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Nellie Bly, Dieci giorni in manicomio

Nellie Bly, Ten Days in a Mad-House, pubblico dominio.

Questo piccolo libro (meno di 100 pagine) è di pubblico dominio e può essere scaricato liberamente in lingua originale inglese, mentre in italiano è stato pubblicato nel 2017 da Edizioni Clandestine con il titolo Dieci giorni in manicomio.

È il reportage, pubblicato nel 1887, di Nellie Bly, una delle prime giornaliste investigative, che, su richiesta del giornale per il quale scriveva, ha passato dieci giorni in manicomio, fingendosi pazza per potervi accedere.

Vi sono molte cose impressionanti in questo libro, e una delle prime con cui veniamo in contatto è l’estrema facilità con cui la giornalista Nellie Bly è riuscita a farsi internare in un manicomio da cui la gente normalmente non sarebbe mai più uscita. L’autrice si reca in una casa per donne che sono in cerca di lavoro e qui inizia a “fingersi pazza”: in realtà non fa niente di particolarmente strano a parte dire che ha mal di testa e che vuole recuperare i suoi bauli, e rifiutare di dire dove sia la sua casa. Questo, oggi (e anche allora, a molti), ci sembra cosa di poco conto e certo non indicante una “pazzia” in corso, ma nonostante questo Nellie Bly, con il nome fittizio di Nellie Brown, viene condotta davanti a un giudice e fatta visitare da alcuni medici che la dichiarano pazza “senza speranza” e la internano in manicomio. Qui resterà dieci giorni, e vorrei ricordare che, sebbene i suoi capi le avessero detto che “in qualche modo” l’avrebbero tirata fuori, non c’era in realtà alcuna garanzia che vi sarebbero riusciti, quindi ode a questa intrepida giornalista.

L’autrice, oltre a descrivere dettagliatamente gli eventi che l’hanno portata a essere dichiarata pazza senza speranza, passa poi a descrivere la vita nel manicomio, e anche qui abbondano i dettagli agghiaccianti. Le infermiere non fanno che infliggere torture fisiche e psicologiche alle loro pazienti, e si rimane stupefatti dal sadismo di queste donne che, in teoria, avrebbero dovuto prendersi cura delle ricoverate. Queste infermiere invece non esitano a strozzare, strangolare, picchiare, saltare sopra alle pazienti procurando loro lesioni agli organi interni o rompendo loro le costole, sottoporle a bagni freddi anche nel caso in cui esse siano malate. Come dicevo, il sadismo è impressionante. I medici non sanno o, più probabilmente, fingono di non sapere, perché in definitiva per nulla interessati alla sorte delle “pazze” internate nel loro manicomio.

Come riporta la giornalista, dal momento in cui è stata ricoverata ha iniziato a comportarsi in maniera perfettamente normale e nonostante questo continua a essere indicata come “pazza”. Non solo, ma anche moltissime delle donne internate insieme a lei appaiono perfettamente sane di mente eppure subiscono questo ricovero che sarà quasi sicuramente a vita, o per meglio dire una condanna a morte. Bly non esita ad affermare che la sorte dei carcerati è migliore, in quanto quelli hanno una seppure minima possibilità di dichiararsi innocenti e sperare di essere rilasciati dalla giustizia, mentre i “pazzi” non hanno alcuna chance. Inoltre, vi sono certamente delle donne davvero “pazze” (oggi certamente non le chiameremmo più così, erano soltanto persone malate), ma neanche loro, dice l’autrice, dovrebbero essere trattate a questa maniera, subire maltrattamenti tali da essere più affini alla tortura vera e propria.

Questo è lo stato dei manicomi in America verso la fine dell’Ottocento e, dice Bly, grazie alla sua inchiesta lo stato di New York ha destinato un milione di dollari in più per il mantenimento delle persone “pazze” nei manicomi, che ovviamente per l’epoca è una cifra davvero considerevole. Questo perché, durante l’ispezione seguita all’inchiesta di Bly, i medici del manicomio hanno dichiarato che il trattamento inumano (certo non lo hanno definito così) era dovuto principalmente alla scarsità di fondi.

