Chris Bohjalian, The Sleepwalker

Chris Bohjalian, The Sleepwalker, Vintage, 2017.

Chris Bohjalian è un autore molto famoso in America, ma solo alcuni dei suoi libri sono stati tradotti in italiano (non questo, se non ho visto male, ed è un peccato). Io non lo avevo mai letto e, a detta di alcuni, questo non è per nulla uno dei suoi libri migliori. Ma mi interessava il tema e ho scelto di partire da questo anziché da un altro dei suoi romanzi.

All’inizio non sono stata colpita in modo molto favorevole. La mia impressione è che gli scrittori americani (o molti di loro, non si può generalizzare) scrivano tutti allo stesso modo: prosa tragica, drammatica, ritmo cadenzato, suspense, cliffhanger da un capitolo all’altro. Che noia. Bello, non lo nego, ma dopo un po’ non riesco a cogliere la differenza fra un autore e l’altro. Ecco, onestamente non posso dire che questa impressione se ne sia andata nel corso del libro, tuttavia la trama è molto interessante e questo ha decisamente contribuito a farmi piacere il libro più di quanto pensassi.

Il libro è ambientato nel piccolo Stato del Vermont ed è narrato da Lianna, la figlia ventunenne di Annalee Ahlberg. Quest’ultima era una donna bellissima e un’ottima mamma, ma purtroppo una notte scompare senza lasciare traccia. Annalee è sonnambula, quindi è naturale pensare che una delle sue escursioni notturne sia finita male. Si pensa che sia annegata nel fiume, ma il suo corpo non viene trovato. La famiglia, composta da Lianna, il padre e la dodicenne Paige, non reagisce tanto bene, com’è ovvio. Le ragazze stanno molto male anche se cercano di andare avanti, Paige non smette di cercare indizi della sorte di sua madre, il padre riesce a malapena ad andare avanti, anche se torna subito a insegnare al college (è professore di inglese).

La storia è interessante, ma quello che ho trovato ancora più interessante è il modo in cui Bohjalian affronta il tema del sonnambulismo. Si vede subito che ha fatto molte e approfondite ricerche. Non è un argomento di cui so granché, anche se mi affascina molto, quindi non so dire se il modo in cui è rappresentato corrisponda al 100% alla realtà delle cose, ma di sicuro l’impressione è quella. Annalee soffre di un tipo di sonnambulismo particolare che non rivelerò, ma non ne avevo mai sentito parlare e ho cercato degli articoli sull’argomento, che ovviamente non linkerò per non fare spoiler.

Davvero quello delle parasonnie è un mondo a sé. Tra l’altro ho nel Kobo un libro che non ho ancora letto, I tre fratelli che non dormivano mai e altre storie di disturbi del sonno, del neurologo Giuseppe Plazzi, direttore del Centro per i disturbi del sonno dell’Università di Bologna. Forse è il caso di leggerlo presto.

Devo essere sincera, non mi aspettavo la fine del libro, mi ha colpito veramente come un fulmine a ciel sereno. Probabilmente un lettore più attento ci arriverebbe presto, ma io sono nota per non riuscire quasi mai a prevedere come finirà un libro. Però è stata una sorpresa interessante.

Non che si tratti di un thriller vero e proprio, anche se qualcuno potrebbe classificarlo così. A me è sembrato più un’esplorazione del sonnabulismo e del modo in cui una famiglia (in particolare la narratrice) riesce a sopravvivere a un evento così devastante. Ci sono elementi di tensione, naturalmente, perché la soluzione del caso, o i tentativi di risolverlo, rivestono un ruolo importante, ma di certo non è un thriller nel significato vero e proprio del termine. Almeno secondo me.

Lo consiglio, e spero che venga presto tradotto in italiano. Bohjalian ha scritto altri libri che dalla trama mi sono sembrati interessanti, ma la sua scrittura stereotipata è un po’ esasperante, quindi non sono sicura di proseguire presto nella scoperta di questo autore. Forse prima o poi, comunque.

