Deanna Raybourn, Silenzi e veleni

Deanna Raybourn, Silent in the Grave, Mira, 2007.

Quando la situazione è talmente brutta che è difficile concentrarsi, non c’è niente di meglio, almeno per me, che buttarsi su dei gialli. Avevo sentito parlare bene di questo giallo storico e, avendolo trovato su OpenLibrary (che è la mia nuova droga da quando ho comprato un Kobo), ho deciso di provare. È il primo libro della serie Lady Julia Grey, una serie di 5 gialli ambientati nella Londra vittoriana, che hanno per protagonista Lady Julia Grey, una donna circa trentenne, nona di dieci figli in una famiglia assolutamente non convenzionale.

Il romanzo si apre con una morte: Sir Edward Grey, marito di Lady Julia, si accascia in preda alle convulsioni durante un ricevimento nella sua casa. Da sempre malato di cuore, chi lo conosce non si stupisce della sua morte dal momento che tutti i membri della sua famiglia sono morti giovani. A soccorrerlo è un tal Nicholas Brisbane, che Lady Julia vede qui per la prima volta. L’uomo è una sorta di investigatore privato ed era stato ingaggiato da Sir Edward, che pensava che qualcuno lo volesse morto. Lady Julia non crede all’ipotesi dell’omicidio e anche il medico di famiglia dichiara che la morte è avvenuta per cause naturali. Trascorso il rituale anno di lutto, però, qualcosa fa cambiare idea a Lady Julia, che decide così di rivolgersi a Brisbane.

Tutti i personaggi del romanzo sono fuori dal comune, tanto che se non ci fossero precisi riferimenti temporali si farebbe fatica a credere di trovarsi nell’Inghilterra vittoriana. La famiglia March, ovvero la famiglia di origine di Lady Julia, è sempre stata bizzarra. La madre è morta nel dare alla luce il decimo figlio, così i bambini sono stati tirati su dal padre e dalla zia Hermia, proprietaria di una casa rifugio per le prostitute che scelgono di abbandonare il mestiere. Anche i fratelli e le sorelle di Lady Julia sono assai lontani da quello che ci si potrebbe aspettare da una famiglia nobile di fine Ottocento. Del resto, la famiglia March è sempre stata così. Anzi, Lady Julia è forse la più posata e tradizionalista della famiglia, del resto non per molto. In ogni caso, come gli altri membri della famiglia, è una donna dalle ampie vedute e dalla mentalità assai aperta. Francamente sono rimasta un po’ perplessa dall’assoluto anticonformismo di questi personaggi, ma se devo essere sincera quello che cercavo da questo romanzo era un po’ di sano svago, perciò non m’interessa particolarmente l’accuratezza storica.

Il romanzo è lungo, circa 500 pagine, e a tratti risulta un po’ prolisso, alcune parti avrebbero potuto essere snellite secondo me. Tuttavia si legge molto bene, è coinvolgente e scacciapensieri, e fa venire voglia di proseguire con gli altri libri della serie per vedere come si evolve la storia di Lady Julia.

Consigliato per chi sia in cerca di un po’ di intrattenimento.

Il libro è stato pubblicato in italiano da Harlequin Mondadori e HarperCollins Italia con il titolo Silenzi e veleni.

Vikas Swarup, I sei sospetti

Vikas Swarup, Six Suspects, Minotaur Books, 2009.

Libro pubblicato in italiano da Guanda con il titolo I sei sospetti, tradotto da Seba Pezzani.

Non so se anche per voi è così, ma in piena pandemia mi riesce difficile concentrarmi abbastanza per leggere. Farebbe bene per ritagliarsi uno spazio in cui rifugiarsi per un po’ dalla terribile situazione in cui siamo immersi, ma con tutte le cose che succedono non è facile immergersi in un mondo di fantasia, almeno per me. Perché dunque non provare con un libro leggero, un lungo giallo indiano di 470 pagine?

Vicky Rai è il figlio delinquente di un politico corrotto, Jagannath Rai, il ministro dell’Interno dello stato indiano dell’Uttar Pradesh. Il paparino comanda come se fosse il padrone dello stato e tutte le autorità sono al suo servizio e si inchinano di fronte alle sue volontà. Perciò, ovviamente, quando Vicky Rai uccide davanti a tantissimi testimoni una barista per il semplice motivo che questa si rifiuta di servirgli da bere, il paparino non esita a corrompere i giudici e a farlo assolvere al processo. Poco tempo dopo, Vicky Rai dà un’enorme festa in casa sua per celebrare la sua assoluzione… ma viene ucciso.

La polizia ha sei sospetti, ovvero tutti quelli che vengono trovati in possesso di un’arma potenzialmente compatibile con la pallottola ritrovata sul luogo del delitto. Un giornalista investigativo, Arun Advani, che da sempre lotta contro la corruzione insita in ogni strato del suo paese, decide di scoprire il colpevole dell’omicidio. A questo scopo ci presenta i sei sospetti, facendone un accurato ritratto, e successivamente ci porta a capire quale potrebbe essere stato il movente di ciascuno di loro.

