Caroline Kepnes, You

Caroline Kepnes, You (tit. originale You), Mondadori, 2015. Traduzione di Paola Bertante.

Attenzione: questa recensione contiene SPOILER!!!

Sicuramente l’idea di usare come narratore uno psicopatico con problemi di tipo sessuale è interessante, l’ho fatto anch’io una volta quando (qualche millennio fa) mi dilettavo a scrivere. È altrettanto interessante che il suddetto narratore-psicopatico utilizzi la seconda persona singolare, rivolgendosi tutto il tempo a “te”. Naturalmente, questo “tu” è Beck, la protagonista della sua ossessione, ma è abbastanza disturbante da leggere perché il lettore (la lettrice) potrebbe benissimo immedesimarsi in questo “tu”.

Tuttavia, il mio problema con questo libro non è che sia brutto: forse non lo è, o forse lo è. Il mio problema è che non sono neppure riuscita a capire se sia brutto o meno, tanto l’ho trovato disturbante. Immaginerete che stare dentro la testa di uno psicopatico che si ritiene romanticissimo non può certo essere piacevole.

Molte volte sono stata tentata di abbandonare, tanto più che sicuramente 422 pagine sono troppe per questo tipo di romanzo. Ma ho perseverato e, contrariamente ad altri lettori, ho preferito le parti finali a quella iniziale. Quando Joe, il nostro protagonista psicopatico, scopre che Beck ha trovato la sua scatola segreta e inizia a trattare LEI come una psicopatica, il tutto comincia a diventare ancor più agghiacciante perché siamo di fronte a qualcosa di già visto e sentito milioni di volte: il compagno psicopatico che fa gaslighting alla compagna dopo averla stalkerata nella vita reale e in quella virtuale, e infine la uccide perché lei non vuole stare con lui ma poi gli dispiace, non perché l’ha uccisa ma perché ora non potrà più stare insieme a lei.

In conclusione, come ho detto, non ho idea se questo romanzo sia bello o brutto, so solo che è terrificante e fa orrore. Sconsigliato alle persone sensibili (come io probabilmente sono).

Carmine Abate, Il muro dei muri

Carmine Abate, Il muro dei muri, Mondadori, 2014. Pubblicazione originale 1984.

Carmine Abate, calabrese di etnia arbëreshë, è stato per molti anni un Gastarbeiter, o un germanese, come vengono chiamati in Calabria (o almeno nel paese dell’autore) i “lavoratori ospiti” che dagli anni Cinquanta ai Settanta emigrarono in Germania in cerca di lavoro. Con il corpo in Germania e il cuore in Italia, possono essere paragonati alle persone che oggi arrivano nel nostro paese in cerca di lavoro e di maggiore fortuna.

I germanesi non sono richiedenti asilo, non sono rifugiati, sono semplicemente persone (in genere uomini) che, non trovando lavoro nel proprio paese, decidono di emigrare in Germania, dove magari vive già il padre o qualche parente. A volte portano con sé le famiglie, ma più spesso moglie e figli restano al paese ad aspettare quelle poche settimane l’anno che i mariti trascorreranno con loro. Qui c’è un bellissimo sito dedicato ai Gastarbeiter, molto bello anche graficamente.

Questa esperienza è fondamentale nei libri di Abate, di cui ho già letto La festa del ritorno qualche anno fa. Addirittura, Il muro dei muri fu inizialmente pubblicato in Germania e scritto dall’autore in tedesco.

Questo libro è una raccolta di brevi racconti (l’intero libro ha circa 200 pagine) in cui le tematiche principali sono proprio l’emigrazione, la vita in Germania, i brevi e rarissimi ritorni al paese, la ricerca di fortuna raramente trovata, il lavoro spesso duro, gli episodi di razzismo quotidiano. È un libro tremendamente attuale, perché nelle quotidiane fatiche dei protagonisti di questi racconti (in cui è facile rivedere l’autore), siamo messi di fronte a quello che oggi sono costretti a sperimentare coloro che da altri paesi vengono in Italia.

Un racconto che mi ha colpito molto è quello in cui un ragazzo lavora in un ristorante italiano, sfruttato da un compaesano che ha fatto fortuna ma che per questo si crede in diritto di ergersi al di sopra della legge e di approfittarsi della disperazione dei suoi dipendenti. Una sera, al ristorante si presenta un gruppo di uomini tedeschi che prende a insultare pesantemente il cameriere. Appunto, episodi di razzismo quotidiano, di fronte a cui si tende a chiudere un occhio anche se tutti siamo consapevoli che fanno schifo.

