Moussa Konaté, L’impronta della volpe (Mali)

Moussa Konaté, L’impronta della volpe (tit. originale L’empreinte du renard), Del Vecchio, 2018. Traduzione dal francese di Ondina Granato. Pubblicazione originale 2006.

Questo è il terzo libro della serie del commissario Habib, ma io ho iniziato da qui perché una volta l’ho trovato in offerta in ebook. Non risente comunque di questo fatto, perché la storia è autoconclusiva.

Siamo in Mali, paese dell’autore, più precisamente nella zona dove vivono i Dogon, un popolo ancora animista e saldamente ancorato alla propria terra e alle tradizioni della propria cultura. All’inizio del libro, un ragazzo scopre che la fidanzata lo tradisce con il suo migliore amico. La tradizione vuole che ci sia un duello (a mani nude ovviamente), perché nella cultura Dogon l’amicizia e l’amore sono sacri, mentre qui sono stati infangati entrambi. Purtroppo il duello non va come previsto e a morire saranno il ragazzo tradito e sua sorella, mentre l’amico traditore riporterà solo ferite non mortali. Eppure, il giorno dopo viene trovato morto, con il corpo orribilmente gonfio. Insieme a lui, anche un altro ragazzo viene scoperto morto allo stesso modo.

Il sindaco del paese, giovanissimo, si rivolge alla polizia della capitale perché crede che lui e i consiglieri comunali siano in pericolo e che presto saranno uccisi anche loro. L’inchiesta viene affidata al commissario Habib e al suo fido ispettore Sosso.

Non è un’indagine semplice, però: l’omertà fra i Dogon è immensa e comunque tutti credono che sia successo e basta, per il semplice volere di Amma, il loro Dio. Riusciranno Habib e Sosso a scoprire la verità e soprattutto a rimanere incolumi?

È un libro breve ma interessante, soprattutto per la possibilità di sbirciare nella cultura di un popolo, i Dogon, rimasto ancora legato ad antichissime tradizioni e così in contrasto con gli uomini di mondo della capitale Bamako. Non è certamente un capolavoro, anzi credo che si dimentichi in fretta (non ha niente di memorabile), però è una lettura gradevole.

Francesca Battistella, La verità dell’acqua

Francesca Battistella, La verità dell’acqua, Scrittura & Scritture, 2019.

Di Francesca Battistella avevo già letto La bellezza non ti salverà, che mi era piaciuto molto e mi aveva spinto ad approfondire la conoscenza di questa autrice (e di questa casa editrice). Devo dire che con questo secondo libro che leggo, l’autrice si conferma ottima e molto di mio gradimento.

Questo romanzo è molto diverso dal primo che avevo letto, perché non ha come protagonista la profiler Costanza Ravizza (che compare però in altri libri dell’autrice) ed è più giallo che thriller. L’ho trovato anche migliore dell’altro, la scrittura mi ha dato l’impressione di essere più matura. Il grado di coinvolgimento è lo stesso.

Giuseppe Guidetti è il proprietario di un’agenzia immobiliare sul lago d’Orta e riesce finalmente a vendere una villa per la quale stava ormai disperando: malandatissima, quasi in rovina, necessita di molti lavori di ristrutturazione e non ha ottima fama in paese. Eppure una coppia se ne innamora e decide di comprarla, così Giuseppe ottiene una lautissima provvigione dal proprietario, Walter Serra. Collegata alla villa e a Serra è la storia della scomparsa di un uomo e una donna, avvenuta trent’anni addietro.

Nel 1987 Corrado Ruga e la giovane cognata Lucia scompaiono nel nulla senza lasciare traccia. Erano amanti, Lucia era una donna libera e libertina e aveva una relazione anche con il ricco Walter Serra, allora fidanzato con un’altra donna. Corrado e Lucia sono scapppati assieme? O sono stati uccisi da Serra, geloso della giovane amante? Questo si chiede Giuseppe, che ha una spiccata inclinazione a indagare e ficcare il naso. Da qui parte la sua personale indagine per capire ciò che realmente accadde quella notte di agosto di trent’anni prima.

