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[Incipit] Elif Shafak, La bastarda di Istanbul

Non maledire ciò che viene dal cielo. Inclusa la pioggia.
Non importa cosa ti precipiti addosso, non importa quanto violento il nubifragio o gelida la grandine: non rifiutare quello che il cielo ti manda.
Lo sanno tutti. Inclusa Zeliha.
Eppure, quel primo venerdì di luglio, eccola affrettarsi sul marciapiede soffocato dal traffico, verso un appuntamento per il quale è già in ritardo, imprecando come uno scaricatore e sibilando una bestemmia dietro l’altra contro le pietre rotte del selciato, contro i tacchi alti, contro l’uomo che la segue, contro ogni singolo autista che pesta frenetico sul clacson quando è assodato che non serve a niente, contro l’intera dinastia ottomana che nella notte dei tempi ha conquistato Costantinopoli, e sì, contro la pioggia… quella stramaledetta pioggia estiva.
Qui da noi la pioggia è un tormento. È probabile che in altre parti del mondo venga accolta da uomini e cose come un dono: fa bene ai raccolti, fa bene agli animali e alle piante e, per aggiungere un tocco di romanticismo, fa bene agli innamorati. La pioggia, qui, non significa soltanto bagnarsi e sporcarsi. Vuol dire rabbia. Fango, caos e rabbia, come se non ne avessimo in abbondanza di tutti e tre. E lotta. È sempre una lotta. Simili a dieci milioni di gattini scaraventati in un secchio d’acqua, ingaggiamo un’inutile guerra contro le gocce. Non si può dire che affrontiamo la battaglia da soli, perché al nostro fianco ci sono le strade, con quei loro nomi antidiluviani stampigliati sulle targhe di latta, le tombe dei santi sparpagliate ovunque, i mucchi di spazzatura in attesa, le mostruose voragini dei cantieri in procinto di trasformarsi in palazzi moderni, e i gabbiani… Quando il cielo si spalanca e ci sputa in testa, tutti quanti perdiamo il controllo.
Eppure, mentre le ultime gocce si posano sul terreno e molte altre restano appollaiate sulle foglie ripulite dalla polvere, in quel momento indifeso in cui ancora non siamo sicuri che la pioggia sia finita davvero (e forse non lo sa neppure lei), tutto si rasserena. Per un lungo istante il cielo sembra scusarsi per il disastro in cui ci ha sprofondati. E allora noi, con le goccioline ancora fra i capelli, il fango sui vestiti e il malumore negli occhi, restituiamo lo sguardo a quel cielo, che ha assunto una sfumatura cerulea più chiara e trasparente che mai. Guardiamo in alto e non possiamo fare a meno di sorridergli in risposta.
Ma in quel momento la pioggia stava ancora scrosciando, e nel cuore di Zeliha non c’era spazio per il perdono. Era senza ombrello: aveva giurato a se stessa che non sarebbe mai più stata così imbecille da regalare dei soldi a un ambulante per un ombrello che avrebbe perso non appena fosse tornato il sole. Meglio inzupparsi fino al midollo. E poi era tardi, era già inzuppata fino al midollo. In un certo senso la pioggia assomigliava al dolore: facevi del tuo meglio per restare incolume, sicura e asciutta, ma se e quando abbassavi la guardia, il problema non si poneva più in termini di singole gocce, quanto piuttosto di una cascata incessante, e a quel punto decidevi che tanto valeva arrendersi.

Elif Shafak, La bastarda di Istanbul (tit. originale The Bastard of Istanbul), BUR, Milano 2013 (prima edizione americana 2007). Traduzione di Laura Prandino.

L’autrice su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Elif_%C5%9Eafak

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://www.bur.eu/libri/la-bastarda-di-istanbul/

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2013/09/08/la-bastarda-di-istanbul/

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Libri dalla Turchia

Moschea Blu, Istanbul

Moschea Blu, Istanbul

Orhan Pamuk, Il mio nome è Rosso, Einaudi: Istanbul, 1591. In una città scossa da antiche inquietudini e nuovissime tentazioni, tra i miniaturisti del Sultano si nasconde un feroce assassino. Per smascherarlo, Nero è disposto a tutto, anche a rischiare la vita. Perché se fallisce, per lui non ci sarà futuro con la bella Seküre, non ci sarà l’amore che ha sognato per dodici anni. Libro corale, carico di passione e di suspense, questo straordinario romanzo di Orhan Pamuk restituisce la ricchezza e la malinconia di un mondo al tramonto. Nel contrasto tra i due vecchi miniaturisti, Zio Effendi e Maestro Osman, Pamuk riassume una discussione che continua ancora oggi nel mondo islamico, diviso tra modernità e tradizione.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2008/12/10/il-mio-nome-e-rosso/

