George W.M. Reynolds, Wagner, the Wehr-Wolf

George W.M. Reynolds, Wagner, the Wehr-Wolf, pubblico dominio. Pubblicazione originale 1846.

Ormai caduto nel dimenticatoio, ai suoi tempi George W.M. Reynolds era più famoso di Dickens e Thackeray. Tanto che alla sua morte, nel suo necrologio la rivista The Bookseller lo definì «lo scrittore più popolare dei nostri tempi». Noto soprattutto per il romanzo in più volumi The Mysteries of London, scritto sulla falsariga de I misteri di Parigi di Eugène Sue, ha scritto moltissimi altri romanzi, che trovate elencati qui e, con un po’ di pazienza e di lavoro di ricerca, potete scovarne le versioni gratuite in vari siti web. I suoi romanzi, incluso quello qui commentato, sono stati pubblicati a puntate e vanno ascritti al famigerato genere dei penny dreadful, pensato per le masse e che ha contribuito alla diffusione del romanzo gotico. Se siete interessati ad approfondire il mondo dei penny dreadful, vi consiglio un sito estremamente completo, Price One Penny, che riporta anche un elenco esaustivo delle varie pubblicazioni ascrivibili a questo genere. G.K. Chesterton, autore della famosa serie di padre Brown (di cui ho letto e odiato profondamente la prima raccolta, L’innocenza di padre Brown), ha scritto un testo a difesa di questo genere tanto bistrattato e mal considerato.

Per un approfondimento sulla figura e l’opera di George W.M. Reynolds consiglio le pagine a lui dedicate dal bellissimo sito The Victorian Web (bellissimo nonostante la grafica pessima) oppure, se preferite l’ascolto alla lettura, qui trovate una puntata di 45 minuti a lui dedicata dalla BBC. Molto completo anche questo articolo sul blog Ainsworth & Friends, interamente dedicato alla letteratura del XIX secolo più nota al tempo ma ormai dimenticata.

Invece, per un approfondito sguardo d’insieme sull’epoca vittoriana, vi consiglio il sito The Victorian Dictionary.

Fatta questa lunghissima premessa, che secondo me è necessaria per fornirvi degli spunti volti a darvi un quadro del contesto in cui si situa Wagner, the Wehr-Wolf, veniamo al romanzo vero e proprio.

Se volete, qui c’è l’ebook gratuito. Non esiste una versione in italiano. Io, come forse il 99,9% di voi, non avevo mai sentito parlare di questo romanzo, ma l’ho scoperto, insieme a molti altri testi interessanti, in questo enorme ebook che attualmente trovate su Amazon.it a 0,99 €.

Il romanzo è lungo quasi 500 pagine e, credetemi, durante la lettura sembra molto più lungo. È pienissimo di personaggi e l’autore pensa di poterli seguire tutti nelle loro vicende. E non solo lo pensa, ma lo fa!

Se vi approcciate a questo libro pensando di trovare la storia di un lupo mannaro, rimarrete delusi. Certo, Fernand Wagner è, come dice il titolo, un lupo mannaro, ma la sua storia non è veramente la principale in questo romanzo (diciamocelo) caotico. La vera protagonista è infatti la bellissima Nisida di Riverola, venticinquenne di grande bellezza ma resa sordomuta dal trauma subito in seguito alla morte della madre in circostanze misteriose, avvenuta dieci anni prima.

La storia è ambientata nella prima metà del Cinquecento. Nel prologo ci troviamo in Germania, nella Foresta Nera, e facciamo la conoscenza di Fernand Wagner, un uomo di 95 anni che vive in una modesta casa insieme alla sua unica parente, l’amatissima nipote sedicenne Agnes. Il resto della famiglia è stato sterminato dalla peste, e la ragazza si prende cura di lui. All’inizio del romanzo, però, Agnes è scomparsa e il vecchio Fernand non si dà pace. In una notte tempestosa riceve la visita di un uomo (che si rivelerà poi essere Faust), che gli offre di ritornare giovane e ricco, a una condizione. Ovviamente, questa condizione è acconsentire a diventare un lupo mannaro ovvero, secondo la tradizione popolare, un uomo che, a seguito di una maledizione o un patto col diavolo, al tramonto dell’ultimo giorno del mese si trasforma in lupo ed è destinato a vivere in queste vesti fino all’alba del giorno successivo. Wagner, non rendendosi bene conto del patto che sta facendo, accetta.

