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Edith Wharton, L’età dell’innocenza – 1920

Edith Wharton, The Age of Innocence, pubblico dominio.

Pochi mesi fa ho letto Ethan Frome, che mi è piaciuto moltissimo. Ho subito avuto voglia di approfondire questa autrice, di cui non avevo letto niente prima, e mi è stato consigliato L’età dell’innocenza, che peraltro avevo già in audiolibro. Vista la mia totale incapacità di concentrarmi nell’ascolto degli audiolibri, ho ripiegato sull’ebook che, in inglese, si trova gratuitamente su Project Gutenberg, essendo ormai di pubblico dominio. Ho colto l’occasione di leggerlo per le mie letture dell’ultimo secolo: questo libro, infatti, è stato pubblicato nel 1920. Inoltre, nel 1921 ha vinto il prestigioso premio Pulitzer.

Tutti questi elementi mi hanno portato ad aspettarmi molto da questo romanzo. Mi sono detta, se l’autrice è riuscita a concentrare tanta maestria e tanta bellezza in una novella di meno di cento pagine (Ethan Frome, appunto), cosa sarà stata capace di fare in un romanzo, che peraltro è considerato uno dei suoi capolavori?

Newland Archer è un giovane che vive a New York negli anni Settanta dell’Ottocento. È fidanzato con May Welland, una ragazza in tutto e per tutto perfetta… ma non può evitare di innamorarsi perdutamente della cugina di lei, Ellen Olenska, quando questa torna a New York dopo il fallimento del suo matrimonio con un conte polacco in Francia. Il romanzo ruota intorno a questo dilemma morale di Archer: riuscirà o no ad andare contro le convenzioni della sua classe sociale e a seguire il suo cuore?

Ellen, peraltro, è generalmente malvista nella società newyorkese perbene, in quanto ha lasciato il marito (e poco importa che lui fosse una specie di mostro) e, si mormora, ha avuto una relazione con il segretario di lui. Inoltre Ellen, avendo vissuto tanto tempo in Europa, quasi non ricorda più quali siano le convenzioni newyorkesi a cui prestare attenzione, e non si fa problemi, ad esempio, a frequentare persone reputate meno “rispettabili” del necessario. May invece è una ragazza d’oro: bella, generosa, fa parte della buona società, di cui rispetta tutte le convenzioni… Appare poco intelligente, poco briosa, poco interessante se paragonata a Ellen, ma non è poi un personaggio così piatto come sembra all’inizio.

Archer è appunto dilaniato tra queste due donne. Ma non si tratta tanto di amare l’una o l’altra, per quanto questo sia certo importantissimo. Il punto focale della questione è piuttosto un altro: seguire le convenzioni sociali o infrangerle spudoratamente, apertamente, brutalmente, in una società chiusa e “retrograda” (perlomeno in quanto a visione del mondo) come quella newyorkese dell’epoca? Per cui l’amore, sebbene sia o appaia il tema principale, è in realtà accessorio a una tematica più profonda e più moderna.

Detto questo, il libro non mi è piaciuto molto, perché, sebbene fosse fin da subito chiaro che l’intento dell’autrice era più profondo, tutto questo girare intorno all’amore mi ha annoiato. Mi sembrava quasi di leggere Jane Austen all’inizio, ed è da notare che non la sopporto! Il romanzo si è comunque risollevato nei capitoli finali, proprio gli ultimi due, nei quali la situazione precipita verso una soluzione del dilemma. E il finale stesso, gli ultimi paragrafi, sono eccezionali, Wharton non avrebbe potuto scrivere di meglio, non avrebbe potuto trovare conclusione più degna. Tuttavia, il mio giudizio generale su questo libro resta tiepido. Voglio comunque continuare a leggere altro di questa autrice, per decidere un po’ più chiaramente se è nelle mie corde.

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Franz Kafka, Nella colonia penale – 1919

Franz Kafka, In der Strafkolonie, Kurt Wolff Verlag, Leipzig 1919.