Orhan Pamuk, Neve, Einaudi: Investita da una tormenta di neve, la città è un miscuglio di etnie e fazioni politiche. Ci sono turchi, curdi, georgiani, nazionalisti laici e integralisti religiosi. C’è la polizia segreta, c’è l’esercito e ci sono i terroristi islamici. Ka inizia la sua indagine, mentre la neve continua a cadere e le strade vengono chiuse. Kars è isolata. In città, Ka rivede dopo diversi anni Ipek, una compagna di università molto bella. Ka se ne innamora e sogna di portarla con sé in Germania. Per realizzare questo sogno, farà di tutto. La situazione precipita quando una compagnia di teatro mette in scena un dramma degli anni Venti, scritto in sostegno della laicità dello Stato fondato da Atatürk, dove una donna, coraggiosamente, brucia il chador in pubblico. Durante lo spettacolo alcuni giovani del liceo religioso inscenano una protesta. E la serata finisce nel sangue. Ka viene coinvolto suo malgrado. È uno spettatore imparziale, ma molto confuso. Non sa nemmeno rispondere alla domanda: credi in Dio? Sostiene che a Kars ha ritrovato Allah, ma poi l’unica cosa che gli interessa è la ricerca, molto occidentale, della felicità. Il dilemma di Ka ruota intorno al confronto tra Occidente e Islam.

Tutti i libri di Orhan Pamuk: http://www.einaudi.it/catalogo/%28tiporicerca%29/RicercaSemplice/%28authors%29/Orhan%20Pamuk/%28searchSessionKey%29/Libri%20di%20Orhan%20Pamuk/%28enableEinaudiScore%29/true/

Oğuz Atay, Aspettando la paura, Lunargento: Gli otto racconti di Aspettando la paura, apparsi tra il 1972 e il 1977, presentano in modo inedito i nodi kafkiani di assurdità , insicurezza, paura, solitudine, incomunicabilità : i segni delle persone contemporanee, nel ruolo di sofferte protagoniste dei brani che ricalcano, non senza ricorrere anche all’arma dell’ironia, i tratti del malessere dell’umanità .
Orhan Pamuk, nella postfazione pubblicata nella raccolta, spiega la portata rivoluzionaria della scrittura di Atay per la letteratura turca: ‘Si deve a lui se tanti aspetti dell’esistenza sono entrati e hanno trovato posto in un romanzo: la partita alla radio, la scuola guida, amabili intellettuali smarriti fra le pagine dei libri’.

Esmahan Aykol, Hotel Bosforo, Sellerio: Cosa ama tanto di Istanbul Kati Hirschel, tedesca-turca trapiantata in città, se per la maggior parte del tempo si trova immersa nel caos mobile della metropoli, porta tra oriente e occidente? Forse, più del kebab e delle sale da tè all’aperto che non la stancano mai, proprio il caos l’appassiona, frutto inebriante di una stratificazione di esseri umani profondamente diversi, il cui inatteso effetto è la convivenza e la capacità di comunicare. Kati ha vissuto a Istanbul per metà circa della sua vita di quasi quarantenne e ne conosce ogni angolo, gli svariati ambienti, i ritrovi esclusivi o popolari, i tanti quartieri che fanno città nella città. È indipendente, sola, alquanto vanitosa, erotica, e dirige la sua libreria specializzata in gialli. Per lavoro e per passione, incontra ogni tipo di gente, clienti, amici, vicini simpatici curiosi e vociferanti, in giro instancabilmente tra il mar di Marmara e il Bosforo. Inattesa, perché mai erano state intime, Petra, vecchia amica tedesca diventata attrice di una certa fama, la chiama. È scesa all’Hotel Bosforo, giunta nella vecchia capitale per un film di produzione turco tedesca. Subito Petra riversa sull’amica tutto il dolore di un’esistenza senza amore. Al successivo appuntamento, Kati viene a sapere che in albergo è stato consumato un crimine, ed è proprio Petra la principale sospettata. Arma del delitto, decisamente femminile, un asciugacapelli; vittima il regista tedesco, morto fulminato nella vasca da bagno della sua suite, con un bicchiere di whisky in mano. Con lui, Petra, a detta di tutti, aveva una relazione che però lei nega. Kati, per amicizia, si sente coinvolta e decide di assistere da vicino alle indagini. E si trova a condursi con abilità e civetteria tra produttori miliardari dal passato losco, poliziotti spicci, artisti, bohémien, corteggiatori, circuiti internazionali dell’orrore e vendette, e un amore; mentre le sue giornate sono movimentate dalle tante persone che popolano la sua complicata vita quotidiana. Lo scontro delle loro abitudini e dei loro pregiudizi, con i pregiudizi e le abitudini di un’europea occidentale, dà vita al gioco dell’orientalismo e dell’occidentalismo. Ed è un abbraccio a una metropoli carica di storia europea che ritorna in Europa.

