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David Albahari, Sanguisughe (Serbia)

David Albahari, Sanguisughe (tit. originale Pijavice), Zandonai, Rovereto 2012. Traduzione di Alice Parmeggiani.

Di David Albahari ho già letto con immenso piacere L’esca e Zink, che ho recensito entrambi qui, e che mi sarebbe piaciuto moltissimo rileggere per riassaporarli dopo aver letto questo libro… cosa che non potrò fare, dato che i due libri sono scomparsi nel marasma del mio trasloco fiorentino di moltissimi anni fa, finiti nel pozzo oscuro insieme a svariate decine di altri miei libri. Inoltre, questi come tutti gli altri libri della casa editrice Zandonai sono ormai fuori catalogo a causa della chiusura della casa editrice trentina, che pubblicava libri meravigliosi e che era senza dubbio la mia preferita nel panorama italiano. Anche questo Sanguisughe sono riuscita a recuperarlo solo grazie ad AbeBooks e a una libreria che ne aveva ancora delle copie in magazzino.

Io credo fermamente che David Albahari, scrittore serbo, anzi kossovaro, trapiantato in Canada da molti anni, non abbia niente da invidiare ad autori postmoderni più famosi. A mio parere Albahari è uno scrittore eccezionale e meriterebbe di essere conosciuto molto di più, da chi ama la cosidetta literary fiction e il postmodernismo (gli altri forse preferirebbero starne alla larga, perché i suoi sono libri di difficile lettura e dunque anche difficili da apprezzare se non si ama questa corrente letteraria).

In questo libro si sente molto l’eco di Saramago per il modo in cui è scritto, ad esempio troviamo in entrambi gli autori l’assenza di segni di demarcazione quali virgolette o simili quando ci si trova di fronte a un discorso diretto. Inoltre lo stile mi sembra simile.

La peculiarità di questo romanzo, come di altri dello stesso autore, è il fatto di essere scritto in un unico paragrafo. Se questa può essere una difficoltà superabile in un libro di un centinaio di pagine, diventa estremamente più difficoltoso in un romanzo di 357 pagine. Tuttavia è importante non farsi scoraggiare, perché siamo di fronte a un libro di una bellezza eccezionale.

Ci sono, secondo me, due approcci opposti alla lettura di questo romanzo: lo si può leggere tutto d’un fiato (anche se è un po’ difficile vista la lunghezza) o lo si può assaporare molto lentamente. Il primo approccio è facilitato e anzi incoraggiato dal modo in cui il libro è stato scritto. Infatti, il romanzo in un unico paragrafo non è un mero vezzo tipografico, ma è dovuto alla natura stessa del fluire del racconto. Il narratore è il protagonista, che non ha nome, che racconta in prima persona dei fatti avvenuti sei anni prima, nel 1998, in Serbia, ovvero in un luogo molto lontano da quello in cui egli si trova in questo momento, anche se non sapremo mai quale sia il paese che ha accolto il narratore. Questi racconta la sua storia in un flusso continuo di pensiero, che è anche un flusso logico ininterrotto. Non ci sono stacchi, non ci sono pause. Gli avvenimenti si svolgono nell’arco di alcune settimane, quindi è evidente che vi sono comunque pause, notti passate a dormire, passaggi da un evento all’altro: tutto ciò che è inevitabile nella vita. Tuttavia il protagonista narra in modo continuativo, fluido, come lo scorrere di un fiume. Dicono che sia un flusso di coscienza, ma personalmente non sono del tutto d’accordo, perché quello che il protagonista ci racconta è una vera e propria narrazione, non è soltanto il flusso dei suoi pensieri.

Dicevo, dunque, dei due modi di approcciarsi a questo libro. Il primo, dicevo, quello di berlo d’un fiato, è favorito da questo modo ininterrotto di narrare. Il secondo, quello di assaporare lentamente il romanzo, si rende necessario quando si pensa alla complessità del romanzo stesso. Io, personalmente, ho seguito quest’ultimo metodo. A mio parere questo libro va gustato lentamente come quando si beve un buon vino: non ci si beve la bottiglia tutta intera in poche sorsate per ubriacarsi, ma la si assapora pian piano. Poi, bevendola tutta, ci si può ubriacare ugualmente se non si è esperti consumatori di vini, ma sarà un’ebbrezza raggiunta dopo aver davvero sentito il gusto del vino, e sarà appunto un’ebbrezza piacevole, non una di quelle ubriacature che alla fine ti fanno vomitare. Così è questo libro, o così è stato per me.

