Carmine Abate, Il muro dei muri

Carmine Abate, Il muro dei muri, Mondadori, 2014. Pubblicazione originale 1984.

Carmine Abate, calabrese di etnia arbëreshë, è stato per molti anni un Gastarbeiter, o un germanese, come vengono chiamati in Calabria (o almeno nel paese dell’autore) i “lavoratori ospiti” che dagli anni Cinquanta ai Settanta emigrarono in Germania in cerca di lavoro. Con il corpo in Germania e il cuore in Italia, possono essere paragonati alle persone che oggi arrivano nel nostro paese in cerca di lavoro e di maggiore fortuna.

I germanesi non sono richiedenti asilo, non sono rifugiati, sono semplicemente persone (in genere uomini) che, non trovando lavoro nel proprio paese, decidono di emigrare in Germania, dove magari vive già il padre o qualche parente. A volte portano con sé le famiglie, ma più spesso moglie e figli restano al paese ad aspettare quelle poche settimane l’anno che i mariti trascorreranno con loro. Qui c’è un bellissimo sito dedicato ai Gastarbeiter, molto bello anche graficamente.

Questa esperienza è fondamentale nei libri di Abate, di cui ho già letto La festa del ritorno qualche anno fa. Addirittura, Il muro dei muri fu inizialmente pubblicato in Germania e scritto dall’autore in tedesco.

Questo libro è una raccolta di brevi racconti (l’intero libro ha circa 200 pagine) in cui le tematiche principali sono proprio l’emigrazione, la vita in Germania, i brevi e rarissimi ritorni al paese, la ricerca di fortuna raramente trovata, il lavoro spesso duro, gli episodi di razzismo quotidiano. È un libro tremendamente attuale, perché nelle quotidiane fatiche dei protagonisti di questi racconti (in cui è facile rivedere l’autore), siamo messi di fronte a quello che oggi sono costretti a sperimentare coloro che da altri paesi vengono in Italia.

Un racconto che mi ha colpito molto è quello in cui un ragazzo lavora in un ristorante italiano, sfruttato da un compaesano che ha fatto fortuna ma che per questo si crede in diritto di ergersi al di sopra della legge e di approfittarsi della disperazione dei suoi dipendenti. Una sera, al ristorante si presenta un gruppo di uomini tedeschi che prende a insultare pesantemente il cameriere. Appunto, episodi di razzismo quotidiano, di fronte a cui si tende a chiudere un occhio anche se tutti siamo consapevoli che fanno schifo.

Il protagonista dello stesso racconto si era fidanzato con una ragazza del paese: la famiglia di lei regala ai due ragazzi una casa ancora da finire, anzi addirittura appena iniziata, e ovviamente sarà lui a doversene occupare. Non gli resta perciò che andare a lavorare in Germania, l’unico modo per mettere insieme i soldi che gli servono per terminare la costruzione della casa. Parte praticamente obbligato dai futuri suoceri, arriva con una nostalgia di casa che non lo abbandonerà mai (Heimweh, la chiamano i tedeschi), così come avviene a tutti i germanesi. Fatica a trovare un lavoro dignitoso, una sistemazione abitativa degna di questo nome, e tutto questo lo porta a vivere con fatica l’idea di farsi sentire con i genitori e con la fidanzata. La trascurerà, fino a trovarsi lei e i suoceri in casa: hanno fatto un viaggio di 2000 km per andare a mettere il ragazzo con le spalle al muro e costringerlo a prendersi le sue responsabilità.

Ci sono molti racconti degni di nota, ad esempio un altro che ho apprezzato è l’ultimo, nel quale la violenza esce dal quotidiano e degenera facendosi brutale: un gruppo di naziskin picchia a sangue un ragazzo di origine italiana. Nato e cresciuto in Germania da genitori italiani, parla meglio il tedesco che l’italiano, ma per i neonazisti è uno straniero di merda, e quindi è giusto e lecito massacrarlo di botte fino a mandarlo all’ospedale. Il protagonista però non è questo ragazzo, ma il suo insegnante di italiano, che si interroga: il racconto si svolge subito dopo la caduta del muro di Berlino, eppure i muri continuano ad ergersi altissimi, i muri del razzismo.

