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AA. VV., Anthology of Contemporary Macedonian Poetry (Macedonia)

AA. VV., Anthology of Contemporary Macedonian Poetry, St. Clement of Ohrid, National and University Library, Skopje 2011. Traduttori vari.

Questa raccolta di poesie di autori macedoni mi fu donata allo stand della Macedonia alla Fiera del Libro di Francoforte diversi anni fa (2011? 2012? non ricordo). Non l’avevo ancora letta, e ora mi è tornata utile per il mio giro del mondo che prosegue, lentamente, ormai da più di tre anni. Purtroppo il libro non mi è piaciuto affatto, il che è un peccato, perché come primo approccio alla letteratura macedone è stato negativo. Ho avuto spesso l’impressione che si trattasse di un problema di traduzione, che a volte mi è sembrata scialba e chiaramente non eseguita da madrelingua. Il libro è in inglese e i traduttori delle varie poesie sono moltissimi, tanto che non ho potuto citarli tutti, e la maggior parte di loro sono macedoni.

Se passasse di qui qualche persona macedone o qualcuno che conosce la lettratura della Macedonia, mi farebbe molto piacere avere dei consigli su altri libri da leggere, possibilmente di narrativa e non di poesia, dato che io e la narrativa ci intendiamo molto meglio.

Riporto qui sotto alcune delle poesie che mi sono piaciute di più, ma sono troppo pigra per farne una traduzione in italiano, quindi vi dovrete accontentare dell’inglese.

Lachrimatory, di Petre M. Andreevski (tradotta da Filip Koržinski)

A lachrimatory is a phial where European noblewomen gathered children’s tears to make their faces more beautiful. Our mothers, however, gathered their tears so that they would have something to take to the graveyeards.

I saw my husband off to war
I bought a bottle for tears
and invited the sun into my home.
And I told it to sit beside me:
so that we could look each other,
lest my room be empty.
And to shine on me while I cried,
while I filled the bottle with tears,
lest, without them, I should feel ashamed:
have nothing to welcome my man with.
Oh, Sun, you that look everywhere,
tell, how many times I have filled the bottle
and emptied it how many times, tell,
I am still crying, gathering tears,
to have at least tears for his grave.

The theater of life, di Bogomil Ǵuzel (tradotta da Peter Liotta e Dragana Velkovska)

We think we’re actors on a stage and
so constantly quarrel over who plays
what role and why.

Yet what if there in the dark,
behind dimmed footlights, the
hall is empty, no one’s watching

our absurd grotesque? We
turn for a moment and
eagerly await the claque’s
applause…

Even hissing,
jeering and boos
would be better
than this silence.

Translation, di Zoran Ančevski (tradotta da Sudeep Sen e l’autore)

Word by word
I translate
the dead into living,
bones into meat,
winters into summers,
molehills into mountains.
I shed the snake’s skin,
tailor angel’s wings.
I am the world’s judge
who remains unseen within the text.
I sleep on a pillow
of someone else’s dreams;
I wake up, to a Good morning –
in dead tongues.

I translate
day into night
the past into present –
oblivion into memory,
today into tomorrow,
but did not anticipate
the cruel diseccating act,
the fact that with every translated breath
I lose my very own,
spend myself,
waste myself unknowingly,
floating word by word
into another context.

So now,
I’m expected to transport
the thirsty across the river
without getting wet,
without being quenched.
I neither have the breath,
nor words, nor hands,
to translate my own pain
into sadness, happiness –
plenitude – stop,
enough.

Anise Koltz, Il paradiso brucia e altre poesie (Lussemburgo)

Anise Koltz, Il paradiso brucia e altre poesie (tratte da varie raccolte), Empirìa, Roma 2001. 155 pagine. A cura di Elio Pecora.

Avevo in casa questo libro da molto tempo, ma finora ne avevo letto solo alcune poesie. Oggi finalmente ho deciso di leggerlo per intero, cosa che si fa in mezz’ora perché le poesie di Anise Koltz sono davvero molto brevi, e in più questo libro sembra più lungo perché ha il testo a fronte.

Le poesie sono tratte da varie raccolte, tutte degli anni Novanta, e sono state scritte in francese dall’autrice.

