tipo. Semplicemente approfitta della situazione di estrema confusione mentale in cui si trova Charity per portarla davanti a un prete e sposarla contro la sua volontà, ben conscio del fatto che lei non opportà resistenza essendo sostanzialmente in stato confusionale. Non viene mai usata la benché minima violenza in queste scene, ma io le ho trovate violentissime per la coercizione psicologica e l’abuso di potere che vengono perpetrati.

Per questo non avrei potuto evitare di parlare nei dettagli di tutta la storia, perché altrimenti mi sarei dovuta limitare a dire: ok, bella la storia d’amore, poi si trasforma in qualcos’altro, e il mio commento non avrebbe avuto senso.

Se per i primi due terzi il romanzo mi è piaciuto molto soprattutto per l’eccellente caratterizzazione dei personaggi e per l’eccellente descrizione dell’ambientazione e della società in cui si svolge la storia, nell’ultimo terzo l’ho trovato addirittura eccezionale perché Wharton è riuscita a tratteggiare con grande delicatezza il personaggio di un vero e proprio villain. Sembra un ossimoro, invece Wharton si dimostra la grande autrice che è nel riuscire a rendere possibile questa contraddizione in termini: tratteggiare con delicatezza le azioni di quello che per me è un mostro.

In questo senso trovo che Estate si collochi sullo stesso livello di Ethan Frome, che all’epoca avevo trovato superbo sia nella scrittura, sia nella narrazione, sia nella storia. Lo stesso si può dire per questo breve libro.

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Eugene O’Neill, Strano interludio – 1928

Eugene O’Neill, Strange Interlude, The Albatross 1933.

Eugene O’Neill pubblica nel 1928 questo testo teatrale per cui ottiene anche il Pulitzer nello stesso anno. Un testo a mio parere modernissimo, almeno nell’impostazione, ma al passo coi tempi per la tematica.

L’impostazione del testo è così particolare che non riesco a capire come sia possibile rappresentarlo a teatro: accanto alle normali battute, ai vari personaggi sono attribuite battute che non sono parlate ma rappresentano bensì i loro pensieri. Come portare tutto questo sul palcoscenico? Non ho una risposta, non mi sono informata sulle rappresentazioni, a essere sincera. Ma sarebbe interessante farlo.

Inoltre, il testo è molto lungo, ben nove atti per 306 pagine. I pensieri dei personaggi sono distinti dalle battute vere e proprie nella mia edizione grazie a un carattere tipografico più piccolo, quindi non è difficile da seguire. Il testo secondo me si presta molto bene alla lettura.

La storia è quella di Nina, una giovane donna che perde il fidanzato nella guerra, fidanzato che avrebbe voluto sposare prima della sua partenza per la guerra, ma il padre di lei ha proibito loro le nozze dicendo che sarebbe stato ingiusto nei confronti della figlia, a causa del pericolo appunto che il ragazzo, Gordon, restasse ucciso. E così accade, e Nina non riesce mai a perdonare se stessa né il padre per non essersi quantomeno concessa a Gordon prima della sua partenza. Decide così di andare a lavorare come infermiera in un ospedale militare alla fine della guerra.

Di lei è follemente, ma castamente, innamorato Marsden, un amico di famiglia che l’ha vista crescere. Ma non riesce a dichiararsi e si strugge per questo amore non ricambiato e neppure immaginato da Nina.

Il fantasma di Gordon aleggia su tutta l’opera, non darà mai veramente tregua a Nina.

Le tematiche sono prettamente freudiane, per questo dicevo che l’opera è al passo coi tempi. Marsden è praticamente innamorato di sua madre, vive costantemente attaccato alle sue sottane e non riesce a lasciarla neppure per il breve tempo che si concede per fare visita a Nina. A sua volta Nina vive un rapporto ambivalente nei confronti del padre, che odia per non averle concesso di sposare Gordon, ma al tempo stesso idolatra e a tratti si approccia a lui come farebbbe una bambina piccola. Stesso trattamento riserva a Marsden, che nei momenti di tensione chiama “padre”. Anche con lui il rapporto sembra essere edipico.

Si parla anche di follia in questo dramma, ma nonostante quello che rischierebbe di esserne affetto sia un altro personaggio, pare proprio che la vera “folle” sia Nina, che dopo la morte di Gordon e per tutta la vita assume comportamenti del tutto sregolati e non riesce mai a dare un corso “normale” alla propria vita, nonostante le apparenze.