Il romanzo procede alternando capitoli che si svolgono nel 2017 e hanno per protagonisti Giuseppe, il fratello Andrea e la fidanzata Alessia, e capitoli che si svolgono nel 1987 e hanno per protagonisti Corrado, la moglie Adelina e la sorella di lei Lucia. Ho trovato interessante questo andare avanti e indietro nel tempo seguendo lo sviluppo di due vicende e due piani narrativi che si intrecciano.

È un giallo classico di stampo “cozy“, dove c’è un “investigatore” dilettante che ama ficcare il naso dove non dovrebbe e risolvere misteri. Il tono non è in realtà leggerissimo, ma è comunque ben diverso da libri più chiaramente thriller come La bellezza non ti salverà. Io l’ho trovato un’ottima lettura di intrattenimento, con una storia ben delineata, personaggi ben tratteggiati, tratti divertenti, una buona ambientazione: insomma, dal mio punto di vista ha tutte le caratteristiche “giuste” per essere un buon romanzo.

Peter May, L’isola dei cacciatori di uccelli

Peter May, The Blackhouse, SilverOak, 2011.

Ho scelto questo libro per l’ambientazione: l’isola di Lewis, nelle Ebridi Esterne, luoghi che mi piacerebbe molto visitare.

Fin MacLeod ha appena perso un figlio quando il suo capo lo costringe a tornare al lavoro, in maniera totalmente insensibile. E lo spedisce nell’isola di Lewis, di cui Fin è originario e da cui è scappato da ragazzo per andare all’università a Glasgow. Ora fa il poliziotto a Edimburgo e viene mandato sull’isola sia perché conosce il posto e la lingua, sia perché era stato lui a occuparsi di un altro omicidio a Edimburgo che aveva lo stesso modus operandi di quello appena avvenuto sull’isola.

La narrazione procede su due piani e questo forse ad alcuni potrebbe non piacere (a me è piaciuto): da un lato la narrazione in terza persona in cui vengono raccontati gli eventi attuali e la caccia all’assassino, dall’altro quella in prima persona in cui Fin racconta la sua infanzia e adolescenza sull’isola di Lewis.

Quello che mi ha molto colpito nel racconto dell’infanzia di Fin è il fatto che a scuola ai bambini venisse sostanzialmente proibito di parlare il gaelico, la loro madrelingua. O almeno, non potevano farlo in classe, e tutte le lezioni erano in inglese. Tanto che Fin viene preso in giro (dalla maestra per prima!) perché in prima elementare ancora non parla una parola di inglese. Infatti il suo vero nome è Fionnlagh e come in tanti altri casi viene anglicizzato.

La storia è interessante e ben narrata, mi è piaciuto arrivare a vedere come si svolgesse la conclusione e lo svelamento dell’assassino. L’ambientazione è eccezionale, soprattutto se pensiamo che diverse parti si svolgono ad An Sgeir, uno scoglio in mezzo all’oceano, dove ogni anno gli isolani vanno a uccidere i guga, pulcini dal gusto prelibato (da qui il titolo italiano).

Lo consiglio agli amanti dei thriller e anche a coloro che cercano ambientazioni intense.

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[Libro pubblicato in italiano da Einaudi con il titolo L’isola dei cacciatori di uccelli.]

Ilaria Tuti, Ninfa dormiente

Ilaria Tuti, Ninfa dormiente, Longanesi, 2019.

***Attenzione: alcune parti di questa recensione sono spoiler. Non vi svela chi è l’assassino ma forse potreste preferire leggerla solo dopo aver letto il libro.***

Dopo aver amato moltissimo Fiori sopra l’inferno, ero veramente curiosa di leggere questo secondo capitolo della “serie” di Teresa Battaglia (tra virgolette, perché non so se l’autrice ha intenzione di scrivere altri libri con la stessa protagonista).