Koltz, nata Blanpain nel 1928 (Koltz è il suo cognome da sposata), è considerata la maggiore poetessa lussemburghese. Ha scritto in tedesco fino al 1971, anno in cui suo marito è morto: da quel momento, per una precisa scelta politica, l’autrice ha deciso di scrivere solo ed esclusivamente in francese. Il marito infatti era stato prigioniero nei campi nazisti, e per tutta la vita ne ha subito le conseguenze, perciò l’autrice ha deciso di rinnegare la lingua degli oppressori – come peraltro fanno molte persone in Lussemburgo.

Le poesie di Anise Koltz, come dicevo, sono molto brevi, in molti casi brevissime, quasi fossero haiku. I temi sono Dio, la morte, la madre, principalmente, ma anche il linguaggio, la sua città, e non solo.

Dio è un tema ricorrente: a Dio, probabilmente, la poetessa non crede. Dice infatti che Dio ha creato gli uomini, gli uomini hanno creato Dio, e in seguito non hanno fatto che massacrarsi reciprocamente. E ci sono molte altre poesie in cui l’astio contro Dio è fortissimo.

Anche la morte, che sia della madre, dell’autrice o presa nella sua essenza generale, è ricorrente. Nell’introduzione Elio Pecora riporta alcune frasi pronunciate dall’autrice al momento del ritiro di uno dei suoi numerosi premi letterari. Koltz dice che scrivendo della morte dialoga con lei, essa diventa un suo rifugio. «Grazie alla morte tutto è movimento. Se mi accordo con lei, mi appartiene.» Dunque scrivere della morte è in certo senso un modo per superarla, ma anche per farsi dare forza da essa stessa.

Le immagini poetiche di Koltz sono a volte molto dolci, altre (spesso) molto forti, anche violente. Parla di scannare, dilaniare. La sua poesia mi piace molto, e questo nonostante io da anni non legga più molta poesia. È stata accostata a Paul Celan (paragone direi un po’ azzardato), ma anche a Else Lasker-Schüler e a Emily Dickinson.

Se vi capita l’occasione, procuratevi questo libriccino pubblicato da questa piccolissima casa editrice romana, merita davvero a mio avviso.

[Incipit] Cesare Pavese, Il mestiere di vivere

1935

6 ottobre.

Che qualcuna delle ultime poesie sia convincente, non toglie importanza al fatto che le compongono con sempre maggiore indifferenza e riluttanza. Nemmeno importa molto che la gioia inventiva mi riesca qualche volta oltremodo acuta. Le due cose, messe insieme, si spiegano coll’acquisita disinvoltura metrica, che toglie il gusto di scavare da un materiale informe, e insieme interessi miei di vita pratica che aggiungono un’esaltazione passionale alla meditazione su certune poesie.
Conta invece questo, che sempre più inutile e indegno mi pare lo sforzo; e più feconda che non l’insistenza su queste corde, la ricerca, da tempo concepita, di nuove cose da dire e quindi nuove forme da foggiare. Poiché la tensione alla poesia è data al suo inizio dall’ansia di realtà spirituali ignote, presentite come possibili. Un’ultima difesa contro la smania di tentativi violenti rinnovatori la trovo nella convinzione superba che l’apparente monotonia e severità del mezzo, che ormai possiedo, sia ancora per essere il miglior filtro d’ogni mia avventura spirituale. Ma gli esempi storici – se pure in materia di creatività spirituale è lecito fermarsi agli esempi di qualunque sorta – sono tutti contro di me.
Comunque, c’era un tempo che avevo ben vivo nella mente un ammasso passionale e semplicissimo di materia, sostanza della mia esperienza, da ridurre a chiarezza e determinazione organiche nel poetare. E ogni mio tentativo, sottilmente ma inevitabilmente, si riconnetteva a questo fondo e mai mi parve di sviarmi per stravagante che fosse il nucleo di ogni nuova poesia. Sentivo di comporre qualcosa, che superava sempre il pezzo (del momento) (attuale).
Venne il giorno che l’ammasso vitale fu tutto assunto nell’opera, e mi parve di non lavorare più che di ritagli o di sofisticare. Tant’è vero che – e meglio me ne accorsi quando volli chiarirmi in uno studio il lavoro compiuto – scusavo ora le ulteriori ricerche della mia poesia come applicazioni di una consapevole tecnica dello stato d’animo e facevo invece una poesia-gioco della mia vocazione poetica. Ricadevo cioè nell’errore, che, identificato e fuggito, aveva giovato a lasciarmi all’inizio tanta fresca baldanza creativa, di poetare, e sia pure indirettamente, su di me poeta. (Exegi monumentum…) A questo senso di involuzione posso rispondere che invano ormai cercherò in me un nuovo punto di partenza. Dal giorni dei Mari del Sud, in cui per la prima volta espressi me stesso in forma recisa e assoluta, cominciai a costruire una persona spirituale che non potrò mai più scientemente sostituire, pena la negazione sua e la messa in questione di ogni mio futuro ipotetico slancio. Rispondo quindi al senso di inutilità presente, umiliandomi nella necessità di interrogare il mio spirito in quei modi soltanto che finora gli furono naturali e fruttuosi, rimettendo ogni scoperta alla fecondità di ciascun caso in particolare. Dato che la poesia viene alla luce tentandola e non prospettandola.
Ma perché, in quel modo che sinora mi sono limitato come per capriccio alla sola poesia in versi, non tento mai un altro genere? La risposta è una sola e forse insufficiente: per ragioni di cultura, di sentimento, di abitudine ormai e non per capriccio, non so uscire dal sentiero, e mi parrebbe dilettantesco il colpo di testa di mutare la forma per rinnovare la sostanza.

Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Club degli Editori. 365 pagine.

* Alcuni aforismi tratti dal libro.
* Recensione su Lankelot.

Octavio Paz, 20 poesie (Messico)

NOTTE DI VEGLIA

Ai poeti André Breton e Benjamin Péret

Alle dieci di sera al Caffè d’Inghilterra
tranne noi tre
non c’era nessuno
s’udivano fuori i passi umidi dell’autunno
passi di cieco gigante
passi di bosco che stan per giungere in città
Con mille braccia mille piedi di nebbia
viso di fumo uomo senza viso
l’autunno marciava sul centro di Parigi
con sicuri passi di cieco
La gente camminava nel gran viale
alcuni furtivamente si strappavano il volto
Una prostituta bella come una papessa
traversò la strada e scomparve in un muro verdigno
la parete tornò a chiudersi
Tutto è porta
basta la lieve pressione d’un pensiero
Qualcosa sta per accadere
disse uno tra noi
Il minuto si aprì in due
lessi dei segni sulla fronte di quell’istante
I vivi son vivi
vanno volano maturano scoppiano
i morti son vivi
ossa che ancora hanno la febbre
il vento li agita li disperde
grappoli che cadono tra le gambe della notte
La città si apre come un cuore
come un fico il fiore ch’è frutto
più desiderio che incarnazione
incarnazione del desiderio
Qualcosa sta per accadere
disse il poeta

Questo stesso autunno vacillante
questo stesso anno infermo
frutto fantasma che scivola tra le mani del secolo
anno di paura tempo di sussurro e mutilazione
Nessuno aveva faccia quella sera
nell’underground di Londra
Anziché occhi
abominazione di specchi accecati
Anziché labbra
riga di sbiadite cuciture
Nessuno aveva sangue nessuno aveva nome
non avevamo corpo né anima
non avevamo faccia
Il tempo girava girava e non passava
non succedeva nulla se non il tempo che passa e torna e non passa
Apparve allora la coppia adolescente
lui era biondo “dardo di Cupido”
berretto grigio ardito passero di strada
lei era piccola rossa lentigginosa
mela su una tavola da poveri
pallido ramo in un cortile d’inverno
Bambini feroci gatti selvaggi
due piante selvatiche intrecciate
due piante con spine e fiori improvvisi
Sul di lei paletò color fragola
brillò la mano del ragazzo
le quattro lettere della parola Amor
in ogni dito ardenti come astri

Tatuaggio di scolaro inchiostro di china e passione
anelli palpitanti
oh mano collana al collo avido di vita
uccello da preda e cavallo assetato
mano piena di occhi nella notte del corpo
piccolo sole e fiume di frescura
mano che dai il sogno e la resurrezione

