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Eleanor M. Ingram, The Thing from the Lake

Eleanor M. Ingram, The Thing from the Lake, pubblico dominio. Pubblicazione originale 1921.

«La casa gridava affinché la aiutassi.» Con queste parole inizia il romanzo misconosciuto dell’altrettanto misconosciuta Eleanor M. Ingram.

Non sono riuscita a trovare informazioni sull’autrice, se non la nazionalità (americana) e le date di nascita e di morte (1886-1921). A quanto pare ha scritto degli altri libri, di cui però non so niente. Non ricordo nemmeno come sono venuta a conoscenza di questo libro, che giaceva nel mio Kindle da diversi anni. Molto probabilmente per puro caso.

È un grosso peccato che questo libro sia sconosciuto (ovviamente mai tradotto in italiano, dato che è sconosciuto anche in patria).  A me è piaciuto moltissimo, e proverò a parlarvene brevemente, avvisandovi però che trovo difficile parlarne senza svelare parti importanti della trama.

Un musicista newyorkese di discreta fama decide di comprare una casa nella campagna del Connecticut. La casa è abbandonata da molto tempo e non in buono stato, ma a Roger Locke piace e non ci pensa troppo. Come dicevo, il musicista-narratore inizia subito il suo racconto dicendoci che la casa lo chiamava, gridando, per chiedere il suo aiuto. Già nella seconda frase ci dice che non si tratta però di una casa infestata, quanto piuttosto di una casa “assediata”. Ciò che la minaccia infatti non vive all’interno della casa stessa ma, come dice il titolo, nel lago che si trova proprio nei pressi, sul terreno della fattoria.

Già dalla prima notte che Roger dorme nella casa si trova di fronte a una misteriosa presenza femminile che non riesce a vedere, ma di cui riesce solo a toccare una sontuosa treccia di capelli.

Poi c’è uno stacco, e seguiamo Roger a New York, dove deve andare a prendere sua cugina Phillida alla stazione. Phillida, o Phil come la chiama lui, è una ragazza diciannovenne che studia all’università per seguire il volere dei genitori, entrambi accademici di fama, ma che odia studiare. Si scoprirà prestissimo che la ragazza si è sposata in segreto, alcuni mesi addietro, con un pattinatore/ballerino che lavora in un cabaret di New York. Sdegno da parte dei genitori, ovviamente, e perfino da parte di Roger, che pure è un artista, ma si ritiene di un livello superiore rispetto a un ballerino di cabaret. Tuttavia, Roger offre ai due di prendersi cura della sua casa nel Connecticut appena acquistata, dove in seguito andrà a trovarli e si ritroverà al cospetto di due misteriose presenze avvertite soltanto da lui.

Il romanzo intreccia dunque una vicenda mondana con una storia di fantasmi e stregoneria, e dal mio punto di vista amalgama molto bene le due storie facendole intrecciare in maniera estremamente interessante. È forte il contrasto fra l’esperienza orrorifica di Roger nella casa che Ethan Vere e Phillida hanno reso così accogliente e gradevole. E proprio questo contrasto così palese rende tanto più intriganti gli incontri “soprannaturali” di Roger.

Ho trovato la storia ben costruita, interessante, appassionante. Il climax finale viene raggiunto in maniera mistico-religiosa e può far storcere il naso: forse è la parte meno riuscita del romanzo, ma è comunque abbastanza adeguata alla storia, anche se non del tutto. Il finale vero e proprio, quello della soluzione del mistero, è invece interessante. L’autrice ha scritto l’intero romanzo facendo credere al lettore che le esperienze di Roger siano assolutamente soprannaturali, ma nel finale apre la porta a un’interpretazione razionale, che tuttavia il narratore dice esplicitamente di non condividere. Mi è piaciuto questo finale, perché permette al lettore di decidere da che parte stare: ovviamente, il narratore e l’autrice suggeriscono per nulla velatamente che la vera spiegazione sia quella soprannaturale, ma la spiegazione razionale ha comunque una sua credibilità.

A mio parere un romanzo molto interessante e molto piacevole da leggere, che sarebbe opportuno riscoprire.

Dashiell Hammett, Il falco maltese – 1930

Dashiell Hammett, The Maltese Falcon, prima pubblicazione 1930.

In quanto grande appassionata di gialli e polizieschi (che ho abbandonato per anni, per poi tornare al mio “primo amore” qualche tempo fa), ho pensato che sarebbe stato interessante esplorare un po’ meglio il genere nelle sue varie accezioni. Eccomi dunque a provare a cimentarmi con l’harboiled, di cui Dashiell Hammett è stato l’inventore insieme a Raymond Chandler.

