Archivi tag: letteratura canadese

Margaret Atwood, Alias Grace

Margaret Atwood, Alias Grace, Virago, London 1997. 545 pagine.

Di certi libri, a volte, non si riesce a parlare senza svelare alcune/molte cose. O almeno io non ci riesco. Perciò non leggete questa recensione se volete leggere questo romanzo in maniera “innocente”, senza sapere molto di quello che accadrà.

Il mio interesse per questo romanzo nasce da due fattori: il primo è che ho letto altri tre libri di Margaret Atwood e mi sono tutti piaciuti molto, il secondo è che avevo letto da qualche parte che questo romanzo trattava di una donna che probabilmente soffriva di disturbo dissociativo dell’identità.

Partiamo però dall’inizio: questa è la storia romanzata di Grace Marks, una ragazza di appena sedici anni che nel 1843 ha ucciso (o forse no) un uomo e una donna con l’aiuto di James McDermott, un altro servo nella casa. O forse è successo il contrario? McDermott li ha uccisi con l’aiuto di Grace Marks? La storia rimane ad oggi avvolta nel mistero e, sebbene entrambi siano stati condannati alla pena di morte, soltanto McDermott fu impiccato, mentre a Grace fu concessa una riduzione di pena, commutando la pena di morte in ergastolo. In seguito, dopo quasi 30 anni di galera (di cui un anno e mezzo trascorso in manicomio), le verrà concessa la grazia.

Ma chi era Grace Marks? Una perfida assassina e femme fatale, un’ingenua vittima, o una donna gravemente malata di mente? Questo non è dato sapere, ma Atwood avanza delle ipotesi del tutto fittizie e narrative in proposito. Anche se l’autrice stessa lascia molto spazio all’interpretazione personale del lettore, che non sa mai se quella che gli viene raccontata è la realtà o qualcosa che la protagonista gli vuole far credere. Deve sospendere l’incredulità oppure no? Il narratore (anzi, la narratrice) è affidabile? Tutto questo rimane aperto all’interpretazione del lettore.

Per due terzi del libro ho messo fortemente in discussione la tesi, letta non ricordo più dove, che Grace soffrisse di disturbo dissociativo dell’identità, quello che una volta veniva chiamato disturbo di personalità multipla. A me sembrava più schizofrenica, con allucinazioni e, certamente, momenti di dissociazione. Poi ho cambiato idea, in un punto cruciale del romanzo, quello in cui la donna viene ipnotizzata da un sedicente medico, psichiatra e ipnotista. Sedicente perché in realtà si tratta di una vecchia conoscenza di Grace, il venditore ambulante Jeremiah. Eppure, con tutta la sua impostura, è proprio il sedicente medico ad arrivare più vicino alla realtà, quando dichiara che forse Grace ha in sé due personalità distinte, e non semplicemente due differenti stati di coscienza.

Cosa avviene durante la seduta d’ipnosi? Grace viene ipnotizzata e inizialmente è lei a parlare, ma in seguito comincia a parlare con una voce diversa e dichiara di essere Mary – che nella realtà è una vecchia amica di Grace morta giovanissima per le conseguenze di un aborto. Come dice uno dei presenti (non per niente un uomo di Chiesa…), qualche decennio addietro, o forse secolo, lo si sarebbe considerato un chiaro caso di possessione e si sarebbe chiamato l’esorcista.

In sostanza, Grace è afflitta per buona parte della sua vita da misteriosi svenimenti e mancamenti, da amnesie più o meno lunghe, e le persone che la circondano la accusano di comportarsi prima in un modo e poi nel suo opposto. Grace nega con veemenza questo suo doppiogiochismo, così come ha sempre negato con veemenza di aver partecipato al duplice omicidio, affermando di non ricordare niente di quella circostanza. E quando viene sottoposta a ipnosi parla con la voce di Mary e racconta una storia del tutto differente.

