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Angela Carter, La camera di sangue

Angela Carter, The Bloody Chamber, Penguin, London 1979.

Angela Carter in questo breve libro (126 pagine nella mia edizione, ma scritte fitte fitte), riprende le favole della tradizione e le riscrive in chiave dark ed erotica. C’è di tutto: Cappuccetto Rosso, Barbablù, La Bella e la Bestia, ma anche Dracula e i lupi mannari.

Protagonista di queste favole dark è sempre una donna, o meglio una ragazza o anche ragazzina: le eroine sono sempre molto, molto giovani, a volte hanno appena avuto il menarca. Il sangue, infatti, è un altro dei protagonisti di queste riscritture, come si può intuire anche dal titolo e, in questo caso, anche dalla bella copertina con l’illustrazione di Roxanna Bikadoroff.

Le mie storie preferite sono la prima, cioè quella che dà il titolo al libro, e The Lady of the House of Love (non so come sia stato tradotto il titolo in italiano).

Il primo racconto, La camera di sangue, si rifà alla storia di Barbablù. La giovane protagonista si sposa con un uomo molto più grande di lei, che vive in una dimora favolosa e ha già diversi matrimoni alle spalle. Dopo la prima notte di nozze, il marito parte per un viaggio lasciando alla giovane moglie un mazzo di chiavi, con la raccomandazione di non andare in una determinata stanza e il permesso di fare qualsiasi cosa lei voglia in tutte le altre. La ragazza, annoiata, va nella stanza proibita dove trova una vera camera delle torture. Destinata anch’essa alla morte per tortura, viene poi salvata dalla madre che arriva a cavallo.

Nel secondo racconto che ho citato è ripresa la storia di Dracula, ma questa volta il vampiro è una ragazza, anch’essa molto giovane, adolescente. Viene raccontata la sua storia e poi vediamo che un giorno un ciclista inglese arriva al castello e la ragazza-vampira se ne innamora, per poi morire definitivamente essendo ritornata donna vera e propria.

Altro protagonista dei racconti di Carter è lo stile: estremamente ricercato e “letterario”, lo stile dell’autrice è arzigogolato, infiorettato, barocco. Ma non solo barocco, barocchissimo. Saranno più le parole che non conoscete che quelle che avete già sentito (suppongo anche nella traduzione italiana, se è fedele all’originale). Se all’inizio questo stile raffinatissimo è piacevole da leggere, sempre ammesso che la ricercatezza in letteratura vi piaccia, dopo un po’ la scrittura mi è risultata stucchevole perché mi è sembrato di stare in un dizionario barocco. Nel senso che alla lunga sembrava più un esercizio di stile che altro, e forse lo era realmente. C’è da dire tuttavia che lo stile barocco ben si adatta a questo tipo di storie così “scure”.

Alcune storie sono ovviamente meno riuscite, anche se sono la minoranza. In alcuni casi mi pare che Carter si sia spinta un po’ troppo all’estremo, per esempio penso che la necrofilia se la potesse tranquillamente risparmiare. Ad ogni modo il libro mi è piaciuto molto.

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Joseph Conrad, Amy Foster

Joseph Conrad, Amy Foster, pubblico dominio.

Questo breve racconto, pubblicato originariamente nel 1901, può essere scaricato gratuitamente e legalmente su Project Gutenberg, mentre a quanto pare in Italia è stato tradotto con lo stesso titolo e allegato a Repubblica alcuni anni fa. Probabilmente è presente sul mercato italiano anche in qualche raccolta di racconti scritti da Conrad. Ad ogni modo vi consiglio di cercarlo e, se lo troverete, dubito che ne rimarrete delusi.

È un racconto molto breve in cui Conrad narra la storia di Yanko (scopriremo il suo nome solo ben oltre la metà del racconto), un naufrago che si è ritrovato solo, sperduto e senza conoscere la lingua sulle coste inglesi, affamato e mezzo annegato, disperatamente bisognoso di aiuto. La storia porta il nome di Amy Foster perché è lei che incontriamo all’inizio del racconto, sebbene rimanga una figura in certo senso di contorno è comunque importantissima per lo sviluppo della storia.

