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Mark Z. Danielewski, House of Leaves

337907Mark Z. Danielewski, House of Leaves, Pantheon Books, New York 2000. 709 pagine.

L’anno scorso a dicembre ho letto S. di J.J. Abrams e Doug Dorst. Un libro meraviglioso. Poi, sulla base di quella lettura, Goodreads mi ha suggerito di leggere questo libro, che in italiano è stato pubblicato da Mondadori come Casa di foglie ma sembra ormai introvabile. L’ho ordinato e ho aspettato qualche mese prima di leggerlo.

Lo dico subito, anche se è un’eresia: non è ai livelli di S., a mio parere, anche se ne è in certo modo il precursore. Sono stata a lungo indecisa se questo libro di Danielewski mi fosse piaciuto o meno. Alla fine ho deciso che mi è piaciuto, anche se non nella sua interezza.

Il libro si colloca su diversi piani: in primo luogo c’è The Navidson Record, un video girato dal fotogiornalista Will Navidson all’interno della sua casa spettrale; poi c’è il racconto che di questo video fa Zampanò, un uomo completamente cieco che ci parla però con gran dovizia di particolari di questo video del tutto visuale; infine c’è la storia di Johnny Truant, che trova gli appunti di Zampanò e ne fa un libro con tanto di introduzione e lunghissimi commenti. E ovviamente, poi, c’è Mark Z. Danielewski, l’autore del libro Casa di foglie. Ma è davvero l’autore? O l’autore è Johnny Truant? Zampanò? Chi scrive e chi viene scritto?

Naturalmente Mark Z. Danielewski esiste e ha anche scritto diversi altri libri, anche se non credo che vorrò approfondire la conoscenza di questo autore dopo questa esperienza. Non perché il libro non mi sia piaciuto, forse proprio per il motivo contrario, perché vorrei che quest’opera così originale restasse un unicum.

Inutile, forse, sottolineare che questo romanzo fa parte delle correnti della letteratura sperimentale, del postmodernismo e della metanarrativa. Anzi è forse la “madre” di tutti questi generi, non perché ne sia il fondatore (tutt’altro), ma perché ne è in qualche modo l’archetipo.

Proverò ora a spiegare perché il libro mi è piaciuto ma anche, insieme, non mi è piaciuto tantissimo.

Il video, The Navidson Record, è quasi geniale. Quasi. È questa la parte che fa spesso definire il romanzo come un horror, sebbene a mio parere (e lo dico da grande fifona) non sia particolarmente “orrorifico”. Insomma, a me tutta questa paura non l’ha fatta, mentre leggo tantissimi recensori che dicono di non essere riusciti a leggerlo di sera, di dover stare con tutte le luci accese e con qualcuno in casa mentre lo leggono, ecc. Mi sembrano tutte esagerazioni. A meno che, come dice il libro stesso, l’effetto di questa narrazione non si possa far sentire anche a distanza di tempo.

Comunque, dicevo, il video. I Navidson comprano una casa in Ash Tree Lane, in Virginia, che dovrebbe aiutarli a rimettere insieme i pezzi del loro rapporto sentimentale. Al ritorno da una breve vacanza si accorgono che la casa è diventata più grande all’interno che all’esterno. Piano piano la casa si espanderà sempre di più fino a diventare così enorme da superare qualsiasi senso logico, tanto che a un certo punto il tutto diventa anche un po’ ridicolo più che pieno d’orrore. Secondo me. In ogni caso, Navidson, insieme a suo fratello gemello Tom, all’amico Reston e ad altri tre personaggi vanno all’esplorazione della casa, e Navidson racconta nel suo video cosa vedono e cosa succede in queste esplorazioni. Molto bello.

Zampanò scrive un libro su questo video, un testo molto accademico, che è poi quello che leggiamo noi (corredato dalle note di Johnny Truant): pieno di note a piè di pagina, rimandi a libri inesistenti, presunti pareri sul video dati da personaggi illustrissimi. Tuttavia, nell’introduzione Johnny Truant ci avvisa che questo video non è mai esistito e che, interpellati in proposito, alcuni dei personaggi menzionati hanno categoricamente negato di conoscere o aver mai conosciuto Navidson o Zampanò. Quindi il tutto è una magnifica invenzione di Zampanò. Che, ricordiamolo, era cieco.