Lo ritroviamo cinque anni dopo a Firenze, dove si è stabilito dopo anni di viaggi intorno al mondo. Qui, il conte di Riverola è in punto di morte e chiama a sé l’odiato figlio Francisco, a cui ha tuttavia lasciato tutti i suoi averi a causa della disabilità dell’amatissima figlia Nisida, ma a una condizione che verrà svelata in seguito. Inoltre, il conte, sul letto di morte, chiede al figlio un giuramento: il giorno stesso del suo matrimonio dovrà recarsi, insieme alla moglie, in una stanza che finora era sempre stata tenuta chiusa a chiave, dove verrà a conoscenza di un segreto.

Da qui si sviluppa tutta una serie di narrative che, come dicevo, seguono le vicissitudini dei vari personaggi. Ma appare evidente che il personaggio principale è Nisida, la figlia maggiore dell’ormai defunto conte di Riverola, la quale si innamorerà ben presto del ringiovanito Fernand Wagner.

Le vicende narrate si fanno via via sempre più bizzarre. Che siano inverosimili è inutile sottolinearlo, dato che il romanzo fa parte della letteratura gotica. Quindi misteri, terrori, svenimenti, orrore, segreti. Ma in confronto gli altri romanzi gotici sono favole per tenere fanciulle, e possiedono una logica che manca a Wagner, the Wehr-Wolf. Naturalmente il mistero principale ha una spiegazione, ma è talmente bizzarra, arzigogolata e orribile che al lettore moderno fa quasi ridere.

Non manca niente in questo romanzo, qualsiasi cosa vi venga in mente c’è, e più è bizzarra meglio è. Il lupo mannaro, come dice il titolo, c’è. L’orribile mistero c’è. Ma ci sono anche un cristiano convertito all’Islam che fa una carriera vertiginosa, le torture dell’Inquisizione, adulteri veri e presunti, i Rosacroce, omicidi di varia foggia, gelosie parossistiche, amori intensi, e via dicendo.

Ovviamente Reynolds descrive le donne come angeliche oppure gelose e terribili, ovviamente anche gli uomini sono gelosi e vendicativi, ovviamente tutta questa gelosia e mentalità criminale è dovuta al fatto che l’azione si svolge in Italia. Per cui, alcuni recensori accusano questo romanzo di sessismo e razzismo, ma vorrei ricordare che è stato scritto alla metà dell’Ottocento e che si svolge nel Cinquecento, quindi bisogna un attimo vedere le cose nella giusta prospettiva e capire il contesto. Mi sarei, insomma, meavigliata delll’assenza di razzismo e sessismo. E di fatto c’è anche di che stupirsi positivamente, in questo romanzo. In particolare, l’autore e alcuni dei suoi personaggi mostrano un’incredibile tolleranza nei confronti degli ebrei, che vengono sì descritti come usurai, ma di cui anche si prende le difese di fronte alle persecuzioni e ai pregiudizi di cui i cristiani li fanno oggetto. Allo stesso modo, l’Inquisizione (e, per analogia, la cristianità o meglio il cattolicesimo) viene rappresentata in maniera per niente lusinghiera e si punta il dito verso le terribili atrocità commesse dalla religione cattolica. Ovviamente, essendo l’autore britannico, non era cattolico, quindi di nuovo potremmo ascrivere questa sua rappresentazione a un razzismo di stampo religioso. Resta comunque il fatto che secondo me questa accusa della malvagità di certi cristiani all’epoca in cui si svolgono i fatti è per me degna di nota.