L’ho trovato un testo molto interessante sia per tematica che per struttura. All’inizio ero un po’ timorosa, avendo letto che O’Neill faceva grande uso del flusso di coscienza in questo testo: non amo il flusso di coscienza, con cui ho sempre avuto un brutto rapporto. Tuttavia il testo è stato facile da seguire anche per me e ho trovato molto intrigante ascoltare i personaggi parlare tra di loro e contemporaneamente scoprirne i pensieri più reconditi.

Il libro è stato pubblicato in italiano nel 1972 nella collana di teatro di Einaudi con il titolo Strano interludioe credo che non sia facile reperirlo, ma in caso riusciate a trovarlo lo consiglio, ammesso naturalmente che vi piaggia leggere opere teatrali.

Libri dagli Stati Uniti

Philip K. Dick, Un oscuro scrutare, Fanucci: Los Angeles, 1994: una droga misteriosa, la sostanza M, invade il mercato seminando follia e morte. La sua origine è ignota come la sua composizione e l’organizzazione che la diffonde. Bob Arctor, agente della sezione narcotici, si infiltra fra i tossici che ne fanno uso, per scoprire chi dirige le fila del traffico illegale: un abito speciale nasconde ai colleghi la sua identità e una sofisticata apparecchiatura elettronica gli consente addirittura di spiare sé stesso nella sua nuova condizione di drogato. Bob giungerà alla verità solo dopo essere sprofondato nel buio e nella disperazione della dipendenza. Un romanzo di straordinaria potenza emotiva, dedicato idealmente a quella generazione che dopo aver sognato un mondo diverso ha scoperto il baratro delle droghe, della dipendenza, dell’anamento di sé.
Canto del cigno di una generazione, Un oscuro scrutare è una vetta amara e lirica dell’opera di Philip K. Dick, e allo stesso tempo un romanzo sospeso tra giallo e fantascienza, ambientato in un futuro dominato dalla tecnologia e dalla manipolazione sociale.
Un estratto: http://cdn.shopify.com/s/files/1/0301/5853/files/estratto_un_oscuro_scrutare.pdf?3618
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/01/19/philip-k-dick-a-scanner-darkly-stati-uniti/

Philip K. Dick, La svastica sul sole, Fanucci: Le forze dell’Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale e l’America è divisa in due parti, l’una asservita al Reich, l’altra ai Giapponesi. Sul resto del mondo incombe una realtà da incubo: il credo della superiorità razziale ariana è dilagato a tal punto da togliere ogni volontà o possibilità di riscatto. L’Africa è ridotta a un deserto, vittima di una soluzione radicale di sterminio, mentre in Europa l’Italia ha preso le briciole e i nazisti dalle loro rampe di lancio si preparano a inviare razzi su Marte e bombe atomiche sul Giappone. Sulla costa  occidentale degli Stati Uniti, i Giapponesi sono ossessionati dagli oggetti del folclore e della cultura americana, e tutto sembra ruotare intorno a due libri: il millenario I Ching, l’oracolo della saggezza cinese, e il best-seller del momento, vietato in tutti i paesi del Reich, un testo secondo il quale l’Asse sarebbe stato in realtà sconfitto dagli Alleati.
La svastica sul sole racconta la Storia e le sue possibilità, la realtà e le riscritture, lo scontro culturale tra Oriente e Occidente, l’invasione della spiritualità nella vita quotidiana, il dramma morale di chi deve sopravvivere in un regime di sottomissione. Scritto nel 1961, è uno dei capolavori di Philip K. Dick, vincitore nel 1963 del Premio Hugo.

Tutti i libri di Philip K. Dick: http://it.wikipedia.org/wiki/Philip_K._Dick#Opere

H.P. Lovecraft, Tutti i romanzi e i racconti, Newton Compton: Terrore insondabile e soprannaturale, inquietanti e apocalittiche visioni: tutto l’immaginario di follia e orrore di Howard P. Lovecraft è raccolto in queste pagine densissime. Interi universi prendono forma dalla sua sapiente penna, governati da leggi fisiche ignote, popolati da creature inimmaginabili e da terrificanti minacce. L’uomo è solo al centro di un cosmo nel quale il terrore proviene dagli abissi della mente come dai più remoti recessi dello spazio, un mondo nel quale la paura è la  dimensione dell’essere. Tutto ciò sottintende la teoria lovecraftiana secondo cui smascherare e affrontare i propri incubi più angoscianti è l’unico modo per esorcizzarli. Incubi, sogni e miti creati da un maestro dell’orrore e del fantasy per turbare le notti dei lettori. In questo volume è presentata tutta la produzione del “solitario di Providence”, compresi capolavori famosi che ancora oggi ispirano scrittori e sceneggiatori, come Le montagne della follia, Lo strano caso di Charles Dexter Ward, L’orrore di Dunwich, La ricerca onirica dello Sconosciuto Kadath.

