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Joseph Diescho, Born of the Sun (Namibia)

Joseph Diescho, Born of the Sun, Friendship Press, New York 1988.

Born of the Sun, di cui sfortunatamente non esiste una traduzione italiana, è considerato il primo romanzo pubblicato in inglese da un autore namibiano. Purtroppo non credo che questo lo renda molto appetibile al mercato italiano, quindi suppongo che continuerà a essere necessario leggerlo in inglese (la lingua originale in cui è stato pubblicato) e a fare i salti mortali per trovarlo usato da qualche parte. A meno che qualche casa editrice illuminata non decida di smentirmi.

Joseph Diescho è nato in Namibia nel 1955 da una famiglia povera, ma ha avuto la fortuna di poter studiare, sia nel suo paese, sia in Sudafrica e alla Columbia University a New York. Ha pubblicato questo romanzo a 33 anni, nel 1988. La scrittura non appare molto matura, sebbene sia stato aiutato nella stesura dalla collaboratrice Celeste Wallin. Tuttavia lo stile passa in secondo piano, a mio parere, quando il libro vuole trasmettere un messaggio forte, com’è in questo caso.

Il protagonista del romanzo è Muronga, un uomo che è appena diventato padre di Mandaha. Lui e sua moglie Makena frequentano il catechismo nella missione tedesca locale, con l’intento di essere battezzati e poi sposarsi secondo il rito cattolico. Infatti, sebbene fossero già sposati con il rito tradizionale della loro tribù, per la Chiesa cattolica la loro unione non è valida ed essi vivono “nel peccato”.

La prima parte del libro si svolge in Namibia ed è principalmente dedicata al difficile rapporto di Muronga e Makena con la religione cattolica. Diescho dimostra molto humour nel descrivere le situazioni in cui i due si vengono a trovare, e i dialoghi sono a tratti divertenti, anche se comunque fanno sempre riflettere. I due coniugi, così come molti altri abitanti del villaggio, entrano a far parte della Chiesa cattolica per pura convenienza, per avere un buon rapporto con la missione e i colonizzatori. Tuttavia al prete e al catechista non importa davvero niente se i battezzandi capiscono o meno ciò che stanno studiando. Diescho afferma che i due non fanno che ripetere a pappagallo quello che hanno imparato al catechismo, e il prete è contentissimo così. Fra i momenti più esilaranti: quando Muronga non capisce se il papa sia un uomo o una donna, dal momento che indossa un abito, o quando i due non riescono a capire i nomi cristiani che verranno loro assegnati, e storpiano Franziskus e Maria Magdalena in Fiasco e Maria Magnet. Ma ci sono anche altri momenti dove si ride davvero.

A un certo punto agli uomini viene proposto di andare a lavorare nelle miniere in Sudafrica, in modo da guadagnare dei soldi che possano servire a pagare le tasse imposte dall’uomo bianco. Muronga e il suo amico Kaye decidono di andare, ma non finiranno nella stessa miniera (la quarta di copertina dice che i due si reincontreranno alla fine, ma come al solito le quarte sono scritte da gente che non ha letto il libro e si inventa le cose, e per di più svela pure il finale). La storia segue dunque Muronga, dalla Namibia, al Botswana, al Sudafrica. Qui sarà mandato a lavorare in una miniera d’oro e il tono umoristico decade completamente per farsi via via più serio.

Per farla breve e non svelare troppo (anche se un po’ inevitabilmente sì) dirò soltanto che Muronga capisce per la prima volta davvero cosa sia il dominio dell’uomo bianco sulla gente che invece in Africa ci è nata e ci vive dalla notte dei tempi. L’uomo bianco ha preso la terra agli africani e vuole prenderne sempre di più, e li costringe a pagare delle tasse per usufruire della terra che è sempre stata la loro. Inoltre la maggior parte degli uomini bianchi, e alcuni neri che sono asserviti al potere dei bianchi, trattano i lavoratori come animali. Sarà così che in Muronga nasce e si sviluppa una coscienza politica che lo spinge a battersi per l’indipendenza degli africani dal dominio dei bianchi.

