Boris Pahor, Quello che ho da dirvi

Boris Pahor, Quello che ho da dirvi, nuovadimensione, 2015.

Boris Pahor è triestino sloveno, infatti scrive tutti i suoi libri in sloveno. Nato nel 1913, ha la bellezza di 108 anni (!) ed è stato più volte candidato al premio Nobel per la letteratura. Questo libro nasce dalle conversazioni che ha avuto con alcuni studenti delle superiori in Friuli. Alcuni professori hanno organizzato questi incontri fra Pahor e un piccolissimo gruppo di ragazzi che avevano quasi 90 anni meno di lui, e ne è nato questo libro davvero interessante.

La parte che ho trovato più interessante è stata la prima, dove Pahor parla del tema che più gli sta a cuore, ovvero l’appartenenza a una nazione e la nazionalità. Che è diverso dalla cittadinanza. Come dicevo, Pahor è triestino, ma di lingua e cultura slovena, così come tanti altri triestini. Nel 1920, a 7 anni, assistette all’incendio (appiccato dai fascisti) del Narodny Dom, la Casa del Popolo. Questo evento lo segnò profondamente, tanto che ritorna in molti dei suoi libri.

È una storia poco conosciuta (perché come dice Pahor i libri di storia tralasciano tante cose anche importantissime): i fascisti cercarono di italianizzare gli sloveni di Trieste, non potevano sopportare che ci fosse una cultura diversa da quella italiana. Perciò, oltre a incendiare la Casa del Popolo, costrinsero gli sloveni a italianizzare i loro nomi e cognomi, gli proibirono di parlare la loro lingua, e li vessarono in ogni modo immaginabile.

Pahor aveva iniziato le elementari in sloveno, poi ci fu il divieto di parlare questa lingua e fu costretto a proseguire in italiano, cosa che lo portò ad avere numerosi problemi a livello di rendimento scolastico. Pahor leggeva di nascosto i libri sloveni, perché per lui era ed è importante rivendicare l’appartenenza alla propria cultura e nazionalità. La globalizzazione, dice, non può significare un appiattimento e un cercare di eliminare differenze che ci sono e non possono essere ignorate. Come dice lui, dall’orgoglio per la propria appartenenza nazionale al nazionalismo il passo è breve, quindi bisogna fare attenzione. Ma l’intento reale del nazionalismo è imporre la propria cultura sulle altre, e non rivendicare con orgoglio la propria appartenenza.

Anche le altri parti sono molto interessanti, particolarmente quella dove parla della sua esperienza in vari campi di concentramento nazisti, dove fu rinchiuso in quanto comunista (lui non si è mai identificato nell’ideologia comunista, però). Inoltre, Pahor parla anche del suo rapporto con la religione, con le donne e altre tematiche importanti. Il tutto racchiuso in appena un centinaio di pagine.

Mi dispiace molto che questo libro non sia maggiormente conosciuto, è un vero peccato. Secondo me lo meriterebbe, perciò se riuscite a trovarlo ve lo consiglio.

Anna Wiener, La valle oscura

Anna Wiener, La valle oscura (tit. originale Uncanny Valley), Adelphi, 2020. Traduzione dall’inglese di Milena Zemira Ciccimarra.

Sarò sincera, questo libro è stato una tortura. L’idea era interessante: raccontare la Silicon Valley nel bene e soprattutto nel male, svelandone i lati oscuri. Il primo quarto del libro è stato, in effetti, abbastanza interessante. Poi ha cominciato a ripetersi e a sbrodolare, fino a diventare un intruglio insopportabile. Non come quando mandi giù una medicina amara, no: la medicina fa schifo ma almeno serve, questo invece non serve proprio a niente.

Anna Wiener ha 25 anni e lavora nell’editoria a New York. A un certo punto, non è che si capisca bene perché, decide di lasciare New York (da cui non era mai uscita!) e di trasferirsi a San Francisco per lavorare nel settore del tech. Per i soldi, pare di capire. Non per il successo, proprio e solo per guadagnare di più. Legittimo. Wiener però non ha alcuna formazione di tipo tecnologico, non è programmatrice, non è ingegnere informatico, è un’umanista e le piacciono i libri. Tuttavia, trova lavoro in un’azienda di analisi dati prima, e in un’azienda di software open source poi, anche se ovviamente non in un ruolo tecnico.

