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Richard Marsh, The Beetle

Richard Marsh, The Beetle, pubblico dominio.

Quando uscì nel 1897, The Beetle diventò ben presto più famoso di Dracula, pubblicato lo stesso anno. Venne però dimenticato abbastanza rapidamente, tanto che per anni è stato fuori catalogo nei paesi di lingua inglese. Mai tradotto in italiano, sarebbe ora che qualche casa editrice (per esempio Edizioni Hypnos) si decidesse a renderlo disponibile ai lettori del nostro paese. Penso infatti che i lettori dell’epoca avessero ragione e che questo romanzo abbia poco da invidiare al ben più noto libro di Bram Stoker.

The Beetle è un romanzo inquietante, bizzarro e, se vogliamo, spaventoso, almeno per i canoni dell’epoca. Oggi magari siamo abituati a romanzi ben più forti e questo potrebbe non farci così tanta paura, anche se penso che in quanto a inquietudine e brividi si difenda ancora egregiamente.

Il romanzo si divide in quattro parti, o libri, ciascuna narrata da un personaggio diverso. Nella prima, troviamo il narratore Robert Holt povero in canna e rifiutato dalla casa dei poveri. Perciò è costretto ad arrangiarsi come può e finisce per intrufolarsi in una casa dove trova una finestra aperta. E qui inizieranno tutti i guai, non solo suoi, ma di tutti i personaggi del romanzo. L’inquietante inizia subito, dato che immediatamente Robert Holt viene a trovarsi al cospetto di un immondo insetto, lo scarabeo del titolo. In seguito verrà ipnotizzato da uno strano e inquietante personaggio di sesso non meglio definito, e la sua storia si intreccerà indissolubilmente con quella del politico Paul Lessingham e, di conseguenza, con quella della sua fidanzata Marjorie Lindon e del loro comune amico Sydney Atherton, un inventore. Tutto, ovviamente, ruota intorno allo scarabeo del titolo.

L’idea di far narrare la storia da quattro dei personaggi principali è buona e contribuisce a creare punti di vista multipli e quindi a fornire maggiori informazioni al lettore. Ogni parte, ovviamente, fa spiccare la personalità e il modo di esprimersi del personaggio che la narra, e anche questo l’ho trovato interessante. Il mistero dello scarabeo e della sua connessione con Paul Lessingham si disvela pian piano quando il lettore riesce a mettere insieme tutti i pezzi del puzzle grazie ai quattro narratori. È dubbio se il romanzo sia più inquietante prima, quando ancora non si riesce a capire come i vari pezzi si colleghino tra loro, o dopo, quando il quadro si fa chiaro e vengono svelate verità innominabili.

C’è chi dice che sia un romanzo pieno di cliché, e magari sarà pure vero, ma a me è piaciuto tantissimo. Fa venire voglia di leggerlo tutto d’un fiato per non interrompere la lettura. Si vorrebbe sapere subito cosa stia succedendo e perché, e in ultimo scoprire quale sarà la fine di uno dei personaggi di cui ovviamente non rivelo il nome. Ok, sarà un romanzo sensazionalistico e che punta a sconvolgere oltre che spaventare, ma io credo che valga davvero la pena di essere letto, magari accanto a Dracula per capire come mai le sorti dei due libri si siano completamente capovolte nel corso degli anni.

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Neil Gaiman, Coraline

Neil Gaiman, Coraline, HarperCollins, 2002.

Neil Gaiman, nell’introduzione (che nella mia edizione è inserita alla fine a mo’ di postfazione), afferma di aver scritto questo libro per i bambini, anzi per la precisione per le sue figlie: i bambini, dice, l’hanno vista come un’avventura, mentre gli adulti hanno avuto gli incubi. Strano se ci pensate, no? Eppure, neanche tanto, se pensiamo alla tradizione delle fiabe, come ad esempio quelle dei fratelli Grimm, che sono truculentissime ma lette con piacere dai bambini di tutto il mondo – seppure edulcorate, certo.