Questo breve racconto di Kafka, pubblicato in italiano come Nella colonia penale, è di pubblico dominio e potete trovarlo un po’ dappertutto in rete, perlomeno in tedesco. In italiano non saprei, ma comunque lo trovate in qualsiasi raccolta dei racconti di Kafka, dato che è uno dei più famosi e, anche, dei più potenti. Se sapete il tedesco e vi interessa, io ho ascoltato l’audiolibro letto con molta efficacia da Johannes Gabriel, che potete scaricare gratuitamente qui (allo stesso link è disponibile anche il file pdf del racconto, ovviamente in lingua originale).

Dicevo qui che ho trovato Nella colonia penale perfino superiore alla Metamorfosi, ma rileggendolo non so se sono più tanto d’accordo. La metamorfosi è insuperabile. Ad ogni modo, anche questo racconto è potentissimo, di una ferocia inaudita e angosciante come non mai.

Uno straniero va in visita in una colonia penale e gli viene presentato un macchinario destinato a punire un soldato condannato per essersi addormentato in servizio. Non vi è stato né vi sarà processo, l’imputato parte già come condannato, non ha possibilità alcuna di difesa. La denuncia da parte del suo superiore è ritenuta sufficiente. Nella colonia penale viene ancora utilizzato questo macchinario, progettato dal vecchio comandante ma non amato dal nuovo comandante. L’ufficiale che accoglie il viaggiatore è invece innamorato del macchinario come potrebbe esserlo di una donna, e spiega al visitatore il funzionamento nei minimi dettagli.

Il macchinario non fa che scrivere sulla carne (non sulla pelle) del condannato la sua pena, per cui in questo caso “Onora i tuoi superiori”. Questo processo va avanti per dodici ore, e dopo sei ore il condannato è ormai completamente martoriato.

Il condannato in questione viene spogliato e adagiato sul macchinario; nel mentre, l’ufficiale cerca di attirare il viaggiatore dalla sua parte, chiedendogli di intercedere per lui con il nuovo comandante. Quando il viaggiatore si rifiuta, l’ufficiale decide di sottoporre se stesso alla pena e risparmiare il condannato. Nessuno lo fermerà: né il viaggiatore, né il soldato, né tantomeno il condannato.

Come dicevo, un’angoscia simile si respira in molti racconti di Kafka, ma una simile ferocia credo non sia da nessun’altra parte. Di sicuro La metamorfosi non è così feroce, così atroce, sebbene sia essa stessa l’angoscia fatta racconto.

Quando si legge Kafka si deve sapere che si verrà maciullati: come diceva lui, la letteratura deve essere un’ascia sul cranio, o qualcosa del genere che adesso non ricordo con precisione. Comunque sia la citazione corretta, la scrittura di Kafka è esattamente questo: un pugno nello stomaco ancora non rende abbastanza l’idea. Ciò è particolarmente evidente in questo racconto.

Hans Christian Andersen, La petite sirène (Danimarca)

Hans Christian Andersen, La petite sirène (tit. originale Den lille havfrue), pubblico dominio. Traduttore non indicato.

Questa storia altro non è che La sirenetta, originariamente scritta in danese da Hans Christian Andersen nel 1836, e che io ho letto in francese per fare esercizio. Per esercitarmi ancora meglio ho sia letto l’ebook, sia ascoltato l’audiolibro. Come al solito per me gli audiolibri in francese si rivelano troppo difficili, ma questo era molto carino, con una lievissima musica di sottofondo. Se vi interessa, l’ho trovato su Audiocité, dove ci sono molti audiolibri in questa lingua.

La storia della Sirenetta la conosciamo tutti, io credo che come un po’ a tutti noi, mi sia stata letta da bambina, e oltre a questo l’ho riletta qualche anno fa quando ho preso l’ebook con le fiabe complete di Andersen. Ma leggerla di nuovo è sempre un piacere, che oltretutto porta via pochissimo tempo.

