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Paul Auster, 4 3 2 1

Paul Auster, 4 3 2 1, Faber & Faber, London 2017.

Dopo aver letto altri tre libri di Auster ed essermene innamorata, quando è uscito questo nuovo romanzo nel 2017 ero molto curiosa di leggerlo e l’ho acquistato qualche mese fa in versione inglese. Si tratta di un tomo di 1070 pagine scritte fitte fitte, ma non mi ha mai spaventato perché pensavo di andare sul sicuro con Auster. La conclusione di questa lettura è che il libro, sebbene mi sia piaciuto, mi ha al contempo anche deluso. Provo a spiegare meglio.

Il libro inizia con la storia di Isaac Reznikoff, il nonno del nostro protagonista Ferguson, arrivato in America da Minsk il 1° gennaio 1900 e ribattezzato Ichabod Ferguson per un motivo molto semplice: all’arrivo gli viene suggerito da un compagno di (s)ventura di dichiarare di chiamarsi Rockefeller, ma il nome è troppo difficile e quando gli viene chiesto l’uomo esclama, in yiddish: «Ikh hob fargessen!» («L’ho dimenticato»), che ovviamente il funzionario americano interpreta come Ichabod Ferguson, vista l’assonanza.

In seguito l’autore ci narra la storia di Ichabod Ferguson, di come si è sposato e di come ha messo al mondo tre figli fra cui quello che sarà il padre del protagonista. Anche la storia della madre di Ferguson viene raccontata, e così pure, ovviamente, la storia di come Stanley e Rose si siano sposati e di come dal loro matrimonio sia nato, il 3 marzo 1947, Archibald Isaac Ferguson.

Ferguson, a questo punto, non si sdoppia, ma si divide addirittura in quattro. Altro che sosia, altro che doppio, altro che Doppelgänger. Si tratta di quattro possibili Archie Ferguson, le cui vite divergono nettamente l’una dall’altra, sebbene vi siano sempre molti elementi comuni, fra cui posso citarne solo un paio per non fare spoiler: ad esempio la famiglia Schneiderman, fra cui la figlia Amy, oppure la passione per la lingua francese. Gli elementi comuni sono in realtà molti di più, ma non voglio anticiparvi niente.

In almeno un paio di punti del romanzo, Ferguson stesso si chiede come sarebbe se ci fossero tanti possibili Archie diversi con vite diverse che seguono strade diverse. Questo ci dovrebbe già far capire qualcosa. Ad ogni modo sappiamo fin dall’inizio che siamo di fronte a quattro Ferguson paralleli, come già detto.

Perché il libro si intitola 4 3 2 1? Lo scopriremo alla fine. Non so se Auster volesse o meno creare suspense, forse sì o forse invece non gliene importava poi molto perché non era quello il punto, sta di fatto che non è difficile capire come finisca il libro, non è difficile per niente. Del resto, per chi conosca almeno un po’ Auster, era piuttosto inevitabile che le cose andassero così. Rimango volutamente sibillina per non rovinare la lettura a chi invece non si sia fatto un’idea.

La scrittura di Auster è, come sempre, sopraffina, e sono tuttora convinta che pochi autori contemporanei scrivano bene quanto lui. Inoltre, a rendere più interessante il romanzo, c’è il fatto che la storia personale di Ferguson si intreccia inestricabilmente con la storia degli Stati Uniti fra l’immediato dopoguerra (seconda guerra mondiale) e la guerra del Vietnam, con tutti i tumulti, le rivolte e gli avvenimenti di cui ben sappiamo. In questo senso è anche possibile, volendo, definire questo libro un romanzo storico, benché sia una definizione che certamente gli va stretta e che non rende giustizia alla magnitudine del romanzo in questione.

Siamo senz’altro di fronte a un’opera monumentale, a un libro bellissimo, eppure mi ha un po’ (non completamente, certo) deluso in quanto l’idea di fondo, o il finale se vogliamo chiamarlo così, è scontata. Non in assoluto, se è il primo romanzo di Auster che leggete probabilmente ne rimarrete affascinati, a patto che vi piaccia la letteratura postmoderna. Intendo dire che è scontato per chi abbia un minimo di dimestichezza con la struttura narrativa di Auster. La mia impressione, per quanto mi sia piaciuto immensamente leggere questo libro, che si lascia leggere voracemente pur con il suo stile raffinato e complesso, la mia impressione, dicevo, è che questo romanzo non aggiunga molto alla precedente produzione di Auster, che ha dato il meglio in altri libri come, in primis, Trilogia di New York, ma non solo.

