Archivio dell'autore: Marina

Dayo Forster, Reading the Ceiling (Gambia)

Dayo Forster, Reading the Ceiling, Simon & Schuster, London – New York – Sydney – Toronto 2007.

Dayo Forster è una scrittrice gambiana che vive in Kenya, o almeno viveva lì nel momento in cui è stato pubblicato questo libro undici anni fa. Questo è il suo romanzo d’esordio e un po’ si sente perché la scrittura è abbastanza acerba. Tuttavia è un libro carino.

Ayodele racconta la propria storia in prima persona. All’inizio del libro ha 18 anni e vuole disperatamente perdere la verginità, sebbene sua madre le abbia sempre detto di fare attenzione perché gli uomini “vogliono solo una cosa”. O forse è proprio per una sfida a sua madre? Comunque sia, Ayodele passa in rassegna alcuni uomini o ragazzi con cui potrebbe andare a letto per perdere la verginità, ma non c’è alcuna passione nella sua lista, solo un elenco di persone più o meno probabili per vari motivi. Chi sceglierà?

È proprio su questa scelta e le sue conseguenze che si incentra il romanzo. Dopo un prologo in cui vediamo Ayodele in preda alle sue elucubrazioni, il libro si dipana in tre storie differenti, tre universi possibili: cosa succederebbe se Ayodele andasse con X, Y o Z? Seguiamo ognuna di queste possibilità dal giorno “fatale”, cioè il compleanno di Ayodele, fino all’età adulta della protagonista. E vediamo come la vita di Ayodele potrebbe cambiare drasticamente in base all’uomo prescelto. Perché ognuno di essi porterebbe con sé infinite possibilità: Ayodele si innamorerà? Proverà soddisfazione o disgusto? Si allontanerà dal ragazzo o si metteranno insieme? E così via, tutta una serie di infinite vite possibili.

Il romanzo, oltre a raccontare tre storie, ci fa vedere quanto il destino e le decisioni personali possano dare forma a una vita intera. È tutto costruito intorno alla classica domanda “cosa succederebbe se…?”. Non particolarmente originale, dunque, ma una lettura piacevole purché non si abbiano troppe pretese.

Il romanzo è stato pubblicato soltanto in inglese.

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I migliori libri del 2017

Fine anno, tempo di bilanci. Quest’anno ho voglia di farne meno del solito, ma un bilancio letterario non si nega mai a nessuno. Ecco dunque la lista dei libri che più mi hanno colpito quest’anno, in ordine di gradimento.