La Sirenetta, figlia del re del mare, vive in fondo al mare, e finalmente a quindici anni le è consentito andare in superficie a vedere com’è fatta la terra abitata dagli uomini e dai “pesci che stanno sugli alberi” (gli uccelli). Nel bel mezzo di una tempesta, la Sirenetta salva un bel principe e se ne innamora. Ma non solo: si innamora anche dell’anima immortale degli uomini. Le sirene, infatti, vivono per trecento anni per poi dissolversi in schiuma, la schiuma del mare. Gli uomini invece vivono molto meno, ma la loro anima è immortale, e la Sirenetta desidera tanto questa immortalità quanto il bel principe. Decide dunque di andare a vivere sulla terra, con l’aiuto di una strega malefica la quale, come prezzo, esige la sua lingua, rendendo dunque muta la Sirenetta, che un tempo possedeva la voce più bella che fosse dato immaginare. Il principe si affeziona a lei e la Sirenetta ne è molto contenta, sebbene la sua vita sulla terra sia accompagnata da costanti e atroci dolori dovuti alla perdita della coda e alla crescita delle gambe: dolori che però la ragazza riesce a non far trasparire mai, in nessun caso. Purtroppo il principe è innamorato della bella fanciulla che l’ha salvato dall’annegamento: la vera salvatrice è, ovviamente, la Sirenetta, ma il principe crede che sia un’altra ragazza, che poi riuscirà a sposare. La fine della storia, se volete, la dovete leggere.

Come sempre, le fiabe lette da adulti sono molto diverse da come erano quando le leggevamo o ce le leggevano da bambini, così come sono molto diverse dai cartoni animati o film che ne vengono tratti, primi fra tutti quelli della Disney. Le versioni per bambini sono ovviamente edulcorate, e questo è ancora più evidente nelle fiabe scritte ad esempio dai fratelli Grimm, che sono a tratti truculente nella loro versione originale. Andersen non arriva a tanto, ma comunque si sente che le sue fiabe sono solo parzialmente dedicate ai bambini. La Sirenetta è senz’altro una fiaba adatta ai bambini, anche nella sua versione originale, ma ha comunque significati più profondi che al bambino sfuggono, come ad esempio l’anelito all’immortalità (e quindi un’aura di religiosità), la bellezza delle buone azioni, il dolore di voler essere diversi da quel che si è, l’amore. In conclusione, io sono sempre in favore della rilettura da grandi dei libri letti da bambini, perché si scoprono sempre cose nuove e si può ricordare un piccolo pezzetto della propria infanzia.

Jack London, The Scarlet Plague

Jack London, The Scarlet Plague, pubblico dominio.

Questo racconto lungo, o romanzo breve (un centinaio di pagine circa), è stato scritto da Jack London nel 1912. L’autore è più famoso per libri come Il richiamo della foresta. Questo invece, pubblicato in italiano da Adelphi con il titolo La peste scarlatta, è un libro di fantascienza. O, per meglio dire, un post-apocalittico ante litteram. Quanti autori avrebbero potuto immaginare una storia simile oltre cento anni fa?

Il protagonista è un uomo molto anziano, che si trova insieme ad alcuni bambini che si comportano come bestie, in quanto regrediti a uno stadio primitivo che li porta a parlare un linguaggio quasi incomprensibile (che però l’autore “traduce” in inglese corrente) e ad avere comportamenti quasi pre-umani, oltre che a non comprendere cose che per noi uomini moderni sono ovvie, come ad esempio che cosa sia il denaro. Il motivo di tutto questo è semplice: sessant’anni prima (siamo negli anni 2000) è avvenuta una tragedia di proporzioni inaudite che ha decimato la popolazione mondiale fino ad annientarla quasi completamente. Si è trattato della peste scarlatta, che compariva all’improvviso manifestandosi con macchie scarlatte, convulsioni, senso di freddo e insensibilità corporea, per poi portare alla morte nel giro di poche ore o addirittura pochi minuti. L’anziano protagonista ha vissuto in prima persona questi avvenimenti di sessant’anni addietro, e ora li racconta ai bambini in un tentativo di spiegare loro cosa sia successo.

Insomma, un post-apocalittico in piena regola: abbiamo l’apocalissi, cioè l’epidemia che annienta quasi l’intera popolazione mondiale, i pochissimi sopravvissuti, la condizione odierna regredita a un livello quasi bestiale. Gli ingredienti ci sono tutti, e questo libro infatti ricorda molti altri romanzi dello stesso filone, a cominciare dall’Ombra dello scorpione di Stephen King. O sarebbe meglio dire che questi altri romanzi ricordano La peste scarlatta di London, che è venuto tantissimi anni prima di tutta la letteratura successiva di questo filone. Quello che mi sorprende è, vista l’enorme popolarità di questo genere letterario, come mai questo breve romanzo di London non sia immensamente famoso. Mi pare, anzi, piuttosto misconosciuto, a meno che qualcuno di voi non possa smentirmi. Io stessa l’avevo preso anni fa soltanto perché la trama mi sembrava interessante e, essendo un’opera di pubblico dominio, l’avevo trovato gratis in ebook. Ma l’avevo trovato per caso.