Insomma, per quanto la storia sia bella, per quanto l’idea sia bella (ma non particolarmente originale), per quanto la scrittura sia magnifica, per quanto sia interessante leggere la storia degli anni Cinquanta-Sessanta vista da Ferguson, mi sembra che questo romanzo non spicchi particolarmente né nella produzione dell’autore né nella produzione letteraria contemporanea. Non griderei al capolavoro, ecco. Resta tuttavia una lettura interessante che certamente non sarò io a sconsigliare.

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Thomas Mann, I Buddenbrook

Thomas Mann, I Buddenbrook (tit. originale Buddenbrooks. Verfall einer Familie), Mondolibri, Milano 1992. Traduzione di Anita Rho.

Il romanzo è diviso in undici parti, ma la storia della famiglia Buddenbrook si può secondo me dividere in due sole parti: la prima, quella della prosperità della famiglia e della ditta con il vecchio Johann prima e suo figlio Johann/Jean poi; la seconda quella della decadenza, che ha inizio con Thomas, figlio di Jean. Più o meno la prima parte occupa un po’ più della metà del libro, e il resto è dedicato alla seconda.

Mi sono approcciata a questo romanzo, che volevo leggere da tempo, con la (quasi) certezza che lo avrei amato. Invece per la prima metà è stato estremamente difficile amarlo. Non concordo con chi dice che le prime pagine (chi dice 30, chi dice 100 – consideriamo che tutte sono 689) siano difficili/pesanti/noiose e che perseverando la situazione migliora. Non ho trovato pesante nemmeno una pagina di questo lungo romanzo. Al contrario, è un libro di una scorrevolezza invidiabile, che si legge con piacere estremo, soprattutto grazie alla bellezza della prosa. Certo, questa bellezza si va necessariamente a perdere in traduzione, eppure dietro la trasposizione in un’altra lingua si riesce ancora a vedere che la prosa è eccelsa. Non che potesse essere diversamente, con un premio Nobel del calibro di Thomas Mann. Eppure non era così scontato, se si pensa che questo romanzo è stato pubblicato quando l’autore aveva appena 26 anni.

Ma torniamo a quello che stavo dicendo. Dicevo che la prima parte, quella in cui la famiglia Buddenbrook prospera, l’ho trovata difficile da amare. Naturalmente è scritta benissimo così come tutto il libro, naturalmente la storia di questa famiglia è resa molto interessante da Mann, naturalmente il romanzo mi è piaciuto fin dall’inizio. Semplicemente non l’ho amato, e ho sentito tanto più questa “delusione” in quanto mi ero approcciata ad esso con la ferma convinzione che me ne sarei perdutamente innamorata. Le aspettative troppo alte sono sempre una fregatura, lasciatemelo dire.

Le cose sono cambiate drasticamente quando ho cominciato a intravedere le prime tracce della decadenza di cui si parla nel sottotitolo, che recita “Decadenza di una famiglia”. Forse amo le storie più cupe rispetto a quelle di abbondanza e prosperità? Possibile. Certo è che Mann eccelle nella narrazione sia dell’uno che dell’altro aspetto, sia della prosperità che del disfacimento. Eppure la lunga agonia della famiglia Buddenbrook l’ho trovata superba. Non così la parte più “felice” della lunga vita della famiglia Buddenbrook.

*Non leggete oltre se non volete spoiler!*

Ci sono alcune parti nel romanzo che sono semplicemente meravigliose nella loro cupezza e verosimiglianza. Le pagine in cui la vecchia consolessa Elisabeth Buddenbrook, moglie del console Jean e madre di Thomas, muore di polmonite, sono fra le più toccanti che io abbia mai letto. La descrizione dell’agonia della donna, prolungata a dismisura dall’accanimento bestiale dei due medici che, anziché lasciarla morire in pace, le somministrano farmaci per rinforzare il cuore al fine di donare qualche minuto in più ai familiari e senza minimamente curarsi delle atroci sofferenze della consolessa, questa descrizione è minutamente dettagliata e realistica. Mi sono arrabbiata terribilmente con i due medici, pensando con appena un pochettino di sollievo che un accanimento simile oggi, sebbene assistiamo spessissimo a casi di brutale accanimento terapeutico, non sarebbe comunque possibile a quei livelli. Non lo concepiremmo nemmeno, o almeno è quello che voglio sperare.