Peraltro, questo libro non è un libro, e come potrebbe essere altrimenti dato che ci troviamo di fronte a un romanzo postmoderno. È piuttosto «un sussurrare nel buio dalla mia finestra, un buio così fitto che la luce non può nemmeno filtrarvi». È una cosa che il protagonista sta scrivendo con una biro (all’epoca dei computer!) che prima o poi finirà l’inchiostro, e allora anche il racconto, che non è un racconto, terminerà. «I racconti sono ordinati, in essi i fili sono disposti in modo armonioso, mentre quello che sto componendo io è piuttosto un riflesso della vita, che è sempre caotica, dato che troppe cose avvengono simultaneamente». Chi crederà al racconto narrato dal protagonista? Ovvero, chi crederà che sia un racconto? Forse tutti, tranne colui che lo sta scrivendo. Ciò che abbiamo tra le mani (ma potremo davvero averlo tra le mani?), ci dice l’autore-protagonista, «non è un libro, bensì una confessione che, sul limitare del bosco, io pronuncio al vento, e così le parole, logore come sempre, scompaiono, si uniscono all’azoto e all’ossigeno e a chissà che altro ancora, tanto che nemmeno io, che sto raccontando questa storia, riesco a sentirle». Il fatto che questo libro non sia un libro è un leitmotiv di tutto il romanzo.

Ma di cosa parla, in definitiva, questo libro? Inizia con un uomo che si trova a passeggiare in riva al Danubio mangiando una mela e a un certo punto è testimone di una scena: un ragazzo dà uno schiaffo a una ragazza. L’uomo decide di seguire la ragazza, ma la perde immediatamente, per poi scoprire dei misteriosi simboli tracciati nel percorso da lui seguito: un triangolo inscritto in un cerchio, e al suo interno un altro triangolo rovesciato. Questi simboli saranno sparsi un po’ ovunque nel quartiere Zemun di Belgrado. Per cercare di decifrarli, il protagonista si mette alla ricerca di un suo vecchio compagno di scuola, poi diventato professore di matematica. Il tutto ci porta all’interno di un mistero che ruota attorno a un manoscritto denominato “Il pozzo”, intriso di materiale cabalistico, e che per giunta è un libro di sabbia, cioè un libro il cui contenuto varia ogni volta che lo si apre. Il manoscritto è infatti realizzato con la tecnica cabalistica dell’animazione della materia inanimata, ovvero la stessa tecnica utilizzata per creare il golem, che però in questo caso non crea un golem ma appunto un libro di sabbia, che si propaga «come un virus» anche all’interno di altri testi, se questi vengono messi a contatto mischiando le frasi dell’uno con le frasi dell’altro. Complicatissimo? Ancora di più di quanto possiate immaginare.

In definitiva, io penso che per apprezzare davvero fino in fondo questo libro sarebbe opportuno sapere qualcosa (o più di qualcosa) di cabala (ecco perché prima parlavo dell’essere conoscitori di vini). Ma del resto, quante persone al giorno d’oggi possono vantare una conoscenza, approfondita o anche superficiale, della cabala? Quanti non ebrei? Ma anche, quanti ebrei?

Di fatto tutto il libro ruota intorno alla cabala, ai triangoli, alla matematica e, di conseguenza, all’ebraismo e al violentissimo antisemitismo che c’era in Serbia in quel periodo storico. Tuttavia, il protagonista non è né ebreo né antisemita (Albahari invece proviene da una famiglia ebrea).

Si tratta, come avrete capito, di un testo complicatissimo: per la forma, per lo stile, per il contenuto, insomma per tutto. Io sono fermamente convinta di non averlo compreso fino in fondo, anzi forse non l’ho capito affatto, ma vi posso dire che è un’esperienza di lettura che toglie il fiato. Inoltre ho trovato la scrittura così bella da essere quasi commovente, come mi era capitato già leggendo gli altri due libri dello stesso autore.

Ora sto cercando di procurarmi gli altri libri dell’autore, anche se non tutti sono stati tradotti in italiano e nemmeno in inglese: alcuni li ho già in casa e spero di poterli leggere presto, gli altri che mi mancano spero davvero di essere in grado di procurarmeli.

