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[Incipit] Marisa Fenoglio, Vivere altrove

Per molto tempo a Niederhausen non andai a un matrimonio, né a un funerale, né a un battesimo. Sembrava che in quel paese nessuno nascesse o morisse o si sposasse, che non capitasse nulla, né di bello né di brutto. Dipendeva da me che ero l’ultima arrivata e non parlavo una parola di tedesco. Andavo per le strade e non c’era uno che mi salutasse, che mi sorridesse, che avesse conosciuto mio padre o mia madre, che avesse in comune con me un solo, unico ricordo. Potevo anche inventarmi una nuova identità e nessuno se ne sarebbe accorto.
A Niederhausen arrivai a suonarmi io stessa il campanello di casa per sentire come avrebbe suonato se mai qualcuno fosse venuto a trovarmi: una voce nota sulla mia porta, qualcuno dei miei che fosse passato lì, semplicemente, per raccontarmi qualcosa, qualunque cosa, si fosse seduto sul sofà e avesse giocato coi miei bambini…
Con loro ho fatto da nonna, da zia, da cugina. Quelle vere le hanno viste raramente. Chi parla male della parentela non è mai stato all’estero, intendo per restarci.
Chi nelle sue vicinanze non ha almeno una vecchia zia non sa cosa voglia dire sentirsi a casa. Può essere anche una discreta scocciatrice, una che ti scomoda, che ti infastidisce coi suoi acciacchi, le sue chiacchiere, i suoi lamenti, ma è una persona del tuo sangue, la cui vita si è svolta in quel paese, in quella lingua, e di quel paese conosce le pietanze, le canzoni, le storie. La patria è una vecchia canzone, l’odore di una pietanza. A Niederhausen se per un caso miracoloso avessi potuto dimenticare dov’ero, il solo odore dell’hessische Wurst sarebbe bastato a farmelo dolorosamente ricordare.
L’estero incomincia un giorno ben preciso, quello dell’arrivo, e finisce irgendwann in un tempo lontano, sperduto nel futuro, quando un nipote o un pronipote con aria solo più indifferente dirà: «Sai, la mia bisnonna veniva dall’Italia… dicono che parlasse bene il tedesco… che scrivesse addirittura…». A quel punto ci saranno parecchie zie sul territorio, l’estero sarà diventato patria, e si vivrà felici o infelici senza imputarlo al posto.
Fu la prima cosa che sentii dire di Niederhausen, da un tedesco che sapeva l’italiano: è un posto dove al crepuscolo le volpi si incontrano, per darsi la buona notte. E a Niederhausen se qualcuno della parentela trovò la voglia di venirci una volta, per tornarci una seconda non trovò mai più una ragione sufficiente.
Quando ci arrivammo noi, nel 1957, era un piccolo paese rurale, di una ruralità fatta di boschi di prati e di campi di patate, che cercava di far dimenticare al più presto di essere stato, durante la guerra, sede di fabbriche di munizioni tra le più grandi del terzo Reich, scoperte dagli americani solo a guerra finita e fatte saltare in aria. Un paese sprofondato da secoli nella nicchietta di uno dei suoi prati che adesso, per un colpo di fortuna – per chiamare così una politica di agevolazioni fiscali atte a rivitalizzare la zona depressa – stava mettendo su i panni di un futuristico centro industriale.
Anche la ditta italiana in cui lavorava mio marito, intenta ad espandersi a nord delle Alpi, aveva risposto agli appelli di quel lontano governo regionale, e vi si era insediata insieme a una miriade di piccole scattanti industrie tedesche. Gli allettamenti fiscali avevano fatto preferire quel posto a mille altri. A sentire coloro che stavano all’apice organizzativo, sembrava che fosse l’unico in tutta la Germania per fondare e costruire qualcosa di grande. E i fatti gli diedero anche ragione.
Niederhausen avrà contato allora cinquemila anime, sparse su una superficie che ne poteva contenere cinquantamila, ed era agli inizi di quella che divenne una lunga, urbanisticamente sregolata e alienante fase di espansione. Sorgeva vicino al paese vecchio, sul terreno boscoso che aveva così ben nascosto le fabbriche di munizioni.
Mio marito ci arrivò come datore di lavoro, e noi non conoscemmo mai necessità materiali o porte chiuse. Se di emigrazione si può parlare, nel nostro caso non poteva che trattarsi di un’emigrazione facile e privilegiata.
Ma esiste un’emigrazione facile? Nessun emigrato conosce alla partenza la portata del suo passo, il suo sarà un cammino solitario, incontrerà difficoltà che nessuno gli ha predetto, dolori e tristezze che pochi condivideranno. L’emigrazione gli mostrerà sempre la sua vera faccia, il peso immane del destino individuale, il prezzo da pagare in termini di solitudine e di rinunce, nonostante i vantaggi materiali che tanti ci troveranno. E a ogni ritorno in patria scoprirà quanto poco sappiano coloro che restano di ciò che capita a coloro che sono partiti. Soffrirà di invidia e di amarezza, ma non riuscirà mai più a tornare quello che era prima.
Quando parlo con stranieri ho da sempre l’abitudine di chiedere come si trovano in Germania, per capire le difficoltà, da confrontare con le mie, che hanno dovuto superare, prima di sentirsi a casa. Le loro storie fanno di solito impallidire la mia. Ma anch’io ho dovuto imparare di quante privazioni possa essere piena una vita cosidetta agiata.
Elia Canetti in La lingua salvata scrive: «esistono esperienze che traggono la loro forza dalla situazione di unicità e isolamento in cui vengono a compiersi». Si riferisce a ciò che aveva provato da bambino durante una visita a un paesino sperduto nelle Alpi del Vallese, lontano da Dio e dagli uomini. Questa esperienza io la feci a Niederhausen. Non era città, non era campagna, non era in una bella valle operosa: era l’ultimo fanalino del mondo.