Sembrerebbe un caso da manuale di disturbo dissociativo dell’identità, considerando anche il fatto che a un certo punto sembra fare cenno a delle violenze subite da bambina ad opera di suo padre, essendo la violenza sessuale in età infantile la causa del 99% dei disturbi dissociativi dell’identità. Eppure non mi ha convinto fino in fondo, perché in seguito a questa ipnosi Grace non sembra più avere altri “sdoppiamenti della personalità”, ovvero il suo alter, Mary, sembra non venire più alla luce. Questo mi sembra strano, ma onestamente non sono affatto esperta di questo complicatissimo e controverso disturbo, perciò non so se questo sia possibile.

Da un punto di vista psicologico il romanzo è di estremo interesse, perché affronta una patologia gravissima e poco nota, che però rimane molto controversa nel mondo della psichiatria, tanto che alcuni specialisti ritengono che non esista affatto, ma che i supposti “malati” stiano semplicemente fingendo per le più svariate ragioni.

E, come qualcuno ricorda in questo romanzo, molti delinquenti fingono per evitare la pena capitale. Oppure, di nuovo, è semplicemente l’autrice che non vuole farci capire dove stia la verità? Di nuovo, tutto rimane aperto all’interpretazione, e ogni lettore può leggere il libro in maniera diversa.

Di fatto, la psicologia è solo un aspetto di questo romanzo, che è sicuramente quello che mi ha più interessato, ma che non è assolutamente l’unico né, forse, neppure il principale.

Molta importanza riveste anche il ruolo della donna nella società di metà Ottocento: sia la donna di servitù che quella di più alta classe sociale. Le serve sono viste come oggetti, che vengono pagate per i loro servizi, i quali molto spesso possono anche tranquillamente comprendere servizi sessuali ai quali la serva deve piegarsi. Molto spesso i “gentiluomini” dell’epoca promettevano alle ragazze di sposarle, ma è inutile dire che non lo facevano mai nemmeno per errore. Anche le donne di classe sociale più elevata sono comunque viste come oggetti, di cui un uomo può disporre come crede, perché all’uomo sono concesse molte licenze cui la donna non può di certo aspirare. Interessante a tal proposito è il rapporto fra Rachel e il dottor Jordan, dove non si capisce bene se la donna sia masochista e ami essere presa con la forza oppure se, più probabilmente, non venga di fatto violentata dal gentile dottore.

Come tutti i libri di Atwood, un romanzo molto sfaccettato. Tra l’altro trovo estremamente interessante che tutti i libri di questa autrice che ho letto siano molto diversi tra loro, rivelando un’autrice di grande inventiva e capacità.

Il romanzo è pubblicato in Italia da Ponte alle Grazie con il titolo L’altra Grace.

Annunci

Emily St. John Mandel, Stazione undici

Emily St. John Mandel, Stazione Undici (tit. originale Station Eleven), Bompiani, Milano 2015. Traduzione di Milena Zemira Ciccimarra. 412 pagine.

Questo libro mi incuriosiva già da parecchio tempo, perché non ne avevo sentito parlare altro che bene, perciò quando mi è stato regalato per Natale ho deciso di leggerlo subito. La mia reazione al romanzo è blandamente positiva, nel senso che è senz’altro un bel libro, ma al contempo è ben lontano dall’essere quel capolavoro di cui avevo tanto sentito parlare.

È sostanzialmente un romanzo post-apocalittico, sebbene il focus non sia tanto sulla vita dopo l’evento apocalittico, quanto piuttosto sulla vita in genere, sull’amore, sull’arte, sul valore dell’amicizia, sul fondamentalismo, e su mille altre cose che elevano questo libro dalla mera letteratura di genere per inscriverlo piuttosto nella vera e propria letteratura.

L’idea di fondo deve moltissimo a L’ombra dello scorpione di Stephen KIng, perché anche qui ci troviamo di fronte a un’influenza che stermina il 99% della popolazione. Tuttavia in questo caso non si tratta di un virus generato dall’uomo, ma di una vera e propria, letale mutazione del virus influenzale. Un po’ come la spagnola del 1918, ma peggio.