«Questo in ogni caso non è un libro di sabbia che si può leggere come l’anima del lettore desidera, ma un testo sul quale l’anima del lettore si deve arrampicare con lo stesso sforzo con cui la mia anima sta scendendo lungo le pagine scritte, avvicinandosi inevitabilmente alla conclusione. Sì, è terribile che i libri abbiano una conclusione mentre la vita continua, in qualche modo questa circostanza svaluta qualsiasi sforzo di scrittura, perché significa che i libri sono sempre una misura per un qualcosa di concluso, per una grandezza finita, ci rammentano che abbiamo davanti a noi solo un limitato numero di giorni, settimane, mesi e anni, dopo i quali nulla ha più nessuna importanza, anche se è altrettanto possibile sostenere il contrario: che proprio la finitezza del libro ci aiuta a liberarci delle illusioni sulla vita eterna, non importa se intesa come possibilità reale o come simbolo religioso».

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Abdourahman A. Waberi, Transit (Gibuti)

Abdourahman A. Waberi, Transit (tit. originale Transit), Morellini, Milano 2005. Traduzione dal francese di Antonella Belli.

L’edizione originale di questo romanzo è stata pubblicata in Francia nel 2003. Il romanzo è il nono di Waberi, un autore che a vent’anni, nel 1985, lascia il suo Paese, Gibuti, per trasferirsi in Francia.

Ci ho messo un po’ a capire bene dove volesse andare a parare questo romanzo e, in definitiva, di cosa parlasse. Vi sconsiglio di leggere la quarta di copertina dell’edizione inglese, che mi è capitata sotto gli occhi per caso: svela completamente il finale, così come fanno alcune recensioni che ho letto. Peccato.

All’inizio di questo brevissimo romanzo ci troviamo a Parigi, all’aeroporto Charles de Gaulle, dove incontriamo Bashir e Harbi. Alla fine vi torniamo, ma il resto del romanzo si svolge a Gibuti, grazie ai ricordi dei due uomini, che vengono da quel Paese.

Bashir ha cambiato il suo nome in Bin Laden, ma l’uomo che lo accompagna gli sconsiglia vivamente di dire questo in Francia. Invece secondo Bashir questo nome è “terrifico”. Veniamo dunque subito al modo di parlare di Bashir, che deve essere stato complicatissimo rendere in italiano. Bashir sa chiaramente parlare bene in francese, la lingua dei colonizzatori, ma parla un francese molto sgrammaticato e particolare. Waberi, nei capitoli dedicati a Bashir, ci regala un linguaggio del tutto parlato, senza alcuna inflessione di alcunché di scritto o, non sia mai, addirittura letterario. Bashir parla così come parlerebbe a un suo amico, né più e né meno.

Harbi invece è un intellettuale, ma lo incontriamo solo nel prologo e nell’epilogo.

Nel corpo del romanzo sentiamo la voce di Bashir (molto), di Abdo-Julien, figlio di Harbi, di Alice, la moglie bretone di Harbi, e di Awaleh, il padre di Harbi. Ognuno racconta la sua storia, che è anche la storia di Gibuti. Bashir parla più degli altri, con la sua tipica prepotenza da ragazzo e da ex-soldato. Bashir è un gradasso, e anche un delinquente, che non fa che raccontare della guerra, delle sue “gesta” come militare (stupri et similia), dei suoi atti da teppista o meglio da vero e proprio delinquente. Alice è andata a Gibuti per amore dell’Africa, e lì ha trovato l’amore di Harbi, e insieme hanno dato vita ad Abdo-Julien, che già nel nome porta in sé due culture, e che al momento in cui parla ha 17 anni. Awaleh parla poco, ma quando lo fa rievoca le tradizioni del suo Paese.

L’epilogo è quello che dà un senso al libro, ed è abbastanza bello, in quanto (ve lo posso dire senza svelarvi niente) parla di esilio, dell’esperienza di immigrato, dell’attesa di asilo. Molto attuale anche se è stato scritto quasi 15 anni fa.

