Archivio dell'autore: Marina

Elizabeth von Arnim, Vera

Elizabeth von Arnim, Vera, pubblico dominio.

Questo è il terzo libro che leggo di Elizabeth von Arnim (dopo Amore Un incantevole aprile) e, forse, finora è il mio preferito. Probabilmente perché del tutto privo di toni pastello, ma anzi cupo e opprimente, come piace a me.

Potete scaricare il libro gratuitamente, in inglese, da Project Gutenberg, mentre in italiano a quanto ho visto è stato pubblicato da Bollati Boringhieri nel 2006 e successivamente da Tea nel 2010.

Molto probabilmente Daphne du Maurier aveva in mente questo romanzo quando, nel 1938, ha pubblicato Rebecca, la prima moglie. Questo di von Arnim, infatti, è stato pubblicato ben 17 anni prima, nel 1921. Ha moltissime somiglianze con il ben più famoso romanzo di du Maurier, anche se, di fatto, sono due libri diametralmente opposti (ma non vi dirò perché, dovrete scoprirlo da soli). Sicuramente il romanzo di du Maurier possiede una grazia maggiore e una maggiore compiutezza, ma anche questo è ben congegnato, ben scritto e in ultima analisi ottimo, seppur non eccellente come Rebecca.

Leggendo alcune recensioni prima di leggere il libro, ho visto che molti recensori dicono che parte come un romanzo d’amore per poi virare verso il cupo o addirittura il gotico. Se devo essere sincera, a me è sembrato un romanzo opprimente fin dall’inizio. Sì, è vero, il fulcro del libro è una storia d’amore, ma ho percepito fin dall’inizio quanto questo amore fosse malsano. Alcune cose stonano fin da subito, e fin da subito fanno dubitare di Everard Wemyss, protagonista del libro insieme all’amata Lucy e, ovviamente, all’assente prima moglie che dà il titolo al libro, Vera.

A mio parere un lettore neanche troppo accorto si renderà conto fin da subito di quanto Wemyss sia un uomo malsano, dai comportamenti strani e incomprensibili se non nell’ottica di un narcisismo estremo e patologico. Solo per accennare a qualcosa che compare fin dall’inizio del libro: può essere normale, secondo voi, innamorarsi di Lucy e fidanzarsi con lei due settimane dopo la morte della prima moglie? La quale, peraltro, è morta davanti agli occhi del marito e forse, per giunta, si è suicidata? Direi che no, assolutamente non è normale. Quindi sì, certo, la storia d’amore: ma una storia d’amore malata fin dal suo sbocciare.

Le atmosfere del libro non sono mai, assolutamente mai, quelle di un romanzo d’amore o rosa. Si fanno più cupe con l’andare del tempo, ma fin dall’inizio le ho trovate stridenti, bizzarre in senso negativo. La parola migliore che mi viene in mente per definire questo libro, le sue atmosfere e l’amore di Wemyss per Lucy è opprimente. C’è come una cappa di nero intenso sopra tutto quello che accade nel romanzo, sopra tutto quello che viene detto e fatto.

Se volete, possiamo anche dire che le atmosfere siano “gotiche”, ma per me questo romanzo è modernissimo, perché parla di qualcosa che era tabù agli inizi del Novecento: il narcisismo e la violenza psicologica. Forse l’unico altro classico in cui si è parlato di argomenti simili, almeno tra quelli che io ho letto, è l’eccelso La signora di Wildfell Hall di Anne Brontë, pubblicato addirittura nel 1848.

Dire troppe cose su questo romanzo sarebbe rovinarne la lettura, perciò mi limiterò a consigliarlo caldamente a chi abbia amato gli altri romanzi che ho citato. Sicuramente Elizabeth von Arnim sta diventando per me un’autrice da seguire, da approfondire e da amare.

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Neil Gaiman, Coraline

Neil Gaiman, Coraline, HarperCollins, 2002.

Neil Gaiman, nell’introduzione (che nella mia edizione è inserita alla fine a mo’ di postfazione), afferma di aver scritto questo libro per i bambini, anzi per la precisione per le sue figlie: i bambini, dice, l’hanno vista come un’avventura, mentre gli adulti hanno avuto gli incubi. Strano se ci pensate, no? Eppure, neanche tanto, se pensiamo alla tradizione delle fiabe, come ad esempio quelle dei fratelli Grimm, che sono truculentissime ma lette con piacere dai bambini di tutto il mondo – seppure edulcorate, certo.