Edgar Allan Poe, Tutti i racconti, le poesie e «Gordon Pym», Newton Compton: Castelli diroccati, paesaggi foschi, misteriose presenze. Eroi solitari e introversi, donne diafane e sensitive che si aggirano in luoghi spettrali. Situazioni paradossali, talvolta grottesche, casi straordinari, apparizioni d’incubo e di sogno: le storie stregate di Poe sono metafore delle nostre stesse più profonde inquietudini, esplorazioni negli oscuri meandri della  psicologia umana, negli orrori malcelati di una condizione esistenziale lacerata, contraddittoria, enigmatica. La continua allusività analogica e simbolizzante, l’oniricità ossessiva e visionaria, le suggestioni “gotiche” e romantiche sono costantemente sostenute dalla ricerca di idealità assolute, da un lucido e articolato dominio complessivo dettato da una  straordinaria abilità stilistica e tecnica, da una logica compositiva e combinatoria di stampo razionalista che si dilata, nelle poesie attraverso una stupefacente varietà di intrecci strofici e metrici e una continua fluidità ritmico-musicale, fino all’istrionismo e alla mistificazione.

Herman Melville, Moby Dick, Feltrinelli: Moby Dick, pubblicato nel 1851, è considerato il capolavoro di Melville e uno dei grandissimi libri della letteratura americana e mondiale. Per la grandiosità della sua concezione e per il suo carattere allegorico è stato paragonato alla Commedia dantesca. Vi narra in prima persona la sua avventura Ismaele, che si imbarca come marinaio assieme a un ramponiere indiano sulla baleniera Pequod. Il capitano della nave, Achab, un personaggio cupo che incute rispetto e timore nei suoi uomini, ha perso una gamba per colpa della balena bianca Moby Dick e ora vuole vendicarsene, a qualunque costo. Inizia così una lunga caccia. La snervante attesa dell’incontro con il cetaceo che sfugge al capitano offrirà al narratore l’occasione di meditazioni scientifiche, religiose, filosofiche e artistiche, all’interno della struttura del romanzo d’avventura per mare. Intanto l’immenso oceano, con i suoi mostri e le sue profondità, si erge in tutta la propria potenza e imperscrutabilità dinanzi all’uomo, che gli può contrapporre solo una fragile esistenza, oscillante tra il bene e il male. Fino a che sopraggiunge la catastrofe finale, fatalmente presentita, quando Moby Dick distruggerà la baleniera e tutto l’equipaggio trascinando con sé Achab e il suo arpione. Solo Ismaele si salverà e potrà così raccontare la loro folle, ambiziosa quanto disperata, impresa.

Herman Melville, Bartleby lo scrivano, Feltrinelli: Bartleby lo scrivano, apparso nel 1853, tra i più bei racconti dell’epoca moderna, parla di un comico scrivano che rivendica l’ozio e il silenzio, contro tutte le pressioni dell’utilitarismo americano. Imitato, meditato e tradotto da alcuni dei massimi scrittori contemporanei, come Borges, Beckett, Michel Leiris, Georges Perec, Italo Calvino (che intendeva dedicargli l’ultima delle sue Lezioni americane), è anche una parabola sul lavoro di scrivere destinata a sconvolgere molte idee. La traduzione di Gianni Celati ce lo restituisce in tutta la sua freschezza, con una umoristica adesione ai tic di Bartleby (ad esempio la sua celebre frase: “Avrei preferenza di no”). Inoltre Celati presenta un suo studio sull’esilarante scrivano, la versione delle lettere di Melville nel burrascoso periodo di passaggio da Moby Dick a Bartleby, ed un elenco ragionato delle varie interpretazioni del racconto.

