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Algernon Blackwood, Jimbo

Algernon Blackwood, Jimbo, pubblico dominio.

Questo romanzo, pubblicato originariamente nel 1909, può essere scaricato gratuitamente (in lingua originale inglese) da Project Gutenberg. Non mi risulta che esista una traduzione in italiano.

Algernon Blackwood è uno scrittore inglese nato nel 1869 e morto nel 1951, autore di racconti e romanzi del genere horror soprannaturale e cosiddetto weird fiction. Ha scritto molti libri ma non ci sono molte traduzioni in italiano. Ad oggi, credo che gli unici suoi libri tradotti siano Wendigo, che uscirà fra pochi giorni, il 31 ottobre, per la piccola casa editrice veneta AdiaphoraJohn Silence e altri incubi, pubblicato nel 2010 da UTET e Discesa in Egitto, pubblicato dalla piccola e interessantissima casa editrice Hypnos, dedicata soprattutto alla weird fiction.

Per parte mia, ho letto altri tre suoi libri in inglese, oltre a questo: The Empty House and Other Ghost StoriesThe WendigoThe Willows. Personalmente, è un autore che adoro. L’ho scoperto appena un anno fa grazie a un gruppo su Goodreads che si chiama Literary Darkness e che, come dice il titolo, si occupa di tutto ciò che è variamente “oscuro” e “dark” in letteratura, dall’horror alla weird fiction, dal soprannaturale al gotico. Temo che non possiate vederlo se non siete iscritti, ma se siete su Goodreads e vi piace il genere ve lo consiglio con tutto il cuore: io non lo frequento, nel senso che non ci scrivo, ma seguo con attenzione le raccomandazioni, in particolare dando uno sguardo alla bookshelf. È così che ho scoperto Blackwood e mi sono innamorata ciecamente, appassionatamente. Ora sto cercando piano piano di leggere i suoi libri che trovo perlopiù sul già citato Project Gutenberg.

Ma veniamo al libro. Questo è un romanzo un po’ anomalo nella produzione letteraria di Blackwood, nel senso che il protagonista è un bambino, e sembra iniziare come un libro per bambini. Ci troviamo di fronte alla numerosa famiglia Stone, di cui fa parte il piccolo James detto Jimbo, un bambino dalla fantasia sfrenata, forse oltre quello che è usuale per la sua età. Per “curarlo” da questa sua immaginazione ipertrofica, il padre assume una governante che possa rendere più razionali lui e i suoi numerosi fratelli e sorelle. Tuttavia, la giovanissima governante ottiene purtroppo l’effetto opposto.

I bambini sono affascinati da quella che chiamano la “Casa Vuota” (da notare che The Empty House è il titolo di un altro racconto di Blackwood) e pensano che sia popolata da esseri misteriosi ma buoni. La governante, per far loro passare questa fantasia, racconta loro una storia secondo cui la Casa Vuota sarebbe invece popolata da mostri terribili. La sua speranza è che così i bambini allontanino la loro attenzione dalla casa, dedicandosi invece ad altre attività meno fantasiose. Beh, con Jimbo questo non solo non funziona, ma sortisce l’effetto contrario: il bambino si spaventa terribilmente e crede fermamente alla storia della governante.

Un giorno, scappando dalle vicinanze della casa dove si era spinto senza accorgersene, finisce in un allevamento di mucche e viene incornato da un toro, finendo in grave pericolo. Il bambino perde conoscenza e cade in una sorta di brevissimo coma che, scopriremo, durerà appena tre ore: sufficienti, però, per scatenare la sua fantasia (e quella dell’autore) in un’esperienza extra-corporea fantastica e orribile.

Jimbo si ritrova dunque nella Casa Vuota in compagnia della governante, di un mostro chiamato Fright (terrore, spavento) e di tanti bambini spettrali che sembrano chiamarlo a sé. Questa esperienza extra-corporea e più o meno orrorifica occupa la maggior parte del romanzo.