Subito dopo la morte della consolessa, bellissima è la scena in cui viene descritta la riunione dei figli in cui essi devono decidere come spartirsi gli oggetti lasciati dalla madre: biancheria, argenteria, mobili e così via. Le liti che si vengono a creare, con la donna appena deceduta nell’altra stanza, sono qualcosa di incredibile. Non incredibile nel senso che non si può credere che cose del genere avvengano, anzi proprio il contrario: la verosimiglianza e la cattiveria di questa scena fanno rimanere di stucco.

Il lento (ma non poi così lento!) decadere della famiglia viene descritto da Mann in modo inesorabile, impietoso. La seconda metà del libro non ha a mio parere una sbavatura, un di più, uno scivolone grande o piccolo che sia. È semplicemente perfetta.

Quanto ai personaggi, è stato detto e ridetto che Mann si identifica soprattutto con i fratelli Thomas e Antonie detta Tony e con il figlio di Thomas, Hanno. È stato anche detto e ridetto che l’autore per i personaggi di questo romanzo si è ispirato alla propria famiglia, se vi interessa potete leggere la pagina molto ben fatta di Wikipedia, sempre che non vi spaventino gli spoiler. Di mio posso solo dire che ho trovato quasi tutti i personaggi odiosi e pieni di boria, ma proprio per questo li ho trovati ben caratterizzati e tratteggiati. Dopotutto stiamo parlando di una famiglia dell’alta borghesia nella Germania dell’Ottocento, per cui è ovvio che ci troviamo di fronte a persone boriose e arroganti. E non è strano che siano antipatiche.

Ad ogni modo, il personaggio che mi è piaciuto di più, pur non trovandola simpatica, è Tony, che compare fin dalla prima pagina, bambinetta di otto anni, per poi chiudere il libro all’età di cinquant’anni. Non è lei la protagonista del romanzo, perché protagonista è l’intera famiglia Buddenbrook, ma comunque è chiaro che è un personaggio caro all’autore. Tony è una donna sconfitta dalla vita che però, salvo che nelle due ultimissime pagine, non si butta giù sebbene ne dia l’impressione (quel continuo lamentarsi di Grünlich!…). È un personaggio a tutto tondo (come anche gli altri, in effetti) che risulta forse la più forte componente della famiglia, sebbene sia quella che è stata continuamente presa a schiaffi dalla vita. È descritta perfettamente, e questo la rende non solo credibile ma anche piacevole da seguire nelle sue vicende e nei suoi pensieri.

Molti dicono di aver amato il piccolo Hanno, l’ultimo erede maschio della famiglia Buddenbrook, che porta definitivamente alla rovina la sua famiglia morendo di tifo e facendo così del tutto seccare l’albero dei Buddenbrook. Io non l’ho apprezzato particolarmente, sebbene sia, come gli altri, ben caratterizzato, e sia protagonista di un paio delle mie scene preferite dopo quella della morte della nonna. Parlo delle scene a scuola, quando alla fine del libro Mann descrive in modo iperrealistico una giornata tipica del piccolo Hanno (ormai non tanto più piccolo, è un adolescente, ma viene sempre chiamato “il piccolo Hanno”). Ma parlo anche, e soprattutto, della scena in cui il piccolo Hanno (qui sì, bambino), quasi sovrappensiero, traccia una riga sotto il suo nome nell’albero genealogico nell’importantissimo quaderno di famiglia… giustificandosi davanti al padre adirato dicendo che pensava che poi non sarebbe più venuto nulla. Mai ci fu frase più profetica! Se Hanno avesse potuto sapere quanta verità ci sarebbe stata in questo suo pensiero…

In conclusione, è un romanzo che raccomando, tuttavia vi consiglio di non fare come me e avvicinarvi al libro senza aspettative, così potrete godervelo meglio.

