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Robert Walser, Der Spaziergang (Svizzera) – 1917

Robert Walser, Der Spaziergang, Huber & Co., Frauenfeld – Lipsia 1917.

Libro pubblicato in italiano da Adelphi con il titolo La passeggiata e tradotto da Emilio Castellani.

«Senza passeggiare sarei morto, e il mio mestiere, che amo appassionatamente, sarebbe annientato».

La traduzione di questa breve riga è mia, perché ho letto il libro in tedesco e non ho sotto mano l’edizione italiana.

Ho letto questo breve libro con passione. Non nel senso di appassionatamente, ma nel senso di passione dolorosa, tremenda sofferenza. Meno di 100 pagine in tre giorni. Una tortura. Mi chiedo come mai ultimamente la letteratura di lingua tedesca mi stia deludendo in modo così cocente. Recentemente non mi è piaciuto La Cripta dei Cappuccini di Joseph Roth, ma questo di Walser lo batte di sicuro. Un po’ me ne vergogno, io che sono laureata in letteratura tedesca. Due grandi nomi come Joseph Roth e Robert Walser, e non apprezzarli.

Il protagonista di questo romanzo breve esce a fare una passeggiata e, come ci spiegherà ben oltre la metà del libro, questo tipo di attività è per lui fondamentale, lo è soprattutto per la sua scrittura. Probabilmente per l’autore era la stessa cosa, e questo protagonista/narratore non è che un alter ego di Robert Walser.

Durante la sua passeggiata il protagonista incontra varie persone, con cui si ferma a parlare: una donna che gli sembra un’attrice, una ragazza che sta cantando, un libraio, una donna che lo aveva invitato a pranzo, ma anche un cane, e altri personaggi ancora. Le conversazioni che l’uomo ha con queste persone sono un po’ particolari, nel senso che non hanno nessuna caratteristica di oralità, anzi sono verbosissime e siamo di fronte a un linguaggio che non potrebbe essere che scritto, mai parlato. Già questo mi ha disturbato, non c’è alcuna verosimiglianza, anche se probabilmente la verosimiglianza non era affatto l’intento dell’autore. La verbosità di queste conversazioni, che non sono monologhi ma quasi, mi ha annoiato da morire. È vero, c’è ironia in quello che il protagonista dice, alcune conversazioni ci potrebbero far sorridere, come quando la donna che lo ha invitato a pranzo gli dice che non lo farà alzare dal tavolo finché non scoppierà, o quando entra in libreria per cercare il bestseller del momento, solo per poi posarlo e andarsene una volta che il libraio glielo ha procurato. Eppure io l’ho trovato un linguaggio pomposo e inutilmente imbellettato, che non è stato per niente di mio gradimento.

Robert Walser era apprezzato da moltissimi autori, ma questo libro non mi ha lasciato niente, purtroppo. Nel Kindle ho anche Jakob von Gunten, quindi darò un’altra chance a questo autore, ma non subito. Bisognerà che aspetti un po’.

Helga Schneider, Il rogo di Berlino

Helga Schneider, Il rogo di Berlino, Adelphi, Milano 1995.

Helga Schneider nasce in Slesia nel 1937, trascorre l’infanzia a Berlino e, dopo aver vissuto in Austria, dal 1963 risiede in Italia e ha adottato l’italiano come sua lingua letteraria.

La piccola Helga viene abbandonata dalla madre, insieme al fratellino Peter, nel 1941. La madre è una fervente nazista che decide di dedicare la sua vita al Führer e alla causa nazista. Andrà a “lavorare” a Birkenau, dove fa la guardiana, e dopo la guerrà verrà condannata a sei anni di carcere. Quando Helga decide di incontrarla per la prima volta dopo l’abbandono, nel 1971, la madre non fa che parlare della sua “bella” vita sotto il nazismo, per concludere dicendo che a quell’epoca era qualcuno, e ora non è nessuno.

Helga e suo fratello vengono lasciati dapprima con la nonna, in seguito il padre si risposa e i bimbi andranno a vivere con la matrigna, mentre il padre viene mandato al fronte. La matrigna non sopporta Helga e non perde occasione per maltrattarla, mandandola prima in un istituto di correzione simile a un lager, poi in un collegio dove invece la piccola si troverà bene. Il collegio è appena fuori Berlino e sembra di stare in una sorta di oasi felice, mentre Berlino è sottoposta ai pesanti bombardamenti sovietici. Nonostante questo Hilde, la sorella della matrigna, va a riprendere Helga per riportarla a Berlino.

