Archivi tag: giallo

[Incipit] Giorgio Scerbanenco, Il Centodelitti

L’agonizzatoio

«L’autista per il commendatore», disse l’infermiera al citofono.
«Subito signorina», disse il custode. Prese il ricevitore dal telefono e fece il numero dell’autorimessa. «Giacomo?»
«Cosa vuoi?» disse Giacomo.
«La macchina per il commendatore.»
«Subito», disse Giacomo.
Sputò il mozzicone di sigaretta che stava, più che fumando, masticando, si mise la giacca, il berretto con la visiera marrone, si calzò meglio lo stivale marrone sinistro che era quello che non gli andava mai bene e salì sulla Mercedes color bronzo scuro. Quando uno ha fatto l’autista per quasi mezzo secolo, un’auto è una cosa viva, come un cavallo.
Uscì con un’elegante e dolce manovra dall’autorimessa nel sole furioso di quella fine luglio romana, appena mitigata dai grandi alberi alti disseminati nel vasto parco attorno alla villetta, e andò a fermarsi davanti all’ingresso. Scese dalla Mercedes, inappuntabile nella sua divisa marrone scuro, con gli stivali marrone più chiari, come la visiera del berretto, ed era questo ciò che il commendatore intendeva per un autista o, come si diceva ai suoi tempi, uno chauffeur.
Dalla finestra il commendatore lo vide. Gli piacque: in un mondo di cafoni, era riuscito a conservare un poco di stile, una bella auto bronzo scuro e uno chauffeur in una perfetta livrea, in piedi vicino alla macchina, quasi sull’attenti.
L’infermiera Ulrica Lodo, alle sue spalle, disse: «L’auto è pronta».
Lui si volse. «Grazie», e gli piacque anche lei, in quella divisa blu scura, quasi come una suora, monacale, col lungo velo blu scuro: la gente inferiore deve avere un abito, una livrea, non si può lasciarla vestire come vuole perché non ha gusto e si vestirebbe chi sa come, forse da pagliaccio. E detto grazie, aggiunse: «Per favore, il bastone».
L’infermiera, Ulrica Lodo, lo aveva già staccato dall’attaccapanni e glielo porse.
«Eccolo, commendatore».
Lui lo prese e vi si appoggiò. Era un meraviglioso Burester & Son color mogano, soltanto in Inghilterra ne avrebbero potuto apprezzare la finezza, nel cerchietto d’oro sulla punta del manico erano incise le sue iniziali, R. R., Rodrigo Regante, e sotto, in carattere piccolissimo: Burester & Son – London. Non era il suo unico bastone, è ovvio, ne aveva altri due, una canna d’India chiara, da mattino, e un Wander dal pomello d’avorio, da sera. Ma il Burester era quello adatto a ogni occasione, e di gran classe.
«Per favore, i guanti», disse.
Per una passeggiata nel pomeriggio sono di rigore i guanti grigio chiaro di vitello scamosciato, a meno che non piova, e in questo caso bisogna mettere quelli di cinghiale scuro.
L’infermiera, col suo viso magrolino, il naso a lama di coltello, sorrise agra. Aveva già in mano i guanti.
«Eccoli, commerndatore.»
Avere a che fare con un vecchio di ottantanove anni era un poco dura, quel brutto vecchio cretino con tutte le sue manie, ma lo stipendio era alto, molto alto, e bisognava abbozzare, perché era una romanaccia, sotto quell’aria così inglese, e diceva «abbozzà», per dire sopportare.
Il commendatore Rodrigo Regante si infilò i guanti, lentamente, tanto la servitù può aspettare, anzi, deve, poi, così alto, così magro, reso ancora più alto e più magro dal cappello Davidson dalle larghe tese che creava profonde ombre sul suo viso ossuto, si appoggiò al suo Burester e uscì dalla stanza.

Giorgio Scerbanenco, Il Centodelitti, Garzanti, Milano 2012 (prima edizione 1970).