Penso che la storia di Coraline la conoscano un po’ tutti, grazie anche al bellissimo film d’animazione di Henry Selick del 2009, che io, come spesso purtroppo mi accade, ho visto alcuni anni fa, prima di leggere il libro. Ad ogni modo, è presto detto: Coraline va con i genitori a vivere in una nuova casa, dove c’è una porta che apre su un muro di mattoni… o no? Coraline è un’esploratrice, la cosa che ama di più è andare in giro a esplorare i dintorni della nuova casa, per questo è sempre triste nei giorni di pioggia, quando non può uscire. Ed è così che inizia la sua avventura in casa…

Il libro è molto inquietante nonostante sia chiaramente diretto principalmente a un pubblico di bambini, le figure / i personaggi descritti da Gaiman sono veramente bizzarri in un senso negativo, cioè nel senso che fanno paura o comunque mettono a disagio. Altrettanto dicasi per le situazioni che Coraline si trova a vivere.

La scrittura di Gaiman è semplicemente magnifica, visionaria nel senso che sembra di essere nella casa insieme a Coraline, mentre leggevo mi sembrava davvero di essere con lei e vedere tutto ciò che lei stessa vedeva (aiutata, forse, dal ricordo del film). È un libro che mi ha fatto totalmente immergere nelle sue pagine e mi sembrava di viverlo, più che leggerlo.

Ho avuto altri tre incontri con Gaiman in precedenza, il primo con un peisodio di Sandman, bellissimo; il secondo con Buona Apocalisse a tutti!, scritto a quattro mani con Terry Pratchett, che non mi ha entusiasmato per niente; il terzo con American Gods, che ho trovato carino ma niente di più. Diciamo insomma che finora avevo avuto un rapporto un po’ conflittuale con questo autore, non reputandolo eccezionale (se non come lettore: ho avuto modo di sentirlo leggere brani di American Gods in un programma della BBC ed è stata un’esperienza unica), ma provando comunque una grande attrazione nei confronti delle sue strane storie. Ecco, naturalmente non posso ancora dare un giudizio in merito all’autore, ma quel che posso dire è che Coraline è un libro fantastico (in tutti i sensi), che mi ha fatto molto rivalutare Gaiman come narratore estremamente dotato. Sicuramente leggerò altro di suo.

Infine, una nota per le illustrazioni meravigliose di Dave McKean, che per fortuna rendono bene anche in edizione Kindle. Stupende davvero.

Fred D’Aguiar, Bethany Bettany (Guyana)

Fred D’Aguiar, Bethany Bettany, Chatto & Windus, London 2003.

Bethany, come la chiama sua madre, o Bettany, come la chiamano suo padre e gli altri parenti, a cinque anni torna in Guyana dopo aver vissuto tutta la sua vita a Londra e subito dopo la morte del padre. La madre la lascia con gli zii, ovvero i fratelli e le sorelle del padre, dove rimarrà per i successivi dodici anni, mentre la madre perseguirà la propria carriera politica.

Questo romanzo è pieno di violenza fin dall’inizio: violenza fisica sui bambini ma, successivamente, anche violenza fisica contro la madre di Bethany. La bambina, a casa degli zii, viene picchiata da tutti tranne che dalla “zia gentile”, che è l’unica a proteggerla a modo suo. Gli zii e le zie (e per conseguenza anche i cugini) la vedono come una specie di reincarnazione della madre, che ritengono responsabile della morte del padre di Bethany, tanto da ritenerla in tutto e per tutto la sua assassina. Questo odio per la donna viene traslato su Bethany, dato che ne è, come dicevo, una specie di reincarnazione.

La prima metà del romanzo si concentra su Bethany Bettany e sulle violenze fisiche che subisce, ed è molto difficile da mandar giù. Nella seconda metà le cose cambiano per la bambina (ormai adolescente, ma pur sempre bambina) e anche per il paese dove vive, la Guyana, ormai in guerra. Bethany Bettany rimane la protagonista indiscussa, ma le vicende politiche del paese prendono il sopravvento, anche se non vengono spiegate chiaramente se non in poche righe verso la fine del libro, principalmente perché Bethany, lasciata vivere sempre nell’ignoranza delle cose che la circondano e della propria appartenenza, non capisce cosa stia succedendo intorno a lei.

