Nathaniel Hawthorne, La voglia

Nathaniel Hawthorne, The Birth Mark.

Questo racconto è stato pubblicato in un’edizione con testo a fronte italiano-inglese da Leone Editore. Probabilmente si può trovare anche in qualche raccolta di racconti di Hawthorne.

Posto che Nathaniel Hawthorne è un ottimo autore (anche se non tutti i suoi libri mi sono piaciuti), la mia impressione è che nella dimensione compatta del racconto dia il meglio di sé, dal momento che riesce così a evitare una certa prolissità che può caratterizzare i suoi romanzi.

I protagonisti di questo racconto sono Aylmer e la moglie Georgiana. Aylmer ama moltissimo la giovane e bella moglie, ma ama ancor più la scienza. Vorrebbe una moglie perfetta, e a tutti gli effetti si potrebbe dire che Georgiana lo sia, ma ha un difetto: sulla guancia sinistra ha una piccola voglia rossa a forma di mano. A un certo punto la giovane donna si accorge del dispiacere che il marito prova nel contemplare tanta bellezza “deturpata” da quella voglia (dispiacere che ben presto si volgerà in disgusto) e, se subito reagisce chiedendo al marito come mai allora l’abbia presa in moglie e dicendogli che lei ha sempre creduto che la sua voglia fosse una cosa carina, ben presto si piega al sentimento del marito. Finché sarà lei a chiedergli di usare la sua passione per la scienza per rimuovere l'”orribile” voglia. Con grande gioia ovviamente di Aylmer che capisce così quanto la moglie lo ami e che essere celestiale ella sia.

Oggi diremmo che Aylmer è un narcisista e Georgiana una donna crudelmente abusata. Seppure l’Ottocento fosse ovviamente privo della terminologia odierna, è sicuro che Aylmer umilia e sminuisce costantemente la povera moglie con il suo ribrezzo. Aylmer non riesce a vedere che la donna che gli sta accanto è perfetta: dolce, innamorata, bellissima. Georgiana a sua volta viene completamente piegata dalla cattiveria del marito che, certo, non le dice niente di davvero cattivo, ma la umilia ogni giorno con gli sguardi di orrore che le rivolge e con le continue affermazioni riguardo alla voglia “deturpatrice”. Naturalmente la storia ha finale tragico e naturalmente è una favola con morale.

Un bellissimo racconto in cui l’orrore vero sta solo nella patologica ricerca della perfezione da parte del marito.

Eleanor M. Ingram, The Thing from the Lake

Eleanor M. Ingram, The Thing from the Lake, pubblico dominio. Pubblicazione originale 1921.

«La casa gridava affinché la aiutassi.» Con queste parole inizia il romanzo misconosciuto dell’altrettanto misconosciuta Eleanor M. Ingram.

Non sono riuscita a trovare informazioni sull’autrice, se non la nazionalità (americana) e le date di nascita e di morte (1886-1921). A quanto pare ha scritto degli altri libri, di cui però non so niente. Non ricordo nemmeno come sono venuta a conoscenza di questo libro, che giaceva nel mio Kindle da diversi anni. Molto probabilmente per puro caso.

È un grosso peccato che questo libro sia sconosciuto (ovviamente mai tradotto in italiano, dato che è sconosciuto anche in patria).  A me è piaciuto moltissimo, e proverò a parlarvene brevemente, avvisandovi però che trovo difficile parlarne senza svelare parti importanti della trama.

Un musicista newyorkese di discreta fama decide di comprare una casa nella campagna del Connecticut. La casa è abbandonata da molto tempo e non in buono stato, ma a Roger Locke piace e non ci pensa troppo. Come dicevo, il musicista-narratore inizia subito il suo racconto dicendoci che la casa lo chiamava, gridando, per chiedere il suo aiuto. Già nella seconda frase ci dice che non si tratta però di una casa infestata, quanto piuttosto di una casa “assediata”. Ciò che la minaccia infatti non vive all’interno della casa stessa ma, come dice il titolo, nel lago che si trova proprio nei pressi, sul terreno della fattoria.

Già dalla prima notte che Roger dorme nella casa si trova di fronte a una misteriosa presenza femminile che non riesce a vedere, ma di cui riesce solo a toccare una sontuosa treccia di capelli.