Lo consiglio.

Ngũgĩ wa Thiong’o, Il Mago dei corvi

Ngũgĩ wa Thiong’o, Il Mago dei corvi (tit. originale Mũrogi wa Kagogo), La nave di Teseo, 2019. Traduzione dall’inglese di Andrea Silvestri. Pubblicazione originale 2004.

Ngũgĩ wa Thiong’o è considerato uno dei maggiori scrittori africani, ma non è molto noto in Italia e mi pare che solo pochi dei suoi numerosi libri siano stati tradotti in italiano. Dopo aver iniziato la sua carriera di autore scrivendo in inglese, Ngũgĩ (wa Thiong’o non è il cognome, ma significa “figlio di Thiong’o”) ha deciso di scrivere nella sua lingua madre, il gikuyu. La motivazione di questa scelta è ben spiegata nel suo libro Decolonizzare la mente, dove afferma che «la pallottola era il mezzo per l’assoggettamento fisico, il linguaggio era il mezzo per l’assoggettamento spirituale». Quando gli stati africani, fra cui il Kenya, patria di Ngũgĩ, hanno ottenuto l’indipendenza politica, non sono però riusciti a ottenere l’indipendenza culturale, ormai sopraffatti dalla convinzione instillata nella loro mente dai colonialisti per cui la cultura occidentale era necessariamente superiore a quella africana.

Per questa scelta di utilizzare la lingua gikuyu, Ngũgĩ è anche stato arbitrariamente imprigionato dal regime keniota e, dopo essere uscito dal carcere, è andato in esilio prima a Londra e poi negli Stati Uniti.

Questo libro è stato tradotto dall’autore stesso in inglese, e in Italia il libro è stato tradotto dall’inglese: una delle poche volte in cui questa scelta mi trova d’accordo, perché credo sarebbe stato molto difficile se non impossibile trovare un traduttore dal gikuyu all’italiano.

È un romanzo enorme, 910 pagine, tra l’altro massacrato nella versione italiana dalla mancanza di un minimo di correzione bozze, per cui ci sono parole ripetute, errori veri e propri (a un certo punto Vinjinia diventa Virginia) e secondo me, in un caso, anche frasi “mischiate” l’una con l’altra. Comunque, lasciando da parte le questioni editoriali, la mole un po’ mi spaventava, dato che sono sempre intimorita dai libri molto lunghi, ma la trama mi sembrava interessante e ho letto alcune recensioni secondo le quali nonostante la mole si leggeva bene. Assolutamente vero. Certo, si sente la lunghezza, ma non appesantisce il piacere della lettura.

Il romanzo è ambientato in un paese africano immaginario, l’Aburĩria, in cui non è difficile riconoscere il Kenya, ma che funge anche da simbolo degli svariati paesi africani che, finito l’assoggettamento al colonialismo, hanno preso una piega dittatoriale con l’approvazione neanche tanto velata dei paesi occidentali. Il Presidente (senza nome) dell’Aburĩria è un dittatore e il paese è monopartitico. Il Presidente è considerato equivalente al paese, per cui quando si dice Aburĩria si pensa al Presidente, e quando si dice Presidente si pensa all’Aburĩria. Il Presidente accoglie anche con piacere i paragoni con Dio fatti dai suoi fedeli servitori lecchini.

Il Presidente si circonda di fidi servitori che, per meglio servirlo, si sottopongono a degli interventi chirurgici per farsi ingrandire, rispettivamente, gli occhi (per meglio vedere i nemici del Presidente), le orecchie (per meglio sentire le maldicenze dei traditori del paese) o la lingua (per meglio inculcare nei cittadini le sagge parole del Presidente).

Come si vede, questo libro è pieno di realismo magico, che la fa da padrone nel corso di tutto il romanzo. Se devo essere sincera, dopo aver visto che l’autore veniva paragonato a Salman Rushdie mi sono spaventata, perché il mio unico approccio a Rushdie è stato disastroso. Ma, mentre avevo trovato Rushdie illeggibile, con Ngũgĩ non ho avuto affatto questa impressione, anzi.