La prosa è molto poetica e mi è piaciuta anche quando segue il parlato un po’ storpiato di alcuni personaggi; infatti sono i vari personaggi a narrare la vicenda dal loro punto di vista, alternandosi continuamente. Tuttavia il romanzo non è perfetto, tutt’altro: per esempio, com’è che Bethany a 16 anni ancora si comporta in tutto e per tutto come una bambina, soltanto per scoprire le gioie dell’amore e del sesso appena un anno dopo?

Ma il problema principale è stato per me la durezza delle vicende narrate, dal momento che mal sopporto leggere di violenze perpetrate sui bambini. Sono stata tentata più volte di mollare; tutto sommato sono stata contenta di non averlo fatto perché non è un brutto libro, ma non mi ha neppure entusiasmato, e ho dei dubbi circa la volontà di continuare ad approfondire questo autore.

Israel J. Singer, La famiglia Karnowski

Israel J. Singer, La famiglia Karnowski (tit. originale Di mishpohe Karnovski), Newton Compton, Roma 2015. Traduzione dallo yiddish di Martina Rinaldi e David Sacerdoti.

Dopo aver letto I fratelli Ashkenazi l’anno scorso mi sono sentita orfana e ho comprato alcuni ebook di Israel J. Singer, fra cui questo che è un altro dei suoi romanzi più famosi. Ed è successo di nuovo, mi sono sentita orfana di nuovo, e di più: ho l’impressione che dopo aver letto Israel J. Singer niente più sarà lo stesso, e che tutti i libri da ora in poi non potranno che sembrare scialbi al confronto, tutti gli autori mediocri. Israel J. Singer fa questo effetto.

Di nuovo, così come ne I fratelli Ashkenazi, ci troviamo di fronte a una saga familiare che è tanto più di questo. La famiglia questa volta è Karnowski, una famiglia ebrea di Melnitz, in Polonia, il cui capostipite David decide di trasferirsi a Berlino a seguito di una disputa religiosa. Il romanzo segue la storia di David, di suo figlio Georg e del figlio di questi, Joachim Georg detto Jegor. La maggior parte del romanzo si svolge a Berlino, ma la terza parte si svolge in America.

David, andando a Berlino, decide di vivere “come un ebreo in casa, e come un tedesco fuori casa”, il che significa che in casa sarà un ebreo devoto, ma fuori il suo obiettivo è conformarsi in tutto e per tutto ai tedeschi: nella lingua, nello stile di vita, nel modo di esprimersi, insomma in tutto. A suo figlio Georg trasmette questo concetto fondamentale, ma Georg è un ribelle. Jegor sarà ancor più ribelle, anche se il termine giusto che potremmo usare per descriverlo è disperato, plagiato da suo zio, il fratello ariano di sua madre (Georg sposa infatti una gentile). Jegor è infatti bambino e adolescente nella Germania nazista subito prima della seconda guerra mondiale (il romanzo è stato scritto nel 1943 e Singer è morto nel 1944).

La descrizione di questa famiglia è semplicemente meravigliosa, i personaggi sono caratterizzati in maniera superba, anche i comprimari; ad esempio non credo di aver mai trovato in letteratura una figura tanto sfaccettata e ben rappresentata come Elsa Landau, che non ho potuto fare a meno di amare. Anche Jegor è caratterizzato in maniera eccellente, l’evoluzione o meglio l’involuzione del personaggio è estremamente verosimile in quelle circostanze e in quel contesto. Jegor è un personaggio odiosissimo, ma molto sofferente, e tutto questo è ben rappresentato e si evolve alla perfezione nel corso del romanzo.