Johnny Truant, alla morte di Zampanò, trova i fogli volanti che costituiscono il testo di Zampanò stesso e ne fa un libro, con tanto di introduzione e lunghissime note a piè di pagina. Ecco, le note. Ehm, le note. Sono moltissime e si intrecciano in una struttura che a volte si fa labirintica tanto quanto quello che avviene nella casa, a sua volta un labirinto da cui non sembra esservi uscita. Insomma, ci sono le note, e poi ci sono le note alle note, e ancora le note alle note alle note. Inutile dire che Danielewski deve moltissimo a David Foster Wallace. Autore che, come si sa, io non apprezzo proprio per via di questa struttura labirintica delle note e per la complessità quasi random della narrazione. Infatti all’inizio mi sono detta: ma davvero io posso leggere e leggerò questo libro che a David Foster Wallace deve tanto? E invece poi l’ho letto e non me ne sono neanche pentita, sebbene mi abbia fatto venire notevoli mal di testa. Comunque, tornando alle note di Johnny Truant: vi si trovano non solo commenti al testo di Zampanò e al video di Navidson, ma anche e soprattutto commenti sulla sua vita personale che, francamente, non sono stati affatto di mio interesse. In buona sostanza è stato questo che non mi ha fatto apprezzare fino in fondo il libro.

Le cose da dire su questo libro sarebbero tantissime, ho tre pagine A4 di appunti, ma onestamente non vorrei farla tanto lunga, dopotutto questo è un blog amatoriale, mica una rivista di critica letteraria. Tuttavia se qualcuno vuole ne possiamo parlare. Sarò felice di discutere questo libro con voi, se vorrete.

Per finire voglio solo dire che a me la sperimentazione piace molto, che sia essa in letteratura o a teatro o nella danza, e così via. Non sempre, ovviamente, vedi David Foster Wallace e altri esempi che potrei portare anche in altri ambiti. Sicuramente nel caso di Danielewski la sperimentazione è portata all’estremo, infatti non è solo la struttura narrativa del libro a essere sperimentale, ma anche la struttura grafica, con delle grandi circonvoluzioni visive: caratteri tipografici diversi per personaggi diversi, testo scritto al rovescio, a testa in giù, poche parole per pagina, e così via. La struttura grafica molto spesso ricalca ciò che avviene nella casa e ciò che si vede in The Navidson Record. Lo fa anche in maniera perfetta, bisogna dire. Diciamo che il motivo principale per cui questo libro mi è piaciuto è proprio la sua sperimentalità estrema. Bisogna dare atto a Danielewski di aver scritto un libro di grandissima originalità e bizzarria.

Avrete notato che non lo chiamo mai “romanzo”. Perché mi sembra un termine troppo riduttivo per Casa di foglie. Questo libro è piuttosto un’opera d’arte totale, non nel senso che sia un capolavoro (non lo è, secondo me), ma nel senso che è un oggetto artistico che abbraccia più generi, li ingloba, li incorpora e li fa suoi, fino a diventare quell’unicum che mi auguro sia, o che vorrei che fosse.

Sicuramente non ve lo consiglio se non amate le sperimentazioni, se volete una storia semplice e lineare, se volete un libro rilassante che non vi faccia venire il mal di testa e che possiate leggere sotto l’ombrellone.

Laurie Halse Anderson, Speak

Laurie Halse Anderson, Speak, Speak, New York, 2006. 198 pagine.

