Jodi Taylor, Doing Time

Jodi Taylor, Doing Time, Headline, 2019.

Jodi Taylor è una prolifica scrittrice inglese di cui ho sentito parlare per la prima volta tempo fa grazie a qualche newsletter che ora non ricordo di preciso. Era appena uscito in Italia La confraternita degli storici curiosi, primo libro della serie delle Cronache del St Mary’s, che nel mondo anglosassone è uscito nel 2013. Quel libro mi ha molto incuriosita ma non l’ho ancora letto, poi mi sono imbattuta in quest’altra serie, The Time Police, che è uno spin-off della precedente. Non so per quale motivo ho deciso di leggere prima questa, dato che si svolge in anni successivi, ma devo dire che non l’ho sentito come un problema durante la lettura. Probabilmente conoscendo già i personaggi e il mondo in cui si svolgono queste vicende avrei apprezzato di più questo libro, ma l’ho trovato ottimo anche da leggere da solo, senza il supporto preliminare degli altri libri.

Doing Time, uscito in Inghilterra nel 2019, non è stato tradotto in italiano, il che non sorprende se pensiamo che dei 13 libri delle Cronache del St Mary’s ne sono stati tradotti solo tre (per ora).

In questo libro ci troviamo al cospetto della Polizia del Tempo: i viaggi nel tempo sono ormai illegali in tutto il mondo, da quando i viaggiatori hanno preso a interferire con la Storia cambiandone il corso. Gli unici che ancora hanno il permesso di viaggiare nel tempo sono, oltre ovviamente alla Polizia del Tempo, gli storici del St Mary’s, per motivi accademici.

All’inizio del romanzo ci vengono presentati tre giovani personaggi che saranno poi i protagonisti di questo e degli altri libri della serie: Jane Lockland, una ragazza un po’ “sfigata” che vive con la nonna-arpia; Luke Parrish, classico figlio di papà ricchissimo e fatuo; Matthew Farrell, figlio di due storici del St Mary’s. Per una serie di motivi tutti e tre si troveranno a lavorare per la Polizia del Tempo e li troviamo qui dopo la formazione teorica, all’inizio del loro apprendistato sul campo. Sono un team sfigato già in partenza: i team di solito sono composti di quattro persone ma loro sono solo in tre, per giunta odiati e tenuti a distanza da tutti per le loro stranezze.

Il libro è un po’ fantascienza, un po’ avventura, un po’ umoristico e un po’ giallo. Devo dire che quando è arrivata la parte gialla ho pensato che l’autrice stesse mettendo un po’ troppa carne al fuoco, ma anche quella parte si armonizza perfettamente con il resto ed è necessaria per lo svolgersi dell’azione.

Se vi piacciono i viaggi nel tempo fa per voi, ma anche se vi piace la fantascienza umoristica, un po’ à la Douglas Adams per intenderci. Si ride molto, ci si appassiona, si impara ad amare questi tre personaggi così particolari pur con tutte le loro idiosincrasie. Personalmente, non vedo l’ora di leggere il secondo della serie e, certo, anche le Cronache del St Mary’s.

Bram Stoker e Valdimar Ásmundsson, I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato – 1901

Bram Stoker e Valdimar Ásmundsson, I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato (tit. originale Makt Myrkranna), Carbonio Editore. Traduzione dall’inglese di Matteo Curtoni e Maura Parolini.

Questo è un libro particolarissimo, che suscitò un certo interesse all’epoca della sua pubblicazione in Italia, nel 2019.

Cominciamo dall’inizio. È una traduzione italiana dall’inglese, a sua volta una traduzione dall’islandese, a sua volta una traduzione dallo svedese, a sua volta una traduzione dall’inglese. Vi sta girando la testa e non ci pensate per niente a prendere in mano questo libro neanche per errore? Fermatevi, non lasciatevi scappare un’opportunità e lasciatemi spiegare.