In Sudafrica inoltre Muronga incontra anche l’apartheid, che gli era sconosciuto: emblematica è la scena in cui con degli amici finisce in un negozio “esclusivamente per bianchi” e rischieranno grosso quando vengono sorpresi dalla polizia. Sebbene, naturalmente, i poliziotti siano essi stessi neri.

Il libro è in sostanza una sorta di Bildungsroman, un romanzo di formazione in cui assistiamo al nascere della coscienza politica di Muronga. Dall’infanzia degli affetti di villaggio, all’adolescenza del viaggio verso la miniera, per arrivare alla maturità della presa di coscienza.

A mio parere si tratta di un libro importante in quanto ci fa vedere, sebbene in modo romanzato, come nasce una coscienza politica in una persona che inizialmente non si rende neppure ben conto di essere oppressa. Probabilmente ci sono altri romanzi, e migliori, sull’argomento, ma l’interesse di Born of the Sun sta, come dicevo all’inizio, anche nel fatto che siamo di fronte al primo romanzo uscito dalla penna di un autore namibiano. Inoltre, quante cose sappiamo della Namibia? Ben poche, direi.

In realtà si potrebbe dire moltissimo su questo libro, ma scelgo di fermarmi qui. Non è un libro facile da reperire, ma se ci doveste riuscire ve lo consiglio caldamente.

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Cingiz Ajtmatov, Occhio di cammello (Kirghizistan)

Cingiz Ajtmatov, Occhio di cammello (tit. originale Верблюжий глаз), Besa, Nardò 2013. Traduzione dal russo di Anna Maria Bosnjak.

Questa breve (99 pagine) raccolta di racconti è il centesimo libro che leggo per il mio giro del mondo, che oggi ci porta in un Paese, il Kirghizistan, di cui non sapevo assolutamente niente se non che si tratta di una ex repubblica sovietica. Ad essere del tutto sincera, facevo fatica anche a visualizzarlo su una carta geografica. Per cui, sebbene il libro non mi sia piaciuto granché, sono stata contenta di immergermi per un breve periodo nelle atmosfere di questo luogo per me sconosciuto.

Ajtmatov è stato un grande autore kirghiso, nato nel 1928 e morto nel 2008, convinto sostenitore del Partito Comunista sovietico e diplomatico oltre che scrittore. Questa raccolta di racconti risale al 1960, se non vado errata. Purtroppo la mia edizione non riporta alcun dato bibliografico, per cui mi sono dovuta affidare alle pochissime informazioni reperite online.

I racconti sono quattro, di vario spessore (e lunghezza): come accennavo non mi sono piaciuti molto, ma sono comunque interessanti.

Il primo, Lamento dell’uccello migratore, è quello che mi è piaciuto di meno, forse perché pieno di elementi religiosi, mitologici, spirituali soprattutto. In teoria questo avrebbe dovuto farmi apprezzare il racconto, fornendomi una finestra sulle tradizioni di questo popolo, ma è troppo lontano dalla mia sensibilità. Il contesto è quello del funerale di una giovane ragazza, a cui partecipa Kertolgo, moglie di Senirbaj. Non siamo però al funerale ma prima del funerale, quando Kertolgo si avvia a seguire il corteo funebre, ma prima si ferma a pregare sulle rive del lago, con il figlio Eleman accanto a sé. Molto impalpabile.

Il secondo racconto, quello che dà il titolo alla raccolta, è interessante. Ci troviamo in un kolchoz, nella steppa di Anarhaj, dove incontriamo varie figure fra cui le principali sono Kemel e Abakir. Il primo è un ragazzo studioso di etnologia e meccanica, che è andato nel kolchoz come addetto al vomere ma si ritrova suo malgrado a fare l’acquaiolo; il secondo è il trattorista che maltratta il giovane tutto il tempo. La loro è la storia di due giovani sovietici, il primo idealista il secondo più realista nonché meschino. Interessante la descrizione della vita nel kolchoz, vista attraverso gli occhi del giovane Kemel che pensa di essere arrivato in un paese d’oro, ma forse solo perché non ha ancora avuto modo di vedere la steppa nei momenti più duri? Tuttavia la vita nel kolchoz è fatta di duro lavoro, anche se c’è ancora un po’ di spazio pure per innamorarsi, forse.