Viene da pensare che la situazione in Italia o nel resto dell’Europa non fosse all’epoca tanto differente. Da un lato vorrei leggere altri reportage o saggi sull’argomento, dedicati questa volta alla situazione italiana, dall’altro l’idea mi mette molta paura perché questa lettura è stata un pugno nello stomaco.

Consigliato, ma non per persone sensibili.

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Cinzia Mammoliti, Intervista a un narcisista perverso

Cinzia Mammoliti, Intervista a un narcisista perverso, Runa Editrice, Villafranca Padovana 2015.

«Lei era mia. Solo ed esclusivamente mia. Si perdeva ogni tanto per strade strane ma poi rientrava a cuccia tra le mie braccia.»

Un paio di giorni fa questo libro era in offerta a 0,99 € sul Kindle Store e così, incuriosita dal titolo, l’ho preso. Avevo già sentito il nome di Cinzia Mammoliti, che ha pubblicato altri libri sul tema del narcisismo e sulle vittime dei manipolatori affettivi. Non sapevo tuttavia che fosse un’importante criminologa e docente, una delle figure di spicco nel panorama della lotta alla violenza psicologica e non solo.

In questo libro l’autrice intervista un “narcisista perverso”, detto anche “maligno”. Non capisco quanto questa intervista sia vera e quanto sia invece frutto dell’esperienza della criminologa con le persone che ha incontrato nel corso del suo lavoro. Infatti, nel colophon c’è scritto: «Nomi, personaggi e luoghi sono usati in modo fittizio. Qualsiasi riferimento a luoghi o persone è puramente casuale.» Ad ogni modo, ciò che importa è che con questo breve testo (134 pagine), Mammoliti ci fa entrare nella testa di un narcisista perverso e ci fa vedere esattamente come funziona. Se il personaggio sembra a volte così crudele e sadico da apparire “caricato”, tuttavia visto quello che più volte al giorno siamo costretti a sentire dai telegiornali e leggere nei giornali, mi riesce un po’ meno difficile credere che persone di tal genere possano esistere.

La frase all’inizio di questa recensione è un’affermazione di Paolo G., il narcisista perverso protagonista di questo libro, e mi ha colpito per due motivi: il senso di possesso che l’uomo esplicita e la riduzione della donna a meno di una persona, ad animale («a cuccia»). Penso che questo riassuma chiaramente tutto ciò che passa per la testa di questi pericolosi manipolatori.

Paolo G. è indagato per maltrattamenti e istigazione al suicidio nei confronti della sua compagna, Arianna. D’accordo con i suoi medici, Mammoliti viene chiamata a intervistarlo, perché se spesso sappiamo cosa deve passare la vittima, è più raro, molto più raro, che qualche esperto ci aiuti a vedere cosa c’è nella testa del carnefice. (E se questo argomento vi interessa, e leggete in inglese, vi consiglio di approfondire seguendo un blog che mi ha lasciato a bocca aperta, Knowing the Narcissist di H.G. Tudor, un narcisista che scrive rivolgendosi alle vittime e fornendo loro il punto di vista dell’abusante. Fa accapponare la pelle per quanto è vero.)

Perché Paolo si comporta in questo modo con la donna che dice di amare? Ma è semplice: perché le donne sono tutte puttane ed è così che vanno trattate. «Vi piace sentirvi oggetti e mignotte del vostro compagno. Piace a tutte, te lo posso garantire, altrimenti non avrei tutto questo successo nel mondo femminile.»

Paolo è un uomo molto attraente, carismatico, colto, intelligente, ed è con tutte queste caratteristiche che attrae le donne, ma le tiene legate non con l’amore, non con il sesso, non con l’estetica, ma con la crudeltà, le umiliazioni: in breve, con il sadismo.

Le motivazioni vere sono poi più profonde, infatti verso la fine dell’intervista Paolo parla del rapporto con i suoi genitori e dell’infanzia atroce che ha vissuto. A un certo punto, più verso l’inizio, si lascia sfuggire una frase rivelatrice: «[Queste donne] erano come la madre che avrei sempre voluto avere.» Per cui è ben possibile che alla base di un disturbo narcisistico di personalità ci siano traumi profondi, e tuttavia com’è assolutamente ovvio e cristallino, questo non può certo giustificare il comportamento perverso di tali soggetti.