Esmahan Aykol, Appartamento a Istanbul, Sellerio: Kati Hirschel è una Berlinese trapiantata a Istanbul da una quindicina d’anni. Gestisce una libreria specializzata in gialli, per il resto il suo tempo è preso a occuparsi di una quantità di piccoli affari pratici che la sballottano da un estremo all’altro della sconfinata città che abbraccia il Bosforo. E parla, conversa continuamente e con chiunque, di ogni ceto occupazione e risma, amiche e vicini, amori, e personaggi con cui viene in contatto per il lavoro o per le altre incombenze: storie, particolari, vicende, incontri che finiscono per sommergerla di atmosfere metropolitane e, con lei, chi la segue nella sua giornata. È il ritmo di questa spericolata città (ultimo pezzo probabilmente di un cosmopolitismo orientale che non può sopravvivere che nell’Europa in cui l’Oriente è diventato mito) che la attraversa e i delitti in cui si lascia coinvolgere da investigatrice involontaria funzionano inconsciamente come ottimi pretesti per tuffarsi nel ribollente miscuglio di vizio affari e politica su cui galleggia la città. Un affarista è stato ucciso, un uomo che controllava lucrosamente un numero di posteggi in centro e speculava in aree edificabili. Caso vuole che il delitto sia avvenuto poco dopo un alterco con Kati, per via di un appartamento che la libraia vorrebbe comprare. Facile, per la polizia, sospettare di lei, ma è soprattutto l’invincibile curiosità che spinge Kati a occuparsi delle strane circostanze di una morte che non avrebbe dovuto avvenire così facilmente. I parenti della vittima, le sue passate fidanzate; e mentre Kati scorre come i grani di un rosario l’intera catena di conoscenze e contatti, piomba un secondo omicidio. Stavolta è immediato orientarsi verso i soci del morto e verso i circoli di politici fondamentalisti che univano la prima vittima con la seconda.

Tutti i libri di Esmahan Aykol: http://sellerio.it/it/cerca/risultati_lib.php?f=aykol&cerca.x=0&cerca.y=0

Hrant Dink, L’inquietudine della colomba, Guerini e Associati: Hrant Dink credeva nella possibilità, anzi nel dovere, di convivere: armeni e turchi, cristiani e musulmani. Non per questo rinunciava a scrivere del genocidio degli armeni, ed era stato infatti condannato a sei mesi di carcere per «insulto all’identità turca». I suoi articoli, che possiamo leggere qui raccolti, vivono di questa duplice sostanza: il timore della colomba e la fiducia nella possibilità di condividere emozioni, desideri, pensieri: in una parola l’umanità.