Il dottor Kennedy è a passeggio nel villaggio in compagnia di un amico, e saluta una giovane donna con un bambino. È lei Amy Foster. Per quanto la ragazza sembri un essere completamente privo di interesse, Kennedy sente il bisogno di raccontarne la storia al suo amico. La storia però, come dicevo, non è davvero quella di Amy ma di quello che sarà suo marito, Yanko il naufrago.

Yanko, dopo aver compiuto un vero e proprio viaggio della speranza, partito dai Carpazi e raggirato da coloro che gli hanno consentito di intraprendere questo viaggio che avrebbe dovuto condurlo in America, si ritrova sbalzato sulla costa inglese dopo il naufragio della nave su cui era imbarcato. Nel villaggio si viene ovviamente a sapere dal naufragio ma, poiché vengono ritrovati solo cadaveri e poiché Yanko compare solo in seguito, nessuno mette in connessione l’uomo con la nave naufragata e tutti lo prendono per un pericoloso barbone. Forse anche perché le persone, specie in piccoli villaggi ma non solo, sono portate a vedere “l’altro” come sbagliato, cattivo, pericoloso, piuttosto che a pensare prima di tutto ad aver pietà di una persona bisognosa.

Pertanto gli abitanti del villaggio scacciano Yanko, che non parla una parola della loro lingua e perciò sembra ancora più minaccioso. Solo Amy gli dà un pezzo di pane, e la riconoscenza di Yanko sarà per sempre. In seguito, grazie al salvataggio di una bambina, Yanko inizia a essere visto con occhi un po’ meno sospettosi, ma comunque non è accettato dalla comunità, per i suoi modi così “estranei”. «Alla fine la gente si abituò a vederlo. Ma non si abituò mai a lui.» Così scrive Conrad nel racconto, spiegando la situazione in maniera eccellente. Sebbene vedere una persona possa diventare un’abitudine e quindi qualcosa di naturale, questo non significa che la stessa persona venga accettata: per compiere questa accettazione e integrazione nella società ci sarebbe bisogno di un passo successivo che la gente del villaggio non pensa minimamente di fare.

Conrad, anch’egli immigrato in Inghilterra da quella che allora era la Polonia (il suo paese natale si trova oggi in Ucraina), conosceva dunque bene la diffidenza con cui è visto lo “straniero”. E questa diffidenza, che si trasforma in pura cattiveria, la racconta egregiamente in questo racconto. Conrad è diventato un grandissimo scrittore in una lingua che non era la sua, il protagonista di questo racconto non avrà invece neppure un briciolo di quella fortuna. Ma è proprio questo che rende Joseph Conrad l’autore più adatto a narrare una storia di questo genere, che è poi una storia di ordinario razzismo: ordinario per i tempi, ordinario per la gente che non ci vede niente di male, straordinario e catastrofico per la persona che ne è oggetto, che morirà nella solitudine e di solitudine. E questo nonostante sia sposato con Amy e abbia avuto da lei un bambino, perché sua moglie stessa soccombe al pregiudizio e alle innumerevoli maldicenze che le sono state messe in testa dalla gente, e finisce per avere orrore di suo marito, un tempo tanto amato, solo perché parla in una lingua “strana” al bambino e prega in modo “strano”.

In questo senso Amy Foster è un racconto feroce che mette a nudo chiaramente cosa sia il razzismo e le conseguenze che può avere. Come direbbe William Burroughs, ci fa vedere “il pasto nudo”, cioè precisamente quello che abbiamo nel piatto, ovvero in questo caso come diventiamo quando diamo libero sfogo ai nostri pregiudizi e alle nostre paure nei confronti dell'”altro”.

