Karina Sainz Borgo, Notte a Caracas (Venezuela)

Per il Venezuela ho scelto di leggere questo romanzo di una scrittrice relativamente giovane (siamo coetanee, 40 anni), che da diversi anni non vive più in Venezuela. È un libro crudo, disperato, cupo, violento, e sicuramente non è per tutti. Personalmente, credo di essere riuscita a reggere tutta questa disperazione solo per la brevità del libro. Detto questo è un romanzo davvero bello, ma non adatto a qualsiasi momento della vita, né a chiunque.

Ci troviamo a Caracas, la madre della protagonista (si chiamano entrambe Adelaida Falcón) è appena morta e siamo al funerale. Adelaida, la figlia, che narra in prima persona, ci racconta la storia terribile della morte della madre: si è dovuta procurare le medicine al mercato nero, si è ridotta sul lastrico per curare sua madre. Il problema è che siamo in un paese in guerra, nel pieno della rivoluzione. Questa è la storia di Adelaida Falcón, la giovane, e di come è sopravvissuta all’orrore del Venezuela odierno (il libro è stato scritto nel 2019 ed è ambientato nello stesso periodo).

Adelaida deve subire di tutto, e così i suoi pochi amici. In particolare, vive in una città dove la violenza è cosa quotidiana: sparatorie, proteste, abusi di ogni tipo, morti per la strada. Tutto questo è la quotidianità di Adelaida. Che un giorno torna a casa e trova il suo appartamento occupato, senza poter protestare a causa della situazione drammatica in cui versa il paese. Si arrangerà dunque come può.

La violenza di questo libro è impressionante. Ci sono scene orripilanti, e tanto più orribili perché corrispondono senz’altro a quello che è successo nel paese. Forse non precisamente, dopo tutto è un romanzo e non una cronaca, ma di certo cose molto simili sono avvenute davvero. La disperazione trasuda da ogni pagina, la paura anche. Il terrore, più che altro.

È un libro difficile, ma di una bellezza disperata e appassionata. Se non siete nel mood giusto, state lontani. Altrimenti dategli una chance, perché merita davvero. Inoltre, questa autrice è sicuramente da tenere d’occhio. In italiano è stato tradotto un altro suo libro, La custode, sempre pubblicato da Einaudi.

Titolo: Notte a Caracas
Titolo originale: La hija de la española
Autrice: Karina Sainz Borgo
Traduttrice: Federica Niola
Casa editrice: Einaudi
Pubblicazione originale: 2019
Numero di pagine: 208

Silvia Moreno-Garcia, The Beautiful Ones

Generalmente non leggo romanzi rosa (o romance che dir si voglia), ma per Silvia Moreno-Garcia faccio volentieri un’eccezione, dopo aver letto altri tre suoi libri che ho trovato eccezionali. Silvia Moreno-Garcia mi ricorda per certi versi Margaret Atwood, per la straordinaria capacità di scrivere libri sempre diversi e spaziare tra vari generi senza mai commettere errori. Però in questo è più “estrema” di Atwood, perché i libri che scrive sono davvero di generi differenti e non soltanto diversi da un punto di vista tematico-stilistico. Dopo un horror (Mexican Gothic), un fantasy mitologico (Gods of Jade and Shadow) e un noir (Velvet Was the Night), mi sento di dire che anche col romance Moreno-Garcia non ne sbaglia una. Dopo quattro libri, posso dire tranquillamente che di questa autrice leggerei anche la lista della spesa, se la pubblicassero.

Ci troviamo in un mondo inventato, in una città chiamata Loisail, in un’epoca che ricorda molto la Belle Epoque e in un contesto molto francese, tanto che quasi tutti i nomi sono francesi. A Loisail è la stagione di punta per i balli e soprattutto il periodo in cui le ragazze dell’alta società si danno da fare a cercare marito. Nina arriva in città da un paesino di campagna ed è ospite di suo cugino Gaétan e di sua moglie Valérie. L’intento è trovarle un marito e “raffinare” i suoi modi di campagna troppo inadatti all’alta società di cui fa parte per diritto di nascita.

