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Sandra Kalniete, Scarpette da ballo nelle nevi della Siberia (Lettonia)

Sandra Kalniete, With Dance Shoes in Siberian Snows (tit. originale Ar balles kurpēm Sibīrijas sniegos), Dalkey Archive, Champaign – London 2009. Traduzione di Margita Gailītis.

Il libro è stato scritto in lettone e pubblicato in Lettonia nel 2001, tradotto in italiano nel 2005 da Libri Scheiwiller col titolo Scarpette da ballo nelle nevi della SIberia, ormai purtroppo fuori catalogo e a quanto ne so introvabile. È per questo che ho deciso di acquistarlo in inglese in una bella edizione della bellissima casa editrice Dalkey Archive. La traduzione, occorre dirlo, è pessima, nel senso che l’inglese è penoso e me ne accorgo pure io che non sono madrelingua, ma lo trovo comprensibile perché non so quanti traduttori lettone-inglese ci siano al mondo.

L’autrice, Sandra Kalniete, è ex ministro degli Esteri della Lettonia, ex ambasciatrice  lettone alle Nazioni Unite, in Francia e all’UNESCO, attualmente europarlamentare. Nata nel 1952 in Siberia nella regione di Tomsk da genitori lettoni deportati a seguito delle purghe staliniane, con questo libro ha deciso di raccontare la storia della sua famiglia, ricostruendola attraverso gli archivi oltre alle lettere, ai diari e ai racconti dei suoi familiari.

La storia della famiglia Kalnietis e della famiglia Dreifelds (famiglia della madre) è tragica e completamente determinata dalle purghe staliniane. Famiglie orgogliosamente lettoni, i Dreifelds e i Kalnietis hanno vissuto tutta la drammatica storia del loro paese, dalla breve indipendenza alle varie occupazioni (russa e nazista e di nuovo russa), dall’annessione all’Unione Sovietica con conseguenti deportazioni in massa alla ritrovata indipendenza in anni recenti. Per qualche motivo l’autrice dedica maggiore spazio alla storia della famiglia della madre, ma non tralascia comunque di parlare anche della famiglia del padre.

Ligita Dreifelds, la madre di Sandra, è una donna bellissima come possiamo vedere dalle molte foto che corredano il testo, ma è solo un’adolescente quando la famiglia nel 1941 viene deportata in Siberia. Il padre è visto come un nemico del popolo in quanto, dopo una breve pausa russa, è riuscito a ricostruirsi una vita nella sua natia Lettonia costruendosi da sé una casa grazie ai proventi derivati dal suo appezzamento di terra. Janis Dreifelds si è conquistato tutto ciò con fatica e col duro lavoro, ma è troppo benestante per l’URSS e quindi inevitabilmente nemico del popolo. Per questo viene deportato insieme alla moglie e alla figlia, mentre i fratelli di Ligita riusciranno a mettersi in salvo. Janis muore poco dopo durante il viaggio verso la Siberia a causa delle privazioni e delle torture subite, mentre Ligita e la madre Emilija arrivano a Togur, nella regione di Tomsk, dopo un viaggio infernale in cui subiscono le peggiori umiliazioni e privazioni, a cui non erano minimamente preparate perché, così come tutti i loro compagni di viaggio, erano innocenti e pertanto credevano fermamente nella bontà delle persone e si fidavano ciecamente della loro innocenza, come se questa avesse potuto proteggerle. Cosa che ovviamente non sarà.