Questo di Conrad è un racconto che di questi tempi dovremmo tenere tutti sul comodino, forse dovrebbero farcelo leggere alla scuola elementare, così da farci crescere con la chiara idea delle conseguenze orribili che può avere la “paura dell’altro”, o per chiamarla col suo nome, il razzismo.

Doris Lessing, Gatti molto speciali

Doris Lessing, Gatti molto speciali (tit. originale Particularly Cats), Feltrinelli, Milano 2017. Traduzione di Maria Antonietta Saracino.

Doris Lessing con questo libro, pubblicato originariamente nel 1967, ci regala un inno d’amore ai gatti. Impreziosito in questa nuova edizione Feltrinelli dalle bellissime illustrazioni della catalana Joana Santamans.

Per qualche motivo pensavo che si trattasse di un romanzo, mentre invece l’autrice narra le storie dei gatti che ha realmente avuto nella sua vita.

Premio Nobel per la Letteratura nel 2007, Doris Lessing è nata in Persia e cresciuta in Rhodesia, oggi Zimbabwe.

I primi gatti della sua vita sono proprio quelli che ha avuto o da cui è stata circondata nell’infanzia in Africa. Gatti selvatici e gatti domestici, a volte, ma non sempre, inselvatichiti. La madre dell’autrice era addetta all’eliminazione dei gatti “di troppo”, perché altrimenti la famiglia sarebbe stata sommersa dai gatti. Non so infatti se fosse tipico dell’epoca, ma quasi tutti i gatti di Lessing non sono stati sterilizzati e hanno perciò sfornato innumerevoli gattini, che il più delle volte era impossibile tenere e quindi venivano dati via o, come in Africa e una volta anche nel Regno Unito (dove la scrittrice ha trascorso la sua vita adulta), soppressi, sebbene a malincuore.

Protagoniste indiscusse di questo libro sono la gatta grigia e la gatta nera (nessuno dei gatti di Lessing ha un nome), ovvero le due gatte che l’autrice ha ancora con sé al momento in cui scrive il libro. Tuttavia non sono certo le uniche e, se le prime pagine, popolate di gatti africani, sono molto dure a causa degli innumerevoli gatti uccisi, le ultime, in cui si narra di una gatta avuta in precedenza, sempre in Inghilterra, sono molto belle e toccanti. Le storie che hanno per protagoniste la gatta grigia e la gatta nera sono a volte divertenti, a volte tenere, a volte crudeli, sempre deliziose.

È un libro senza pretese, il cui unico intento è celebrare la figura del gatto. Piacerà molto agli appassionati di gatti, ma ho qualche dubbio che possa far innamorare dei gatti chi non li ama già, perché l’autrice non fa mistero dei difetti di questi animali. Tuttavia per gli amanti dei gatti è una lettura praticamente obbligatoria.

Walter de la Mare, La donna in miniatura – 1921

Walter de la Mare, Memoirs of a Midget, pubblico dominio.

Questo romanzo, il cui titolo sarebbe letteralmente traducibile come “Memorie di una nana”, è stato pubblicato in Italia da Alet come La donna in miniatura. Sconsiglio di leggere la presentazione della versione italiana perché, almeno quella presente su Goodreads, è del tutto fuorviante.

Questo romanzo è costituito dalle memorie di una donna piccolissima (trovo il titolo italiano molto azzeccato), la signorina M., di cui non sapremo mai il nome ma soltanto l’iniziale. In queste memorie la signorina M. racconta della sua infanzia e giovinezza, fino ai 21 anni, ovvero la maggiore età a quell’epoca.

Veniamo a sapere che la signorina M. rimane orfana piuttosto presto, perché i genitori muoiono a poca distanza di tempo l’una dall’altro. La ragazza ha pochi soldi di rendita perché il padre ha sperperato tutto, ma questa piccola rendita le consente di andare a vivere con la signora Bowater in un altro paesino del Kent, non lontano da dove è nata e cresciuta. La signora Bowater si affeziona tantissimo alla signorina M., la tratta quasi come se fosse un membro della famiglia, e questo affetto è ricambiato. La signora Bowater ha una figlia, Fanny, che non vive con lei ma va a trovarla durante le feste. Fanny è una ragazza bellissima, intelligente, e la signorina M. se ne innamora perdutamente, non ricambiata. Poco dopo la signorina M. conoscerà un ragazzo più o meno delle sue stesse dimensioni, il quale a sua volta si innamorerà perdutamente di lei, non ricambiato dato che la ragazza non fa che pensare a Fanny.