Questo romanzo è senz’altro un giallo, ma è atipico. Innanzitutto il giallo è, in qualche modo, una scusa per mostrare al lettore la corruzione che pervade l’India. In secondo luogo, tutti i personaggi sono caricature, macchiette grottesche che impersonano ciascuno uno stereotipo: il turista americano scemo e ignorante, l’attrice svampita, il politico corrotto, l’industriale altrettanto corrotto che si crede posseduto dallo spirito di Gandhi, il primitivo proveniente dalle isole Andamane, il ragazzo che per tirare a campare ruba cellulari. E tutta una serie di personaggi secondari che fanno parte della vita di ciascuno dei protagonisti.

Le cose che succedono nel romanzo sono esagerate e sono tantissime, sono a loro volta situazioni caricaturali, portate agli estremi per formare un quadro satirico e pieno di ironia. In un certo senso molte parti del romanzo potrebbero perfino far ridere, tanto gli avvenimenti sono paradossali e i personaggi sono stereotipati. Vedo che molti recensori hanno percepito questo come un difetto, un punto a sfavore del romanzo, ma secondo me non sono riusciti a cogliere l’intento satirico dell’autore. Non credo proprio che Swarup pensi che tutti gli americani sono stupidi e ignoranti: semplicemente, a mio parere, ha voluto rappresentare uno stereotipo, e l’ha calcato così tanto che faccio fatica a capire come molti lettori possano averlo preso sul serio.

In conclusione: ho fatto fatica a concentrarmi per i motivi che tutti conosciamo fin troppo bene, ma dopo un po’ mi ha catturato completamente e mi ha fatto passare delle piacevoli ore di svago. Ora mi resta la curiosità di approfondire la conoscenza di questo autore.

Stuart Turton, Le sette morti di Evelyn Hardcastle

Stuart Turton, The Seven Deaths of Evelyn Hardcastle, Raven Books, 2018.

L’ideale sarebbe approcciarsi a questo romanzo senza saperne niente, ma non è possibile. Prima di tutto, perché il titolo ci dice già diverse cose: chi sarà la vittima (Evelyn Hardcastle) e il numero di volte in cui morirà (sette). In che senso, direte? Non si muore una sola volta? Non in questo libro, ed è qui l’interessante. Avrei preferito non sapere come mai Evelyn muore sette volte (anzi, come dice il titolo inglese in alcune edizioni, sette e mezzo), ma la trama nella quarta di copertina me lo svela. Anzi, vedo che la quarta della mia edizione inglese svela tutto sommato poco, mentre quella dell’edizione italiana svela più particolari. Per carità, da un lato lo capisco perché altrimenti cosa avrebbero potuto scrivere nella quarta? Però è un peccato.

All’inizio del romanzo il protagonista-narratore è un uomo che non ricorda assolutamente nulla, neppure il proprio nome. Ricorda solo il nome di un’altra persona, Anna, ma non sa chi sia. Sa solo che è in pericolo e che probabilmente è stata uccisa. Piano piano riesce a tornare a Blackheath, la dimora in rovina degli Hardcastle (che sono altrettanto in rovina quanto la loro magione). Qui cercherà di capire cosa stia succedendo.

Dunque, visto che la quarta ce lo svela, posso dirvi che il protagonista si chiama in realtà Aiden Bishop e che la sua peculiarità è risvegliarsi ogni giorno nel corpo di un ospite diverso. Gli Hardcastle hanno dato una grande festa in un giorno ben bizzarro per una festa: il diciannovesimo anniversario della morte del piccolo Thomas, barbaramente ucciso da due uomini quando non aveva che sette anni. Ci sarà una sorpresa alla festa, ma quale?

Dire più di questo sarebbe un delitto in sé, perché il bello di questo romanzo è scoprire le cose pian piano, nello stesso ordine in cui le scopre il protagonista. Che infatti è sempre il narratore e narra al tempo presente. Così il lettore si identifica completamente in lui e vive il suo stesso spaesamento, la sua stessa sorpresa, il suo stesso terrore e orrore.

In una nota finale, l’autore dice che fin da bambino ha divorato i libri di Agatha Christie, crescendo dunque con il desiderio di scrivere a sua volta un giallo. Purtroppo dopo alcuni tentativi si è dovuto rendere conto del fatto che la Christie aveva già scritto i gialli migliori, con le migliori trame e colpi di scena. Abbandonato per anni il proposito, si dedica alla carriera di giornalista finché non ha un’illuminazione: quello che deve scrivere è sì un giallo, ma di tipo completamente diverso. Un giallo combinato con i viaggi nel tempo e con i salti da un corpo-ospite all’altro. Quello che ne esce è un romanzo molto interessante che piacerà agli amanti dei gialli cervellotici, ma anche agli appassionati di storie bizzarre e fuori dagli schemi.