Il testo di base è Dracula di Bram Stoker, che di certo non ha bisogno di presentazioni. Uscito nel 1897, nel 1899 fu tradotto in svedese, versione presa come base per la traduzione islandese uscita a puntate su un giornale locale nel 1900 e poi pubblicata in forma di libro nel 1901. A quanto pare, e per quanto possa sembrare incredibile, nessuno si era mai accorto, fino a qualche anno fa, che la traduzione islandese era ben lungi dall’essere una traduzione fedele dell’originale. Ma non si tratta di qualche libertà presasi dal traduttore, qualche licenza poetica o qualche errore. Non è solo il fatto che Jonathan Harker si chiama Thomas e Mina è Wilma, mentre Lucy Westenra è Lucia Western. È qualcosa che va molto più in profondità. Makt Myrkranna è una riscrittura di Dracula. Probabilmente basata su appunti di Bram Stoker e probabilmente, addirittura, Stoker stesso ha in qualche modo collaborato con Valdimar per la scrittura di questo libro. Perciò, nel 2017 Hans Corneel de Roos decide di ritradurre in inglese questa peculiarissima edizione islandese, che ha solo preso spunto da quella svedese, così come ha solo preso spunto dall’originale.

Il testo è corredato da introduzione, prefazione, postfazione e oltre 400 note: una chicca per studiosi, ma anche un libro di grande interesse per tutti gli appassionati di Dracula (certamente, guardatevi bene dal leggere I poteri delle tenebre prima di aver letto Dracula, se proprio siete fra quei pochi che non lo hanno ancora letto).

Il romanzo di Valdimar prende a pienissime mani da quello di Stoker, ma non è lo stesso romanzo. Assolutamente. I poteri delle tenebre è molto più erotico e molto più dark (anche se, in quanto a sensualità dark, il battesimo di sangue di Mina per me rimane inarrivabile). La prima parte, quella dove Jonathan (qui Thomas) Harker racconta il proprio soggiorno al castello del conte Dracula, è molto più lunga dell’originale e vi sono numerose differenze. Per fare un esempio, Harker non incontra tre donne conturbanti ma una sola, bellissima donna, che vede più volte e con la quale ha incontri anche parecchio “ravvicinati”. Ma le differenze non si fermano certo qui. Il conte risulta estremamente più malevolo che nell’originale, per quanto certamente lo fosse già in origine.

La seconda parte invece è enormemente condensata (se vi interessa, de Roos indica anche la differenza quantitativa di parole tra l’originale e la “traduzione”) e sembra molto tirata via. È composta da alcuni capitoli di appena qualche pagina l’uno, dove tutto viene raccontato con grande rapidità e, verrebbe da dire, sciatteria, quasi. Renfield non compare, il dottor Seward finisce per impazzire, la stessa fine del conte è diversa da quella che ci ha dato Stoker. Diciamo pure che la seconda parte fa perdere numerosi punti al libro, mentre la prima è veramente interessante.

Per concludere, è un libro estremamente interessante per tutti gli appassionati di Dracula e potete scegliere di leggerlo come un semplice romanzo o come un inestimabile documento, seguendo tutte le 400 e passa note di de Roos. Per parte mia, sono felice di averlo letto, anche se è ovvio che il romanzo di Stoker resta inarrivabile.

Neil Gaiman, The Graveyard Book (Il figlio del cimitero)

Neil Gaiman, The Graveyard Book, HarperCollins.

Ho detto più volte di avere un rapporto di amore-odio con Neil Gaiman, ma devo dire che andando avanti mi devo ricredere: altro che amore-odio, è un amore viscerale. È vero, non ho amato tanto alcuni suoi libri, ma casualmente sono stati i primi che ho letto, forse semplicemente non ero ancora pronta per l’incontro con questo autore straordinario.

The Graveyard Book, tradotto in italiano con il bel titolo Il figlio del cimitero, è secondo me uno dei più belli di Gaiman. Difficile scegliere quali siano i suoi migliori, in realtà, dato che ho trovato stupendi tutti quelli che ho letto negli ultimi anni. Però questo si classifica particolarmente in alto.

Non so perché sia a volte presentato come uno young adult, dato che il protagonista è un bambino per la maggior parte del libro (assistiamo alla sua crescita, ma gli anni centrali sono quelli dell’infanzia). Tuttavia, come quasi tutti i libri di Gaiman, non è un libro per bambini, ma per adulti; penso che i bambini ne sarebbero spaventati, ma invece magari va bene anche per loro, chissà.

Un bimbo sfugge a un assassino che ha ucciso tutta la sua famiglia e viene adottato dagli abitanti del vicino cimitero. Il bimbo si chiamerà Nobody “Bod” Owens, già di per sé un nome piuttosto strano (per chi non mastica l’inglese, “Nobody” vuol dire “Nessuno”). Bod crescerà a metà fra il mondo dei vivi e quello dei morti, sebbene si senta più parte di quest’ultimo dato che i genitori e il suo guardiano cercano in tutti i modi di impedirgli di lasciare il cimitero, perché fuori è troppo pericoloso per lui.

