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Ilaria Tuti, Fiori sopra l’inferno

Ilaria Tuti, Fiori sopra l’inferno, Longanesi, Milano 2018.

Apparentemente questo thriller è il caso editoriale dell’anno e già varie case editrici straniere ne hanno acquistato i diritti di traduzione. Dico “apparentemente” perché io non ne sapevo niente: come sapete non mi interessano minimamente i bestseller del momento, non seguo le classifiche di vendita, non mi incuriosiscono i libri messi in primo piano in libreria. Sono dunque arrivata del tutto impreparata a questo romanzo. Mi è stato consigliato su Goodreads da qualcuno di cui purtroppo non ricordo il nome. L’ho trovato intrigante, anche perché mi è stato detto che c’erano delle bellissime descrizioni di paesaggi di montagna, perciò ho voluto provare.

Non so quante volte mi sia capitato di essere letteralmente travolta e frastornata da un bestseller. È vero, sono un po’ snob forse, ho sempre il sospetto che i libri “rivelazione” siano specchietti per le allodole. E invece, quanto mi sono dovuta ricredere in questo caso! Un caso di libro realmente bellissimo, forse addirittura eccezionale. Non so se sono spinta dall’emozione del momento a definirlo così (ne ho appena terminato la lettura), solo il tempo saprà dire se sarà un romanzo che resta oppure no. Ma secondo me, adesso, Ilaria Tuti non ha niente da invidiare a tanti autori americani. Penso per esempio a Riley Sager, autore di un altro thriller “rivelazione”, Final Girls. Le sopravvissute, che ho letto due mesi fa trovandolo assai debole.

La protagonista di questa storia, che almeno per ora non è una serie, è Teresa Battaglia, un commissario di polizia ormai di una certa età, fiera, battagliera, tostissima, ma anche, sotto sotto, tanto fragile. Insieme a lei c’è la sua squadra di polizia e il nuovo, giovane ispettore Massimo Marini venuto da un’altra città. A Travenì, paese inventato che porta i tratti di qualche piccolo paese del Friuli montano, c’è stato un brutale omicidio, e la squadra di città comandata da Teresa Battaglia è chiamata a investigare.

Il libro non risparmia particolari violenti: è pur sempre un thriller, non un giallo, perciò la violenza c’è e si vede. Vedremo, tuttavia, quanto la violenza psicologica possa risultare persino più brutale e aberrante di quella fisica.

L’autrice scrive in maniera che oserei definire pressoché perfetta, in particolare trovo che abbia un vero dono per i dialoghi, che suonano sempre naturali grazie alle scelte stilistiche colloquiali a volte anche a spese della correttezza grammaticale. Qualcosa di veramente raro: è mio parere personale che gli autori odierni (non parliamo di quelli “classici”, perché un tempo i dialoghi erano quanto di più innaturale si possa immaginare) non siano il più delle volte in grado di scrivere dialoghi convincenti, che suonino davvero naturali.

Le descrizioni dei paesaggi montani invernali sono bellissime. Io un po’ conosco quelle zone, anche se certamente non posso dire di conoscerle bene, e mi è sembrato di rivederle leggendo questo romanzo. Fa sicuramente venire voglia di andare in quei luoghi, sebbene la gente del posto non sia certo descritta in maniera positiva, risultando invece chiusissima, ottusa e omertosa.

Inoltre, la trama, lo svolgimento, la scoperta del colpevole, tutto è perfetto e assolutamente imprevidibile. Nessuno potrebbe mai dire di essere riuscito a capire chi sia l’assassino prima che questo ci venga svelato. Mi sento di dirlo con certezza. C’è poi un altro “cattivo” che forse è meno difficile da scoprire, ma non per me, che sono completamente cascata dalle nuvole.