Oltre alla storia della famiglia Karnowski, l’autore ci racconta il clima che si respirava in Germania fra le due guerre: gli eroi tornati in patria subito dopo la prima guerra mondiale e che si sentivano orfani senza la guerra, il risentimento contro i “nemici della patria”, il nascente odio nei confronti degli ebrei che sfocia in persecuzioni, pestaggi, uccisioni, discriminazioni di ogni tipo. In questo, La famiglia Karnowski è quasi meglio di un libro di storia, perché immerge il lettore in un’atmosfera asfissiante di odio, di disperazione, di caccia al più debole; il tutto visto attraverso le vicende di una famiglia di ebrei illustri anche se immigrati, e attraverso le vicende di un ragazzo figlio di una coppia mista e perciò lacerato. Jegor viene plagiato dal fratello di sua madre, che gli infarcisce la testa di teorie razziali e sogni di gloria in guerra, e questo sarà la rovina del ragazzo.

Ma in fondo al libro c’è uno spiraglio di luce, seppure piccolissimo, e tuttavia non ci è dato sapere il prosieguo della vita di questa famiglia. Cosa che mi è dispiaciuta molto, perché avrei potuto leggere altre 400 pagine senza alcun problema e anzi con grande interesse. Questo fanno i libri di Israel J. Singer: sembrano sempre troppo corti anche quando corti non sono affatto.

Ora passo a leggere altro, ma come dicevo, con la consapevolezza di aver “perso” degli amici, con la consapevolezza di vette inarrivabili, con la consapevolezza che tutto non potrà che essere in scala di grigi per un po’.

Joyce Carol Oates, Una famiglia americana

Joyce Carol Oates, Una famiglia americana (tit. originale We Were the Mulvaneys), Marco Tropea Editore, Milano 2003. Traduzione dall’inglese di Vittorio Curtoni.

…Il colpevole non è lo stupratore ma la vittima.

Di chi è la colpa di uno stupro?

Si può pronunciare la parola stupro in una famiglia americana tanto cristiana e tanto perbene?

In una famiglia americana tanto cristiana e tanto perbene, una “vittima” di stupro non sarà invece la colpevole, e non contaminerà tutta la famiglia?

I Mulvaney sono la classica famiglia che noi italiani diremmo “del Mulino Bianco”: cristiani, belli, simpatici, divertenti, buffi, innamoratissimi, semplicemente perfetti. Michael e Corinne hanno quattro figli: tre maschi (Mike Jr., Patrick e Judd, il minore) e una figlia, Marianne. La vita dei Mulvaney a High Point Farm, una fattoria in una sonnacchiosa ma ridente cittadina dello stato di New York, viene descritta per filo e per segno nella prima parte del romanzo, perché dobbiamo capire fino in fondo quanto questa famiglia sia meravigliosa. I Mulvaney non hanno un solo difetto, sono perfetti e tutti li invidiano e li ammirano.

Ma è possibile che le cose vadano sempre bene per questa famiglia perfetta? Purtroppo, la risposta è no. Un giorno, infatti, a San Valentino, la bellissima, dolcissima, cristianissima e popolarissima Marianne viene eletta reginetta al ballo della scuola, e quando torna a casa niente è più come prima. Marianne, infatti, è stata stuprata da uno dei ragazzi presenti alla festa.

Inizialmente il padre reagisce con violenza nei confronti della famiglia dello stupratore, la madre pronuncia la parola “stupro” davanti al medico di famiglia che parla soltanto di “abuso sessuale”. Ma i fratelli non capiscono granché, soprattutto Judd, che viene tenuto all’oscuro dei fatti in quanto ancora quattordicenne (Marianne ha 17 anni all’epoca dei fatti). E Marianne? Marianne, molto devota, è convinta che la colpa sia sua perché era ubriaca (in realtà l’hanno ubriacata con l’inganno, dicendole che si trattava di cocktail all’arancia). Ovviamente, essendo ubriaca, non ricorda molto bene l’accaduto, perciò non se la sente di denunciare lo stupratore perché, in ogni caso, è colpa sua, di lei.

C’è bisogno di ben poco tempo perché l’intera situazione familiare cambi e anche la famiglia cominci a vedere Marianne con altri occhi. I Mulvaney vengono messi in disparte e ormai disprezzati da tutti: ovviamente la gente gode a veder “cadere” una famiglia che sostanzialmente ha sempre invidiato, più che ammirato. Il padre mal sopporta questa situazione e finisce per non riuscire più a guardare in faccia sua figlia, come se, appunto, la colpevole dell’onta della famiglia sia lei. Quando lo dice a sua moglie, lei non dice altro che “Lo so”. Non si infuria, non lo aggredisce verbalmente, non lo prende a insulti, non cerca di farlo ragionare né con le buone né con le cattive.