Il libro mi è piaciuto moltissimo, ma ha due difetti secondo me: prima di tutto, è troppo lungo. Capisco che è talmente cervellotico e complicato che non si sarebbe potuto risolvere il mistero in 200 pagine, ma è vero pure che alla lunga un po’ stanca, nel senso che affatica proprio. Il secondo difetto è che la soluzione del mistero è veramente ingarbugliata. Sicuramente per leggere questo romanzo bisogna sospendere l’incredulità, ma alcune cose che vengono rivelate negli ultimi capitoli non sono verosimili o sono difficili da spiegare. Di sicuro c’è che secondo me il lettore non riuscirà mai e poi mai a trovare la soluzione del mistero solo con gli indizi forniti dall’autore nel corso del romanzo. In ogni caso è una lettura piacevolissima e non bisogna farsi scoraggiare dalle imperfezioni del romanzo. Non è che ci si può aspettare di trovare il capolavoro in ogni libro, molte volte l’importante può essere semplicemente passare alcune ore gradevoli in un universo fantastico e impossibile.

Georges Simenon, Pietr il Lettone – 1931

Georges Simenon, Pietr il Lettone (tit. originale Pietr-le-Letton), Adelphi, 2011. Traduzione di Yasmina Mélaouah. Pubblicazione originale 1931.

Questo è il terzo libro che leggo di Simenon (il secondo della serie di Maigret) e ormai mi devo rassegnare al fatto che fra me e questo autore non c’è feeling. Nessuno dei tre libri che ho letto mi ha entusiasmato, anzi.

Questo romanzo è il primo con protagonista Maigret. Le indagini si incentrano sulla figura del cosiddetto “Pietr il Lettone”, un uomo di cui si sa ben poco tranne la sua appartenenza al mondo criminale internazionale. La polizia di tutta Europa segnala che l’uomo è in viaggio verso Parigi, e quando arriva è ovviamente Maigret a occuparsene.

Fra omicidi, appostamenti, eccetera, identificare il vero Pietr il Lettone è un’impresa, dato che sembra quasi sdoppiato in due persone: un uomo ricco ed elegante, e un ubriacone povero e irrecuperabile.

Purtroppo, sebbene la storia del doppio promettesse di essere veramente interessante, questo romanzo non mi è piaciuto né per il suo valore letterario né come giallo. L’ho trovato noioso, un po’ difficile da seguire, e non mi è piaciuta nemmeno la scrittura.

A questo punto dubito che darò altre chance a Simenon. Mi dispiace andare contro l’opinione comune, ma evidentemente proprio non fa per me.

Dashiell Hammett, Il falco maltese – 1930

Dashiell Hammett, The Maltese Falcon, prima pubblicazione 1930.

In quanto grande appassionata di gialli e polizieschi (che ho abbandonato per anni, per poi tornare al mio “primo amore” qualche tempo fa), ho pensato che sarebbe stato interessante esplorare un po’ meglio il genere nelle sue varie accezioni. Eccomi dunque a provare a cimentarmi con l’harboiled, di cui Dashiell Hammett è stato l’inventore insieme a Raymond Chandler.

Noto per la trasposizione cinematografica del 1941 con protagonista Humphrey Bogart, Il falco maltese, o Il falcone maltese, è forse uno dei primi libri del genere hardboiled, e sicuramente uno di quelli che hanno fatto scuola. Il protagonista è Sam Spade, detective privato duro e puro, amante delle belle donne, dell’alcool, delle sigarette, dei soldi e del cibo. Tutti gli stereotipi del genere.

Spade mi è sembrato, almeno per la prima metà del libro, quasi sociopatico: privo di emozioni, sentimenti, quasi di espressioni facciali, sembra indifferente a tutto ciò che lo circonda, e anche l’assassinio del suo socio non lo scuote nemmeno un po’. In seguito inizierà a mostrare quantomeno delle emozioni, se non dei sentimenti, e risulterà un po’ più umano. Resta comunque un narcisista. Antipatico, sgradevole, insopportabile, non c’è modo di simpatizzare con lui o di farselo piacere almeno un po’.

Assodato dunque che il protagonista è fastidiosissimo, anche la trama mi è sembrata tendente all’idiozia. Una giovane donna si rivolge a Spade per far seguire un uomo, raccontandogli quella che è palesemente una storia inventata. In seguito si scoprirà che lei e tuti gli altri personaggi della storia sono alla ricerca di una misteriosa e preziosissima statuetta, quella appunto di un falco, proveniente da Malta. Il tutto l’ho trovato ingarbugliato, poco convincente, e difficile da seguire.

Il mio interesse per le vicende del falco, di Spade e degli altri personaggi, è venuto meno dopo i primi capitoli. Alla fine semplicemente non vedevo l’ora di finire il libro per passare finalmente ad altro.

L’unica nota positiva è che sicuramente Hammett è un maestro per quanto riguarda lo stile: nel senso che soprattutto i dialoghi sono molto convincenti e realistici, e come ho detto altre volte saper scrivere i dialoghi non è cosa da tutti.

Per riassumere, è sicuramente un libro che mi ha fatto piacere leggere per vedere un po’ com’è questo genere hardboiled e da dove nasce. Tuttavia, mi ha annoiato orribilmente e credo che lo dimenticherò presto. A breve leggerò Il grande sonno e vediamo se con Raymond Chandler e il suo famosissimo Philip Marlowe mi troverò meglio.