Un thriller originalissimo, se lo leggerete capirete perché mi spingo fino a dire che a nessun altro scrittore sarebbe venuta in mente un’idea tanto particolare per un romanzo. Ilaria Tuti dimostra un’ottima conoscenza della storia e soprattutto della psicopatologia, da cui ha attinto a piene mani per questo romanzo.

Se o quando questa autrice scriverà altro, lo voglio assolutamente leggere.

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Agatha Christie, L’assassinio di Roger Ackroyd – 1926

Agatha Christie, The Murder of Roger Ackroyd, HarperCollinsPublishers, London 2013. Edizione originale 1926.

Di Agatha Christie ho letto molti libri da adolescente, anzi possiamo dire che è stata l’autrice che mi ha davvero appassionata alla lettura. Naturalmente leggevo, e molto, anche da bambina, ma penso di aver iniziato ad amare la lettura proprio con la Christie. C’è stato un periodo in cui amavo particolarmente i gialli, che poi per sovraccarico non ho letto per anni, per poi riavvicinarmi al genere da qualche anno a questa parte, e con grande soddisfazione.

Questo romanzo, originariamente pubblicato nel 1926, è uno dei più famosi e amati di Agatha Christie, ma stranamente non lo avevo mai letto. E devo dire che finora è quello che mi è più piaciuto fra i molti che ho letto di questa grandissima autrice.

Il narratore è il dottor Sheppard, il quale verso l’inizio del libro viene informato con una telefonata che il suo amico Roger Ackroyd è stato trovato morto nella propria casa, proprio pochi minuti dopo che il dottore l’ha lasciato. Si tratta in maniera del tutto evidente di un assassinio, dato che l’uomo è stato pugnalato, ma la stranezza è che la porta era chiusa a chiave dall’interno, sebbene vi fosse tuttavia la possibilità di entrare nello studio dalla finestra, e la probabilità che ciò sia avvenuto. Quella sera Ackroyd aveva chiesto espressamente di non essere disturbato, perché doveva occuparsi di una questione della massima delicatezza e importanza per lui. Chi, dunque, è riuscito nonostante il divieto e la porta chiusa a intrufolarsi nello studio e a uccidere l’uomo?

Si tratta di un giallo insolito, come si vedrà in particolar modo dalla conclusione, sebbene in seguito il format del delitto commesso in una stanza chiusa sia stato ripreso da più parti. Molti recensori hanno scritto che la conclusione è giunta per loro in modo del tutto inaspettato, io invece devo dire che, da un certo punto in poi, un po’ me lo aspettavo, sebbene io di solito non sia per niente brava nello scoprire il colpevole nei romanzi gialli. Questo, tuttavia, non mi ha tolto in alcun modo il piacere della lettura. Il romanzo è scritto benissimo, come altrimenti non potrebbe essere vista l’acclamata autrice, e la soluzione è comunque ingegnosa, anzi lo è molto, specialmente per l’epoca. La Christie è stata senza dubbio maestra in questo genere, e di certo non devo essere io a dirvelo. Ad ogni modo c’è sicuramente un motivo se questa autrice viene considerata la grande signora del giallo. Lo scoprirete leggendo qualsiasi suo romanzo ma, oserei dire, questo in particolare.

Non posso dire molto più di questo perché vi rovinerei tutto il gusto della lettura: più vi approcciate impreparati a questo romanzo e meglio è. L’unica cosa che posso dire è che ve lo consiglio caldamente, più ancora di altri suoi libri.

Remo Bassini, La notte del santo

Remo Bassini, La notte del santo, Fanucci, Roma 2017.

Di Remo Bassini ho letto diversi libri: alcuni mi sono piaciuti moltissimo, altri un po’ meno, ma quello che ho notato in tutti è l’ottima abilità scrittoria dell’autore. Uno stile fresco, che si fa leggere con avidità e piacere, una capacità di creare trame sempre interessanti e mai banali. Non è la prima volta che dico che secondo me dovremmo tutti tenere in maggior considerazione questo autore, che a parer mio è una delle migliori voci del panorama italiano contemporaneo. Questo nuovo libro, uscito il mese scorso, non fa che confermare la mia idea: Bassini è un ottimo scrittore, e un ottimo giallista, sebbene nella sua carriera non abbia scritto solo gialli.