Noto per la trasposizione cinematografica del 1941 con protagonista Humphrey Bogart, Il falco maltese, o Il falcone maltese, è forse uno dei primi libri del genere hardboiled, e sicuramente uno di quelli che hanno fatto scuola. Il protagonista è Sam Spade, detective privato duro e puro, amante delle belle donne, dell’alcool, delle sigarette, dei soldi e del cibo. Tutti gli stereotipi del genere.

Spade mi è sembrato, almeno per la prima metà del libro, quasi sociopatico: privo di emozioni, sentimenti, quasi di espressioni facciali, sembra indifferente a tutto ciò che lo circonda, e anche l’assassinio del suo socio non lo scuote nemmeno un po’. In seguito inizierà a mostrare quantomeno delle emozioni, se non dei sentimenti, e risulterà un po’ più umano. Resta comunque un narcisista. Antipatico, sgradevole, insopportabile, non c’è modo di simpatizzare con lui o di farselo piacere almeno un po’.

Assodato dunque che il protagonista è fastidiosissimo, anche la trama mi è sembrata tendente all’idiozia. Una giovane donna si rivolge a Spade per far seguire un uomo, raccontandogli quella che è palesemente una storia inventata. In seguito si scoprirà che lei e tuti gli altri personaggi della storia sono alla ricerca di una misteriosa e preziosissima statuetta, quella appunto di un falco, proveniente da Malta. Il tutto l’ho trovato ingarbugliato, poco convincente, e difficile da seguire.

Il mio interesse per le vicende del falco, di Spade e degli altri personaggi, è venuto meno dopo i primi capitoli. Alla fine semplicemente non vedevo l’ora di finire il libro per passare finalmente ad altro.

L’unica nota positiva è che sicuramente Hammett è un maestro per quanto riguarda lo stile: nel senso che soprattutto i dialoghi sono molto convincenti e realistici, e come ho detto altre volte saper scrivere i dialoghi non è cosa da tutti.

Per riassumere, è sicuramente un libro che mi ha fatto piacere leggere per vedere un po’ com’è questo genere hardboiled e da dove nasce. Tuttavia, mi ha annoiato orribilmente e credo che lo dimenticherò presto. A breve leggerò Il grande sonno e vediamo se con Raymond Chandler e il suo famosissimo Philip Marlowe mi troverò meglio.

Richard Marsh, The Beetle

Richard Marsh, The Beetle, pubblico dominio.

Quando uscì nel 1897, The Beetle diventò ben presto più famoso di Dracula, pubblicato lo stesso anno. Venne però dimenticato abbastanza rapidamente, tanto che per anni è stato fuori catalogo nei paesi di lingua inglese. Mai tradotto in italiano, sarebbe ora che qualche casa editrice (per esempio Edizioni Hypnos) si decidesse a renderlo disponibile ai lettori del nostro paese. Penso infatti che i lettori dell’epoca avessero ragione e che questo romanzo abbia poco da invidiare al ben più noto libro di Bram Stoker.

The Beetle è un romanzo inquietante, bizzarro e, se vogliamo, spaventoso, almeno per i canoni dell’epoca. Oggi magari siamo abituati a romanzi ben più forti e questo potrebbe non farci così tanta paura, anche se penso che in quanto a inquietudine e brividi si difenda ancora egregiamente.

Il romanzo si divide in quattro parti, o libri, ciascuna narrata da un personaggio diverso. Nella prima, troviamo il narratore Robert Holt povero in canna e rifiutato dalla casa dei poveri. Perciò è costretto ad arrangiarsi come può e finisce per intrufolarsi in una casa dove trova una finestra aperta. E qui inizieranno tutti i guai, non solo suoi, ma di tutti i personaggi del romanzo. L’inquietante inizia subito, dato che immediatamente Robert Holt viene a trovarsi al cospetto di un immondo insetto, lo scarabeo del titolo. In seguito verrà ipnotizzato da uno strano e inquietante personaggio di sesso non meglio definito, e la sua storia si intreccerà indissolubilmente con quella del politico Paul Lessingham e, di conseguenza, con quella della sua fidanzata Marjorie Lindon e del loro comune amico Sydney Atherton, un inventore. Tutto, ovviamente, ruota intorno allo scarabeo del titolo.

L’idea di far narrare la storia da quattro dei personaggi principali è buona e contribuisce a creare punti di vista multipli e quindi a fornire maggiori informazioni al lettore. Ogni parte, ovviamente, fa spiccare la personalità e il modo di esprimersi del personaggio che la narra, e anche questo l’ho trovato interessante. Il mistero dello scarabeo e della sua connessione con Paul Lessingham si disvela pian piano quando il lettore riesce a mettere insieme tutti i pezzi del puzzle grazie ai quattro narratori. È dubbio se il romanzo sia più inquietante prima, quando ancora non si riesce a capire come i vari pezzi si colleghino tra loro, o dopo, quando il quadro si fa chiaro e vengono svelate verità innominabili.