Nella prima scena ci troviamo a uno dei tanti balli e seguiamo Hector Auvray, un illusionista con poteri di telecinesi. Hector è al ballo per incontrare Valérie Beaulieu, invece incontrerà casualmente Nina Beaulieu. E no, non sarà affatto amore a prima vista.

Alcuni recensori lamentano il fatto che questo romanzo sembri una telenovela: hanno ragione, ma questo non me lo ha fatto apprezzare di meno. La scrittura di Moreno-Garcia è fulgida, la caratterizzazione dei personaggi è eccellente (abbiamo in questo romanzo uno dei personaggi più crudeli che io abbia mai incontrato – eccetto che nei thriller – ma non vi dirò chi perché non è subito chiaro). Non vedevo l’ora di andare avanti nella lettura per sapere cosa sarebbe successo a Nina, che mi ha fatto subito grande simpatia per i suoi modi non convenzionali.

Pur utilizzando un narratore onnisciente, l’autrice alterna diversi punti di vista, che non fanno che farci amare Nina, nella sua ingenuità e nel suo candore, odiata da uno dei personaggi principali, disprezzata da molti per il suo talento (anche lei, come Hector Auvray, ha poteri di telecinesi, che però non è ancora in grado di controllare). Non ho trovato macchiettistici i personaggi anche se alcuni loro tratti sono marcati, come la crudeltà in un caso, l’ingenuità nel caso di Nina, la testardaggine bovina di non rassegnarsi alla fine di un amore in un altro caso.

Mi è piaciuto moltissimo e non vedo l’ora di continuare a leggere gli altri libri di Silvia Moreno-Garcia. Non m’importa se in questo momento è una scrittrice super in voga: la sua fama è meritata, e non devo certo giustificarmi per il fatto di apprezzare un’autrice da bestseller.

Titolo: The Beautiful Ones
Autrice: Silvia Moreno-Garcia
Casa editrice: Jo Fletcher Books
Pubblicazione originale: 2017
Numero di pagine: 306

Ricardo Fernández Guardia, La principessa Lulù (Costa Rica)

Ricardo Fernández Guardia, La principessa Lulù, pubblico dominio, 1926. Traduttore e titolo originale non indicati.

Per il Costa Rica sono andata sul semplice, anche per la difficoltà di reperire qualcosa di autori costaricani. Ho letto questo racconto breve breve che ho trovato su Liber Liber, scaricabile gratuitamente. Si fa prima a leggerlo che a parlarne, ma vi dico giusto due parole.

Bouez è un pittore, ha dipinto il ritratto di una donna bellissima e svela di averla conosciuta in circostanze a dir poco bizzarre: si è infatti presentata alla sua porta chiedendo una consistente somma di denaro, che avrebbe voluto guadagnarsi posando per il pittore e che le serviva per evitare la rovina alla madre. Una donna così bella ma così misteriosa: il solito principe russo non può che volerla fare sua. Misteriosa perché Bouez non ne ha mai conosciuto il nome.

L’ho trovato un racconto senza pretese, ma gradevole. Si legge in pochissimo tempo e può servire a fare la conoscenza di questo autore, di cui credo sia riperibile qualcosa in traduzione inglese (oltre che ovviamente in spagnolo, per chi ha la fortuna di leggere in questa lingua). Se avete venti minuti di tempo dategli una chance, tutto sommato è piacevole, anche se niente di straordinario.

Eugenia Viteri, A Taste of Ecuador (Ecuador)

Eugenia Viteri, A Taste of Ecuador (tit. originali El anillo y otros cuentos e Cuentos escogidos), Jane Knows Intellectual Property, 2008. Traduzione dallo spagnolo di LS Thomas. Pubblicazione originale 1955 e 1983.

Non avendo trovato traduzioni in italiano di questa autrice, che mi sembrava interessante per il mio giro del mondo, ho pensato che fosse una buona idea leggere la traduzione inglese di due sue raccolte di racconti. È un libro molto breve, 154 pagine, e per fortuna perché pure così è stata una tortura. Le pochissime recensioni che ho trovato erano positive, perciò non mi sono posta troppi problemi.

I racconti di questa antologia sono interconnessi tra loro, o almeno lo sono quelli della seconda parte, che potrebbero essere letti più come un romanzo molto breve che come racconti slegati.

