M.R.C. Kasasian, I delitti di Mangle Street

M.R.C. Kasasian, I delitti di Mangle Street (tit. originale The Mangle Street Murders), Newton Compton, 2014. Traduzione dall’inglese di Clara Serretta.

Un paio di mesi fa ho trovato a 0,99 € su Kobo la trilogia Le insolite indagini del detective Sidney Grice e, sembrandomi carino, l’ho comprato. Ora, innanzitutto devo capire perché dare una copertina di questo tipo a un giallo che non è per niente “leggero” come la copertina potrebbe far pensare (almeno a me), anzi è pure abbastanza truculento. C’è comunque da dire che a quanto pare la stessa copertina è stata utilizzata nell’edizione originale inglese, quindi dev’essere una scelta voluta.

Questo primo libro della serie rimanda tanto palesemente ad Auguste Dupin e a Sherlock Holmes da non poter essere considerato che un esplicito omaggio, anche se devo dire che a tratti mi è sembrato soprattutto una bieca scopiazzatura, ma credo che nessun lettore di gialli abbia mancato di riconoscere le similitudini con i due personaggi sopra citati, quindi boh, il tutto mi è parso strano. Omaggio o plagio? Mah.

Ho letto moltissimi libri nella mia vita di lettrice, ma fatico a farmi venire in mente un personaggio più odioso di Sidney Grice. Personaggi odiosi in letteratura ce ne sono tantissimi, ma per ognuno di essi ho sempre trovato qualcosa che non dico li “redimesse”, ma li rendesse almeno più comprensibili. Per esempio, che so, un passato difficile che li aveva resi così odiosi, o un qualche gesto che li facesse apparire più umani. Sidney Grice non ha niente di tutto questo, è odioso dall’inizio alla fine, insopportabile in una maniera così schifosa che mi ha fatto venire voglia di prenderlo a schiaffi o scaraventare il libro dalla finestra. In compenso March Middleton non può che fare simpatia con il suo assoluto anticonformismo che la rende così peculiare in un’Inghilterra vittoriana non certo amica delle donne.

Il mistero è debole, il colpevole e anche il movente li ho capiti ben presto, poi certo, il tutto mostra svariate ramificazioni alla fine, che non avrebbero potuto essere previste dal più attento dei lettori, ma forse è proprio questo a renderle abbastanza inverosimili, anche se per carità, tutto ci può stare.

Francamente, non è un romanzo che mi ha divertito, e neanche particolarmente intrattenuto, insomma non lo consiglio. Ora, avendo gli altri due, magari posso pensare di leggerli in futuro, ma non è certo qualcosa che non vedo l’ora di fare.

Nota sulla traduzione: l’italiano è scorrevole, quindi senz’altro la traduttrice (che a quanto pare, cercando su Google, non è tanto una traduttrice quanto una scrittrice di libri di cucina) sa scrivere; il problema però temo sia piuttosto la comprensione dell’inglese. Non avendo sottomano la versione originale è difficile dire con certezza, ma alcune espressioni sembrano assurde e incomprensibili nel contesto, e ce ne sono diverse, non sono casi isolati. Faccio un esempio su tutti, che però in questo caso è comprensibilissimo: nessuna donna nella Londra dell’Ottocento, per quanto emancipata, chiederebbe mai a un’altra donna se il suo tutore “abusa di lei” (che poi diciamocelo, neanche oggi sarebbe una domanda normale, in assenza di contesto di quel tipo). Visto che si tratta di una semplice domanda interlocutoria, posta a March per sapere se il suo tutore la tratta bene, direi che siamo di fronte a un chiaro caso di “false friend”, dato che “abuse” si traduce, certo, anche come “abusare” (parola che in italiano ha connotazione prettamente sessuale, “abusare” nel senso di “esercitare violenza/abuso sessuale”), ma in questo caso mi pare non ci siano dubbi che l’amica di March volesse semplicemente chiederle se il suo tutore la “maltrattasse”, inteso in senso generico come “trattare male”, che ha mille sfaccettature e in cui quella sessuale, seppure possa anche esservi compresa (il che è discutibile), non è certo preponderante. Insomma, l’impressione è che la traduttrice abbia grossi problemi con i “false friends”, il problema però è che questo in certi casi rende il testo confuso e poco chiaro, in altri lo falsa proprio.