Il libro, seppure come dicevo anomalo nella produzione di Blackwood, è secondo me stupendo, in quanto descrive questa esperienza extra-corporea come un’esperienza soprannaturale dalle atmosfere vagamente horror. Probabilmente può essere comunque letto come un libro per bambini e forse è per questo che ad alcuni recensori non è piaciuto, ma anche come libro per l’infanzia è anomalo, perché penso che leggendolo un bambino si spaventerebbe molto, a meno che non sia già grandicello. Ad ogni modo è certamente un romanzo che può essere letto dagli adulti, e in effetti io penso che il target sia proprio un pubblico adulto. Lo consiglio vivamente.

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Nellie Bly, Dieci giorni in manicomio

Nellie Bly, Ten Days in a Mad-House, pubblico dominio.

Questo piccolo libro (meno di 100 pagine) è di pubblico dominio e può essere scaricato liberamente in lingua originale inglese, mentre in italiano è stato pubblicato nel 2017 da Edizioni Clandestine con il titolo Dieci giorni in manicomio.

È il reportage, pubblicato nel 1887, di Nellie Bly, una delle prime giornaliste investigative, che, su richiesta del giornale per il quale scriveva, ha passato dieci giorni in manicomio, fingendosi pazza per potervi accedere.

Vi sono molte cose impressionanti in questo libro, e una delle prime con cui veniamo in contatto è l’estrema facilità con cui la giornalista Nellie Bly è riuscita a farsi internare in un manicomio da cui la gente normalmente non sarebbe mai più uscita. L’autrice si reca in una casa per donne che sono in cerca di lavoro e qui inizia a “fingersi pazza”: in realtà non fa niente di particolarmente strano a parte dire che ha mal di testa e che vuole recuperare i suoi bauli, e rifiutare di dire dove sia la sua casa. Questo, oggi (e anche allora, a molti), ci sembra cosa di poco conto e certo non indicante una “pazzia” in corso, ma nonostante questo Nellie Bly, con il nome fittizio di Nellie Brown, viene condotta davanti a un giudice e fatta visitare da alcuni medici che la dichiarano pazza “senza speranza” e la internano in manicomio. Qui resterà dieci giorni, e vorrei ricordare che, sebbene i suoi capi le avessero detto che “in qualche modo” l’avrebbero tirata fuori, non c’era in realtà alcuna garanzia che vi sarebbero riusciti, quindi ode a questa intrepida giornalista.

L’autrice, oltre a descrivere dettagliatamente gli eventi che l’hanno portata a essere dichiarata pazza senza speranza, passa poi a descrivere la vita nel manicomio, e anche qui abbondano i dettagli agghiaccianti. Le infermiere non fanno che infliggere torture fisiche e psicologiche alle loro pazienti, e si rimane stupefatti dal sadismo di queste donne che, in teoria, avrebbero dovuto prendersi cura delle ricoverate. Queste infermiere invece non esitano a strozzare, strangolare, picchiare, saltare sopra alle pazienti procurando loro lesioni agli organi interni o rompendo loro le costole, sottoporle a bagni freddi anche nel caso in cui esse siano malate. Come dicevo, il sadismo è impressionante. I medici non sanno o, più probabilmente, fingono di non sapere, perché in definitiva per nulla interessati alla sorte delle “pazze” internate nel loro manicomio.

Come riporta la giornalista, dal momento in cui è stata ricoverata ha iniziato a comportarsi in maniera perfettamente normale e nonostante questo continua a essere indicata come “pazza”. Non solo, ma anche moltissime delle donne internate insieme a lei appaiono perfettamente sane di mente eppure subiscono questo ricovero che sarà quasi sicuramente a vita, o per meglio dire una condanna a morte. Bly non esita ad affermare che la sorte dei carcerati è migliore, in quanto quelli hanno una seppure minima possibilità di dichiararsi innocenti e sperare di essere rilasciati dalla giustizia, mentre i “pazzi” non hanno alcuna chance. Inoltre, vi sono certamente delle donne davvero “pazze” (oggi certamente non le chiameremmo più così, erano soltanto persone malate), ma neanche loro, dice l’autrice, dovrebbero essere trattate a questa maniera, subire maltrattamenti tali da essere più affini alla tortura vera e propria.