Nâzim Hikmet, Poesie d’amore e di lotta, Mondadori: «Nato nel 1902 / alla città natale non sono più tornato / i ritorni non mi piacciono / a tre anni ero ad Aleppo nei panni di nipote del pascià / a diciannove a Mosca studente all’Università dei comunisti / […] / e dai quattordici professo la poesia // c’è chi sa d’erbe e piante e chi di pesci / io dei distacchi sono specialista / chi enumera a memoria i nomi delle stelle / io declino invece nostalgie // ho dormito nelle celle e in grandi alberghi, la fame l’ho patita / e lo sciopero ho tenuto della fame e non c’è al mondo pietanza che io non abbia degustato»: così si presenta Nâzim Hikmet, sottolineando la dimensione universalistica della propria ispirazione, in Autobiografia, nel 1961. L’opera di Hikmet, autore ormai celeberrimo, come quelle di Prévert, di García Lorca, di Neruda, di Tagore, di Gibran, è amata da una vastissima platea di lettori (come in Italia è testimoniato dalla fortuna delle sue Poesie d’amore, tradotte dal francese da Joyce Lussu nel 1963, anno della morte di Hikmet, e poi ristampate innumerevoli volte).
Già nell’infanzia Nâzim respira in casa l’aria della poesia, soprattutto quella che il nonno paterno scrive nel cosiddetto ottomano, idioma segnato nella forma letteraria dalla presenza forte di elementi arabi e persiani. Fin dalle sue prime prove, il giovane poeta adotta invece una lingua più sciolta rispetto alle più pesanti formulazioni auliche, servendosi ora della metrica quantitativa arabo-persiana, ora di quella sillabica turca in diverse e mai sperimentate modulazioni. La poesia di Hikmet attinge a reminiscenze classiche e popolari e risente altresì della letteratura persiana, francese e russa: influenze ed echi che il poeta attesta ma al tempo stesso non esita a contestare quando si tratta di proporre una propria originale maniera (metro assolutamente libero o con rime celate che emergono soltanto a una lettura ad alta voce).
Tale dunque l’intreccio di temi e linguaggi poetici di Hikmet, che non a caso si dice appartenente a un mondo al crocevia di civiltà diverse: «Non mi considero semplicemente un erede della cultura turca; sono uno degli eredi della cultura umana tutta. E quando dico cultura, non penso esclusivamente a quella della Grecia antica, o al Rinascimento: ho in mente l’Asia, l’Africa, l’America. Come uomo dell’Occidente, sono orgoglioso del contributo occidentale alla cultura del mio Paese, ma sento anche l’orgoglio che nasce dall’arricchimento della comune eredità, compresa quella dell’Occidente, a opera del mio Paese e dell’Oriente».
La sua precoce vocazione di poeta lirico, teso al dialogo con il lettore e con se stesso, nonché al rispecchiarsi, sinuoso e cangiante, del paesaggio esteriore in quello interiore, non è mai disgiunta dall’impegno civile, essendo fin dall’inizio il suo poetare intonato alla partecipazione “politica”.
Perciò la distinzione spesso operata in passato dagli editori tra poesie dal carcere e di lotta e poesie d’amore va accolta con cautela e, in un certo senso, superata: non si tratta di due filoni distinti dell’opera di Hikmet, ma di motivi profondamente interconnessi nella sua poesia. A questa idea si ispira appunto la presente antologia che Giampiero Bellingeri, il più importante studioso italiano di letteratura turca, ha allestito con l’aiuto di un gruppo di giovani traduttori. I testi proposti – per molta parte inediti in lingua italiana – appartengono all’intero arco della vita del poeta. Si procede secondo un ordine cronologico flessibile, prestando attenzione ai tempi, ai temi e ai toni. Si solcano i primi anni Venti, quelli della scoperta dell’Anatolia e dell’Unione Sovietica: di entrambi i climi Hikmet coglie lo scenario desolato e le potenzialità, nella speranza espressa dalle modalità sperimentali di un generico “futurismo”. Si continua nel viaggio attraverso i paesaggi reali e mentali, le prese di coscienza pericolose, intempestive, non di regime, in una Repubblica turca appena fondata (1923). Fino al carcere, dove il poeta resta rinchiuso più volte.
Fino al rilascio sotto la pressione dello sciopero della fame e delle manifestazioni degli intellettuali d’Occidente. E fino all’asilo ottenuto a Mosca, per sfuggire all’isolamento e a una condanna ormai decretati per lui in patria. In quella Turchia, cioè, dove queste sue poesie intense e vibranti resteranno vietate, o censurate, sino a pochi decenni fa.