Ed ecco subito la cosa più irritante di questo libro: Wiener non nomina mai nessuna delle aziende di cui parla. Non solo quelle per le quali ha lavorato (che avrebbe anche potuto avere senso, se avesse rivelato qualche grande segreto, ma ci torno fra un attimo), ma neanche quelle che cita di sfuggita o che c’entrano molto relativamente con il suo lavoro, essendo più che altro parte della quotidianità di ciascuno. Per esempio, “il social network che tutti odiavano”. Mica Facebook, no? “Il grande negozio online”. Oddio, che grande ed efficace modo di nascondere che sta parlando di Amazon. E così via. Nessuna, dico nessuna azienda ha un nome. Ma dirò di più, proprio niente ha un nome. A un certo punto un personaggio cita una famosa frase del Trono di Spade, ma mica penserete che Wiener possa nominare il titolo del romanzo? Certo che no, è semplicemente “un famoso romanzo fantasy”.

Allo stesso modo, pochissime delle persone di cui l’autrice parla vengono chiamate per nome. Solo i suoi amici e il suo fidanzato. In questo caso potrebbe avere senso per dare l’idea della spersonalizzazione attiva nella Silicon Valley, invece visto quanto sopra ha senso probabilmente solo nella testa dell’autrice.

Comunque, se proprio siete curiosi, qui c’è chi si è preso la briga di identificare tutto e tutti. Diciamo però subito che nella maggior parte dei casi, qualunque persona frequenti internet capirà perfettamente di che aziende si sta parlando, vedi gli esempi sopra. Quindi, esercizio del tutto inutile se non per irritare i lettori. O almeno me.

Detto questo, il rischio di un libro come questo era dietro l’angolo: finire per suonare come il racconto (a quanto pare è un memoir, dice il sottotitolo dell’edizione originale) di una persona privilegiata, annoiata, che vuole i soldi ma allo stesso tempo aborre il modo per guadagnarli, e schifa tutti quelli che come lei vogliono i soldi. In effetti spesso schifa anche se stessa, quindi un minimo di autocritica c’è, però sembra più di superficie che di sostanza, onestamente. Il succo, in ogni caso, è: la Silicon Valley e l’industria del tech fanno schifo. Va bene, è il suo punto di vista.

Ora, tante delle cose che Wiener racconta possono essere interessanti per chi non conosca quel mondo, però sarebbe bastato un articolo di giornale, per la miseria. Altro che 300 pagine. Tuttavia, seppure molto parzialmente e incidentalmente, è un mondo di cui ho avuto una minima esperienza avendo lavorato per una delle tante aziende che cita, seppure in Europa e non in America, quindi le cose erano parecchio diverse, anche se con un fil rouge comune. Tuttavia, per me non è stato un libro che mi ha aperto gli occhi su qualche realtà totalmente aliena. Ma a dire il vero, fatico a pensare che possa esserlo per qualcuno.

Infatti, Wiener non racconta niente, sostanzialmente. Se non le sue giornate passate a rispondere alle richieste di assistenza, gli amministratori delegati che si credono dio, la finta superiorità dei colleghi e in particolar modo di quelli che sono davvero “tecnici”, l’alienazione data dalla continua commistione tra lavoro e tempo libero. Eccetera. Niente di eccezionale, niente che non abbiamo già sentito da altri mille articoli o persone che in quel mondo hanno lavorato. Wiener non svela niente. Non ci sono rivelazioni dove uno dice “ah! oooh!”. Wiener non è una whistleblower, ma neppure ci si avvicina a una distanza di diecimila chilometri. Wiener parla della sua vita, che è una vita noiosa e come quella di tanti altri lavoratori di start-up o multinazionali di stampo americano. Niente di nuovo sotto il sole, ve lo assicuro.