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Scerbanenco

Un forum dedicato all’autore: http://scerbanencoscrive.forumcommunity.net/

Il libro sul sito dell’editore: http://www.garzantilibri.it/default.php?page=visu_libro&CPID=2473

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2013/11/02/giorgio-scerbanenco-il-centodelitti-italia/

[Incipit] Andrea Camilleri, Le ali della sfinge

Una breve introduzione: non ho mai avuto la passione per il Natale, ma nonostante questo ho deciso di preparare per voi un calendario dell’avvento librario. In che consiste? Ogni giorno, fino al 24 dicembre, pubblicherò qui l’incipit di un libro che mi è piaciuto, così che possiate avere un’introduzione al libro se non lo conoscete ancora. Una piccola cosa per ridare un po’ di vita al blog.

*

Ma indove erano andate a finire quelle prime matinate nelle quali, appena arrisbigliato, si sintiva attraversato da una speci di correnti di filicità pura, senza motivo?
Non si trattava del fatto che la jornata s’appresentava priva di nuvole e vento e tutta tirata a lucito dal sole, no, era un’altra sensazione che non dipinniva dalla sò natura di meteoropatico, a volersela spiegare era come un sintirisi in armonia con l’universo criato, perfettamente sincronizzato a un granni ralogio stillare ed esattamente allocato nello spazio, al punto priciso che gli era stato destinato fino dalla nascita.
Minchiate? Fantasie? Possibile.
Ma il fatto indiscutibile era che quella sensazione una volta la provava bastevolmente di frequente, mentre invece, da qualichi anno a questa parte, ti saluto e sono. Scomparsa. Scancillata. Anzi, ora le prime matinate gli provocavano spisso e vulanteri ‘na sorta di rigetto, di rifiuto istintivo di quello che l’aspittava una volta dovuto accettare il jorno novo, macari se non c’era niente di camurrioso che l’aspittava nel corso della jornata. E la conferma era data da come si comportava subito che nisciva dal sonno.
Ora, appena isava le palpebre, immediatamente le ricalava e sinni ristava allo scuro per qualichi secondo, mentre una volta, appena rapriva l’occhi, li mantiniva aperti, squasi tanticchia sbarracati, per agguantare avidamente la luci del jorno.
«E questo era, di sicuro, l’effetto dell’età» pinsò.
Ma a questa conclusione immediatamente s’arribillò il Montalbano secunno.
Pirchì da qualche anno dintra al commissario esistevano dù Montalbani sempre in disaccordo tra di loro. Appena uno dei dù diciva una cosa, l’altro sostiniva l’opposto. E infatti.
«Ma cos’è ‘sta storia dell’età?» disse Montalbano secunno. «Com’è possibile che a cinquantasei anni tu ti senti vecchio? La vuoi sapiri la vera virità?».
«No» disse Montalbano primo.
«E io te la dico lo stisso. Tu ti vuoi sintiri vecchio pirchì ti torna commodo. Siccome che ti sei stancato di quello che sei e di quello che fai, ti stai costruendo l’alibi della vicchiaia. Ma se ti senti accussì, pirchì come prima cosa non presenti ‘na bella littra di dimissioni e ti chiami fora?».
«E doppo che faccio?».
«Fai il vecchio. Ti pigli un cani per tiniriti compagnia, la matina nesci, t’accatti il giornale, t’assetti supra ‘na panchina, lasci il cani libero e accomenzi a leggiri principianno dai necrologi».
«Pirchì dai necrologi?».
«Pirchì se leggi che qualichi coetaneo tò è morto mentre che tu sei ancora sufficentimenti vivo, ti viene ‘na certa soddisfazione che t’aiuta a campare minimo altre ventiquattr’ore. Doppo un’orata…».
«Doppo un’orata te la vai a pigliari ‘n culu tu e il cani» disse Montalbano primo, aggelato dalla prospettiva.
«E allora susiti, vai a travagliare e non scassare i cabasisi» concluse risoluto Montalbano secunno.