Tutti i libri di Herman Melville: http://it.wikipedia.org/wiki/Herman_Melville#Opere

Nathaniel Hawthorne, La lettera scarlatta, Feltrinelli: Pubblicato nel 1850, La lettera scarlatta è uno dei più importanti romanzi nordamericani dell’Ottocento. Nelle intenzioni dell’autore esso doveva rappresentare al meglio lo spirito puritano dell’epoca coloniale americana. Nella società puritana la libertà dell’individuo coincideva con il bene della comunità, che doveva essere purificata da ogni elemento estraneo, considerato al soldo di Satana. Per questa ragione le autorità imponevano stili di vita improntati a un inflessibile rigore morale. E chi infrangeva gravemente le regole poteva incorrere persino nella pena di morte. Nel libro una giovane sposa, amante del pastore Arthur Dimmesdale, manifesta fisicamente i segni della sua relazione extraconiugale con il predicatore. Nulla riesce a farla confessare, nemmeno le minacce, e per questo viene schivata da tutti, e infine condannata a portare sul petto una fiammante lettera A, che la additi allo sguardo pubblico come un’adultera. Intorno a questa vicenda si dipana il progressivo insinuarsi nei personaggi di un tormentato lavorio psichico, che li spingerà, in taluni casi, sull’orlo della pazzia. Il libro è stato fonte di ispirazione per numerose trasposizioni cinematografiche.

Nathaniel Hawthorne, Tutti i racconti, Feltrinelli: In più di centocinquant’anni, generazioni di scrittori – da Edgar Allan Poe a Herman Melville e Henry James, da Jorge Luis Borges a Eugenio Montale, passando ai più giovani Rick Moody e Suzan-Lori Parks – hanno riconosciuto in Hawthorne un impareggiabile creatore di miti e leggende del Nuovo mondo, uno sperimentatore e, più ancora, un maestro: il primo maestro del romanzo americano. Nel corso della sua febbrile attività letteraria, Hawthorne scrisse novantadue racconti, la maggior parte dei quali pubblicati su giornali e riviste statunitensi e successivamente raccolti in tre tomi dallo stesso autore. Questo volume – ripreso in collaborazione con Donzelli – presenta l’edizione integrale di tutti i racconti di Hawthorne; non solo, dunque, quelli inclusi nelle tre raccolte, ma anche i sedici che l’autore abbandonò al loro destino, scegliendo di non tornarci più sopra: né per tagliare, né per correggere e adattare in vista di una pubblicazione antologica. La trama dei racconti disegna la geografia culturale di quel New England che rappresenta il cuore della giovane nazione americana: avventurieri e donne perdute, santi laici e bambini celestiali, truffatori da quattro soldi e giovanotti di belle speranze, e poi notabili corrotti, vecchie streghe, visionari.

Tutti i libri di Nathaniel Hawthorne: http://it.wikipedia.org/wiki/Nathaniel_Hawthorne#Edizioni_italiane_delle_opere_di_Hawthorne

Henry James, Il giro di vite, Garzanti: In un’atmosfera tesa e allucinante, misteriosa e ambigua, James realizza con grande maestria una delle sue opere più riuscite. Solo in apparenza una storia di fantasmi, Il giro di vite organizza e lega al suo interno una notevole quantità di temi. Asse privilegiato del racconto è però la ripetizione: i due revenants che si accampano sulla scena del romanzo non sono altro che la figura retorica dietro la quale James nasconde, e svela, il problema di ciò che ritorna, di ciò che si ripete. Attraverso l’impiego di una tecnica narrativa “sperimentale” che adotta il punto di vista dei personaggi, James anticipa i procedimenti metaletterari del romanzo del Novecento.

Henry James, Ritratto di signora, Newton Compton: Nel 1879 la Nora di Ibsen suscitava scandalo abbandonando il marito, i figli e la sua «casa di bambola» per affermare il suo diritto a vivere la propria vita. Due anni dopo, probabilmente senza sapere nulla di Nora, Henry James dipingeva il ritratto di una Nuova Ragazza Americana, ricca di speranze e desiderosa di indipendenza, imprigionata nelle reti di un’Europa seducente e pericolosa. Dall’apparente dolcezza dei giardini inglesi agli intrighi dei salotti fiorentini e allo splendore non più consolatorio di una Roma ostile, Isabel compie la sua parabola alla rovescia, verso il sacrificio e la rinuncia, mentre intorno e dentro di lei si disgrega per sempre il romanzo tradizionale, dalle cui ceneri nascono i turbamenti del moderno.

Tutti i libri di Henry James: http://it.wikipedia.org/wiki/Henry_James#Elenco_delle_opere