Il protagonista dello stesso racconto si era fidanzato con una ragazza del paese: la famiglia di lei regala ai due ragazzi una casa ancora da finire, anzi addirittura appena iniziata, e ovviamente sarà lui a doversene occupare. Non gli resta perciò che andare a lavorare in Germania, l’unico modo per mettere insieme i soldi che gli servono per terminare la costruzione della casa. Parte praticamente obbligato dai futuri suoceri, arriva con una nostalgia di casa che non lo abbandonerà mai (Heimweh, la chiamano i tedeschi), così come avviene a tutti i germanesi. Fatica a trovare un lavoro dignitoso, una sistemazione abitativa degna di questo nome, e tutto questo lo porta a vivere con fatica l’idea di farsi sentire con i genitori e con la fidanzata. La trascurerà, fino a trovarsi lei e i suoceri in casa: hanno fatto un viaggio di 2000 km per andare a mettere il ragazzo con le spalle al muro e costringerlo a prendersi le sue responsabilità.

Ci sono molti racconti degni di nota, ad esempio un altro che ho apprezzato è l’ultimo, nel quale la violenza esce dal quotidiano e degenera facendosi brutale: un gruppo di naziskin picchia a sangue un ragazzo di origine italiana. Nato e cresciuto in Germania da genitori italiani, parla meglio il tedesco che l’italiano, ma per i neonazisti è uno straniero di merda, e quindi è giusto e lecito massacrarlo di botte fino a mandarlo all’ospedale. Il protagonista però non è questo ragazzo, ma il suo insegnante di italiano, che si interroga: il racconto si svolge subito dopo la caduta del muro di Berlino, eppure i muri continuano ad ergersi altissimi, i muri del razzismo.

Lo consiglio.

[Incipit] Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari

Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione.
Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio si guardò nello specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c’era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina; sua mamma stava alzandosi per salutarlo.
Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide all’Accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice; delle sveglie invernali nei cameroni gelati, dove ristagnava l’incubo delle punizioni. Ricordò la pena di contare i giorni ad uno ad uno, che sembrava non finissero mai.
Adesso era finalmente ufficiale, non aveva più da consumarsi sui libri né da tremare alla voce del sergente, eppure tutto questo era passato. Tutti quei giorni, che gli erano sembrati odiosi, si erano ormai consumati per sempre, formando mesi ed anni che non si sarebbero ripetuti mai. Sì, adesso egli era ufficiale, avrebbe avuto soldi, le belle donne lo avrebbero forse guardato, ma in fondo – si accorse Giovanni Drogo – il tempo migliore, la prima giovinezza, era probabilmente finito. Così Drogo fissava lo specchio, vedeva uno stentato sorriso sul proprio volto, che invano aveva cercato di amare.
Che cosa senza senso: perché non riusciva a sorridere con la doverosa spensieratezza mentre salutava la madre? Perché non badava neppure alle sue ultime raccomandazioni e arrivava soltanto a percepire il suono di quella voce, così familiare ed umano? Perché girava per la camera con inconcludente nervosismo, senza riuscire a trovare l’orologio, il frustino, il berretto, che pure si trovavano al loro giusto posto? Non partiva certo per la guerra! Decine di tenenti come lui, i suoi vecchi compagni, lasciavano a quella stessa ora la casa paterna fra allegre risate, come se andassero a una festa. Perché non gli uscivano dalla bocca, per la madre, che frasi generiche vuote di senso invece che affettuose e tranquillanti parole? L’amarezza di lasciare per la prima volta la vecchia casa, dove era nato alle speranze, i timori che porta con sé ogni mutamento, la commozione di salutare la mamma, gli riempivano sì l’animo, ma su tutto ciò gravava un insistente pensiero, che non gli riusciva di identificare, come un vago presentimento di cose fatali, quasi egli stesse per cominciare un viaggio senza ritorno.

Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, Mondadori, Milano 1989 (prima edizione originale 1945).

Il sito ufficiale dedicato all’autore: http://dinobuzzati.it/

Il libro sul sito dell’editore: http://www.librimondadori.it/libri/il-deserto-dei-tartari-dino-buzzati

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2016/01/11/dino-buzzati-il-deserto-dei-tartari/

[Incipit] Italo Calvino, Le città invisibili

Non è detto che Kublai Kan creda a tutto quel che dice Marco Polo quando gli descrive le città visitate nelle sue ambascerie, ma certo l’imperatore dei tartari continua ad ascoltare il giovane veneziano con più curiosità e attenzione che ogni altro suo messo o esploratore. Nella vita degli imperatori c’è un momento, che segue all’orgoglio per l’ampiezza sterminata dei territori che abbiamo conquistato, alla malinconia e al sollievo di sapere che presto rinunceremo a conoscerli e a comprenderli; un senso come di vuoto che ci prende una sera con l’odore degli elefanti dopo la pioggia e della cenere di sandalo che si raffredda nei bracieri; una vertigine che fa tremare i fiumi e le montagne istoriati sulla fulva groppa dei planisferi, arrotola uno sull’altro i dispacci che ci annunciano il franare degli ultimi eserciti nemici di sconfitta in sconfitta, e scrosta la ceralacca dei sigilli di re mai sentiti nominare che implorano la protezione delle nostre armate avanzanti in cambio di tributi annuali in metalli preziosi, pelli conciate e gusci di testuggine: è il momento disperato in cui si scopre che quest’impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina. Solo nei resoconti di Marco Polo, Kublai Kan riusciva a discernere, attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare, la filigrana d’un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti.