Neil Gaiman, Stardust

Neil Gaiman, Stardust, Harper Perennial, 2001. Pubblicazione originale 1997.

Al terzo libro che leggo di Neil Gaiman, posso dire che il mio rapporto con questo autore è altalenante, ma in fase di crescita. Mi sono approcciata ai suoi romanzi per la prima volta qualche anno fa con American Gods, subendo una grossa delusione. Per carità, bel libro, ma mi aspettavo molto di più. In seguito ho letto Coraline e mi sono innamorata. Questo Stardust è secondo me un gradino sotto Coraline, ma mi è comunque piaciuto moltissimo. Quindi direi che dopo un primo approccio un po’ deludente, finora sono rimasta soddisfatta da Gaiman.

Stardust è una favola, ma per adulti. Ha tutti gli elementi del fantasy fiabesco, molti elementi del romance, ma in ultima analisi è “semplicemente” buona letteratura, al di là del genere. Intendiamoci, sempre letteratura d’intrattenimento, ma comunque non uno di quei libri che si fanno dimenticare facilmente.

Siamo nel paesino di Wall dove, come dice il nome, c’è un muro che lo separa da un regno incantato, Faerie. A guardia del muro ci sono sempre due persone, che impediscono ai curiosi di passare al di là ed entrare in Faerie. Ogni nove anni però si tiene un mercato e i due mondi si incontrano brevemente. È qui che il giovane Dunstan Thorn, innamorato di una ragazza pratica e con la testa sulle spalle, fa un incontro speciale. Diciotto anni dopo Tristran Thorn, il figlio di Dunstan, fa una promessa alla sua amata Victoria: le porterà la stella che insieme hanno visto cadere.

Victoria è un personaggio che appare fatuo, superficiale e capriccioso. In precedenza aveva baciato Tristran, ma forse più per gioco che per altro; infatti quella famosa sera si prende gioco di lui in quanto è un semplice garzone che può essere deriso a piacimento. Tristran è davvero innamorato di lei e giura di portarle la stella, e la ragazza gli promette che se lo farà gli darà in cambio tutto ciò che lui desidera. Una promessa vana, se non fossimo in un romanzo fantastico. Quante volte gli innamorati, specie se giovani, si dicono frasi come “ti porterei in regalo la luna”? E invece, Tristran parte davvero alla ricerca della stella caduta e, per farlo, attraverserà il muro, andando incontro a mille avventure.

Il romanzo rientra nella categoria della letteratura del fantastico, che forse è riduttivo e anche un po’ fuorviante definire fantasy in questo caso. Tuttavia, come dicevo, incasellarlo sarebbe un po’ un peccato perché secondo me trascende il ristretto orizzonte della letteratura di genere così come molti la intendono.

L’ho trovato un libro piacevolissimo, ben scritto e in grado di farmi immergere in quell’atmosfera fiabesca che descrive. Ovviamente ricordiamoci che le fiabe non sono quelle in cui è tutto rosa, ma hanno anche degli aspetti terribili, come ci hanno ben insegnato i fratelli Grimm nelle loro versioni originali e non edulcorate.

Se avete bisogno, come me, di evadere dall’orrore quotidiano che ci circonda, ve lo consiglio caldamente, perché vi saprà far sorridere.

 

George W.M. Reynolds, Wagner, the Wehr-Wolf

George W.M. Reynolds, Wagner, the Wehr-Wolf, pubblico dominio. Pubblicazione originale 1846.