Devo ammettere che il romanzo mi è piaciuto e mi ha divertito molto, ma bisogna fare attenzione al modo in cui lo si legge. Se, infatti, pensate di immergervi in questo romanzo trovando un Dickens alternativo o una Radcliffe al maschile, temo che ne resterete delusi, perché Reynolds non è né l’uno né l’altro. Il romanzo ha evidenti pecche, manca spesso di coerenza e di verosimiglianza (pur nel genere fantastico, un po’ di coerenza nello svolgimento dei fatti ci deve pure essere), quindi se cercate un romanzo ben scritto, vi invito a cercare altrove. Tuttavia, se decidete invece di farvi intrattenere da questo libro, non ne rimarrete delusi. Se vi approcciate al romanzo come a un’opera di puro intrattenimento che vi servirà per passare un po’ di ore spensierate, e se siete disposti a passare sopra agli evidenti difetti e alle incredibili esagerazioni, penso che vi divertirete così come ho fatto io.

C’è di certo un motivo se i penny dreadful sono oggi dimenticati, ed è che sono esagerati e spesso neanche tanto ben scritti. Chiamarli classici è un’esagerazione, ma sono secondo me molto rappresentativi di un’epoca e di un gusto che andava per la maggiore. Sicuramente la gente leggeva Dickens e Thackeray nell’Ottocento, ma le masse leggevano i penny dreadful, e se vogliamo capire un po’ meglio la società vittoriana, sarà bene che scendiamo dal piedistallo su cui la cultura accademica tende a porsi e smettiamo di guardare con sufficienza questo tipo di opere. Se c’è un motivo per cui i penny dreadful sono caduti nel dimenticatoio, bisogna ammettere che c’è anche un motivo per cui erano così famosi all’epoca in cui sono stati scritti.

Se dunque leggete questo romanzo con l’intento di divertirvi e/o di capire qualcosa in più a proposito della società vittoriana, a mio parere sarete soddisfatti

Stuart Turton, Le sette morti di Evelyn Hardcastle

Stuart Turton, The Seven Deaths of Evelyn Hardcastle, Raven Books, 2018.

L’ideale sarebbe approcciarsi a questo romanzo senza saperne niente, ma non è possibile. Prima di tutto, perché il titolo ci dice già diverse cose: chi sarà la vittima (Evelyn Hardcastle) e il numero di volte in cui morirà (sette). In che senso, direte? Non si muore una sola volta? Non in questo libro, ed è qui l’interessante. Avrei preferito non sapere come mai Evelyn muore sette volte (anzi, come dice il titolo inglese in alcune edizioni, sette e mezzo), ma la trama nella quarta di copertina me lo svela. Anzi, vedo che la quarta della mia edizione inglese svela tutto sommato poco, mentre quella dell’edizione italiana svela più particolari. Per carità, da un lato lo capisco perché altrimenti cosa avrebbero potuto scrivere nella quarta? Però è un peccato.

All’inizio del romanzo il protagonista-narratore è un uomo che non ricorda assolutamente nulla, neppure il proprio nome. Ricorda solo il nome di un’altra persona, Anna, ma non sa chi sia. Sa solo che è in pericolo e che probabilmente è stata uccisa. Piano piano riesce a tornare a Blackheath, la dimora in rovina degli Hardcastle (che sono altrettanto in rovina quanto la loro magione). Qui cercherà di capire cosa stia succedendo.

Dunque, visto che la quarta ce lo svela, posso dirvi che il protagonista si chiama in realtà Aiden Bishop e che la sua peculiarità è risvegliarsi ogni giorno nel corpo di un ospite diverso. Gli Hardcastle hanno dato una grande festa in un giorno ben bizzarro per una festa: il diciannovesimo anniversario della morte del piccolo Thomas, barbaramente ucciso da due uomini quando non aveva che sette anni. Ci sarà una sorpresa alla festa, ma quale?

Dire più di questo sarebbe un delitto in sé, perché il bello di questo romanzo è scoprire le cose pian piano, nello stesso ordine in cui le scopre il protagonista. Che infatti è sempre il narratore e narra al tempo presente. Così il lettore si identifica completamente in lui e vive il suo stesso spaesamento, la sua stessa sorpresa, il suo stesso terrore e orrore.