Inoltre, l’autrice è vagamente ossessionata dal sessismo, ma in maniera un po’ incidentale, come se ogni tanto si svegliasse dal suo soporifero racconto e si ricordasse che doveva parlare di sessismo nella Silicon Valley e nel tech. Non metto in dubbio che sia un settore sessista, dato che è in prevalenza maschile. Anzi, ne sono abbastanza sicura. Ma mi dispiace dirlo, gli episodi raccontati dall’autrice non sono particolarmente sessisti. Come dice questa recensione di una donna femminista e vittima di vere discriminazioni sessiste e razziste, affermare che ogni minima cosa sia sessista o razzista riduce il potere della lotta contro le vere discriminazioni. Mio pensiero da sempre, ma fa brutto dirlo, anzi in certi ambienti è proprio vietato, tabù.

Se proprio vi sentite interessati, qui ci sono molti estratti dall’originale inglese. Qui invece c’è una bella recensione di una persona a cui il libro è piaciuto. Io però mi sento di consigliarvi di impiegare in altro modo il vostro tempo.

Yeonmi Park, La mia lotta per la libertà (Corea del Nord)

Yeonmi Park, La mia lotta per la libertà (tit. originale In Order to Live. A North Korean Girl’s Journey to Freedom), Bompiani 2015. Traduzione dall’inglese di Veronica Raimo.

Yeonmi Park fugge dalla Corea del Nord insieme alla madre all’età di 13 anni. In Corea del Nord viveva a Hyesan, una cittadina nel nord del paese dove la famiglia (padre, madre e due figlie) sopravviveva grazie ai traffici del padre che commerciava in merce di contrabbando, riuscendo a offrire alla famiglia una vita più o meno dignitosa. Quando il padre viene arrestato, la famiglia piomba nella povertà più assoluta, tanto che le due sorelle, rimaste sole dato che la madre è andata a Pyongyang per cercare di aiutare il marito, sono costrette a mangiare erbe di campo e insetti.

La descrizione della vita in Corea del Nord è, come si può immaginare, difficile da mandare giù. Addirittura veniamo a sapere che durante la carestia c’erano perfino cadaveri per le strade, di cui ovviamente gli animali facevano libagione. Scene raccapriccianti a cui le due bambine, Yeonmi ed Eunmi, sono costrette ad assistere quotidianamente. Un paese in cui la povertà è estrema, soprattutto ma non solo a causa della carestia, in cui la lotta per la sopravvivenza è vissuta giorno per giorno e anche mangiare è una lotta quotidiana.

Per non parlare di quella che viene definita “dittatura emotiva”: la dittatura nordocreana impone il pensiero unico e la venerazione dei Kim e non tollera sgarri, punendo durissimamente chi osa proferire o anche solo pensare parole che possono in qualche modo apparire contrarie al regime. Ai cittadini viene inculcata fin da piccoli l’idea che i mali della Corea del Nord, che tuttavia è da considerarsi il paese migliore del mondo, siano dovuti esclusivamente agli yankees americani e alla Corea del Sud. Così come viene inculcata loro la venerazione per i Kim, tanto che a nessun nordcoreano verrebbe in mente di mettere in discussione la superiorità assoluta e perfino la quasi “santità” dei Kim. I nordocreani credono fermamente a quello che il regime inculca nelle loro menti, tanto che Yeonmi ci dice che sua madre crede fermamente al fatto che il caro leader sia un essere divino, immortale, capace di fare miracoli, e non riesce a darsi pace né a credere alle proprie orecchie quando questo muore.

Per sfuggire alla fame e alla povertà, Yeonmi, Eunmi e la loro madre decidono dunque di fuggire dalla Corea del Nord, aiutate da una donna che le farà andare nella vicinissima Cina (Hyesan si trova al confine). Eunmi decide di fuggire da sola il giorno prima, e le due donne non avranno sue notizie per anni. Yeonmi ci racconta la storia della fuga sua e di sua madre e la successiva scoperta che sono state vendute ai trafficanti di essere umani, che a loro volta le hanno comprate per venderle come mogli a dei contadini cinesi. Le due subiscono violenze e vengono ridotte a meri oggetti: né più e né meno che schiave. Le vicissitudini di Yeonmi e di sua madre in Cina sono infinite e orribili, sebbene la ragazza stessa ammetta che in seguito conoscerà donne nordcoreane che, fuggite anch’esse in Cina, hanno vissuto esperienze di gran lunga peggiori.