La chimera

La memoria storica che si ha oggi delle streghe sa che venivano torturate, a lungo e con molta crudeltà; non sa, o non dice apertamente, o non dice sempre, che le torture si eseguivano su donne in parte svestite o del tutto ignude, e che venivano sempre precedute da minuziose ispezioni del corpo della strega per accertare – tale, almeno, era il motivo dichiarato dagli inquisitori – che costei non nascondesse su di sé filtri o amuleti o altre diavolerie in grado di vanificare l’effetto dei tormenti. Le si guardava sotto la lingua e tra le natiche; le si aprivano le gambe a viva forza, e l’aguzzino, o il frate stesso, verificava con le dita che tutto fosse in regola anche in quelle parti più segrete del corpo. (Nel caso nostro, di Antonia, la prima ispezione delle cavità corporee venne compiuta da Taddeo: che ne aveva vinto il diritto e il privilegio giocandolo a «testa o croce» con il figlio – e naturalmente vincendo – mentre attendevano che Manini li chiamasse nella sala degli interrogatori). Anche i contorcimenti successivi della strega appesa al curlo per le braccia, o con le gambe spalancate sul tavolo di tortura, facevano parte di un rituale inconsapevole con cui la Chiesa cattolica (e anche quella protestante, a dire il vero) sfogò per secoli, su quelle sciagurate, la sua angoscia e il suo tormento del sesso; la sua paura della donna in quanto Diavolo e il suo bisogno di Diavolo. Quando poi la stagione di quei riti finì – con sollievo di una parte del clero, e disappunto di un’altra – tutto l’affare delle streghe s’impiccolì e si sfumò, razionalizzandosi con il senno di poi, riducendosi ad un errore concettuale in cui il sesso non aveva parte: del resto – e qui arriva in soccorso il falso storico, creato poi dalla cultura ottocentesca – che donne mai erano le streghe? Vecchie orribili, sdentate, con la bazza, piene di porri o di verruche pelosissime; comari idropiche, obese, deformate dalle fatiche e sfiancate dai parti. Chi, per quanto sessualmente represso, avrebbe potuto desiderare donne simili o anche soltanto immaginarsele svestite, senza provarne un invincibile disgusto? Ma la bruttezza fisica della strega come riflesso esteriore della sua bruttezza morale è una favola fondata su un pregiudizio: una favola romantica. In verità, se si potesse e si volesse andare al fondo di tutta la faccenda, si scoprirebbe forse che le cosiddette streghe, nella stragrande maggioranza dei casi, furono comari grassottelle e bellocce, d’età compresa tra i trenta e i cinquant’anni; e che non mancarono tra loro le giovanissime, come Antonia, o le bellissime come quella Caterina Medici di Broni che il protomedico Ludovico Settala, e l’arcivescovo Federigo Borromeo, e il Senato di Milano, condannarono come «femmina impurissima, strega e fattucchiera funestissima», ad essere «condotta al luogo del patibolo sopra un carro, tormentata durante il cammino con tenaglie roventi e per ultimo bruciata». (Così il Mauri, autore ottocentesco d’una «novella storica del XVII secolo» in cui viene ricostruita la vicenda, purtroppo vera, di Caterina Medici: una fantesca che finì arsa viva sulla pubblica piazza, a Milano, nel febbraio dell’anno del Signore 1617). In quanto poi alle vecchie con la bazza, anch’esse certamente esistettero, e qualcuna anche fu torturata come strega: ma è ragionevole, è umano sospettare che le loro ispezioni corporali fossero un po’ più sbrigative di quelle delle giovani, e che gli si consentisse un po’ più spesso di subire la tortura con qualcosa indosso? Io personalmente ne sono convinto, e può anche darsi che mi sbagli, ma non credo…

Da: Sebastiano Vassalli, La chimera, Mondadori, Milano 1996. 411 pagine.

Guernica

Madrid, 10 aprile 1937

¿Dónde están tus compañeros? ringhiava il coronel stringendogli forte le guance con i suoi artigli neri ma al profesor, come un pesce preso all’amo, usciva soltanto una bolla scura di saliva dalle labbra schiacciate e il coronel lo colpì sul volto con le dita magre chiuse a martello, finché dal naso non gli uscì uno schizzo di sangue rosso da comunista, caldo nella fredda notte di Madrid.

La casa era tutta muri, neri di ombre cupe, senza porte e senza tetto e guardando in alto si vedeva soltanto il cielo buio. Forse anche le stelle erano venute giù con le bombe degli Stukas, il giorno prima.

