Hannah Kent, Ho lasciato entrare la tempesta

Hannah Kent, Burial Rites, Picador, 2013.

Ho lasciato entrare la tempesta è il titolo scelto da Piemme per la versione italiana, pubblicata nel 2014 e tradotta da Velia Februari. Uno dei pochi esempi in cui la scelta di un titolo che non c’entra niente con l’originale si è rivelata eccellente e perfino migliore dell’originale. Io ho letto il libro in inglese.

Hannah Kent è una scrittrice australiana che nel 2002, a 17 anni, ha trascorso un anno nel nord dell’Islanda come parte di uno scambio scolastico. Qui la giovane Kent ha trovato un paesaggio rurale, spettrale, oscuro e desolato; per i primi tempi si è sentita un’outsider, isolata. Forse proprio per questo quando le hanno raccontato la storia di Agnes Magnusdottir si è sentita attratta e incuriosita da questa donna che sembrava essere un’outsider come lei. Per questo motivo, quando nel 2010 ha dovuto iniziare a pensare alla stesura di un romanzo storico come parte del suo dottorato, le è venuta in mente proprio la storia di Agnes. Tutto questo è l’autrice stessa a raccontarlo nella nota finale, che è una versione condensata di questo articolo. Ho trovato estremamente interessante scoprire quale sia stato il processo che ha portato Kent a scrivere questo libro, tra l’altro l’autrice presenta se stessa in una versione molto “umana”, nel senso che non cede alla tentazione di magnificare se stessa come scrittrice, ma anzi ci fa vedere tutti i suoi difetti e i problemi incontrati nel processo creativo.

Fatta questa premessa, passiamo al romanzo vero e proprio.

Questa è la storia romanzata di un fatto realmente accaduto: nel 1830 Agnus Magnusdottir fu l’ultima persona a essere giustiziata in Islanda. La pena di morte nel paese fu abolita solo nel 1928, quasi un secolo dopo, ma in realtà era sempre stata applicata molto di rado. Agnes Magnusdottir fu condannata a morte per decapitazione, insieme a Fridrik Sigurdsson e Sigridur (Sigga) Gudmundsottir, per l’omicidio di Natan Ketilsson e Petur Jonsson, avvenuto due anni prima. Sigga ricevette la commutazione della pena di morte in ergastolo da scontare in Danimarca (all’epoca l’Islanda era sotto il dominio danese).

Stando alle ricerche condotte da Hannah Kent, Agnes era descritta da tutti come una donna malvagia, ma l’autrice in questo romanzo ha voluto restituire ambiguità al personaggio storico per toglierle la fama di donna orribile. Agnes resta un’assassina, ma i suoi motivi sono ben diversi da quelli che la gente ha scelto di attribuirle. Kent non pretende che questa sia una ricostruzione storica fedele: è semplicemente un romanzo e la sua libera, fantasiosa interpretazione del personaggio.

La scrittura di Kent è eccezionale, molto lirica e poetica, e sembra quasi richiamare i paesaggi aspri e crudeli in cui la storia è ambientata. La vita di Agnes è tragica fin dalla più tenera età, sembra quasi condannata a un’estrema infelicità, senza possibilità di appello, senza poter mitigare la pena. Tutto questo si riflette nel linguaggio e nel tono narrativo. La storia alterna un narratore esterno alla narrazione in prima persona di Agnes.

In attesa dell’esecuzione, Agnes viene posta sotto la custodia di una famiglia di Kornsa, che la accoglie assai malvolentieri. Eppure, al suo arrivo, Margret, la madre di famiglia, mostra un’umanità che non ci si sarebbe aspettati: rimane certo ruvida, ma si accorge subito del modo in cui era stata trattata la criminale fino ad allora, come una bestia, e si adopera per restituirle un minimo di dignità umana. Nel corso del libro assistiamo alla vita quotidiana di Agnes nella fattoria, inclusi i rapporti con la famiglia, composta da madre, padre e due figlie ventenni. Ci viene inoltre raccontata la sua storia, a partire dall’infanzia fino a quella terribile notte a Illugastadir, quando il suo padrone Natan viene ucciso nel sonno insieme all’amico Petur e la casa datta alle fiamme. La verità è un po’ diversa da come viene raccontata dai paesani e dalle autorità. La storia è raccontata da Agnes, spinta alla narrazione dal suo consulente spirituale, l’assistente reverendo Toti.