  1. 1984 di George Orwell: una rilettura fatta a distanza di circa un decennio, se non di più. Non l’ho mai recensito, né alla prima né alla seconda lettura, perché mi ha lasciato senza fiato e senza parole entrambe le volte. Questo non è un libro, è IL libro. Drammaticamente attuale, andrebbe letto in tutte le scuole, andrebbe imparato a memoria. Si conferma fra i miei preferiti di tutti i tempi. Non potete assolutamente non leggerlo.
  2. La notte di Elie Wiesel: recensito qui, è un libro che in realtà lascia senza parole per la sua potenza e drammaticità. Il dibattito è ancora in corso sul fatto che si tratti di un romanzo o di un saggio, ad ogni modo ha per me poca importanza. L’autore scrive in prima persona, descrivendo o romanzando (non importa) le proprie esperienze in campo di concentramento, quando era appena adolescente. Wiesel era un ragazzo molto religioso, ma la sua fede in Dio verrà pesantemente scossa dall’esperienza del Lager. Assolutamente da leggere. Entrato nella mia personale classifica di preferiti.
  3. Il rogo di Berlino di Helga Schneider: ne ho scritto qui. La storia vera dei bombardamenti di Berlino verso la fine della seconda guerra mondiale, così come vissuti dall’autrice. Schneider era stata abbandonata da bambina dalla madre, insieme a suo fratello Peter. Una finestra su un tragico avvenimento del nostro tempo, raccontata da una scrittrice che per me è di talento, sebbene molti non la pensino come me.
  4. Piccole grandi cose di Jodi Picoult: un romanzo sul razzismo che è stato definito “Il buio oltre la siepe del XXI secolo”. Qui c’è la mia recensione. Ho letto quest’anno entrambi i libri e devo confessare un’eresia: quello di Picoult mi è piaciuto di più di quello di Lee, forse perché quest’ultimo è un po’ datato ormai, sebbene il suo messaggio sia certamente universale. Il romanzo di Picoult attinge a piene mani da quello, ben più famoso, di Lee, ma ha una sua autonomia in quanto rende la storia di “ordinario” razzismo più attuale perché radicata nel contesto americano contemporaneo. Un must.
  5. Nella colonia penale di Franz Kafka: il link rimanda a un file pdf con il testo integrale del racconto. Anche questo è una rilettura, che ho recensito qui. Naturalmente non è alla pari con il racconto più famoso di Kafka, La metamorfosi (il quale è tra i miei preferiti), ma è comunque un racconto di una bellezza schiacciante e letteralmente opprimente. Kafka al suo meglio. Rileggerlo, questa volta in tedesco e ascoltando al contempo l’ottimo audiolibro, è stata un’esperienza davvero emozionante. Kafka non è per tutti, ma se vi piace la sua cupezza non potete fare a meno di leggere questo breve racconto.
  6. Sanguisughe di David Albahari: trovate qui la mia recensione. Il mio terzo libro di Albahari, conferma il mio amore smisurato per questo scrittore autenticamente postmoderno. Poco conosciuto in Italia, merita la stessa attenzione di un Paul Auster a parer mio. Un libro per chi ama il postmodernismo in letteratura, la matematica, la Cabala, e in generale i bei libri. Cervellotico senz’altro, quindi non per tutti, ma soltanto per chi voglia una storia e una scrittura raffinate e sia disposto a non tirare il fiato pur di leggerla (il libro, più di 300 pagine, è costituito da un unico paragrafo).
  7. La fattoria degli animali di George Orwell: anche questo una rilettura e anche questo senza recensione, mi è piaciuto molto ma molto di più della prima volta. All’epoca avevo circa 20 anni ed ero probabilmente troppo giovane per capirlo appieno. Una storia attualisma sul formarsi del totalitarismo, dovremmo leggerla tutti per capire meglio il nostro presente.
  8. The Empty House and Other Ghost Stories di Algernon Blackwood: il link rimanda alla pagina di Project Gutenberg da cui è possibile scaricare gratuitamente l’ebook in inglese. Non ne ho scritto una recensione. Purtroppo non esiste un’edizione italiana, ma immagino che alcuni racconti di Blackwood siano stati tradotti in italiano, o almeno lo spero. Sono storie di fantasmi che niente hanno da invidiare ad autori più famosi come Edgar Allan Poe. Anzi, a dire il vero (eresia delle eresie), ho preferito questi di Blackwood a quelli di Poe. Molto consigliati se vi piacciono le atmosfere gotiche.
  9. Ethan Frome di Edith Wharton: recensito qui. Il link fornito è a una delle edizioni italiane, ma se leggete in inglese lo trovate gratuitamente su Project Gutenberg, essendo ormai scaduti i diritti. Più che un romanzo è una novella, ha infatti appena un centinaio di pagine. Cupissimo e di una potenza impressionante, è stato il mio primo incontro con Wharton e un secondo incontro è stato ben lontano dal soddisfarmi allo stesso modo, purtroppo.

Questi i miei preferiti dell’anno. Menzione d’onore per la graphic novel Kobane Calling di Zerocalcare, la pièce teatrale Emigranti di Sławomir Mrożek, Rebecca la prima moglie di Daphne du Maurier.

Antoine de Saint-Exupéry, Volo di notte

Antoine de Saint-Exupéry, Vol de nuit, Gallimard, Paris 1931.

Antoine de Saint-Exupéry è universalmente noto per quella piccola meraviglia che è il romanzo per bambini e adulti Il piccolo principe. Forse però non molti, almeno fra i lettori italiani, sanno che ha scritto anche moltissimi altri libri per adulti, fra cui questo bellissimo Volo di notte che, pubblicato per la prima volta nel 1931, ha vinto il prestigioso Prix Femina lo stesso anno.