C’è chi dice che sia un romanzo pieno di cliché, e magari sarà pure vero, ma a me è piaciuto tantissimo. Fa venire voglia di leggerlo tutto d’un fiato per non interrompere la lettura. Si vorrebbe sapere subito cosa stia succedendo e perché, e in ultimo scoprire quale sarà la fine di uno dei personaggi di cui ovviamente non rivelo il nome. Ok, sarà un romanzo sensazionalistico e che punta a sconvolgere oltre che spaventare, ma io credo che valga davvero la pena di essere letto, magari accanto a Dracula per capire come mai le sorti dei due libri si siano completamente capovolte nel corso degli anni.

Edith Wharton, Estate

Edith Wharton, Summer, pubblico dominio. Pubblicazione originale 1917.

Vi avviso: siccome non mi riesce di parlare di questo breve romanzo senza spoiler enormi, se non volete sapere cosa succede nel libro NON leggete questa recensione. Tra l’altro, per parte mia consiglio di arrivare al libro senza sapere molto di ciò che accadrà, come ho fatto io, perché così si potrà gustarlo molto di più.

Di Edith Wharton avevo già letto il meraviglioso, benché cupissimo, Ethan Frome, e uno dei suoi romanzi più famosi, che però mi ha lasciato poco impressionata, L’età dell’innocenza. È stato dunque con curiosità che mi sono approcciata a questo romanzo breve, di cui sapevo solo ciò che era scritto nella descrizione di Goodreads. Come accennavo, è stato un bene che io non mi sia soffermata a leggere recensioni e ad approfondire la trama, perché altrimenti sarebbe mancato l’effetto sorpresa che in questo caso per me è stato importante.

Siamo a North Dormer, un sonnolento villaggio in un non meglio precisato stato americano (probabilmente il Massachusetts, da quello che leggo in rete). La protagonista è Charity, una ragazza che è stata accolta in casa da bambina dall’avvocato Royall e da sua moglie. I due non l’hanno adottata legalmente, ma l’hanno sempre trattata come una figlia. Tanto che alla morte della signora Royall, Charity rifiuta di andare a scuola in una cittadina vicina perché altrimenti l’avvocato si sentirebbe solo. C’è dunque affetto tra i due? Non si capisce bene, ma sembrerebbe di sì, un normale rapporto padre-figlia seppure in assenza di legami di sangue o vincoli legali veri e propri.

Charity fa la bibliotecaria, molto svogliatamente, e un giorno conosce un visitatore della biblioteca, il giovane Lucius Harney, architetto e cugino della proprietaria. Inevitabilmente i due giovani si innamorano e, come dice la trama su Goodreads, assistiamo allo sbocciare della sessualità in Charity.

Wharton descrive magistralmente la vita in un paesino minuscolo, la noia, e il personaggio di Charity è costruito magistralmente e risulta del tutto credibile.

Ma in un paesino così piccolo non c’è solo noia, c’è anche degrado, sebbene sapientemente nascosto sotto il tappeto. Per cui, una sera l’avvocato Royall si presenta alla porta della camera di Charity con i “bisogni” di un uomo che vive da solo da molti anni. In seguito le chiederà di sposarlo, insistendo moltissime volte, fino alla svolta finale.

Ecco dunque che, mentre il romanzo sembrava per i primi due terzi (nonostante l’episodio del tentativo da parte dell’avvocato di sedurre Charity) una sorta di storia d’amore, o di scoperta della sessualità e della gioia di vivere e di condividere; ecco che nell’ultimo terzo il romanzo si incupisce fino a farmi ghiacciare il sangue nelle vene. L’avvocato Royall che, lo ricordo, è sempre stato una figura paterna per Charity che ha adottato di fatto se non per legge, approfitta della situazione di debolezza in cui la ragazza si viene a trovare dopo essere stata abbandonata e dopo aver scoperto di essere incinta, per circuirla e di fatto sposarla con la forza. Per carità, l’avvocato Royall non usa violenza, non è proprio il tipo. Semplicemente approfitta della situazione di estrema confusione mentale in cui si trova Charity per portarla davanti a un prete e sposarla contro la sua volontà, ben conscio del fatto che lei non opportà resistenza essendo sostanzialmente in stato confusionale. Non viene mai usata la benché minima violenza in queste scene, ma io le ho trovate violentissime per la coercizione psicologica e l’abuso di potere che vengono perpetrati.