Melinda è una ragazzina americana al primo anno di superiori. Ci viene presentata come una ragazzina chiaramente traumatizzata da un evento di cui non veniamo subito a conoscenza, ma che possiamo immaginare dopo poche pagine, o almeno io l’ho immaginato. A scuola nessuno le parla e nessuno vuole stare con lei, perché durante l’estate appena trascorsa ha chiamato la polizia durante una festa ad alto tasso alcolico, e tutti la odiano per questo. Melinda non fa parte di nessun gruppo a scuola, ha una sola amica, che fa amicizia con lei soltanto perché si è appena trasferita e non conosce la sua storia, ma la abbandonerà dopo qualche mese perché la trova troppo depressa. Melinda si morde le labbra fino a farle sanguinare e parla pochissimo, sia a scuola che a casa. Le sembra quasi di non riuscire a parlare, come se le facesse male la gola.

Il libro è narrato da Melinda stessa, per cui guardiamo tutto con i suoi occhi di ragazzina di 13 anni e ascoltiamo tutto dalla sua voce. La scrittura non mi è piaciuta per niente, ma devo ammettere che l’autrice è stata veramente bravissima, perché sentiamo proprio la voce di una ragazzina appena adolescente. Sembra davvero un libro scritto da un’adolescente, tanto la voce di Melinda è verosimile. Il punto è che la scrittura non mi è piaciuta proprio perché sembra di ascoltare un’adolescente, ma bisogna riconoscere che l’autrice ha sicuramente raggiunto il suo scopo, che immagino fosse quello di farci conoscere gli eventi dalla voce della vittima stessa, nonché quello di parlare alle ragazzine della stessa età di Melinda.

Infatti la quarta di copertina dice che questo libro è adatto ai ragazzini dai 10 anni in su. Ora, secondo me 10 anni sono un po’ pochi, perché la tematica che affronta questo romanzo è veramente forte. Magari direi dai 12 anni. Però è anche vero che l’autrice stessa, nel rispondere alle domande dei lettori, afferma che è importante che i ragazzi leggano questo libro perché quasi la metà degli stupri che avvengono negli Stati Uniti sono ai danni di minorenni. In questo ha ragione, bisogna che i ragazzi, e soprattutto (ma certo non solo) le ragazze, sappiano cosa può succedere. Il mondo non è sempre bello e colorato, ed è giusto che lo sappiano.

Inoltre mi ha colpito molto il fatto che l’autrice dica che moltissime volte dei ragazzi (maschi) le hanno chiesto come mai Melinda sia così sconvolta dallo stupro che ha subito. L’autrice dice che questo è dovuto al fatto che i ragazzi sono bombardati fin da piccoli da immagini di sesso in TV, nei film, ecc. Questo può essere in parte vero, ma io credo che nessun ragazzo che abbia avuto un’educazione di un certo tipo possa stupirsi che una ragazzina di 13 anni rimanga sconvolta per essere stata vittima di violenza sessuale. Voglio dire che a mio parere c’è una cultura dello stupro, per cui molti genitori (vedi anche fatti recenti) non insegnano mai ai propri figli che non sempre si può avere tutto quello che si vuole, che in certe circostanze occorre chiedere il consenso all’altra persona; ma insegnano invece a questi ragazzi che non c’è niente di così sbagliato nel “prendere una donna/ragazza”, se è quello che si vuole. Questo è il mio modesto parere. Vedi anche come si comportano certi genitori in seguito alle azioni ignobili e disgustose dei propri figli.

Quello che è molto interessante di questo romanzo, a mio parere, è che Melinda non parla di una violenza sessuale compiuta puntandole un coltello alla gola o una pistola alla tempia, ma di un abuso inflittole da un ragazzo di pochi anni più di lei, che va all’ultimo anno delle superiori e si prende quello che vuole anche se Melinda ha timidamente detto di no. Ecco, quello che mi interessa è che Melinda non si sia messa a urlare per attirare l’attenzione di qualcuno, non abbia scalciato e protestato, ma abbia “solo” detto di no. Molte persone, ancora al giorno d’oggi, farebbero fatica a definire questo un vero e proprio stupro (e fra queste persone, anche molti giudici), ma nel libro, giustamente, non si mette mai in dubbio che proprio di questo si sia trattato. Ho trovato questo molto interessante, perché mi sembra un ottimo modo per insegnare alle ragazzine che quando si dice di no significa proprio no, e che non è necessario subire una minaccia di morte per considerare violenza sessuale quello che si sta subendo o si è subita. A me sembra molto importante, se pensiamo che tante vittime di violenza faticano a ritenersi tali proprio per il fatto di non essere state minacciate o di non aver detto di no con maggiore veemenza.