È un romanzo brevissimo, appena 188 pagine scritte in carattere grande, ma di un’intensità incredibile. È un “reperto storico” che ho ritrovato fra i miei libri, me lo avevano fatto comprare a scuola quando studiavo francese, quindi parliamo di una grossa quantità di anni addietro. Ne avevo letto un paio di capitoli, quelli necessari per la lezione, ma non l’avevo mai letto integralmente, anche perché c’è da dire che il linguaggio è complesso in quanto estremamente poetico, e non lo trovo adatto a una persona che sta ancora studiando – è stato complicato per me anche adesso.

La storia è quella degli aerei postali che portavano la posta nell’America del Sud, sorvolando la Patagonia, il Cile, l’Argentina… Inizialmente questi aerei volavano soltanto di giorno a causa delle difficoltà tecniche e del rischio che voli notturni avrebbero comportato, ma nel romanzo Rivière si batte per i voli di notte, che vengono effettivamente implementati. I voli di notte sono rischiosissimi se si pensa che la strumentazione dell’epoca non era certamente quella che abbiamo oggi, quasi novant’anni dopo. Molti piloti furono vittima di questa innovazione, fra i quali anche Saint-Exupéry stesso, che era pilota prima ancora che scrittore, e che scomparve nel nulla durante un volo di ricognizione, dopo aver riportato gravi ferite durante due incidenti aerei precedenti. Se si pensa che questa fu la sorte dell’autore, il suo romanzo appare profetico e assume un che di sinistro.

Infatti la storia è fondamentalmente quella del pilota Fabien, che una notte rimane colto improvvisamente da una tempesta dalla quale non uscirà più. La storia è anche quella del suo capo Rivière che a terra si interroga sulla vita, sulla morte, sugli aerei, sul senso di quel mestiere così come di altri mestieri pericolosi. Rivière sembra un uomo cinico e persino malvagio, ma vediamo invece che è capace di pensieri profondi e profonde riflessioni non meno dei suoi subalterni. Fabien è sposato da poche settimane e viene accennato anche al rapporto con la moglie, rendendo tanto più drammatica la sua sorte. Non che sarebbe stata meno drammatica se il pilota non fosse stato sposato, ma vedere quanto la moglie sia innamorata e preoccupata ci dà maggiormente il senso e la potenza della perdita subita.

Al di là della “storia”, questo è un romanzo sulla vita e la morte, sulle passioni, sul coraggio, sulla difficoltà di alcune professioni che servono a portare benessere agli altri a prezzo di incredibili rischi per la propria incolumità. La storia naturalmente c’è, ma fa quasi di sottofondo a questi pensieri, come se fosse soltanto un modo per poter sviluppare meglio questi concetti.

Il tutto è condito da una scrittura purissima e magica, in cui ritroviamo il Saint-Exupéry che ben conosciamo dal Piccolo principe, ma estremamente più potente. Le immagini e la poesia di questo breve romanzo sono intensissime, da sola la scrittura varrebbe al romanzo un voto ancora più alto. Poche volte mi capita di apprezzare così tanto uno stile, di gustare davvero le frasi una per una, tanto da farmi apprezzare ancora di più il romanzo in sé. Spero che questa ricchezza della scrittura sia stata mantenuta nella traduzione italiana (leggo nelle recensioni che la traduzione inglese pare aver perso questa caratteristica così importante). Molto consigliato.

Ödön von Horváth, Gioventù senza Dio (Croazia)

Ödön von Horváth, Jugend ohne Gott, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1970.

Due parole prima di tutto sull’autore. Ödön von Horváth nasce nel 1901 a Fiume, che è il motivo per cui ho scelto di leggerlo per la Croazia, sebbene l’autore sia assolutamente austro-ungarico (scrive infatti in tedesco). Lo scrittore è da alcuni considerato il più grande drammaturgo di lingua tedesca dopo Brecht e in ogni caso è abbastanza unanimemente accolto come un importante autore di lingua tedesca. Ciononostante non è molto noto in Italia e io stessa lo conoscevo solo grazie ad alcuni professori universitari che mi hanno aiutata ad avvicinarmi alla letteratura austriaca e/o austro-ungarica. Horváth muore a Parigi nel 1938, a neppure 37 anni, colpito da un albero caduto sugli Champs Elysées. Ha dunque vissuto i primi anni del nazismo, ma per sua fortuna non la guerra.