In una nota finale, l’autore dice che fin da bambino ha divorato i libri di Agatha Christie, crescendo dunque con il desiderio di scrivere a sua volta un giallo. Purtroppo dopo alcuni tentativi si è dovuto rendere conto del fatto che la Christie aveva già scritto i gialli migliori, con le migliori trame e colpi di scena. Abbandonato per anni il proposito, si dedica alla carriera di giornalista finché non ha un’illuminazione: quello che deve scrivere è sì un giallo, ma di tipo completamente diverso. Un giallo combinato con i viaggi nel tempo e con i salti da un corpo-ospite all’altro. Quello che ne esce è un romanzo molto interessante che piacerà agli amanti dei gialli cervellotici, ma anche agli appassionati di storie bizzarre e fuori dagli schemi.

Il libro mi è piaciuto moltissimo, ma ha due difetti secondo me: prima di tutto, è troppo lungo. Capisco che è talmente cervellotico e complicato che non si sarebbe potuto risolvere il mistero in 200 pagine, ma è vero pure che alla lunga un po’ stanca, nel senso che affatica proprio. Il secondo difetto è che la soluzione del mistero è veramente ingarbugliata. Sicuramente per leggere questo romanzo bisogna sospendere l’incredulità, ma alcune cose che vengono rivelate negli ultimi capitoli non sono verosimili o sono difficili da spiegare. Di sicuro c’è che secondo me il lettore non riuscirà mai e poi mai a trovare la soluzione del mistero solo con gli indizi forniti dall’autore nel corso del romanzo. In ogni caso è una lettura piacevolissima e non bisogna farsi scoraggiare dalle imperfezioni del romanzo. Non è che ci si può aspettare di trovare il capolavoro in ogni libro, molte volte l’importante può essere semplicemente passare alcune ore gradevoli in un universo fantastico e impossibile.

Richard Marsh, The Beetle

Richard Marsh, The Beetle, pubblico dominio.

Quando uscì nel 1897, The Beetle diventò ben presto più famoso di Dracula, pubblicato lo stesso anno. Venne però dimenticato abbastanza rapidamente, tanto che per anni è stato fuori catalogo nei paesi di lingua inglese. Mai tradotto in italiano, sarebbe ora che qualche casa editrice (per esempio Edizioni Hypnos) si decidesse a renderlo disponibile ai lettori del nostro paese. Penso infatti che i lettori dell’epoca avessero ragione e che questo romanzo abbia poco da invidiare al ben più noto libro di Bram Stoker.

The Beetle è un romanzo inquietante, bizzarro e, se vogliamo, spaventoso, almeno per i canoni dell’epoca. Oggi magari siamo abituati a romanzi ben più forti e questo potrebbe non farci così tanta paura, anche se penso che in quanto a inquietudine e brividi si difenda ancora egregiamente.

Il romanzo si divide in quattro parti, o libri, ciascuna narrata da un personaggio diverso. Nella prima, troviamo il narratore Robert Holt povero in canna e rifiutato dalla casa dei poveri. Perciò è costretto ad arrangiarsi come può e finisce per intrufolarsi in una casa dove trova una finestra aperta. E qui inizieranno tutti i guai, non solo suoi, ma di tutti i personaggi del romanzo. L’inquietante inizia subito, dato che immediatamente Robert Holt viene a trovarsi al cospetto di un immondo insetto, lo scarabeo del titolo. In seguito verrà ipnotizzato da uno strano e inquietante personaggio di sesso non meglio definito, e la sua storia si intreccerà indissolubilmente con quella del politico Paul Lessingham e, di conseguenza, con quella della sua fidanzata Marjorie Lindon e del loro comune amico Sydney Atherton, un inventore. Tutto, ovviamente, ruota intorno allo scarabeo del titolo.

L’idea di far narrare la storia da quattro dei personaggi principali è buona e contribuisce a creare punti di vista multipli e quindi a fornire maggiori informazioni al lettore. Ogni parte, ovviamente, fa spiccare la personalità e il modo di esprimersi del personaggio che la narra, e anche questo l’ho trovato interessante. Il mistero dello scarabeo e della sua connessione con Paul Lessingham si disvela pian piano quando il lettore riesce a mettere insieme tutti i pezzi del puzzle grazie ai quattro narratori. È dubbio se il romanzo sia più inquietante prima, quando ancora non si riesce a capire come i vari pezzi si colleghino tra loro, o dopo, quando il quadro si fa chiaro e vengono svelate verità innominabili.