Kent restituisce l’umanità e la fragilità dei personaggi, nascoste dietro l’asprezza necessaria per sopravvivere al tempo e al luogo. Agnes è una figura a tutto tondo, con una storia vera e tragica alle spalle. Kent non aspira ad assolverla quando a umanizzarla, rendendola così oggetto di umana compassione. Kent sembra dirci: anche un’assassina è un essere umano e la verità potrebbe non essere scolpita nella pietra come le autorità vorrebbero far credere alla popolazione. La figura di Agnes è ambigua, proprio perché è un essere umano e quindi dotata di innumerevoli sfaccettature, che vanno tenute in considerazione per poter comprendere la persona e scinderla dal personaggio che sembra quasi costruito a tavolino per farne un monito per la popolazione.

Di fatto, oltre al resto, questa è anche una condanna della pena di morte. Le ultime pagine del libro, quelle in cui Agnes viene condotta all’esecuzione (direi che non è uno spoiler perché sappiamo che la sua fine è questa), sono estremamente toccanti. Kent non arretra di fronte a nulla: se la sua intenzione è quella di rendere umana Agnes, lo fa fino alla fine. Agnes è una persona come tutte, ha paura, è terrorizzata come lo sarebbe chiunque di fronte al destino che la attende. E questo l’autrice ce lo fa vedere in tutto il suo orrore, nell’immensità della sua sofferenza.

Tutto viene ammantato di religione in questi eventi, si dà grande importanza al ravvedimento finale e al conforto spirituale che però non deve mancare di severità. La religione è il fulcro di tutto. Questa è la giustizia di Dio. Eppure, a un certo punto Agnes riflette con Toti che, se Dio ha detto “non uccidere”, forse la pena di morte non era proprio fra i suoi piani. Forse uccidere una persona per punirla di aver ucciso non è giustizia divina.

Un libro davvero eccellente, sinceramente si fa fatica a credere che sia un libro d’esordio. Del resto Kent ha avuto come mentore Geraldine Brooks.

Se volete approfondire (in inglese), qui Hannah Kent risponde ad alcune domande. Invece qui l’autrice ha messo a disposizione alcune foto da lei scattate in Islanda, così possiamo visualizzare un po’ il contesto, l’ambientazione in cui il romanzo si svolge.

Bapsi Sidhwa, Il talento dei Parsi

Bapsi Sidhwa, The Crow Eaters, Milkweed Editions, 1992. Pubblicazione originale 1978.

I Parsi sono una comunità fuggita dall’Iran nell’VIII secolo, in seguito alla conquista islamica della Persia, e rifugiatasi in India, nel Gujarat. Ad oggi molti sono emigrati in altri Paesi del mondo, ma l’intera comunità resta sparutissima, circa 100.000 persone. I Parsi sono i seguaci dello zoroastrismo, o mazdeismo, e hanno addirittura un progetto dell’UNESCO interamente dedicato a loro, Parzor. Fra i Parsi famosi vanno citati Freddy Mercury e Zubin Mehta, oltre all’autrice di questo libro, Bapsi Sidhwa, una delle più famose scrittrici pakistane. Ora vive negli Stati Uniti e infatti scrive in inglese.

Non avrei saputo niente di tutto questo se non avessi letto questo libro, una saga familiare Parsi, che mi ha fatto nascere una grande curiosità nei confronti di questa comunità.

Protagonista del libro è Faredoon Junglewalla, un giovane Parsi agli inizi del Novecento: appena sposato decide di abbandonare il suo villaggio e trasferirsi a Lahore con moglie e suocera al seguito. Partono su un carretto, all’avventura, in cerca di fortuna. All’epoca il Pakistan non esisteva ancora e Lahore era in India, a sua volta parte dell’Impero britannico.

La suocera, Jerbanoo, ha appena undici anni più di Faredoon (detto Freddy), e la moglie Putli è una ragazza di appena sedici anni. Jerbanoo è il personaggio che più si attacca alla pelle quando si legge questo libro: antipaticissima senz’altro, ma bizzarra e in pratica macchiettistica. Rimasta vedova da poco, è costretta a seguire la figlia e il genero, estremamente controvoglia. Durante il viaggio nasce fra Jerbanoo e Freddy un odio che durerà in eterno, anche con risvolti drammatici. E tuttavia, sebbene gli avvenimenti drammatici non manchino in questo libro, rimane un romanzo leggero e spensierato, anche divertente.

La saga di Freddy è densa di avvenimenti che lo porteranno a diventare uno degli uomini più ricchi e influenti di Lahore. Freddy è, in generale, un personaggio che mi è stato simpatico, anche se ha dei tratti indubbiamente oscuri, in particolare c’è stato un episodio che mi ha dato molto fastidio, un fastidio quasi fisico. Da lì mi è diventato insopportabile, ma rimane comunque un personaggio scoppiettante e interessante da seguire.

