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[Incipit] Inoue Yasushi, Amore

Giardino di rocce

Come meta del suo viaggio di nozze, Uomi Jiro aveva scelto Kyoto. Per lui che vi aveva trascorso gli anni dal liceo all’università, Kyoto era una seconda patria, e anche se il luccichio di un tempo si era ridotto a un freddo e lontano barlume, non vi era angolo della città che non fosse impregnato di nostalgia. Aveva pensato che dopo tanti anni gli sarebbe piaciuto passare qualche giorno insieme alla moglie nell’antica, tranquilla capitale dove erano sepolti i ricordi della sua adolescenza. I luoghi che avrebbe voluto mostrare a Mitsuko, che era rimasta a Kyoto solo una notte, quando c’era andata in gita scolastica, erano molti, e non poteva esserci periodo migliore dell’anno. All’inizio di ottobre, la città e la natura che la circondava erano al massimo della loro bellezza.
Aveva organizzato il viaggio in modo che potessero fermarsi a Kyoto almeno cinque giorni, ma furono trattenuti nel paese di lei, nella campagna dello Shikoku, più a lungo del previsto, e quando giunsero alla meta desiderata, non restavano loro che due notti e un giorno. E poiché erano arrivati a Kyoto di sera, di giornate intere avrebbero avuto solo quella successiva, perché il giorno dopo ancora sarebbero partiti la mattina presto. La sera del loro arrivo, una volta che si furono sistemati in un ryokan sulla riva del Ramo, nei pressi del grande ponte di Sanjo, Mitsuko chiese: «Dove pensi di portarmi domani?».
Dal giorno prima il suo modo di parlare con lui aveva acquistato un tono di maggiore intimità.
«Già, dove?» disse Uomi, incapace di rispondere subito.
Ora che il tempo per visitare la città si era ridotto a un solo giorno, era in difficoltà e non sapeva decidere l’itinerario.

Inoue Yasushi, Amore (tit. originale Kekkon kinenbi), Adelphi, Milano 2006 (prima edizione giapponese 1950). Traduzione di Giorgio Amitrano.

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Yasushi_Inoue

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://www.adelphi.it/libro/9788845921155

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/11/06/inoue-yasushi-amore-giappone/

Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli

Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli, Adelphi, Milano 2014 (prima edizione 1953). 176 pagine.

All’uscita di questo libro, nel 1953, soli otto anni dopo la fine della guerra, Anna Maria Ortese venne accusata da varie parti, fra le quali c’era chi diceva che l’autrice avesse fatto un ritratto di Napoli a tinte troppo fosche. Ortese amava Napoli? Sicuramente in questi racconti la rappresenta al suo peggio ma, mi viene da dire, forse è proprio questo che dovrebbe farci capire che la amava. Paradossale? Sì, certo. In realtà, ci sono diversi passaggi in cui l’autrice ci fa capire il suo amore per una città che, però, non lo si può negare, è uscita male dalla guerra, con un livello di povertà enorme e con tutti i problemi che questo porta con sé. Tuttavia l’autrice non si occupa solo del brutto, sebbene questo sia chiaramente l’oggetto principale del libro. Ma ci mostra anche, ad esempio, come Napoli fosse una città piena di grande fervore intellettuale e letterario in particolare.

Anna Maria Ortese non era napoletana: nacque a Roma nel 1914 da padre siciliano e madre napoletana, e visse in diversi posti, fra cui anche Napoli, città che in realtà ha sempre amato. Da Napoli fu quasi “costretta” ad andarsene dopo la pubblicazione di questo libro, per l’ostilità di cui fu fatta oggetto.

Il libro è una raccolta di cinque racconti, alcuni prettamente di fantasia, altri dal taglio più “giornalistico” per così dire, per cui a volte ci capita anche di non capire se l’autrice stia raccontando storie di fantasia o realmente accadute. Quanto diverso, questo libro, da L’iguana, che avevo letto anni prima di questo e che è un’opera fenomenale di realismo magico. In questo caso invece siamo in pieno filone neorealista.

I miei racconti preferiti sono Un paio di occhiali e La città involontaria.

