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Sławomir Mrożek, Emigranti

Sławomir Mrożek, Emigranti (tit. originale Emigranci), Einaudi, Torino 1987. Traduzione di Gerardo Guerrieri.

Questo piccolo libro, 71 pagine, fa parte della collezione di teatro di Einaudi, collana i cui libri erano spesso presenti alla bancarella di libri usati di Firenze, quando abitavo lì. E anche questo libro viene da lì, ma in tutti questi anni non lo avevo ancora letto.

Il testo del polacco Mrożek parla, come si può intuire dal titolo, di due emigranti: due uomini costretti a condividere una camera in uno scantinato di una città sconosciuta, verosimilmente occidentale, così come è sconosciuto il Paese da cui i due provengono, verosimilmente esteuropeo. Allo stesso modo sono sconosciuti i nomi dei due protagonisti e unici personaggi, che vengono chiamati semplicemente AA e XX. Il primo è un intellettuale, scrittore, rifugiato politico, che non ha bisogno di lavorare e anzi presta spesso dei soldi al secondo: lavoratore, proletario, con moglie e figli nel Paese d’origine, emigrato in cerca di lavoro, perennemente senza soldi.

Il sogno di AA è scrivere un libro, cosa impossibile in patria a causa della paura (i due vengono dallo stesso Paese, in cui vige una dittatura), e altrettanto impossibile nel nuovo Paese perché la paura è scomparsa e con essa la necessità di scrivere. XX, pur non parlando una parola della lingua del Paese che lo ospita, si trova lì per lavorare e per poi poter tornare in patria e dare un futuro migliore alla sua famiglia.

I due hanno un rapporto ambiguo, potremmo dire fatto di amore-odio, sennonché l’amore non è mai amore, ma solo sopportazione reciproca. Eppure non possono fare a meno l’uno dell’altro: XX perché ha bisogno di soldi per sopravvivere, AA perché ha bisogno di uno “schiavo” che possa essere il protagonista del suo ipotetico romanzo. Ma solo per questo?

Molte sono le considerazioni sull’immigrazione/emigrazione, e alcune fanno davvero riflettere. Ad esempio penso a quando AA definisce entrambi dei “parassiti”, perché è esattamente così che vengono percepiti dalla società che li ospita, e di conseguenza a volte è così che si sentono loro stessi. Il passo è molto forte: «Noi viviamo qui come due batteri nella profondità di un organismo. Due corpi estranei. Due parassiti. O peggio. Due microbi patogeni, forse. Fattori di decomposizione in un corpo sano. Vibrioni, bacilli di Koch, virus, gonococchi? Io – un gonococco. Io che mi consideravo come una cellula preziosa di materia cerebrale altamente sviluppata. Laggiù, da noi, un tempo… Un neurone raro, una particella che si colloca già al punto estremo della materia. E ora invece – un gonococco! In qualche punto delle budella. Un gonococco in compagnia di un protozoo.»

L’emigrazione rende uguale i due, sebbene al loro Paese uno fosse un raffinato intellettuale e l’altro un povero proletario. L’emigrazione non guarda in faccia nessuno, soprattutto la società che accoglie non fa distinzione fra persone, le considera tutte alla stregua di pericolosi parassiti. Un passo che ci dovrebbe far riflettere – e pensare che è stato scritto nel 1974, più di quarant’anni fa.

Un altro passo interessante è questo: «Ti credo, il ritorno è la tua sola ragione d’essere. Se no, non saresti potuto restare qui un minuto di più. Saresti impazzito… o ti saresti ammazzato.» Lo stesso si può dire di molti immigrati moderni nelle nostre società “occidentali”, che sono venuti qui in cerca di lavoro per garantire alla famiglia una vita dignitosa, e per questo non fanno che pensare al momento in cui potranno finalmente tornare a casa a riabbracciare i propri cari e vivere con loro quella vita dignitosa per cui hanno tanto faticato. E solo per quel ritorno vivono, sebbene in alcuni casi sappiano loro stessi, nel profondo del cuore, che quel ritorno non potrà mai avvenire, per le ragioni più svariate.