Andrea Camilleri, Le ali della sfinge, Sellerio, Palermo 2006.

Il sito dei fan di Andrea Camilleri: http://www.vigata.org/

La serie di Montalbano: https://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_Camilleri#Serie_di_Montalbano

Il libro sul sito dell’editore: http://sellerio.it/it/catalogo/Ali-Sfinge/Camilleri/812

[Incipit] Henning Mankell, I cani di Riga

La neve iniziò a cadere poco dopo le dieci del mattino.
L’uomo al timone nella cabina del battello da pesca imprecò ad alta voce. Sapeva dal bollettino meteo di un’ora prima che era prevista neve, ma aveva sperato di avvistare la costa svedese prima che la tempesta avesse inizio. Maledizione, se ieri sera non avessi perso tempo a Hiddensee, pensò, a quest’ora avrei già avvistato Ystad e avrei potuto fare rotta a est, adesso invece siamo ad almeno sette miglia dalla costa e se la neve aumenta d’intensità, sarò costretto ad alare e aspettare una visibilità migliore.
L’uomo imprecò nuovamente. L’avarizia gioca sempre brutti scherzi, pensò. Perché non ho fatto quello che in pratica avevo già deciso di fare a settembre? Perché non ho comprato l’impianto radar nuovo… Il vecchio Decca ha visto giorni migliori. Avrei dovuto comprare uno di quei nuovi modelli americani. Ma sono stato tirchio. E poi non mi fidavo dei tedeschi dell’Est. Ero certo che mi avrebbero rifilato una fregatura.
Continuava ad avere difficoltà ad accettare che la Repubblica Democratica Tedesca non esistesse più e che un intero popolo, che i tedeschi dell’Est non esistessero più. In una sola notte, la storia aveva cancellato una frontiera fittizia che aveva diviso una nazione per più di trent’anni. Ora c’era un unico stato che si chiamava Germania e due popoli che erano tornati a essere uno solo. E tutti cercavano di immaginare, senza però riuscirci, cosa potessero veramente provare incontrandosi liberamente nella vita di tutti i giorni. All’inizio, quando il Muro era caduto da un giorno all’altro, l’uomo al timone del battello aveva provato un senso di angoscia. Era possibile che quell’improvviso e inaspettato cambiamento potesse avere conseguenze negative sulla sua attività? Ma i suoi partner di quella che tutti ormai chiamavano l’ex Germania Est lo avevano rassicurato. Non sarebbe cambiato niente. Al contrario, avevano detto, molto probabilmente il nuovo stato di cose avrebbe persino potuto significare nuove e più proficue opportunità di fare affari.

Henning Mankell, I cani di Riga (tit. originale Hundarna I Riga), Marsilio, Venezia 2002 (prima edizione svedese 1992). Traduzione di Giorgio Puleo.

Il sito dell’autore: http://henningmankell.com/

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://www.marsilioeditori.it/component/marsilio/scheda-libro/3170640/i-cani-di-riga?Itemid=165

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2013/03/17/i-cani-di-riga/

H.Y. Hanna, A Scone to Die for (Taiwan)

H.Y. Hanna, A Scone to Die for, Wisheart Press, 2016.

Questo libro mi è stato suggerito da Amazon in base alla mia cronologia di navigazione e, dato che costava solo 99 centesimi, ho pensato di acquistarlo perché mi sembrava carino e rilassante. La mia impressione si è rivelata corretta.

Prima di tutto due parole sull’autrice, H.Y. (Hsin-Yi) Hanna: nata a Taiwan, cresciuta negli Emirati Arabi Uniti, ha frequentato l’università In Inghilterra e ha vissuto in diversi Paesi, stabilendosi infine in Australia. Ecco perché questo libro inglesissimo è da me classificato sotto Taiwan, dato che prendo in considerazione l’origine dell’autore per le mie classificazioni.