Il romanzo, oltre al Presidente e ai suoi fedeli ministri, ha molti personaggi, fra cui spiccano Kamĩtĩ e Nyawĩra. I due si conoscono quando Kamĩtĩ, tornato dall’India con una laurea che in patria è praticamente carta straccia dato che la disoccupazione è alle stelle, va a cercare lavoro all’Eldares Edilizia Moderna, dove Nyawĩra lavora come segretaria. Kamĩtĩ viene umiliato dal proprietario, Titus Tajirika e, assolutamente sconsolato, decide di andare a chiedere l’elemosina. Qui incontra di nuovo Nyawĩra, che scoprirà essere un membro del Movimento per la Voce del Popolo, strenuo oppositore del regime. Dopo una rocambolesca fuga, Kamĩtĩ inventa uno stratagemma per far scappare gli inseguitori: attacca alla porta della casa in cui si sono rifiugiati un cartello che afferma che lì risiede il Mago dei corvi e invita ad andarsene per non incorrere nella sua ira.

Da qui nasce la nuova attività di Kamĩtĩ che, con l’aiuto di Nyawĩra, per una serie di equivoci finisce per iniziare a operare come guaritore e usa i suoi “poteri magici” per aiutare le persone che vanno da lui a farsi curare dalle più svariate malattie. Nasce così tutta una serie di situazioni per cui anche i poliziotti prima e i potenti poi cercano l’aiuto del Mago dei corvi. Dunque, accanto alla descrizione di una classe politica e imprenditoriale corrotta e alla ricerca di sempre più potere (e soldi), si sviluppa la questione del Mago dei corvi e quella del Movimento per la Voce del Popolo, che si oppone al potere con eclatanti azioni di protesta.

Al centro di tutto c’è un progetto ambiziosissimo, la Marcia verso il Paradiso, ovvero la costruzione di una sorta di Torre di Babele che servirà a magnificare il Presidente. Per questo progetto sarà necessario il finanziamento della Banca Globale.

Insomma, i fili del romanzo sono tantissimi, fra cui molti altri che non ho nominato per non farla troppo lunga; ma se vi sembra che la trama sia confusionaria vi invito a ricredervi, perché l’autore è eccezionale nel dare un senso a tutto questo. Il filo logico, nel corso della lettura, è chiaro ed evidente, e per nulla difficile da seguire. Il romanzo è una feroce satira politica, una condanna delle dittature, del supino piegarsi dei potenti alle forze occidentali, della corruzione, della smania di certi africani di essere come i bianchi, anzi addirittura di diventare loro stessi bianchi. Questo è molto ben spiegato in un articolo sul sito Scritti d’Africa, in cui si afferma che «Il paradosso a cui si è andati incontro – una tendenza che in tempi di decolonizzazione si è anche accentuata – è che il mondo extraeuropeo si è adattato all’idea di civiltà sottosviluppata che l’europeo gli attribuiva.»

Le forze coloniali hanno dominato i paesi africani politicamente e li hanno fatti sentire inferiori in maniera subdola, portando tra loro i missionari che paternalisticamente li hanno convertiti per far perdere loro quella natura selvaggia che ne caratterizzava la presunta inferiorità. Ma anche dopo l’indipendenza e la creazione dei vari stati africani, la gente ha inevitabilmente continuato a sentirsi inferiore e a smaniare per essere pari ai bianchi. Ngũgĩ sovverte tutto questo restituendo alla sua gente la propria lingua e, conseguentemente, la propria dignità e individualità. In un’intervista citata nell’articolo menzionato qui sopra, Ngũgĩ afferma: «Lo scrivere in gikuyu mi fa sentire libero, anche in esilio, perché la lingua che parliamo è la nostra identità, la nostra storia, il contatto con le nostre radici.»