Poi c’è uno stacco, e seguiamo Roger a New York, dove deve andare a prendere sua cugina Phillida alla stazione. Phillida, o Phil come la chiama lui, è una ragazza diciannovenne che studia all’università per seguire il volere dei genitori, entrambi accademici di fama, ma che odia studiare. Si scoprirà prestissimo che la ragazza si è sposata in segreto, alcuni mesi addietro, con un pattinatore/ballerino che lavora in un cabaret di New York. Sdegno da parte dei genitori, ovviamente, e perfino da parte di Roger, che pure è un artista, ma si ritiene di un livello superiore rispetto a un ballerino di cabaret. Tuttavia, Roger offre ai due di prendersi cura della sua casa nel Connecticut appena acquistata, dove in seguito andrà a trovarli e si ritroverà al cospetto di due misteriose presenze avvertite soltanto da lui.

Il romanzo intreccia dunque una vicenda mondana con una storia di fantasmi e stregoneria, e dal mio punto di vista amalgama molto bene le due storie facendole intrecciare in maniera estremamente interessante. È forte il contrasto fra l’esperienza orrorifica di Roger nella casa che Ethan Vere e Phillida hanno reso così accogliente e gradevole. E proprio questo contrasto così palese rende tanto più intriganti gli incontri “soprannaturali” di Roger.

Ho trovato la storia ben costruita, interessante, appassionante. Il climax finale viene raggiunto in maniera mistico-religiosa e può far storcere il naso: forse è la parte meno riuscita del romanzo, ma è comunque abbastanza adeguata alla storia, anche se non del tutto. Il finale vero e proprio, quello della soluzione del mistero, è invece interessante. L’autrice ha scritto l’intero romanzo facendo credere al lettore che le esperienze di Roger siano assolutamente soprannaturali, ma nel finale apre la porta a un’interpretazione razionale, che tuttavia il narratore dice esplicitamente di non condividere. Mi è piaciuto questo finale, perché permette al lettore di decidere da che parte stare: ovviamente, il narratore e l’autrice suggeriscono per nulla velatamente che la vera spiegazione sia quella soprannaturale, ma la spiegazione razionale ha comunque una sua credibilità.

A mio parere un romanzo molto interessante e molto piacevole da leggere, che sarebbe opportuno riscoprire.

Dashiell Hammett, Il falco maltese – 1930

Dashiell Hammett, The Maltese Falcon, prima pubblicazione 1930.

In quanto grande appassionata di gialli e polizieschi (che ho abbandonato per anni, per poi tornare al mio “primo amore” qualche tempo fa), ho pensato che sarebbe stato interessante esplorare un po’ meglio il genere nelle sue varie accezioni. Eccomi dunque a provare a cimentarmi con l’harboiled, di cui Dashiell Hammett è stato l’inventore insieme a Raymond Chandler.

Noto per la trasposizione cinematografica del 1941 con protagonista Humphrey Bogart, Il falco maltese, o Il falcone maltese, è forse uno dei primi libri del genere hardboiled, e sicuramente uno di quelli che hanno fatto scuola. Il protagonista è Sam Spade, detective privato duro e puro, amante delle belle donne, dell’alcool, delle sigarette, dei soldi e del cibo. Tutti gli stereotipi del genere.

Spade mi è sembrato, almeno per la prima metà del libro, quasi sociopatico: privo di emozioni, sentimenti, quasi di espressioni facciali, sembra indifferente a tutto ciò che lo circonda, e anche l’assassinio del suo socio non lo scuote nemmeno un po’. In seguito inizierà a mostrare quantomeno delle emozioni, se non dei sentimenti, e risulterà un po’ più umano. Resta comunque un narcisista. Antipatico, sgradevole, insopportabile, non c’è modo di simpatizzare con lui o di farselo piacere almeno un po’.

Assodato dunque che il protagonista è fastidiosissimo, anche la trama mi è sembrata tendente all’idiozia. Una giovane donna si rivolge a Spade per far seguire un uomo, raccontandogli quella che è palesemente una storia inventata. In seguito si scoprirà che lei e tuti gli altri personaggi della storia sono alla ricerca di una misteriosa e preziosissima statuetta, quella appunto di un falco, proveniente da Malta. Il tutto l’ho trovato ingarbugliato, poco convincente, e difficile da seguire.

Il mio interesse per le vicende del falco, di Spade e degli altri personaggi, è venuto meno dopo i primi capitoli. Alla fine semplicemente non vedevo l’ora di finire il libro per passare finalmente ad altro.

L’unica nota positiva è che sicuramente Hammett è un maestro per quanto riguarda lo stile: nel senso che soprattutto i dialoghi sono molto convincenti e realistici, e come ho detto altre volte saper scrivere i dialoghi non è cosa da tutti.