A mio parere (sebbene molti gli rimproverino l’eccessiva brevità) si tratta di un romanzo breve estremamente ben riuscito, che non dimentica nessuno degli ingredienti fondamentali di questo tipo di storia, e che trasmette molto bene il senso di terrore che ha accompagnato la peste e gli eventi immediatamente successivi, o addirittura contemporanei. L’unica pecca che forse potrei trovare è che il protagonista usa un linguaggio che chiaramente non può essere comprensibile per i bambini che lo stanno ascoltando, in quanto necessariamente infarcito di concetti ad essi estranei, come l’università, le macchine, gli aerei, e così via. Tuttavia questa è una falsa pecca, in quanto i bambini stessi più volte lo interrompono per lamentarsi del fatto che egli stia narrando di cose incomprensibili utilizzando parole che “non hanno senso”. Del resto, credo che egli non possa fare altrimenti, in quanto quella era per lui la sua realtà, e per narrare quegli eventi non può che ricorrere a concetti e parole che non esistono più nel presente ma che erano normali nel passato.

Sicuramente mi sento di consigliare questo breve romanzo a chiunque sia appassionato del genere post-apocalittico, penso che ne rimarrete piacevolmente sorpresi.

Edith Wharton, Ethan Frome

Edith Wharton, Ethan Frome, pubblico dominio.

Questo libriccino esile esile, più un racconto lungo che un romanzo, è stato il mio primo approccio a Edith Wharton, autrice di cui sicuramente leggerò altro dato che questo libro mi è piaciuto moltissimo.

Pubblicato per la prima volta nel 1911, è la storia di Ethan Frome, un uomo che ci viene presentato intorno ai 50 anni, sebbene sembri molto più vecchio. Il narratore fa la sua conoscenza ed entra in confidenza con questo uomo burbero e solitario, il quale finisce per raccontargli la sua storia.

Nella storia, Ethan è un giovane uomo di 28 anni, sposato da 7 anni con Zeena, una donna malaticcia che ha preso in moglie soltanto perché lo aveva aiutato a prendersi cura della madre molto malata. Un giorno però in casa di Ethan e Zeena Frome arriva Mattie, una giovane cugina di Zeena, che la coppia ospita in casa per farsi aiutare nelle faccende. Mattie è un po’ maldestra, poco avvezza alle faccende domestiche, non molto brava nel suo lavoro, ma è una cara ragazza. Inevitabilmente Ethan finisce per innamorarsi di questa ragazza lontana anni luce dalla moglie sempre malata, ipocondriaca e lamentosa. Questo amore gli cambierà la vita in modo drastico e totale, e non solo a lui, ma a tutte e tre le persone conivolte.

Ethan Frome è un romanzo/racconto cupissimo, con pochi sprazzi di luce che sappiamo destinati a finire dopo poco. E si fa sempre più cupo man mano che prosegue, fino a finire in tragedia, che però è una tragedia assai più tragica di quella che mi sarei aspettata. Sostanzialmente è il racconto di una sorta di punizione (divina?) per un peccato mai commesso, il peccato dell’amore. Ma una punizione atroce, che non dovrebbe toccare a nessuno, figuriamoci poi a delle persone innocenti.

L’autrice è geniale nel condurci all’interno di questa storia, nel farci vedere la psicologia dei personaggi (la caratterizzazione è eccezionale), nel dipanare piano piano gli eventi che porteranno alla tragedia. La tensione nel romanzo è palpabile, che sia tensione d’amore o tensione tragica. La scrittura è magistrale. Mi viene da chiedermi come sia possibile condensare tanta maestria e bellezza (perché anche se tragico, è un racconto bellissimo) in un’opera così corta – la mia edizione Kindle riporta 89 pagine, anche se probabilmente in cartaceo sono un po’ di più.

Mi chiedo se ci siano ancora narratori così. Sicuramente una scrittrice da approfondire.