Per questo non avrei potuto evitare di parlare nei dettagli di tutta la storia, perché altrimenti mi sarei dovuta limitare a dire: ok, bella la storia d’amore, poi si trasforma in qualcos’altro, e il mio commento non avrebbe avuto senso.

Se per i primi due terzi il romanzo mi è piaciuto molto soprattutto per l’eccellente caratterizzazione dei personaggi e per l’eccellente descrizione dell’ambientazione e della società in cui si svolge la storia, nell’ultimo terzo l’ho trovato addirittura eccezionale perché Wharton è riuscita a tratteggiare con grande delicatezza il personaggio di un vero e proprio villain. Sembra un ossimoro, invece Wharton si dimostra la grande autrice che è nel riuscire a rendere possibile questa contraddizione in termini: tratteggiare con delicatezza le azioni di quello che per me è un mostro.

In questo senso trovo che Estate si collochi sullo stesso livello di Ethan Frome, che all’epoca avevo trovato superbo sia nella scrittura, sia nella narrazione, sia nella storia. Lo stesso si può dire per questo breve libro.

Elizabeth von Arnim, Vera

Elizabeth von Arnim, Vera, pubblico dominio.

Questo è il terzo libro che leggo di Elizabeth von Arnim (dopo Amore Un incantevole aprile) e, forse, finora è il mio preferito. Probabilmente perché del tutto privo di toni pastello, ma anzi cupo e opprimente, come piace a me.

Potete scaricare il libro gratuitamente, in inglese, da Project Gutenberg, mentre in italiano a quanto ho visto è stato pubblicato da Bollati Boringhieri nel 2006 e successivamente da Tea nel 2010.

Molto probabilmente Daphne du Maurier aveva in mente questo romanzo quando, nel 1938, ha pubblicato Rebecca, la prima moglie. Questo di von Arnim, infatti, è stato pubblicato ben 17 anni prima, nel 1921. Ha moltissime somiglianze con il ben più famoso romanzo di du Maurier, anche se, di fatto, sono due libri diametralmente opposti (ma non vi dirò perché, dovrete scoprirlo da soli). Sicuramente il romanzo di du Maurier possiede una grazia maggiore e una maggiore compiutezza, ma anche questo è ben congegnato, ben scritto e in ultima analisi ottimo, seppur non eccellente come Rebecca.

Leggendo alcune recensioni prima di leggere il libro, ho visto che molti recensori dicono che parte come un romanzo d’amore per poi virare verso il cupo o addirittura il gotico. Se devo essere sincera, a me è sembrato un romanzo opprimente fin dall’inizio. Sì, è vero, il fulcro del libro è una storia d’amore, ma ho percepito fin dall’inizio quanto questo amore fosse malsano. Alcune cose stonano fin da subito, e fin da subito fanno dubitare di Everard Wemyss, protagonista del libro insieme all’amata Lucy e, ovviamente, all’assente prima moglie che dà il titolo al libro, Vera.

A mio parere un lettore neanche troppo accorto si renderà conto fin da subito di quanto Wemyss sia un uomo malsano, dai comportamenti strani e incomprensibili se non nell’ottica di un narcisismo estremo e patologico. Solo per accennare a qualcosa che compare fin dall’inizio del libro: può essere normale, secondo voi, innamorarsi di Lucy e fidanzarsi con lei due settimane dopo la morte della prima moglie? La quale, peraltro, è morta davanti agli occhi del marito e forse, per giunta, si è suicidata? Direi che no, assolutamente non è normale. Quindi sì, certo, la storia d’amore: ma una storia d’amore malata fin dal suo sbocciare.

Le atmosfere del libro non sono mai, assolutamente mai, quelle di un romanzo d’amore o rosa. Si fanno più cupe con l’andare del tempo, ma fin dall’inizio le ho trovate stridenti, bizzarre in senso negativo. La parola migliore che mi viene in mente per definire questo libro, le sue atmosfere e l’amore di Wemyss per Lucy è opprimente. C’è come una cappa di nero intenso sopra tutto quello che accade nel romanzo, sopra tutto quello che viene detto e fatto.

Se volete, possiamo anche dire che le atmosfere siano “gotiche”, ma per me questo romanzo è modernissimo, perché parla di qualcosa che era tabù agli inizi del Novecento: il narcisismo e la violenza psicologica. Forse l’unico altro classico in cui si è parlato di argomenti simili, almeno tra quelli che io ho letto, è l’eccelso La signora di Wildfell Hall di Anne Brontë, pubblicato addirittura nel 1848.

Dire troppe cose su questo romanzo sarebbe rovinarne la lettura, perciò mi limiterò a consigliarlo caldamente a chi abbia amato gli altri romanzi che ho citato. Sicuramente Elizabeth von Arnim sta diventando per me un’autrice da seguire, da approfondire e da amare.