Per riassumere, è sicuramente un libro che mi ha fatto piacere leggere per vedere un po’ com’è questo genere hardboiled e da dove nasce. Tuttavia, mi ha annoiato orribilmente e credo che lo dimenticherò presto. A breve leggerò Il grande sonno e vediamo se con Raymond Chandler e il suo famosissimo Philip Marlowe mi troverò meglio.

Edith Wharton, Estate

Edith Wharton, Summer, pubblico dominio. Pubblicazione originale 1917.

Vi avviso: siccome non mi riesce di parlare di questo breve romanzo senza spoiler enormi, se non volete sapere cosa succede nel libro NON leggete questa recensione. Tra l’altro, per parte mia consiglio di arrivare al libro senza sapere molto di ciò che accadrà, come ho fatto io, perché così si potrà gustarlo molto di più.

Di Edith Wharton avevo già letto il meraviglioso, benché cupissimo, Ethan Frome, e uno dei suoi romanzi più famosi, che però mi ha lasciato poco impressionata, L’età dell’innocenza. È stato dunque con curiosità che mi sono approcciata a questo romanzo breve, di cui sapevo solo ciò che era scritto nella descrizione di Goodreads. Come accennavo, è stato un bene che io non mi sia soffermata a leggere recensioni e ad approfondire la trama, perché altrimenti sarebbe mancato l’effetto sorpresa che in questo caso per me è stato importante.

Siamo a North Dormer, un sonnolento villaggio in un non meglio precisato stato americano (probabilmente il Massachusetts, da quello che leggo in rete). La protagonista è Charity, una ragazza che è stata accolta in casa da bambina dall’avvocato Royall e da sua moglie. I due non l’hanno adottata legalmente, ma l’hanno sempre trattata come una figlia. Tanto che alla morte della signora Royall, Charity rifiuta di andare a scuola in una cittadina vicina perché altrimenti l’avvocato si sentirebbe solo. C’è dunque affetto tra i due? Non si capisce bene, ma sembrerebbe di sì, un normale rapporto padre-figlia seppure in assenza di legami di sangue o vincoli legali veri e propri.

Charity fa la bibliotecaria, molto svogliatamente, e un giorno conosce un visitatore della biblioteca, il giovane Lucius Harney, architetto e cugino della proprietaria. Inevitabilmente i due giovani si innamorano e, come dice la trama su Goodreads, assistiamo allo sbocciare della sessualità in Charity.

Wharton descrive magistralmente la vita in un paesino minuscolo, la noia, e il personaggio di Charity è costruito magistralmente e risulta del tutto credibile.

Ma in un paesino così piccolo non c’è solo noia, c’è anche degrado, sebbene sapientemente nascosto sotto il tappeto. Per cui, una sera l’avvocato Royall si presenta alla porta della camera di Charity con i “bisogni” di un uomo che vive da solo da molti anni. In seguito le chiederà di sposarlo, insistendo moltissime volte, fino alla svolta finale.

Ecco dunque che, mentre il romanzo sembrava per i primi due terzi (nonostante l’episodio del tentativo da parte dell’avvocato di sedurre Charity) una sorta di storia d’amore, o di scoperta della sessualità e della gioia di vivere e di condividere; ecco che nell’ultimo terzo il romanzo si incupisce fino a farmi ghiacciare il sangue nelle vene. L’avvocato Royall che, lo ricordo, è sempre stato una figura paterna per Charity che ha adottato di fatto se non per legge, approfitta della situazione di debolezza in cui la ragazza si viene a trovare dopo essere stata abbandonata e dopo aver scoperto di essere incinta, per circuirla e di fatto sposarla con la forza. Per carità, l’avvocato Royall non usa violenza, non è proprio il tipo. Semplicemente approfitta della situazione di estrema confusione mentale in cui si trova Charity per portarla davanti a un prete e sposarla contro la sua volontà, ben conscio del fatto che lei non opportà resistenza essendo sostanzialmente in stato confusionale. Non viene mai usata la benché minima violenza in queste scene, ma io le ho trovate violentissime per la coercizione psicologica e l’abuso di potere che vengono perpetrati.

Per questo non avrei potuto evitare di parlare nei dettagli di tutta la storia, perché altrimenti mi sarei dovuta limitare a dire: ok, bella la storia d’amore, poi si trasforma in qualcos’altro, e il mio commento non avrebbe avuto senso.