Accanto al braciere Pablo, il tagliagole dal volto butterato d’avvoltoio, figlio di un plotone del Tercio e di una puta di Bilbao, sorrideva, mezz’ubriaco e in un angolo, silenzioso, io guardavo. Ero stato io a portarli in quella casa a metà tra la Spagna rossa e quella nera e a fargli trovare el profesor con un colpo di mano da sicari. Un tedesco della Legione Condor, dagli occhi blu come un cielo di Baviera, alzò il mento a v verso di me, mostrando una tenaglia. Vuoi farlo tu, italiano? chiese, ma il coronel scosse la testa, pulendosi gli artigli sulla giubba e disse: éste no habla e poi mátalo, Pablo e Pablo rise, sfilando il coltello dallo stivale. Lo avevo già visto, una volta, baciare la lama con le labbra insanguinate.

La muerte… cantò il coronel, le mani aperte sul braciere, la muerte… col pomo d’Adamo che saliva e scendeva rapido sul collo, magro, stretto dalle mostrine azzurre della Falange Cristo Rey, la muerte… ma poi si fermò, alzando i baffi sulle labbra tese.

Aveva un sesto senso il coronel.

¡Comunistas! soffiò un attimo prima dello sparo che gli attraversò la gola con uno schizzo di sangue nero da fascista fin sul muro sporco di fumo e io tirai a Pablo dietro un orecchio, mentre ombre rosse entravano, veloci, con il freddo della notte. Durò un secondo, forse due.

Miguel, l’anarchico, mi sorrise e si tolse il basco per stringermi la mano. Disse grazie a te abbiamo salvato el profesor, amigo e io bada che siano tutti morti e indicai il tedesco che si muoveva ancora. Tranquilo, amigo disse Miguel, nessuno te va a traicionar ma io aspettai che avesse messo in tasca la pistola e solo allora gli strinsi anch’io la mano, irrigidito nell’abbraccio di Mira la diablita che mi premeva forte sulla guancia le sue labbra umide. Era così che a Valnecia avevano ammazzato el comisario, con due coltellate nelle reni e le mani ancora strette sul suo culo sodo da gitana.

Miguel scosse la testa e disse ay, disse un giorno, quando todo sarà finito e l’ultimo prete sarà crocifisso sulla strada per Burgos, el hombre tornerà a fidarsi del hombre, amigo. Io fecì , con la testa, sí sí e anche viva l’Anarchia!, col pugno chiuso.

Ma facevo il doppio gioco e li vendetti tutti ai franchisti, il giorno dopo.

Da: Carlo Lucarelli, Guernica, Einaudi, Torino 2000.

* Il sito di Carlo Lucarelli.
* Il bombardamento di Guernica su Wikipedia.
* La guerra civile spagnola su Wikipedia.

Il sorriso dell’ignoto marinaio

Ritratto duomo (detto anche Il sorriso dellignoto marinaio), Antonello da Messina

Ritratto d'uomo (detto anche Il sorriso dell'ignoto marinaio), Antonello da Messina

12 settembre 1852.
Festa del Santissimo Nome di Maria.

E ora si scorgeva la grande isola. I fani sulle torri della costa erano rossi e verdi, vacillavano e languivano, riapparivano vivaci. Il bastimento aveva smesso di rullare man mano che s’inoltrava dentro il golfo. Nel canale, tra Tindari e Vulcano, le onde sollevate dal vento di scirocco l’avevano squassato d’ogni parte. Per tutta la notte il Mandralisca, in piedi vicino alla murata di prora, non aveva sentito che fragore d’acque, cigolii, vele sferzate e un rantolo che si avvicinava e allontanava a seconda del vento. E ora che il bastimento avanzava, dritto e silenzioso dentro il golfo, su un mare placato e come torpido, udiva netto il rantolo, lungo e uguale, sorgere dal buio, dietro le sue spalle. Un respiro penoso che si staccava da polmoni rigidi, contratti, con raschi e strappi risaliva la canna del collo e assieme a un lieve lamento usciva da una bocca che s’indovinava spalancata. Alla fioca luce della lanterna, il Mandralisca scorse un luccichìo bianco che forse poteva essere di occhi.

