J.B. Priestley, Benighted

J.B. Priestley, Benighted, Valancourt Books, 2018. Pubblicazione originale 1927.

Valancourt Books è una casa editrice americana che mi piace tantissimo e che ho scoperto grazie a Goodreads. In particolare si dedica a riscoprire classici dimenticati della letteratura horror, weird, gotica e vittoriana, ma pubblica anche libri a tematica LGBT. Se vi iscrivete alla loro newsletter potrete scoprire non solo le ultime novità, ma anche quale/i ebook mettono in promozione su Amazon ogni mese. A settembre trovate questo libro a 3 euro e vi consiglio di farci un pensierino. Quando ho letto la trama mi ha subito incuriosito e non ho potuto fare a meno di comprarlo e leggerlo subito.

Il filone a cui si ascrive questo libro non è tanto quello delle case infestate (haunted houses), quanto quello delle case sinistre che, come mi insegna la prefazione, era all’epoca un genere a sé, chiamato “old dark house”. Non ci sono strane presenze, ma è proprio la casa in sé, e in particolare i suoi abitanti, ad essere sinistra. Un aggettivo che ricorre spesso nel corso del libro è “putrido”: l’atmosfera della casa è descritta come putrida, a un certo punto si dice che uno dei personaggi sembra qualcosa in putrefazione. Naturalmente non bisogna prendere alla lettera questa aggettivazione: non stiamo parlando dell’aria che si respira in senso letterale, ma in senso lato. Un’atmosfera, una sensazione.

Il romanzo potrebbe sembrare ai nostri occhi pieno di cliché, ma dobbiamo ricordarci che è stato scritto quasi cento anni fa, nel 1927. All’epoca, si dice nella prefazione, questo della “old dark house” era un filone molto in voga, ma sicuramente (secondo me) era comunque un filone più “fresco” di quanto non sia adesso, quando ormai il cinema e la letteratura ci hanno abituato fino allo sfinimento alle case sinistre.

L’inizio del libro mi ha ricordato molto The Rocky Horror Picture Show, che infatti viene anche citato nella prefazione come una parodia del genere. Tre persone (marito e moglie più un loro amico) si sono perse nella campagna del Galles, sotto una pioggia torrenziale che arriva ad essere un’alluvione e a causare frane insuperabili. A un certo punto vedono le luci di una casa e, come nella migliore tradizione horror, ingenuamente decidono di chiedere riparo per la notte. Non vengono accolti bene dai tre abitanti della casa. Il maggiordomo o servitore o quel che è, Morgan, è un uomo muto e bestiale che mi ha ricordato molto il mostro di Frankenstein, e non sembra neppure capire cosa vogliano quegli estranei. Il signor Femm li accoglie in maniera estremamente riluttante, ma la sorella, Rebecca Femm, una vecchia quasi sorda, grassa e infernale nella sua mania religiosa, dice che i tre non possono restare. Tuttavia finiranno per restare.

L’atmosfera è sinistra, opprimente, gli inquilini della casa sono stranissimi ognuno a suo modo, e chiaramente nascondono qualcosa. I tre sfortunati protagonisti sono a loro volta bizzarri, in particolare Penderel, l’amico della coppia: da poco tornato dalla guerra, non ha trovato il suo posto in una società profondamente cambiata e ormai privata di quegli uomini che la rendevano vivibile e bella, morti in guerra e ormai sepolti. Penderel ogni tanto è preso da momenti di acuta depressione, o meglio da un senso di vuoto incolmabile: «uno stato d’animo ricorrente, che toglieva tutto il colore dalla vita e riempiva la bocca di cenere». Vediamo bene che lo stato d’animo di tutti quelli che si trovano nella casa non è dei più rosei e necessariamente le stranezze degli abitanti e della casa stessa finiscono per avere il sopravvento.

Non me la sento di dire molto di più sulla trama, è un libro molto breve (appena 182 pagine) e succedono diverse cose che sarebbe peccato svelare, anche se, oltre agli avvenimenti, a farla da padrona è l’atmosfera di sospetto, menzogna, non detto, oppressione.

Il romanzo mi è piaciuto enormemente e cercherò altri libri di Priestley. Chiaramente, giova ripeterlo, per apprezzare questo libro è necessario ricordarsi ad ogni pagina che è stato scritto quasi cent’anni fa, altrimenti si finirà per essere sopraffatti da quelli che al giorno d’oggi sono ormai cliché. Se siete in grado di fare questo, ve lo consiglio moltissimo, in particolare se siete amanti del genere.