Nel primo la protagonista è una bambina, Eugenia, che è “quasi cecata”: andando un giorno dall’oculista scopre che le mancano nove diottrie, e si capisce così come mai tutto il mondo le apparisse sempre oscuro. La zia decide di farle dono di un paio di occhiali, che si riveleranno costosissimi per questa famiglia povera, e perciò non mancherà mai di rinfacciare questo regalo alla famiglia della bambina e, in verità, a tutti quelli che vogliano stare ad ascoltarla. Alla fine i tanto agognati occhiali arrivano (la bambina ne era così felice, era come l’arrivo di Babbo Natale per lei): Eugenia li indossa, vede tutto così chiaramente che non le sembra più di stare sotto casa sua, e finisce per vomitare. Presa dal cambiamento fisico subito dai suoi occhi, o dalla sorpresa? Perché chiunque porti gli occhiali sa che all’inizio c’è un po’ di spaesamento che può anche dare un lieve fastidio fisico, e pensiamo che fastidio deve aver sentito la povera Eugenia, che non vedeva praticamente niente! Ma non sarà invece la sorpresa e la delusione cocente a far vomitare la bambina? Perché fino a quel momento la bambina poteva immaginare il mondo così come lo voleva, per esempio quando la marchesa, proprietaria del loro appartamento, dona alla zia un vecchio vestito tutto rattoppato, Eugenia lo vede come un vestito di seta bellissimo. Invece gli occhiali la costringono a vedere il mondo come realmente è: sporco, povero, quasi infelice.

Il secondo racconto che ho citato ha come protagonista un enorme condominio in una zona disagiata di Napoli, dove la narratrice si reca per motivi vaghi a conoscere le persone, accompagnata da una degli abitanti. Come tutti i condomini-ghetto, di cui abbiamo testimonianza ancora oggi in varie città d’Italia, qui regna la miseria più becera. Man mano che si sale di piano la miseria va un po’ a scemare, ma i livelli più bassi sono terrificanti. Gente che vive ammucchiata tutta assieme, bambini sporchi che neanche sono più bambini, ma diventati adulti troppo in fretta, e fanno ancora parte dell’infanzia solo a livello anagrafico. Buio pesto, puzza di escrementi, orrore in ogni dove. Come dicevo, condomini simili ci sono tutt’oggi un po’ in tutta Italia, e molto spesso ospitano immigrati o comunque gente di una povertà estrema. Di conseguenza si tratta di luoghi in cui nessuno vorrebbe mettere piede, perché si sa che là regna la miseria e, in certo modo, l’orrore da essa generato. Un racconto, dunque, anche molto moderno.

Anche gli altri tre racconti sono belli, ma non mi hanno colpito tanto quanto questi due.

Sicuramente mi sento di consigliare la lettura di questo libro e altrettanto sicuramente voglio approfondire la conoscenza di questa autrice di cui ho letto due libri così diversi, ma entrambi così belli.

Un articolo su questo controverso libro di Anna Maria Ortese: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1994/05/15/ortese-spacca-napoli.html

L’audiolibro in più puntate letto da Iaia Forte per il programma “Ad alta voce”: http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/PublishingBlock-915359a3-710e-46be-a0d9-d34c7cb303a8.html

Inoue Yasushi, Amore (Giappone)

Inoue Yasushi, Amore (tit. originale Kekkon kinenbi), Adelphi, Milano 2006. Traduzione di Giorgio Amitrano. 124 pagine.

Il libro raccoglie tre racconti, Giardino di rocce, Anniversario di matrimonio e La morte, l’amore, le onde. I primi due li ho trovati abbastanza insignificanti, il terzo, il più famoso, è quello più bello, o meglio l’unico bello.

Sugi si reca nella cittadina di K. per mettere fine alla propria vita gettandosi dalle scogliere. Nell’albergo dove prende alloggio c’è solo un’altra persona, Nami, che come scopo del viaggio ha indicato “mors”, in latino. Le esistenze dei due aspiranti suicidi finiscono per intrecciarsi, e alla fine i due si innamoreranno. Un po’ inverosimile come racconto, ma comunque bello.

Mi ha fatto pensare a un documentario che ho visto una volta dove si parlava di questo bosco dove i giapponesi si recano per suicidarsi. Mi era sembrato così strano che queste persone volessero finire la propria vita in mezzo alla natura, mentre di solito, almeno così penso, non si dà tanta importanza ai dettagli della propria morte. Invece anche qui si sceglie di morire gettandosi da una scogliera, come a rendere più bello l’atto del suicidarsi, o a fornirlo di una cornice esteticamente bella. Ciò non toglie che il documentario fosse angosciantissimo, come angosciante è questo racconto di Inoue.

