Eugenia Viteri, A Taste of Ecuador (Ecuador)

Eugenia Viteri, A Taste of Ecuador (tit. originali El anillo y otros cuentos e Cuentos escogidos), Jane Knows Intellectual Property, 2008. Traduzione dallo spagnolo di LS Thomas. Pubblicazione originale 1955 e 1983.

Non avendo trovato traduzioni in italiano di questa autrice, che mi sembrava interessante per il mio giro del mondo, ho pensato che fosse una buona idea leggere la traduzione inglese di due sue raccolte di racconti. È un libro molto breve, 154 pagine, e per fortuna perché pure così è stata una tortura. Le pochissime recensioni che ho trovato erano positive, perciò non mi sono posta troppi problemi.

I racconti di questa antologia sono interconnessi tra loro, o almeno lo sono quelli della seconda parte, che potrebbero essere letti più come un romanzo molto breve che come racconti slegati.

I temi sono morte, violenza, povertà e altre simpatiche amenità, raccontate tramite le vite degli innumerevoli protagonisti che sembravano non fare molto altro che soffrire. La mia difficoltà con il libro, tuttavia, non è questa. Certo, magari non era proprio il periodo ideale per leggere un libro così cupo, ma questo era solo l’ultimo dei problemi.

Innanzitutto la traduzione fa uso di termini a volte bizzarri e una sintassi legnosa, che mi fanno pensare che probabilmente il traduttore o la traduttrice non sia di madrelingua inglese. Ci sono anche dei refusi: insomma, un libro che non ha visto alcun editing.

Il problema principale però è che ho trovato questi racconti del tutto incomprensibili e, perciò, completamente privi (per me) di qualsiasi fascino o interesse. Mi è parso che l’autrice saltasse un po’ qua e un po’ là, tanto che dopo un po’ mi sono chiesta se la formattazione del mio ebook non fosse sballata e non fossero stati messi insieme pezzi di racconti in maniera sconnessa. Invece temo di no.

Forse è una scrittura simbolica, non so, fatto sta che mi ha lasciato solo un enorme punto interrogativo. Probabilmente sono ignorante io.

L’unico racconto minimamente interessante (che però ha un finale francamente assurdo) è The Ring, che potete leggere per intero qui, peraltro con un’altra traduzione, a quanto vedo. È anche l’unico racconto che sia stato tradotto in italiano, nella raccolta Racconti ecuadoriani pubblicata da Stampa Alternativa nella mitica collezione Millelire. Il racconto in italiano si intitola L’anello, è stato tradotto da Roberto Bugliani e potete trovarlo a pagina 10 del pdf che la casa editrice mette a disposizione gratuitamente insieme a tutti gli altri librini della collana e ad altri ancora.

Per alcune informazioni (in inglese) su Eugenia Viteri vi consiglio questa pagina del sito dedicato alla letteratura ecuadoregna Ecuador Fiction. Altrimenti c’è la pagina Wikipedia. Immagino si trovino altre informazioni in spagnolo, ma non conoscendo la lingua non ne ho cercate.

Alex Michaelides, La paziente silenziosa

Alex Michaelides, The Silent Patient, Orion, 2019.

[Libro pubblicato in Italia da Einaudi nel 2019, con il titolo La paziente silenziosa e la traduzione di Seba Pezzani.]

L’idea che sta dietro a questo romanzo è originale: una donna uccide il marito con cinque colpi di pistola in faccia, quindi smette di parlare. Viene ricoverata in un ospedale psichiatrico e sei anni dopo lo psicoterapeuta Theo Faber, ossessionato dalla sua storia, farà in modo di farsi assumere proprio in quell’istituto perché vuole a tutti i costi aiutare Alicia a ritrovare la parola. Anche lo sviluppo della storia è originale.

E tuttavia, questo libro è una boiata. Per carità, come si suol dire “tiene incollati alla pagina” e quindi va bene per passare un po’ di tempo; a patto, però, di essere disposti a passare sopra a innumerevoli ed enormi incongruenze e totali idiozie.

Chi abbia una qualche dimestichezza con la psicoterapia sarà probabilmente tentato di abbandonare la lettura dopo non molte pagine. Questo è il primo problema del libro, che secondo me rischia di allontanare molti lettori. Le cose che fa Theo sono del tutto inverosimili, mai nella realtà uno psicoterapeuta potrebbe comportarsi in un modo del genere: prima di tutto non gli verrebbe neanche in mente perché l’etica professionale glielo impedirebbe, in secondo luogo se anche lo facesse verrebbe radiato dall’albo o almeno licenziato a tempo zero. Ma è pure vero che in seguito le sue azioni trovano una giustificazione logica e assumono tutto un altro significato.