Le due ragazze sembrano diventare amiche, ma Fanny è tanto bella quanto capricciosa e, una volta tornata a casa sua, non scriverà quasi mai alla signorina M. se non per chiederle dei soldi, che la ragazza, innamoratissima, non può negarle, anche a costo di rimanere in ristrettezze. La signorina M. diventa amica anche del ragazzo, il quale non cesserà di amarla di un amore sincero per tutto il romanzo.

A un certo punto la signorina M. finisce a Londra, dove una conoscente della signora Bowater, la signora Monnerie, decide di portarla con sé – non per gentilezza, si scoprirà in seguito, ma come pezzo da collezione.

Le vicissitudini della signorina M. non sono finite qui, fino a giungere a un finale che mi è piaciuto molto più del resto del libro in quanto sembra dare un senso a tutto ciò che c’è stato prima.

La particolarità della signorina M. è che si tratta appunto di una “donna in miniatura”, come dice il titolo italiana: non è affetta da deformazioni, è in tutto e per tutto una bella ragazza, solo che è minuscola, tanto che i bambini a volte pensano che sia una bambola e la reclamano per sé. Naturalmente non tutti i bambini avranno questa reazione, ci saranno anche quelli che le correranno dietro prendendola pesantemente in giro.

La vita della signorina M. sembra felice, ma non lo è davvero: sia per il suo amore sfortunato e non ricambiato, sia perché viene spesso trattata con sufficienza dalla maggior parte delle persone, anche se non da tutte. Non arriva davvero a essere considerata un fenomeno da baraccone (seppure alla fine questo sarà destinato a cambiare…), ma è comunque considerata alla stregua di un oggetto tanto carino. Addirittura, quando pensano che non senta, i suoi ospiti si spingono fino a dire cose del tipo “ha pensieri praticamente umani”, anche se non sono le parole precise perché non le ricordo esattamente. Di conseguenza la gente si stanca facilmente di lei, quando la novità della “nanetta” carina si esaurisce nel giro di qualche tempo.

Penso che nel 1921, quando questo libro è stato pubblicato per la prima volta, il romanzo sia stato visto come molto innovativo, perché i “nani” erano ancora visti come fenomeni da baraccone, e pensiamo solo come potesse essere accolta una nana lesbica! Tuttavia non posso dire niente perché non conosco la storia della pubblicazione e della ricezione di quest’opera. Sono solo mie supposizioni.

Di fatto il libro, parlando della vita della signorina M., parla dell’essere diversi, dell’amore, del rifiuto sociale e amoroso, del valore dell’amicizia. I contenuti interessanti e “profondi” quindi non mancano. Resta però il fatto che ho trovato questo romanzo inutilmente lungo (sono 432 pagine nella versione italiana, un po’ meno in quella inglese) e, di conseguenza, spesso noiosetto. È piacevole da leggere, la vita della signorina M. è interessante e altrettanto lo sono i temi affrontati, ma l’ho trovata una lettura da prendere a piccole dosi per non rischiare di addormentarmi. Forse l’avrei apprezzato maggiormente se fosse stato meno lungo. In conclusione, ben lontano dall’essere un capolavoro, è comunque una lettura piacevole e diversa.

Daphne du Maurier, Rebecca

Daphne du Maurier, Rebecca, Pocket Books, New York 1943.

Questo libro, tradotto in italiano come Rebecca la prima moglie, è stato originariamente pubblicato nel 1938.