Incontro con il figlio è a sua volta interessante. Il protagonista è un uomo ormai anziano che molti anni addietro ha perso in guerra l’amatissimo figlio, che era solo un ragazzo, ancora quasi imberbe. Il vecchio si mette in viaggio verso la tomba del figlio perché gli sembra di averlo sentito chiamare. È impazzito, diventato demente, o semplicemente non sopporta più il dolore di quella terribile perdita? Un racconto toccante, a mio parere.

L’ultimo, infine, brevissimo, è quello che mi è piaciuto di più. In Piccolo soldato il protagonista è un bambino di appena cinque anni, che non ha mai conosciuto il padre morto in guerra. Un giorno nel sovchoz arriva il cinema e viene proiettato un film di guerra. Il bambino è eccitatissimo perché a lui stesso piace giocare alla guerra con i suoi amici, in più è la prima volta che ha la possibilità di vedere un film. Per qualche motivo la madre indica uno degli attori dicendo al piccolo che quello è suo padre, e il bimbo se ne convince e corre a dirlo a tutti. Nessuno avrà il coraggio di dirgli che quello è solo un attore. Questo racconto, pur nella sua estrema brevità, 8 pagine, ci mette faccia a faccia con la speranza e il dolore di un bambino orfano di padre, e lo fa in maniera molto bella e delicata, facendoci vedere ciò che avviene con gli occhi del piccolo protagonista. Secondo me è il più riuscito.

La scrittura non mi è sembrata eccelsa, ma non so se questo dipenda dalla traduzione. Né lo saprò mai, non conoscendo il russo, quindi mi devo basare su quello che sono in grado di leggere. Per quanto la quarta di copertina paragoni Ajtmatov ai grandi scrittori russi dell’Ottocento, a me questa scrittura è sembrata piuttosto acerba e affrettata. Naturalmente io non sono nessuno per affermare una cosa del genere, ma il confronto con i russi dell’Ottocento senza ombra di dubbio mi è sembrato molto esagerato. Bisognerebbe, tuttavia, leggere altri libri dello stesso autore per sapere se questo paragone può avere qualche base di verità.

Tirando le somme, non è un libro che mi sento di consigliare, però può essere un’introduzione a un autore e a un Paese ignoti (o quantomeno poco noti) ai più, nella speranza di poter approfondire in futuro.

Fausto Vitaliano, Lorenzo Segreto

Fausto Vitaliano, Lorenzo Segreto, Laurana, Milano 2014.

Ringrazio innanzitutto il mio amico Antonino di Laurana Editore per avermi dato l’opportunità di leggere un libro che altrimenti non avrei mai conosciuto. Nonostante Antonino sia mio amico, la recensione sarà ovviamente imparziale, ve lo prometto.

È un libro di 314 pagine, lunghezza media direi, che ho letto abbastanza velocemente perché volevo davvero vedere come sarebbe andata a finire la vicenda di Lorenzo Segreto. Dire che questo romanzo tiene incollati alla pagina è forse un po’ esagerato, non è un thriller, ma comunque si legge piacevolmente e fa davvero venire voglia di sapere quale sarà la sorte del protagonista e degli altri personaggi.

La lettura è iniziata in modo per me molto piacevole, lo stile era interessante e la storia altrettanto. Partiamo con delle pagine scritte in corsivo in cui un uomo si trova di fronte a dei fascisti e nazisti e stringe a sé una bambina, pregandoli di lasciar andare la piccola e la madre di lei. I fascisti lasceranno andare solo lui e la bambina, e già qui le cose ci iniziano subito a sembrare strane, perché non si è mai sentito nei nostri libri di storia o nei racconti dei nostri anziani parenti che i fascisti lasciassero andare degli uomini. Donne e bambini, casomai (non necessariamente, come sappiamo), ma per dei fascisti uccidere una donna e lasciar andare un uomo, seppure con una bambina, era comportamento assai inusuale. Quindi il lettore comincia subito a farsi delle domande.