Qui Helga, suo fratello, la matrigna, Opa (ovvero il nonno acquisito) e Hilde quando non è al Ministero della Propaganda dove lavora, sono costretti a vivere in una cantina per ripararsi dai pesantissimi bombardamenti che ridurranno la città in un cumulo di macerie e cenere a causa dei roghi continui. I due bambini sono violentemente privati della loro infanzia, non vedono che morte, devastazione, violenza e terrore intorno a sé, e non conoscono praticamente altro.

By Bundesarchiv, B 145 Bild-P054320 / Weinrother, Carl / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5474888

Man mano che i mesi passano, gli abitanti della cantina, e in realtà tutti gli abitanti di Berlino, scenderanno in una spirale di orrore: niente o quasi più cibo, code inverosimili per riempire le taniche di un’acqua sempre più rara finché non sarà necessario bere quella del fiume che attraversa la città, malattie, denutrizione, sete, cadaveri ovunque, allarmi aerei, bombardamenti senza preallarme. Le persone, inevitabilmente, si abbrutiranno sempre più finché pian piano sembrerà ormai impossibile mantenere anche un briciolo di dignità: per cui non esitano a uccidere per procurarsi del cibo, ad avventarsi l’uno sull’altro per un tozzo di pane, e così via. La discesa in questo orrore sembra essere velocissima, il che probabilmente è dovuto al fatto che il libro è molto corto, appena 229 pagine, perciò il racconto è succinto per forza di cose.

Poi, a un certo punto, arriva improvvisa la pace, con i russi che occupano la città e che, in generale, sembrano essere buoni con gli abitanti della cantina, ma quando ubriachi non esitano a stuprare brutalmente donne e ragazze.

Helga Schneider ha dovuto vedere tanti di quegli orrori che mi domando come sia potuta rimanere sana di mente, ma poi mi dico che la sua è stata la sorte di tutti coloro che hanno vissuto la guerra, e probabilmente moltissimi di loro ne sono stati gravemente traumatizzati, mentre gli altri sono sopravvissuti mentalmente indenni forse perché sono riusciti ad aiutarsi a vicenda in mezzo a tanto orrore. Eppure, dice Helga, quello che loro hanno vissuto non è niente a confronto di quello che, scoprono a guerra finita, hanno dovuto subire milioni di ebrei nei campi di concentramento.

Helga vuole ricordare, lo dice più volte nel corso del libro, lei anche da bambina vuole guardare tutto, anche le cose più orribili come la morte di una ragazza tisica stuprata da un soldato russo, perché per lei fin da subito la memoria è importantissima. Tanto che per lei sarà difficile staccarsi da Berlino quando nel 1947 se ne andranno per seguire il padre tornato in Austria (la famiglia è di origine austriaca). E credo che questo libro sia stato scritto proprio con l’intento di dare voce a quella memoria, a quella storia.

All’inizio sembra un libro volto a esaminare l’abbandono di Helga da parte della madre e la conseguente vita con la matrigna, ma inevitabilmente questa vita con la matrigna si intreccia alla storia del rogo di Berlino, e perciò man mano il libro diventa il racconto dei bombrdamenti subiti da Berlino, visti con gli occhi di una bambina che è dovuta crescere più in fretta della sua età. È perciò un libro straziante, prima per le angherie subite da Helga, poi per il racconto di ciò che i berlinesi hanno dovuto subire sotto le bombe. Ed è, io credo, un libro che va letto, da tutti, e poco importa se molti ritengono che l’autrice non sappia scrivere (cosa che a mio parere, tra l’altro, non è affatto vera): al di là della maestria o meno dell’autrice, è un libro importante, e sarebbe bene che fosse conosciuto da molte più persone.