Il libro, che io ho letto in tedesco, è stato pubblicato in Italia come Gioventù senza Dio prima da Bompiani e in seguito da Baldini & Castoldi Dalai.

Il romanzo è narrato in prima persona dal protagonista, un trentacinquenne insegnante di geografia e storia che lavora quotidianamente con ragazzi appena adolescenti. I protagonisti non hanno nomi ma soltanto iniziali, e anche il periodo in cui si svolge la vicenda non è menzionato, sebbene sia chiaro che ci troviamo agli albori del periodo nazista, fra le due guerre.

L’io narrante non è un insegnante amato dai suoi allievi, per nulla, perché contrasta, seppure debolmente, un certo tipo di pensiero che si va facendo imperante. Ad esempio, in un tema uno dei suoi alunni scrive che i “negri” sono esseri inferiori e l’insegnante lo riprende, spiegandogli che anche loro sono esseri umani. Per questo verrà abbondantemente redarguito dal padre dello scolaro e tutti gli alunni sottoscriveranno una lettera per chiederne la rimozione. I ragazzini non fanno che ripetere slogan e affermazioni sentiti alla radio e l’opposizione dell’insegnante, così come del resto del corpo docente e, per estensione, degli adulti, è flebile seppur presente.

Gli alunni partecipano a un’esercitazione militare della durata di alcuni giorni, durante la quale uno di loro scompare e viene poi trovato morto. Da qui si dipana una sorta di trama “gialla”, perché l’insegnante si mette alla ricerca del colpevole e le cose si fanno piuttosto intricate. Tuttavia questo libro non è per niente un giallo, non è affatto un libro “d’evasione”, ma un testo molto più profondo che sconfina nel filosofico.

Temi principali del romanzo sono la colpa, concreta e vicaria, l’assunzione di responsabilità, l’esistenza di Dio. E l’avvio di una nazione verso il baratro. La presenza di Dio è costante in questo romanzo: l’insegnante si dichiara ateo, ma sarà costretto a riconoscere la presenza di Dio, che è però una presenza “terribile”, un’entità tutt’altro che buona, perché permette il male e non ne fornisce giustificazione né attenuante. La generazione di adolescenti con cui l’insegnante lavora è una “gioventù senza Dio” perché, in linea con il pensiero che si va facendo dominante, non ha né riconosce principi morali. Il male è imperante, ma l’insegnante decide a un certo punto di opporvisi, sebbene ciò avvenga a un enorme costo personale.

Il libro è lungo appena 157 pagine nella mia edizione, ma presenta una profondità di temi impressionante per un romanzo tanto breve, e anche la scrittura è limpida e molto piacevole da leggere. Il romanzo si legge in poche ore ed è difficile lasciarlo perché, nonostante la profondità e, quindi, la complessità, coinvolge moltissimo. Il punto non è “arrivare alla fine” né “scoprire il colpevole”, sebbene siano comunque due sproni importanti alla lettura, ma piuttosto immergersi nel mondo che, come l’autore ci fa vedere, si va facendo marcio, soprattutto nelle giovani generazioni, che saranno gli adulti di domani. Ma anche gli adulti di oggi non sono messi molto meglio perché deboli, restii ad agire, ad assumersi le proprie responsabilità, a muoversi per evitare il male.

Per convincervi a leggerlo, vi consiglio infine un’ottima recensione, che potete trovare qui.

Klaus Mann, La svolta

Klaus Mann, Der Wendepunkt, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg 1993.

Questo libro, l’autobiografia di Klaus Mann, è stato pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1942 e originariamente scritto in inglese. L’edizione tedesca è stata riveduta e ampliata dallo stesso autore e, anziché fermarsi al 1942, arriva fino al 1945. Pubblicata in Germania dopo la morte dell’autore, approda in Italia grazie al Saggiatore con il titolo La svolta. Ignoro se l’edizione italiana sia stata tradotta dall’inglese o dal tedesco, ma vedo online che conta appena 463 pagine contro le 738 dell’edizione tedesca, il che mi fa pensare che sia stata tradotta dalla versione inglese, la quale ha ben 300 pagine in meno rispetto alla tedesca.