Subito dopo ci troviamo a fare la conoscenza del protagonista che dà il titolo al libro, un giovane che lascia la sua brillante carriera nel campo finanziario a Londra per poi approdare a Milano e finire in una società di recupero crediti, dove, come capiamo subito, le sue capacità sono un po’ sprecate.

Altri personaggi sono importanti nel libro di Vitaliano, pur se presenti in un numero minore di pagine. Ad esempio Valter, il fratello fascista di Lorenzo Segreto, o la madre dei due ragazzi, chiusa in un manicomio (attenzione però, Lorenzo Segreto, nel 2000, anno in cui è ambientata la storia, i manicomi non esistono più da un pezzo). O ancora Bianca Navel, la figura che comanda in Crediback, l’azienda milanese in cui Lorenzo Segreto viene assunto. Oppure Vincenzo Cotto di Leocata, anziano amico di Lorenzo che sembra aver le mani in pasta un po’ dappertutto. Tito Profeta, il nonno di Lorenzo e Valter. Adriana, la donna che frequenta Lorenzo. Sostanzialmente i personaggi principali sono questi.

La storia della famiglia Segreto, ma anche quella di Bianca Navel e la sua Crediback, ma anche quella del misterioso uomo sfuggito ai nazi-fascisti, incurioscono il lettore, che vuole sapere come si intreccino l’una con l’altra, vuole sapere come si svolgeranno, dove si incontreranno, perché, come. Naturalmente il lettore non viene accontentato subito, altrimenti non avremmo avuto bisogno di un romanzo di 300 e passa pagine, questo è evidente.

La storia, o le storie, hanno un narratore che sembra avere qualche ruolo nelle vicende narrate, ma solo nelle ultimissime pagine scopriremo di chi si tratta. Questo è uno stratagemma abbastanza interessante, tuttavia ho trovato il narratore lievemente irritante con il suo continuo ripetere “quello che posso dire di Lorenzo Segreto”. Senz’altro si tratta di una ripetizione voluta dall’autore e non certo di qualche tipo di caduta stilistica. Anzi, lo stile di Vitaliano mi sembra pensato molto attentamente. Ad esempio, dicevo prima che i manicomi nel 2000 non esistono più, ma è Lorenzo Segreto a usare quella parola, sebbene sia in bocca al narratore. Quello che voglio dire è che, sebbene il narratore racconti, utilizza le parole che userebbero i protagonisti e in particolare Lorenzo. In un certo senso, benché il narratore sia ovviamente esterno e onnisciente, ci fa entrare nei pensieri di Lorenzo Segreto tanto da parlare con parole che chiaramente potrebbero essere più del protagonista che del narratore stesso. Per fare un altro esempio, c’è un discreto uso di parole inglesi che senz’altro sono molto usate nell’ambiente lavorativo di cui Lorenzo fa parte, il che lo spinge anche ad anglicizzare alcune espressioni italiane, come quando usa la parola “eventualmente” per intendere “alla fine”. Ripeto, tutto questo, se lo attribuiamo al narratore, suona fastidioso, quasi come se Vitaliano non sapesse scrivere. Invece è mia ferma opinione che l’autore usi queste parole ed espressioni in modo del tutto intenzionale. In questo senso Vitaliano è un bravo scrittore, perché non credo sia da tutti fare questo tipo di gioco stilistico, per quanto possa in un primo tempo apparire semplice.