Ormai caduto nel dimenticatoio, ai suoi tempi George W.M. Reynolds era più famoso di Dickens e Thackeray. Tanto che alla sua morte, nel suo necrologio la rivista The Bookseller lo definì «lo scrittore più popolare dei nostri tempi». Noto soprattutto per il romanzo in più volumi The Mysteries of London, scritto sulla falsariga de I misteri di Parigi di Eugène Sue, ha scritto moltissimi altri romanzi, che trovate elencati qui e, con un po’ di pazienza e di lavoro di ricerca, potete scovarne le versioni gratuite in vari siti web. I suoi romanzi, incluso quello qui commentato, sono stati pubblicati a puntate e vanno ascritti al famigerato genere dei penny dreadful, pensato per le masse e che ha contribuito alla diffusione del romanzo gotico. Se siete interessati ad approfondire il mondo dei penny dreadful, vi consiglio un sito estremamente completo, Price One Penny, che riporta anche un elenco esaustivo delle varie pubblicazioni ascrivibili a questo genere. G.K. Chesterton, autore della famosa serie di padre Brown (di cui ho letto e odiato profondamente la prima raccolta, L’innocenza di padre Brown), ha scritto un testo a difesa di questo genere tanto bistrattato e mal considerato.

Per un approfondimento sulla figura e l’opera di George W.M. Reynolds consiglio le pagine a lui dedicate dal bellissimo sito The Victorian Web (bellissimo nonostante la grafica pessima) oppure, se preferite l’ascolto alla lettura, qui trovate una puntata di 45 minuti a lui dedicata dalla BBC. Molto completo anche questo articolo sul blog Ainsworth & Friends, interamente dedicato alla letteratura del XIX secolo più nota al tempo ma ormai dimenticata.

Invece, per un approfondito sguardo d’insieme sull’epoca vittoriana, vi consiglio il sito The Victorian Dictionary.

Fatta questa lunghissima premessa, che secondo me è necessaria per fornirvi degli spunti volti a darvi un quadro del contesto in cui si situa Wagner, the Wehr-Wolf, veniamo al romanzo vero e proprio.

Se volete, qui c’è l’ebook gratuito. Non esiste una versione in italiano. Io, come forse il 99,9% di voi, non avevo mai sentito parlare di questo romanzo, ma l’ho scoperto, insieme a molti altri testi interessanti, in questo enorme ebook che attualmente trovate su Amazon.it a 0,99 €.

Il romanzo è lungo quasi 500 pagine e, credetemi, durante la lettura sembra molto più lungo. È pienissimo di personaggi e l’autore pensa di poterli seguire tutti nelle loro vicende. E non solo lo pensa, ma lo fa!

Se vi approcciate a questo libro pensando di trovare la storia di un lupo mannaro, rimarrete delusi. Certo, Fernand Wagner è, come dice il titolo, un lupo mannaro, ma la sua storia non è veramente la principale in questo romanzo (diciamocelo) caotico. La vera protagonista è infatti la bellissima Nisida di Riverola, venticinquenne di grande bellezza ma resa sordomuta dal trauma subito in seguito alla morte della madre in circostanze misteriose, avvenuta dieci anni prima.

La storia è ambientata nella prima metà del Cinquecento. Nel prologo ci troviamo in Germania, nella Foresta Nera, e facciamo la conoscenza di Fernand Wagner, un uomo di 95 anni che vive in una modesta casa insieme alla sua unica parente, l’amatissima nipote sedicenne Agnes. Il resto della famiglia è stato sterminato dalla peste, e la ragazza si prende cura di lui. All’inizio del romanzo, però, Agnes è scomparsa e il vecchio Fernand non si dà pace. In una notte tempestosa riceve la visita di un uomo (che si rivelerà poi essere Faust), che gli offre di ritornare giovane e ricco, a una condizione. Ovviamente, questa condizione è acconsentire a diventare un lupo mannaro ovvero, secondo la tradizione popolare, un uomo che, a seguito di una maledizione o un patto col diavolo, al tramonto dell’ultimo giorno del mese si trasforma in lupo ed è destinato a vivere in queste vesti fino all’alba del giorno successivo. Wagner, non rendendosi bene conto del patto che sta facendo, accetta.

Lo ritroviamo cinque anni dopo a Firenze, dove si è stabilito dopo anni di viaggi intorno al mondo. Qui, il conte di Riverola è in punto di morte e chiama a sé l’odiato figlio Francisco, a cui ha tuttavia lasciato tutti i suoi averi a causa della disabilità dell’amatissima figlia Nisida, ma a una condizione che verrà svelata in seguito. Inoltre, il conte, sul letto di morte, chiede al figlio un giuramento: il giorno stesso del suo matrimonio dovrà recarsi, insieme alla moglie, in una stanza che finora era sempre stata tenuta chiusa a chiave, dove verrà a conoscenza di un segreto.