Marisa Fenoglio, Vivere altrove, Sellerio, Palermo 2010 (prima edizione 1997).

L’autrice: https://johsthomsen.wordpress.com/2012/11/19/marisa-fenoglio-una-piccola-introduzione/

Il libro sul sito dell’editore: http://sellerio.it/it/catalogo/Vivere-Altrove/Fenoglio/524

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/07/07/marisa-fenoglio-vivere-altrove/

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Quando nasci è una roulette

cl241x168_288Quando nasci è una roulette, a cura di Ingy Mubiayi e Igiaba Scego, Terre di Mezzo, Milano 2007. 101 pagine, 7 euro.

Questo libro, ormai un po’ vecchio ma sempre attuale, raccoglie le tesimonianze di sette ragazzi, giovani e meno giovani, che vivono in Italia da anni: tutti figli di migranti, a volte, ma non sempre, ragazzi di seconda generazione, che in Italia sono nati e cresciuti. Le curatrici sono a loro volta due donne di seconda generazione, cresciute e, nel caso di Scego, anche nate in Italia.

Il libro si apre con una premessa molto interessante ma anche dura: due monologhi immaginari, prima di un italiano, e poi di uno straniero, i quali entrambi parlano di ipotetiche persone italiane ma di origine straniera. L’italiano, come possiamo facilmente immaginare, pensa che queste persone siano tutti terroristi, le ragazze tutte prostitute, e giù altri stereotipi razzisti di questo tipo. Quello che può sorprendere il lettore italiano è che anche lo straniero pensa più o meno cose simili degli italiani di origine straniera: cioè è vittima di stereotipi simili seppure diversi, quindi ad esempio queste persone puzzano, non sono come loro, sono diverse e, in ultima analisi, non vanno bene. Naturalmente, come dicono le curatrici stesse, si tratta di macchiette portate all’estremo, per cui difficilmente si incontreranno persone che abbiano davvero idee così estreme. Anche se sugli italiani non ci giurerei, francamente.