Il problema è che Vitaliano ha voluto mettere troppa carne al fuoco. Per cui man mano che il libro va avanti si avvicendano i colpi di scena, le rivelazioni, le scoperte, gli eventi inaspettati o invece indovinati dal lettore più attento. Tutto è collegato da un filo più o meno sottile, ma purtroppo alla fine del libro mi sono ritrovata, anziché piena di meraviglia, a guardare con un po’ di sorpresa e anche un po’ di fastidio in un calderone in cui era buttata un sacco di roba, sicuramente non a casaccio perché la logica c’è, ma tuttavia in eccesso, come se il calderone straboccasse. Naturalmente non posso dire più di questo perché vi rovinerei la lettura, però vi posso garantire che la mia sensazione è stata questa: “troppo”. Troppa roba, troppa carne al fuoco.

Il filo conduttore del libro è comunque la memoria, meglio del ricordo, perché il ricordo è solo parte della memoria e non la compone completamente. La memoria non è solo ricordare, ma anche tramandare. E il tema è anche, se vogliamo, il senso della vita. Il risvolto stesso ci dice che Lorenzo Segreto è tormentato da una domanda: “Per quale ragione sono al mondo?” Troverà la propria risposta alla fine, il proprio ruolo all’interno di questo mondo così caotico da sembrare in guerra.

Per concludere, il romanzo non è per niente brutto, anzi, ma la sensazione che mi ha lasciato non è del tutto positiva, per i motivi che ho tentato di spiegare.

Claudio Morandini, Neve, cane, piede

Claudio Morandini, Neve, cane, piede, Exòrma, Roma 2015.

Dopo aver letto e apprezzato Le pietre, ero molto curiosa di leggere l’altro romanzo di Claudio Morandini pubblicato da Exòrma nel 2015. Lo stile e l’inventiva di Morandini mi erano piaciuti molto, e volevo vedere se questo libro precedente era all’altezza del successivo. Lo è, senz’altro.

Anche con questo romanzo ci troviamo in montagna, in un vallone imprecisato in mezzo alle Alpi. Adelmo Farandola è un vecchio eremita che vive isolato da tutto e tutti in una baita situata in questo vallone, in mezzo al nulla più completo.

Facciamo conoscenza con Adelmo quando scende in paese a comprare le provviste per l’inverno imminente, e ci accorgiamo subito dei gravi problemi di memoria che lo affliggono: non si ricordava, infatti, di essere stato a fare provviste appena la settimana prima. Tornato a casa Adelmo trova un cane, ma non ne è molto contento, perché è abituato a vivere per conto suo e ama la solitudine. Eppure finirà per permettergli di stare con sé e diventeranno anche amici, tanto che il vecchio non riuscirà più a immaginarsi di poter stare senza il cane: «A lui la solitudine piace – di più, gli è vitale, e non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo. Ma a quel bastardo si è legato, e quando quello va via sente morirgli qualcosa dentro, e il tempo dilatarsi fin quasi a non scorrere più, e lo spazio di questa conca angusta espandersi fino a diventare un deserto immenso, e la sua persona rimpicciolirsi dentro a questo deserto, fino a ridursi a formica, a verme».

Altro personaggio del romanzo è un guardiacaccia che ogni tanto si mette a spiare Adelmo con il binocolo, pensando probabilmente che il vecchio sia un cacciatore di frodo. Il vecchio Adelmo Farandola non sopporta questa intrusione, soprattutto quando il giovane guardiacaccia viene da lui cercando di fare conversazione. Adelmo è abituato a silenzi lunghi mesi, quasi non riesce a parlare, e comunque sicuramente non gli interessa. Gli esseri umani non gli piacciono. Inoltre Adelmo ritiene che tutto nel vallone sia suo: animali, terra, aria. Ritiene dunque di non fare niente di male se ogni tanto uccide qualche animale, dato che tutto è suo.

Adelmo romperà la sua solitudine e il suo silenzio grazie al cane, che è un cane che parla, e con il quale l’uomo non disdegna di fare conversazione, anche se ovviamente non certo lunghi discorsi, a cui non è abituato.

Il piede comparirà dopo la metà del romanzo, ed è quello di un uomo sepolto da una valanga. Di più non vi dico perché è bene che leggiate da soli questo romanzo bellissimo.