Allo stesso modo seguiremo le avventure di uno dei suoi sette figli, ma non svelerò niente per non guastarvi il piacere della lettura.

Un romanzo molto interessante che, come dicevo, fa venire voglia di approfondire la conoscenza di questa comunità che agli occhi di noi occidentali non può che apparire bizzarra, con la sua adorazione per il fuoco e la sua fede cieca negli oroscopi, oltre alle curiose usanze come quella di disporre le salme dei propri defunti in delle “torri del silenzio” dove vengono lasciati agli avvoltoi.

[Libro pubblicato in italiano da Neri Pozza con il titolo Il talento dei Parsi e la traduzione di Luciana Pugliese.]

Deanna Raybourn, Silenzi e veleni

Deanna Raybourn, Silent in the Grave, Mira, 2007.

Quando la situazione è talmente brutta che è difficile concentrarsi, non c’è niente di meglio, almeno per me, che buttarsi su dei gialli. Avevo sentito parlare bene di questo giallo storico e, avendolo trovato su OpenLibrary (che è la mia nuova droga da quando ho comprato un Kobo), ho deciso di provare. È il primo libro della serie Lady Julia Grey, una serie di 5 gialli ambientati nella Londra vittoriana, che hanno per protagonista Lady Julia Grey, una donna circa trentenne, nona di dieci figli in una famiglia assolutamente non convenzionale.

Il romanzo si apre con una morte: Sir Edward Grey, marito di Lady Julia, si accascia in preda alle convulsioni durante un ricevimento nella sua casa. Da sempre malato di cuore, chi lo conosce non si stupisce della sua morte dal momento che tutti i membri della sua famiglia sono morti giovani. A soccorrerlo è un tal Nicholas Brisbane, che Lady Julia vede qui per la prima volta. L’uomo è una sorta di investigatore privato ed era stato ingaggiato da Sir Edward, che pensava che qualcuno lo volesse morto. Lady Julia non crede all’ipotesi dell’omicidio e anche il medico di famiglia dichiara che la morte è avvenuta per cause naturali. Trascorso il rituale anno di lutto, però, qualcosa fa cambiare idea a Lady Julia, che decide così di rivolgersi a Brisbane.

Tutti i personaggi del romanzo sono fuori dal comune, tanto che se non ci fossero precisi riferimenti temporali si farebbe fatica a credere di trovarsi nell’Inghilterra vittoriana. La famiglia March, ovvero la famiglia di origine di Lady Julia, è sempre stata bizzarra. La madre è morta nel dare alla luce il decimo figlio, così i bambini sono stati tirati su dal padre e dalla zia Hermia, proprietaria di una casa rifugio per le prostitute che scelgono di abbandonare il mestiere. Anche i fratelli e le sorelle di Lady Julia sono assai lontani da quello che ci si potrebbe aspettare da una famiglia nobile di fine Ottocento. Del resto, la famiglia March è sempre stata così. Anzi, Lady Julia è forse la più posata e tradizionalista della famiglia, del resto non per molto. In ogni caso, come gli altri membri della famiglia, è una donna dalle ampie vedute e dalla mentalità assai aperta. Francamente sono rimasta un po’ perplessa dall’assoluto anticonformismo di questi personaggi, ma se devo essere sincera quello che cercavo da questo romanzo era un po’ di sano svago, perciò non m’interessa particolarmente l’accuratezza storica.

Il romanzo è lungo, circa 500 pagine, e a tratti risulta un po’ prolisso, alcune parti avrebbero potuto essere snellite secondo me. Tuttavia si legge molto bene, è coinvolgente e scacciapensieri, e fa venire voglia di proseguire con gli altri libri della serie per vedere come si evolve la storia di Lady Julia.

Consigliato per chi sia in cerca di un po’ di intrattenimento.

Il libro è stato pubblicato in italiano da Harlequin Mondadori e HarperCollins Italia con il titolo Silenzi e veleni.

Kim Leine, Il fiordo dell’eternità

Kim Leine, Il fiordo dell’eternità (tit. originale Profeterne i Evighedsfjorden), Guanda, Parma 2013. Traduzione dal danese di Ingrid Basso.

Kim Leine è un autore norvegese che vive in Danimarca e ha vissuto molti anni in Groenlandia. Questo libro è ambientato in Groenlandia e si svolge alla fine del Settecento, in piena dominazione danese dell’isola.