Nâzim Hikmet, Gran bella cosa è vivere, miei cari, Mondadori: Pubblicato nel 1962, un anno prima della sua morte in esilio a Mosca, e a tutt’oggi inedito in Italia, Gran bella è cosa vivere, miei cari è un romanzo la cui gestazione ha accompagnato gran parte della vita di Hikmet. Pur essendo un’opera di fiction, le vicende che Hikmet racconta sono attinte dalla sua biografia: sua è la voce del narratore, Ahmet, un uomo morso da un cane rabbioso che attende la fine del periodo di incubazione isolato in una capanna dell’Anatolia lasciandosi andare alle intermittenze della memoria e del cuore; sua è anche la voce di quell’io che gli si alterna, in un sublime gioco di proiezioni e riflessi narrativi; suo è il “materiale di vita” che vi si accumula, gli squarci dell’infanzia, i momenti di attivismo politico, le sofferenze dell’esilio; suo l’incancellabile ricordo di un’amatissima donna, Anuka, sfuggente e contesa.
Ma definire questo romanzo come semplicemente autobiografico sarebbe oltremodo riduttivo.
Perché scorre nelle sue pagine una forza creativa che attinge alla poesia di Hikmet e a tutta la sua opera, in un singolare procedimento che si potrebbe semmai definire “autobibliografico”, per usare la felice intuizione di Giampiero Bellingeri. “Giusto una rimessa in gioco di se stesso” scrive nella sua Postfazione “risulta essere questa estrema prova di Nazim, avvinto dal cimento con le proprie idee di arte …nel dialogo urgente intavolato, intrecciato con le voci levate e raccolte nella ‘gran bella cosa’ che è la vita, precaria e intensa…
Come a dirci che, ricreando, rivivendo immagini, persone, vicende, situazioni psicologiche e morali già celebrate nella propria poesia, si vive ulteriormente, e non d’obbligo nel rifugio del passato. Nel tempo ritrovato si ritrova lo spazio per l’eco, la proiezione in avanti delle prove passate, sullo schermo dove tornano ad agire le ombre concrete della irreversibile fusione, o diciamo pure confusione, di scelte di vita e poesia.”

Nâzim Hikmet, Poesie d’amore, Mondadori: La vita di Hikmet porta l’immagine di una battaglia d’amore in cui le donne, tutte amate, la terra, un’idea, sono armi e difese di un’anima forte. (Salvatore Quasimodo)

Nâzim Hikmet, Il nuvolo innamorato e altre fiabe, Mondadori: Prima edizione completa delle fiabe che il celebre poeta turco scrisse per i bambini durante la seconda metà degli anni Cinquanta. Il Nuvolo innamorato nasce da remote memorie d’infanzia dell’autore, dal ricordo della nonna che raccontava antiche storie, ma anche da un’attenta e appassionata lettura del materiale folclorico del suo paese. Il risultato è una raccolta di racconti dalla sorprendente e limpida bellezza, in cui vivono principesse e “nuvoli” capaci di amare, contadini sciocchi e ragazzi furbi, maghi crudeli e astute ragazze. Perle di saggezza, di poesia e di umorismo solo apparentemente lontane dall’opera e dall’impegno politico di Hikmet, scrittore per il quale “la letteratura, in ciascuno dei suoi generi, comincia con la fiaba e con la fiaba finisce”.

Yakup Kadri Karaosmanoğlu, Nur Baba, Adelphi:  Quando apparve in Turchia nel 1923, questo romanzo ebbe immediata fortuna e suscitò aspre polemiche. Era forse un tentativo mascherato di svelare il «sacro segreto» dell’ordine bektashi e delle sue dottrine iniziatiche? Voleva mostrare la decadenza di tale antica confraternita, ridotta a una cerchia orgiastica? In realtà si trattava della storia di un amore esaltato e funesto, dove dietro l’eroina si profilava un grande personaggio occidentale: Madame Bovary. Ricca, bella, oziosa nella sua villa sul Bosforo, la giovane Nighjar segue il richiamo di una voce che ha udito risuonare una sera nella baia: la voce di Nur Baba, «Maestro di Luce». Quella attrazione indefinita la spingerà ad abbandonare tutto, a diventare una delle tante donne della confraternita, a subire umiliazioni e patimenti, a cercare l’estasi nell’abiezione, a consumarsi fino a perdere la voce – e da ultimo a lanciarsi in un fuoco che è insieme erotico e mistico.

Yaşar Kemal, Memed il falco, Rizzoli: Il primo libro del ciclo di Memed raccoglie le voci epiche e leggendarie dei monti del Tauro, lo spirito di rivolta della terra di Anatolia in una narrazione libera dai modelli occidentali, simile a una fiaba orientale e all’epopea di un popolo.