Il finale è emotivamente molto forte, quasi straziante. Entrambi i protagonisti si rivelano prigionieri in una società che non li vuole e che loro non vogliono, vittime di contingenze politiche o economiche che li hanno costretti a scappare dal loro Paese: un Paese che li ha rifiutati, scacciati. Due persone fragili, sebbene per tutto il testo possa essere sembrato il contrario.

Un testo attualissimo, che dovremmo leggere e rileggere, soprattutto oggi, alla luce di quello che accade nel nostro e in altri Paesi. Non so se sia ancora reperibile, essendo molto vecchio, ma se lo è ve lo consiglio.

[Incipit] Sofocle, Edipo re – Edipo a Colono – Antigone

Edipo re

La scena è in Tebe, davanti alla reggia di Edipo. Sono visibili altari, e un’effige di Apollo.
Edipo parla ai supplici che gremiscono la soglia del palazzo.

EDIPO
Creature, carne in cui Cadmo antico vive! Che è questo posarvi, inerti, qui da me, nel cerchio delle fronde, simbolo implorante? Tebe è carica di fumi, impasto di preghiere, di singhiozzi. Io sono retto: non da diverse labbra udrò le cose, creature. Vengo io. Eccomi: Edipo leggendario, polo di voi tutti.
(Al sacerdote di Zeus) Vecchio, chiarisci – sei tu la loro lingua, bravo interprete – che v’inchioda in questa posa: ansia, struggimento? Sta’ certo, mi protendo a tutto io, per impulso mio. Sarei ottuso con la sofferenza, a non curvarmi palpitando sulla vostra inerzia.

SACERDOTE
Ah sì! Edipo, che impugni la mia Tebe, tu vedi gli anni nostri, noi aggrappati ai tuoi rialzi sacri: chi con gli inermi ai grandi spazi, ancora, chi con addosso il piombo dell’età. Noi siamo sacerdoti: io appartengo a Zeus. E questi, poi, scelta adolescenza. L’altra folla è irrigidita, sulle piazze. Cerchio di fronde. Olà, tesi all’uno, all’altro santuario della dea, e alla cenere veridica d’Ismeno. Tebe – tu lo vedi – altalena sugli abissi, ormai, non ha forza, soffoca, là sotto! Macabra altalena! È agonia di petali – frutti chiusi – sulle zolle. Agonia di mandrie, bestie sui poderi. Di seme che non vive nelle donne. È il dio arroventato che, piombando, frusta Tebe. È Contagio, nemico sanguinario. Smagrisce il paese di Cadmo: buio Nulla ingrassa di singhiozzi, e lutti.
Non sei all’altezza degli dèi, no, no. Non per questo ci aggrappiamo ai tuoi bracieri, io e i giovani che vedi. Ma noi scorgiamo in te l’eroe, il primo, nelle cadenze della vita, nelle svolte volute dai Potenti. Tu toccasti l’abitato di Cadmo, e subito sperdesti la quota che noi offrivamo alla ferrea, ritmica voce. Tutto senza schiarimenti nostri, proprio, senza scuola: fu mano benevola di dio. Noi diciamo, convinti, che la vita ci ha rimesso in rotta!
Anche oggi, Edipo – volto che per noi sei tutto – siamo qui, ci vedi, folla protesa, a chiederti difese, non importa quali: forse percependo, tu, sovrumane voci, o scienza, da una fonte d’uomo. Ah, lo so bene: vividi successi, anche di semplici consigli, per chi ha sperimentato tutto. Fiore dei viventi, rimetti in rotta Tebe! Curala, da adesso! Senti, questa gente continua a dirti uomo del miracolo, per il caldo slancio tuo d’allora. Ah no, non voglio che i racconti nostri del tuo regno siano di noi rimessi in rotta salda, poi colati a picco. Raddrizza Tebe, fa’ che non barcolli! Fu presagio di festa, quel giorno, e ci ridesti occasione di vivere. Devi ripeterti, oggi. Se sarai capo, ancora, del paese, come adesso domini, meglio dominio popoloso, non svuotato. Non hanno senso scafo, baluardo deserti d’uomini, senza interna vita.