Le curatrici hanno deciso di dare voce soltanto a ragazzi di origine africana, forse perché sono quelli che spiccano di più in un’Italia di “bianchi”, forse perché loro stesse sono entrambe di origine africana, e quindi è un mondo e un’esperienza in cui si potevano rivedere meglio.

Le voci di questi ragazzi sono davvero interessanti e andrebbero lette per intero. Purtroppo il libro è fuori catalogo, ma se vi capita di trovarne una copia ve lo consiglio, anche se certo ormai ci saranno libri più recenti sull’argomento. Ma la forza di questo libriccino è appunto che dà voce ai ragazzi di seconda generazione stessi. Che dunque non si esprimono attraverso il filtro di una persona esterna, ma raccontano in prima persona le loro esperienze.

Quello che più mi ha colpito è che solo due di questi ragazzi parlano di integrazione. Una tunisina senza nome, in Italia da soli sette anni e quindi non di seconda generazione, la trova una cosa bella, perché secondo lei significa venire accettata pur con le sue tradizioni e credenze, non venire per questo esclusa o disprezzata dagli italiani. Invece Sophia, eritrea nata e cresciuta a Roma, pensa che integrazione sia una brutta parola, una parola negativa. Perché, dice lei, «io non voglio diventare parte di niente, voglio rimanere me stessa in un determinato contesto». Eppure, fra le due, forse è proprio lei la più integrata nel senso comune della parola. Nata a Roma, ha amici italiani, interessi italiani, tradizioni italiane eccetto il cibo, ambito in cui preferisce senz’altro quello eritreo, perché non fa ingrassare. La ragazza tunisina invece è fieramente musulmana, molto praticante, il che non le impedisce certo di essere amica di italiani e di frequentare un’università italiana, ma alle superiori ha fatto la scuola araba e non è disposta a rinunciare ad alcune sue credenze profonde. Eppure è proprio lei ad amare l’integrazione, mentre Sophia disprezza il concetto.

Questo porta a riflessioni molto interessanti. Tra l’altro io francamente sono d’accordo con Sophia, all’integrazione preferisco il multiculturalismo, mi piace di più che le culture si incontrino piuttosto che fondersi l’una nell’altra. È vero che quando si va in un paese bisogna rispettare le regole e le tradizioni di quel paese, ma a me piace che si faccia questo mantenendo salde le proprie tradizioni. Senza dunque annullarsi nella cultura ospitante, senza diventarne parte indistinta e indistinguibile, ma aggiungendo, apportando qualcosa di proprio a quella cultura.

Quello che è bello e interessante di questo libro, e il motivo per cui tutti dovrebbero leggerlo, è che questi ragazzi sono squisitamente normali e ordinari, non hanno proprio niente di diverso dai loro corrispettivi italiani. E anzi, molti sono più italiani di chi è italiano da generazioni, conoscono la storia, la cultura, c’è un ragazzo che da bambino faceva i temi sul Risorgimento e sulla storia d’Italia. La cosa drammatica è che, pur essendo così profondamente italiani, questi ragazzi non hanno il diritto di essere italiani per la legge, e anche quando acquisiscano questo diritto, sotto forma di cittadinanza e dunque di passaporto, vengono comunque trattati a pesci in faccia, non tanto dai loro coetanei quanto piuttosto dalla pubblica amministrazione, dalle banche, da istituzioni insomma che dovrebbero essere al di sopra del quotidiano razzismo strisciante.

Molti dicono che i ragazzi della loro età non sono razzisti, o non particolarmente, e che a volte si atteggiano a razzisti solo per ridere, mentre invece con le persone anziane è diverso, sono più chiuse. Questo è vero anche perché, come dice uno di loro, l’Italia è un paese in cui l’immigrazione è un fenomeno recente, e la gente, soprattutto quella di una certa età, si deve ancora abituare, e deve farlo pian piano.