Partendo da un episodio apparentemente scollegato dall’idea di fondo – ovvero la morte in scena di un attore mentre sta recitando il Re Lear a teatro – il romanzo prosegue per continui salti indietro e in avanti, andando dal momento dello scoppiare della pandemia (lo stesso momento in cui l’attore moriva a teatro) a vent’anni dopo, passando per molti eventi avvenuti durante questi venti anni e anche prima. Devo essere sincera, tutti questi flashback e flashforward mi hanno un po’ intontita – non ho problemi in genere a seguire questo tipo di narrazione, ma in questo caso mi è sembrata un’accozzaglia di eventi un po’ sconnessi fra loro, sebbene sia pur vero che piano piano tutti i pezzi del puzzle si incastrano e si capisce come mai l’autrice abbia deciso di raccontare tutti questi episodi.

I veri protagonisti del libro sono l’attore Arthur Leander e l’Orchestra Sinfonica Itinerante, un’orchestra/gruppo teatrale che si è costituita qualche anno dopo la “fine del mondo” e che va in giro per Canada e USA recitando Shakespeare e suonando. Un inno all’arte e a tutto ciò che è bello, che questi artisti vogliono preservare in questo mondo post-apocalittico.

Come dicevo il libro mi è piaciuto, ma ha degli evidenti difetti che non possono renderlo bellissimo, come ad esempio l’essere ondivago nei suoi innumerevoli salti temporali, e una scrittura che lascia un po’ a desiderare, anche se temo che sia un problema di traduzione più che dell’autrice. La traduttrice ha scarsa padronanza dei congiuntivi e scrive un italiano molto sintatticamente inglese che rende difficile la lettura. Peccato. In ogni caso, traendo le conclusioni, è un libro che mi sento di consigliare, anche se vi avviso che non dovete aspettarvi un’opera d’arte e neppure un’opera particolarmente originale.

Guy Delisle, Shenzhen (Canada)

Guy Delisle, Shenzhen, L’Association, Paris 2013. 19 euro.

Guy Delisle è un fumettista canadese di lingua francese, di cui ho già letto i reportage sotto forma di graphic novel: Pyongyang, Cronache birmane e Cronache di Gerusalemme. È tuttavia autore di moltissimi altri fumetti.

Nelle graphic novel che avevo letto in precedenza racconta della sua permanenza in posti come, appunto, la Corea del Nord, la Birmania e Gerusalemme, al seguito della moglie che lavora per Medici Senza Frontiere. I libri sono bellissimi, in alcuni casi dei veri e propri capolavori.

Non è questo il caso di Shenzhen, che è una graphic novel piacevole ma che lascia ben poco dopo la lettura, perché manca delle tematiche sociali e di analisi che invece permeavano gli altri libri che avevo letto.

In questo caso Delisle si è trovato per tre mesi a Shenzhen, in Cina, alla periferia di Hong Kong, per un lavoro in uno studio di animazione. Da solo, non insieme alla famiglia come negli altri libri. Quello che racconta in questa graphic novel è la sua permanenza in questa città stranissima, dove la gente va solo per lavorare e dove nessuno sembra parlare inglese, almeno non al livello di poter sostenere una conversazione. Delisle racconta dunque di tre mesi di totale solitudine, salvo sporadici incontri che però non paiono servire ad alleviare questo senso di spaesamento e di solitudine. Dev’essere per questo che il libro non ha molto da dire, perché racconta di tre mesi in quasi isolamento, senza però entrare nei dettagli dell’esperienza.

Veniamo a sapere che Shenzhen è, come molte altre città della Cina, estremamente inquinata e sporca, che tutti vanno in bici nonostante il traffico caotico, che Delisle ha assaggiato molti piatti locali per noi esotici come il cane (che dice essere “abbastanza buono”) o una bevanda con dentro la vescica di serpente (che invece è disgustosa). Ma Delisle non entra mai nel vivo, il suo racconto è quello di tre mesi piatti, ed è piatto come i tre mesi che ha passato. Un peccato, perché altrimenti questo autore è assolutamente geniale.