Negli altri due racconti si parla sempre di amore, ma con declinazioni diverse, e però mi hanno lasciato davvero fredda quindi non sto neanche qui a parlarvene. Diciamo che il libro si salva solo per il terzo racconto, altrimenti non sarebbe proprio valsa la pena di leggerlo, almeno secondo il mio parere.

[Questo post è pubblicato anche sul blog delle letterature altre.]

Sándor Márai, L’eredità di Eszter

Sándor Márai, L’eredità di Eszter (tit. originale Eszter hagyatéka), Adelphi, Milano 2004. Traduzione di Giacomo Bonetti. 137 pagine, 8 euro.

Le braci mi era piaciuto tantissimo, e ho deciso di leggere un altro Márai, colpita anche dalla descrizione del libro trovata sul sito di Adelphi. Questa volta però sono rimasta delusa, purtroppo.

Eszter è una donna di mezza età che, nel 1939, anno in cui è uscito il libro, viene considerata già vecchia. Da sempre è innamorata, ricambiata, di Lajos, ma il loro è un amore infelice, perché Lajos è un bugiardo patologico che, dopo essersi fidanzato con Eszter, ne ha sposato la sorella Vilma. E, come tutti gli amori infelici, non finisce mai, tesi esposta nel romanzo e con cui non sono assolutamente d’accordo.

Un giorno Lajos decide di tornare a trovare Eszter e chiama in raccolta anche il fratello di lei e gli amici comuni Tibor ed Endre, oltre naturalmente alla vecchia Nunu, che vive con Eszter. Nunu, profetica, dirà all’inizio del libro che, se viene Lajos, allora è il caso di nascondere l’argenteria. Perché Lajos non è soltanto un bugiardo patologico, ma è anche un uomo dalle mani bucate che chiede in prestito soldi a destra e a manca, e ha debiti con tutti.

Il romanzo, o meglio racconto breve, poco più di 100 pagine, è il racconto di Eszter che rammenta quella visita fatale, in cui è stata spogliata di tutti i suoi beni dall’uomo che un tempo l’aveva amata.

Perché questo è chiaro: Lajos non ama più Eszter, seppure l’ha mai amata. Lajos è un teatrante, un grandissimo attore, capace di piangere lacrime vere pur senza provare niente. Conosco anche io qualcuno così.

Eppure Eszter lo ama ancora, gli è anzi devota, e non esita a compiere un sacrificio supremo per lui. Una donna che si immola sulla pira di un amore mai esistito se non nella sua testa, per un uomo opportunista e così cinico da essere disumano.

Personaggi antipaticissimi che mi hanno costretta a faticare per leggere: un Lajos disumano e una Eszter irreale, salvo forse essere realissima per l’epoca in cui è stato scritto il romanzo. Insomma, non mi è piaciuto, ma lo salvo solo perché, come anche Le braci, è scritto veramente bene, con picchi di rara poesia.

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature altre.]

[Incipit] Leonardo Sciascia, Una storia semplice

La telefonata arrivò alle 9 e 37 della sera del 18 marzo, sabato, vigilia della rutilante e rombante festa che la città dedicava a san Giuseppe falegname: e al falegname appunto erano offerti i roghi di mobili vecchi che quella sera si accendevano nei quartieri popolari, quasi promessa ai falegnami ancora in esercizio, e ormai pochi, di un lavoro che non sarebbe mancato. Gli uffici erano, più delle altre sere a quell’ora, quasi deserti: anche se illuminati, l’illuminazione serale e notturna degli uffici di polizia tacitamente prescritta per dare impressione ai cittadini che in quegli uffici sempre sulla loro sicurezza si vegliava.
Il telefonista annotò l’ora e il nome della persona che telefonava: Giorgio Roccella. Aveva una voce educata, calma, suadente. ‘Come tutti i folli’ pensò il telefonista. Chiedeva infatti, il signor Roccella, del questore: una follia, specialmente a quell’ora e in quella particolare serata.

Leonardo Sciascia, Una storia semplice, Adelphi, Milano 2000. 66 pagine.

* La Fondazione Leonardo Sciascia.
* Un sito dedicato a Sciascia.
* Il libro sul sito dell’editore.