Melinda è una ragazzina che sembra molto debole per gran parte del libro, ma che si rivela poi essere invece molto forte. Se devo trovare un difetto a questo libro (oltre allo stile di scrittura che non mi ha entusiasmato) è che è troppo breve, ragion per cui l’evoluzione di Melinda sembra troppo affrettata. Non tanto per il suo atto di ribellione e di coraggio finale, che effettivamente avviene alla fine dell’anno scolastico, quindi in pratica un anno dopo la violenza. Quanto piuttosto per il modo in cui Melinda riesce ad ammettere con se stessa di essere stata vittima di violenza, o meglio riesce a parlare, anche solo tra sé, di quello che le è successo. All’inizio del libro Melinda non riesce a dire nemmeno nei suoi pensieri cosa le è successo, e a un certo punto, in maniera del tutto inaspettata, ci parla di quello che è accaduto a quella festa in agosto. Mi sembra troppo affrettato. Per questo penso che il libro sarebbe stato più credibile e in definitiva migliore se fosse stato più lungo. Ma resta comunque un libro di grande importanza.

Il romanzo è stato tradotto in italiano da Giunti con il titolo Speak. Le parole non dette.

Jennifer Niven, All the Bright Places

Jennifer Niven, All the Bright Places, Penguin, London 2015. 388 pagine.

Forse ormai non sono più capace di scrivere una recensione senza spoiler. Perciò siete avvisati, se non volete sapere come va a finire non leggete oltre.

Questo libro è pubblicato in Italia da DeAgostini con l’orrendo titolo Raccontami di un giorno perfetto che, diciamola tutta, è un titolo perfetto per attirare ragazzine sotto i 20 anni. Non per niente è un libro YA (Young Adult) ma, come dice la quarta di copertina, contiene temi adatti agli adulti. Non è un YA normale, fidatevi, altrimenti non ve ne avrei neanche parlato. Perché io a volte quei libri li leggo, ma almeno ho la decenza di non recensirli. (Sia detto senza offesa, come ripeto li leggo anch’io).

Questo è un libro su Violet e Finch. Entrambi quasi diciottenni, sono compagni di scuola e all’inizio del libro si ritrovano sul cornicione della torre campanaria della scuola. Finch convince Violet a non buttarsi e, messasi in salvo, lei a sua volta convince lui a non buttarsi. Dopo un po’ i due cominciano ad andare in giro insieme per un progetto di geografia e si innamorano. Insomma, direte voi, un tipico romanzo in stile YA. Va detto che le storie d’amore fra adolescenti mi danno ormai un po’ di nausea, non perché non sia stata un’adolescente anch’io, ma perché quel periodo è molto lontano e francamente vorrei leggere di altro, di qualcosa di più maturo. Ma non necessariamente. Perché infatti questo libro è altro, è tanto altro.

Finch pensa costantemente alla morte, e si trova spesso a pensare se quello presente sia il giorno giusto per farla finita. Perché? Perché si è appena “svegliato”, cioè per dirla in termini medici è appena uscito da una grave depressione, a cui al momento sta chiaramente facendo seguito una fase maniacale. Perché, sì, Finch è bipolare, anche se non veniamo a scoprirlo subito è ben chiaro a chiunque abbia conoscenza di questa malattia. Violet, a sua volta, è sopravvissuta a un grave incidente d’auto nel quale sua sorella ha perso la vita. Ha una depressione reattiva da cui fatica a uscire, sentendosi colpevole per la morte della sorella perché quella sera l’aveva lasciata guidare anziché guidare lei stessa.