Il libro in italiano ha lo stesso titolo che in francese ed è pubblicato da Fusi Orari, la casa editrice di Internazionale.

[Questo post è pubblicato anche sul blog delle letterature altre.]

Libri dal Canada

 

Quebec City

Alice Munro, Nemico, amico, amante…, Einaudi: Questi racconti possiedono la straordinaria capacità di trascinare il lettore nei meandri di una memoria che non è la sua per risvegliare emozioni che sono di tutti.
Ogni vita nasconde un segreto e un mistero, e la scrittura di Alice Munro li svela seguendo itinerari solo in apparenza tortuosi: all’improvviso le immagini fumose dell’inconscio acquistano un nitore abbagliante, la verità si manifesta e stordisce un lettore già ipnotizzato, sedotto. Alla malinconia subentra il dolore, all’emozione amorosa la passione viva, all’inganno innocuo la più terribile delle menzogne: ogni rivelazione ha il sapore dell’unicità. Non è possibile conservare distacco o indifferenza davanti a situazioni che escludono ogni atteggiamento neutrale.
La scrittura della Munro è aperta, lussureggiante, fitta di accadimenti e particolari necessari. Il paesaggio canadese, la natura selvaggia del Nord Ovest partecipano alle emozioni dei personaggi, integrano la loro storia, determinano le loro decisioni.

Alice Munro, Troppa felicità, Einaudi: Gioca a shanghai con le sue storie, Alice Munro, da sempre. Getta sulla pagina posti, alberi, situazioni e donne, cucine, abiti e animali, e con mano ferma se li riprende, li riordina provvisoriamente dentro la storia successiva, di raccolta in raccolta. Intanto passano gli anni e le verità che accendono improvvise i suoi racconti si sono fatte longeve. Non perché durino, ma perché non smettono di accendersi di nuovo, emanando altra luce, un’altra luce.
Con Troppa felicità, tuttavia, il lettore avverte il passaggio in corsa di un’elettricità inedita, una scarica di tremenda libertà. Queste storie sembrano spingersi un passo oltre il segreto contenuto in storie passate, e non per consumarlo rivelandolo, ma per complicarne l’esito a partire dalla consapevolezza temeraria della vecchiaia.
E se altrove l’immaginazione aveva provato a raffigurarsi l’orrore della morte di un bambino, qui i figli a morire sono tre, e a ucciderli è il padre. Se altrove una madre imparava a sopportare l’abbandono della figlia, qui all’abbandono del figlio segue il coraggio di rappresentare l’incontro, anni dopo, con uno sconosciuto di cui un tempo si conosceva a memoria ogni millimetro di intimità. Se altrove la fragile e caparbia convenzionalità dell’infanzia coagulava in dispetti odiosi ai danni di una qualsiasi creatura debole, qui tocca il fondo di una banalità del male senza scampo.
Non è cambiato il narrare di Alice Munro, è solo un po’ più lontano il luogo dove ci porta a incontrare noi stessi. E dove ci lascia, in medias res, sforbiciando una frase, a volte anche solo una parola, che non se ne va più.
Un estratto: http://www.einaudi.it/var/einaudi/contenuto/extra/978880620078PCA.pdf

Tutti i libri di Alice Munro: http://www.einaudi.it/catalogo/(tiporicerca)/RicercaSemplice/(authors)/Alice%20Munro/(searchSessionKey)/Libri%20di%20Alice%20Munro/(enableEinaudiScore)/true/

Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, Ponte alle Grazie: In un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, gli Stati Uniti sono divenuti uno Stato totalitario, basato sul controllo del corpo femminile. Difred, la donna che appartiene a Fred, ha solo un dovere da compiere nella neonata Repubblica di Galaad: garantire una discendenza alla élite dominante. Il regime monoteocratico di questa società del futuro, infatti, è fondato sullo sfruttamento delle cosiddette ancelle, le uniche donne che, dopo la catastrofe, sono ancora in grado di procreare. Ma anche lo Stato più repressivo non riesce a schiacciare i desideri e da questo dipenderà la possibilità e, forse, il successo di una ribellione.
Comparso per la prima volta in Italia negli anni Ottanta, il romanzo della Atwood conserva tutt’oggi la sua attualità. Mito, metafora e storia si fondono per sferrare una satira energica contro i regimi totalitari. Ma non solo: c’è anche la volontà di colpire, con tagliente ironia, il cuore di una società meschinamente puritana che, dietro il paravento di tabù istituzionalizzati, fonda la sua legge brutale sull’intreccio tra sessualità e politica.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2013/07/31/the-handmaids-tale/

Margaret Atwood, La donna da mangiare, Corbaccio: Marian McAlpin è una giovane donna canadese spiritosa e ben educata. Ha un lavoro insoddisfacente per le “Indagini di mercato Seymour”, un fidanzato di nome Peter e un’amica femminista con cui divide l’appartamento. Un giorno Marian diventa matta, o pensa di esserlo diventata dato che all’improvviso smette di mangiare. Il fatto è che non riesce più a capire la differenza fra sé e il cibo. È come se vivesse nel terrore di essere divorata. Dal lavoro, dagli amici, dal fidanzato. E per non farsi mangiare, non mangia. Comincia così una riscossa tragicomica contro tutti i potenziali divoratori.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2013/06/18/the-edible-woman/

Tutti i libri di Margaret Atwood: http://it.wikipedia.org/wiki/Margaret_Atwood#Opere

Douglas Coupland, Generazione X, Mondadori: La fuga verso l’ignoto di tre amici delusi dalla civiltà tecnologica, alla ricerca di cambiamenti drastici che diano un significato alla vita.

Douglas Coupland, Tutte le famiglie sono psicotiche, Isbn: Tutte le famiglie sono un po’ psicotiche. Ma i Drummond, perfetto concentrato delle nevrosi dei nostri tempi, lo sono molto più di altre. Janet, la mamma, è sieropositiva per colpa del figlio Wade. Che, come se non bastasse, ha trasmesso la malattia anche alla nuova moglie-trofeo di suo padre, il burbero Ted. Bryan, il fratello depresso, ha tentato il suicidio un paio di volte per poi fidanzarsi con una pseudo-no-global dal nome incomprensibile, Shw. L’improbabile gruppo si riunisce dopo anni per assistere al viaggio nello spazio dell’astronauta di famiglia, Sarah. L’incontro sarà il detonatore di una serie di eventi imprevedibili sotto il cielo della Florida, tra Disney World e Cape Canaveral, all’inseguimento di una busta misteriosa, alle prese con un losco uomo d’affari dal cuore tenero e in fuga da una bizzarra coppia di trafficanti di neonati. Tutte le famiglie sono psicotiche è una storia esplosiva, ricca di dialoghi brillanti, colpi di scena e situazioni paradossali. Divertente come i Tenenbaum, emozionante come Little Miss Sunshine, questo libro ci racconta i vizi, le follie e i sogni di una famiglia disfunzionale impossibile da dimenticare.

Tutti i libri di Douglas Coupland: http://it.wikipedia.org/wiki/Douglas_Coupland#Opere