Ligita trascorre ben 16 anni in Siberia, salvo una breve pausa di un anno in cui viene rimpatriata, solo per poi essere nuovamente deportata con una scusa qualsiasi, insieme ad altre decine di migliaia di lettoni, lituani ed estoni. Emilija morirà mentre Ligita si trova a Riga, capitale dell’amata Lettonia, ma la ragazza non lo saprà finché non tornerà nel suo luogo di deportazione. Ligita amava la madre la follia, era la sola che le desse speranza e forza per andare avanti, perciò per lei questa morte sarà tanto più tragica. Sandra descrive una Ligita rimasta perennemente bambina, in quanto deportata all’età di 14 anni e brutalmente strappata dalla sua adolescenza per essere gettata in un’età adulta fatta solo di orrore. Ligita non è perciò riuscita a maturare e le manca quella maturità e saggezza che ci si aspetterebbe da ogni adulto. Forse anche per questo sposa Aivars Kalnietis, sei anni più giovane di lei, conosciuto in Siberia.

La storia di Aivars è alrettanto tragica, anche se sarà così “fortunato” da trascorrere “solo” 8 anni in Siberia insieme alla madre Milda. Anche suo padre morirà ben presto in seguito alle torture subite. Il padre Aleksandrs non è tanto un nemico del popolo quanto un vero e proprio bandito, in quanto costretto dalle circostanze (più che dalle convinzioni politiche) a farsi partigiano durante la guerra. La famiglia sarà dunque deportata nel 1949 in quanto i familiari di un bandito sono alrettanto sgraditi all’URSS quanto il “bandito” stesso.

Nel 1952 Aivars e Ligita metteranno al mondo l’autrice Sandra Kalniete, ma dopo la sua nascita, quando Aivars si rende conto che anche la neonata deve essere iscritta nel registro e che i genitori dovranno confermarne la presenza ogni 15 giorni per garantire che non sia scappata (una neonata!), il giovane decide che “non metteranno più al mondo altri schiavi” e perciò Sandra resta figlia unica.

Le descrizioni della lunghissima deportazione e della vita in Siberia sono drammatiche a dir poco, l’autrice ha la ferma intenzione (giustamente) di mostrare al lettore, sbattendogliela in faccia, la realtà delle purghe staliniane. L’autrice per forza di cose non racconta quasi niente dei Gulag, perché i suoi nonni non sono potuti tornare per raccontarle cosa vi avvenisse, ma racconta molto del resto e questi racconti fanno accapponare la pelle. Gente costretta a mangiare ratti e carcasse di cavalli o mucche, costretta a trainare i carri quando per una ragione o per l’altra i buoi o i cavalli non sono disponibili, malattie su malattie (e ci si chiede spesso come abbiano fatto queste persone a non morire né a riportare danni permanenti), orrore, povertà estrema e disperazione. Ci si stupisce che in questo panorama tragico i due giovani si siano potuti innamorare, ma suppongo che un briciolo di speranza resti dappertutto, e che sia stata questa a consentire lo sbocciare dell’amore fra Aivars e Ligita.

Il mio consiglio per tutti è di leggere questa testimonianza che, seppure indiretta (perché Sandra è stata rimpatriata in Lettonia quando aveva appena 4 anni e mezzo), è fondamentale per capire l’orrore delle deportazioni di massa. Un libro durissimo ma incredibilmente importante.

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Doris Lessing, Gatti molto speciali

Doris Lessing, Gatti molto speciali (tit. originale Particularly Cats), Feltrinelli, Milano 2017. Traduzione di Maria Antonietta Saracino.

Doris Lessing con questo libro, pubblicato originariamente nel 1967, ci regala un inno d’amore ai gatti. Impreziosito in questa nuova edizione Feltrinelli dalle bellissime illustrazioni della catalana Joana Santamans.

Per qualche motivo pensavo che si trattasse di un romanzo, mentre invece l’autrice narra le storie dei gatti che ha realmente avuto nella sua vita.

Premio Nobel per la Letteratura nel 2007, Doris Lessing è nata in Persia e cresciuta in Rhodesia, oggi Zimbabwe.