Tuttavia, la trama di questo romanzo fa acqua da tutte le parti. Purtroppo è praticamente impossibile descrivere i problemi di questo libro senza rivelare non solo parti della trama, ma proprio la soluzione del mistero. Una soluzione originale, sicuramente, ma zeppa di idiozie tanto che in fin dei conti fa quasi ridere. Se volete saperne di più e non v’importa di scoprire il finale, vi consiglio di leggere questa recensione, che esprime appieno il mio pensiero. Ma attenzione perché svela proprio tutto.

Non dico che i thriller debbano essere realistici. Di certo è un genere in cui la sospensione dell’incredulità deve essere abbastanza forte, altrimenti anziché suspense scatenerebbe le risate. Però santo cielo, un minimo di verosimiglianza penso che sarebbe dovuta, il lettore non è stupido. Tempo fa avevo trovato un’intervista in cui una psicologa criminale spiegava come e perché la sua categoria professionale venga rappresentata in maniera totalmente romanzata nei thriller. Purtroppo, a quanto pare, non l’ho salvata tra i preferiti e non sono stata in grado di ritrovarla: peccato, perché era davvero interessante. Vi segnalo tuttavia questa intervista all’autrice e psicologa forense Katherine Ramsland, che non è affatto d’accordo con la collega. A suo parere, infatti, il lettore deve capire che i thriller vogliono intrattenere, non spiegare come funzionano le cose nella realtà. A suo dire, a molti lettori non interessa affatto la realtà delle cose, vogliono solo essere stupiti. Penso che abbia assolutamente ragione, in parte è così anche per me, però non voglio neanche essere presa in giro.

Il romanzo ha avuto un enorme successo in giro per il mondo e Brad Pitt ha acquistato i diritti per farne un film. Staremo a vedere. Intanto, se volete, qui c’è un’intervista all’autore, interessante seppure tradotta un po’ maccheronicamente.

Edward Atiyah, The Cruel Fire

Edward Atiyah, The Cruel Fire, Doubleday & Company, 1962.

Non troverete molte informazioni su Edward Atiyah, né tantomeno su questo libro. L’ho scoperto per caso su Project Gutenberg Canada e la brevissima descrizione mi aveva intrigato. Per la legge italiana sul diritto d’autore il libro non è fuori diritti ma, essendo del tutto introvabile, l’unico modo per leggerlo è scaricarlo dal sito canadese, dato che in Canada i libri diventano di pubblico dominio 50 anni dopo la morte dell’autore (contro i 70 dell’Unione Europea).

L’autore è libanese ma viveva in Inghilterra. Il romanzo è ambientato in Libano ed è un giallo atipico, ovvero, come dice Project Gutenberg Canada, non è incentrato tanto sulla scoperta dell’assassino quanto sul tentativo di tenere nascosto l’omicidio.

Il romanzo si svolge a Barkita, un piccolo villaggio libanese, e il protagonista è Faris Deeb, commerciante e piccolo proprietario terriero, ricco e di un’avarizia senza pari. Faris Deeb vive con la moglie, l’anziano padre e tre figli: tutti i componenti della famiglia vivono nel terrore e odiano profondamente il capofamiglia, che non perde occasione per aggredirli sia verbalmente che fisicamente.

Un giorno Faris Deeb si reca a Tripoli (sì, esiste una Tripoli in Libano ed è anzi la seconda città più importante e popolosa del paese) per una transazione d’affari: ha intenzione di comprare un terreno e l’agente immobiliare, per farselo amico e persuaderlo all’acquisto, lo porta in un cabaret. Qui si esibiscono donne bellissime e seminude, fra cui un’egiziana che per Faris Deeb è praticamente una dea. L’uomo, sessualmente frustrato, prova per la ballerina un desiderio che riesce a stento a reprimere.

Tornerà poco dopo a Tripoli per ottenere l’oggetto del suo desiderio, pensando che la donna sia una prostituta, oltre che una ballerina. Purtroppo il suo desiderio rimarrà frustrato e così, reso cieco dalla lussuria e dall’odio, Faris Deeb finisce per tornare a Barkita, dove stupra e uccide una giovane e bellissima attrice americana in vacanza.