Mordecai Richler, La versione di Barney, Adelphi: Approdato a una tarda, linguacciuta, rissosa età, Barney Panofsky impugna la penna per difendersi dall’accusa di omicidio, e da altre calunnie non meno incresciose diffuse dal suo arcinemico Terry McIver. Così, fra quattro dita di whisky e una boccata di Montecristo, Barney ripercorre la vita allegramente dissipata e profondamente scorretta che dal quartiere ebraico di Montreal lo ha portato nella Parigi dei primi anni Cinquanta (con l’idea di assumere il ruolo di «scrittore americano a Parigi»), e poi di nuovo in Canada, a trasformare le idee rastrellate nella giovinezza in sitcom tanto popolari quanto redditizie, grazie anche a una società di produzione che si chiama opportunamente Totally Unnecessary Productions. Barney ci parla delle sue tre mogli – una poetessa esistenzialista, una miliardaria dai robusti appetiti e dalla chiacchiera irrefrenabile, e Miriam, l’adorata Miriam, che lo ha appena lasciato. Ci racconta le sue passioni, come chiosare i quotidiani, o ascoltare nella notte Miriam alla radio. Ci descrive i suoi intrattenimenti, come immaginare Terry McIver che si dibatte in un mare infestato di squali, o lanciare galosce verso l’attaccante della sua squadra di hockey che ha appena sbagliato un gol. Ci aggiorna sulle sue ubbie (non ricordare i nomi dei sette nani) e sui rimedi che escogita (domandarli a un figlio dall’altra parte del mondo, incurante della differenza di fuso). E ci chiede di partecipare alle sue consolazioni, accompagnandolo a deporre sulla tomba del padre, anziché il sassolino rituale, un sottaceto e un tramezzino al pastrami. Questo è Barney Panofsky, personaggio fuori misura, insofferente di tutto ciò che ottunde la vita. E questa è una delle storie più divertenti che ci siano state raccontate da molto tempo.
La versione di Barney è apparso per la prima volta nel 1997.

Mordecai Richler, Solomon Gursky è stato qui, Adelphi: A chi lo incensava come l’inimitabile cantore del microcosmo ebraico di St Urbain Street, Mordecai Richler rispose da par suo, e cioè facendo saltare il tavolo con questo romanzo, il suo penultimo. Qui il racconto abbraccia infatti due secoli, due sponde dell’Atlantico e cinque generazioni di una dinastia ebraica in cui tutto è smisurato: vitalità, ricchezza, lusso, inclinazione al piacere in ogni sua forma. Ma nessuna grande famiglia è senza macchia, e la macchia dei Gursky si chiama Solomon, rampollo in disgrazia che pare essere stato presente, come Zelig più o meno negli stessi anni, in tutti i momenti cruciali del ventesimo secolo – la Lunga Marcia, l’ultima telefonata di Marilyn, le deposizioni del Watergate, il raid di Entebbe. Solomon rimarrebbe tuttavia un mistero, se della sua fenomenale parabola non decidesse di occuparsi il più improbabile dei biografi, Moses Berger, ex ragazzo prodigio rovinato dal rancore, dall’alcol, ma soprattutto dalle sue stesse maniacali indagini intorno a un unico soggetto: i Gursky. I lettori di Barney avranno certamente riconosciuto gli ingredienti base di ogni Richler da collezione: a sorprenderli, stavolta, sarà la loro imprevedibile miscela.
Solomon Gursky è stato qui è stato pubblicato per la prima volta nel 1989.

Tutti i libri di Mordecai Richler: http://it.wikipedia.org/wiki/Mordecai_Richler#Opere

Yann Martel, Io, Paul e la storia del mondo, e/oIo, Paul e la storia del mondo  è il racconto di un’amicizia tra due giovani. Uno dei due scopre di aver preso l’AIDS per  una trasfusione a seguito di un incidente automobilistico. Di fronte alla prospettiva della morte dell’orrore della malattia, i due giovani inventano un gioco in cui dovranno ricostruire la storia di una famiglia attraverso tutto il secolo ventesimo, proponendo per ogni anno del secolo un avvenimento storico di particolare rilevanza.
Naturalmente la storia così inventata e soprattutto i fatti storici rievocati rispecchieranno l’andamento della malattia di Paul: ottimisti, positivi, buoni, quando ci sono dei miglioramenti nella salute; oscuri e disperati quando la malattia andrà avanti spietata.
Attraverso questo gioco, i due ragazzi sperano di vincere l’orrore della morte con il potere dell’immaginazione e della cultura. Sarà un gioco disperato e crudele, che però porterà anche una luce nella malattia di Paul. Si vedrà anche come la lettura della storia cambia a seconda degli stati d’animo soggettivi dei protagonisti.
Un romanzo tragico che è un tributo al potere dell’immaginazione e che ha rivelato uno dei principali scrittori canadesi di oggi.