Infine le due donne riescono a fuggire in Corea del Sud passando per la Mongolia, dove devono attraversare a piedi il terribile deserto del Gobi durante l’inverno. In Corea del Sud la vita non sarà tutta rose e fiori dato che, anche se i nordcoreani vengono accolti come cittadini, vengono sempre percepiti come stranieri e “inferiori”. Ma Yeonmi riesce a ricavarsi una sua nicchia, a studiare come ha sempre desiderato, e diventa infine una paladina dei diritti umani.

Sebbene non si possa negare che il racconto di Yeonmi presenti caratteristiche che ai nostri occhi occidentali possono sembrano poco verosimili, non sono d’accordo con quei recensori che dubitano del racconto della ragazza affermando che abbia ingigantito o perfino abbellito le sue esperienze. Questi recensori hanno mai vissuto sotto una dittatura, sono mai stati vittime di tratta? La risposta è ovviamente no, perciò mi chiedo chi siano loro, chi sia io per giudicare. Nessuno di noi può immaginare cosa si provi e cosa si viva durante queste orribili esperienze, quindi nessuno di noi è in grado di giudicare se siano vere o false. Dobbiamo fidarci di quello che ci dice Yeonmi, e a dire il vero non vedo perché non dovremmo farlo.

Non avendo letto altri resoconti di disertori dalla Corea del Nord non so se questo di Yeonmi Park sia migliore o peggiore di altri, ma mi sento di consigliarlo. Tuttavia, se sapete l’inglese leggetelo in lingua originale, perché la traduzione italiana è addirittura imbarazzante, piena com’è di calchi dall’inglese, termini tradotti in maniera errata, parole usate a casaccio e perfino alcune parole lasciate in inglese perché evidentemente non si sapeva come tradurle. Un editing avrebbe aiutato molto, ma quasi sicuramente si voleva far uscire presto questo libro e si è deciso di non aspettare i tempi di un editing. Davvero peccato.

Nellie Bly, Dieci giorni in manicomio

Nellie Bly, Ten Days in a Mad-House, pubblico dominio.

Questo piccolo libro (meno di 100 pagine) è di pubblico dominio e può essere scaricato liberamente in lingua originale inglese, mentre in italiano è stato pubblicato nel 2017 da Edizioni Clandestine con il titolo Dieci giorni in manicomio.

È il reportage, pubblicato nel 1887, di Nellie Bly, una delle prime giornaliste investigative, che, su richiesta del giornale per il quale scriveva, ha passato dieci giorni in manicomio, fingendosi pazza per potervi accedere.

Vi sono molte cose impressionanti in questo libro, e una delle prime con cui veniamo in contatto è l’estrema facilità con cui la giornalista Nellie Bly è riuscita a farsi internare in un manicomio da cui la gente normalmente non sarebbe mai più uscita. L’autrice si reca in una casa per donne che sono in cerca di lavoro e qui inizia a “fingersi pazza”: in realtà non fa niente di particolarmente strano a parte dire che ha mal di testa e che vuole recuperare i suoi bauli, e rifiutare di dire dove sia la sua casa. Questo, oggi (e anche allora, a molti), ci sembra cosa di poco conto e certo non indicante una “pazzia” in corso, ma nonostante questo Nellie Bly, con il nome fittizio di Nellie Brown, viene condotta davanti a un giudice e fatta visitare da alcuni medici che la dichiarano pazza “senza speranza” e la internano in manicomio. Qui resterà dieci giorni, e vorrei ricordare che, sebbene i suoi capi le avessero detto che “in qualche modo” l’avrebbero tirata fuori, non c’era in realtà alcuna garanzia che vi sarebbero riusciti, quindi ode a questa intrepida giornalista.