Il romanzo è un cosiddetto cozy mystery, ovvero un giallo ambientato in una piccola cittadina inglese, in questo caso nel Cotswolds vicino a Oxford, dove non sono presenti né sesso né violenza, in quanto gli omicidi avvengono fuori dalla vista del lettore. Un genere che ho provato prima solo con M.C. Beaton, la creatrice di Agatha Raisin e di Hamish Macbeth, della quale ho letto soltanto Agatha Raisin e la quiche letale, che mi era piaciuto senza però entusiasmarmi. Hanna prende a piene mani da Beaton: l’ambientazione, l’atmosfera intima e rilassata, la detective improvvisata… Ma nonostante questo il suo romanzo è carino in maniera indipendente, ovvero voglio dire che ha una sua originalità e simpatia.

La detective improvvisata, in questo caso, è Gemma Rose, una ventinovenne che ha vissuto per otto anni in Australia come manager, per poi tornare nell’Oxfordshire e realizzare il suo sogno di aprire una casa da tè, una tipica tearoom inglese. Gemma ha studiato a Oxford ma le sue ambizioni sono semplici e la madre non perde occasione per rinfacciarglielo (e non solo la madre). Un giorno, appena tre settimane dopo l’apertura della tearoom, Gemma trova un turista americano morto nella sua tearoom, ucciso con uno scone, e da lì ha inizio tutta una serie di eventi che porteranno alla scoperta del colpevole – ovviamente scoperto da Gemma e non dalla polizia.

Sebbene alcuni elementi siano del tutto inverosimili, il romanzo rimane molto carino e rilassante, forse anche grazie alla piccola gatta Muesli, che ci fa compagnia per tutto il libro e che tornerà negli altri tre libri della serie. Insomma, certamente un libro senza altre pretese che quella di intrattenere, impresa in cui riesce benissimo. Senz’altro mi piacerebbe continuare con gli altri libri della serie, piano piano.

Leonardo Padura Fuentes, Maschere (Cuba)

Leonardo Padura Fuentes, Maschere (tit. originale Máscaras), Net, Milano 2003. Traduzione di Roberta Bovaia. 247 pagine, 7,50 euro.

Per il mio viaggio letterario cubano ho deciso di leggere un libro del famoso Leonardo Padura Fuentes, più precisamente la prima indagine del Conde. I gialli mi piacciono ed ero curiosa di leggere qualcosa di questo autore che non conoscevo se non di nome. Purtroppo però sono rimasta un po’ delusa: non che il libro sia brutto, ma l’ho trovato appena piacevole e nulla di più, insomma un libro che non credo mi lascerà molto e che non mi ha fatto voglia di leggere altri romanzi dello stesso autore.

In un bosco dell’Avana viene trovato il cadavere, strangolato, di un travestito abbigliato con un vestito rosso. La cosa strana è che non ci sono segni di colluttazione. Dell’indagine si occupa Mario Conde insieme al suo assistente Manolo. Il Conde era stato sospeso a causa di una rissa in pubblico, ma gli è stato chiesto in via eccezionale di tornare al lavoro per questo caso. Il poliziotto entra così nella scena gay della capitale, con tutto che ha sempre odiato i gay e i travestiti, figlio di una cultura retrograda dovuta anche al fatto che il libro è ambientato nel 1989. In seguito però imparerà ad apprezzare i gay scoprendo che sono persone come le altre, e scoprirà tante cose sulla scena culturale del decennio precedente e sul suo invischiamento con la politica.

Insomma, si tratta di un giallo che va a trattare anche temi importanti come essere gay in un paese repressivo e fare cultura con una politica che ti rema contro. Per questo è interessante, ma a me è sembrato sinceramente un po’ confusionario, forse a causa del fatto che la struttura lineare del romanzo si alterna con vari monologhi, flashback dei vari personaggi, riflessioni del personaggio di turno… Il tutto mi ha reso la lettura un po’ difficile, o meglio un po’ noiosetta, perché a volte sembra più uno sfoggio di arte letteraria.