Yann Martel, Self, Piemme: Lui ha cinque anni e adora bollire le carote, vederle lentamente cambiare di forma. La trasformazione lo affascina, da sempre. Come quella dei panni in lavatrice, che entrano sporchi, vengono travolti dal diluvio universale ed escono limpidi e redenti.
È convinto che non debbano esistere differenze tra uomini e donne, solo tra amici e nemici. E crede fermamente che negli occhi di chi è innamorato si possano vedere pesci che nuotano felici. D’altra parte, non è forse vero che le lacrime sono salate e che l’amore è un sentimento grande come un oceano?
Come quello per Noah, suo compagno d’asilo. E dove sta scritto che, solo perché tra le gambe hanno entrambi un ditino che spunta, non possono sposarsi, ma devono soltanto essere migliori amici? E perché invece i vermi possono essere maschi e femmine contemporaneamente?
Poi, in un attimo, la scoperta del corpo che cambia travolge ogni cosa: è l’adolescenza, il tripudio degli ormoni, della scoperta, del sesso. Lui si iscrive al college, si masturba, studia, si masturba, finisce il college, si masturba ancora.
Fino a una notte in Portogallo, durante un viaggio, quando compare lei e di colpo il mondo è diverso. Lei frequenta l’università, scrive racconti, viaggia, s’innamora.
Lei è lui. Lui è lei.
Uguali.
Diversi.
Uniti. Distinti. O forse entrambe le cose.
Fino al colpo di scena finale.

Yann Martel, Vita di Pi, Piemme: Piscine Molitor Patel è indiano, ha sedici anni, è affascinato da tutte le religioni, e porta il nome di una piscina. Nome non facile che dà adito a stupidi scherzi e giochi di parole. Fino al giorno in cui decide di essere per tutti solo e soltanto Pi. Durante il viaggio che lo deve condurre in Canada con la sua famiglia e gli animali dello zoo che il padre dirige, la nave mercantile fa naufragio. Pi si ritrova su una scialuppa, alla deriva nell’Oceano Pacifico, in compagnia soltanto di quattro animali. Tempo pochi giorni e della zebra ferita, dell’orango del Borneo e della iena isterica non resta che qualche osso cotto dal sole. A farne piazza pulita è stato Richard Parker, la tigre del Bengala con cui Pi è ora costretto a dividere quei pochi metri. Contro ogni logica, il ragazzo decide di ammaestrarla. La loro sfida è la sopravvivenza, nonostante la sete, la fame, gli squali, la furia del mare e il sale che corrode la pelle. Il loro è un viaggio straordinario, ispirato e terribile, ironico e violento, che ci porta molto più lontano di quanto avessimo mai potuto immaginare. A scoprire che la stessa storia può essere mille altre storie. E che riaccende la nostra fede nella magia e nel potere delle parole.
Acclamato come un nuovo classico dalla critica, Vita di Pi è un libro unico, miracolosamente sospeso tra realismo e magia, un po’ romanzo di avventura e un po’ favola surreale dall’inattesa anima nera.

Yann Martel, Beatrice e Virgilio, Piemme: Una manciata di personaggi
Beatrice e Virgilio: un asino e una scimmia urlatrice.
Henry: ex scrittore, famoso suo malgrado.
Henry (2): tassidermista, sta scrivendo una commedia.
La loro storia
Henry riceve una pesante busta, in apparenza una delle tante che gli arrivano da lettori nostalgici. Sul biglietto che la accompagna, una richiesta di aiuto e un indirizzo, che lo conduce alla Tassidermia Okapi, il negozio di Henry (2), strabiliante regno di animali impagliati. Due di questi, Beatrice e Virgilio, sono i protagonisti della commedia che il tassidermista sta scrivendo, e che vuole lasciare nelle mani esperte di Henry perché non riesce a terminarne la stesura.
Ma dietro la semplicità della favola la storia dei due animali è una metafora della più grande tragedia dell’umanità:
«Gli animali sono stati sterminati, cancellati per sempre. La mia commedia parla di questo irreparabile abominio».
E la follia che, fuori e dentro la finzione, si impossessa dei personaggi condurrà a un epilogo inatteso e drammatico.
Un’affascinante storia di parole, vergogna e memoria. Una lettura inedita, visionaria e poetica.
Il primo capitolo: http://api2.edizpiemme.it/uploads/2014/02/estratto-5661551-beatrice.pdf

The Handmaid’s Tale

Margaret Atwood, The Handmaid’s Tale, Seal Books, 1985. 402 pagine.