Bram Stoker e Valdimar Ásmundsson, I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato – 1901

Bram Stoker e Valdimar Ásmundsson, I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato (tit. originale Makt Myrkranna), Carbonio Editore. Traduzione dall’inglese di Matteo Curtoni e Maura Parolini.

Questo è un libro particolarissimo, che suscitò un certo interesse all’epoca della sua pubblicazione in Italia, nel 2019.

Cominciamo dall’inizio. È una traduzione italiana dall’inglese, a sua volta una traduzione dall’islandese, a sua volta una traduzione dallo svedese, a sua volta una traduzione dall’inglese. Vi sta girando la testa e non ci pensate per niente a prendere in mano questo libro neanche per errore? Fermatevi, non lasciatevi scappare un’opportunità e lasciatemi spiegare.

Il testo di base è Dracula di Bram Stoker, che di certo non ha bisogno di presentazioni. Uscito nel 1897, nel 1899 fu tradotto in svedese, versione presa come base per la traduzione islandese uscita a puntate su un giornale locale nel 1900 e poi pubblicata in forma di libro nel 1901. A quanto pare, e per quanto possa sembrare incredibile, nessuno si era mai accorto, fino a qualche anno fa, che la traduzione islandese era ben lungi dall’essere una traduzione fedele dell’originale. Ma non si tratta di qualche libertà presasi dal traduttore, qualche licenza poetica o qualche errore. Non è solo il fatto che Jonathan Harker si chiama Thomas e Mina è Wilma, mentre Lucy Westenra è Lucia Western. È qualcosa che va molto più in profondità. Makt Myrkranna è una riscrittura di Dracula. Probabilmente basata su appunti di Bram Stoker e probabilmente, addirittura, Stoker stesso ha in qualche modo collaborato con Valdimar per la scrittura di questo libro. Perciò, nel 2017 Hans Corneel de Roos decide di ritradurre in inglese questa peculiarissima edizione islandese, che ha solo preso spunto da quella svedese, così come ha solo preso spunto dall’originale.

Il testo è corredato da introduzione, prefazione, postfazione e oltre 400 note: una chicca per studiosi, ma anche un libro di grande interesse per tutti gli appassionati di Dracula (certamente, guardatevi bene dal leggere I poteri delle tenebre prima di aver letto Dracula, se proprio siete fra quei pochi che non lo hanno ancora letto).

Il romanzo di Valdimar prende a pienissime mani da quello di Stoker, ma non è lo stesso romanzo. Assolutamente. I poteri delle tenebre è molto più erotico e molto più dark (anche se, in quanto a sensualità dark, il battesimo di sangue di Mina per me rimane inarrivabile). La prima parte, quella dove Jonathan (qui Thomas) Harker racconta il proprio soggiorno al castello del conte Dracula, è molto più lunga dell’originale e vi sono numerose differenze. Per fare un esempio, Harker non incontra tre donne conturbanti ma una sola, bellissima donna, che vede più volte e con la quale ha incontri anche parecchio “ravvicinati”. Ma le differenze non si fermano certo qui. Il conte risulta estremamente più malevolo che nell’originale, per quanto certamente lo fosse già in origine.

La seconda parte invece è enormemente condensata (se vi interessa, de Roos indica anche la differenza quantitativa di parole tra l’originale e la “traduzione”) e sembra molto tirata via. È composta da alcuni capitoli di appena qualche pagina l’uno, dove tutto viene raccontato con grande rapidità e, verrebbe da dire, sciatteria, quasi. Renfield non compare, il dottor Seward finisce per impazzire, la stessa fine del conte è diversa da quella che ci ha dato Stoker. Diciamo pure che la seconda parte fa perdere numerosi punti al libro, mentre la prima è veramente interessante.

Per concludere, è un libro estremamente interessante per tutti gli appassionati di Dracula e potete scegliere di leggerlo come un semplice romanzo o come un inestimabile documento, seguendo tutte le 400 e passa note di de Roos. Per parte mia, sono felice di averlo letto, anche se è ovvio che il romanzo di Stoker resta inarrivabile.

Claude Bleton, I negri del traduttore

Claude Bleton, I negri del traduttore (tit. originale Les Nègres du traducteuer), Voland, 2005. Traduzione dal francese di Paola Carbonara.

Aaron Janvier è un traduttore, o meglio lo era: ora è un alcolizzato che vive sotto un ponte. Questo libro è il racconto della sua vita che, tra una sorsata e l’altra, fa alla compagna di sventure Gilda, che lo ascolta senza capirlo. La cosa che Aaron preferisce è parlare di sé. Ma come ha fatto a passare dall’essere un traduttore acclamato a un senzatetto?