Ci troviamo a Torino, nella “notte del Santo”, cioè fra il 23 e il 24 giugno, quando la città festeggia il patrono, san Giovanni Battista. Due giovani uomini vengono trovati barbaramente uccisi, sgozzati per la precisione. I due sono omosessuali e sono noti per essere pessimi soggetti: cocainomani, cattivi, nullafacenti… La squadra omicidi indaga sul duplice delitto, ma presto si scopriranno altri cadaveri, uccisi con lo stesso barbaro metodo e, tutti, con un nastro adesivo nero a chiudergli la bocca. Il commissario Pietro Dallavita, detto Aziz perché sembra un arabo, si dovrebbe occupare del caso, ma è nel bel mezzo di una crisi coniugale e personale: ha appena lasciato la moglie, è innamorato platonicamente di una donna che vede tutte le mattine al bar, ha paura della reazione del figlio ormai grande alla notizia della separazione. Sembra un uomo sconfitto dalla vita, senza più alcuna passione, alcun interesse, alcuno stimolo. Certo, finché ci sarà la donna del bar la sua passione sarà lei, ma poi tutto verrà meno e Dallavita sembrerà semplicemente un fallito quasi sessantenne, oppure un uomo molto triste e quasi depresso, comunque molto sofferente: l’interpretazione dipende dal carattere personale di chi legge. Ad ogni modo, l’indagine sarà svolta ufficialmente dai suoi colleghi della omicidi, coadiuvati da una criminologa, ma Dallavita non riuscirà a rimanere davvero fuori dalle indagini, anzi.

L’atmosfera che si respira in questo romanzo è tesa, oscura, e anche profondamente triste, sia per le vicende personali di Dallavita, sia per una storia che fin dalla prima pagina si inframmezza a quella degli omicidi: una storia scritta in corsivo, un uomo che ricorda la sua bambina morta, Adele. Non capiremo subito cosa c’entri questa storia con la storia principale, anche se a un certo punto diventa evidente.

Il giallo è l’elemento preponderante, ma come sempre in Bassini non è il solo elemento del romanzo. Ad esso si intreccia la vicenda personale di Dallavita, che come dicevo può sembrare un fallito alla soglia della vecchiaia, oppure un uomo non ancora anziano, profondamente deluso dalla vita. Anche gli altri personaggi sono ben delineati, con delle storie e delle vicende solide e coerenti. Molti dei personaggi sono estremamente antipatici, così come lo sono le vedute comuni su omosessualità, promiscuità, libertà sessuale, droga, che ci vengono presentate nel libro. Naturalmente, si avverte subito che questi punti di vista gretti e chiusi non sono certo quelli dell’autore, ma dei personaggi e anche, diciamocelo, di una grossa fetta della società, purtroppo. L’autore è molto abile a tratteggiare tanta spiacevolezza e meschinità. Ci sentiamo immersi fino al collo in questa vita dalla prospettiva ristretta, fobica, misogina, omofoba. Proviamo fastidio, antipatia, rabbia: e questo non fa che confermare l’abilità di Bassini come narratore.

Consiglio caldamente questo libro, così come consiglio gli altri dello stesso autore.