Tutto è porta
tutto è ponte
adesso marciamo sull’altra sponda
guarda sotto scorrere il fiume dei secoli
il fiume dei segni
Guarda scorrere il fiume degli astri
si abbracciano si lasciano tornano a congiungersi
parlano tra di loro un linguaggio d’incendi
le loro lotte i loro amori
sono creazione e distruzione di mondi
La notte si apre
mano immensa
costellazione di segni
scrittura silenzio che canta
secoli generazioni ere
sillabe dette da qualcuno
parole udite da qualcuno
portici di pilastri trasparenti
echi chiamate cenni labirinti
L’istante ammicca e dice qualcosa
ascolta apri gli occhi chiudili
la marea cresce
Qualcosa sta per accadere

Ci disperdiamo nella notte
i miei amici si allontanano
conservo le loro parole come tesoro ardente
Lottano il fiume e il vento d’autunno
lotta l’autunno contro le case nere
Anno d’osso
pila d’anni morti e ricoperti di sputi
stagioni violentate
secolo scolpito in un urlo
piramide di sangue
ore che rodono il giorno l’anno il secolo l’osso
Abbiamo perso tutte le battaglie
ogni giorno ne vinciamo una
Poesia

La città si dispiega
il suo volto è il volto del mio amore
le sue gambe sono gambe di donna
Torri piazze colonne ponti strade
fiume cintura di paesaggi affogati
Città o Donna Presenza
ventaglio che mostri e nascondi la vita
bella come la rivolta dei poveri
la tua fronte delira ma io m’abbevero di saggezza ai tuoi occhi
notte son le tue ascelle ma giorno i tuoi seni
le tue parole son di pietra ma pioggia è la tua lingua
la tua schiena è il mezzodì nel mare
il tuo riso il sole che entra nei sobborghi
disciolti i tuoi capelli son la tempesta sulle terrazze dell’alba
il tuo ventre il respiro del mare il battito del giorno
ti chiami torrente ti chiami prateria
ti chiami alta marea
hai tutti i nomi dell’acqua
Ma il tuo sesso è innominabile
l’altra faccia dell’essere
l’altra faccia del tempo
il rovescio della vita
Qui cessa ogni discorso
qui la bellezza non è leggibile
qui la presenza diviene terribile
chiusa in se stessa la Presenza è vuoto
il visibile è invisibile
Qui diviene visibile l’invisibile
qui la stella è nera
la luce è ombra luce l’ombra
Qui il tempo si ferma
i quattro punti cardinali si toccano
è il luogo solitario il punto di convegno

Città Donna Presenza
qui il tempo finisce
inizia qui

Octavio Paz, 20 poesie, Mondadori, Milano 1999. Traduzione di Franco Mogni. 62 pagine.

Emelihter Kihleng, My Urohs (Micronesia)

Emelihter Kihleng, My Urohs, Kahuaomanoa Press, Honolulu 2008. 61 pagine.

Ed eccoci al primo libro brutto dell’anno. Intendo, brutto davvero, non bruttino o così così. Prima o poi questo momento sarebbe dovuto arrivare.

Leggere libri da tutti gli stati del mondo può riservare molte sorprese. Alcune belle, altre brutte, come in questo caso. Non si può mai sapere.

Questa è una raccolta di poesie, la prima raccolta di poesie in inglese da un’autrice micronesiana. È stata molto elogiata da altri scrittori e dai critici, perciò mi aspettavo qualcosa di meglio. Invece è illeggibile, anche nel senso letterale del termine, in quanto molte frasi sono in pohnpeiano, la lingua madre di Kihleng. Certo, in nota c’è la traduzione in inglese, ma si perde il filo della poesia e tutto il gusto decade, se mai ce ne fosse stato.

Kihleng parla della diaspora micronesiana, della vita delle donne micronesiane a Pohnpei, la sua terra. Potrebbe anche essere interessante, ma invece non lo è. È una scrittura noiosa e per nulla poetica, mi dà la sensazione di andare a capo per produrre poesia, senza una vera attenzione al metro o alla musicalità del verso. Poi magari sbaglio, io com’è noto di poesia non ne capisco niente.

Comunque è stato interessante aprire una finestra su una delle letterature meno note al mondo. E a proposito di Micronesia, se avete suggerimenti su Palau non esitate, mi sta dando dei grossi problemi.

* Alcune poesie su Scribd.
* Emelihter Kihleng su Wikipedia.
* Kihleng su un bel sito che ho trovato.
* Kihleng parla di se stessa.
* Il libro.

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature altre.]