Questo è il libro più bello che abbia letto nell’ultimo anno. Superato da nessuno. Ho sentito dire molte volte “il libro più terribile che abbia mai letto”. Lo è. Una distopia agghiacciante, ma di quelle fatte veramente bene.

Siamo negli ex Stati Uniti, ora Repubblica di Gilead, intorno agli anni Ottanta del Novecento (lo stesso periodo in cui Atwood scrive). La Repubblica di Gilead è un regime teocratico.

La protagonista e voce narrante è Offred, ma questo non è il suo vero nome, significa solo “di Fred”, “of Fred”, ed è in questo modo che è formato il nome di tutte quelle della sua specie. Le ancelle, vestite completamente di rosso, con un solo particolare bianco: le “ali” ai lati del viso, che impediscono loro di vedere e di essere viste. Ogni ancella prende il nome del suo proprietario, perché l’ancella è una schiava: una schiava del sesso.

In questa società infatti molte donne sono diventate sterili (non gli uomini: è reato dire che gli uomini possano essere sterili) e i bambini che nascono sono spesso deformi o nascono morti, a causa delle radiazioni e dell’incredibile inquinamento chimico presenti nell’aria. Per questo i Comandanti e le loro Mogli si devono affidare alle Ancelle, schiave che vengono “scopate” (non copulate, non violentate, perché tutto questo implicherebbe due persone mentre questo atto implica solo il Comandante) nel corso di una cerimonia nella quale anche la Moglie è presente. Il Comandante scopa, l’Ancella, completamente vestita eccetto per la parte strettamente interessata, non si muove. L’Ancella non viene violentata, perché ha avuto una, seppur flebile, possibilità di scelta. Poteva infatti scegliere di essere mandata nelle Colonie, insieme alle “Unwomen”, le non-donne (non so come abbiano reso questo termine nella traduzione italiana), dove sarebbe stata destinata a morte certa, messa a raccogliere i rifiuti tossici.

Offred ha invece deciso di andare avanti, di sopravvivere comunque. Ci racconta la storia del presente, nella famiglia del Comandante di cui è schiava, le piccole trasgressioni come ad esempio parlare con una compagna mentre vanno al mercato, le grandi privazioni come il divieto di leggere, tanto che anche i negozi non hanno nomi, perché le Ancelle non ne siano sviate, ma solo figure. Ci racconta anche del passato, della vita subito prima l’uccisione del presidente, di come le cose sono diventate quelle che sono. E racconta in una maniera potentemente bella, la Atwood dà mostra di una scrittura assolutamente perfetta.

Terribile, questo libro, per tanti particolari della vita quotidiana nella Repubblica di Gilead, che non voglio raccontare per non togliere il gusto della lettura a chi lo volesse leggere.

È una distopia, come tale non piacerà a tutti, è anche un libro pesantissimo, un vero pugno allo stomaco, ma va letto, lo consiglio a tutti, perché è bellissimo e perché come tutte le distopie ci svela quello che potremmo essere se portassimo agli estremi certe nostre idee.

* Una recensione molto consigliata per chi sa l’inglese.
* Il sito dell’autrice.
* Margaret Atwood in italiano.
* Una recensione in italiano (il libro in italiano si intitola Il racconto dell’ancella, ma se potete leggetelo in inglese perché perdereste un sacco di giochi di parole e giochi sulle parole).
* Il film tratto dal libro.

Questa recensione partecipa alla sfida delle “letterature altre” ed è pubblicata anche sul relativo blog.