[Incipit] Giorgio Scerbanenco, Il Centodelitti

L’agonizzatoio

«L’autista per il commendatore», disse l’infermiera al citofono.
«Subito signorina», disse il custode. Prese il ricevitore dal telefono e fece il numero dell’autorimessa. «Giacomo?»
«Cosa vuoi?» disse Giacomo.
«La macchina per il commendatore.»
«Subito», disse Giacomo.
Sputò il mozzicone di sigaretta che stava, più che fumando, masticando, si mise la giacca, il berretto con la visiera marrone, si calzò meglio lo stivale marrone sinistro che era quello che non gli andava mai bene e salì sulla Mercedes color bronzo scuro. Quando uno ha fatto l’autista per quasi mezzo secolo, un’auto è una cosa viva, come un cavallo.
Uscì con un’elegante e dolce manovra dall’autorimessa nel sole furioso di quella fine luglio romana, appena mitigata dai grandi alberi alti disseminati nel vasto parco attorno alla villetta, e andò a fermarsi davanti all’ingresso. Scese dalla Mercedes, inappuntabile nella sua divisa marrone scuro, con gli stivali marrone più chiari, come la visiera del berretto, ed era questo ciò che il commendatore intendeva per un autista o, come si diceva ai suoi tempi, uno chauffeur.
Dalla finestra il commendatore lo vide. Gli piacque: in un mondo di cafoni, era riuscito a conservare un poco di stile, una bella auto bronzo scuro e uno chauffeur in una perfetta livrea, in piedi vicino alla macchina, quasi sull’attenti.
L’infermiera Ulrica Lodo, alle sue spalle, disse: «L’auto è pronta».
Lui si volse. «Grazie», e gli piacque anche lei, in quella divisa blu scura, quasi come una suora, monacale, col lungo velo blu scuro: la gente inferiore deve avere un abito, una livrea, non si può lasciarla vestire come vuole perché non ha gusto e si vestirebbe chi sa come, forse da pagliaccio. E detto grazie, aggiunse: «Per favore, il bastone».
L’infermiera, Ulrica Lodo, lo aveva già staccato dall’attaccapanni e glielo porse.
«Eccolo, commendatore».
Lui lo prese e vi si appoggiò. Era un meraviglioso Burester & Son color mogano, soltanto in Inghilterra ne avrebbero potuto apprezzare la finezza, nel cerchietto d’oro sulla punta del manico erano incise le sue iniziali, R. R., Rodrigo Regante, e sotto, in carattere piccolissimo: Burester & Son – London. Non era il suo unico bastone, è ovvio, ne aveva altri due, una canna d’India chiara, da mattino, e un Wander dal pomello d’avorio, da sera. Ma il Burester era quello adatto a ogni occasione, e di gran classe.
«Per favore, i guanti», disse.
Per una passeggiata nel pomeriggio sono di rigore i guanti grigio chiaro di vitello scamosciato, a meno che non piova, e in questo caso bisogna mettere quelli di cinghiale scuro.
L’infermiera, col suo viso magrolino, il naso a lama di coltello, sorrise agra. Aveva già in mano i guanti.
«Eccoli, commerndatore.»
Avere a che fare con un vecchio di ottantanove anni era un poco dura, quel brutto vecchio cretino con tutte le sue manie, ma lo stipendio era alto, molto alto, e bisognava abbozzare, perché era una romanaccia, sotto quell’aria così inglese, e diceva «abbozzà», per dire sopportare.
Il commendatore Rodrigo Regante si infilò i guanti, lentamente, tanto la servitù può aspettare, anzi, deve, poi, così alto, così magro, reso ancora più alto e più magro dal cappello Davidson dalle larghe tese che creava profonde ombre sul suo viso ossuto, si appoggiò al suo Burester e uscì dalla stanza.

Giorgio Scerbanenco, Il Centodelitti, Garzanti, Milano 2012 (prima edizione 1970).

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Scerbanenco

Un forum dedicato all’autore: http://scerbanencoscrive.forumcommunity.net/

Il libro sul sito dell’editore: http://www.garzantilibri.it/default.php?page=visu_libro&CPID=2473

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2013/11/02/giorgio-scerbanenco-il-centodelitti-italia/

[Incipit] Andrea Camilleri, Le ali della sfinge

Una breve introduzione: non ho mai avuto la passione per il Natale, ma nonostante questo ho deciso di preparare per voi un calendario dell’avvento librario. In che consiste? Ogni giorno, fino al 24 dicembre, pubblicherò qui l’incipit di un libro che mi è piaciuto, così che possiate avere un’introduzione al libro se non lo conoscete ancora. Una piccola cosa per ridare un po’ di vita al blog.