I primi gatti della sua vita sono proprio quelli che ha avuto o da cui è stata circondata nell’infanzia in Africa. Gatti selvatici e gatti domestici, a volte, ma non sempre, inselvatichiti. La madre dell’autrice era addetta all’eliminazione dei gatti “di troppo”, perché altrimenti la famiglia sarebbe stata sommersa dai gatti. Non so infatti se fosse tipico dell’epoca, ma quasi tutti i gatti di Lessing non sono stati sterilizzati e hanno perciò sfornato innumerevoli gattini, che il più delle volte era impossibile tenere e quindi venivano dati via o, come in Africa e una volta anche nel Regno Unito (dove la scrittrice ha trascorso la sua vita adulta), soppressi, sebbene a malincuore.

Protagoniste indiscusse di questo libro sono la gatta grigia e la gatta nera (nessuno dei gatti di Lessing ha un nome), ovvero le due gatte che l’autrice ha ancora con sé al momento in cui scrive il libro. Tuttavia non sono certo le uniche e, se le prime pagine, popolate di gatti africani, sono molto dure a causa degli innumerevoli gatti uccisi, le ultime, in cui si narra di una gatta avuta in precedenza, sempre in Inghilterra, sono molto belle e toccanti. Le storie che hanno per protagoniste la gatta grigia e la gatta nera sono a volte divertenti, a volte tenere, a volte crudeli, sempre deliziose.

È un libro senza pretese, il cui unico intento è celebrare la figura del gatto. Piacerà molto agli appassionati di gatti, ma ho qualche dubbio che possa far innamorare dei gatti chi non li ama già, perché l’autrice non fa mistero dei difetti di questi animali. Tuttavia per gli amanti dei gatti è una lettura praticamente obbligatoria.

Roald Amundsen, The South Pole

Roald Amundsen, The South Pole. An Account of the Norwegian Antarctic Expedition in the “Fram,” 1910 — 1912 (tit. originale Sydpolen. Den norske sydpolsfærd med Fram 1910 – 1912), pubblico dominio. Traduzione dal norvegese di A. G. Chater.

A quanto ne so questo libro non è stato tradotto in italiano, ma la traduzione inglese è scaricabile gratuitamente da Project Gutenberg, in quanto di pubblico dominio. Purtroppo l’ebook è fatto parecchio male, soprattutto verso la fine, con errori di battitura e frasi che si ripetono e si interrompono a metà. Cosa che, devo dire, è la prima volta che mi succede con gli ebook di Project Gutenberg, che di solito sono ben fatti. Inoltre, in questo caso si avverte la mancanza delle illustrazioni, soprattutto nella parte finale dove a queste illustrazioni, presenti nell’originale, si fa costante riferimento.

Si tratta del resoconto, scritto dall’esploratore norvegese Roald Amundsen, della sua spedizione in Antartide a bordo della nave Fram. Amundsen, insieme ai suoi compagni, fu il primo ad arrivare al Polo Sud. Prima di lui Shackleton era riuscito ad arrivare a 88° S, a soli 180 km dal Polo, ma fu costretto a tornare indietro.

La storia di questa impresa è assai particolare. Amundsen aveva previsto e organizzato una spedizione per conquistare il Polo Nord, ma Robert Peary vi arrivò (nel 1909) prima che Amundsen potesse salpare. Ufficialmente la spedizione di Amundsen avrebbe dovuto essere esplorativa, perciò sarebbe potuto partire ugualmente, ma è evidente che all’esploratore stava più a cuore battere il record che l’esplorazione scientifica. Così decise di dirigersi verso il Polo Sud, ma lo fece in gran segretezza, tanto che non solo il pubblico, ma perfino i membri dell’equipaggio, ad eccezione del capitano della Fram, non sapevano che la direzione fosse quella. Solo una volta fatta tappa a Madeira Amundsen rivelò la vera direzione della propria spedizione. 