L’autrice, oltre a descrivere dettagliatamente gli eventi che l’hanno portata a essere dichiarata pazza senza speranza, passa poi a descrivere la vita nel manicomio, e anche qui abbondano i dettagli agghiaccianti. Le infermiere non fanno che infliggere torture fisiche e psicologiche alle loro pazienti, e si rimane stupefatti dal sadismo di queste donne che, in teoria, avrebbero dovuto prendersi cura delle ricoverate. Queste infermiere invece non esitano a strozzare, strangolare, picchiare, saltare sopra alle pazienti procurando loro lesioni agli organi interni o rompendo loro le costole, sottoporle a bagni freddi anche nel caso in cui esse siano malate. Come dicevo, il sadismo è impressionante. I medici non sanno o, più probabilmente, fingono di non sapere, perché in definitiva per nulla interessati alla sorte delle “pazze” internate nel loro manicomio.

Come riporta la giornalista, dal momento in cui è stata ricoverata ha iniziato a comportarsi in maniera perfettamente normale e nonostante questo continua a essere indicata come “pazza”. Non solo, ma anche moltissime delle donne internate insieme a lei appaiono perfettamente sane di mente eppure subiscono questo ricovero che sarà quasi sicuramente a vita, o per meglio dire una condanna a morte. Bly non esita ad affermare che la sorte dei carcerati è migliore, in quanto quelli hanno una seppure minima possibilità di dichiararsi innocenti e sperare di essere rilasciati dalla giustizia, mentre i “pazzi” non hanno alcuna chance. Inoltre, vi sono certamente delle donne davvero “pazze” (oggi certamente non le chiameremmo più così, erano soltanto persone malate), ma neanche loro, dice l’autrice, dovrebbero essere trattate a questa maniera, subire maltrattamenti tali da essere più affini alla tortura vera e propria.

Questo è lo stato dei manicomi in America verso la fine dell’Ottocento e, dice Bly, grazie alla sua inchiesta lo stato di New York ha destinato un milione di dollari in più per il mantenimento delle persone “pazze” nei manicomi, che ovviamente per l’epoca è una cifra davvero considerevole. Questo perché, durante l’ispezione seguita all’inchiesta di Bly, i medici del manicomio hanno dichiarato che il trattamento inumano (certo non lo hanno definito così) era dovuto principalmente alla scarsità di fondi.

Viene da pensare che la situazione in Italia o nel resto dell’Europa non fosse all’epoca tanto differente. Da un lato vorrei leggere altri reportage o saggi sull’argomento, dedicati questa volta alla situazione italiana, dall’altro l’idea mi mette molta paura perché questa lettura è stata un pugno nello stomaco.

Consigliato, ma non per persone sensibili.

Cinzia Mammoliti, Intervista a un narcisista perverso

Cinzia Mammoliti, Intervista a un narcisista perverso, Runa Editrice, Villafranca Padovana 2015.

«Lei era mia. Solo ed esclusivamente mia. Si perdeva ogni tanto per strade strane ma poi rientrava a cuccia tra le mie braccia.»

Un paio di giorni fa questo libro era in offerta a 0,99 € sul Kindle Store e così, incuriosita dal titolo, l’ho preso. Avevo già sentito il nome di Cinzia Mammoliti, che ha pubblicato altri libri sul tema del narcisismo e sulle vittime dei manipolatori affettivi. Non sapevo tuttavia che fosse un’importante criminologa e docente, una delle figure di spicco nel panorama della lotta alla violenza psicologica e non solo.

In questo libro l’autrice intervista un “narcisista perverso”, detto anche “maligno”. Non capisco quanto questa intervista sia vera e quanto sia invece frutto dell’esperienza della criminologa con le persone che ha incontrato nel corso del suo lavoro. Infatti, nel colophon c’è scritto: «Nomi, personaggi e luoghi sono usati in modo fittizio. Qualsiasi riferimento a luoghi o persone è puramente casuale.» Ad ogni modo, ciò che importa è che con questo breve testo (134 pagine), Mammoliti ci fa entrare nella testa di un narcisista perverso e ci fa vedere esattamente come funziona. Se il personaggio sembra a volte così crudele e sadico da apparire “caricato”, tuttavia visto quello che più volte al giorno siamo costretti a sentire dai telegiornali e leggere nei giornali, mi riesce un po’ meno difficile credere che persone di tal genere possano esistere.