Tuttavia, il libro non mi è piaciuto nemmeno un po’, sebbene appunto il finale lo redima abbastanza. Ma non a sufficienza da farmelo apprezzare. Non metto in dubbio che Waberi sia uno scrittore molto abile e dotato, anche se è difficile dirlo davvero quando si legge un libro in traduzione. Tuttavia i suoi cambi radicali di registro sono notevoli a livello stilistico, e questo si sente anche in traduzione. Ma la storia non mi ha appassionato e, a dire il vero, nonostante riconosca l’abilità dell’autore, non mi è piaciuto neanche lo stile. La storia sarebbe stata interessante se avesse davvero parlato di esilio e di migrazione, e a suo modo questo libro lo fa, ma appunto a suo modo. Inoltre non ha abbastanza profondità (forse anche a causa della brevità) per farci entrare in sintonia con i personaggi, per farceli capire davvero. Bashir è un personaggio spregevole. Alice è una sognatrice. Abdo-Julien è un ragazzino. Awaleh è un pilastro della memoria. Harbi è quello più realista di tutti. Tuttavia non c’è scavo nella psicologia di questi personaggi, se non forse in quella di Bashir, che come dicevo è quello a cui sono dedicati più capitoli. Di fatto, è un libro con molto potenziale, ma che risulta piatto e monodimensionale. Non basta un buon epilogo di poche pagine a fare un buon libro.

Raharimanana, Lucernario (Madagascar)

Raharimanana, Lucernario (tit. originale Lucarne), Edizioni Lavoro, Roma 2000. Traduzione dal francese di Maurizio Ferrara.

Per me questa collana, “l’altra riva”, di Edizioni Lavoro, è sempre una garanzia. La casa editrice (della CISL) pubblica in questa collana autori di letterature meno conosciute, dimostrando molto coraggio nel portare in Italia libri che, vista la nostra continua diffidenza nei confronti di ciò che è “altro”, verosimilmente saranno poco comprati. E infatti alla fiera di Roma, Più Libri Più Liberi, sono sempre venduti in uno scatolone a pochi euro.

Ero dunque molto tranquilla nell’approcciarmi a questo libro, il primo di un autore malgascio pubblicato in italiano. Jean-Luc Raharimanana è nato nel 1967 in Madagascar e nel 1989 si è trasferito in Francia, dove vive, e infatti scrive in francese. Questo libro è stato pubblicato in Francia nel 1996 e tradotto in italiano nel 2000. Credo che nel frattempo Edizioni Lavoro abbia pubblicato un altro libro dello stesso autore, ma non ne sono sicura.

Si tratta di un libriccino di appena 90 pagine, una raccolta di brevi o brevissimi racconti. Marie-José Hoyet ci dice nell’introduzione che il Madagascar di Raharimanana (che poi non è mai nominato, l’ambientazione di questi racconti potrebbe essere qualsiasi paese) non è quello dei turisti, ma è quello più oscuro, cupo, nascosto, terribile. Questo non mi disturba, anzi, mi fa piacere conoscere un Madagascar più reale, anche se a leggere questa introduzione si tratta proprio del lato più oscuro del paese. Anche se, lo ripeto, il paese non è mai nominato, quindi francamente non mi spingerei a dire che l’autore con questi racconti abbia voluto rappresentare il suo paese. E lo spero bene, tra l’altro.

Questi racconti non sono solo cupi, ma sono di una violenza cieca abominevole. Dice Hoyet che in ognuno di questi racconti almeno uno dei protagonisti muore, e infatti così è. Ma le morti sono atroci, di una violenza inaudita, sempre per mano altrui, per mano di mostri che io non so quale mente possa mai partorire. La violenza di questi racconti è tale, ed è talmente totale, che io onestamente credo che non sia data nella realtà, o almeno lo spero. Alcune cose le abbiamo sentite fin troppe volte nei giornali o nei TG, come le storie di donne violentate e poi uccise. Ma altre cose io non voglio credere che esistano nella realtà, e non ve le sto neanche a raccontare perché le voglio dimenticare il prima possibile, anche se credo che popoleranno i miei incubi per un po’ di tempo.

Per me scrivere di violenza non è un problema, nel senso che sono cose che accadono nella vita reale, a volte addirittura quotidianamente, ed è giusto che se ne parli. Per esempio, è giusto che si parli di donne violentate e uccise, perché purtroppo sono fatti che avvengono spesso, troppo spesso. Certo, è sempre difficile leggere questo tipo di racconti o romanzi, ma ne vedo la necessità, vedo l’urgenza che l’autore sente nello scriverli. In questo caso, invece, non vedo alcuna necessità nel buttare in faccia al lettore tutto questo orrore.