Faris Deeb non prova nessun rimorso per il suo crimine: non era partito con l’intenzione di ucciderla, ma la ragazza si è ribellata (a quanto pare non era così vero che le donne americane in Libano non aspettano altro che farsi concupire da un libanese). Faris Deeb si giustifica pensando di essere stato provocato da quella “sgualdrina”. Ora il suo interesse principale è nascondere il cadavere.

Seguono numerose vicissitudini e incredibili errori che porteranno inevitabilmente i suoi familiari a sospettare di lui. Il rapporto di potere si è invertito clamorosamente: ora è Faris Deeb ad avere paura di moglie e figli.

Certo, possiamo definire questo romanzo un giallo, ma più ancora di questo è un’indagine psicologica: un personaggio violento e mostruosamente avaro, una famiglia che lo odia ma anche lo teme, una moglie in cui l’odio è più forte della paura, la colpa, il desiderio di non farsi scoprire, il sospetto. Fino all’epilogo, inaspettato ma del tutto logico nel contesto.

Sicuramente non è un capolavoro della letteratura, ma penso che sia stato ingiustamente dimenticato perché è davvero un buon libro.

Elizabeth von Arnim, La memorabile vacanza del barone Otto

Elizabeth von Arnim, The Caravaners, pubblico dominio. Pubblicazione originale 1909.

Qualche tempo fa in un gruppo qualcuno aveva chiesto consigli su Elizabeth von Arnim e, fra i tanti libri citati, era stato raccomandato questo The Caravaners (pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri con il titolo La memorabile vacanza del barone Otto). Siccome adoro questa autrice e non avevo mai sentito parlare di questo romanzo, non mi sono fatta scappare l’occasione di scaricarlo da Internet Archive. Le persone che lo consigliavano ne parlavano come di un libro molto divertente. Le recensioni su Goodreads sono un po’ miste, c’è chi l’ha trovato noioso e chi divertentissimo.

Ora, il mio dubbio è questo: sono strana io o sono gli altri lettori ad essere superficiali? Perché vi assicuro che questo libro non è affatto divertente. Non mi fraintendete, non faccio parte dei lettori che lo hanno trovato noioso. È una questione del tutto diversa.

Una delle caratteristiche migliori dei libri di Elizabeth von Arnim è l’ironia e la leggerezza dietro cui l’autrice riesce a parlare di temi importanti. Von Arnim è eccezionale perché critica molte convenzioni del suo tempo, senza farti subito rendere conto di quello che sta facendo. I suoi libri hanno una superficie di tale leggerezza che un lettore meno attento potrebbe quasi non accorgersi del pensiero assolutamente innovativo e fuori dagli schemi di questa scrittrice di inizio Novecento.

Ho letto sette dei suoi libri e ho trovato questa sottile ironia assente solo da uno, Vera, che al contrario è cupissimo (ma pure in quel caso, alcuni lettori sono stati in grado di vederlo come una storia d’amore…): ne ho parlato qui.

In La memorabile vacanza del barone Otto non c’è traccia di ironia: è una satira feroce del maschio alfa prussiano che crede se stesso (e la Prussia) il centro del mondo e ne è tanto convinto da non riuscire in nessun caso a vedere al di là del proprio naso, finendo per rovinare qualunque situazione.

Il barone Otto von Ottringel e la sua giovane moglie Edelgard decidono di trascorrere una vacanza estiva in Inghilterra, dove noleggeranno tre caravan insieme ad altre persone (due tedesche e le altre inglesi) e andranno in giro per la campagna inglese, in teoria per un mese. Invece la loro vacanza finirà dopo appena una settimana perché il barone inquina l’atmosfera fin dal primo minuto.

All’inizio il tutto può anche sembrare divertente, sicuramente alcune delle avventure lo sono. Ma ci vuole ben poco a cambiare idea, poche pagine, direi.

La storia è narrata dal punto di vista del barone: meglio ancora, questo è il diario in cui il barone racconta la vacanza; un diario scritto per poi leggerlo agli amici tedeschi e passare insieme qualche serata a parlare delle esperienze vissute in Inghilterra. Tanto di cappello a von Arnim che riesce a entrare nella testa di questo nobiluomo misogino e nazionalista tanto da farlo parlare in prima persona. L’autrice dimostra un talento eccezionale nel farlo. Non era scontato riuscire nell’impresa.