By No 5 Army Film & Photographic Unit, Wilkes A (Sergeant) – This is photograph BU 8604 from the collections of the Imperial War Museums (collection no. 4700-30), Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=640213

[Incipit] Inoue Yasushi, Amore

Giardino di rocce

Come meta del suo viaggio di nozze, Uomi Jiro aveva scelto Kyoto. Per lui che vi aveva trascorso gli anni dal liceo all’università, Kyoto era una seconda patria, e anche se il luccichio di un tempo si era ridotto a un freddo e lontano barlume, non vi era angolo della città che non fosse impregnato di nostalgia. Aveva pensato che dopo tanti anni gli sarebbe piaciuto passare qualche giorno insieme alla moglie nell’antica, tranquilla capitale dove erano sepolti i ricordi della sua adolescenza. I luoghi che avrebbe voluto mostrare a Mitsuko, che era rimasta a Kyoto solo una notte, quando c’era andata in gita scolastica, erano molti, e non poteva esserci periodo migliore dell’anno. All’inizio di ottobre, la città e la natura che la circondava erano al massimo della loro bellezza.
Aveva organizzato il viaggio in modo che potessero fermarsi a Kyoto almeno cinque giorni, ma furono trattenuti nel paese di lei, nella campagna dello Shikoku, più a lungo del previsto, e quando giunsero alla meta desiderata, non restavano loro che due notti e un giorno. E poiché erano arrivati a Kyoto di sera, di giornate intere avrebbero avuto solo quella successiva, perché il giorno dopo ancora sarebbero partiti la mattina presto. La sera del loro arrivo, una volta che si furono sistemati in un ryokan sulla riva del Ramo, nei pressi del grande ponte di Sanjo, Mitsuko chiese: «Dove pensi di portarmi domani?».
Dal giorno prima il suo modo di parlare con lui aveva acquistato un tono di maggiore intimità.
«Già, dove?» disse Uomi, incapace di rispondere subito.
Ora che il tempo per visitare la città si era ridotto a un solo giorno, era in difficoltà e non sapeva decidere l’itinerario.

Inoue Yasushi, Amore (tit. originale Kekkon kinenbi), Adelphi, Milano 2006 (prima edizione giapponese 1950). Traduzione di Giorgio Amitrano.

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Yasushi_Inoue

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://www.adelphi.it/libro/9788845921155

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/11/06/inoue-yasushi-amore-giappone/

Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli

Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli, Adelphi, Milano 2014 (prima edizione 1953). 176 pagine.

All’uscita di questo libro, nel 1953, soli otto anni dopo la fine della guerra, Anna Maria Ortese venne accusata da varie parti, fra le quali c’era chi diceva che l’autrice avesse fatto un ritratto di Napoli a tinte troppo fosche. Ortese amava Napoli? Sicuramente in questi racconti la rappresenta al suo peggio ma, mi viene da dire, forse è proprio questo che dovrebbe farci capire che la amava. Paradossale? Sì, certo. In realtà, ci sono diversi passaggi in cui l’autrice ci fa capire il suo amore per una città che, però, non lo si può negare, è uscita male dalla guerra, con un livello di povertà enorme e con tutti i problemi che questo porta con sé. Tuttavia l’autrice non si occupa solo del brutto, sebbene questo sia chiaramente l’oggetto principale del libro. Ma ci mostra anche, ad esempio, come Napoli fosse una città piena di grande fervore intellettuale e letterario in particolare.

Anna Maria Ortese non era napoletana: nacque a Roma nel 1914 da padre siciliano e madre napoletana, e visse in diversi posti, fra cui anche Napoli, città che in realtà ha sempre amato. Da Napoli fu quasi “costretta” ad andarsene dopo la pubblicazione di questo libro, per l’ostilità di cui fu fatta oggetto.

Il libro è una raccolta di cinque racconti, alcuni prettamente di fantasia, altri dal taglio più “giornalistico” per così dire, per cui a volte ci capita anche di non capire se l’autrice stia raccontando storie di fantasia o realmente accadute. Quanto diverso, questo libro, da L’iguana, che avevo letto anni prima di questo e che è un’opera fenomenale di realismo magico. In questo caso invece siamo in pieno filone neorealista.

I miei racconti preferiti sono Un paio di occhiali e La città involontaria.