Penso che la storia di Coraline la conoscano un po’ tutti, grazie anche al bellissimo film d’animazione di Henry Selick del 2009, che io, come spesso purtroppo mi accade, ho visto alcuni anni fa, prima di leggere il libro. Ad ogni modo, è presto detto: Coraline va con i genitori a vivere in una nuova casa, dove c’è una porta che apre su un muro di mattoni… o no? Coraline è un’esploratrice, la cosa che ama di più è andare in giro a esplorare i dintorni della nuova casa, per questo è sempre triste nei giorni di pioggia, quando non può uscire. Ed è così che inizia la sua avventura in casa…

Il libro è molto inquietante nonostante sia chiaramente diretto principalmente a un pubblico di bambini, le figure / i personaggi descritti da Gaiman sono veramente bizzarri in un senso negativo, cioè nel senso che fanno paura o comunque mettono a disagio. Altrettanto dicasi per le situazioni che Coraline si trova a vivere.

La scrittura di Gaiman è semplicemente magnifica, visionaria nel senso che sembra di essere nella casa insieme a Coraline, mentre leggevo mi sembrava davvero di essere con lei e vedere tutto ciò che lei stessa vedeva (aiutata, forse, dal ricordo del film). È un libro che mi ha fatto totalmente immergere nelle sue pagine e mi sembrava di viverlo, più che leggerlo.

Ho avuto altri tre incontri con Gaiman in precedenza, il primo con un peisodio di Sandman, bellissimo; il secondo con Buona Apocalisse a tutti!, scritto a quattro mani con Terry Pratchett, che non mi ha entusiasmato per niente; il terzo con American Gods, che ho trovato carino ma niente di più. Diciamo insomma che finora avevo avuto un rapporto un po’ conflittuale con questo autore, non reputandolo eccezionale (se non come lettore: ho avuto modo di sentirlo leggere brani di American Gods in un programma della BBC ed è stata un’esperienza unica), ma provando comunque una grande attrazione nei confronti delle sue strane storie. Ecco, naturalmente non posso ancora dare un giudizio in merito all’autore, ma quel che posso dire è che Coraline è un libro fantastico (in tutti i sensi), che mi ha fatto molto rivalutare Gaiman come narratore estremamente dotato. Sicuramente leggerò altro di suo.

Infine, una nota per le illustrazioni meravigliose di Dave McKean, che per fortuna rendono bene anche in edizione Kindle. Stupende davvero.

Algernon Blackwood, Jimbo

Algernon Blackwood, Jimbo, pubblico dominio.

Questo romanzo, pubblicato originariamente nel 1909, può essere scaricato gratuitamente (in lingua originale inglese) da Project Gutenberg. Non mi risulta che esista una traduzione in italiano.

Algernon Blackwood è uno scrittore inglese nato nel 1869 e morto nel 1951, autore di racconti e romanzi del genere horror soprannaturale e cosiddetto weird fiction. Ha scritto molti libri ma non ci sono molte traduzioni in italiano. Ad oggi, credo che gli unici suoi libri tradotti siano Wendigo, che uscirà fra pochi giorni, il 31 ottobre, per la piccola casa editrice veneta AdiaphoraJohn Silence e altri incubi, pubblicato nel 2010 da UTET e Discesa in Egitto, pubblicato dalla piccola e interessantissima casa editrice Hypnos, dedicata soprattutto alla weird fiction.

Per parte mia, ho letto altri tre suoi libri in inglese, oltre a questo: The Empty House and Other Ghost StoriesThe WendigoThe Willows. Personalmente, è un autore che adoro. L’ho scoperto appena un anno fa grazie a un gruppo su Goodreads che si chiama Literary Darkness e che, come dice il titolo, si occupa di tutto ciò che è variamente “oscuro” e “dark” in letteratura, dall’horror alla weird fiction, dal soprannaturale al gotico. Temo che non possiate vederlo se non siete iscritti, ma se siete su Goodreads e vi piace il genere ve lo consiglio con tutto il cuore: io non lo frequento, nel senso che non ci scrivo, ma seguo con attenzione le raccomandazioni, in particolare dando uno sguardo alla bookshelf. È così che ho scoperto Blackwood e mi sono innamorata ciecamente, appassionatamente. Ora sto cercando piano piano di leggere i suoi libri che trovo perlopiù sul già citato Project Gutenberg.