EDIPO
Piango con voi, figli. Conosco, non è incognita per me la febbre che vi spinge qui. E decifra, Edipo, tutto: che malati siete, tutti voi, e con voi nel male, anch’io… no, non c’è là in mezzo a voi malato quanto sono io. Ah sì, la vostra è fitta che aggredisce uno, solo lui, se stesso. Non dilaga. Ma io no. La mia anima è tutta un pianto, per Tebe, per me, per te. Vedi, non siete voi, adesso, a scuotermi da beati sogni. Lacrimo da tanto, ve lo dico; da tanto scorro strade, brancola il cervello.
Ho studiato tutto, io. E so una terapia, nessun’altra. L’ho applicata già. Eccola: Creonte, di Meneceo, il cognato, va su mio comando alle magiche sale di Febo. Deve farsi dire il gesto, o la parola, con cui faccia scudo, io, alla mia gente. Ma già confronto i giorni, calcolo tempi, e m’angoscia l’esito del viaggio: eh sì, mi pare assenza strana, che supera i limiti del tempo. Arriverà, arriverà. E allora sarà colpa mia, solo mia, se non concreterò le scelte, fino in fondo, che dio limpidamente dice.

SACERDOTE
Parola felice, la tua! Proprio ora questa gente m’annuncia il passo di Creonte, che s’accosta.

Sofocle, Edipo re – Edipo a Colono – Antigone (tit. originali Oidipoys Tyrannos – Oidipoys Epi Kolōnōi – Antigonī), Garzanti, Milano 2010 (prima edizione greca 429-425 a.C. – 406 a.C. – 442 a.C.). Traduzione di Ezio Savino.

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Sofocle

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://www.garzantilibri.it/default.php?page=visu_libro&CPID=666

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/04/11/sofocle-edipo-re-edipo-a-colono-antigone-grecia/

Barbara Nativi, Teatro

Barbara Nativi, Teatro, ubulibri, Milano 2006. 270 pagine.

Com’è normale in tutte le antologie, alcune pièce di questa raccolta sono migliori rispetto ad altre, ma in generale la qualità è molto elevata.

È difficile dire quali siano le mie preferite… Di sicuro mi è piaciuta molto G.G., una commedia su Girolamo Gigli, commediografo senese, che se ne ritorna a casa dalla moglie dopo essere stato a Roma a scrivere. Nasce così una bellissima commedia stile La bisbetica domata, solo che qui la moglie di Gigli è una bigotta che non fa che pregare. Poi c’è un prete che è una specie di maniaco sessuale, e altri personaggi, che portano Gigli quasi ad impazzire per quanto sono esasperanti. Una commedia molto divertente e che è stata un’ottima introduzione a questa autrice, benché le altre opere qui raccolte siano molto differenti.

Molto bella anche Non solo per me, dedicata a Frida Kahlo e Diego Rivera. È una pièce che parla di malattia, nello specifico di AIDS, ed è molto toccante, mettendoci di fronte ai problemi veri vissuti dalle persone sieropositive e dai loro partner.

Ritratti di fine secolo è una pièce molto interessante, che vuole narrare un intero secolo, dall’inizio dell’anno 1900 all’inizio dell’anno 2000. Per farlo racconta vari spezzoni nella vita di Sesto Fiorentino, il paese a cui Barbara Nativi è stata più legata.

Ma mi sono piaciute molto anche Dracula, che non porta mai sulla scena il conte, ma ne fa percepire la presenza attraverso la musica e tramite gli altri attori presenti sul palco. Un’opera molto sensuale, così come l’originale di Bram Stoker; Lettera del soldato, che parla di un soldato ferito in guerra che finisce per impazzire credendo di essere innamorato di una bambola ballerina. Discreta Lettera di bambola, che fa da contrappunto alla lettera del soldato.