La frase all’inizio di questa recensione è un’affermazione di Paolo G., il narcisista perverso protagonista di questo libro, e mi ha colpito per due motivi: il senso di possesso che l’uomo esplicita e la riduzione della donna a meno di una persona, ad animale («a cuccia»). Penso che questo riassuma chiaramente tutto ciò che passa per la testa di questi pericolosi manipolatori.

Paolo G. è indagato per maltrattamenti e istigazione al suicidio nei confronti della sua compagna, Arianna. D’accordo con i suoi medici, Mammoliti viene chiamata a intervistarlo, perché se spesso sappiamo cosa deve passare la vittima, è più raro, molto più raro, che qualche esperto ci aiuti a vedere cosa c’è nella testa del carnefice. (E se questo argomento vi interessa, e leggete in inglese, vi consiglio di approfondire seguendo un blog che mi ha lasciato a bocca aperta, Knowing the Narcissist di H.G. Tudor, un narcisista che scrive rivolgendosi alle vittime e fornendo loro il punto di vista dell’abusante. Fa accapponare la pelle per quanto è vero.)

Perché Paolo si comporta in questo modo con la donna che dice di amare? Ma è semplice: perché le donne sono tutte puttane ed è così che vanno trattate. «Vi piace sentirvi oggetti e mignotte del vostro compagno. Piace a tutte, te lo posso garantire, altrimenti non avrei tutto questo successo nel mondo femminile.»

Paolo è un uomo molto attraente, carismatico, colto, intelligente, ed è con tutte queste caratteristiche che attrae le donne, ma le tiene legate non con l’amore, non con il sesso, non con l’estetica, ma con la crudeltà, le umiliazioni: in breve, con il sadismo.

Le motivazioni vere sono poi più profonde, infatti verso la fine dell’intervista Paolo parla del rapporto con i suoi genitori e dell’infanzia atroce che ha vissuto. A un certo punto, più verso l’inizio, si lascia sfuggire una frase rivelatrice: «[Queste donne] erano come la madre che avrei sempre voluto avere.» Per cui è ben possibile che alla base di un disturbo narcisistico di personalità ci siano traumi profondi, e tuttavia com’è assolutamente ovvio e cristallino, questo non può certo giustificare il comportamento perverso di tali soggetti.

Paolo passa lunghi, lunghissimi anni con Arianna che, quando si conoscono, è una donna bellissima, intelligente, tutto ciò che un uomo potrebbe desiderare. Per poi diventare un’ombra, una morta che cammina, un’alcolizzata, una donna che infine sceglie il suicidio pur di sfuggire a quelle persecuzioni.

Se all’inizio i due si amano, piano piano Paolo comincia a dimostrare la propria perversione. La umilia, la ferisce psicologicamente, la maltratta fisicamente e sessualmente. Arianna due volte cerca di scappare da quell’inferno, ma entrambe le volte torna con lui quando lui va a riprendersela. Ed entrambe le volte scopre che il pozzo è senza fondo, che l’inferno sembra non avere mai fine perché Paolo è capace di picchi di sadismo sempre peggiori.

Finché non decide di far ricadere tutta la colpa su di lei, facendola credere pazza. «È una delle loro perversioni preferite. Ti tirano fuori il peggio e poi te lo rivoltano contro. Lo fanno per dimostrare a se stessi in primis che il mostro sei tu e così possono raccontare di essere vittime di donne isteriche e permalose che scattano per un nonnulla.» Per ben due volte Paolo fa sottoporre Arianna a TSO. Paolo non ci va giù leggero. Paolo la vuole morta psicologicamente, la vuole sottomessa, la vuole umiliata, ma è ambivalente: a tratti si rende conto di essere un perverso e un sadico, mentre altre volte sembra non capire cosa abbia fatto di male.