Klaus Mann, figlio secondogenito di Thomas Mann, è nato nel 1906 e morto suicida nel 1949. Ha vissuto moltissimi anni negli Stati Uniti, auto-esiliatosi subito dopo l’avvento al potere di Hitler. Il Reich gli tolse la cittadinanza tedesca e fu per un po’ apolide, per poi ricevere la cittadinanza dall’allora Repubblica Ceca e acquisire in seguito la cittadinanza americana, da lui molto desiderata.

Klaus ha sempre avuto un rapporto molto stretto con la sorella Erika, di appena un anno maggiore, tanto che spesso si presentavano come gemelli. Molto si è scritto di Klaus Mann: che sarebbe stato il “figlio fallito” di Thomas Mann, che sarebbe stato in conflitto con il padre a causa della propria omosessualità dichiarata, che non ci sarebbe stato alcun punto di svolta nella sua vita… Tutto questo, a parer mio, perde d’importanza di fronte alla portata artistica e di documento storico e biografico di questa autobiografia, scritta quando l’autore non aveva ancora 40 anni. Del resto non vi è praticamente traccia di queste (oserei dire morbose) questioni nel libro di Klaus Mann, per cui non vedo perché dovrei stare a trattarle qui, anche perché se proprio vi interessano troverete un sacco di articoli in proposito.

Come scrive il nipote Frido Mann nella postfazione, questa autobiografia si può dividere in tre parti che affrontano tre tematiche principali: l’infanzia e il rapporto con la sua famosa famiglia, la carriera di scrittore e infine l’impegno politico e militare contro il Terzo Reich.

La prima parte dedicata all’infanzia e all’adolescenza è scritta in un registro ironico piacevolissimo da leggere. Klaus parla del rapporto con i genitori, con i nonni materni e paterni, con i suoi cinque fra fratelli e sorelle, con i suoi compagni di scuola e amici. Naturalmente per il lettore riveste o può rivestire particolare interesse la parte che riguarda il padre, il famoso premio Nobel Thomas Mann. E tuttavia non è questo rapporto il tema principale dell’autobiografia, e se vi interessa la storia della famiglia Mann dovrete cercare altrove. Klaus parla con molto affetto dei suoi familiari e ci racconta che loro bambini avevano un soprannome per ciascuno, per esempio il padre era “il Mago”. Racconta diversi aneddoti della storia di famiglia e delle sue prime amicizie, racconta soprattutto il clima che si respirava in casa e fuori, che sostanzialmente era un clima come dicevo affettuoso, seppure non idilliaco, naturalmente.

Crescendo, Klaus conosce innumerevoli persone comuni e innumerevoli personalità della cultura del tempo. Alla fine del libro c’è un indice analitico con tutti i personaggi menzionati, e vi dico solo che è lungo 7 pagine scritte fitte. La maggior parte dei nomi sono famosi o famosissimi, ma sono talmente tanti che sarebbe davvero inutile fare degli esempi. Pensate solo alle personalità della letteratura, del teatro, della politica, della musica di quell’epoca: Klaus conosceva tutti o quasi, naturalmente soprattutto in ambito di lingua tedesca, ma non solo. Infatti Klaus ed Erika viaggiarono molto da ragazzi, facendo anche un giro intorno al mondo, e conobbero così importanti personalità anche di altri paesi, ad esempio francesi e americani. Erika stessa si sposò in seconde nozze con il famoso poeta W. H. Auden, un matrimonio di comodo per entrambi affinché la donna potesse ottenere la cittadinanza britannica dopo essere stata privata di quella tedesca.