Il libro è strettamente legato al mondo del sovrannaturale ed è ovvio che sia così, essendo ambientato fra i morti di un cimitero. Potremmo dire che sia un fantasy di quelli senza mostri e draghi, potremmo dire che sia weird fiction, potremmo dire tante cose, ma io direi che principalmente è una storia bellissima.

La parte che mi è piaciuta di più è quella in cui i vivi e i morti si incontrano per la danza macabra, un tripudio di immagini e suoni in cui Gaiman ha dato il suo meglio. Cinematografico, direi.

Forse potremmo chiamarla una storia di formazione, dato che Bod deve imparare a trovare se stesso al confine tra i due mondi di cui fa parte. Di certo è una storia che consiglio caldamente. Davvero un libro stupendo.

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Per ampliare i miei orizzonti di lettura, questa volta ho scelto un libro classificato nel genere juvenile fantasy, ovvero fantasy per ragazzi.

Richard Marsh, The Seen and the Unseen – 1900

Richard Marsh, The Seen and the Unseen, Wikisource.

Di Richard Marsh avevo letto i bellissimi The Beetle e The Datchet Diamonds, due libri molto diversi tra loro, poi ho letto da qualche parte che The Seen and the Unseen sarebbe uno dei suoi libri migliori in quanto Marsh darebbe il meglio nei racconti, perciò quando l’ho trovato su Wikisource ho deciso che non potevo lasciarmelo scappare. È anche il primo libro che leggo per il mio giro del Novecento in letteratura.

Il livello di questi racconti è davvero molto alto e avrei dato pieni voti se non fosse stato per due racconti che, per quanto molto interessanti nella risoluzione, ho trovato estremamente noiosi in quanto parlano di due mondi per me privi di interesse, ovvero le corse dei cavalli e il rugby. Gli altri però sono bellissimi e a volte eccezionali.

Il mio preferito è senza dubbio il primo della raccolta, “A Psychological Experiment”. Due uomini si trovano insieme in una sorta di club: si parla di omicidi e suicidi e uno dei due, seccato e annoiato dalla conversazione, si trova a parlare con l’altro. Il tema della conversazione fra i due però non cambierà, anzi. È un racconto un po’ horror e un po’ weird, sicuramente molto inquietante. Ci sono un omicidio, animali striscianti, una misteriosa scatola, un assassino e la sua vittima. In effetti quello che avviene è un esperimento psicologico, come dice il titolo, e sia il risultato che soprattutto lo svolgimento sono davvero interessanti. L’angoscia è palpabile, l’orrore è strisciante come i rettili che fanno da comprimari nel racconto.

Mi è piaciuto moltissimo anche “The Photographs”, dove le protagoniste sono, appunto, delle strane fotografie fatte in una prigione. Un prigioniero viene fotografato per gli archivi della polizia, ma insieme a lui nelle foto sembra esserci sempre una donna che però, come testimoniano gli altri presenti alla sessione fotografica, non era assolutamente nella stanza quando sono state fatte le foto. Un fantasma? Anche questo un racconto inquietante, ma insieme anche romantico.

A seguire, “A Pack of Cards” e “The Violin” sono entrambi eccellenti anche se a questo punto la vena vagamente horror dei primi due racconti si perde e non comparirà più nel corso della raccolta. Nel primo racconto citato tutto ruota intorno a un mazzo di carte destinato a far vincere sempre il proprietario: evidentemente truccato, c’è però di mezzo anche un fantasma… forse. Un fantasma compare anche nel secondo racconto, dove un violino viene suonato da una persona che non si vede: suona sempre lo stesso pezzo, scritto da un amico del protagonista, il quale crede che l’amico scomparso sia tornato e stia appunto suonando il violino.

Mi è piaciuto moltissimo anche “A Double-Minded Gentleman”, storia di un doppelgänger o, come si direbbe oggi, di una dissociazione. Questo non ha niente di horror né ci sono fantasmi, ma ha del bizzarro e si vuole scoprire cosa sta succedendo. Chi sono i due uomini che sembrano due gocce d’acqua?

Infine, ho amato molto “The Houseboat”, dove tornano ad apparire dei fantasmi a bordo di una barca e i due protagonisti rivivono loro malgrado la scena di un omicidio accaduto qualche tempo addietro.