Ma veniamo al libro. Questo è un romanzo un po’ anomalo nella produzione letteraria di Blackwood, nel senso che il protagonista è un bambino, e sembra iniziare come un libro per bambini. Ci troviamo di fronte alla numerosa famiglia Stone, di cui fa parte il piccolo James detto Jimbo, un bambino dalla fantasia sfrenata, forse oltre quello che è usuale per la sua età. Per “curarlo” da questa sua immaginazione ipertrofica, il padre assume una governante che possa rendere più razionali lui e i suoi numerosi fratelli e sorelle. Tuttavia, la giovanissima governante ottiene purtroppo l’effetto opposto.

I bambini sono affascinati da quella che chiamano la “Casa Vuota” (da notare che The Empty House è il titolo di un altro racconto di Blackwood) e pensano che sia popolata da esseri misteriosi ma buoni. La governante, per far loro passare questa fantasia, racconta loro una storia secondo cui la Casa Vuota sarebbe invece popolata da mostri terribili. La sua speranza è che così i bambini allontanino la loro attenzione dalla casa, dedicandosi invece ad altre attività meno fantasiose. Beh, con Jimbo questo non solo non funziona, ma sortisce l’effetto contrario: il bambino si spaventa terribilmente e crede fermamente alla storia della governante.

Un giorno, scappando dalle vicinanze della casa dove si era spinto senza accorgersene, finisce in un allevamento di mucche e viene incornato da un toro, finendo in grave pericolo. Il bambino perde conoscenza e cade in una sorta di brevissimo coma che, scopriremo, durerà appena tre ore: sufficienti, però, per scatenare la sua fantasia (e quella dell’autore) in un’esperienza extra-corporea fantastica e orribile.

Jimbo si ritrova dunque nella Casa Vuota in compagnia della governante, di un mostro chiamato Fright (terrore, spavento) e di tanti bambini spettrali che sembrano chiamarlo a sé. Questa esperienza extra-corporea e più o meno orrorifica occupa la maggior parte del romanzo.

Il libro, seppure come dicevo anomalo nella produzione di Blackwood, è secondo me stupendo, in quanto descrive questa esperienza extra-corporea come un’esperienza soprannaturale dalle atmosfere vagamente horror. Probabilmente può essere comunque letto come un libro per bambini e forse è per questo che ad alcuni recensori non è piaciuto, ma anche come libro per l’infanzia è anomalo, perché penso che leggendolo un bambino si spaventerebbe molto, a meno che non sia già grandicello. Ad ogni modo è certamente un romanzo che può essere letto dagli adulti, e in effetti io penso che il target sia proprio un pubblico adulto. Lo consiglio vivamente.

Agatha Christie, L’assassinio di Roger Ackroyd – 1926

Agatha Christie, The Murder of Roger Ackroyd, HarperCollinsPublishers, London 2013. Edizione originale 1926.

Di Agatha Christie ho letto molti libri da adolescente, anzi possiamo dire che è stata l’autrice che mi ha davvero appassionata alla lettura. Naturalmente leggevo, e molto, anche da bambina, ma penso di aver iniziato ad amare la lettura proprio con la Christie. C’è stato un periodo in cui amavo particolarmente i gialli, che poi per sovraccarico non ho letto per anni, per poi riavvicinarmi al genere da qualche anno a questa parte, e con grande soddisfazione.

Questo romanzo, originariamente pubblicato nel 1926, è uno dei più famosi e amati di Agatha Christie, ma stranamente non lo avevo mai letto. E devo dire che finora è quello che mi è più piaciuto fra i molti che ho letto di questa grandissima autrice.

Il narratore è il dottor Sheppard, il quale verso l’inizio del libro viene informato con una telefonata che il suo amico Roger Ackroyd è stato trovato morto nella propria casa, proprio pochi minuti dopo che il dottore l’ha lasciato. Si tratta in maniera del tutto evidente di un assassinio, dato che l’uomo è stato pugnalato, ma la stranezza è che la porta era chiusa a chiave dall’interno, sebbene vi fosse tuttavia la possibilità di entrare nello studio dalla finestra, e la probabilità che ciò sia avvenuto. Quella sera Ackroyd aveva chiesto espressamente di non essere disturbato, perché doveva occuparsi di una questione della massima delicatezza e importanza per lui. Chi, dunque, è riuscito nonostante il divieto e la porta chiusa a intrufolarsi nello studio e a uccidere l’uomo?