Non per niente i racconti che ho minimamente apprezzato sono Vicoli e Strega, in entrambi i quali si parla di una donna violentata, con l’uomo che assiste impotente. Molto crudi anche questi, ma vi ho visto un barlume di necessità di raccontare fatti che realmente accadono. Strega poi finisce in modo veramente vile, perché la strega del titolo è proprio la donna violentata, che riesce a fuggire e viene presa per una strega dagli abitanti del villaggio, che inevitabilmente la linciano. Cosa che avviene spesso, seppure non in senso concreto, ma metaforico: pensiamo al linciaggio che subiscono tante donne violentate da parte di tante persone che non vogliono capire, linciaggio a parole, certo, ma che uccide quasi quanto la violenza fisica. In questo senso questi due racconti mi sono sembrati più realistici e, sebbene durissimi, li ho minimamente apprezzati. Gli altri sono degli orrori ambulanti, di cui non auguro la lettura al mio peggior nemico.

Poi possiamo dire che lo stile di Raharimanana è molto particolare, in quanto più che al parlato si avvicina al pensato, cioè ricalca fedelmente il modo in cui una persona terrorizzata potrebbe pensare: quindi un linguaggio frammentario, spezzettato, di cui a volte è anche difficile seguire il filo logico. Questo all’inizio mi sembrava un tratto interessante di questo autore, e probabilmente lo è davvero, ma andando avanti i racconti sono sempre più orribili, e francamente dello stile di scrittura non mi potrebbe interessare di meno.

Andrea Camilleri, I racconti di Nené

Andrea Camilleri, I racconti di Nené, Melampo, Milano 2013.

Nel 2006 Francesco Anzalone realizzò una sorta di intervista, che poi intervista non era perché mancava l’intervistatore, ad Andrea Camilleri per RaiSat Extra. Diversi anni dopo questa intervista è stata ripresa e le è stata data forma scritta: sono micro-narrazioni che vengono chiamate “racconti” perché, senza essere opere di finzione, sono comunque delle storie che Camilleri (Nené) racconta.

Questi “racconti” ci portano dall’infanzia di Camilleri, quando il piccolo Andrea era innamorato del fascismo e a 10 anni scrisse una lettera a Mussolini chiedendogli di poter partecipare alla colonizzazione dell'”Africa Italiana”, passando per la gioventù, fino a tempi più recenti. Camilleri ci parla della sua vita raccontandoci degli aneddoti, ma per forza di cose finisce per parlarci anche della storia italiana, della politica, del teatro, della letteratura, della Rai, e così via.

I protagonisti di queste storie sono personaggi famosissimi e parte del nostro patrimonio culturale come Luigi Pirandello, che Camilleri incontra fugacemente da bambino, quando questi va a casa sua a far visita alla nonna; Vittorio Gassman; Jean Genet; Marco Bellocchio… e tantissimi altri nomi. Camilleri ci porta dunque nel più profondo della cultura italiana degli ultimi novant’anni, e lo fa con la leggerezza che lo contraddistingue, un tocco di humour e, purtroppo, con molta brevità. Sarei potuta andare avanti a leggere per altre duecento pagine, invece purtroppo questo libro di pagine ne ha solo 153.

Un libro che si legge in un paio d’ore e che vi regalerà un piacevole spiraglio sulla vita di quest’uomo che, prima di essere scrittore, è stato regista, uomo di teatro, ha lavorato in radio, sul palcoscenico, per la TV. Consigliatissimo.

Journal-Gyaw Ma Ma Lay, La sposa birmana (Myanmar – Birmania)

Journal-Gyaw Ma Ma Lay, La sposa birmana (tit. originale birmano non indicato), O Barra O, Milano 2009. Traduzione dal francese di Giusi Valent.

Siamo in Birmania, in una piccola cittadina di provincia, verso l’inizio degli anni Quaranta. Wai Wai ha 17 anni quando conosce U Saw Han, vent’anni più vecchio di lei. La ragazza si innamora subito di questo strano birmano che vive come un inglese: pienamente colonizzato e asservito alla potenza dominante, pienamente assimilato. Vive in una casa con mobili sontuosi, mangia seduto a tavola con le posate, quando invece i birmani mangiano seduti a terra intorno a un tavolo basso, prendendo il cibo con le mani. U Saw Han beve alcolici, fuma sigarette inglesi, si comporta in tutto e per tutto come un inglese. Wai Wai è ricambiata nel suo amore: come potrebbe U Saw Han non innamorarsi del suo bel corpo, della sua bella carnagione, della sua dolcezza, dei suoi tentativi di comportarsi all’occidentale quando viene invitata a cena da lui con la sua famiglia?