C’è chi dice che sia un romanzo pieno di cliché, e magari sarà pure vero, ma a me è piaciuto tantissimo. Fa venire voglia di leggerlo tutto d’un fiato per non interrompere la lettura. Si vorrebbe sapere subito cosa stia succedendo e perché, e in ultimo scoprire quale sarà la fine di uno dei personaggi di cui ovviamente non rivelo il nome. Ok, sarà un romanzo sensazionalistico e che punta a sconvolgere oltre che spaventare, ma io credo che valga davvero la pena di essere letto, magari accanto a Dracula per capire come mai le sorti dei due libri si siano completamente capovolte nel corso degli anni.

Neil Gaiman, Coraline

Neil Gaiman, Coraline, HarperCollins, 2002.

Neil Gaiman, nell’introduzione (che nella mia edizione è inserita alla fine a mo’ di postfazione), afferma di aver scritto questo libro per i bambini, anzi per la precisione per le sue figlie: i bambini, dice, l’hanno vista come un’avventura, mentre gli adulti hanno avuto gli incubi. Strano se ci pensate, no? Eppure, neanche tanto, se pensiamo alla tradizione delle fiabe, come ad esempio quelle dei fratelli Grimm, che sono truculentissime ma lette con piacere dai bambini di tutto il mondo – seppure edulcorate, certo.

Penso che la storia di Coraline la conoscano un po’ tutti, grazie anche al bellissimo film d’animazione di Henry Selick del 2009, che io, come spesso purtroppo mi accade, ho visto alcuni anni fa, prima di leggere il libro. Ad ogni modo, è presto detto: Coraline va con i genitori a vivere in una nuova casa, dove c’è una porta che apre su un muro di mattoni… o no? Coraline è un’esploratrice, la cosa che ama di più è andare in giro a esplorare i dintorni della nuova casa, per questo è sempre triste nei giorni di pioggia, quando non può uscire. Ed è così che inizia la sua avventura in casa…

Il libro è molto inquietante nonostante sia chiaramente diretto principalmente a un pubblico di bambini, le figure / i personaggi descritti da Gaiman sono veramente bizzarri in un senso negativo, cioè nel senso che fanno paura o comunque mettono a disagio. Altrettanto dicasi per le situazioni che Coraline si trova a vivere.

La scrittura di Gaiman è semplicemente magnifica, visionaria nel senso che sembra di essere nella casa insieme a Coraline, mentre leggevo mi sembrava davvero di essere con lei e vedere tutto ciò che lei stessa vedeva (aiutata, forse, dal ricordo del film). È un libro che mi ha fatto totalmente immergere nelle sue pagine e mi sembrava di viverlo, più che leggerlo.

Ho avuto altri tre incontri con Gaiman in precedenza, il primo con un peisodio di Sandman, bellissimo; il secondo con Buona Apocalisse a tutti!, scritto a quattro mani con Terry Pratchett, che non mi ha entusiasmato per niente; il terzo con American Gods, che ho trovato carino ma niente di più. Diciamo insomma che finora avevo avuto un rapporto un po’ conflittuale con questo autore, non reputandolo eccezionale (se non come lettore: ho avuto modo di sentirlo leggere brani di American Gods in un programma della BBC ed è stata un’esperienza unica), ma provando comunque una grande attrazione nei confronti delle sue strane storie. Ecco, naturalmente non posso ancora dare un giudizio in merito all’autore, ma quel che posso dire è che Coraline è un libro fantastico (in tutti i sensi), che mi ha fatto molto rivalutare Gaiman come narratore estremamente dotato. Sicuramente leggerò altro di suo.

Infine, una nota per le illustrazioni meravigliose di Dave McKean, che per fortuna rendono bene anche in edizione Kindle. Stupende davvero.

Algernon Blackwood, Jimbo

Algernon Blackwood, Jimbo, pubblico dominio.

Questo romanzo, pubblicato originariamente nel 1909, può essere scaricato gratuitamente (in lingua originale inglese) da Project Gutenberg. Non mi risulta che esista una traduzione in italiano.