Caroline Kepnes, You

Caroline Kepnes, You (tit. originale You), Mondadori, 2015. Traduzione di Paola Bertante.

Attenzione: questa recensione contiene SPOILER!!!

Sicuramente l’idea di usare come narratore uno psicopatico con problemi di tipo sessuale è interessante, l’ho fatto anch’io una volta quando (qualche millennio fa) mi dilettavo a scrivere. È altrettanto interessante che il suddetto narratore-psicopatico utilizzi la seconda persona singolare, rivolgendosi tutto il tempo a “te”. Naturalmente, questo “tu” è Beck, la protagonista della sua ossessione, ma è abbastanza disturbante da leggere perché il lettore (la lettrice) potrebbe benissimo immedesimarsi in questo “tu”.

Tuttavia, il mio problema con questo libro non è che sia brutto: forse non lo è, o forse lo è. Il mio problema è che non sono neppure riuscita a capire se sia brutto o meno, tanto l’ho trovato disturbante. Immaginerete che stare dentro la testa di uno psicopatico che si ritiene romanticissimo non può certo essere piacevole.

Molte volte sono stata tentata di abbandonare, tanto più che sicuramente 422 pagine sono troppe per questo tipo di romanzo. Ma ho perseverato e, contrariamente ad altri lettori, ho preferito le parti finali a quella iniziale. Quando Joe, il nostro protagonista psicopatico, scopre che Beck ha trovato la sua scatola segreta e inizia a trattare LEI come una psicopatica, il tutto comincia a diventare ancor più agghiacciante perché siamo di fronte a qualcosa di già visto e sentito milioni di volte: il compagno psicopatico che fa gaslighting alla compagna dopo averla stalkerata nella vita reale e in quella virtuale, e infine la uccide perché lei non vuole stare con lui ma poi gli dispiace, non perché l’ha uccisa ma perché ora non potrà più stare insieme a lei.

In conclusione, come ho detto, non ho idea se questo romanzo sia bello o brutto, so solo che è terrificante e fa orrore. Sconsigliato alle persone sensibili (come io probabilmente sono).

Emily M. Danforth, La diseducazione di Cameron Post

Emily M. Danforth, La diseducazione di Cameron Post (tit. originale The Miseducation of Cameron Post), Rizzoli, 2018. Traduzione dall’inglese di Lia Celi. Pubblicazione originale 2012.

Il romanzo parte lentamente e continua ad essere lento per tutta la prima metà. È anche lungo, un po’ più di 500 pagine, quindi questo può essere un problema. La prima metà del libro racconta la storia di Cameron Post che a 12 anni perde i genitori in un incidente d’auto, subito dopo aver baciato per la prima volta una ragazza. Cameron si sente in colpa per la morte dei genitori, perché la sua prima reazione è di sollievo perché non potranno scoprire che è lesbica. Viene quindi cresciuta dalla nonna e dalla zia, quest’ultima una donna ultra-religiosa e fanatica. La zia la obbliga a frequentare la sua chiesa e resta sconvolta quando scopre che la ragazza è lesbica.

Inizia qui la seconda parte del libro, che risolleva le sorti dell’intero romanzo perché è davvero interessante, anche se straziante. Cameron viene inviata in un centro di recupero per ragazzi omosessuali, guidato da un pastore e da una psicologa. La terapia è incentrata sulla religione, quindi l’approccio non è psicoterapeutico o psichiatrico quanto spirituale. L’intento della scuola è avvicinare i ragazzi al Signore e cancellare le loro tendenze omosessuali. Certo, i ragazzi vengono seguiti dalla psicologa, che cerca di far capire loro quanto la loro tendenza sia sbagliata e cerca di correggerla. Ma è un centro religioso e le violenze restano psicologiche, non c’è coercizione fisica, violenza fisica o medicalizzazione. Naturalmente, le violenze psicologiche non sono inferiori per impatto traumatizzante rispetto a quelle fisiche, e questo è ben descritto nel romanzo.