Da qui si sviluppa tutta una serie di narrative che, come dicevo, seguono le vicissitudini dei vari personaggi. Ma appare evidente che il personaggio principale è Nisida, la figlia maggiore dell’ormai defunto conte di Riverola, la quale si innamorerà ben presto del ringiovanito Fernand Wagner.

Le vicende narrate si fanno via via sempre più bizzarre. Che siano inverosimili è inutile sottolinearlo, dato che il romanzo fa parte della letteratura gotica. Quindi misteri, terrori, svenimenti, orrore, segreti. Ma in confronto gli altri romanzi gotici sono favole per tenere fanciulle, e possiedono una logica che manca a Wagner, the Wehr-Wolf. Naturalmente il mistero principale ha una spiegazione, ma è talmente bizzarra, arzigogolata e orribile che al lettore moderno fa quasi ridere.

Non manca niente in questo romanzo, qualsiasi cosa vi venga in mente c’è, e più è bizzarra meglio è. Il lupo mannaro, come dice il titolo, c’è. L’orribile mistero c’è. Ma ci sono anche un cristiano convertito all’Islam che fa una carriera vertiginosa, le torture dell’Inquisizione, adulteri veri e presunti, i Rosacroce, omicidi di varia foggia, gelosie parossistiche, amori intensi, e via dicendo.

Ovviamente Reynolds descrive le donne come angeliche oppure gelose e terribili, ovviamente anche gli uomini sono gelosi e vendicativi, ovviamente tutta questa gelosia e mentalità criminale è dovuta al fatto che l’azione si svolge in Italia. Per cui, alcuni recensori accusano questo romanzo di sessismo e razzismo, ma vorrei ricordare che è stato scritto alla metà dell’Ottocento e che si svolge nel Cinquecento, quindi bisogna un attimo vedere le cose nella giusta prospettiva e capire il contesto. Mi sarei, insomma, meavigliata delll’assenza di razzismo e sessismo. E di fatto c’è anche di che stupirsi positivamente, in questo romanzo. In particolare, l’autore e alcuni dei suoi personaggi mostrano un’incredibile tolleranza nei confronti degli ebrei, che vengono sì descritti come usurai, ma di cui anche si prende le difese di fronte alle persecuzioni e ai pregiudizi di cui i cristiani li fanno oggetto. Allo stesso modo, l’Inquisizione (e, per analogia, la cristianità o meglio il cattolicesimo) viene rappresentata in maniera per niente lusinghiera e si punta il dito verso le terribili atrocità commesse dalla religione cattolica. Ovviamente, essendo l’autore britannico, non era cattolico, quindi di nuovo potremmo ascrivere questa sua rappresentazione a un razzismo di stampo religioso. Resta comunque il fatto che secondo me questa accusa della malvagità di certi cristiani all’epoca in cui si svolgono i fatti è per me degna di nota.

Devo ammettere che il romanzo mi è piaciuto e mi ha divertito molto, ma bisogna fare attenzione al modo in cui lo si legge. Se, infatti, pensate di immergervi in questo romanzo trovando un Dickens alternativo o una Radcliffe al maschile, temo che ne resterete delusi, perché Reynolds non è né l’uno né l’altro. Il romanzo ha evidenti pecche, manca spesso di coerenza e di verosimiglianza (pur nel genere fantastico, un po’ di coerenza nello svolgimento dei fatti ci deve pure essere), quindi se cercate un romanzo ben scritto, vi invito a cercare altrove. Tuttavia, se decidete invece di farvi intrattenere da questo libro, non ne rimarrete delusi. Se vi approcciate al romanzo come a un’opera di puro intrattenimento che vi servirà per passare un po’ di ore spensierate, e se siete disposti a passare sopra agli evidenti difetti e alle incredibili esagerazioni, penso che vi divertirete così come ho fatto io.