Paolo passa lunghi, lunghissimi anni con Arianna che, quando si conoscono, è una donna bellissima, intelligente, tutto ciò che un uomo potrebbe desiderare. Per poi diventare un’ombra, una morta che cammina, un’alcolizzata, una donna che infine sceglie il suicidio pur di sfuggire a quelle persecuzioni.

Se all’inizio i due si amano, piano piano Paolo comincia a dimostrare la propria perversione. La umilia, la ferisce psicologicamente, la maltratta fisicamente e sessualmente. Arianna due volte cerca di scappare da quell’inferno, ma entrambe le volte torna con lui quando lui va a riprendersela. Ed entrambe le volte scopre che il pozzo è senza fondo, che l’inferno sembra non avere mai fine perché Paolo è capace di picchi di sadismo sempre peggiori.

Finché non decide di far ricadere tutta la colpa su di lei, facendola credere pazza. «È una delle loro perversioni preferite. Ti tirano fuori il peggio e poi te lo rivoltano contro. Lo fanno per dimostrare a se stessi in primis che il mostro sei tu e così possono raccontare di essere vittime di donne isteriche e permalose che scattano per un nonnulla.» Per ben due volte Paolo fa sottoporre Arianna a TSO. Paolo non ci va giù leggero. Paolo la vuole morta psicologicamente, la vuole sottomessa, la vuole umiliata, ma è ambivalente: a tratti si rende conto di essere un perverso e un sadico, mentre altre volte sembra non capire cosa abbia fatto di male.

Paolo, inoltre, tradisce sistematicamente Arianna. Lei fa parte della categoria delle “sante”, le donne da amare, quelle materne, che non si possono insozzare con richieste sessuali particolari. Poi ci sono le “mignotte”, quelle di cui Paolo ha bisogno per sfogare la propria ossessione-compulsione sessuale. Ma non stiamo parlando di donne a pagamento (quando mai Paolo potrebbe aver bisogno di pagare una donna?!), bensì di donne che di lui si innamorano e che lui usa nelle maniere più disgustose. E poi, quando Arianna è invece pronta a tradire il suo compagno, è lui stesso che si finge un potenziale amante per poi abusarne nella maniera più raccapricciante.

Allora perché non scappano, queste donne? Sarebbe tanto semplice, no? Che stupide, no? Che ingenue. Beh, cari, non è così semplice: il narcisista perverso crea una dipendenza nella donna che ha scelto come vittima (o meglio dovrei dire nelle donne che ha scelto come vittime, perché non ce n’è mai solo una), di modo che per lei, o loro, sia difficilissimo se non impossibile lasciarlo e scappare.

Scrive l’autrice: «Una delle maggiori difficoltà che incontra la vittima nel sottrarsi a relazioni di questo tipo consiste nel far fronte al comportamento tenuto dai carnefici quando sentono che stanno per perdere la preda. Tecnicamente quello che viene chiamato luna di miele, che fa seguito a episodi di violenza intermittente e che vede l’abusante profondersi in scuse, pentimenti e promesse, è il periodo che maggiormente inganna le vittime determinandone le ricadute che, nel corso del tempo, possono anche essere numerose.»

Questo è un libro importante e dovremmo leggerlo tutti, perché ci fornisce un punto di vista insolito che è quello del carnefice. Entrando dentro la testa dell’uomo abusante riusciamo quantomeno ad avvicinarci a una possibilità di comprendere cosa si celi dietro la violenza sulle donne. Non mi fraintendete, non sto certo cercando di dire che questo libro ci aiuti a capire il colpevole o a identificarci con lui. Al contrario. Sto cercando di dire che questo libro ci consente di capire come si possa arrivare a quegli episodi di violenza che troppo spesso sentiamo in TV e a tutti quelli (milioni) di cui invece non veniamo a sapere niente, magari finché non è troppo tardi.