Mi hanno lasciato un po’ più perplessa, sebbene ne abbia colto il valore artistico ed emotivo Io è un altro, dedicata ad Arthur Rimbaud, del quale vengono citati numerosi versi; Il prologo delle domande, sulla strage dei Georgofili del 1993. Non ho capito molto Stakanov allù, ma credo che sia solo un abbozzo.

Un discorso a parte, infine, merita Nervi e cuore, dedicata ad Antonin Artaud. La pièce mette in scena alcuni dèi caduti dal cielo, come il dio ermafrodito dell’omertà o la dea della guerra, ma non solo. All’inizio questi dèi sono devastati dall’idea di essere caduti sulla Terra e aver perso il loro posto nel cielo. Poi via via l’azione si farà sempre più sincopata e violenta, diventando in alcuni punti di una violenza inaudita e ricordando molto Sarah Kane, autrice molto amata da Barbara Nativi, ma che io francamente non apprezzo per niente, proprio a causa di tutta l’estrema violenza che metteva nelle sue opere. Tuttavia, nel caso della pièce di Barbara Nativi, la violenza non è per niente fine a se stessa, ma necessaria a rappresentare certi aspetti della vita, come ad esempio, appunto, la guerra, ma anche la violenza sessuale o la pena di morte. Di fatto è un’opera che a volte mi è risultata rivoltante, ma di cui ho capito il senso (o almeno credo), perciò alla fine l’ho apprezzata davvero tantissimo.

In conclusione, un’autrice che ho conosciuto così, per caso, e di cui purtroppo non ho mai visto nulla a teatro, ma che mi ha quasi folgorata.

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Elias Canetti, Dramen (Bulgaria)

Elias Canetti, Dramen, Fischer, Frankfurt am Main 1995. 245 pagine.

Hochzeit (Nozze)

L’intero dramma si svolge in una casa, la casa della vecchia Gilz che sua nipote Toni spera di ereditare alla morte della vecchia. In un appartamento di questo palazzo si svolge la festa di nozze di Christa e Michel, a cui sono invitati quasi tutti gli abitanti del condominio e altri conoscenti esterni. Intanto al piano terra la moglie del portiere sta morendo, e il portiere le recita brani dalla Bibbia mentre la figlia, ritardata mentale, se ne va di qua e di là per la casa ridendo. A un certo punto alla festa di matrimonio si decide di fare un gioco: cosa fareste, se ora ci fosse un terremoto e la casa crollasse, per la vostra persona più cara qui presente? E mentre giocano il terremoto arriva davvero e la casa crolla, con grandi crisi di follia da tutte le parti, com’è solito nelle conclusioni canettiane.

Il dramma ruota intorno a vari temi: il possesso, il sesso, l’incomunicabilità. Possesso, perché tutti pensano costantemente chi a ereditare la casa, chi a raderla al suolo per costruire sul terreno di propria proprietà, chi a possedere persone – ed ecco che si viene al secondo e più importante tema, il sesso. Il sesso pervade tutta la pièce, tutti cercano di andare a letto con chiunque durante la festa di nozze: la madre della sposa vuole insegnare a Michel cosa deve fare con Christa, l’ottantenne Bock non ha la puzza sotto il naso e gli vanno bene un po’ tutte, la piccola di casa, la quattordicenne Mariechen, cerca di sedurre lo sposo, e così via. L’incomunicabilità è tema canettiano per eccellenza, per cui come siamo abituati le persone si parlano ma non si ascoltano mai, sembra che chiunque parli soltanto con se stesso e non c’è mai vera comunicazione fra i personaggi.

Leggo il dramma per la seconda volta, la prima in lingua originale, ed è bellissimo ritrovare tutti i topoi canettiani, dalla cosiddetta maschera acustica (un set fisso di frasi ed espressioni che caratterizza ogni personaggio) all’incomunicabilità passando per la follia. Una vera opera d’arte, sebbene non possa certo superare la pièce seguente, la mia amatissima.