Si potrebbero dire tante altre cose su questo piccolo ma prezioso libro, ma per adesso mi fermo qui, invitandovi di nuovo caldamente a leggerlo o a leggere libri di stampo simile, se non riuscite a procurarvi una copia di questo.

Antonella Sinopoli, White Arrogance

Antonella Sinopoli, White Arrogance. Cosa dicono gli africani di quello che i bianchi pensano di loro, Quintadicopertina, Genova 2012.

“Se i nostri donatori vengono e vedono le strade asfaltate, un sistema ferroviario funzionante, una popolazione con mezzi propri per andare avanti, allora andranno via. E questo non è affatto una cosa buona”.

Ho visto questo ebook spulciando nel catalogo di Quintadicopertina, e non me lo sono lasciato scappare. Prima di tutto, un consiglio: se lo prendete, non prendete la versione per Kindle ma quella per iPad (se ce l’avete) oppure il pdf. Perché questo libro è ricchissimo di contenuti multimediali (link e video), che sul Kindle purtroppo non si possono fruire.

Cosa dicono gli africani di quello che i bianchi pensano di loro? Ammettiamolo, un sottotitolo un po’ complicato, che avrebbe forse potuto essere reso meglio, ma il senso è proprio quello che lascia intendere. In questo libro sono gli africani che parlano, e ci parlano di quello che i non africani pensano di loro. Antonella Sinopoli dà voce a un gran numero di blogger africani (e qui bacchetto Quintadicopertina: sarebbe stato bello sapere chi è il traduttore dei post. È Sinopoli? Non si capisce mica), raccogliendo molti loro post, che introduce con un breve commento.

Di cosa parlano, dunque, questi post? Di pregiudizi di vario tipo. Dal fatto che l’Africa sia trattata come un paese anziché come un continente (chi sono gli africani? è come dire gli europei, non ha alcun senso), dell’idea che tutti gli africani vivano nelle capanne, dell’idea che ci sia solo corruzione e miseria, del cattivo giornalismo che fa vedere solo le brutte notizie, spesso anche ingigantendole o storpiandole del tutto. Perché l’Occidente ha interesse a che l’Africa sia vista così, e in primo luogo ne hanno interesse le ONG, che altrimenti non riceverebbero più fondi. Non sto dicendo che io la penso così, sto parlando del messaggio del libro. Ma non è che il libro presenti l’Africa come un continente di rose e fiori: questi blogger ne riconoscono le storture e le miserie, ma insistono prepotentemente sul fatto che non sia tutto lì, che ci siano mille sfaccettature che andrebbero scoperte.

Il libro cita anche un video bellissimo che avevo proposto tempo fa sulla mia pagina FacebookThe Danger of a Single Story (I pericoli di una storia unica) di Chimamanda Ngozi Adichie. Andate al link che ho indicato anche se non sapete l’inglese, il video è sottotitolato e trascritto in 40 lingue diverse (!), fra cui anche l’italiano. E Adichie non è la sola a consigliare vivamente di leggere gli autori africani, e di farlo possibilmente in lingua originale per non essere influenzati dalla mediazione della traduzione. Ma leggete letteratura dei paesi africani, fatelo anche se non sapete le lingue, ci sono ormai diverse traduzioni in italiano. Per non perdervi nel pericolo di una storia unica, quella raccontata dagli occidentali. Se sapete il francese, vi consiglio un blog conosciuto grazie a questo libro, Chez Gangoueus, che ha anche una versione inglese, Lareus’s Home. Un ottimo punto di partenza per scoprire la letteratura africana.

* Il libro sul sito dell’editore.
* Una recensione.
* Un’altra recensione.

Nassim Nicholas Taleb, Il Cigno nero

Nassim Nicholas Taleb, Il Cigno nero (tit. originale The Black Swan), il Saggiatore, Milano 2009. Traduzione di Elisabetta Nifosi. 379 pagine.