*

Ma indove erano andate a finire quelle prime matinate nelle quali, appena arrisbigliato, si sintiva attraversato da una speci di correnti di filicità pura, senza motivo?
Non si trattava del fatto che la jornata s’appresentava priva di nuvole e vento e tutta tirata a lucito dal sole, no, era un’altra sensazione che non dipinniva dalla sò natura di meteoropatico, a volersela spiegare era come un sintirisi in armonia con l’universo criato, perfettamente sincronizzato a un granni ralogio stillare ed esattamente allocato nello spazio, al punto priciso che gli era stato destinato fino dalla nascita.
Minchiate? Fantasie? Possibile.
Ma il fatto indiscutibile era che quella sensazione una volta la provava bastevolmente di frequente, mentre invece, da qualichi anno a questa parte, ti saluto e sono. Scomparsa. Scancillata. Anzi, ora le prime matinate gli provocavano spisso e vulanteri ‘na sorta di rigetto, di rifiuto istintivo di quello che l’aspittava una volta dovuto accettare il jorno novo, macari se non c’era niente di camurrioso che l’aspittava nel corso della jornata. E la conferma era data da come si comportava subito che nisciva dal sonno.
Ora, appena isava le palpebre, immediatamente le ricalava e sinni ristava allo scuro per qualichi secondo, mentre una volta, appena rapriva l’occhi, li mantiniva aperti, squasi tanticchia sbarracati, per agguantare avidamente la luci del jorno.
«E questo era, di sicuro, l’effetto dell’età» pinsò.
Ma a questa conclusione immediatamente s’arribillò il Montalbano secunno.
Pirchì da qualche anno dintra al commissario esistevano dù Montalbani sempre in disaccordo tra di loro. Appena uno dei dù diciva una cosa, l’altro sostiniva l’opposto. E infatti.
«Ma cos’è ‘sta storia dell’età?» disse Montalbano secunno. «Com’è possibile che a cinquantasei anni tu ti senti vecchio? La vuoi sapiri la vera virità?».
«No» disse Montalbano primo.
«E io te la dico lo stisso. Tu ti vuoi sintiri vecchio pirchì ti torna commodo. Siccome che ti sei stancato di quello che sei e di quello che fai, ti stai costruendo l’alibi della vicchiaia. Ma se ti senti accussì, pirchì come prima cosa non presenti ‘na bella littra di dimissioni e ti chiami fora?».
«E doppo che faccio?».
«Fai il vecchio. Ti pigli un cani per tiniriti compagnia, la matina nesci, t’accatti il giornale, t’assetti supra ‘na panchina, lasci il cani libero e accomenzi a leggiri principianno dai necrologi».
«Pirchì dai necrologi?».
«Pirchì se leggi che qualichi coetaneo tò è morto mentre che tu sei ancora sufficentimenti vivo, ti viene ‘na certa soddisfazione che t’aiuta a campare minimo altre ventiquattr’ore. Doppo un’orata…».
«Doppo un’orata te la vai a pigliari ‘n culu tu e il cani» disse Montalbano primo, aggelato dalla prospettiva.
«E allora susiti, vai a travagliare e non scassare i cabasisi» concluse risoluto Montalbano secunno.

Andrea Camilleri, Le ali della sfinge, Sellerio, Palermo 2006.

Il sito dei fan di Andrea Camilleri: http://www.vigata.org/

La serie di Montalbano: https://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_Camilleri#Serie_di_Montalbano

Il libro sul sito dell’editore: http://sellerio.it/it/catalogo/Ali-Sfinge/Camilleri/812