Il barone è ovviamente una caricatura, tutte le sue idee orrende sono portate all’estremo: infatti, come dicevo, è satira, e pure feroce. Altro che ironia.

Per il barone, la Prussia è inevitabilmente destinata a conquistare il mondo, o almeno l’Europa; l’Inghilterra è un paese chiaramente inferiore e gli inglesi sono dei poveri idioti; la fede luterana è immensamente superiore a quella anglicana e non parliamo poi dei poveri imbecilli cattolici (non ho capito chi parla di antisemitismo: non mi pare che il barone parli mai di ebrei). Ma la cosa più importante e intorno a cui ruota tutta l’essenza del barone: le donne sono così inferiori da non poter essere trattate nemmeno come cani o come oggetti. No, le donne sono schiave (non che il barone pronunci mai questa parola, tanto per lui questo punto di vista è naturale): la cosa migliore che possano fare è stare zitte, non devono in alcun caso esprimere un’opinione (del resto è certo che non siano in grado di averne una), devono obbedire al marito senza fiatare qualunque cosa egli chieda, anzi in certi casi non deve neanche chiedere e loro devono anticipare i suoi desideri. La moglie di von Ottringel è una moglie docile e sottomessa, ma la vacanza inglese la cambia rapidamente e il dovere del barone è quello di rimetterla al suo posto.

Il barone è palesemente innamorato di Frau von Eckthum, la giovane vedova che li ha invitati a partecipare a questa avventura. Frau von Eckthum è la donna perfetta per il barone: è molto bella ed è la donna ideale con cui conversare. Infatti, il barone cerca di passare più tempo possibile con lei parlandole dei suoi punti di vista da maschio alfa e lei risponde sempre e solo “Oh”. Una donna chiaramente perfetta. Perché dal punto di vista del barone questi “Oh” esprimono chiaro assenso e condivisione dei suoi valori; oltretutto la vedova capisce alla perfezione quale siano il suo posto e il suo ruolo e pronuncia il numero massimo di parole consentite a una donna. Oh. Ovviamente Frau von Eckthum non è un’idiota, ma è così a disagio in compagnia del barone che non riesce ad articolare parola.

Ecco, non ho capito come si faccia a vedere questo libro come divertente. Non lo è, se non per alcune situazioni in cui il parossismo del barone è talmente portato all’estremo da avere risultati ridicoli. Ma il ridicolo non è leggerezza, non è ironia, non è divertimento. La satira è altro: certo che a volte fa ridere, se vogliamo fa pure sganasciare dalle risate, ma si ride *di von Ottringel*. Non si ride delle avventure in caravan perché sono simpatiche. C’è chi ha scritto che il barone è insopportabile. Certo che lo è: von Arnim vuole annientare questo tipo di maschio che probabilmente conosce fin troppo bene (è stata sposata per anni con un membro dell’aristocrazia tedesca che ha parodizzato con grazia in altri romanzi, per esempio in Il giardino di Elizabeth).

Fra le molte recensioni che ho letto, mi pare che la stragrande maggioranza sia incline a considerare questo libro una lettura divertente, riuscita o meno. Chi l’ha odiato l’ha trovato noioso (ovvero, non faceva abbastanza ridere) oppure ha odiato il protagonista (non capendo che non c’era nessuna intenzione da parte dell’autrice di farlo sembrare simpatico). L’unica recensione, fra quelle che ho letto, che ha saputo capire il romanzo è questa. Poi, ehi, se tutti la pensano in un modo e solo io in un altro, magari non ho capito un accidenti io. Ma francamente questa mia lettura non scaturisce da una profonda analisi critica, anzi è stata per me l’interpretazione naturale fin dai primi paragrafi del libro.

Detto questo, il mio giudizio è comunque tiepido perché, sebbene io abbia apprezzato enormemente l’intento e abbia trovato l’autrice superba e il libro sostanzialmente eccellente, rimane comunque una lettura pesante perché sentire gli sproloqui del maschio alfa per più di 300 pagine è obiettivamente demoralizzante.

Andrew Sean Greer, Less

Andrew Sean Greer, Less, Abacus, 2017.