Si tratta di un giallo insolito, come si vedrà in particolar modo dalla conclusione, sebbene in seguito il format del delitto commesso in una stanza chiusa sia stato ripreso da più parti. Molti recensori hanno scritto che la conclusione è giunta per loro in modo del tutto inaspettato, io invece devo dire che, da un certo punto in poi, un po’ me lo aspettavo, sebbene io di solito non sia per niente brava nello scoprire il colpevole nei romanzi gialli. Questo, tuttavia, non mi ha tolto in alcun modo il piacere della lettura. Il romanzo è scritto benissimo, come altrimenti non potrebbe essere vista l’acclamata autrice, e la soluzione è comunque ingegnosa, anzi lo è molto, specialmente per l’epoca. La Christie è stata senza dubbio maestra in questo genere, e di certo non devo essere io a dirvelo. Ad ogni modo c’è sicuramente un motivo se questa autrice viene considerata la grande signora del giallo. Lo scoprirete leggendo qualsiasi suo romanzo ma, oserei dire, questo in particolare.

Non posso dire molto più di questo perché vi rovinerei tutto il gusto della lettura: più vi approcciate impreparati a questo romanzo e meglio è. L’unica cosa che posso dire è che ve lo consiglio caldamente, più ancora di altri suoi libri.

Angela Carter, La camera di sangue

Angela Carter, The Bloody Chamber, Penguin, London 1979.

Angela Carter in questo breve libro (126 pagine nella mia edizione, ma scritte fitte fitte), riprende le favole della tradizione e le riscrive in chiave dark ed erotica. C’è di tutto: Cappuccetto Rosso, Barbablù, La Bella e la Bestia, ma anche Dracula e i lupi mannari.

Protagonista di queste favole dark è sempre una donna, o meglio una ragazza o anche ragazzina: le eroine sono sempre molto, molto giovani, a volte hanno appena avuto il menarca. Il sangue, infatti, è un altro dei protagonisti di queste riscritture, come si può intuire anche dal titolo e, in questo caso, anche dalla bella copertina con l’illustrazione di Roxanna Bikadoroff.

Le mie storie preferite sono la prima, cioè quella che dà il titolo al libro, e The Lady of the House of Love (non so come sia stato tradotto il titolo in italiano).

Il primo racconto, La camera di sangue, si rifà alla storia di Barbablù. La giovane protagonista si sposa con un uomo molto più grande di lei, che vive in una dimora favolosa e ha già diversi matrimoni alle spalle. Dopo la prima notte di nozze, il marito parte per un viaggio lasciando alla giovane moglie un mazzo di chiavi, con la raccomandazione di non andare in una determinata stanza e il permesso di fare qualsiasi cosa lei voglia in tutte le altre. La ragazza, annoiata, va nella stanza proibita dove trova una vera camera delle torture. Destinata anch’essa alla morte per tortura, viene poi salvata dalla madre che arriva a cavallo.

Nel secondo racconto che ho citato è ripresa la storia di Dracula, ma questa volta il vampiro è una ragazza, anch’essa molto giovane, adolescente. Viene raccontata la sua storia e poi vediamo che un giorno un ciclista inglese arriva al castello e la ragazza-vampira se ne innamora, per poi morire definitivamente essendo ritornata donna vera e propria.

Altro protagonista dei racconti di Carter è lo stile: estremamente ricercato e “letterario”, lo stile dell’autrice è arzigogolato, infiorettato, barocco. Ma non solo barocco, barocchissimo. Saranno più le parole che non conoscete che quelle che avete già sentito (suppongo anche nella traduzione italiana, se è fedele all’originale). Se all’inizio questo stile raffinatissimo è piacevole da leggere, sempre ammesso che la ricercatezza in letteratura vi piaccia, dopo un po’ la scrittura mi è risultata stucchevole perché mi è sembrato di stare in un dizionario barocco. Nel senso che alla lunga sembrava più un esercizio di stile che altro, e forse lo era realmente. C’è da dire tuttavia che lo stile barocco ben si adatta a questo tipo di storie così “scure”.

Alcune storie sono ovviamente meno riuscite, anche se sono la minoranza. In alcuni casi mi pare che Carter si sia spinta un po’ troppo all’estremo, per esempio penso che la necrofilia se la potesse tranquillamente risparmiare. Ad ogni modo il libro mi è piaciuto molto.