Questo libro parla sì di amore fra due adolescenti, ma parla anche di bullismo, di malattia mentale, di dolore, di suicidio. E credo che questo lo renda un libro molto importante all’interno del panorama YA. Mi spingerò fino a dire che per me questo libro andrebbe fatto leggere a scuola. Perché nelle scuole, almeno che io sappia, non si parla di temi come la salute mentale. Mentre invece le malattie mentali affliggono moltissimi giovani, e credo che né i genitori né gli insegnanti sappiano come comportarsi in queste circostanze. Né tantomeno, figuriamoci, i compagni di scuola. O le stesse persone che di queste malattie soffrono.

Finch dice che “bipolare” è solo un’etichetta, e lui non vuole essere etichettato perché lui è una persona. Finch ha ragione, in parte, e come lui la pensano tante altre persone, malate e non (perfino molti specialisti). Tuttavia non ha ragione fino in fondo perché è grazie a quelle etichette che le persone malate possono essere curate e aiutate.

Finch vuole morire veramente o no? Inizialmente sembrerebbe di no perché, nonostante tutte le informazioni sul suicidio che reperisce morbosamente, quando fa un’overdose di farmaci va lui stesso al pronto soccorso chiedendo di essere aiutato. Eppure sì, Finch vuole davvero morire, e come dice lui quando lo farà sarà sul serio, non un mero tentativo. Nonostante i messaggi che lascia a Violet, non credo nemmeno che volesse davvero essere trovato, se non dopo la sua morte.

Inoltre, è essenziale dire che, nella nota in fondo al libro, l’autrice dice che un suo ex ragazzo è morto suicida, e che è stata lei a trovarlo. Quindi sa bene di cosa sta parlando, e secondo me si vede. Molti hanno scritto che questa sarebbe una pessima rappresentazione della malattia mentale, primo perché i personaggi sarebbero meri malati mentali ridotti a macchietta senza altro di contorno, secondo perché Niven glorificherebbe alcuni aspetti della malattia mentale, o allora perché non ne parlerebbe in modo adeguato, rendendola solo un capriccio. Io credo che niente di questo sia vero. Come persona che soffre di una malattia mentale (e che per dieci anni ha creduto erroneamente che questa malattia fosse il disturbo bipolare, come ho anche avuto modo di dire in altre occasioni) io penso che questi personaggi non siano affatto macchiette e non siano affatto rappresentati come capricciosi né tantomeno glorificati. La malattia mentale è pervasiva, è ovvio che una persona ne sia completamente accerchiata e, infine, inglobata. Per questo può sembrare una macchietta, ma di certo non lo è.

Io francamente mi sento di consigliarvi questo romanzo, soprattutto se avete a che fare con degli adolescenti, o se siete voi stessi adolescenti.

Fannie Flagg, Fried Green Tomatoes at the Whistle Stop Cafe

Fannie Flagg, Fried Green Tomatoes at the Whistle Stop Cafe, McGraw-Hill Book Company, New York 1988. 403 pagine.

Ho deciso di leggere questo libro quasi per caso, perché avevo sentito dire che era divertente. Ogni tanto ci vuole qualcosa di divertente, mi sono detta. Invece, come spesso mi accade, mi sono dovuta rendere conto del fatto che il concetto di libro/film/ecc. divertente è per me diverso da quello della maggior parte delle altre persone, o dei recensori e dei critici di sicuro. Questo libro non è affatto divertente, tranne in alcuni punti. Ma è bellissimo, perciò sono contenta dell’equivoco che si è venuto a creare, altrimenti non l’avrei mai letto.

Il libro è diviso in brevi capitoli che si alternano anche temporalmente. In alcuni di questi troviamo Evelyn Couch e Ninny Threadgoode, una donna grassa e bulimica di 48 anni e un’anziana signora di 86. Quest’ultima è ospite alla casa di riposo Rose Terrace, e piano piano lei ed Evelyn diventano amiche, anche loro in seguito a un equivoco. Evelyn infatti era andata a trovare sua suocera ma, non riuscendo più a sopportarla, se n’era andata nella stanzetta delle visite, dove questa donna di 86 anni aveva cominciato a parlarle della sua vita. All’inizio un po’ infastidita, Evelyn però la sta a sentire e ben presto diventeranno amiche per la pelle. In altri capitoli invece ci troviamo quasi sessant’anni prima, nel 1929, proprio durante la grande Depressione, quando Idgie Threadgoode e Ruth Jamison decidono di aprire un caffè nel paesino di Whistle Stop, Alabama. Alternati a questi ci sono colonne dal giornale di Whistle Stop e da altri giornali della zona, e così via fino a ricostruire un quadro completo della situazione di Idgie e Ruth nel 1929 e anni seguenti.