Ecco un libro molto diverso da quanto leggo di solito, ma che tuttavia mi è piaciuto molto leggere, sebbene io abbia impiegato molto tempo (grazie anche al terribile font piccolissimo usato dal Saggiatore, che non permette lunghe sessioni di lettura). È un libro di filosofia? Di economia? Di statistica? Tutte le precedenti, e nessuna di queste. Taleb fa storia a sé.

Per secoli l’uomo è stato convinto della sola ed esclusiva esistenza di cigni di colore bianco, ma si è poi dovuto ricredere, dopo aver trovato in Australia dei cigni di colore nero. Un evento del tutto inaspettato, considerato non solo impossibile, ma proprio non preso in considerazione da alcuno, in quanto fuori dalla realtà conosciuta. E Cigno nero è il nome che Taleb dà a questo tipo di eventi, quelli del tutto improbabili, tanto improbabili da non essere neppure contemplati. Come l’11 settembre, per esempio, ma anche come la crisi che stiamo attraversando (sebbene il libro sia stato scritto subito prima lo scoppio dell’attuale crisi) o ancora come il successo di Google. Nessuno avrebbe potuto prevedere questi eventi, questi Cigni neri e, dice Taleb, se il 10 settembre 2001 un politico fosse riuscito a far passare una legge in cui impediva l’accesso alle cabine di pilotaggio degli aerei sarebbe passato alla storia come un pazzo, o non sarebbe passato alla storia affatto, ma avrebbe evitato un’immane tragedia.

Taleb divide il mondo in Mediocristan ed Estremistan, due luoghi immaginari, il primo comandato dal mediocre e dalla curva gaussiana, dove quindi vi sono pochissimi eventi estremi, il secondo dominato dagli eventi estremi e dalla probabilità frattale o mandelbrotiana. È nel secondo che noi viviamo, ed è con esso che dobbiamo interfacciarci, con tutto ciò che ne consegue.

L’idea di questa casualità estrema è molto interessante, il libro è scorrevole e scritto in maniera comprensibile, salvo alcuni capitoli molto molto tecnici che per me sono risultati incomprensibili, ma che l’autore si era premurato di indicare come non necessari alla comprensione del tutto. Taleb scrive in maniera molto accattivante e, se si eccettuano appunto i capitoli troppo tecnici per me, è un piacere leggere la sua prosa. Una bella lettura, ringrazio chi me l’ha regalato.

* Il sito di Taleb.
* Il libro sul sito dell’editore italiano.

Véronique Tadjo, L’ombre d’Imana (Costa d’Avorio)

Véronique Tadjo, L’ombre d’Imana. Voyages jusqu’au bout du Rwanda, Actes Sud, Arles 2009. 134 pagine.

«Sì, ricordare. Testimoniare. È quanto ci resta per combattere il passato e ripristinare la nostra umanità.»

«Non abbiate paura di sapere», dice una sopravvisuta. E dunque non abbiate paura, informatevi, anche se, come tutti i genocidi, quello in Ruanda del 1994 è stato terribile e le cose che si vengono a sapere dai sopravvissuti sono agghiaccianti. Ma bisogna ricordare, bisogna testimoniare, perché possiamo riavere indietro la nostra umanità e perché certe cose non si ripetano più. Perché, dice Tadjo, quanto è successo in Ruanda ci riguarda tutti, e non intende certo che riguarda tutti in quanto africani (l’autrice è ivoriana), ma riguarda tutti noi in quanto esseri umani.

Insieme ad altri scrittori, Tadjo è stata invitata in Ruanda nel 1998, solo 4 anni dopo il genocidio, nell’ambito del progetto collettivo “Rwanda: écrire par devoir de mémoire” (“Ruanda: scrivere per dovere di memoria”), organizzato dal festival Fest’Africa. Da quell’esperienza (in Ruanda è stata due volte) ha tratto questo libro, scritto nel 2000 e, per chi fosse interessato, tradotto in italiano nel 2005 da Ilisso come L’ombra di Imana.