Nel primo la protagonista è una bambina, Eugenia, che è “quasi cecata”: andando un giorno dall’oculista scopre che le mancano nove diottrie, e si capisce così come mai tutto il mondo le apparisse sempre oscuro. La zia decide di farle dono di un paio di occhiali, che si riveleranno costosissimi per questa famiglia povera, e perciò non mancherà mai di rinfacciare questo regalo alla famiglia della bambina e, in verità, a tutti quelli che vogliano stare ad ascoltarla. Alla fine i tanto agognati occhiali arrivano (la bambina ne era così felice, era come l’arrivo di Babbo Natale per lei): Eugenia li indossa, vede tutto così chiaramente che non le sembra più di stare sotto casa sua, e finisce per vomitare. Presa dal cambiamento fisico subito dai suoi occhi, o dalla sorpresa? Perché chiunque porti gli occhiali sa che all’inizio c’è un po’ di spaesamento che può anche dare un lieve fastidio fisico, e pensiamo che fastidio deve aver sentito la povera Eugenia, che non vedeva praticamente niente! Ma non sarà invece la sorpresa e la delusione cocente a far vomitare la bambina? Perché fino a quel momento la bambina poteva immaginare il mondo così come lo voleva, per esempio quando la marchesa, proprietaria del loro appartamento, dona alla zia un vecchio vestito tutto rattoppato, Eugenia lo vede come un vestito di seta bellissimo. Invece gli occhiali la costringono a vedere il mondo come realmente è: sporco, povero, quasi infelice.

Il secondo racconto che ho citato ha come protagonista un enorme condominio in una zona disagiata di Napoli, dove la narratrice si reca per motivi vaghi a conoscere le persone, accompagnata da una degli abitanti. Come tutti i condomini-ghetto, di cui abbiamo testimonianza ancora oggi in varie città d’Italia, qui regna la miseria più becera. Man mano che si sale di piano la miseria va un po’ a scemare, ma i livelli più bassi sono terrificanti. Gente che vive ammucchiata tutta assieme, bambini sporchi che neanche sono più bambini, ma diventati adulti troppo in fretta, e fanno ancora parte dell’infanzia solo a livello anagrafico. Buio pesto, puzza di escrementi, orrore in ogni dove. Come dicevo, condomini simili ci sono tutt’oggi un po’ in tutta Italia, e molto spesso ospitano immigrati o comunque gente di una povertà estrema. Di conseguenza si tratta di luoghi in cui nessuno vorrebbe mettere piede, perché si sa che là regna la miseria e, in certo modo, l’orrore da essa generato. Un racconto, dunque, anche molto moderno.

Anche gli altri tre racconti sono belli, ma non mi hanno colpito tanto quanto questi due.

Sicuramente mi sento di consigliare la lettura di questo libro e altrettanto sicuramente voglio approfondire la conoscenza di questa autrice di cui ho letto due libri così diversi, ma entrambi così belli.

Un articolo su questo controverso libro di Anna Maria Ortese: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1994/05/15/ortese-spacca-napoli.html

L’audiolibro in più puntate letto da Iaia Forte per il programma “Ad alta voce”: http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/PublishingBlock-915359a3-710e-46be-a0d9-d34c7cb303a8.html

Inoue Yasushi, Amore (Giappone)

Inoue Yasushi, Amore (tit. originale Kekkon kinenbi), Adelphi, Milano 2006. Traduzione di Giorgio Amitrano. 124 pagine.

Il libro raccoglie tre racconti, Giardino di rocce, Anniversario di matrimonio e La morte, l’amore, le onde. I primi due li ho trovati abbastanza insignificanti, il terzo, il più famoso, è quello più bello, o meglio l’unico bello.

Sugi si reca nella cittadina di K. per mettere fine alla propria vita gettandosi dalle scogliere. Nell’albergo dove prende alloggio c’è solo un’altra persona, Nami, che come scopo del viaggio ha indicato “mors”, in latino. Le esistenze dei due aspiranti suicidi finiscono per intrecciarsi, e alla fine i due si innamoreranno. Un po’ inverosimile come racconto, ma comunque bello.

Mi ha fatto pensare a un documentario che ho visto una volta dove si parlava di questo bosco dove i giapponesi si recano per suicidarsi. Mi era sembrato così strano che queste persone volessero finire la propria vita in mezzo alla natura, mentre di solito, almeno così penso, non si dà tanta importanza ai dettagli della propria morte. Invece anche qui si sceglie di morire gettandosi da una scogliera, come a rendere più bello l’atto del suicidarsi, o a fornirlo di una cornice esteticamente bella. Ciò non toglie che il documentario fosse angosciantissimo, come angosciante è questo racconto di Inoue.

Negli altri due racconti si parla sempre di amore, ma con declinazioni diverse, e però mi hanno lasciato davvero fredda quindi non sto neanche qui a parlarvene. Diciamo che il libro si salva solo per il terzo racconto, altrimenti non sarebbe proprio valsa la pena di leggerlo, almeno secondo il mio parere.

[Questo post è pubblicato anche sul blog delle letterature altre.]