E, naturalmente, i due si sposano. La famiglia di Wai Wai non è particolarmente contenta di questo matrimonio, perché sono intimoriti dai modi troppo occidentali di U Saw Han. Soprattutto il fratello di Wai Wai, un nazionalista birmano che lotta per l’indipendenza del Paese, non è contento della scelta della sorella. Ma la ragazza è innamorata e nessuno si sogna di impedire il matrimonio. Lei stessa è inizialmente dubbiosa, ma solo per il fatto di dover andare a vivere “lontano” dal padre malato, sebbene le due case siano a pochi passi l’una dall’altra.

Subito dopo il matrimonio ha inizio il dramma: U Saw Han è certamente innamoratissimo di Wai Wai ma, come direbbero oggi certi giornali, la ama troppo. Non è violento nei suoi confronti, o almeno non fisicamente. Ma esprime una violenza incredibile a livello psicologico. Wai Wai deve conformarsi al 100% ai canoni occidentali sposati dal marito: mangiare a tavola con le posate, non mangiare i cibi piccanti della tradizione, fare colazione con uova, pancetta, latte e burro, cambiarsi d’abito due volte al giorno… Ma il problema non è solo l’occidentalizzazione forzata e repentina, che pure Wai Wai vive con grande disagio e tristezza, legata com’è alle proprie radici. La violenza di U Saw Han si esplica anche sul piano relazionale: Wai Wai non deve passare troppo tempo con la sua famiglia di origine, le vengono fatte pochissime concessioni su questo, tanto che la donna si riduce ad andare a far visita a suo padre quando il marito è in ufficio. U Saw Han tratta sua moglie come se fosse una bambola di porcellana, una marionetta di cui è lui stesso a tirare i fili. Wai Wai deve fare esattamente quello che dice lui: dall’occidentalizzarsi al vedere raramente la famiglia allo stare a riposo perché lui la considera troppo debole per fare qualsiasi cosa.

Quando il padre di Wai Wai muore senza che lei sia riuscita a vederlo, perché il marito le ha proibito di andare a Rangoon, dove il padre si era ormai trasferito, Wai Wai conosce un primo (e unico) moto di ribellione, stroncato sul nascere dalla scoperta di essere incinta. Wai Wai è così disperata da non riuscire più a ribellarsi, da non provare quasi più niente, anche perché deve costantemente nascondere al marito le proprie emozioni. Ma non incolpa il marito della sua vita orribile, anzi dice esplicitamente che lui non ne ha colpa; secondo Wai Wai la colpa è soltanto sua perché è stata lei a decidere di sposarlo. Assistiamo quindi alla tipica auto-colpevolizzazione delle donne abusate dal proprio compagno (in qualsiasi modo esse siano abusate, perché la violenza psicologica non è inferiore a quella fisica).

In tutto questo il romanzo, scritto nel 1955 e considerato il più importante di questa scrittrice, è molto moderno, perché parla di una situazione che oggi vediamo accadere quotidianamente. La violenza sulle donne fa più orrore quando è fisica, quando si tratta di botte, quando arriva all’omicidio. Ma come dicevo la violenza psicologica non deve fare meno orrore, sebbene tutti noi tendiamo a percepirla molto meno – come avviene anche ai parenti di Wai Wai, che a un certo punto arrivano a pensare che tutto sommato U Saw Han ama molto la sorella e quindi lei deve sopportare (sebbene, per la maggior parte del libro, il loro punto di vista sia blandamente contrario al trattamento che il marito riserva alla moglie).

Sullo sfondo, la situazione politica della Birmania all’inizio degli anni Quaranta quando, scoppiata la guerra col Giappone, i nazionalisti sperano che questo li aiuti a ottenere l’agognata indipendenza dagli inglesi, solo per scoprire che non avverrà altro che la sostituzione di una potenza coloniale con un’altra.

È un libro che mi sento di consigliare caldamente, così come mi sento di consigliare di tenere d’occhio la casa editrice che lo pubblica, O Barra O, che io conosco e apprezzo già da tempo per il suo tentativo di diffondere in Italia la cultura e la letteratura asiatica.