Questo è lo stato dei manicomi in America verso la fine dell’Ottocento e, dice Bly, grazie alla sua inchiesta lo stato di New York ha destinato un milione di dollari in più per il mantenimento delle persone “pazze” nei manicomi, che ovviamente per l’epoca è una cifra davvero considerevole. Questo perché, durante l’ispezione seguita all’inchiesta di Bly, i medici del manicomio hanno dichiarato che il trattamento inumano (certo non lo hanno definito così) era dovuto principalmente alla scarsità di fondi.

Viene da pensare che la situazione in Italia o nel resto dell’Europa non fosse all’epoca tanto differente. Da un lato vorrei leggere altri reportage o saggi sull’argomento, dedicati questa volta alla situazione italiana, dall’altro l’idea mi mette molta paura perché questa lettura è stata un pugno nello stomaco.

Consigliato, ma non per persone sensibili.

Joseph Conrad, Amy Foster

Joseph Conrad, Amy Foster, pubblico dominio.

Questo breve racconto, pubblicato originariamente nel 1901, può essere scaricato gratuitamente e legalmente su Project Gutenberg, mentre a quanto pare in Italia è stato tradotto con lo stesso titolo e allegato a Repubblica alcuni anni fa. Probabilmente è presente sul mercato italiano anche in qualche raccolta di racconti scritti da Conrad. Ad ogni modo vi consiglio di cercarlo e, se lo troverete, dubito che ne rimarrete delusi.

È un racconto molto breve in cui Conrad narra la storia di Yanko (scopriremo il suo nome solo ben oltre la metà del racconto), un naufrago che si è ritrovato solo, sperduto e senza conoscere la lingua sulle coste inglesi, affamato e mezzo annegato, disperatamente bisognoso di aiuto. La storia porta il nome di Amy Foster perché è lei che incontriamo all’inizio del racconto, sebbene rimanga una figura in certo senso di contorno è comunque importantissima per lo sviluppo della storia.

Il dottor Kennedy è a passeggio nel villaggio in compagnia di un amico, e saluta una giovane donna con un bambino. È lei Amy Foster. Per quanto la ragazza sembri un essere completamente privo di interesse, Kennedy sente il bisogno di raccontarne la storia al suo amico. La storia però, come dicevo, non è davvero quella di Amy ma di quello che sarà suo marito, Yanko il naufrago.

Yanko, dopo aver compiuto un vero e proprio viaggio della speranza, partito dai Carpazi e raggirato da coloro che gli hanno consentito di intraprendere questo viaggio che avrebbe dovuto condurlo in America, si ritrova sbalzato sulla costa inglese dopo il naufragio della nave su cui era imbarcato. Nel villaggio si viene ovviamente a sapere dal naufragio ma, poiché vengono ritrovati solo cadaveri e poiché Yanko compare solo in seguito, nessuno mette in connessione l’uomo con la nave naufragata e tutti lo prendono per un pericoloso barbone. Forse anche perché le persone, specie in piccoli villaggi ma non solo, sono portate a vedere “l’altro” come sbagliato, cattivo, pericoloso, piuttosto che a pensare prima di tutto ad aver pietà di una persona bisognosa.