Yaşar Kemal, Guarda l’Eufrate rosso di sangue, Rizzoli: Non esiste riparo dal vento della Storia. Così, nei primi anni del Novecento, neppure l’Isola delle Formiche, piccolo lembo di terra bagnato dal Mediterraneo, è immune dagli sconvolgimenti che il tramonto dell’Impero ottomano porta con sé. Abbandonata in seguito all’esodo coatto della popolazione greca, l’Isola offre agli occhi del giovane ufficiale turco Poyraz Musa un paesaggio immobile e meraviglioso. Ma tra gli orti rigogliosi e le spiagge deserte si aggira un fantasma silenzioso. È poco più di un’ombra, eppure la sua presenza pervade ogni angolo dell’Isola. Perché per Vassilis, ultimo greco rimasto, è una questione di vita o di morte: ha giurato di uccidere chiunque oserà calpestare la terra dei propri avi, e ora che il suo nemico ha finalmente un volto, è pronto a ingaggiare con l’invasore una ossessiva, implacabile caccia all’uomo. Ma il tragico passato dei due trasformerà il conflitto in un commovente incontro tra sopravvissuti. In Guarda l’Eufrate rosso di sangue Yaşar Kemal rivisita un capitolo dimenticato della storia turca celebrandone passioni e contraddizioni con la forza di una scrittura intensa e struggente.

 

Orhan Pamuk, La nuova vita (Turchia)

Orhan Pamuk, La nuova vita (tit. originale Yeni Hayat), Einaudi, Torino 2008. Traduzione di Marta Bertolini e Şemsa Gezgin. 257 pagine, 11,50 euro.

«Un giorno lessi un libro e tutta la mia vita cambiò.»

Come non restare affascinati da un incipit così? Sicuramente promette una storia molto bella, magari sulla passione per i libri e la lettura. E leggendo il libro si scopre che in un certo senso è così, anche se solo in parte. E che la storia è bella, anche se solo in parte.

Osman legge un libro e tutta la sua vita cambia. Si sente come risucchiato da questo libro, come se il libro emanasse luce, come se dovesse per forza mettersi a cercare il luogo descritto nel libro per iniziare finalmente la sua nuova vita. Ed è proprio quello che fa: inizia a trascurare le sue lezioni di ingegneria per mettersi alla ricerca di questo fantomatico luogo descritto nel libro. Proprio all’inizio della sua ricerca incontra all’università Canan, una ragazza bellissima di cui si innamora perdutamente. Il loro viaggio alla ricerca del luogo descritto nel libro finirà poi per incrociarsi e l’amore di Osman per Canan sarà sempre più forte. Seguiamo dunque i due protagonisti nei loro viaggi in pullman per tutta la Turchia, anche quella più remota.

La storia è interessante, ma non è precisamente quello che mi sarei aspettata dall’incipit. Resta tuttavia una bella storia. È però lo svolgimento che non mi è piaciuto da impazzire, essendo davvero troppo onirico e bizzarro. Non che io non apprezzi la scrittura onirica, ma forse in questo momento avevo bisogno di qualcosa di maggiormente concreto.

Il tema di fondo non è davvero il libro, ma l’incontro-scontro tra Oriente e Occidente, come sempre in Pamuk. La Turchia è infatti un Paese profondamente occidentalizzato, ma fondamentalmente orientale, ed è quindi forte in essa la presenza di questo incontro-scontro. Senz’altro Pamuk lo descrive molto bene e anche in modo originale, eppure questo libro non mi ha convinto fino in fondo. Forse anche perché dopo aver letto Il mio nome è Rosso niente può arrivare a quell’altezza.