Non conoscevo Daphne du Maurier, se non di fama, ma quando ho visto che su Bookmooch era disponibile questo libro, ho deciso di richiederlo e non potevo fare scelta migliore. Mi incuriosiva questa autrice, e il primo approccio è stato assolutamente positivo, tanto che voglio di sicuro leggere altri suoi libri.

Il romanzo è molto noto, ma lo riassumerò brevemente per chi non lo conosce: la protagonista, che è anche la narratrice ed è senza nome (sappiamo solo che ha un nome molto particolare), inizia dalla fine. Lei e suo marito si trovano in una camera d’albergo e lei ha appena sognato di essere tornata a Manderley. Ci dice subito che questo è impossibile perché Manderley non c’è più ma, man mano che si prosegue la lettura e che Manderley diventa punto focale del romanzo, si tende a dimenticare questa premessa, perché Manderley è così viva che sembra impossibile che essa non esista più. Pian piano la narratrice ci racconta la storia di Manderley, che è anche e prima di tutto la storia sua, di suo marito e soprattutto di Rebecca, la prima moglie del signor de Winter. Rebecca è la vera protagonista di questo libro, pur essendo morta ormai da un anno. È morta in un incidente in barca, e il marito è devastato dal dolore. Lui e la narratrice, che diventerà la sua seconda moglie, si conoscono a Montecarlo e ritornano poi a Manderley una volta sposati.

Rebecca, dicevo, è la vera protagonista. Rebecca è ovunque: negli sguardi del signor de Winter, nei commenti del personale di servizio di Manderley, nelle allusioni dei nuovi conoscenti della seconda signora de Winter, e soprattutto nella testa di quest’ultima, la narratrice, che ne è letteralmente ossessionata. Rebecca era talmente tanto amata da tutti quanti che nessuno riesce a dimenticarla, ma il signor de Winter ha invece deciso di rimuovere completamente dalla propria memoria i tempi passati assieme, perché quello che non si ricorda non può fare male. Qualsiasi allusione a Rebecca è proibita in sua presenza, non se ne può neppure pronunciare il nome. È dunque naturale che la seconda signora de Winter, una donna giovanissima e molto insicura, finisca per essere ossessionata da Rebecca. Il signor de Winter è molto più vecchio di lei, una ventina d’anni almeno, se non di più, è ricco, è attraente, è tutto quello che una ragazza potrebbe desiderare, e la narratrice non riesce a capire perché dovrebbe volere proprio lei, così insignificante e per giunta anche povera, di una classe sociale inferiore.

La narratrice non riesce a smettere di pensare a Rebecca, e c’è da dire che coloro che la circondano non fanno che nutrire questa sua ossessione, marito compreso: infatti, la sua totale e ostinata reticenza non possono che convincere la seconda moglie che lui sia ancora innamorato di Rebecca.

L’atmosfera del romanzo è cupa e pesante, a ogni istante si teme che stia per succedere qualcosa, quasi si crede che Rebecca possa essere un fantasma che infesta Manderley (e in un certo senso lo è, anche se non tecnicamente). È un romanzo gotico della migliore tradizione. Ma è anche una storia d’amore, oltre che la storia di un’ossessione. Una storia d’amore mai banale. La seconda signora de Winter è una persona insicura, triste sebbene sia portata all’allegria, ma soprattutto, lo ripeto ancora una volta, davvero molto insicura. La narrazione rispecchia questa sua insicurezza, le frasi sono brevi, secche, proprio come la signora de Winter avrebbe potuto pensarle in quel momento. È una narrazione che guarda al passato con nostalgia ma anche con angoscia, e di questo certo ci accorgiamo, ma spesso non possiamo evitare di dimenticarci che la narratrice ha superato incolume quel periodo e che ci sta raccontando lei stessa la sua storia, ora. È come se rivivessimo insieme a lei quei momenti.

Un libro che mi è piaciuto davvero moltissimo, e che consiglio di cuore, specie se vi piacciono le atmosfere cupe e “gotiche”, le storie di ossessioni, ma anche se non disprezzate l’insicurezza altrui.