Klaus parla dunque dei suoi rapporti con scrittori, attori e altri personaggi della cultura e della politica, con molti dei quali intreccia veri rapporti di amicizia. Al contempo ci parla della sua nascente carriera di scrittore all’ombra dell’ingombrante nome del padre, da cui la paura di essere pubblicato solo per il suo cognome, mentre invece pian piano cominciano a emergere i veri talenti letterari del giovane autore. Klaus ha scritto innumerevoli libri oltre a questa autobiografia, ma ai più risulta ad oggi sconosciuto, soprattutto in Italia. Nella postfazione invece Frido Mann ci dice che all’inizio degli anni Ottanta si ebbe in Germania un vero e proprio boom, una tardiva riscoperta di Klaus Mann come scrittore, dopo essere stato ignorato in patria per tutto il dopoguerra. Una personalità troppo scomoda nella Germania post-nazista? Chiaramente antifascista ma mai comunista, Klaus era tuttavia malvisto nei circoli culturali della Germania del dopoguerra, ragion per cui non vide mai un singolo romanzo pubblicato in patria dopo la guerra e morì praticamente dimenticato in patria. Questo almeno ci dice Frido Mann nella postfazione.

All’avvento del nazismo, inizialmente Klaus sottovaluta le potenzialità pericolose di Hitler, che un giorno vede in un caffè, seduto proprio accanto a lui, e che descrive come «un ometto antipatico, ma certamente innocuo». Tuttavia poco tempo dopo sarà tra i primi a capire la pericolosità di Hitler e della sua politica, tanto che già nei primi anni Trenta scriverà che, se non si fosse fermato subito Hitler, nel giro di un paio d’anni il prezzo sarebbe stato altissimo, sarebbe costato milioni di vite umane. Profetico, o forse solo una persona che riusciva a vedere oltre.

Nel 1942-43 Klaus cerca di entrare nell’esercito americano e infine ci riuscirà, seppure con difficoltà e con tempi lunghi. Gli verrà conferita la cittadinanza americana e finalmente potrà arruolarsi e andare a combattere in Europa, dove passa molto tempo in Italia, Francia e Germania, partecipando alla liberazione. Klaus sembra quasi risorgere una volta entrato nell’esercito: ce ne accorgiamo particolarmente bene perché gli ultimi due capitoli, quelli aggiunti nell’edizione tedesca, sono composti da diari e lettere. Prima di entrare nell’esercito Klaus parla spessissimo di «desiderio di morte», in seguito sembra una persona nuova, forse perché, come dice Frido Mann nella postfazione, è riuscito a trovare una sua dimensione all’interno di un ambiente sociale, anziché essere costantemente solo (pur se circondato di amici) come lo era stato prima e come lo sarà dopo.

Di morte e soprattutto di suicidio si parla tantissimo in questo libro: moltissimi saranno i parenti e gli amici morti per suicidio, e Klaus stesso si suiciderà nel 1949 dopo un tentativo fallito appena pochi mesi prima. I suicidi degli amici lasciano Klaus completamente sconvolto, tuttavia in parte li comprende perché lui stesso ha sempre sentito questo richiamo della morte, seppure non sempre con la stessa intensità. In particolare Klaus si trova di fronte a innumerevoli suicidi durante il periodo del nazismo, perché molti non riuscirono a sopportare l’esilio, trovandosi senza patria: avevano perso la vecchia patria e non riuscivano a fare del nuovo posto in cui vivevano una nuova patria. Per non parlare del fatto che molti artisti tedeschi furono costretti al silenzio dal regime e inevitabilmente condannati all’oblio.

Per concludere posso dire che questa autobiografia riveste un interesse particolare, e secondo me non soltanto per chi conosca Klaus Mann come scrittore (io stessa non lo conoscevo affatto, e mi sono imbattuta in questo libro solo grazie a un mercatino dell’usato quando vivevo in Lussemburgo), e non solo per chi ami Thomas Mann (dato che come ho sottolineato questo libro solo parzialmente e brevemente parla davvero del padre). Questo libro, secondo me, può risultare interessante per chiunque sia interessato a conoscere la storia sociale e artistica del periodo tra le due guerre, e in particolar modo per chi sia interessato alla lettura di un libro molto ben scritto e affascinante sia per i temi affrontati che per lo stile. Dunque, mi sento di consigliare caldamente la lettura dell’autobiografia di Klaus Mann a chiunque rientri in queste categorie. Non credo che ve ne pentirete.