Paolo, inoltre, tradisce sistematicamente Arianna. Lei fa parte della categoria delle “sante”, le donne da amare, quelle materne, che non si possono insozzare con richieste sessuali particolari. Poi ci sono le “mignotte”, quelle di cui Paolo ha bisogno per sfogare la propria ossessione-compulsione sessuale. Ma non stiamo parlando di donne a pagamento (quando mai Paolo potrebbe aver bisogno di pagare una donna?!), bensì di donne che di lui si innamorano e che lui usa nelle maniere più disgustose. E poi, quando Arianna è invece pronta a tradire il suo compagno, è lui stesso che si finge un potenziale amante per poi abusarne nella maniera più raccapricciante.

Allora perché non scappano, queste donne? Sarebbe tanto semplice, no? Che stupide, no? Che ingenue. Beh, cari, non è così semplice: il narcisista perverso crea una dipendenza nella donna che ha scelto come vittima (o meglio dovrei dire nelle donne che ha scelto come vittime, perché non ce n’è mai solo una), di modo che per lei, o loro, sia difficilissimo se non impossibile lasciarlo e scappare.

Scrive l’autrice: «Una delle maggiori difficoltà che incontra la vittima nel sottrarsi a relazioni di questo tipo consiste nel far fronte al comportamento tenuto dai carnefici quando sentono che stanno per perdere la preda. Tecnicamente quello che viene chiamato luna di miele, che fa seguito a episodi di violenza intermittente e che vede l’abusante profondersi in scuse, pentimenti e promesse, è il periodo che maggiormente inganna le vittime determinandone le ricadute che, nel corso del tempo, possono anche essere numerose.»

Questo è un libro importante e dovremmo leggerlo tutti, perché ci fornisce un punto di vista insolito che è quello del carnefice. Entrando dentro la testa dell’uomo abusante riusciamo quantomeno ad avvicinarci a una possibilità di comprendere cosa si celi dietro la violenza sulle donne. Non mi fraintendete, non sto certo cercando di dire che questo libro ci aiuti a capire il colpevole o a identificarci con lui. Al contrario. Sto cercando di dire che questo libro ci consente di capire come si possa arrivare a quegli episodi di violenza che troppo spesso sentiamo in TV e a tutti quelli (milioni) di cui invece non veniamo a sapere niente, magari finché non è troppo tardi.

Questo libro è interessante perché io non sono mai riuscita a capire cosa possa spingere un uomo a maltrattare la propria compagna, cioè la donna che in teoria dovrebbe amare, ad abusarne psicologicamente, verbalmente, fisicamente e/o sessualmente, infine in casi fin troppo frequenti persino a ucciderla. Cosa lo spinge? Io non l’ho mai capito, per me la violenza è qualcosa di incomprensibile. E invece questo libro me lo ha spiegato: è il senso di possesso e la misoginia a spingere questi uomini. La donna è mia, tutte le donne sono mignotte, alle donne piace essere trattate così. La donna è mia, soprattutto. Per cui è semplice, se scappa, il narcisista perverso cerca di riprendersela, se non riesce a riprendersela la fa impazzire, o come fa Paolo la fa internare, o le fa togliere la custodia della figlia perché la dichiara pazza, e di conseguenza la fa impazzire davvero, o come fa lui la spinge al suicidio, o in altri casi la ammazza, perché la donna è sua, e non si deve permettere di scappargli.

Ripeto, un libro che dovremmo leggere tutti. Ma vi avviso che è agghiacciante, primo perché entrare nella testa di un tale sadico fa gelare il sangue nelle vene, secondo perché Paolo non ci risparmia i particolari.

Il libro non è scritto bene e l’autrice nel corso dell’intervista appare poco professionale in quanto si fa a volte irretire da Paolo. Ma questo non ha davvero alcuna importanza e non sminuisce di una virgola la necessità di questo libro, la necessità di leggerlo, l’importanza fondamentale che riveste.

Qui c’è la pagina che l’editore dedica al libro, dove è possibile leggere un’anteprima, oltre a numerose recensioni e interviste all’autrice.