La conclusione del libro mi ha lasciato perplessa, ma è un mio limite, probabilmente.

Mi è piaciuta la scrittura dell’autrice e anche la traduzione, mi è piaciuto il suo modo di raccontare, non veemente: è chiaramente contraria a questo tipo di “terapie”, ma non c’è aggressività nel denunciarle. La sua posizione è inequivocabile e chiara, ma riesce a trasmettere il suo messaggio senza bisogno di alzare la voce. Non che l’avrei biasimata, se lo avesse fatto, tanto sono orribili queste “terapie”.

La terapia di conversione, o terapia riparativa, sorprendentemente, non è illegale in molti paesi o, laddove lo è, spesso è illegale solo praticarla sui minorenni. Proprio quest’anno è stata messa al bando da Germania, Malta e Albania. In Italia non è illegale, ma l’Ordine degli psicologi la considera anti-scientifica e contraria al codice deontologico. Tuttavia, questo non la rende illegale, per cui le associazioni religiose sono libere di praticarla, anche se, come fa notare questo articolo, è comunque ascrivibile ai reati di truffa e di abuso della credulità popolare. Mi pare inutile dirlo, ma lo sottolineo comunque, che questi trattamenti non hanno alcuna evidenza scientifica e anzi sono contrari a ogni logica e altamente stigmatizzanti e traumatizzanti.

Qui c’è un report (il link apre un file pdf in inglese), dall’inequivocabile titolo «È tortura, non terapia», su questo tipo di “terapie” nel mondo, e potete vedere che gli approcci nel mondo sono di vario tipo, alcuni chiaramente configurabili come vera e propria tortura. Fermo restando che è tortura anche quando l’approccio è “solo” spirituale o psicologico, vedrete che in alcuni paesi si va ben oltre. Il report viene citato e riassunto in questo articolo in italiano.

Se volete informazioni sulla storia di queste “terapie”, potete leggere la pagina Wikipedia in italiano. È di ieri la notizia che 400 leader religiosi cristiani, ebrei e musulmani hanno chiesto la messa al bando delle terapie di conversione. Infatti, moltissimi religiosi sono contrari a questi trattamenti e sono anzi al fianco delle persone LGBT nella lotta per il riconoscimento dei loro diritti. Per esempio, il Progetto Gionata è un’associazione di volontari che si occupa di fede e omosessualità e sul suo sito ha un’interessante sezione dedicata alle cosiddette “cure” per l’omosessualità.

Da questo libro è stato tratto un film con lo stesso titolo, uscito nel 2018.

Andrew Sean Greer, Less

Andrew Sean Greer, Less, Abacus, 2017.

Arthur Less è uno scrittore americano gay prossimo ai 50 anni. Non particolarmente affermato come scrittore, tuttavia riceve inviti da più parti del mondo e i suoi libri sono tradotti in diverse lingue. Sembra un po’ sfigato, ma forse soffre solo di scarsa autostima. Ha avuto una miriade di relazioni sentimentali, ma le più importanti sono state due. La prima è quella con il poeta Robert Brownburn, vincitore del premio Pulitzer e molto più anziano di lui, con cui ha condiviso molti anni di vita, sebbene la loro storia sia poi inevitabilmente finita. Ma rimane tra i due un rapporto speciale, di grandissimo affetto e stima reciproca. L’altra relazione importante è stata quella con il giovane Freddy, figlio adottivo dell’acerrimo rivale Carlos, durata nove anni. In realtà, Less ci ha sempre tenuto a specificare che non era una vera e propria relazione e ha sempre raccomandato al giovane amante di non legarsi troppo a lui. I due vivevano di fatto come veri e propri fidanzati, ma con la consapevolezza da entrambe le parti che si trattava di una relazione “a termine”.