Questo libro è interessante perché io non sono mai riuscita a capire cosa possa spingere un uomo a maltrattare la propria compagna, cioè la donna che in teoria dovrebbe amare, ad abusarne psicologicamente, verbalmente, fisicamente e/o sessualmente, infine in casi fin troppo frequenti persino a ucciderla. Cosa lo spinge? Io non l’ho mai capito, per me la violenza è qualcosa di incomprensibile. E invece questo libro me lo ha spiegato: è il senso di possesso e la misoginia a spingere questi uomini. La donna è mia, tutte le donne sono mignotte, alle donne piace essere trattate così. La donna è mia, soprattutto. Per cui è semplice, se scappa, il narcisista perverso cerca di riprendersela, se non riesce a riprendersela la fa impazzire, o come fa Paolo la fa internare, o le fa togliere la custodia della figlia perché la dichiara pazza, e di conseguenza la fa impazzire davvero, o come fa lui la spinge al suicidio, o in altri casi la ammazza, perché la donna è sua, e non si deve permettere di scappargli.

Ripeto, un libro che dovremmo leggere tutti. Ma vi avviso che è agghiacciante, primo perché entrare nella testa di un tale sadico fa gelare il sangue nelle vene, secondo perché Paolo non ci risparmia i particolari.

Il libro non è scritto bene e l’autrice nel corso dell’intervista appare poco professionale in quanto si fa a volte irretire da Paolo. Ma questo non ha davvero alcuna importanza e non sminuisce di una virgola la necessità di questo libro, la necessità di leggerlo, l’importanza fondamentale che riveste.

Qui c’è la pagina che l’editore dedica al libro, dove è possibile leggere un’anteprima, oltre a numerose recensioni e interviste all’autrice.

Sandra Kalniete, Scarpette da ballo nelle nevi della Siberia (Lettonia)

Sandra Kalniete, With Dance Shoes in Siberian Snows (tit. originale Ar balles kurpēm Sibīrijas sniegos), Dalkey Archive, Champaign – London 2009. Traduzione di Margita Gailītis.

Il libro è stato scritto in lettone e pubblicato in Lettonia nel 2001, tradotto in italiano nel 2005 da Libri Scheiwiller col titolo Scarpette da ballo nelle nevi della SIberia, ormai purtroppo fuori catalogo e a quanto ne so introvabile. È per questo che ho deciso di acquistarlo in inglese in una bella edizione della bellissima casa editrice Dalkey Archive. La traduzione, occorre dirlo, è pessima, nel senso che l’inglese è penoso e me ne accorgo pure io che non sono madrelingua, ma lo trovo comprensibile perché non so quanti traduttori lettone-inglese ci siano al mondo.

L’autrice, Sandra Kalniete, è ex ministro degli Esteri della Lettonia, ex ambasciatrice  lettone alle Nazioni Unite, in Francia e all’UNESCO, attualmente europarlamentare. Nata nel 1952 in Siberia nella regione di Tomsk da genitori lettoni deportati a seguito delle purghe staliniane, con questo libro ha deciso di raccontare la storia della sua famiglia, ricostruendola attraverso gli archivi oltre alle lettere, ai diari e ai racconti dei suoi familiari.

La storia della famiglia Kalnietis e della famiglia Dreifelds (famiglia della madre) è tragica e completamente determinata dalle purghe staliniane. Famiglie orgogliosamente lettoni, i Dreifelds e i Kalnietis hanno vissuto tutta la drammatica storia del loro paese, dalla breve indipendenza alle varie occupazioni (russa e nazista e di nuovo russa), dall’annessione all’Unione Sovietica con conseguenti deportazioni in massa alla ritrovata indipendenza in anni recenti. Per qualche motivo l’autrice dedica maggiore spazio alla storia della famiglia della madre, ma non tralascia comunque di parlare anche della famiglia del padre.