Il viaggio ebbe luogo dal 1910 al 1912 e fu concluso con successo. Non fu privo di base scientifica, infatti gli ultimi capitoli del libro danno la parola a vari esperti che parlano delle scoperte meteorologiche, oceanografiche, geologiche ecc. fatte dagli esploratori in Antartide e nell’Oceano Atlantico. Vale a dire che gli ultimi capitoli sono piuttosto pesanti, nonché incomprensibili per le persone non addette ai lavori, ma il resto del libro è interessantissimo. Ciò non toglie però che la lettura proceda lenta, perché a tratti un po’ pesante nonostante il grande interesse.

Amundsen racconta dettagliatamente la preparazione del viaggio, il viaggio sulla Fram, l’arrivo in Antartide, la conquista del Polo Sud. Tanto dettagliatamente che il cartaceo conta 500 pagine. Nonostante la verbosità, il viaggio di Amundsen riveste un grande interesse per chiunque sia interessato alle esplorazioni, all’Antartide o più in generale alle regioni polari.

La cosa che più mi ha colpito è che, arrivati al Polo Sud, Amundsen e i suoi compagni non provano l’emozione che si sarebbero aspettati di provare. Naturalmente sono fieri dell’impresa compiuta, ma dopotutto il Polo Sud non è diverso dal resto dell’Antartide… Ma soprattutto mi ha colpito il fatto che Amundsen si sente, ed è, letteralmente dall’altra parte del mondo rispetto a quello che era il suo sogno. L’esploratore sognava infatti, e da sempre, di essere il primo ad arrivare al Polo Nord, ed eccolo ora invece al Polo Sud! Sebbene sia certamente orgoglioso di questo suo successo, l’amarezza si sente comunque nelle sue parole, anche se cerca di mascherarla.

La storia dei preparativi è decisamente noiosa e sembra più un ringraziamento pubblicitario ai suoi sponsor. La storia del viaggio in nave nell’oceano non è entusiasmante, ma racconta dettagli della vita sulla Fram che sono curiosi da leggere, come ad esempio cosa mangiavano a bordo, come si comportavano, come osservavano le feste comandate. Certamente però, e inevitabilmente, la parte più interessante è quella che compone il nucleo del libro, ovvero la storia della permanenza in Antartide e della conquista del Polo Sud. Amundsen e i suoi compagni trascorrono l’inverno in quella che chiamaranno Framheim, che sarà dunque la loro base per tutta la stagione, e in cui parte della compagnia trascorrerà un intero anno, dato che non tutti parteciperanno alla spedizione fino al Polo.

La spedizione in terra antartica non è certo priva di pericoli, anzi i tantissimi incontri con i molti spaventosi crepacci fanno venire i brividi, ma Amundsen e compagnia, a quanto dice lui, affrontavano tutto con il sorriso sulle labbra e la loro voglia costante di ridere, scherzare e soprattutto andare avanti è davvero piacevole da leggere. Ho il sospetto che nella realtà le cose siano andate un po’ diversamente: immagino che non siano mancati sconforto, paura e perfino terrore di fronte a tutte le avversità e i pericoli. Naturalmente l’autore tende a romanzare un po’ l’avventura e a mostrarla tutta sotto una luce rosea che difficilmente può corrispondere a verità. Tuttavia ciò non rende il libro meno interessante.

Qui trovate una breve pagina su Roald Amundsen e nel sito troverete altre informazioni sugli altri esploratori polari. Invece se conoscete l’inglese, oltre a consigliarvi di leggere questo bel libro, vi raccomando questo sito interamente dedicato al Polo Sud, dove c’è un’ottima e dettagliata pagina sull’esploratore Roald Amundsen.