Algernon Blackwood è uno scrittore inglese nato nel 1869 e morto nel 1951, autore di racconti e romanzi del genere horror soprannaturale e cosiddetto weird fiction. Ha scritto molti libri ma non ci sono molte traduzioni in italiano. Ad oggi, credo che gli unici suoi libri tradotti siano Wendigo, che uscirà fra pochi giorni, il 31 ottobre, per la piccola casa editrice veneta AdiaphoraJohn Silence e altri incubi, pubblicato nel 2010 da UTET e Discesa in Egitto, pubblicato dalla piccola e interessantissima casa editrice Hypnos, dedicata soprattutto alla weird fiction.

Per parte mia, ho letto altri tre suoi libri in inglese, oltre a questo: The Empty House and Other Ghost StoriesThe WendigoThe Willows. Personalmente, è un autore che adoro. L’ho scoperto appena un anno fa grazie a un gruppo su Goodreads che si chiama Literary Darkness e che, come dice il titolo, si occupa di tutto ciò che è variamente “oscuro” e “dark” in letteratura, dall’horror alla weird fiction, dal soprannaturale al gotico. Temo che non possiate vederlo se non siete iscritti, ma se siete su Goodreads e vi piace il genere ve lo consiglio con tutto il cuore: io non lo frequento, nel senso che non ci scrivo, ma seguo con attenzione le raccomandazioni, in particolare dando uno sguardo alla bookshelf. È così che ho scoperto Blackwood e mi sono innamorata ciecamente, appassionatamente. Ora sto cercando piano piano di leggere i suoi libri che trovo perlopiù sul già citato Project Gutenberg.

Ma veniamo al libro. Questo è un romanzo un po’ anomalo nella produzione letteraria di Blackwood, nel senso che il protagonista è un bambino, e sembra iniziare come un libro per bambini. Ci troviamo di fronte alla numerosa famiglia Stone, di cui fa parte il piccolo James detto Jimbo, un bambino dalla fantasia sfrenata, forse oltre quello che è usuale per la sua età. Per “curarlo” da questa sua immaginazione ipertrofica, il padre assume una governante che possa rendere più razionali lui e i suoi numerosi fratelli e sorelle. Tuttavia, la giovanissima governante ottiene purtroppo l’effetto opposto.

I bambini sono affascinati da quella che chiamano la “Casa Vuota” (da notare che The Empty House è il titolo di un altro racconto di Blackwood) e pensano che sia popolata da esseri misteriosi ma buoni. La governante, per far loro passare questa fantasia, racconta loro una storia secondo cui la Casa Vuota sarebbe invece popolata da mostri terribili. La sua speranza è che così i bambini allontanino la loro attenzione dalla casa, dedicandosi invece ad altre attività meno fantasiose. Beh, con Jimbo questo non solo non funziona, ma sortisce l’effetto contrario: il bambino si spaventa terribilmente e crede fermamente alla storia della governante.

Un giorno, scappando dalle vicinanze della casa dove si era spinto senza accorgersene, finisce in un allevamento di mucche e viene incornato da un toro, finendo in grave pericolo. Il bambino perde conoscenza e cade in una sorta di brevissimo coma che, scopriremo, durerà appena tre ore: sufficienti, però, per scatenare la sua fantasia (e quella dell’autore) in un’esperienza extra-corporea fantastica e orribile.

Jimbo si ritrova dunque nella Casa Vuota in compagnia della governante, di un mostro chiamato Fright (terrore, spavento) e di tanti bambini spettrali che sembrano chiamarlo a sé. Questa esperienza extra-corporea e più o meno orrorifica occupa la maggior parte del romanzo.

Il libro, seppure come dicevo anomalo nella produzione di Blackwood, è secondo me stupendo, in quanto descrive questa esperienza extra-corporea come un’esperienza soprannaturale dalle atmosfere vagamente horror. Probabilmente può essere comunque letto come un libro per bambini e forse è per questo che ad alcuni recensori non è piaciuto, ma anche come libro per l’infanzia è anomalo, perché penso che leggendolo un bambino si spaventerebbe molto, a meno che non sia già grandicello. Ad ogni modo è certamente un romanzo che può essere letto dagli adulti, e in effetti io penso che il target sia proprio un pubblico adulto. Lo consiglio vivamente.