Resto del parere che Ilaria Tuti sia una scrittrice eccezionalmente dotata, cosa tra l’altro di cui si è reso conto mezzo mondo, visto che il suo primo libro è stato tradotto in moltissime lingue e anche questo vanta già diverse traduzioni. Tuttavia, temo che questa fama, forse inaspettata dalla stessa autrice, abbia un po’ nuociuto alla riuscita del romanzo. Come ho letto in altre recensioni, a tratti la scrittura e la trama sembrano davvero un po’ troppo ammiccanti. Faccio un esempio banalissimo: a un certo punto vengono menzionati dei fantomatici “paramedici”. Peccato che questa figura, spiccatamente anglosassone, in Italia non esista: però è un ottimo termine se l’intento è fare presa su un pubblico anglosassone, no? Oppure, vogliamo parlare delle decine di colpi di scena che lasciano con il fiato sospeso alla fine di ogni capitolo?

A mio parere, il principale pregio di Tuti è la capacità di dare particolare rilievo all’ambientazione, che normalmente sarebbe secondaria in un thriller. In questo romanzo l’ambientazione è di nuovo quella delle montagne friulane, e l’autrice è davvero brava a trasportare il lettore in quei paesaggi meravigliosi.

Un’altra cosa che mi è piaciuta tantissimo e che ho trovato affascinante è stata l’enfasi sulla cultura resiana, che sentivo nominare per la prima volta. La Val Resia è una valle del Friuli, la cui popolazione è del tutto particolare e, se ho ben capito, risulta tuttora un mistero per gli studiosi. Il patrimonio genetico dei resiani è diverso da quello di qualsiasi altra popolazione europea, e non si capisce bene da dove siano arrivati gli abitanti di questa valle, sebbene ci siano numerose ipotesi. Anche la lingua resiana è del tutto particolare, trattandosi di una lingua protoslava. Molti la ritengono un dialetto sloveno, ma a quanto pare si è sviluppata prima ancora che lo sloveno nascesse come lingua, quindi l’ipotesi pare un po’ opinabile. Un personaggio del libro parla anche di questo e l’ho trovato estremamente interessante. Tra l’altro, l’UNESCO, nell’Atlante mondiale delle lingue in pericolo, la classifica come lingua “seriamente in pericolo”, in quanto parlata da appena un migliaio di persone.

Fino ai due terzi ho apprezzato moltissimo il libro, sebbene non privo di qualche sbavatura. Esempio: da un’autrice che, come dicevo recensendo il romanzo precedente, sembra avere un’approfondita conoscenza della psicopatologia, francamente non mi aspettavo l’uso del termine “borderline” per definire uno psicopatico. I borderline sono già abbastanza stigmatizzati senza l’aiuto dei romanzi, grazie. Oppure: ma veramente qualcuno può credere che un trauma profondo, che ha plasmato e tormentato l’intera esistenza di una persona per anni, possa essere risolto in qualche manciata di minuti solo grazie alla rassicurazione di una persona cara? Dato il mio interesse per la psicologia, questi scivoloni mi sono davvero dispiaciuti. E tuttavia, questo non ha troppo pregiudicato il piacere della lettura.

Passati i due terzi, purtroppo, questo piacere è declinato rapidamente. La risoluzione del mistero è arzigogolata, ci sto pensando da quasi ventiquattr’ore e ancora faccio un po’ di fatica a mettere insieme tutti i fili. E attenzione: non sto dicendo che la soluzione sia ingegnosa, non è il classico “non ci sarei mai arrivato” che porta ad apprezzare l’inventiva di uno scrittore di thriller/gialli. No, è proprio un arzigogolo pazzesco che si segue a fatica.

Altra obiezione che ha contribuito fortemente a diminuire il mio giudizio sul romanzo: tutto il discorso sul culto della dea e la gioia di essere madre. Ilaria Tuti, nella postfazione, cita Marija Gimbutas: caso ha voluto che proprio due o tre settimane fa io avessi letto un lungo articolo sul suo lavoro relativo all’Europa Antica, qui citata più volte. In soldoni, ma proprio in estrema sintesi, Marija Gimbutas è stata un’archeologa e antropologa che ha teorizzato l’ipotesi Kurgan, studiando la diffusione della lingua e cultura indoeuropea in Eurasia e ipotizzando una società matriarcale distrutta dai popoli da lei chiamati Kurgan. Ora, nell’articolo che ho letto e che purtroppo non saprei come ritrovare, si spiegava come questa teoria sia estremamente controversa e, sebbene alcuni studiosi la paragonino per importanza al ruolo avuto dalla Stele di Rosetta nella comprensione dei geroglifici, mi è parso di capire che gran parte del mondo accademico la consideri una teoria a dir poco bizzarra e sostanzialmente assurda. Tanto che quello che ho desunto dall’articolo è che studiose come Gimbutas hanno recato grave danno al femminismo, con le loro teorie basate su una distorsione dei fatti, nell’intento di perorare l’idea che la civiltà primigenia fosse matriarcale e non patriarcale. Naturalmente non so niente di antropologia e archeologia, quindi magari quell’articolo era di parte, però mi sento di dire che magari l’idealizzazione del mito della donna-dea-madre possa essere controproducente.