Il libro è bellissimo sia perché è scritto divinamente, cosa che oggi non si può dire di moltissimi libri, sia perché affronta con grande leggerezza temi importanti. Come il razzismo nel profondo Sud americano degli anni Venti e Trenta, con il Ku Klux Klan che minaccia e uccide le persone di colore e quelli che li aiutano. Che minaccerà anche Idgie, colpevole di dare da mangiare ai neri dalla porta sul retro del suo caffè. Altro tema importante, direi centrale, è la relazione fra Idgie e Ruth, che viene raccontata con estrema delicatezza senza mai nominare la parola “omosessualità”. Idgie si innamora di Ruth a 16 anni, tanto che ha delle reazioni estreme quando lei decide di tornare a casa sua in Georgia (e qui Flagg affronta anche la paura dell’abbandono, e lo fa in maniera magistrale). In seguito le due riusciranno a riunirsi e addirittura cresceranno un figlio assieme, un’idea che deve essere sembrata rivoluzionaria nel 1929, eppure tutti le trattano come una famiglia di fatto normalissima. Certo, il bambino chiama Ruth “mamma” e Idgie “zia”, ma di fatto sono due mamme, cosa che non si può negare.

E come dicevo questi temi così importanti e anche pesanti sono trattati con estrema leggerezza e delicatezza. Ci si arrabbia con Idgie quando le persone di colore vengono trattate in maniera diversa rispetto ai bianchi, ci si emoziona con lei quando Ruth torna da lei e dichiara che le starà sempre al fianco. E ci si emoziona in tanti altri momenti che non voglio rivelare. Non è un libro divertente, è casomai un libro struggente, dolcemente triste, che scuote veramente nel profondo pur non volendo fare proclami.

In italiano è stato pubblicato da BUR con il titolo Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop, e ne è stato tratto un film nel 1991 dal titolo Pomodori verdi fritti alla fermata del treno.

J.J. Abrams e Doug Dorst, S.

J.J. Abrams e Doug Dorst, S., Mulholland Books, 2013. 457 pagine.

  1. V.M. Straka è l’autore di 19 libri, fra cui La nave di Teseo. Non sappiamo per cosa stiano quelle due iniziali del suo nome, V e M. Non sappiamo chi sia realmente Straka, né di che nazionalità sia. Sappiamo che il suo/la sua traduttore/traduttrice ufficiale, verso molte lingue fra cui l’inglese, è il/la brasiliano/a F.X. Caldeira. Non sappiamo per cosa stiano le due iniziali del suo nome, almeno all’inizio. Chi è Straka? Chi è Caldeira? Straka è stato realmente un assassino e un delinquente di portata internazionale? È stato lui a dare l’avvio alla prima guerra mondiale, con l’assassinio di Francesco Ferdinando?
  2. Il libro è La nave di Teseo, ultimo romanzo pubblicato da Straka, rimasto incompiuto e completato da Caldeira, che ha messo mano in modo sostanziale (?) all’ultimo capitolo. Il protagonista è S., un uomo colpito da amnesia: non si ricorda assolutamente chi sia, da dove venga, non si ricorda niente della sua vita precedente. In un caffè incontra una donna che sta leggendo un libro voluminosissimo. Ma improvvisamente viene cloroformizzato e messo su una nave (fantasma?) – una nave degli orrori, orrori che scopriremo a poco a poco. Chi è la donna che S. ha incontrato? Riuscirà a reincontrarla? Chi è S.? Qual è il suo ruolo negli avvenimenti del libro?
  3. Il libro è stato rubato da un dottorando ventottenne dalla biblioteca della scuola. Una studentessa universitaria, attualmente impiegata come bibliotecaria, lo trova e decide di leggerlo. Nasce così una corrispondenza ai margini fra i due. I due ragazzi si scrivono delle note a margine del testo, analizzano il romanzo, analizzano le note di Caldeira, cercano di ricostruire l’identità di Straka. I due si incontreranno? Chi sono veramente? È tutto vero quello che dicono di se stessi?