[Incipit] Marisa Fenoglio, Vivere altrove

Per molto tempo a Niederhausen non andai a un matrimonio, né a un funerale, né a un battesimo. Sembrava che in quel paese nessuno nascesse o morisse o si sposasse, che non capitasse nulla, né di bello né di brutto. Dipendeva da me che ero l’ultima arrivata e non parlavo una parola di tedesco. Andavo per le strade e non c’era uno che mi salutasse, che mi sorridesse, che avesse conosciuto mio padre o mia madre, che avesse in comune con me un solo, unico ricordo. Potevo anche inventarmi una nuova identità e nessuno se ne sarebbe accorto.
A Niederhausen arrivai a suonarmi io stessa il campanello di casa per sentire come avrebbe suonato se mai qualcuno fosse venuto a trovarmi: una voce nota sulla mia porta, qualcuno dei miei che fosse passato lì, semplicemente, per raccontarmi qualcosa, qualunque cosa, si fosse seduto sul sofà e avesse giocato coi miei bambini…
Con loro ho fatto da nonna, da zia, da cugina. Quelle vere le hanno viste raramente. Chi parla male della parentela non è mai stato all’estero, intendo per restarci.
Chi nelle sue vicinanze non ha almeno una vecchia zia non sa cosa voglia dire sentirsi a casa. Può essere anche una discreta scocciatrice, una che ti scomoda, che ti infastidisce coi suoi acciacchi, le sue chiacchiere, i suoi lamenti, ma è una persona del tuo sangue, la cui vita si è svolta in quel paese, in quella lingua, e di quel paese conosce le pietanze, le canzoni, le storie. La patria è una vecchia canzone, l’odore di una pietanza. A Niederhausen se per un caso miracoloso avessi potuto dimenticare dov’ero, il solo odore dell’hessische Wurst sarebbe bastato a farmelo dolorosamente ricordare.
L’estero incomincia un giorno ben preciso, quello dell’arrivo, e finisce irgendwann in un tempo lontano, sperduto nel futuro, quando un nipote o un pronipote con aria solo più indifferente dirà: «Sai, la mia bisnonna veniva dall’Italia… dicono che parlasse bene il tedesco… che scrivesse addirittura…». A quel punto ci saranno parecchie zie sul territorio, l’estero sarà diventato patria, e si vivrà felici o infelici senza imputarlo al posto.
Fu la prima cosa che sentii dire di Niederhausen, da un tedesco che sapeva l’italiano: è un posto dove al crepuscolo le volpi si incontrano, per darsi la buona notte. E a Niederhausen se qualcuno della parentela trovò la voglia di venirci una volta, per tornarci una seconda non trovò mai più una ragione sufficiente.
Quando ci arrivammo noi, nel 1957, era un piccolo paese rurale, di una ruralità fatta di boschi di prati e di campi di patate, che cercava di far dimenticare al più presto di essere stato, durante la guerra, sede di fabbriche di munizioni tra le più grandi del terzo Reich, scoperte dagli americani solo a guerra finita e fatte saltare in aria. Un paese sprofondato da secoli nella nicchietta di uno dei suoi prati che adesso, per un colpo di fortuna – per chiamare così una politica di agevolazioni fiscali atte a rivitalizzare la zona depressa – stava mettendo su i panni di un futuristico centro industriale.
Anche la ditta italiana in cui lavorava mio marito, intenta ad espandersi a nord delle Alpi, aveva risposto agli appelli di quel lontano governo regionale, e vi si era insediata insieme a una miriade di piccole scattanti industrie tedesche. Gli allettamenti fiscali avevano fatto preferire quel posto a mille altri. A sentire coloro che stavano all’apice organizzativo, sembrava che fosse l’unico in tutta la Germania per fondare e costruire qualcosa di grande. E i fatti gli diedero anche ragione.
Niederhausen avrà contato allora cinquemila anime, sparse su una superficie che ne poteva contenere cinquantamila, ed era agli inizi di quella che divenne una lunga, urbanisticamente sregolata e alienante fase di espansione. Sorgeva vicino al paese vecchio, sul terreno boscoso che aveva così ben nascosto le fabbriche di munizioni.
Mio marito ci arrivò come datore di lavoro, e noi non conoscemmo mai necessità materiali o porte chiuse. Se di emigrazione si può parlare, nel nostro caso non poteva che trattarsi di un’emigrazione facile e privilegiata.
Ma esiste un’emigrazione facile? Nessun emigrato conosce alla partenza la portata del suo passo, il suo sarà un cammino solitario, incontrerà difficoltà che nessuno gli ha predetto, dolori e tristezze che pochi condivideranno. L’emigrazione gli mostrerà sempre la sua vera faccia, il peso immane del destino individuale, il prezzo da pagare in termini di solitudine e di rinunce, nonostante i vantaggi materiali che tanti ci troveranno. E a ogni ritorno in patria scoprirà quanto poco sappiano coloro che restano di ciò che capita a coloro che sono partiti. Soffrirà di invidia e di amarezza, ma non riuscirà mai più a tornare quello che era prima.
Quando parlo con stranieri ho da sempre l’abitudine di chiedere come si trovano in Germania, per capire le difficoltà, da confrontare con le mie, che hanno dovuto superare, prima di sentirsi a casa. Le loro storie fanno di solito impallidire la mia. Ma anch’io ho dovuto imparare di quante privazioni possa essere piena una vita cosidetta agiata.
Elia Canetti in La lingua salvata scrive: «esistono esperienze che traggono la loro forza dalla situazione di unicità e isolamento in cui vengono a compiersi». Si riferisce a ciò che aveva provato da bambino durante una visita a un paesino sperduto nelle Alpi del Vallese, lontano da Dio e dagli uomini. Questa esperienza io la feci a Niederhausen. Non era città, non era campagna, non era in una bella valle operosa: era l’ultimo fanalino del mondo.