Italo Calvino, Le città invisibili, Mondadori, Milano 2012 (prima edizione 1972).

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Italo_Calvino

Il libro sul sito dell’editore: http://www.librimondadori.it/libri/le-citta-invisibili-italo-calvino

Un progetto artistico basato sul libro: http://www.videlart.it/work/le-citta-invisibili/

Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari

3045447Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, Mondadori, Milano 1989. 202 pagine, 7,80 euro.

L’unica cosa che mi chiedo è: perché non ho letto prima questo libro? Ce l’avevo in casa da anni, Buzzati mi piace, come mai non ci sono arrivata prima? Perché penso che anni fa avrei saputo apprezzarlo ancora meglio.

È bellissimo, questo libro è bellissimo. Inoltre, narratori come Buzzati non ne fanno più: una prosa poetica, magica, capace di incantare anche solo con la forza delle parole prima ancora che con la potenza della storia. Ce ne fossero, di scrittori così.

La storia è veramente molto semplice: Giovanni Drogo, fresco di scuola ufficiali, viene mandato alla Fortezza Bastiani, dove arriverà dopo due giorni a cavallo. Una fortezza sperduta nel nulla, al limitare di quello che viene chiamato il “deserto dei Tartari”, perché forse una volta c’erano i Tartari al di là di esso, o forse ci sono ancora? Non un vero e proprio deserto quanto un luogo deserto, un posto dove non c’è vita, il paese più vicino è a 30 km. Qui Drogo pensa di passare appena quattro mesi, ma ci passerà invece tutta la vita, aspettando la guerra portata dai Tartari, che non arrivano mai.

Drogo, come tutti i suoi colleghi, aspetta dunque un evento entusiasmante che non arriva, e mi ricorda un po’ Beckett in questo, perché pare proprio che i soldati e gli ufficiali del forte stiano aspettando Godot, destinato a non arrivare mai. È l’attesa che conta? È la speranza, la speranza che accada qualcosa che possa dare una scintilla di vita a questi uomini. Uomini che aspettano senza fare sostanzialmente niente, aspettano quell’evento che darà un senso alla loro vita.

E quando quell’evento arriverà, per Drogo sarà troppo tardi: ormai malato, il comandante della fortezza decide di rispedirlo in città, e Drogo morirà in una locanda sulla strada che lo conduce a casa. (Casa? Una casa dove nessuno si ricorda di lui, dove la vita è andata avanti benissimo senza di lui). Uno svolgersi, o meglio, un non svolgersi degli eventi estremamente kafkiano. Non si può non pensare a opere come Il processo, leggendo questo romanzo.

Come in Kafka, anche in Buzzati troviamo quella disperazione, benché io la senta qui più lieve, non opprimente e onnicomprensiva come in Kafka. Una disperazione che poggia sulla forza dell’abitudine: una forza così potente da annichilire tutto il resto. È per abitudine che Drogo si adegua a stare alla fortezza, e come lui tutti i suoi commilitoni. È per l’abitudine alla fortezza che, quando torna a casa in licenza, non saprà cosa dire a Maria, un tempo la sua innamorata. Perché si è abituato a quel tran-tran fatto di nulla, di piccole cose quotidiane, piccoli ingranaggi della macchina burocratica militare.

Mentre si legge non si può evitare di sentire il ticchettio dell’orologio, il tempo che passa e scorre inesorabile e non torna indietro. La giovinezza che scivola tra le mani e non ritorna. La morte che si avvicina, senza aver compiuto niente in vita? Di sicuro, se siete un po’ giù, questo libro vi ferirà come un uncino. E forse vi farà bene e forse vi farà male. Bene, perché vi potrebbe dare una scossa forte a farvi muovere finché ancora c’è tempo: non aspettare i Tartari, non aspettare Godot, che forse arrivano e forse no, e se arrivano sarà sempre troppo tardi. Ma vi potrebbe fare male perché potrebbe affossarvi definitivamente se siete davvero giù, se state davvero male. Questo ticchettio dell’orologio è quasi morbosamente osceno, vi potrebbe far mancare l’aria, farvi salire il panico, e farvi, in ultimo, desistere dal fare. Ma non era certo questo l’intento dell’autore, dico solo: state attenti a leggere questo libro se non state bene.