Morandini è uno scrittore di chiaro talento, e dispiace che non goda di maggiore considerazione in patria (questo suo libro è stato tradotto anche in altri Paesi). Dopo aver letto due suoi libri, posso dire che lo trovo una voce fresca, forte, sicuramente molto piacevole da leggere. Ho trovato entrambi i romanzi interessanti e particolari, non le solite storie trite e ritrite che troppo spesso ci vengono propinate dall’editoria nazionale (e internazionale).

In questo romanzo Morandini dà voce a un uomo che è l’emblema del solitario portato all’estremo, del vero e proprio eremita. Inevitabilmente la solitudine autoimposta sembra far impazzire l’uomo, che perde la memoria, conversa col cane, e altro ancora. Inoltre il solitario di Morandini è un uomo che ha rinunciato, quasi, a qualsiasi parvenza di umanità: non si lava, nemmeno i denti e le parti intime, non si pulisce quando fa i suoi bisogni (perché non possiamo dire che vada in bagno, è un’espressione troppo civilizzata). È praticamente diventato una sorta di animale, sebbene abbia ancora sentimenti da uomo, in qualche modo.

Ecco, dare voce a un uomo che quasi ha rinunciato all’umanità, che quasi non è più uomo, a parer mio non deve essere stato facile. Adelmo Farandola è quanto di più lontano si possa immaginare dalla civilizzazione e anche dalla civilità. Un uomo civile, colto, quale può esserlo l’autore, fa uno sforzo creativo non indifferente per dar voce a un uomo incolto in tutti i sensi. Mi si dirà che lo scrittore fa sempre uno sforzo per dare voce ai proprio personaggi, basti solo pensare agli scrittori adulti che danno voce a dei bambini e amiliardi di altri casi. Questo è vero, sicuramente, ma volevo solo sottolineare come anche in questo caso la fantasia dell’autore si sia spinta così oltre da diventare realtà, perché è proprio così che io mi immaginerei un eremita.

Consiglio caldamente la lettura di questo libro e consiglio di fare la conoscenza di questo scrittore, che nel panorama italiano odierno mi pare una delle voci più limpide e solide.

Barbara Garlaschelli, Sirena

Barbara Garlaschelli, Sirena (mezzo pesante in movimento), Laurana, Milano 2014.

Barbara Garlaschelli è una scrittrice che ha pubblicato numerosi libri ed è stata anche finalista allo Strega nel 2010. Questo piccolo libriccino, che ha visto altre pubblicazioni in passato presso altri editori, è stato riportato in libreria da Laurana tre anni fa.

Questo libro è, potremmo dire, l’autobiografia di un incidente. In poche pagine (poco più di 100) condensa tutto il dolore vissuto dall’autrice, vittima di un incidente ormai 36 anni fa. Incidente che l’ha costretta in sedia a rotelle.

È estate, per la precisione il 3 agosto 1981, Barbara ha 16 anni, è una ragazzina. In vacanza al mare, si tuffa in acque basse e batte la testa su una pietra, con conseguente lesione della quinta vertebra cervicale. Rischia di morire, rischia di rimanere paralizzata dalla testa in giù. Nei primi tempi in ospedale, ci dice, riesce a muovere solo gli occhi (e la bocca, perché parla). Oggi, da adulta, riesce a muovere anche le braccia, ma non le dita delle mani. Questo grazie a una seria e durissima fisioterapia, iniziata al Niguarda di Milano e portata avanti in un ospedale di Heidelberg, in Germania.

Barbara fa tanti piccoli progressi durante la sua lunghissima permanenza in ospedale, ma subisce anche innumerevoli trattamenti che sono come delle torture per lei. Buchi nella testa, trazioni, gabbie, piaghe da decubito che rischiano la necrosi. Un inferno. Che però Barbara affronta sempre con ironia, con forza, con accettazione. È naturale, l’accettazione non arriva subito, ma fin da subito questa giovane ragazza riesce a fare forza a se stessa per fare forza anche agli altri. E gli altri, in special modo gli amatissimi genitori, la aiutano tantissimo, standole vicini, raccontandole scene di film che hanno visto, portandole il cibo da casa. E gli amici, che vanno a trovarla sempre, che non la abbandonano mai.