Vi avviso fin d’ora che questa recensione è piena di spoiler, quindi se volete leggere il libro vi sconsiglio di leggere oltre. C’è anche da dire che vi sconsiglio di leggere il libro, tuttavia, dato che l’ho trovato di rara bruttezza.

Morten Pedersen si trasferisce in Danimarca dal suo villaggio norvegese, e decide di farsi chiamare Morten Falck da ora in poi. Siamo nel 1782. Il giovane vorrebbe studiare medicina a Copenaghen, ma il padre vuole che segua gli studi di teologia per diventare prete, ed è quello che Morten farà, pur seguendo comunque le lezioni di anatomia della facoltà di medicina. Dopo varie vicissitudini perlopiù di carattere sessuale (più che amoroso), Morten decide di trasferirsi in Groenlandia e viene assegnato come prete missionario alla missione di Sukkertoppen. Morten, sostanzialmente, fugge dai suoi fantasmi sessuali andando in Groenlandia.

La stragrande maggioranza del libro si svolge in Groenlandia, dove veniamo a fare la conoscenza dei personaggi della Compagnia Commerciale danese, della gente della missione, e dei nativi. Vediamo che i nativi non sono i selvaggi che i danesi credono, anzi sono delle persone in tutto e per tutto uguali ai danesi, seppure con credenze e usanze diverse. In questo senso il libro è piuttosto critico nei confronti della colonizzazione danese.

Il libro, in lingua originale, si intitola I profeti del fiordo dell’eternità, allora uno s’immagina che i profeti o quantomeno il fiordo siano i protagonisti del romanzo. Niente affatto. Hanno senz’altro una parte importante, ma il protagonista indiscusso è Morten Falck con tutte le sue ossessioni e idiosincrasie.

La più grande pecca di questo romanzo è l’incapacità di far capire al comune lettore dove voglia andare a parare e l’aleatorietà nonché confusionarietà di tutto il libro. Dicevamo, i profeti e il fiordo danno il titolo al libro ma non ne sono i protagonisti. Altri esempi: a un certo punto c’è tutto un lungo capitolo in cui sembra di star leggendo una pallida imitazione di Moby Dick. Per quanto funzionale all’economia del romanzo, tuttavia risulta assai forzato e il lettore (o almeno io) un po’ si domanda che diamine ci stia a fare lì. Alla fine del romanzo c’è tutta una lunga sezione dedicata all’incendio di Copenaghen. Di nuovo, sarà pur funzionale al romanzo, perché sostanzialmente è quello che permette a Morten di tornare in Groenlandia dopo una pausa norvegese e danese. Tuttavia, sembra un po’ messo lì a forza.

Altre cose: all’inizio del libro la vedova prega con fervore prima di essere uccisa da Morten, ma nel corso del libro vediamo che la vedova è fieramente pagana e non si capisce perché a un certo punto voglia essere convertita né tantomeno si capisce questa sua fervente preghiera prima di morire, dato che non pareva credere affatto al Dio dei danesi. Inoltre, evita il contatto sessuale o affettivo con Falck per metà libro, per poi cadere nelle braccia di un Falck ridotto a brandelli dalla vita. Ma che senso ha?

Funzionali all’economia del romanzo sono senz’altro le descrizioni degli incontri sessuali di Falck, tuttavia mi ha infastidito doverle leggere nei minimi dettagli, e poi quando arriviamo alla descrizione dettagliata di una violenza sessuale per me è stato veramente troppo. Per non parlare della descrizione dettagliata di un aborto. Particolari che io ho trovato francamente schifosi per la loro minuziosa descrizione, ma sarò probabilmente io il problema.

Insomma, a fine lettura mi sfugge il senso di questo lungo romanzo (594 pagine), che ho trovato sconclusionato e frammentario, nonché disgustoso in molte descrizioni. Tuttavia la lettura scorre bene e non è faticosa, il che probabilmente lo salva dall’ignominia di una stroncatura assoluta. Tuttavia, non lo consiglierei al mio peggior nemico.

Paul Auster, 4 3 2 1

Paul Auster, 4 3 2 1, Faber & Faber, London 2017.

Dopo aver letto altri tre libri di Auster ed essermene innamorata, quando è uscito questo nuovo romanzo nel 2017 ero molto curiosa di leggerlo e l’ho acquistato qualche mese fa in versione inglese. Si tratta di un tomo di 1070 pagine scritte fitte fitte, ma non mi ha mai spaventato perché pensavo di andare sul sicuro con Auster. La conclusione di questa lettura è che il libro, sebbene mi sia piaciuto, mi ha al contempo anche deluso. Provo a spiegare meglio.