CAM00043[1]Questo è un romanzo (?) geniale, ideato dall’autore di Lost e scritto, ovvero posto in essere, da Doug Dorst. Credetemi, non avete mai letto niente di simile. In confronto le note a pié di pagina di David Foster Wallace in Infinite Jest vi sembreranno letteratura classica. Questo libro è un’esperienza visiva e sensoriale, prima ancora di essere un romanzo bellissimo, bellissimo. Vi inserisco qualche foto che ho fatto io stessa, così che vi possiate rendere conto di quello che intendo. Il libro è pieno non soltanto di note a margine, ma anche di foglietti, cartoline, tovaglioli e allegati di qualsiasi tipo e forma. Dunque: sebbene esista (perlomeno nella versione americana), NON comprate questo libro come ebook o, peggio che mai, come audiolibro, perché vi perdereste 2/3 dell’esperienza. Quella visiva e quella sensoriale. Vi rimarrebbe solo, seppur bellissima, quella strettamente narrativa.

Dicevo, questo libro è chiaramente uno dei più belli che io abbia letto quest’anno. Il più innovativo senz’altro.

Un esempio di come venga riprodotto il consumarsi fisico del libro

Un esempio di come venga riprodotto il consumarsi fisico del libro

Le tre storie, o i tre misteri, che ho elencato sopra, hanno dei fili conduttori che le accomunano: i margini e l’amore da lontano. Ci sono inoltre moltissimi livelli su cui è possibile leggere questo libro (chiamarlo romanzo sembra veramente riduttivo). Superficialmente, sembra una specie di storia di spionaggio. O di mistero. Chi sono tutti questi personaggi che si rincorrono? S., Straka, Caldeira, il dottorando, la bibliotecaria? Perché a un certo punto comincia a trasparire inquietudine e addirittura paura nelle note dei due corrispondenti? A che gioco stanno giocando quelli che rincorrono S.? Perché il suo nome non viene mai fatto? Cos’è la S? Una società segreta? Un gruppo di scrittori? Dei servizi segreti?

Più approfonditamente, sembra una storia d’amore, o meglio tre storie d’amore. Ma sarebbe un peccato dirvi di più su questo, posso solo dire che sono amori sbocciati da lontano, a volte senza neanche vedersi, e vissuti ai margini: di fogli, di libri, di scritti di qualsiasi tipo.

O ancora, il libro è una storia d’amore per la letteratura. L’amore del dottorando Eric per i libri di Straka, l’amore della bibliotecaria Jen per gli stessi libri, l’amore di Caldeira per ancora i medesimi libri. L’amore del lettore di questo testo multimediale per il libro che sta leggendo e per i libri in generale. L’amore per la letteratura, per la critica letteraria, per lo studio della letteratura.

Quale di questi livelli è predominante? A mio parere, uno di questi tre che ho detto, ma penso che possa essere un parere soggettivo e vorrei che scopriste da soli quale livello effettivamente prevalga sugli altri. Di fatto, comunque, sono tutti importanti.

Ma soprattutto, mi chiedo: è veramente importante sapere tutto di un autore? Mi ha fatto pensare molto a Elena Ferrante: ma ci importa veramente chi sia, se amiamo i suoi libri? Ma anche questo discorso è più complesso, in questo libro.

Un libro che va sicuramente riletto più volte per cogliere tutti i significati nascosti che si sono inevitabilmente persi con una prima lettura di un apparato così caotico. Non mi sento di consigliarlo a tutto, lo consiglio solo a chi ami il post-post-postmoderno. Altrimenti rischiate solo di fare una faticaccia immane e di non godervi per niente il libro.

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