Corinne è una moglie che si dimostrerà, nel corso del romanzo, tanto innamorata da essere succube del marito. Corinne dà sempre ragione al marito, i figli vengono sempre in secondo piano se si tratta di tutelare il benessere del marito, che poi a suo parere coincide con il benessere familiare.

È inevitabile perciò che Marianne venga allontanata dalla famiglia, ma naturalmente è per il suo bene, e comunque le permettono di portare con sé il gatto Focaccina, quindi dov’è il problema, alla fin fine?

Da qui il romanzo si dipana nel raccontare la vita successiva dei vari membri della famiglia. Una famiglia, ovviamente, ormai decaduta, ma comunque sempre felice, allegra, divertente, anche se ormai non invidiata più da nessuno. Anche perché, è inutile dirlo, la felicità della famiglia Mulvaney da questo momento in poi è puramente di facciata. Così forzata da far venire il voltastomaco.

Questo libro mi ha fatto più paura di un romanzo dell’orrore. Perché parla dell’attribuzione delle colpe in una sonnacchiosa provincia che più che americana è, credo, universale. Potrebbe benissimo essere la provincia italiana, dove molto, molto spesso, accade che la vittima di stupro sia invece considerata la colpevole, magari perché vestita in maniera “troppo provocante” oppure perché, come nel caso di Marianne, ubriaca. Che importa poi se è stata fatta ubriacare con l’inganno. L’importante è che era ubriaca. E poi, in ultima analisi, l’importante è che era donna, quindi la colpa non può che essere sua. È sempre la donna a commettere un errore, l’uomo ha degli istinti e, poverino, gli è difficile controllarli. Sta alla donna non provocarlo in alcun modo, neanche con la sua sola presenza.

Prima dello stupro di Marianne incontriamo un altro stupro nel romanzo, sottaciuto o ammesso a mezza bocca: lo stupro di gruppo di Della Rae, una ragazza che forse ha qualche problema di ritardo mentale, e di cui i ragazzi della scuola “si approfittano” a turno, una sera. O meglio, “si divertono” con lei. Perché dai, in fondo che cos’è lo stupro, è una parola errata per designare un po’ di sano divertimento. I ragazzi hanno degli appetiti, com’è normale che sia, e devono pure potersi sfogare un po’. Poi comunque, torniamo sempre lì, la colpevole è la ragazza, che sicuramente li ha provocati, e che in ogni caso è un po’ zoccola. Di sicuro ci stava. Si è sicuramente divertita anche lei. E poi lo voleva, oh se lo voleva.

Lo stesso Marianne. Dopo lo stupro, la scuola si riempie di scritte oscene rivolte verso di lei. Del resto, è lo stupratore stesso a dirglielo: “lo volevi anche tu”. Che la piantasse di fare tanto casino.

Ma il punto è che la povera Marianne non fa casino per niente. Decide di non denunciare, si assume fin da subito tutta la responsabilità dell’accaduto. Inoltre, Gesù le dice che bisogna porgere l’altra guancia, che chi soffre è con lui, ecc ecc. Marianne non può non credere a Gesù.

Una famiglia americana è un romanzo agghiacciante. Una mia amica l’ha definito “orrendo”, e sono perfettamente d’accordo con lei per quanto io l’abbia promosso a pieni voti. È orribile perché ci sbatte in faccia una situazione orribile. Ma più che la situazione orribile (lo stupro), è il contesto a essere orribile. L’atmosfera di accusa, di colpevolizzazione. Come dicevo, ci ho rivisto tanti fatti che avvengono quotidianamente anche nella nostra Italia (nella quale peraltro per non essere colpevole di uno stupro la donna deve necessariamente essere stuprata da uno straniero, nel qual caso è sempre una vittima).

Personalmente è un libro che consiglio, però con l’avvertenza che c’è la concreta possibilità che non riusciate a stomacarlo. Intendiamoci, non ci sono particolari raccapriccianti, è il contesto a essere stomachevole. Tuttavia, se pensate di riuscire, leggetelo, perché è un libro veramente forte e importante. Chissà che riuscisse ad aprire un po’ gli occhi a qualcuno che li ha già semi-aperti.