Ligita Dreifelds, la madre di Sandra, è una donna bellissima come possiamo vedere dalle molte foto che corredano il testo, ma è solo un’adolescente quando la famiglia nel 1941 viene deportata in Siberia. Il padre è visto come un nemico del popolo in quanto, dopo una breve pausa russa, è riuscito a ricostruirsi una vita nella sua natia Lettonia costruendosi da sé una casa grazie ai proventi derivati dal suo appezzamento di terra. Janis Dreifelds si è conquistato tutto ciò con fatica e col duro lavoro, ma è troppo benestante per l’URSS e quindi inevitabilmente nemico del popolo. Per questo viene deportato insieme alla moglie e alla figlia, mentre i fratelli di Ligita riusciranno a mettersi in salvo. Janis muore poco dopo durante il viaggio verso la Siberia a causa delle privazioni e delle torture subite, mentre Ligita e la madre Emilija arrivano a Togur, nella regione di Tomsk, dopo un viaggio infernale in cui subiscono le peggiori umiliazioni e privazioni, a cui non erano minimamente preparate perché, così come tutti i loro compagni di viaggio, erano innocenti e pertanto credevano fermamente nella bontà delle persone e si fidavano ciecamente della loro innocenza, come se questa avesse potuto proteggerle. Cosa che ovviamente non sarà.

Ligita trascorre ben 16 anni in Siberia, salvo una breve pausa di un anno in cui viene rimpatriata, solo per poi essere nuovamente deportata con una scusa qualsiasi, insieme ad altre decine di migliaia di lettoni, lituani ed estoni. Emilija morirà mentre Ligita si trova a Riga, capitale dell’amata Lettonia, ma la ragazza non lo saprà finché non tornerà nel suo luogo di deportazione. Ligita amava la madre la follia, era la sola che le desse speranza e forza per andare avanti, perciò per lei questa morte sarà tanto più tragica. Sandra descrive una Ligita rimasta perennemente bambina, in quanto deportata all’età di 14 anni e brutalmente strappata dalla sua adolescenza per essere gettata in un’età adulta fatta solo di orrore. Ligita non è perciò riuscita a maturare e le manca quella maturità e saggezza che ci si aspetterebbe da ogni adulto. Forse anche per questo sposa Aivars Kalnietis, sei anni più giovane di lei, conosciuto in Siberia.

La storia di Aivars è alrettanto tragica, anche se sarà così “fortunato” da trascorrere “solo” 8 anni in Siberia insieme alla madre Milda. Anche suo padre morirà ben presto in seguito alle torture subite. Il padre Aleksandrs non è tanto un nemico del popolo quanto un vero e proprio bandito, in quanto costretto dalle circostanze (più che dalle convinzioni politiche) a farsi partigiano durante la guerra. La famiglia sarà dunque deportata nel 1949 in quanto i familiari di un bandito sono alrettanto sgraditi all’URSS quanto il “bandito” stesso.

Nel 1952 Aivars e Ligita metteranno al mondo l’autrice Sandra Kalniete, ma dopo la sua nascita, quando Aivars si rende conto che anche la neonata deve essere iscritta nel registro e che i genitori dovranno confermarne la presenza ogni 15 giorni per garantire che non sia scappata (una neonata!), il giovane decide che “non metteranno più al mondo altri schiavi” e perciò Sandra resta figlia unica.

Le descrizioni della lunghissima deportazione e della vita in Siberia sono drammatiche a dir poco, l’autrice ha la ferma intenzione (giustamente) di mostrare al lettore, sbattendogliela in faccia, la realtà delle purghe staliniane. L’autrice per forza di cose non racconta quasi niente dei Gulag, perché i suoi nonni non sono potuti tornare per raccontarle cosa vi avvenisse, ma racconta molto del resto e questi racconti fanno accapponare la pelle. Gente costretta a mangiare ratti e carcasse di cavalli o mucche, costretta a trainare i carri quando per una ragione o per l’altra i buoi o i cavalli non sono disponibili, malattie su malattie (e ci si chiede spesso come abbiano fatto queste persone a non morire né a riportare danni permanenti), orrore, povertà estrema e disperazione. Ci si stupisce che in questo panorama tragico i due giovani si siano potuti innamorare, ma suppongo che un briciolo di speranza resti dappertutto, e che sia stata questa a consentire lo sbocciare dell’amore fra Aivars e Ligita.

Il mio consiglio per tutti è di leggere questa testimonianza che, seppure indiretta (perché Sandra è stata rimpatriata in Lettonia quando aveva appena 4 anni e mezzo), è fondamentale per capire l’orrore delle deportazioni di massa. Un libro durissimo ma incredibilmente importante.