Aaron ha cominciato a scrivere a 10 anni, ma poi si è reso conto che sarebbe stato più semplice tradurre e si è avviato alla carriera di traduttore dallo spagnolo. Si è fatto rileggere la sua prima traduzione da un filosofo e, dietro consiglio di questi, ha adattato il libro per il pubblico francese. Successivamente ha continuato questa opera di “adattamento” con tutti gli altri libri che ha tradotto. Ma non è un semplice adattamento, sono vere e proprie riscritture. Per Aaron il pubblico francese è stupido e bisogna dargli quello che si aspetta. Per cui, i protagonisti pagano in franchi, l’azione si svolge a Parigi, e così via. Sarebbe troppa fatica per un lettore francese immergersi pienamente in atmosfere spagnole, no? Di conseguenza, la traduzione non ha più assolutamente niente a che vedere con l’originale.

Ma Aaron non si ferma qui: un giorno scrive un libro, ma crede che, piuttosto che pubblicarlo a suo nome, sia un’idea migliore pubblicarlo come traduzione. Da qui inizia il suo percorso: per anni scriverà delle traduzioni che poi sottoporrà ai suoi autori spagnoli, convincendoli a scriverne l’originale. Non vi torna? Già, il normale fluire editoriale si è sovvertito: prima Aaron traduce, poi l’autore scrive in base al suo canovaccio. Ma le cose non potranno sempre andare avanti per bene e senza problemi… Però non svelo altro per non rovinarvi il piacere della lettura, ho già detto fin troppo.

La cosa bizzarra di questo libro è per me lo status di grande intellettuale che Aaron ha sia in patria che in Spagna: lo chiamano per presentazioni di libri, tutti conoscono il suo nome, sembra essere quasi più famoso degli autori che traduce. Non so come siano le cose in Francia, ma qui in Italia uno status del genere lo raggiunge forse un traduttore su un milione, e di certo non arriva al punto in cui tutti conoscono il suo nome, se non nei circoli letterari.

Claude Bleton è un traduttore dallo spagnolo e questo è il suo primo romanzo. Ci parla qui della hybris del traduttore, hybris che ho visto varie volte all’opera nei circoli di traduttori che frequento, quando novelli traduttori editoriali arrivano lancia in resta a chiedere consiglio su come “migliorare l’originale”, perché magari una certa cosa (semplicissima) “non sarebbe compresa” da un lettore italiano. Aaron vuole fare il traduttore o lo scrittore? Ecco la terribile hybris del traduttore che in realtà vorrebbe essere scrittore ma si accontenta di tradurre, pur pensando di essere perfettamente in grado di fare meglio dell’autore da lui tradotto.

Mi è piaciuto molto questo libriccino di appena 120 pagine, forse perché l’ho letto da traduttrice, per quanto non essendo io una traduttrice editoriale sia (spero) in salvo da quella hybris. Consigliato ai traduttori ma non solo.

Stefan Grabiński, Il demone del moto

Stefan Grabiński, Il demone del moto (tit. originale Demon ruchu), Stampa Alternativa 2015. Traduzione dal polacco di Mariagrazia Pelaia.

Racconti fantaferroviari è il sottotitolo dato dalla curatrice Mariagrazia Pelaia a questo volume. E infatti c’è di tutto in questi racconti: treni fantasma, stazioni che appaiono dal nulla, treni che scompaiono, strani segnali ferroviari… e tanto altro. E, in tutti, il fantastico, strettamente legato al soprannaturale. Pare infatti che Grabiński, detto “il Poe polacco”, fosse un appassionato di occulto, parapsicologia e magia.

La raccolta, pubblicata in originale nel 1919, è stata un po’ ampliata dalla curatrice con altri racconti a tema ferroviario e comprende in tutto dieci racconti. La qualità media è alta, poi secondo me ce ne sono cinque che sono belli e cinque che sono eccezionali.

I miei preferiti sono “La zona morta” e “L’amante di Szamota”. Nel primo (che è anche il primo del libro, un bell’inizio col botto), una vecchia stazione e parte della ferrovia vengono dismesse, diventando così una “zona morta”, cioè non più utilizzata. Tuttavia, un anziano ferroviere ormai in pensione si offre come supervisore di quella zona e, non chiedendo in cambio denaro, gli viene concesso di “giocare” a fare ancora il ferroviere, come se non fosse mai andato in pensione. L’uomo tiene la stazione e i binari come un gioiellino, come se sapesse che a un certo punto i treni ricominceranno a passare da lì. Non posso ovviamente svelare come prosegue, ma l’ho trovato commovente.