Pertanto gli abitanti del villaggio scacciano Yanko, che non parla una parola della loro lingua e perciò sembra ancora più minaccioso. Solo Amy gli dà un pezzo di pane, e la riconoscenza di Yanko sarà per sempre. In seguito, grazie al salvataggio di una bambina, Yanko inizia a essere visto con occhi un po’ meno sospettosi, ma comunque non è accettato dalla comunità, per i suoi modi così “estranei”. «Alla fine la gente si abituò a vederlo. Ma non si abituò mai a lui.» Così scrive Conrad nel racconto, spiegando la situazione in maniera eccellente. Sebbene vedere una persona possa diventare un’abitudine e quindi qualcosa di naturale, questo non significa che la stessa persona venga accettata: per compiere questa accettazione e integrazione nella società ci sarebbe bisogno di un passo successivo che la gente del villaggio non pensa minimamente di fare.

Conrad, anch’egli immigrato in Inghilterra da quella che allora era la Polonia (il suo paese natale si trova oggi in Ucraina), conosceva dunque bene la diffidenza con cui è visto lo “straniero”. E questa diffidenza, che si trasforma in pura cattiveria, la racconta egregiamente in questo racconto. Conrad è diventato un grandissimo scrittore in una lingua che non era la sua, il protagonista di questo racconto non avrà invece neppure un briciolo di quella fortuna. Ma è proprio questo che rende Joseph Conrad l’autore più adatto a narrare una storia di questo genere, che è poi una storia di ordinario razzismo: ordinario per i tempi, ordinario per la gente che non ci vede niente di male, straordinario e catastrofico per la persona che ne è oggetto, che morirà nella solitudine e di solitudine. E questo nonostante sia sposato con Amy e abbia avuto da lei un bambino, perché sua moglie stessa soccombe al pregiudizio e alle innumerevoli maldicenze che le sono state messe in testa dalla gente, e finisce per avere orrore di suo marito, un tempo tanto amato, solo perché parla in una lingua “strana” al bambino e prega in modo “strano”.

In questo senso Amy Foster è un racconto feroce che mette a nudo chiaramente cosa sia il razzismo e le conseguenze che può avere. Come direbbe William Burroughs, ci fa vedere “il pasto nudo”, cioè precisamente quello che abbiamo nel piatto, ovvero in questo caso come diventiamo quando diamo libero sfogo ai nostri pregiudizi e alle nostre paure nei confronti dell'”altro”.

Questo di Conrad è un racconto che di questi tempi dovremmo tenere tutti sul comodino, forse dovrebbero farcelo leggere alla scuola elementare, così da farci crescere con la chiara idea delle conseguenze orribili che può avere la “paura dell’altro”, o per chiamarla col suo nome, il razzismo.

Elizabeth von Arnim, Un incantevole aprile – 1922

Elizabeth von Arnim, The Enchanted April, pubblico dominio.

Dopo aver letto Amore pochi mesi fa, mi è venuto voglia di leggere altro di Elizabeth von Arnim, così ho scaricato questo libro che nella versione originale inglese è disponibile come opera di pubblico dominio, mentre in italiano è stato pubblicato nel 2017 da Fazi con il titolo in oggetto.

La scrittura di questa autrice è tornata ad affascinarmi e l’ho trovata incantevole, proprio come il titolo del romanzo. Così come incantevole è la storia narrata. Chiariamoci subito: il libro non è un capolavoro, ma è una lettura estremamente piacevole e per me tanto basta.

La signora Wilkins è una donnetta un po’ scialba, triste, insoddisfatta, insignificante. Un giorno vede sul giornale un annuncio in cui si cercano persone che prendano in affitto una dimora signorile a San Salvatore, in Liguria, per il mese di aprile. La povera signora Wilkins inizia subito a sognare di andare in quel posto che immagina meraviglioso e, prendendo il coraggio a due mani, si fa avanti con la signora Arbuthnot, che conosce soltanto di vista, per chiederle se vuole prendere in affitto la casa insieme a lei. La signora Arbuthnot è una donna pacata, tranquilla, religiosa, volenterosa di aiutare i più poveri. La signora Arbuthnot pensa subito che la signora Wilkins sia una stravagante, e si chiede come trattarla, ma quella strana richiesta la attira tantissimo. Entrambe le signore vogliono solo scappare dalla loro vita quotidiana che le rende insoddisfatte accanto a due mariti che sembrano non amarle più. Insieme troveranno altre due donne disposte a dividere l’affitto e, a fine marzo, partiranno da Londra per l’Italia.