Non male gli altri racconti, fatti salvi appunto i due che dicevo all’inizio. C’è sempre qualcosa di inquietante e di sinistro nella maggior parte dei racconti (non proprio in tutti). Compare il sovrannaturale, ma compaiono anche i semplici casi della vita che rendono la vita bizzarra e le vicende incomprensibili ai protagonisti fino al disvelamento finale. Per me, Richard Marsh era un vero maestro ed è ingiustamente dimenticato.

Robert Aickman, Cold Hand in Mine (Suspense)

Robert Aickman, Cold Hand in Mine, Faber & Faber.

Questa raccolta di racconti, uscita nel 1975, è stata pubblicata in Italia da Mondadori nella collana Oscar Horror con l’orrendo titolo Suspense. Il libro è uscito nel 1990 e credo sia ormai fuori catalogo, in ogni caso se riuscite a recuperarlo (quello in inglese è facilissimo da reperire in cartaceo e in ebook) ve lo consiglio.

Robert Aickman è considerato uno dei grandi della weird fiction della nuova scuola, per cui non potevo esimermi dal leggere qualcosa di suo. Devo dire che ho fatto fatica a ingranare coi primi racconti e ho iniziato a pensare che questa fama fosse un poco esagerata, ma a un certo punto la qualità si alza tantissimo.

I due racconti che ho preferito (ex aequo) sono The Hospice e The Clock Watcher.

Il primo parla di un uomo che, a causa del suo scarso senso dell’orientamento, finisce per perdersi durante un viaggio in macchina: sta per finire la benzina e perciò, trovandosi di fronte a una pensione, decide di fermarsi a cenare e a chiedere una tanica di benzina. Come tutti sappiamo, quando ti sei perso e arrivi a un motel/hotel/pensione in mezzo al nulla, non è mai una buona idea fermarsi, come ci hanno insegnato innumerevoli libri e film horror. Ma il nostro protagonista non deve averli letti/visti e quindi si ferma.

Nel secondo racconto invece vediamo una giovane coppia di sposi poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, lui inglese e lei tedesca. La donna, Ursula, ha una strana e ossessiva passione per gli orologi a muro e cucù, che colleziona senza alcun senso della misura.

Molto bello anche Pages from a Young Girl’s Journal, nel quale una ragazza inglese è in vacanza in Italia insieme ai genitori ai tempi in cui anche Lord Byron si trova nel nostro paese. Bello il contenuto, ma bella anche la resa, perché Aickman lo scrive in perfetto stile e linguaggio ottocentesco, dato che si tratta del diario di una ragazza vissuta nell’Ottocento.

Bellissimo anche The Same Dog, nel quale assistiamo all’amicizia fra due bambini, fra i quali viene a frapporsi uno strano e aggressivo cane…

Per niente male The Swords, dove un uomo assiste a uno stranissimo spettacolo in un luna park, con protagonisti un imbonitore annoiato e una donna bellissima.

Gli altri (sono otto in tutto) li ho trovati carini ma nulla di più.

Mi rendo conto di aver scritto pochissimo riguardo a ciò che succede in questi racconti, ma non voglio certo privarvi del piacere della scoperta, perché vi garantisco che è meglio se ci arrivate senza sapere nulla di più di quanto vi ho detto.

La scrittura di Aickman è eccellente e, come dice la postfazione, pare fuori dal suo tempo, nel senso che sembra più un autore del primo Novecento che della seconda metà del secolo. Una scrittura elegantissima. Le atmosfere sono weird e sinistre, forse ci sono tocchi di soprannaturale ma tutto rimane all’immaginazione del lettore, non vengono mai date spiegazioni in proposito a quello che succede. In alcuni casi i finali sono aperti, in un caso addirittura il racconto termina bruscamente proprio quando sembra che l’autore stia per svelarci qualcosa. Personalmente odio i finali aperti, ma in questo caso li ho apprezzati (ecco, magari quello bruschissimo un po’ meno) perché contribuiscono enormemente a mantenere e anzi aumentare quell’atmosfera sinistra e inquietante. Il lettore vorrebbe sapere cosa sta succedendo, in un certo senso sarebbe un modo per tranquillizzarsi dopo atmosfere così bizzarre e spesso angosciose, invece Aickman non ci dà questa soddisfazione, anzi decide di mantenerci sulle spine per sempre.

Devo dire dunque che il giudizio finale è molto positivo e penso che leggerò altro di Aickman.

Se volete, qui trovate i titoli italiani dei racconti.