“L’amante di Szamota”, invece, è l’unico fra i dieci racconti a non contenere elementi ferroviari, infatti non ho ben capito come mai sia stato inserito nella raccolta dalla curatrice, ma è talmente bello che è un’incoerenza che le va perdonata. Szamota comincia a ricevere delle lettere dalla donna, bellissima, che amava e che ormai non vive più nel suo paese. La cosa strana è che quando lei viveva lì sembrava non essersi mai neppure accorta di lui. Un giorno la donna torna al paese e gli dà appuntamento e da lì inizia un’appassionata e passionale frequentazione. Tuttavia, nel corso del racconto le cose si fanno sempre più conturbanti e disturbanti, ci accorgiamo presto che c’è qualcosa che non va. Fino al finale drammatico.

Ho molto apprezzato anche “Ultima Thule”, che parla dell’amicizia fra due ferrovieri che custodiscono la penultima e l’ultima stazione di una ferrovia di montagna. Anche qui c’è l’elemento soprannaturale alla fine.

Mi è piaciuto molto anche “La parabola della talpa di galleria”, dove il protagonista è un uomo che è nato e cresciuto sotto una galleria: la sua famiglia da generazioni era custode dei binari della galleria e il protagonista non ha mai visto la luce del sole, tanto che quando una volta si avventura all’uscita della galleria, la luce gli ferisce brutalmente gli occhi. Un giorno trova un passaggio tra le rocce e farà uno strano incontro…

Infine, molto bello anche “Un caso”, nel quale un uomo (tra l’altro mentre sta tornando dal funerale della fidanzata…) conosce in treno una donna, i due si innamorano e iniziano una relazione che li porta a vedersi solo ed esclusivamente in treno. Ma la donna è sposata…

Se vi capita per le mani questo o un altro libro di Stefan Grabiński, vi consiglio di dargli una chance perché il soprannome di “Poe polacco” non è immeritato. L’ho trovato un autore molto interessante, specie se si pensa che all’epoca (primi del Novecento) il fantastico non era un genere particolarmente in voga in Polonia. Sicuramente da approfondire.

Moussa Konaté, L’impronta della volpe (Mali)

Moussa Konaté, L’impronta della volpe (tit. originale L’empreinte du renard), Del Vecchio, 2018. Traduzione dal francese di Ondina Granato. Pubblicazione originale 2006.

Questo è il terzo libro della serie del commissario Habib, ma io ho iniziato da qui perché una volta l’ho trovato in offerta in ebook. Non risente comunque di questo fatto, perché la storia è autoconclusiva.

Siamo in Mali, paese dell’autore, più precisamente nella zona dove vivono i Dogon, un popolo ancora animista e saldamente ancorato alla propria terra e alle tradizioni della propria cultura. All’inizio del libro, un ragazzo scopre che la fidanzata lo tradisce con il suo migliore amico. La tradizione vuole che ci sia un duello (a mani nude ovviamente), perché nella cultura Dogon l’amicizia e l’amore sono sacri, mentre qui sono stati infangati entrambi. Purtroppo il duello non va come previsto e a morire saranno il ragazzo tradito e sua sorella, mentre l’amico traditore riporterà solo ferite non mortali. Eppure, il giorno dopo viene trovato morto, con il corpo orribilmente gonfio. Insieme a lui, anche un altro ragazzo viene scoperto morto allo stesso modo.

Il sindaco del paese, giovanissimo, si rivolge alla polizia della capitale perché crede che lui e i consiglieri comunali siano in pericolo e che presto saranno uccisi anche loro. L’inchiesta viene affidata al commissario Habib e al suo fido ispettore Sosso.

Non è un’indagine semplice, però: l’omertà fra i Dogon è immensa e comunque tutti credono che sia successo e basta, per il semplice volere di Amma, il loro Dio. Riusciranno Habib e Sosso a scoprire la verità e soprattutto a rimanere incolumi?

È un libro breve ma interessante, soprattutto per la possibilità di sbirciare nella cultura di un popolo, i Dogon, rimasto ancora legato ad antichissime tradizioni e così in contrasto con gli uomini di mondo della capitale Bamako. Non è certamente un capolavoro, anzi credo che si dimentichi in fretta (non ha niente di memorabile), però è una lettura gradevole.