Come sottolineato da alcuni recensori, la cosa fondamentale nell’approcciarsi a questo romanzo è tenere presente che non aspira a essere un romanzo di gusto “occidentale” ma, proprio grazie al fatto di essere stato scritto in gikuyu, attinge a piene mani a quella che è la cultura africana: una cultura di tipo orale, lontana dalla sensibilità letteraria a cui siamo abituati. È anche per questo che, raccontandone la trama, può sembrare che sia un romanzo confusionario e intricato. Se però ricordiamo che non è e non vuole essere un romanzo “occidentale”, questa impressione viene meno. A Ngũgĩ non interessa affatto compiacerci. Come si dice in questo articolo del Financial Times, «All’autore non importa niente delle convenzioni della letteratura occidentale; invece si affida allo stile narrativo aperto dei racconti popolari africani […] Ngũgĩ non sta facendo giochetti letterari; sta raccontando la sua storia a modo suo.» E l’autore dell’articolo continua: «Per godersi questo libro, i lettori devono per prima cosa abbandonare qualunque aspettativa possano avere sulla letteratura, e semplicemente abbandonarsi alla storia.»

Perciò, è un libro che mi sento di consigliare molto, e sicuramente approfondirò la conoscenza di questo autore.

Alcuni link per approfondire:

* un articolo del figlio di Ngũgĩ su “cosa significa oggi decolonizzare la mente” (in inglese)
* una recensione di Angelo Ricci al libro Decolonizzare la mente
* un articolo di Nigrizia sulla decolonizzazione della mente
* una recensione del Guardian a Il mago dei corvi (in inglese)
* una recensione di SFGATE a Il mago dei corvi (in inglese)

Elizabeth von Arnim, Due gemelle in America

Elizabeth von Arnim, Christopher and Columbus, pubblico dominio. Pubblicazione originale 1919.

*Libro pubblicato in italiano da Bollati Boringhieri con la traduzione di Simona Garavelli, prima con il titolo Cristoforo e Colombo e successivamente Due gemelle in America. L’originale inglese, Christopher and Columbus, può essere scaricato gratuitamente da qualsiasi sito di ebook di pubblico dominio.*

La mia passione per Elizabeth von Arnim non è un mistero, perciò quale modo migliore per iniziare il nuovo anno che leggere un suo libro? Questo romanzo non è particolarmente conosciuto ma, come tutti i suoi libri, è molto gradevole. Senza dubbio non è fra i suoi migliori, anzi diciamo la verità, a tratti è anche un po’ noiosetto (500 pagine sono tante per questa storia), però rimane una lettura piacevole.

Anna-Rose e Anna-Felicitas sono due sfortunate gemelle di 17 anni, ma non sono identiche, almeno nell’aspetto. Sono tuttavia due bellissime ragazze, sebbene tendano a dimostrare qualche anno in meno dei loro 17 anni. Siamo agli inizi della prima guerra mondiale e le due sorelle hanno la sfortuna di avere un padre tedesco e una madre inglese. Quando il padre muore, la madre le porta con sé in Inghilterra, ma presto muore anche lei, lasciandole con gli zii Alice e Arthur. Zia Alice le tollera, in quanto figlie della sorella, zio Arthur invece non le sopporta proprio, soprattutto perché tenersi in casa due tedesche in quel periodo è davvero una pessima idea. Decide così di lavarsene le mani spedendole in America e affidandole alla protezione di una coppia di amici di Boston, lasciando di riserva un’altra coppia di Acapulco nel caso le cose non dovessero andare come previsto.

Le gemelle partono così in nave, dove incontrano il simpatico Mr. Twist, un americano che lavora con la Croce Rossa in Francia e sta tornando a trovare l’anziana madre. I tre fanno amicizia e ben presto Mr. Twist diventa il loro protettore. Molte volte nel corso del romanzo l’autrice ripeterà che Mr. Twist è una madre mancata (sì, una madre, non un padre): è stato proprio programmato dal buon Dio per essere madre, purtroppo però il Signore deve aver commesso un errore assegnandogli il genere maschile. Mr. Twist è infatti una super chioccia, tratta le gemelle come due figlie, le protegge, le consola, le conforta, le aiuta, a volte anche si arrabbia con loro proprio come farebbe una mamma, e non gli passa neanche per la testa di pensare a loro come ad altro che due bambine. Chiaramente è l’unico a considerarle tali, quindi non si rende subito conto del pericolo corso nella bigotta America, dove la gente mormora vedendo un uomo e due bellissime fanciulle insieme senza che sia chiaro il loro legame di parentela (perché devono per forza essere parenti, altrimenti non potrà che trattarsi di bieca abiezione).