Il mio giudizio complessivo sul libro è positivo, però devo ammettere che passato un giorno dal termine della lettura mi sto intiepidendo.

Edward Atiyah, The Cruel Fire

Edward Atiyah, The Cruel Fire, Doubleday & Company, 1962.

Non troverete molte informazioni su Edward Atiyah, né tantomeno su questo libro. L’ho scoperto per caso su Project Gutenberg Canada e la brevissima descrizione mi aveva intrigato. Per la legge italiana sul diritto d’autore il libro non è fuori diritti ma, essendo del tutto introvabile, l’unico modo per leggerlo è scaricarlo dal sito canadese, dato che in Canada i libri diventano di pubblico dominio 50 anni dopo la morte dell’autore (contro i 70 dell’Unione Europea).

L’autore è libanese ma viveva in Inghilterra. Il romanzo è ambientato in Libano ed è un giallo atipico, ovvero, come dice Project Gutenberg Canada, non è incentrato tanto sulla scoperta dell’assassino quanto sul tentativo di tenere nascosto l’omicidio.

Il romanzo si svolge a Barkita, un piccolo villaggio libanese, e il protagonista è Faris Deeb, commerciante e piccolo proprietario terriero, ricco e di un’avarizia senza pari. Faris Deeb vive con la moglie, l’anziano padre e tre figli: tutti i componenti della famiglia vivono nel terrore e odiano profondamente il capofamiglia, che non perde occasione per aggredirli sia verbalmente che fisicamente.

Un giorno Faris Deeb si reca a Tripoli (sì, esiste una Tripoli in Libano ed è anzi la seconda città più importante e popolosa del paese) per una transazione d’affari: ha intenzione di comprare un terreno e l’agente immobiliare, per farselo amico e persuaderlo all’acquisto, lo porta in un cabaret. Qui si esibiscono donne bellissime e seminude, fra cui un’egiziana che per Faris Deeb è praticamente una dea. L’uomo, sessualmente frustrato, prova per la ballerina un desiderio che riesce a stento a reprimere.

Tornerà poco dopo a Tripoli per ottenere l’oggetto del suo desiderio, pensando che la donna sia una prostituta, oltre che una ballerina. Purtroppo il suo desiderio rimarrà frustrato e così, reso cieco dalla lussuria e dall’odio, Faris Deeb finisce per tornare a Barkita, dove stupra e uccide una giovane e bellissima attrice americana in vacanza.

Faris Deeb non prova nessun rimorso per il suo crimine: non era partito con l’intenzione di ucciderla, ma la ragazza si è ribellata (a quanto pare non era così vero che le donne americane in Libano non aspettano altro che farsi concupire da un libanese). Faris Deeb si giustifica pensando di essere stato provocato da quella “sgualdrina”. Ora il suo interesse principale è nascondere il cadavere.

Seguono numerose vicissitudini e incredibili errori che porteranno inevitabilmente i suoi familiari a sospettare di lui. Il rapporto di potere si è invertito clamorosamente: ora è Faris Deeb ad avere paura di moglie e figli.

Certo, possiamo definire questo romanzo un giallo, ma più ancora di questo è un’indagine psicologica: un personaggio violento e mostruosamente avaro, una famiglia che lo odia ma anche lo teme, una moglie in cui l’odio è più forte della paura, la colpa, il desiderio di non farsi scoprire, il sospetto. Fino all’epilogo, inaspettato ma del tutto logico nel contesto.

Sicuramente non è un capolavoro della letteratura, ma penso che sia stato ingiustamente dimenticato perché è davvero un buon libro.