In tutto questo, dicevo, si sente forte e chiara l’autoironia dell’autrice e protagonista che, certo, piange di dolore in alcune occasioni, ma quando il dolore le dà tregua non si lascia mai scappare l’opportunità di un sorriso, una battuta, una risata. I momenti strazianti sono molti, come quando Barbara si rende conto davvero che non potrà più camminare, ma altrettanti sono i momenti in cui sa portare quanta più leggerezza possibile nella sua situazione e allo stesso modo nel libro.

Barbara Garlaschelli deve essere, è una donna straordinaria. Superare una simile difficoltà, una simile tragedia direi, con il sorriso sulle labbra, è cosa che pochi potrebbero fare. Naturalmente non dobbiamo pensare che sia una santa, è solo una ragazza, prima, e una donna, poi, estremamente forte e coraggiosa e, soprattutto, estremamente amante della vita.

La cosa che, se devo essere sincera, mi ha un po’ infastidito, è il far passare il messaggio che questa sia l’unica reazione possibile. Vero, probabilmente è l’unica possibile se si vuole andare avanti a vivere e farlo bene. Ma a un certo punto, per esempio, abbiamo alcuni passaggi del diario del padre, dove dice che Barbara ha affrontato la cosa “senza piagnistei”. Io non credo che chi si fa travolgere dal dolore di una simile tragedia faccia piagnistei. Però capisco il punto di vista di un padre nell’immediato dopo l’incidente. Tuttavia, traspare sempre, a mio parere, questo concetto, non detto, che la reazione di Barbara sia l’unica sensata. E come dicevo forse lo è, ma non posso fare a meno di capire chi invece, di fronte a una tragedia del genere, si butta giù, si chiude nel proprio dolore e non vuole uscirne. Non tutti siamo forti e coraggiosi, e non c’è niente di male in questo. Ognuno è diverso, ognuno con le proprie paure, esperienze, personalità.

A un certo punto nella postfazione Nicoletta Vallorani parla di un editor che non ha saputo cogliere l’ironia nel libro di Barbara Garlaschelli. Questo mi ha lasciato basita, perché l’ironia è tangibile, anche nei momenti di disperazione più profonda. Tuttavia, Vallorani prosegue a dire che “l’ironia è una risorsa importante nelle tragedie della vita” (vero), ma si spinge a dire che le dispiace per chi non capisce questo, che prova “un po’ di pietà”, ma “non troppa”. Le sue parole sono: “saper ridere del disastro è una dimostrazione di intelligenza e una caratteristica adattiva del nostro modo di essere al mondo. Chi non ce l’ha, per come la vedo io, ha la responsabilità di non averla cercata, e dunque di non aver voluto sopravvivere nel modo migliore”.

Premesso che nessuna di queste parole è dell’autrice, sono parole che mi hanno messo molto a disagio. È un po’ come dire al depresso “sei tu che non hai voluto sopravvivere nel modo migliore”. Naturalmente una persona che reagisce male a una tragedia che la colpisce non è necessariamente depressa, non sto dicendo questo. Può darsi che semplicemente non abbia la forza per affrontare qualcosa di più grande di lei/lui, che preferisca spegnersi, lasciarsi andare, e io in questo non ci vedo una responsabilità di non aver voluto vivere nel modo migliore. Ci vedo solo stanchezza, disperazione, fatica. E non c’è niente di male in questo, è una reazione “giusta” così come lo è quella dell’autrice.

Avrei voluto che questo fosse sottolineato, ma è evidente che l’intento dell’autrice era un altro, ovvero quello di far vedere come si può risorgere, come si può tornare ad avere una vita sì diversa, ma comunque che valga la pena di essere vissuta, fino in fondo. Legittimo, e lodevole. Solo, un po’ di dispiacere da parte mia.