I temi sono morte, violenza, povertà e altre simpatiche amenità, raccontate tramite le vite degli innumerevoli protagonisti che sembravano non fare molto altro che soffrire. La mia difficoltà con il libro, tuttavia, non è questa. Certo, magari non era proprio il periodo ideale per leggere un libro così cupo, ma questo era solo l’ultimo dei problemi.

Innanzitutto la traduzione fa uso di termini a volte bizzarri e una sintassi legnosa, che mi fanno pensare che probabilmente il traduttore o la traduttrice non sia di madrelingua inglese. Ci sono anche dei refusi: insomma, un libro che non ha visto alcun editing.

Il problema principale però è che ho trovato questi racconti del tutto incomprensibili e, perciò, completamente privi (per me) di qualsiasi fascino o interesse. Mi è parso che l’autrice saltasse un po’ qua e un po’ là, tanto che dopo un po’ mi sono chiesta se la formattazione del mio ebook non fosse sballata e non fossero stati messi insieme pezzi di racconti in maniera sconnessa. Invece temo di no.

Forse è una scrittura simbolica, non so, fatto sta che mi ha lasciato solo un enorme punto interrogativo. Probabilmente sono ignorante io.

L’unico racconto minimamente interessante (che però ha un finale francamente assurdo) è The Ring, che potete leggere per intero qui, peraltro con un’altra traduzione, a quanto vedo. È anche l’unico racconto che sia stato tradotto in italiano, nella raccolta Racconti ecuadoriani pubblicata da Stampa Alternativa nella mitica collezione Millelire. Il racconto in italiano si intitola L’anello, è stato tradotto da Roberto Bugliani e potete trovarlo a pagina 10 del pdf che la casa editrice mette a disposizione gratuitamente insieme a tutti gli altri librini della collana e ad altri ancora.

Per alcune informazioni (in inglese) su Eugenia Viteri vi consiglio questa pagina del sito dedicato alla letteratura ecuadoregna Ecuador Fiction. Altrimenti c’è la pagina Wikipedia. Immagino si trovino altre informazioni in spagnolo, ma non conoscendo la lingua non ne ho cercate.

Jorge Amado, Santa Barbara dei Fulmini

Jorge Amado, Santa Barbara dei Fulmini (tit. originale O sumiço da Santa: uma historia de feitiçaria), Garzanti, 2015. Traduzione di Elena Grechi. Pubblicazione originale 1988.

Quasi esattamente due anni fa leggevo Dona Flor e i soi due mariti e non ne restavo affascinata, tanto da dichiarare, alla fine della mia recensione: «Non sono incuriosita tanto da proseguire nella lettura di questo autore». Evidentemente avevo dimenticato quella parte, quando mi sono accinta ad affrontare un altro romanzo di Jorge Amado.

Nel mio gruppo su Goodreads ogni mese “viaggiamo” grazie ai libri in un paese diverso: ad agosto toccava al Brasile e, dopo aver spulciato un po’ (su due piedi non mi venivano in mente libri brasiliani che avrei assolutamente voluto leggere), ho trovato su MLOL questo romanzo che mi sembrava interessante. Ricordavo di non aver apprezzato particolarmente Dona Flor e i suoi due mariti, ma non ricordavo la mia “risoluzione”, per così dire.

Santa Barbara dei Fulmini parte bene per i primi capitoli. Al Museo d’Arte Sacra di Bahia, don Massimiliano von Gruder ha deciso di realizzare una mostra, il cui pezzo forte sarà la statua di Santa Barbara, quella dei Fulmini: dopo un’estenuante opera di convincimento, i prelati di Bahia sono riusciti a convincere il recalcitrante vicario di Santo Amaro a dare in prestito la statua al museo. Così la statua arriva a Bahia per nave, protetta e tenuta d’occhio da un prete e una suora. Viaggio senza intoppi, ma all’arrivo in porto la santa, semplicemente, si sistema il mantello e se ne va. Per due giorni la città di Bahia sarà stravolta da quello che, agli occhi dei prelati e della polizia, è un furto, ma che come ben abbiamo visto con i nostri occhi, furto non è.