Riguardò la volta del cielo con le stelle, l’isola grande di fronte, i fani sopra le torri. Torrazzi d’arenaria e malta, ch’estollono i loro merli di cinque canne sugli scogli, sui quali infrangonsi di tramontana i venti e i marosi. Erano del Calavà e Calanovella, del Lauro e Gioiosa, del Brolo…

Al castello de’ Lancia, sul verone, madonna Bianca sta nauseata. Sospira e sputa, guata l’orizzonte. Il vento di Soave la contorce. Federico confida al suo falcone

O Deo come fui matto
quando mi dipartivi
là ov’era stato in tanta dignitate
E sì caro l’accatto
e squaglio come nivi…

Dietro i fani, mezzo la costa, sotto gli ulivi giacevano città. Erano Abacena e Agatirno, Alunzio e Apollonia, Alesa… Città nelle quali il Mandralisca avrebbe raspato con le mani, ginocchioni, fosse stato certo di trovare un vaso, una lucerna o solo una moneta. Ma quelle, in vero, non sono ormai che nomi, sommamente vaghi, suoni, sogni. E strinse al petto la tavoletta avvolta nella tela cerata che s’era portato da Lipari, ne tastò con le dita la realtà e la consistenza, ne aspirò i sottili odori di canfora e di senape di cui s’era impregnata dopo tanti anni nella bottega dello speziale.

Ma questi odori vennero subito sopraffatti d’altri che galoppanti sopra lo scirocco venivano da terra, cupi e forti, d’agliastro finocchio origano alloro nepitella. Con essi, grida e frullìo di gabbiani. Un chiarore grande, a ventaglio, saliva dalla profondità del mare: svanirono le stelle, i fani sulle torri impallidirono.

Il rantolo s’era cangiato in tosse, secca, ostinata. Il Mandralisca vide allora, al chiarore livido dell’alba, un uomo nudo, scuro e asciutto come un ulivo, le braccia aperte aggrappate a un pennone, che si tendeva ad arco, arrovesciando la testa, e cercava d’allargare il torace spigato per liberarsi come di un grumo che gli rodeva il petto. Una donna gli asciugava la fronte, il collo. S’accorse della presenza del galantuomo, si tolse lo scialletto e lo cinse ai fianchi del malato. L’uomo ebbe l’ultimo terribile squasso di tosse e subito corse verso la murata. Tornò bianco, gli occhi dilatati e fissi, e si premeva uno straccio sulla bocca. La moglie l’aiutò a stendersi per terra, tra i cordami.

«Male di pietra» disse una voce quasi dentro l’orecchio del barone. Il Mandralisca si trovò di fronte un uomo con uno strano sorriso sulle labbra. Un sorriso ironico, pungente e nello stesso tempo amaro, di uno che molto sa e molto ha visto, sa del presente e intuisce del futuro; di uno che si difende dal dolore della conoscenza e da un moto continuo di pietà. E gli occhi aveva piccoli e puntuti, sotto l’arco nero delle sopracciglia. Due pieghe gli solcavano il viso duro, agli angoli della bocca, come a chiudere e ancora accentuare quel sorriso. L’uomo era vestito da marinaio, con la milza di panno in testa, la casacca e i pantaloni a sacco, ma, in guardandolo, colui mostravasi uno strano marinaio: non aveva il sonnolento distacco, né la sorda stranianza dell’uomo vivente sopra il mare, ma la vivace attenzione di uno vivuto sempre sulla terra, in mezzo agli uomini e a le vicende loro. E, avvertivasi in colui, la grande dignità di un signore.

«Male di pietra» continuò il marinaio. «È un cavatore di pomice di Lipari. Ce ne sono a centinaia come lui in quell’isola. Non arrivano neanche ai quarant’anni. I medici non sanno che farci e loro vengono a chiedere il miracolo alla Madonna negra qui del Tindaro. Speziali e aromatarî li curano con senapismi e infusi e ci s’ingrassano. I medici li squartano dopo morti e si dànno a studiare quei polmoni bianchi e duri come pietra sui quali ci possono molare i loro coltelini. Che cercano? Pietra è, polvere di pomice. Non capiscono che tutto sta a non fargliela ingoiare.»

E qui sorrise, amaro e subito ironico, scorgendo stupore e pena sul volto del barone. Il quale, pur seguendo il discorso del marinaio, da un po’ di tempo si chiedeva dove mai aveva visto quell’uomo e quando. Ne era certo, non era la prima volta che l’incontrava, ci avrebbe scommesso il fondo di Colombo o il cratere del Venditore di tonno della sua raccolta. Ma dove l’aveva visto?

Da: Vincenzo Consolo, Il sorriso dell’ignoto marinaio, Mondadori, Milano 1997.

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Una lunga e bella intervista a Vincenzo Consolo su Italia Libri.
Un articolo su Il sorriso dell’ignoto marinaio su Italia Libri.