Doris Lessing, Gatti molto speciali

Doris Lessing, Gatti molto speciali (tit. originale Particularly Cats), Feltrinelli, Milano 2017. Traduzione di Maria Antonietta Saracino.

Doris Lessing con questo libro, pubblicato originariamente nel 1967, ci regala un inno d’amore ai gatti. Impreziosito in questa nuova edizione Feltrinelli dalle bellissime illustrazioni della catalana Joana Santamans.

Per qualche motivo pensavo che si trattasse di un romanzo, mentre invece l’autrice narra le storie dei gatti che ha realmente avuto nella sua vita.

Premio Nobel per la Letteratura nel 2007, Doris Lessing è nata in Persia e cresciuta in Rhodesia, oggi Zimbabwe.

I primi gatti della sua vita sono proprio quelli che ha avuto o da cui è stata circondata nell’infanzia in Africa. Gatti selvatici e gatti domestici, a volte, ma non sempre, inselvatichiti. La madre dell’autrice era addetta all’eliminazione dei gatti “di troppo”, perché altrimenti la famiglia sarebbe stata sommersa dai gatti. Non so infatti se fosse tipico dell’epoca, ma quasi tutti i gatti di Lessing non sono stati sterilizzati e hanno perciò sfornato innumerevoli gattini, che il più delle volte era impossibile tenere e quindi venivano dati via o, come in Africa e una volta anche nel Regno Unito (dove la scrittrice ha trascorso la sua vita adulta), soppressi, sebbene a malincuore.

Protagoniste indiscusse di questo libro sono la gatta grigia e la gatta nera (nessuno dei gatti di Lessing ha un nome), ovvero le due gatte che l’autrice ha ancora con sé al momento in cui scrive il libro. Tuttavia non sono certo le uniche e, se le prime pagine, popolate di gatti africani, sono molto dure a causa degli innumerevoli gatti uccisi, le ultime, in cui si narra di una gatta avuta in precedenza, sempre in Inghilterra, sono molto belle e toccanti. Le storie che hanno per protagoniste la gatta grigia e la gatta nera sono a volte divertenti, a volte tenere, a volte crudeli, sempre deliziose.

È un libro senza pretese, il cui unico intento è celebrare la figura del gatto. Piacerà molto agli appassionati di gatti, ma ho qualche dubbio che possa far innamorare dei gatti chi non li ama già, perché l’autrice non fa mistero dei difetti di questi animali. Tuttavia per gli amanti dei gatti è una lettura praticamente obbligatoria.

Roald Amundsen, The South Pole

Roald Amundsen, The South Pole. An Account of the Norwegian Antarctic Expedition in the “Fram,” 1910 — 1912 (tit. originale Sydpolen. Den norske sydpolsfærd med Fram 1910 – 1912), pubblico dominio. Traduzione dal norvegese di A. G. Chater.

A quanto ne so questo libro non è stato tradotto in italiano, ma la traduzione inglese è scaricabile gratuitamente da Project Gutenberg, in quanto di pubblico dominio. Purtroppo l’ebook è fatto parecchio male, soprattutto verso la fine, con errori di battitura e frasi che si ripetono e si interrompono a metà. Cosa che, devo dire, è la prima volta che mi succede con gli ebook di Project Gutenberg, che di solito sono ben fatti. Inoltre, in questo caso si avverte la mancanza delle illustrazioni, soprattutto nella parte finale dove a queste illustrazioni, presenti nell’originale, si fa costante riferimento.

Si tratta del resoconto, scritto dall’esploratore norvegese Roald Amundsen, della sua spedizione in Antartide a bordo della nave Fram. Amundsen, insieme ai suoi compagni, fu il primo ad arrivare al Polo Sud. Prima di lui Shackleton era riuscito ad arrivare a 88° S, a soli 180 km dal Polo, ma fu costretto a tornare indietro.