[Incipit] Orhan Pamuk, La nuova vita

Un giorno lessi un libro e tutta la mia vita cambiò. Fin dalle prime pagine ne percepii a tal punto la forza che mi parve quasi che il mio corpo si staccasse dalla sedia e dal tavolo a cui mi sedevo per allontanarsene. Ma nonostante avessi sentito il mio corpo staccarsi e allontanarsi, io ero più che mai su quella sedia e davanti a quel tavolo, con tutto il mio essere e tutto il mio corpo e il libro mostrava i suoi effetti sulla mia anima come su tutto ciò che mi apparteneva. Era un effetto talmente forte che sembrava che le pagine irradiassero luce sul mio viso. Era una luce che faceva brillare la mia mente e insieme la accecava. Pensai che grazie a questa luce mi sarei rigenerato, che questa luce mi avrebbe indicato la via d’uscita, intravidi le ombre di una vita che avrei conosciuto e a cui, più tardi, mi sarei avvicinato. Sedevo al tavolo e un angolo della mia mente ne era conscio, sfogliavo le pagine e, mentre tutta la mia vita cambiava, leggevo nuove parole e nuove pagine. Dopo un po’ mi sentii talmente impreparato e indifeso di fronte alle cose che mi sarebbero capitate che, istintivamente, allontanai per un attimo il viso dalle pagine come a volermi proteggere dalla forza che emanavano. E allora, spaventato, mi resi conto che il mondo che mi circondava era completamente cambiato e provai una sensazione di solitudine mai sperimentata prima. Era come se fossi rimasto completamente solo in un Paese di cui ignoravo la lingua, le usanze e la geografia.
L’angoscia provocata da questa sensazione di improvvisa solitudine mi legò ancora più profondamente al libro. Forse questo libro mi avrebbe mostrato cosa avrei dovuto fare nel nuovo mondo in cui ero capitato, in cosa credere, cosa vedere, la strada che avrebbe preso la mia vita. E, mentre scorrevo le pagine a una a una, inizia a leggere il libro come una guida che mi tracciasse la strada da intraprendere in un Paese selvaggio e straniero. Mi veniva voglia di dirgli: – Aiiutami, aiutami a trovare la mia nuova vita senza imprevisti -. Ma sapevo che questa vita era fatta delle parole della guida. Mentre leggevo parola per parola, da una parte cercavo di trovare la strada e dall’altra costruivo le incredibili meraviglie immaginarie che me l’avrebbero fatta completamente smarrire.

Orhan Pamuk, La nuova vita (tit. originale Yeni Hayat), Einaudi, Torino 2008. Traduzione di Marta Bertolini e Şemsa Gezgin. 257 pagine, 11,50 euro.

* Una recensione.

La bastarda di Istanbul

Elif Shafak, La bastarda di Istanbul (tit. originale The Bastard of Istanbul), RCS Libri, Milano 2013. Traduzione di Laura Prandino.

Zeliha si reca in una clinica di Istanbul per abortire. Ha diciannove anni. All’ultimo minuto però, in modo quasi incosciente, si mette a urlare così tanto che il medico non riesce a praticare l’aborto, così che alla fine Zeliha tiene il bambino, anzi la bambina, perché è già certa che sarà una femmina.

Rose ha appena divorziato dal suo marito armeno ed è decisa a fargliela pagare: dà così alla loro figlioletta Armanoush un patrigno turco, massimo affronto per una famiglia armena come quella di origine del padre.

Dopo diciannove anni ritroviamo Armanoush e la bastarda di Istanbul, Asya, con le loro rispettive vite fatte, nel primo caso, di letture di grandi romanzi e frequentazioni di un forum per armeno-americani, nel secondo caso della compilazione di un manifesto nichilista e frequentazioni di un caffè per nichilisti. Una vive fra l’Arizona e San Francisco, l’altra a Istanbul. Sembra impossibile che le loro vite si incrocino, eppure è quello che accade.

Intanto, Mustafa, il patrigno di Armanoush, altri non è che lo zio di Asya, unico maschio sopravvissuto in una famiglia di donne, dove tutti i maschi sono destinati a una morte precoce. Poi, Armanoush decide di andare a Istanbul per seguire le tracce della nonna amatissima, e sarà proprio da Asya e dalla sua famiglia che alloggerà. Ma gli intrecci non finiscono qui.

Una grande storia familiare narrata con tono e stile moderni, che niente ha da invidiare alle grandi epopee familiari della letteratura. All’inizio lo stile mi è sembrato perfino un po’ troppo moderno per la storia che narra, ma poi la storia mi ha preso talmente tanto da farmi dimenticare di questo.

Un libro molto bello sull’inesistenza delle coincidenze, sulla famiglia, sul genocidio armeno, sulla violenza. Un libro per il quale l’autrice è stata processata in Turchia per denigrazione dell’identità nazionale turca, poi però assolta. Ricordo infatti che in Turchia è ancora in vigore una legge per cui è vietato riconoscere come tale il genocidio armeno, cosa che questo libro fa dall’inizio alla fine.

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Questa recensione partecipa alla sfida delle letterature altre ed è pubblicata anche sul relativo blog.