Il libro inizia con la storia di Isaac Reznikoff, il nonno del nostro protagonista Ferguson, arrivato in America da Minsk il 1° gennaio 1900 e ribattezzato Ichabod Ferguson per un motivo molto semplice: all’arrivo gli viene suggerito da un compagno di (s)ventura di dichiarare di chiamarsi Rockefeller, ma il nome è troppo difficile e quando gli viene chiesto l’uomo esclama, in yiddish: «Ikh hob fargessen!» («L’ho dimenticato»), che ovviamente il funzionario americano interpreta come Ichabod Ferguson, vista l’assonanza.

In seguito l’autore ci narra la storia di Ichabod Ferguson, di come si è sposato e di come ha messo al mondo tre figli fra cui quello che sarà il padre del protagonista. Anche la storia della madre di Ferguson viene raccontata, e così pure, ovviamente, la storia di come Stanley e Rose si siano sposati e di come dal loro matrimonio sia nato, il 3 marzo 1947, Archibald Isaac Ferguson.

Ferguson, a questo punto, non si sdoppia, ma si divide addirittura in quattro. Altro che sosia, altro che doppio, altro che Doppelgänger. Si tratta di quattro possibili Archie Ferguson, le cui vite divergono nettamente l’una dall’altra, sebbene vi siano sempre molti elementi comuni, fra cui posso citarne solo un paio per non fare spoiler: ad esempio la famiglia Schneiderman, fra cui la figlia Amy, oppure la passione per la lingua francese. Gli elementi comuni sono in realtà molti di più, ma non voglio anticiparvi niente.

In almeno un paio di punti del romanzo, Ferguson stesso si chiede come sarebbe se ci fossero tanti possibili Archie diversi con vite diverse che seguono strade diverse. Questo ci dovrebbe già far capire qualcosa. Ad ogni modo sappiamo fin dall’inizio che siamo di fronte a quattro Ferguson paralleli, come già detto.

Perché il libro si intitola 4 3 2 1? Lo scopriremo alla fine. Non so se Auster volesse o meno creare suspense, forse sì o forse invece non gliene importava poi molto perché non era quello il punto, sta di fatto che non è difficile capire come finisca il libro, non è difficile per niente. Del resto, per chi conosca almeno un po’ Auster, era piuttosto inevitabile che le cose andassero così. Rimango volutamente sibillina per non rovinare la lettura a chi invece non si sia fatto un’idea.

La scrittura di Auster è, come sempre, sopraffina, e sono tuttora convinta che pochi autori contemporanei scrivano bene quanto lui. Inoltre, a rendere più interessante il romanzo, c’è il fatto che la storia personale di Ferguson si intreccia inestricabilmente con la storia degli Stati Uniti fra l’immediato dopoguerra (seconda guerra mondiale) e la guerra del Vietnam, con tutti i tumulti, le rivolte e gli avvenimenti di cui ben sappiamo. In questo senso è anche possibile, volendo, definire questo libro un romanzo storico, benché sia una definizione che certamente gli va stretta e che non rende giustizia alla magnitudine del romanzo in questione.

Siamo senz’altro di fronte a un’opera monumentale, a un libro bellissimo, eppure mi ha un po’ (non completamente, certo) deluso in quanto l’idea di fondo, o il finale se vogliamo chiamarlo così, è scontata. Non in assoluto, se è il primo romanzo di Auster che leggete probabilmente ne rimarrete affascinati, a patto che vi piaccia la letteratura postmoderna. Intendo dire che è scontato per chi abbia un minimo di dimestichezza con la struttura narrativa di Auster. La mia impressione, per quanto mi sia piaciuto immensamente leggere questo libro, che si lascia leggere voracemente pur con il suo stile raffinato e complesso, la mia impressione, dicevo, è che questo romanzo non aggiunga molto alla precedente produzione di Auster, che ha dato il meglio in altri libri come, in primis, Trilogia di New York, ma non solo.

Insomma, per quanto la storia sia bella, per quanto l’idea sia bella (ma non particolarmente originale), per quanto la scrittura sia magnifica, per quanto sia interessante leggere la storia degli anni Cinquanta-Sessanta vista da Ferguson, mi sembra che questo romanzo non spicchi particolarmente né nella produzione dell’autore né nella produzione letteraria contemporanea. Non griderei al capolavoro, ecco. Resta tuttavia una lettura interessante che certamente non sarò io a sconsigliare.