Le avventure delle gemelle e di Mr. Twist sono a tratti esilaranti, a tratti tenere e a tratti tristi. L’odio provato da tutti nei confronti delle tedesche è quasi caricaturale, per esempio quando zio Arthur fa un primo tentativo di mandarle come infermiere in un ospedale inglese e vengono maltrattate da tutti. Ma temo che, al di là dei momenti chiaramente caricaturali, l’odio di inglesi e americani nei confronti dei tedeschi agli inizi della prima guerra mondiale fosse assolutamente rispondente al vero.

Come tutti gli altri libri di von Arnim, è un libro molto carino, pieno di humour, simpatico, ma non rifugge da accenni un po’ più profondi, nello specifico appunto relativamente all’odio bovino nei confronti di tutti i tedeschi. Ma è molto più leggero degli altri suoi romanzi: le riflessioni che nasconde sotto la leggerezza di fondo, mi pare, sono poche; credo che qui l’autrice abbia voluto più che altro scrivere un romanzo leggero e gradevole. Di solito la sua leggerezza nasconde altro, ma qui non tanto. Forse è per questo che l’ho apprezzato meno degli altri, tuttavia resta un libro gradevole che consiglio, però non utilizzatelo come primo approccio a questa autrice.

I migliori libri del 2020

Avevo salutato il 2019 dicendomi che il 2020 non avrebbe potuto che essere migliore, dato che l’anno appena finito aveva fatto notevolmente schifo. Una cosa che ho imparato dal 2020, invece, è che al peggio non c’è mai fine, quindi il 31 dicembre ho evitato di augurarmi qualsiasi cosa per l’anno nuovo. Spero solo che sia, per tutti noi, un po’ “meno peggio” di quello appena passato.

Come si fa a fare bilanci di un anno che è stato drammatico e traumatico per l’intera popolazione mondiale? Beh, non si fa, semplicemente. Tuttavia, niente vieta di fare bilanci riguardanti le letture, che tutto sommato è terreno neutro.

Ovviamente, così come per la maggior parte delle persone che conosco, il 2020 è stato un anno particolare anche sul fronte della lettura. Ci sono stati momenti in cui ero talmente angosciata da non avere voglia o forza di leggere, ci sono stati altri momenti in cui mi sono rifugiata nella lettura per non vedere un presente troppo oscuro. Ho letto molti libri leggeri, così come avevo fatto anche l’anno precedente, perché è un po’ difficile, almeno per me, fare letture impegnative quando intorno tutto sembra sgretolarsi. Poi ci sono state anche letture meno leggere, certo, però per gran parte del tempo ho preferito leggere per intrattenermi e per volare altrove con la fantasia.

Nel 2020 ho letto 101 libri: naturalmente non li ho recensiti tutti qui sul blog, però se avete la curiosità di vederli tutti potete andare qui.

In ordine sparso, i libri più belli letti quest’anno sono stati:

  1. Ultima notte ad Alessandria di André Aciman: il mio primo incontro con questo autore mi ha lasciato incantata. Ho deciso di leggerlo perché alcune recensioni mi avevano incuriosito molto, facendomi pensare all’autobiografia di Elias Canetti, autore che come sapete adoro follemente. I paralleli tra l’infanzia dei due autori sono forti, essendo entrambi ebrei sefarditi della diaspora spagnola di fine Cinquecento. La famiglia Aciman si è stabilita in Egitto ed è anch’essa cosmopolita, colorata e fuori dagli schemi. Qui trovate la mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2020/03/31/andre-aciman-ultima-notte-ad-alessandria/
  2. Libri da ardere di Amélie Nothomb: pur non essendo una grande fan di questa autrice, alcuni suoi libri mi sono comunque piaciuti e questo è uno dei migliori fra quelli che ho letto. Una breve pièce teatrale in cui i tre protagonisti, tutti e tre amanti dei libri, sono costretti a prendere la terribile decisione di bruciare i loro amati libri per riscaldarsi. Ne ho scritto qui: https://sonnenbarke.wordpress.com/2020/04/10/amelie-nothomb-libri-da-ardere/
  3. Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien: è stata una rilettura e mi è piaciuto ancor più della prima volta che l’ho letto, poco meno di vent’anni fa. A maggio, dopo il lockdown, mi sono regalata il cofanetto (insieme al cofanetto di Harry Potter) e ho riletto il libro in inglese, trovandolo ancora più affascinante che nella traduzione italiana. E ve lo dice una che non è appassionata di fantasy.
  4. Winnie-the-Pooh di A.A. Milne: a volte non c’è niente di meglio che tornare bambini, almeno per un po’. Questo libro è stupendo, delicato e dolce, e forse leggerlo o rileggerlo da adulti è una buona idea, per consolarsi un po’.
  5. Ho lasciato entrare la tempesta di Hannah Kent: questo invece non fa sicuramente parte dei libri di intrattenimento o di consolazione, anzi proprio il contrario. È un libro feroce e terribile, ma di una bellezza sconcertante, soprattutto se si pensa che è un’opera prima. Qui c’è la mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2020/10/07/hannah-kent-ho-lasciato-entrare-la-tempesta/

Sebbene non siano entrati a far parte della mia top 5, meritano di essere menzionati anche La vita a rovescio di Simona Baldelli (recensione), su una ragazza lesbica nella Roma del Settecento, costretta a vestirsi da uomo per sopravvivere; Gli oscillanti di Claudio Morandini (recensione), romanzo cupo ed evocativo di un autore che avevo già avuto modo di apprezzare in passato; Codice cinque di J.D. Robb (recensione in inglese), un thriller ambientato nel 2058, primo di una serie che comprende una cinquantina di volumi, davvero avvincente; Mexican Gothic di Silvia Moreno-Garcia (recensione), sfarzoso romanzo gotico ambientato in Messico, scritto benissimo e che cattura dalla prima all’ultima pagina, ma purtroppo non ancora tradotto in italiano essendo uscito solo pochi mesi fa.

Ci sono state pure alcune schifezze incredibili, per fortuna poche, ma inutile menzionarle, meglio cancellarne il ricordo. Una bella scoperta è stata la serie di Lady Julia Grey di Deanna Raybourn, che purtroppo in italiano ha dei titoli orribili ma è un’interessante serie di romanzi gialli/romance, che mi sono piaciuti molto anche se non apprezzo per niente il genere rosa/romance. Ho poi continuato nella mia esplorazione dei libri di Elizabeth von Arnim (alcune recensioni le trovate qui, scorrendo alla lettera V), una scrittrice eccezionale che sta diventando una delle mie preferite, tanto che ho anche voluto iniziare il nuovo anno leggendo un suo libro (Due gemelle in America o Cristoforo e Colombo, a seconda dell’edizione, poi forse ve ne parlerò).

Infine, il 15 dicembre è stato il quindicesimo anniversario della nascita del blog: avrei voluto fare un post di buon compleanno, ma l’angoscia del periodo è stata tale che non me la sono proprio sentita. Però ho rinnovato un po’ le pagine del blog (non gli articoli), se volete potete esplorare. È possibile che svecchi anche altre cose, tipo la grafica, ma bisognerà vedere, non fateci affidamento.

E.M. Forster, La macchina si ferma

E.M. Forster, The Machine Stops, pubblico dominio. Pubblicazione originale 1909.

Conosciamo E.M. Forster per romanzi come Casa Howard o Camera con vista. Ha scritto vari altri libri, ma pochi di noi lo associerebbero alla fantascienza. Eppure, nel 1909 ha dato alle stampe questo racconto fantascientifico di appena una cinquantina di pagine (pubblicato in italiano da Portaparole con il titolo La macchina si ferma e da Mondadori nella raccolta La macchina si ferma e altri racconti).