Il romanzo è la storia di questa decisione e, principalmente, di quell’incantevole mese di aprile trascorso a San Salvatore, un luogo meraviglioso che sembra contagiare tutti gli abitanti con la propria bellezza. Le quattro donne non saranno certo immuni al fascino del luogo, sebbene all’inizio siano tutte un po’ (o molto) chiuse, fatta eccezione per l’esuberante signora Wilkins. Quest’ultima sembra capace di vedere oltre: oltre le apparenze, in profondità, sa trovare la bellezza ovunque e capisce fin da subito che la magia di San Salvatore colpirà tutte loro.

In ultima analisi, cos’è San Salvatore se non un luogo in cui la bellezza fa sbocciare l’amore e spazza via tutti i pensieri, le preoccupazioni, le fissazioni? Anche laddove sembra meno probabile, l’amore finirà per trionfare nel cuore delle quattro donne, che si arrenderanno infine all’atmosfera magica di San Salvatore.

Un romanzo poco impegnativo, certamente, e anche di poche pretese, ma delizioso. Inoltre l’autrice scrive molto bene e in tutte le pagine sembra quasi di respirare l’aria pulita di San Salvatore, il profumo dei fiori, l’atmosfera di calma e bellezza. Per tutta la lettura mi è quasi sembrato di essere immersa in quel paesaggio bellissimo. La scrittura di Elizabeth von Arnim è coinvolgente e avvolgente. Il libro è un vero gioiellino. Se vi approccerete a questo romanzo senza aspettarvi un capolavoro né il libro in grado di cambiarvi la vita, non ne resterete delusi.

Roald Amundsen, The South Pole

Roald Amundsen, The South Pole. An Account of the Norwegian Antarctic Expedition in the “Fram,” 1910 — 1912 (tit. originale Sydpolen. Den norske sydpolsfærd med Fram 1910 – 1912), pubblico dominio. Traduzione dal norvegese di A. G. Chater.

A quanto ne so questo libro non è stato tradotto in italiano, ma la traduzione inglese è scaricabile gratuitamente da Project Gutenberg, in quanto di pubblico dominio. Purtroppo l’ebook è fatto parecchio male, soprattutto verso la fine, con errori di battitura e frasi che si ripetono e si interrompono a metà. Cosa che, devo dire, è la prima volta che mi succede con gli ebook di Project Gutenberg, che di solito sono ben fatti. Inoltre, in questo caso si avverte la mancanza delle illustrazioni, soprattutto nella parte finale dove a queste illustrazioni, presenti nell’originale, si fa costante riferimento.

Si tratta del resoconto, scritto dall’esploratore norvegese Roald Amundsen, della sua spedizione in Antartide a bordo della nave Fram. Amundsen, insieme ai suoi compagni, fu il primo ad arrivare al Polo Sud. Prima di lui Shackleton era riuscito ad arrivare a 88° S, a soli 180 km dal Polo, ma fu costretto a tornare indietro.

La storia di questa impresa è assai particolare. Amundsen aveva previsto e organizzato una spedizione per conquistare il Polo Nord, ma Robert Peary vi arrivò (nel 1909) prima che Amundsen potesse salpare. Ufficialmente la spedizione di Amundsen avrebbe dovuto essere esplorativa, perciò sarebbe potuto partire ugualmente, ma è evidente che all’esploratore stava più a cuore battere il record che l’esplorazione scientifica. Così decise di dirigersi verso il Polo Sud, ma lo fece in gran segretezza, tanto che non solo il pubblico, ma perfino i membri dell’equipaggio, ad eccezione del capitano della Fram, non sapevano che la direzione fosse quella. Solo una volta fatta tappa a Madeira Amundsen rivelò la vera direzione della propria spedizione. 