Ambientato negli anni della dittatura, questo romanzo non passa sotto silenzio gli atti del regime, anzi lo ridicolizza nel ritratto che dà della Polizia Militare e della sua assurda “soluzione” del caso. Tuttavia, pur non dimenticando il periodo storico in cui queste vicende sono ambientate, l’autore scrive soprattutto un romanzo allegro e pieno di vita, così come Bahia: sostanzialmente possiamo dire che questo romanzo sia un inno d’amore a Bahia, città dalle mille culture, dove cattolicesimo e candomblé si fondono a formare qualcosa di unico e inimitabile. Un romanzo a suo modo spirituale, se allarghiamo la nostra idea di “spirituale” a includere quelle religioni più antiche e non ci scandalizziamo di fronte alla commistione di una religione che conosciamo con una che invece conosciamo assai meno o, come nel mio caso, per niente. Un romanzo, inoltre, allegro e trasudante voglia di vivere e di godere la vita.

Il problema principale è che seguire tutto ciò che accade è un po’ (parecchio) difficile se come me non si sa assolutamente niente di candomblé. Certo, ci sono le note, ma non le ho trovate di aiuto, anzi forse mi sono state di ostacolo: sono circa un centinaio, la fruizione in questo ebook non era facilissima per cui a volte semplicemente non le ho lette, anche perché sono talmente tante che mi stavano rendendo la lettura eccessivamente frammentata. Perciò quello che ho fatto è stato aprire internet in una pausa dalla lettura e cercare notizie sul candomblé per conto mio. Ho imparato tante cose affascinanti, ma è stata solo un’infarinatura, superficialissima. Ecco, magari quello che potrebbe fare questo romanzo è far venire voglia di esplorare meglio questa cultura religiosa, capirne di più.

Da quello che ho capito, in Brasile non c’è conflitto fra cristianesimo e candomblé, anzi i due finiscono spesso per intersecarsi e sovrapporsi, tanto che, come in questo romanzo, santi cristiani e orixá a volte si fondono e diventano indistinguibili. Così che Santa Barbara, quella dei Fulmini, diventa senza soluzione di continuità Yansã, orixá dei fulmini, dei venti e delle tempeste. Particolarità del culto degli orixá è il fatto che questi a volte “possiedono” alcune persone, nel senso proprio di “possessione” soprannaturale. Di solito queste fortunate persone sono donne, che vengono così a identificarsi con gli orixá.

In questo romanzo i personaggi principali (nel senso di persone, perché poi i protagonisti veri e propri sono la città di Bahia e il candomblé) sono la diciassettenne Manela e sua zia Adalgisa, sua tutrice. Adalgisa, di origine spagnola, è una beghina cattolica, rigida, bacchettona fino all’estremo, fieramente avversa a tutto ciò che è candomblé. Non così Manela, ed è proprio lei che Santa Barbara-Yansã va ad aiutare scendendo dalla nave.

Se tutto questo vi sembra ingarbugliato è perché lo è: sicuramente se conoscete il candomblé non dovreste avere particolari difficoltà, ma in caso contrario farete una fatica boia a stare dietro a tutto questo tripudio di immagini, colori, credenze, usanze, eccetera. A complicare ulteriormente la cosa c’è il fatto che, essendo il candomblé una religione di origine africana, spesso non ci si riferisce agli orixá con il loro nome brasiliano, ma con quello africano (per esempio Yansã è anche Oyá). Di conseguenza è un caos terribile e io personalmente ho fatto una fatica immane a stare dietro a tutto, e sono certa di essermi persa per strada almeno una buona metà del contenuto del romanzo.

Inevitabilmente, dopo i primi capitoli questo immane caos ha finito per prendere il sopravvento e rendermi la lettura noiosa. Proprio il contrario di quello che aveva in mente Amado, che infatti alla fine, nel capitolo finale di “conversazione con il lettore”, afferma di non essere uno di quelli che scrivono romanzi noiosi. Nelle sue intenzioni sicuramente no, ma il risultato è un po’ diverso, almeno su una disgraziata “occidentale” che sente parlare qui per la prima volta di queste cose. Insomma, ci sarebbe voluto un saggio sul candomblé per capire questo libro, ma francamente io pensavo di leggere un romanzo e non ero pronta a dover studiare per capirlo.