A un certo punto, ovviamente, Freddy lascia Less perché la sua nuova fiamma gli richiede di essere monogamo. Infine Freddy si sposerà con il suo nuovo amore, invitando Less al matrimonio.

Ora Less si trova davvero in difficoltà, perché certo non può partecipare al matrimonio del suo ex amante. Si inventa così una scappatoia che è una vera e propria fuga: decide di accettare tutti gli ultimi inviti ricevuti e parte per un viaggio intorno al mondo. Le tappe saranno New York, Messico, Germania, Italia, brevemente Francia, Marocco, India e infine Giappone. In ognuno di questi posti, Less partecipa a eventi letterari ed è protagonista di assurde avventure. Per esempio, a New York deve partecipare a un incontro per intervistare il grande scrittore di fantascienza H.H.H. Mandern, che però trova in albergo intento a vomitare anche l’anima a causa di un’intossicazione alimentare. Detto così non fa neanche troppo ridere, ma dovrete leggere tutto il capitolo per vedere l’assurdità della situazione.

Altrettanto assurde saranno tutte le altre esperienze di Less negli altri paesi, condite ovviamente di colpi di fulmine e micro-relazioni sentimentali. La parte più rocambolesca è quella che si svolge in Germania, per la precisione a Berlino, dove Less è stato invitato a tenere un corso all’università, forte del suo tedesco che lui crede eccellente e invece è disastrosamente buffo.

Questo romanzo è estremamente ironico, a volte fa proprio ridere, ma ciò non gli impedisce di essere anche una profonda riflessione sulla vita, l’amore e la felicità, oltre che una satira dell’ambiente letterario ed editoriale. (Per esempio, perché Less non ha mai vinto alcun premio letterario, neppure quelli dedicati alla letteratura LGBT? Semplice, perché è un “cattivo gay”, un “assimilazionista”, che non rivendica la propria omosessualità ma scrive di personaggi gay carichi di sofferenza).

Nel libro seguiamo Less nel suoi viaggio intorno al mondo e nelle sue assurde avventure, ridiamo di lui, ma ci fa anche un po’ compassione (non direi pena) finché finiamo per simpatizzare con lui e affezionarci. Perché capiamo che non è così sfigato come sembra, non è un cattivo scrittore né un cattivo gay, non è noioso e non è banale; è solo un uomo che, arrivato alla mezza età, ha paura di rimanere da solo e, vittima della sua scarsissima autostima, ha passato la vita a evitare qualsiasi tipo di decisione, arrivando perfino ad autosabotare qualunque promessa di felicità, rifutandosi addirittura di vederla.

Perché Less soffre così tanto di fronte al matrimonio del suo ex amante, se è sempre stato convinto che non si trattasse di una storia seria o duratura? Beh, ma perché forse questa non-importanza della suddetta relazione è solo quello di cui si è convinto, nel tentativo testardo di sottrarsi alla felicità e magari pure alla serenità.

Forse questo libro è una storia d’amore, forse è una storia di conoscenza di sé, di crescita personale seppure avvenuta “leggermente” più tardi di quanto comunemente dovrebbe essere (Less ha 50 anni!), o forse è tutte queste cose assieme e tantissimo altro ancora. Per cui, in definitiva, è un gran bel libro, che maschera con la leggerezza riflessioni ben più profonde. Un autore che non si prende sul serio nemmeno quando dice cose davvero serie, che non sembra stare in un’arrogante torre d’avorio ma invece si sporca le mani, e quindi risulta tanto più efficace.

Io questo libro lo consiglio davvero. Tra l’altro, nel 2018 ha vinto il premio Pulitzer per la narrativa.

In italiano è stato pubblicato nel 2017 da La Nave di Teseo con la traduzione di Elena Dal Pra.

Se volete approfondire, vi consiglio tre belle recensioni, la prima in italiano e le altre due in inglese:

Harold R. Daniels, The Accused

Harold R. Daniels, The Accused, pubblico dominio. Pubblicazione originale 1958.