All’inizio del libro l’autrice parla di quello che vede, dice che il Ruanda sembra un paese come tanti altri, che appena arrivata non vede niente di strano, tutto sembra normale. Ma poi fa parlare i protagonisti della Storia, dai sopravvissuti ai carnefici ai testimoni a chi non c’è stato in quel terribile periodo. Come Karl, proveniente da un paese non meglio specificato (visto il nome direi la Germania, probabilmente), sposato con una ruandese, che proprio poco prima del genocidio era andato nel suo paese d’origine a trovare la famiglia, e in seguito ha perso di vista la sua famiglia ruandese, moglie e figli, per poi ritrovarli dopo un po’ di tempo in un campo profughi. La moglie è malata, non vuole che il marito la tocchi, e dagli esami si scoprirà che ha l’AIDS, contratto dopo essere stata violentata a turno da soldati Hutu in cambio della vita dei figli. Come Tonia Locatelli, infermiera italiana che ha denunciato l’inizio delle violenze e poco dopo è stata trovata assassinata.

Perché le violenze in Ruanda sono state violenze di stato, la radio diffondeva messaggi di odio e incitava a uccidere. Agli Hutu sono stati regalati soldi, armi e alcool e sono stati incoraggiati a uccidere. Ai Tutsi veniva detto di rifugiarsi nelle chiese, nei luoghi pubblici, dove sarebbero stati protetti, e invece proprio lì venivano massacrati a decine di migliaia. Secondo stime ruandesi ufficiali, i morti sono stati 1.174.000 in 100 giorni, mentre altre fonti parlano di 800.000 vittime. In ogni caso numeri impressionanti in un arco di tempo tutto sommato brevissimo, poco più di tre mesi. Alcuni di questi, pare il 20%, erano Hutu, perché anche chi si opponeva al genocidio veniva ucciso proprio come i Tutsi.

Una delle cause del genocidio, riporta Tadjo, fu che i Tutsi non erano considerati provenienti dall’Africa Centrale, bensì dall’Etiopia. Non esistono prove di questa teoria, ma durante il genocidio molti morti furono gettati nelle acque del fiume Kagera «perché tornassero in Etiopia».

Il governo lanciò una campagna di disinformazione, sostenendo che si trattava di esplosioni di violenza tribale. Molti credettero a queste false informazioni, soprattutto fuori dal Ruanda, perché i modi dei governanti Hutu erano così gentili ed eleganti che sembrava impossibile credere che volessero davvero porre in atto qualcosa di così terribile come un genocidio. Inoltre, nello stesso periodo in Sudafrica Nelson Mandela veniva eletto presidente, e l’attenzione del mondo era focalizzata su questo evento, sulla fine dell’apartheid. Ci fu un intervento della Francia, che però consentì a molti Hutu responsabili delle violenze di scappare servendosi dei corridoi umanitari.

La memoria è importante. È quanto abbiamo di più prezioso, e dobbiamo fare in modo di tenerla viva. Questi fatti sono avvenuti appena 20 anni fa, ce ne dobbiamo ricordare tutti i giorni della nostra vita affinché non accadano mai più, così come ci dobbiamo ricordare degli altri genocidi del Novecento. Per questo vi consiglio con forza di leggere questo libro, che tra l’altro è molto breve e, a parte alcuni passaggi, nemmeno particolarmente crudo rispetto a tanta letteratura sul genocidio. Alcuni passaggi, sì, sono molto molto forti. Ma è un libro che va letto, e vi esorto, tutti, a farlo.

Per approfondire:

* Véronique Tadjo.
* Il sito di Véronique Tadjo (in francese e inglese).
* Il libro sul sito dell’editore francese.
* Il genocidio in Ruanda su Wikipedia.
* Il genocidio in Ruanda sul sito di Perlasca.

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature altre.]