C’è di certo un motivo se i penny dreadful sono oggi dimenticati, ed è che sono esagerati e spesso neanche tanto ben scritti. Chiamarli classici è un’esagerazione, ma sono secondo me molto rappresentativi di un’epoca e di un gusto che andava per la maggiore. Sicuramente la gente leggeva Dickens e Thackeray nell’Ottocento, ma le masse leggevano i penny dreadful, e se vogliamo capire un po’ meglio la società vittoriana, sarà bene che scendiamo dal piedistallo su cui la cultura accademica tende a porsi e smettiamo di guardare con sufficienza questo tipo di opere. Se c’è un motivo per cui i penny dreadful sono caduti nel dimenticatoio, bisogna ammettere che c’è anche un motivo per cui erano così famosi all’epoca in cui sono stati scritti.

Se dunque leggete questo romanzo con l’intento di divertirvi e/o di capire qualcosa in più a proposito della società vittoriana, a mio parere sarete soddisfatti

Stuart Turton, Le sette morti di Evelyn Hardcastle

Stuart Turton, The Seven Deaths of Evelyn Hardcastle, Raven Books, 2018.

L’ideale sarebbe approcciarsi a questo romanzo senza saperne niente, ma non è possibile. Prima di tutto, perché il titolo ci dice già diverse cose: chi sarà la vittima (Evelyn Hardcastle) e il numero di volte in cui morirà (sette). In che senso, direte? Non si muore una sola volta? Non in questo libro, ed è qui l’interessante. Avrei preferito non sapere come mai Evelyn muore sette volte (anzi, come dice il titolo inglese in alcune edizioni, sette e mezzo), ma la trama nella quarta di copertina me lo svela. Anzi, vedo che la quarta della mia edizione inglese svela tutto sommato poco, mentre quella dell’edizione italiana svela più particolari. Per carità, da un lato lo capisco perché altrimenti cosa avrebbero potuto scrivere nella quarta? Però è un peccato.

All’inizio del romanzo il protagonista-narratore è un uomo che non ricorda assolutamente nulla, neppure il proprio nome. Ricorda solo il nome di un’altra persona, Anna, ma non sa chi sia. Sa solo che è in pericolo e che probabilmente è stata uccisa. Piano piano riesce a tornare a Blackheath, la dimora in rovina degli Hardcastle (che sono altrettanto in rovina quanto la loro magione). Qui cercherà di capire cosa stia succedendo.

Dunque, visto che la quarta ce lo svela, posso dirvi che il protagonista si chiama in realtà Aiden Bishop e che la sua peculiarità è risvegliarsi ogni giorno nel corpo di un ospite diverso. Gli Hardcastle hanno dato una grande festa in un giorno ben bizzarro per una festa: il diciannovesimo anniversario della morte del piccolo Thomas, barbaramente ucciso da due uomini quando non aveva che sette anni. Ci sarà una sorpresa alla festa, ma quale?

Dire più di questo sarebbe un delitto in sé, perché il bello di questo romanzo è scoprire le cose pian piano, nello stesso ordine in cui le scopre il protagonista. Che infatti è sempre il narratore e narra al tempo presente. Così il lettore si identifica completamente in lui e vive il suo stesso spaesamento, la sua stessa sorpresa, il suo stesso terrore e orrore.

In una nota finale, l’autore dice che fin da bambino ha divorato i libri di Agatha Christie, crescendo dunque con il desiderio di scrivere a sua volta un giallo. Purtroppo dopo alcuni tentativi si è dovuto rendere conto del fatto che la Christie aveva già scritto i gialli migliori, con le migliori trame e colpi di scena. Abbandonato per anni il proposito, si dedica alla carriera di giornalista finché non ha un’illuminazione: quello che deve scrivere è sì un giallo, ma di tipo completamente diverso. Un giallo combinato con i viaggi nel tempo e con i salti da un corpo-ospite all’altro. Quello che ne esce è un romanzo molto interessante che piacerà agli amanti dei gialli cervellotici, ma anche agli appassionati di storie bizzarre e fuori dagli schemi.