Avevo scaricato l’ebook gratuito diverso tempo fa, ma era rimasto a prendere polvere e devo dire che prenderlo in mano in questo periodo fa un effetto particolarmente straniante.

La prima cosa da fare nell’approcciarsi a questo racconto è tenere presente che è stato scritto più di un secolo fa. Il problema della fantascienza “d’annata” è che rischia di invecchiare male, quindi va letta tenendo a mente che si tratta di un testo scritto molti anni fa, altrimenti rischiamo di annoiarci o anche di ridere di certe invenzioni e previsioni. In effetti, l’inizio è stato un po’ così anche per me, ma è durata veramente poco perché questo racconto di Forster è profetico in maniera allucinante.

Tutto ruota intorno alla famigerata “macchina”, che comanda il mondo, anche se gli abitanti di questo mondo non la metterebbero così. La macchina rende tutto molto comodo (e infatti nel corso del racconto Forster dirà che è stato il troppo desiderio di comfort a rovinare la civiltà) e la gente dà per scontate tutte queste comodità: mai si sognerebbe di mettere in discussione qualche aspetto della propria confortevole vita. Così, quando Vashti riceve la videotelefonata del figlio Kuno che le chiede di vedersi di persona, rimane abbastanza sconcertata. Lo sconcerto prosegue, lasciando spazio al terrore e all’assoluta mancanza di comprensione, quando Kuno esprime il desiderio di salire sulla superficie della Terra per vedere come sono le cose lì. Infatti le persone vivono sottoterra perché l’aria terrestre non è più respirabile per loro.

La vita di queste persone è fatta di videochiamate, migliaia di amici con cui conversare, ricerca di non meglio precisate “idee” da condividere, pulsanti da premere per avere soddisfatto qualsiasi desiderio, dal cibo all’intrattenimento a tutto ciò che sta nel mezzo, conferenze su argomenti ormai lontanissimi e ininfluenti sulla vita di ciascuno (ma cosa potrebbe interessare a queste persone della rivoluzione francese?!).

Ci vedete qualcosa di attuale, immagino, no? Non è certo da ora che siamo circondati dalla tecnologia, che ci rende ogni aspetto della nostra vita più comodo e semplice. Ma penso che in questo anno tutto questo sia aumentato a dismisura, e nella vita di Vashti e degli altri ho rivisto quello che sta succedendo in questo periodo. In particolare mi riferisco alla fasulla idea di connessione con gli altri, ognuno seduto alla propria poltrona, a scambiarci idee tramite internet, parlare su Skype, seguire corsi online… Niente di male in tutto questo, anzi le trovo cose meravigliose e credo che la tecnologia ci abbia permesso di vivere questa situazione in maniera meno dolorosa, ma è chiaro che l’estremizzazione non può essere positiva. Per cui, ecco che nel mondo di Vashti il contatto fisico non è neanche concepito se non come enorme mancanza di rispetto, anzi fa paura, così come spaventa uscire di casa e allontanarsi dalle comodità offerte dalla macchina.

La macchina, di fatto, controlla la vita della gente: è lei che comanda, anche se le persone si illudono di avere il pieno controllo della propria vita perché sono loro a premere i pulsanti. Ma non è affatto così, come si vedrà chiaramente nel corso del racconto.

Immagino che se lo avessi letto l’anno scorso, quando l’ho scaricato, mi avrebbe comunque fatto un certo effetto, ma letto a fine 2020 fa quasi paura. Non mi capacito di come Forster abbia potuto immaginare, 111 anni fa, esattamente quello che sta accadendo qui e ora. La speranza è che la conclusione a cui arriva il racconto resti fantascienza, ma non sarei sincera se dicessi che mi sento di metterci la mano sul fuoco.

Molto consigliato, se leggete in inglese potete trovarlo su qualunque sito di ebook gratuiti di pubblico dominio.

Qui c’è una bella recensione in inglese, il cui autore condivide il mio punto di vista riguardo alla lettura del racconto sullo sfondo del lockdown.