Komödie der Eitelkeit (Commedia della vanità)

Come tutti saprete, io adoro profondamente questa commedia, e trovo che sia quanto di meglio sia stato scritto da Canetti insieme ad Auto da fé. Ne parlai già nove anni fa su queste stesse pagine. Non so neanche contare quante volte l’ho letta, e ogni volta, anche dopo tutti questi anni, l’emozione è sempre la stessa della prima volta.

In una città immaginaria che, a causa della lingua usata, si direbbe Vienna (la commedia è scritta per buona parte in dialetto viennese), un fantomatico governo mette al bando tutti gli strumenti della vanità: ritratti, foto, specchi e tutto quanto sia atto a raffigurare le persone. Nella prima parte c’è una grossa festa a cui tutti debbono e vogliono partecipare, dove viene dato fuoco a tutti questi strumenti del demonio e vengono distrutti gli specchi mentre su di essi si riflette l’immagine dei distruttori. Nella seconda parte ci troviamo dieci anni dopo nella stessa città, la gente si ingegna come può per vedersi, per esempio le ragazze si specchiano l’una negli occhi dell’altra, oppure ci sono degli adulatori che vanno in giro ad adulare la gente dicendo loro quanto sono belli e ben fatti. Le autorità propongono misure sempre più drastiche, come cavare gli occhi alla gente, e intanto le persone si ammalano sempre più di una strana “malattia dello specchio” che le rende immobili e perse nel vuoto, quasi morte se non fosse che respirano ancora. Nella terza e ultima parte ci troviamo in un sanatorio, o meglio un bordello degli specchi, dove la gente paga per sedersi di fronte a uno specchio e guardarsi. La commedia termina con una rivolta della gente nel sanatorio, che prende gli specchi in mano ed esce urlando “Io! Io! Io!”.

Le simbologie di questo testo sono innumerevoli, credo nella mia tesi triennale, o forse era in quella specialistica, di aver tirato fuori addirittura Lacan, ma ora non ho nessuna voglia di annoiarvi con questo, visto che come mi si è detto le mie recensioni sono diventate più terra terra e tali vorrei che rimanessero. Basti dire che naturalmente è un testo infarcito di psicologia e psicanalisi, la tematica dell’io, dell’identità e perdita di identità è fortissima. Ma la cosa forse ancora più interessante è che questo testo fu scritto nel 1933, all’ombra dei roghi dei libri messi in atto dai nazisti, che impressionarono molto Canetti in quanto ebreo e in quanto uomo di cultura. Il rogo che troviamo nella prima parte rispecchia infatti quei roghi del ’33, è altrettanto pieno di esaltati e nasce da una simile ideologia repressiva e dittatoriale. La scena che più mi rimane impressa ogni volta che leggo la commedia è quella in cui Therese Kreiss comincia a correre verso il fuoco gridando “Ich bin eine Sau! Ich bin eine Sau!” (Sau è la femmina del maiale, giusto per intenderci).

Anche qui troviamo, forse ancora più forti e meglio sviluppati che in Nozze, le maschere acustiche e il tema dell’incomunicabilità. Qui ogni personaggio ha almeno una frase o dei modi dire che lo caratterizzano, e davvero nessuno ascolta l’altro, tanto che pare quasi più vano questo continuo parlarsi addosso che il vero e proprio volersi specchiare.

In definitiva, io penso che questo testo sia uno dei massimi capolavori della letteratura mondiale, e no, non sto esagerando per niente.

Die Befristeten (Vite a scadenza)

La terza e ultima opera che compone questa raccolta di teatro canettiano è l’unica che non avessi ancora letto, sebbene sapessi di cosa parlava.