Un giorno, girellando in ManyBooks, mi sono imbattuta in questo giallo e mi sono incuriosita abbastanza da scaricarlo.

Alvin Morlock, un placido insegnante (non professore) di un’università per nulla prestigiosa in una cittadina del Massachusetts, è accusato di aver ucciso la moglie Louise. Il libro alterna la narrazione degli eventi alle testimonianze di processo, ed è proprio con queste che inizia il romanzo. Sebbene l’accusa dichiari fin dall’inizio che la vita privata di Louise non ha importanza ai fini del processo e che non è Louise ad essere sotto processo ma Alvin, tuttavia nel corso del libro (e del processo) la donna viene giudicata, eccome.

Alvin Morlock è un uomo insignificante e un pochino insulso, che si accontenta di insegnare in un’università di provincia, senza alcuna ambizione. Un giorno decide di passare le vacanze natalizie insieme al collega Dodson: i due vanno nella vicina Providence, nel Rhode Island, in cerca di donne. È qui che Alvin conosce Louise, un’italoamericana di circa 35 anni. Non si sa come, dopo due settimane i due si sposano.

Louise ha trascorso tutta la sua vita adulta e la tarda adolescenza con un’unica aspirazione: trovare quanti più partner sessuali possibili. E ci è riuscita perfettamente, essendo una bellissima ragazza. Poi però il passare del tempo ha iniziato a farsi sentire, impietoso, tanto che sempre più spesso passavano addirittura tre o quattro giorni (!!) senza che Louise riusce a combinare un appuntamento con qualcuno. Così Louise decide di sposarsi e la scelta cade su Alvin Morlock. Perché invece lui decida di sposarla non mi è tanto chiaro. Forse perché non è capace di dire di no, probabilmente è troppo faticoso per lui sprecare energia nel contrastare il destino, o qualcosa del genere. Sta di fatto che, ovviamente, il matrimonio è un totale fallimento. Louise pensava che un professore guadagnasse di più, spende e spande e Morlock si trova pieno di debiti. Inoltre la donna si ubriaca al bar di fianco a casa e lo tradisce senza problemi. Morlock si lascia fare praticamente di tutto. Alla fine però Louise muore e la giuria dovrà decidere se si è trattato di un incidente o di omicidio volontario, magari premeditato.

Certo, il ritratto che l’autore fa di Louise non è per niente lusinghiero e la donna risulta un personaggio insopportabile; tuttavia Morlock non è da meno. Se qualcuno mi fa compassione, non è certo Morlock. Avrebbe avuto la possibilità di non sposare Louise e la sua vita sarebbe proseguita placida e insignificante come prima, ma si è messo in questa situazione, che non poteva essere altro che fallimentare, e necessariamente ne paga le conseguenze. Inoltre, il comportamento di una persona non può certo essere una giustificazione per un omicidio, e nemmeno un’attenuante. In realtà l’atteggiamento passivo di Morlock ha una causa che verrà rivelata verso la fine del libro, ma non solo questo non mi ha fatto provare la minima pena per lui, al contrario me lo ha fatto disprezzare ancora di più.

Insomma, per me, un romanzo senza infamia e senza lode.

Harold R. Daniels era abbastanza noto in vita come autore di libri pulp, poi è caduto nel dimenticatoio. Addirittura nel 1956 è stato finalista agli Edgard Awards (il premio assegnato ogni anno dall’associazione Mystery Writers of America per libri dei generi giallo, thriller e horror) con il romanzo In His Blood. A quanto ne so, l’unico suo libro tradotto in italiano è The House on Greenapple Road, pubblicato nei Gialli Mondadori nel 1968 con il titolo Il rovescio della medaglia. Alcune informazioni in italiano su questo autore sono reperibili qui, oppure qui c’è un articolo in inglese.