La storia di questa impresa è assai particolare. Amundsen aveva previsto e organizzato una spedizione per conquistare il Polo Nord, ma Robert Peary vi arrivò (nel 1909) prima che Amundsen potesse salpare. Ufficialmente la spedizione di Amundsen avrebbe dovuto essere esplorativa, perciò sarebbe potuto partire ugualmente, ma è evidente che all’esploratore stava più a cuore battere il record che l’esplorazione scientifica. Così decise di dirigersi verso il Polo Sud, ma lo fece in gran segretezza, tanto che non solo il pubblico, ma perfino i membri dell’equipaggio, ad eccezione del capitano della Fram, non sapevano che la direzione fosse quella. Solo una volta fatta tappa a Madeira Amundsen rivelò la vera direzione della propria spedizione. 

Il viaggio ebbe luogo dal 1910 al 1912 e fu concluso con successo. Non fu privo di base scientifica, infatti gli ultimi capitoli del libro danno la parola a vari esperti che parlano delle scoperte meteorologiche, oceanografiche, geologiche ecc. fatte dagli esploratori in Antartide e nell’Oceano Atlantico. Vale a dire che gli ultimi capitoli sono piuttosto pesanti, nonché incomprensibili per le persone non addette ai lavori, ma il resto del libro è interessantissimo. Ciò non toglie però che la lettura proceda lenta, perché a tratti un po’ pesante nonostante il grande interesse.

Amundsen racconta dettagliatamente la preparazione del viaggio, il viaggio sulla Fram, l’arrivo in Antartide, la conquista del Polo Sud. Tanto dettagliatamente che il cartaceo conta 500 pagine. Nonostante la verbosità, il viaggio di Amundsen riveste un grande interesse per chiunque sia interessato alle esplorazioni, all’Antartide o più in generale alle regioni polari.

La cosa che più mi ha colpito è che, arrivati al Polo Sud, Amundsen e i suoi compagni non provano l’emozione che si sarebbero aspettati di provare. Naturalmente sono fieri dell’impresa compiuta, ma dopotutto il Polo Sud non è diverso dal resto dell’Antartide… Ma soprattutto mi ha colpito il fatto che Amundsen si sente, ed è, letteralmente dall’altra parte del mondo rispetto a quello che era il suo sogno. L’esploratore sognava infatti, e da sempre, di essere il primo ad arrivare al Polo Nord, ed eccolo ora invece al Polo Sud! Sebbene sia certamente orgoglioso di questo suo successo, l’amarezza si sente comunque nelle sue parole, anche se cerca di mascherarla.

La storia dei preparativi è decisamente noiosa e sembra più un ringraziamento pubblicitario ai suoi sponsor. La storia del viaggio in nave nell’oceano non è entusiasmante, ma racconta dettagli della vita sulla Fram che sono curiosi da leggere, come ad esempio cosa mangiavano a bordo, come si comportavano, come osservavano le feste comandate. Certamente però, e inevitabilmente, la parte più interessante è quella che compone il nucleo del libro, ovvero la storia della permanenza in Antartide e della conquista del Polo Sud. Amundsen e i suoi compagni trascorrono l’inverno in quella che chiamaranno Framheim, che sarà dunque la loro base per tutta la stagione, e in cui parte della compagnia trascorrerà un intero anno, dato che non tutti parteciperanno alla spedizione fino al Polo.

La spedizione in terra antartica non è certo priva di pericoli, anzi i tantissimi incontri con i molti spaventosi crepacci fanno venire i brividi, ma Amundsen e compagnia, a quanto dice lui, affrontavano tutto con il sorriso sulle labbra e la loro voglia costante di ridere, scherzare e soprattutto andare avanti è davvero piacevole da leggere. Ho il sospetto che nella realtà le cose siano andate un po’ diversamente: immagino che non siano mancati sconforto, paura e perfino terrore di fronte a tutte le avversità e i pericoli. Naturalmente l’autore tende a romanzare un po’ l’avventura e a mostrarla tutta sotto una luce rosea che difficilmente può corrispondere a verità. Tuttavia ciò non rende il libro meno interessante.

Qui trovate una breve pagina su Roald Amundsen e nel sito troverete altre informazioni sugli altri esploratori polari. Invece se conoscete l’inglese, oltre a consigliarvi di leggere questo bel libro, vi raccomando questo sito interamente dedicato al Polo Sud, dove c’è un’ottima e dettagliata pagina sull’esploratore Roald Amundsen.