Il libro mi è piaciuto moltissimo, ma ha due difetti secondo me: prima di tutto, è troppo lungo. Capisco che è talmente cervellotico e complicato che non si sarebbe potuto risolvere il mistero in 200 pagine, ma è vero pure che alla lunga un po’ stanca, nel senso che affatica proprio. Il secondo difetto è che la soluzione del mistero è veramente ingarbugliata. Sicuramente per leggere questo romanzo bisogna sospendere l’incredulità, ma alcune cose che vengono rivelate negli ultimi capitoli non sono verosimili o sono difficili da spiegare. Di sicuro c’è che secondo me il lettore non riuscirà mai e poi mai a trovare la soluzione del mistero solo con gli indizi forniti dall’autore nel corso del romanzo. In ogni caso è una lettura piacevolissima e non bisogna farsi scoraggiare dalle imperfezioni del romanzo. Non è che ci si può aspettare di trovare il capolavoro in ogni libro, molte volte l’importante può essere semplicemente passare alcune ore gradevoli in un universo fantastico e impossibile.

Richard Marsh, The Beetle

Richard Marsh, The Beetle, pubblico dominio.

Quando uscì nel 1897, The Beetle diventò ben presto più famoso di Dracula, pubblicato lo stesso anno. Venne però dimenticato abbastanza rapidamente, tanto che per anni è stato fuori catalogo nei paesi di lingua inglese. Mai tradotto in italiano, sarebbe ora che qualche casa editrice (per esempio Edizioni Hypnos) si decidesse a renderlo disponibile ai lettori del nostro paese. Penso infatti che i lettori dell’epoca avessero ragione e che questo romanzo abbia poco da invidiare al ben più noto libro di Bram Stoker.

The Beetle è un romanzo inquietante, bizzarro e, se vogliamo, spaventoso, almeno per i canoni dell’epoca. Oggi magari siamo abituati a romanzi ben più forti e questo potrebbe non farci così tanta paura, anche se penso che in quanto a inquietudine e brividi si difenda ancora egregiamente.

Il romanzo si divide in quattro parti, o libri, ciascuna narrata da un personaggio diverso. Nella prima, troviamo il narratore Robert Holt povero in canna e rifiutato dalla casa dei poveri. Perciò è costretto ad arrangiarsi come può e finisce per intrufolarsi in una casa dove trova una finestra aperta. E qui inizieranno tutti i guai, non solo suoi, ma di tutti i personaggi del romanzo. L’inquietante inizia subito, dato che immediatamente Robert Holt viene a trovarsi al cospetto di un immondo insetto, lo scarabeo del titolo. In seguito verrà ipnotizzato da uno strano e inquietante personaggio di sesso non meglio definito, e la sua storia si intreccerà indissolubilmente con quella del politico Paul Lessingham e, di conseguenza, con quella della sua fidanzata Marjorie Lindon e del loro comune amico Sydney Atherton, un inventore. Tutto, ovviamente, ruota intorno allo scarabeo del titolo.

L’idea di far narrare la storia da quattro dei personaggi principali è buona e contribuisce a creare punti di vista multipli e quindi a fornire maggiori informazioni al lettore. Ogni parte, ovviamente, fa spiccare la personalità e il modo di esprimersi del personaggio che la narra, e anche questo l’ho trovato interessante. Il mistero dello scarabeo e della sua connessione con Paul Lessingham si disvela pian piano quando il lettore riesce a mettere insieme tutti i pezzi del puzzle grazie ai quattro narratori. È dubbio se il romanzo sia più inquietante prima, quando ancora non si riesce a capire come i vari pezzi si colleghino tra loro, o dopo, quando il quadro si fa chiaro e vengono svelate verità innominabili.

C’è chi dice che sia un romanzo pieno di cliché, e magari sarà pure vero, ma a me è piaciuto tantissimo. Fa venire voglia di leggerlo tutto d’un fiato per non interrompere la lettura. Si vorrebbe sapere subito cosa stia succedendo e perché, e in ultimo scoprire quale sarà la fine di uno dei personaggi di cui ovviamente non rivelo il nome. Ok, sarà un romanzo sensazionalistico e che punta a sconvolgere oltre che spaventare, ma io credo che valga davvero la pena di essere letto, magari accanto a Dracula per capire come mai le sorti dei due libri si siano completamente capovolte nel corso degli anni.