Marisa Fenoglio, Vivere altrove, Sellerio, Palermo 2010 (prima edizione 1997).

L’autrice: https://johsthomsen.wordpress.com/2012/11/19/marisa-fenoglio-una-piccola-introduzione/

Il libro sul sito dell’editore: http://sellerio.it/it/catalogo/Vivere-Altrove/Fenoglio/524

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/07/07/marisa-fenoglio-vivere-altrove/

Quando nasci è una roulette

cl241x168_288Quando nasci è una roulette, a cura di Ingy Mubiayi e Igiaba Scego, Terre di Mezzo, Milano 2007. 101 pagine, 7 euro.

Questo libro, ormai un po’ vecchio ma sempre attuale, raccoglie le tesimonianze di sette ragazzi, giovani e meno giovani, che vivono in Italia da anni: tutti figli di migranti, a volte, ma non sempre, ragazzi di seconda generazione, che in Italia sono nati e cresciuti. Le curatrici sono a loro volta due donne di seconda generazione, cresciute e, nel caso di Scego, anche nate in Italia.

Il libro si apre con una premessa molto interessante ma anche dura: due monologhi immaginari, prima di un italiano, e poi di uno straniero, i quali entrambi parlano di ipotetiche persone italiane ma di origine straniera. L’italiano, come possiamo facilmente immaginare, pensa che queste persone siano tutti terroristi, le ragazze tutte prostitute, e giù altri stereotipi razzisti di questo tipo. Quello che può sorprendere il lettore italiano è che anche lo straniero pensa più o meno cose simili degli italiani di origine straniera: cioè è vittima di stereotipi simili seppure diversi, quindi ad esempio queste persone puzzano, non sono come loro, sono diverse e, in ultima analisi, non vanno bene. Naturalmente, come dicono le curatrici stesse, si tratta di macchiette portate all’estremo, per cui difficilmente si incontreranno persone che abbiano davvero idee così estreme. Anche se sugli italiani non ci giurerei, francamente.

Le curatrici hanno deciso di dare voce soltanto a ragazzi di origine africana, forse perché sono quelli che spiccano di più in un’Italia di “bianchi”, forse perché loro stesse sono entrambe di origine africana, e quindi è un mondo e un’esperienza in cui si potevano rivedere meglio.