Se per i primi due terzi il romanzo mi è piaciuto molto soprattutto per l’eccellente caratterizzazione dei personaggi e per l’eccellente descrizione dell’ambientazione e della società in cui si svolge la storia, nell’ultimo terzo l’ho trovato addirittura eccezionale perché Wharton è riuscita a tratteggiare con grande delicatezza il personaggio di un vero e proprio villain. Sembra un ossimoro, invece Wharton si dimostra la grande autrice che è nel riuscire a rendere possibile questa contraddizione in termini: tratteggiare con delicatezza le azioni di quello che per me è un mostro.

In questo senso trovo che Estate si collochi sullo stesso livello di Ethan Frome, che all’epoca avevo trovato superbo sia nella scrittura, sia nella narrazione, sia nella storia. Lo stesso si può dire per questo breve libro.

Eugene O’Neill, Strano interludio – 1928

Eugene O’Neill, Strange Interlude, The Albatross 1933.

Eugene O’Neill pubblica nel 1928 questo testo teatrale per cui ottiene anche il Pulitzer nello stesso anno. Un testo a mio parere modernissimo, almeno nell’impostazione, ma al passo coi tempi per la tematica.

L’impostazione del testo è così particolare che non riesco a capire come sia possibile rappresentarlo a teatro: accanto alle normali battute, ai vari personaggi sono attribuite battute che non sono parlate ma rappresentano bensì i loro pensieri. Come portare tutto questo sul palcoscenico? Non ho una risposta, non mi sono informata sulle rappresentazioni, a essere sincera. Ma sarebbe interessante farlo.

Inoltre, il testo è molto lungo, ben nove atti per 306 pagine. I pensieri dei personaggi sono distinti dalle battute vere e proprie nella mia edizione grazie a un carattere tipografico più piccolo, quindi non è difficile da seguire. Il testo secondo me si presta molto bene alla lettura.

La storia è quella di Nina, una giovane donna che perde il fidanzato nella guerra, fidanzato che avrebbe voluto sposare prima della sua partenza per la guerra, ma il padre di lei ha proibito loro le nozze dicendo che sarebbe stato ingiusto nei confronti della figlia, a causa del pericolo appunto che il ragazzo, Gordon, restasse ucciso. E così accade, e Nina non riesce mai a perdonare se stessa né il padre per non essersi quantomeno concessa a Gordon prima della sua partenza. Decide così di andare a lavorare come infermiera in un ospedale militare alla fine della guerra.

Di lei è follemente, ma castamente, innamorato Marsden, un amico di famiglia che l’ha vista crescere. Ma non riesce a dichiararsi e si strugge per questo amore non ricambiato e neppure immaginato da Nina.

Il fantasma di Gordon aleggia su tutta l’opera, non darà mai veramente tregua a Nina.

Le tematiche sono prettamente freudiane, per questo dicevo che l’opera è al passo coi tempi. Marsden è praticamente innamorato di sua madre, vive costantemente attaccato alle sue sottane e non riesce a lasciarla neppure per il breve tempo che si concede per fare visita a Nina. A sua volta Nina vive un rapporto ambivalente nei confronti del padre, che odia per non averle concesso di sposare Gordon, ma al tempo stesso idolatra e a tratti si approccia a lui come farebbbe una bambina piccola. Stesso trattamento riserva a Marsden, che nei momenti di tensione chiama “padre”. Anche con lui il rapporto sembra essere edipico.

Si parla anche di follia in questo dramma, ma nonostante quello che rischierebbe di esserne affetto sia un altro personaggio, pare proprio che la vera “folle” sia Nina, che dopo la morte di Gordon e per tutta la vita assume comportamenti del tutto sregolati e non riesce mai a dare un corso “normale” alla propria vita, nonostante le apparenze.

L’ho trovato un testo molto interessante sia per tematica che per struttura. All’inizio ero un po’ timorosa, avendo letto che O’Neill faceva grande uso del flusso di coscienza in questo testo: non amo il flusso di coscienza, con cui ho sempre avuto un brutto rapporto. Tuttavia il testo è stato facile da seguire anche per me e ho trovato molto intrigante ascoltare i personaggi parlare tra di loro e contemporaneamente scoprirne i pensieri più reconditi.

Il libro è stato pubblicato in italiano nel 1972 nella collana di teatro di Einaudi con il titolo Strano interludioe credo che non sia facile reperirlo, ma in caso riusciate a trovarlo lo consiglio, ammesso naturalmente che vi piaggia leggere opere teatrali.