Il viaggio ebbe luogo dal 1910 al 1912 e fu concluso con successo. Non fu privo di base scientifica, infatti gli ultimi capitoli del libro danno la parola a vari esperti che parlano delle scoperte meteorologiche, oceanografiche, geologiche ecc. fatte dagli esploratori in Antartide e nell’Oceano Atlantico. Vale a dire che gli ultimi capitoli sono piuttosto pesanti, nonché incomprensibili per le persone non addette ai lavori, ma il resto del libro è interessantissimo. Ciò non toglie però che la lettura proceda lenta, perché a tratti un po’ pesante nonostante il grande interesse.

Amundsen racconta dettagliatamente la preparazione del viaggio, il viaggio sulla Fram, l’arrivo in Antartide, la conquista del Polo Sud. Tanto dettagliatamente che il cartaceo conta 500 pagine. Nonostante la verbosità, il viaggio di Amundsen riveste un grande interesse per chiunque sia interessato alle esplorazioni, all’Antartide o più in generale alle regioni polari.

La cosa che più mi ha colpito è che, arrivati al Polo Sud, Amundsen e i suoi compagni non provano l’emozione che si sarebbero aspettati di provare. Naturalmente sono fieri dell’impresa compiuta, ma dopotutto il Polo Sud non è diverso dal resto dell’Antartide… Ma soprattutto mi ha colpito il fatto che Amundsen si sente, ed è, letteralmente dall’altra parte del mondo rispetto a quello che era il suo sogno. L’esploratore sognava infatti, e da sempre, di essere il primo ad arrivare al Polo Nord, ed eccolo ora invece al Polo Sud! Sebbene sia certamente orgoglioso di questo suo successo, l’amarezza si sente comunque nelle sue parole, anche se cerca di mascherarla.

La storia dei preparativi è decisamente noiosa e sembra più un ringraziamento pubblicitario ai suoi sponsor. La storia del viaggio in nave nell’oceano non è entusiasmante, ma racconta dettagli della vita sulla Fram che sono curiosi da leggere, come ad esempio cosa mangiavano a bordo, come si comportavano, come osservavano le feste comandate. Certamente però, e inevitabilmente, la parte più interessante è quella che compone il nucleo del libro, ovvero la storia della permanenza in Antartide e della conquista del Polo Sud. Amundsen e i suoi compagni trascorrono l’inverno in quella che chiamaranno Framheim, che sarà dunque la loro base per tutta la stagione, e in cui parte della compagnia trascorrerà un intero anno, dato che non tutti parteciperanno alla spedizione fino al Polo.

La spedizione in terra antartica non è certo priva di pericoli, anzi i tantissimi incontri con i molti spaventosi crepacci fanno venire i brividi, ma Amundsen e compagnia, a quanto dice lui, affrontavano tutto con il sorriso sulle labbra e la loro voglia costante di ridere, scherzare e soprattutto andare avanti è davvero piacevole da leggere. Ho il sospetto che nella realtà le cose siano andate un po’ diversamente: immagino che non siano mancati sconforto, paura e perfino terrore di fronte a tutte le avversità e i pericoli. Naturalmente l’autore tende a romanzare un po’ l’avventura e a mostrarla tutta sotto una luce rosea che difficilmente può corrispondere a verità. Tuttavia ciò non rende il libro meno interessante.

Qui trovate una breve pagina su Roald Amundsen e nel sito troverete altre informazioni sugli altri esploratori polari. Invece se conoscete l’inglese, oltre a consigliarvi di leggere questo bel libro, vi raccomando questo sito interamente dedicato al Polo Sud, dove c’è un’ottima e dettagliata pagina sull’esploratore Roald Amundsen.