Le voci di questi ragazzi sono davvero interessanti e andrebbero lette per intero. Purtroppo il libro è fuori catalogo, ma se vi capita di trovarne una copia ve lo consiglio, anche se certo ormai ci saranno libri più recenti sull’argomento. Ma la forza di questo libriccino è appunto che dà voce ai ragazzi di seconda generazione stessi. Che dunque non si esprimono attraverso il filtro di una persona esterna, ma raccontano in prima persona le loro esperienze.

Quello che più mi ha colpito è che solo due di questi ragazzi parlano di integrazione. Una tunisina senza nome, in Italia da soli sette anni e quindi non di seconda generazione, la trova una cosa bella, perché secondo lei significa venire accettata pur con le sue tradizioni e credenze, non venire per questo esclusa o disprezzata dagli italiani. Invece Sophia, eritrea nata e cresciuta a Roma, pensa che integrazione sia una brutta parola, una parola negativa. Perché, dice lei, «io non voglio diventare parte di niente, voglio rimanere me stessa in un determinato contesto». Eppure, fra le due, forse è proprio lei la più integrata nel senso comune della parola. Nata a Roma, ha amici italiani, interessi italiani, tradizioni italiane eccetto il cibo, ambito in cui preferisce senz’altro quello eritreo, perché non fa ingrassare. La ragazza tunisina invece è fieramente musulmana, molto praticante, il che non le impedisce certo di essere amica di italiani e di frequentare un’università italiana, ma alle superiori ha fatto la scuola araba e non è disposta a rinunciare ad alcune sue credenze profonde. Eppure è proprio lei ad amare l’integrazione, mentre Sophia disprezza il concetto.

Questo porta a riflessioni molto interessanti. Tra l’altro io francamente sono d’accordo con Sophia, all’integrazione preferisco il multiculturalismo, mi piace di più che le culture si incontrino piuttosto che fondersi l’una nell’altra. È vero che quando si va in un paese bisogna rispettare le regole e le tradizioni di quel paese, ma a me piace che si faccia questo mantenendo salde le proprie tradizioni. Senza dunque annullarsi nella cultura ospitante, senza diventarne parte indistinta e indistinguibile, ma aggiungendo, apportando qualcosa di proprio a quella cultura.

Quello che è bello e interessante di questo libro, e il motivo per cui tutti dovrebbero leggerlo, è che questi ragazzi sono squisitamente normali e ordinari, non hanno proprio niente di diverso dai loro corrispettivi italiani. E anzi, molti sono più italiani di chi è italiano da generazioni, conoscono la storia, la cultura, c’è un ragazzo che da bambino faceva i temi sul Risorgimento e sulla storia d’Italia. La cosa drammatica è che, pur essendo così profondamente italiani, questi ragazzi non hanno il diritto di essere italiani per la legge, e anche quando acquisiscano questo diritto, sotto forma di cittadinanza e dunque di passaporto, vengono comunque trattati a pesci in faccia, non tanto dai loro coetanei quanto piuttosto dalla pubblica amministrazione, dalle banche, da istituzioni insomma che dovrebbero essere al di sopra del quotidiano razzismo strisciante.

Molti dicono che i ragazzi della loro età non sono razzisti, o non particolarmente, e che a volte si atteggiano a razzisti solo per ridere, mentre invece con le persone anziane è diverso, sono più chiuse. Questo è vero anche perché, come dice uno di loro, l’Italia è un paese in cui l’immigrazione è un fenomeno recente, e la gente, soprattutto quella di una certa età, si deve ancora abituare, e deve farlo pian piano.

Si potrebbero dire tante altre cose su questo piccolo ma prezioso libro, ma per adesso mi fermo qui, invitandovi di nuovo caldamente a leggerlo o a leggere libri di stampo simile, se non riuscite a procurarvi una copia di questo.