Siamo in un mondo futuro, come sempre non ben definito, stavolta neppure dalla lingua perché il testo è scritto in tedesco standard. In questa società le persone non hanno nomi propri ma numero al loro posto, per cui si chiamano ad esempio Cinquanta, Ventotto e così via. Questo numero rappresenta l’età in cui moriranno e viene assegnato alla nascita, insieme a una piccola capsula da portare al collo e da cui è vietato separarsi. La capsula verrà aperta dal capsulano al momento della morte della persona: solo lui ha il diritto di vedere il suo interno, in cui sono contenute la data di nascita e quella di morte del legittimo proprietario. Nessuno mette in discussione l’ordine costituito, finché arriva Cinquanta, che non crede al momento: è così chiamato il momento per eccellenza, quello in cui la persona è destinata a morire – quel momento e non un altro. Infine scopriremo che Cinquanta non sa bene quanti anni abbia, e nessun altro può saperlo perché l’età corrente della persona è un segreto, e quindi è l’unica persona in questa società a non sapere quando sarà il momento della sua morte. Questo lo spinge alla ribellione, così che finirà per rompere e aprire delle capsule, scoprendo così che le capsule sono vuote e niente è certo! Il finale di questa pièce mi è sembrato piuttosto oscuro e non scritto proprio magistralmente, ma comunque come al solito tutto finisce in ribellione e follia collettiva.

Il tema qui è eminentemente filosofico, perché di nient’altro si parla che di libero arbitrio, di destino, di fatalità e fato. In un certo senso potremmo dunque dire che questa sia una commedia a tema religioso, in quanto la società che qui viene rappresentata si configura come altamente fideistica, poiché crede ciecamente a una verità data per assoluta e rappresentata dal capsulano, che ha vesti quasi sacerdotali. Cinquanta rappresenta per così dire l’ateo, il miscredente, colui che non può e non vuole credere alla verità rivelata, il ribelle.

Anche questa commedia, più tarda, è molto bella, ma manca secondo me dell’aura di capolavoro che circonda le due opere teatrali precedenti.

*

Il lettore italiano che volesse affrontare il teatro di Canetti dovrebbe essere ben motivato. Nel post di nove anni fa che citavo sopra parlavo di una prossima pubblicazione delle opere teatrali da parte della casa editrice Adelphi, ma a quanto ne so questa pubblicazione in tutti questi anni non è mai avvenuta – mentre se mi sbaglio e volete smentirmi sono la donna più felice del mondo. Credo negli anni Settanta, Einaudi aveva pubblicato la raccolta delle opere teatrali, che io trovai in una biblioteca di non ricordo dove, ma è rarissima e comunque fuori catalogo, quindi sta solo nelle biblioteche ben fornite.

Il lettore germanofono non cerchi la mia edizione Fischer perché è anch’essa fuori catalogo, ma esiste una più recente edizione Hanser. Che ve lo dico a fare, il teatro di Canetti è misconosciuto pure in patria (patria? quale patria? ma questa è un’altra storia…).

George Bernard Shaw, Plays Pleasant (Irlanda)

George Bernard Shaw, Plays Pleasant, Penguin, Harmondsworth – New York – Ringwood – Markham – Auckland 1981. 316 pagine.

Come tutti sapete, faccio fatica a recensire i classici, perciò posso solo scrivere un breve commento di questa incredibile raccolta di commedie. Raccolta che ho trovato anche migliore delle Plays Unpleasant.

Shaw è uno dei più grandi commediografi che siano mai esistiti, al livello di Ibsen o Strindberg. E leggere le sue opere è sempre un piacere indescrivibile, tanto che spesso mi sono trovata a ridere da sola come una scema, e per fortuna che ero in casa da sola.

Il libro raccoglie quattro commedie: Arms and the Man, che credo sia la migliore in assoluto, è una presa in giro del romanticismo che circonda il valore militare; Candida, che avevo già letto, è la storia di una donna forte amata non solo dal marito ma anche da un giovane poeta amico di famiglia; The Man of Destiny ha per protagonista Napoleone Bonaparte e una donna che si fa passare da uomo, una presunta strega; You Never Can Tell è una bella commedia in cui una famiglia separata viene a trovarsi riunita per un caso del tutto fortuito.

Un libro imprescindibile per chi ama il teatro, per chi ama la letteratura inglese/irlandese, per chi vuole saperne di più su Shaw. Leggetelo!

[Questo post è pubblicato anche sul blog delle letterature altre.]