Arthur Less è uno scrittore americano gay prossimo ai 50 anni. Non particolarmente affermato come scrittore, tuttavia riceve inviti da più parti del mondo e i suoi libri sono tradotti in diverse lingue. Sembra un po’ sfigato, ma forse soffre solo di scarsa autostima. Ha avuto una miriade di relazioni sentimentali, ma le più importanti sono state due. La prima è quella con il poeta Robert Brownburn, vincitore del premio Pulitzer e molto più anziano di lui, con cui ha condiviso molti anni di vita, sebbene la loro storia sia poi inevitabilmente finita. Ma rimane tra i due un rapporto speciale, di grandissimo affetto e stima reciproca. L’altra relazione importante è stata quella con il giovane Freddy, figlio adottivo dell’acerrimo rivale Carlos, durata nove anni. In realtà, Less ci ha sempre tenuto a specificare che non era una vera e propria relazione e ha sempre raccomandato al giovane amante di non legarsi troppo a lui. I due vivevano di fatto come veri e propri fidanzati, ma con la consapevolezza da entrambe le parti che si trattava di una relazione “a termine”.

A un certo punto, ovviamente, Freddy lascia Less perché la sua nuova fiamma gli richiede di essere monogamo. Infine Freddy si sposerà con il suo nuovo amore, invitando Less al matrimonio.

Ora Less si trova davvero in difficoltà, perché certo non può partecipare al matrimonio del suo ex amante. Si inventa così una scappatoia che è una vera e propria fuga: decide di accettare tutti gli ultimi inviti ricevuti e parte per un viaggio intorno al mondo. Le tappe saranno New York, Messico, Germania, Italia, brevemente Francia, Marocco, India e infine Giappone. In ognuno di questi posti, Less partecipa a eventi letterari ed è protagonista di assurde avventure. Per esempio, a New York deve partecipare a un incontro per intervistare il grande scrittore di fantascienza H.H.H. Mandern, che però trova in albergo intento a vomitare anche l’anima a causa di un’intossicazione alimentare. Detto così non fa neanche troppo ridere, ma dovrete leggere tutto il capitolo per vedere l’assurdità della situazione.

Altrettanto assurde saranno tutte le altre esperienze di Less negli altri paesi, condite ovviamente di colpi di fulmine e micro-relazioni sentimentali. La parte più rocambolesca è quella che si svolge in Germania, per la precisione a Berlino, dove Less è stato invitato a tenere un corso all’università, forte del suo tedesco che lui crede eccellente e invece è disastrosamente buffo.

Questo romanzo è estremamente ironico, a volte fa proprio ridere, ma ciò non gli impedisce di essere anche una profonda riflessione sulla vita, l’amore e la felicità, oltre che una satira dell’ambiente letterario ed editoriale. (Per esempio, perché Less non ha mai vinto alcun premio letterario, neppure quelli dedicati alla letteratura LGBT? Semplice, perché è un “cattivo gay”, un “assimilazionista”, che non rivendica la propria omosessualità ma scrive di personaggi gay carichi di sofferenza).

Nel libro seguiamo Less nel suoi viaggio intorno al mondo e nelle sue assurde avventure, ridiamo di lui, ma ci fa anche un po’ compassione (non direi pena) finché finiamo per simpatizzare con lui e affezionarci. Perché capiamo che non è così sfigato come sembra, non è un cattivo scrittore né un cattivo gay, non è noioso e non è banale; è solo un uomo che, arrivato alla mezza età, ha paura di rimanere da solo e, vittima della sua scarsissima autostima, ha passato la vita a evitare qualsiasi tipo di decisione, arrivando perfino ad autosabotare qualunque promessa di felicità, rifutandosi addirittura di vederla.

Perché Less soffre così tanto di fronte al matrimonio del suo ex amante, se è sempre stato convinto che non si trattasse di una storia seria o duratura? Beh, ma perché forse questa non-importanza della suddetta relazione è solo quello di cui si è convinto, nel tentativo testardo di sottrarsi alla felicità e magari pure alla serenità.

Forse questo libro è una storia d’amore, forse è una storia di conoscenza di sé, di crescita personale seppure avvenuta “leggermente” più tardi di quanto comunemente dovrebbe essere (Less ha 50 anni!), o forse è tutte queste cose assieme e tantissimo altro ancora. Per cui, in definitiva, è un gran bel libro, che maschera con la leggerezza riflessioni ben più profonde. Un autore che non si prende sul serio nemmeno quando dice cose davvero serie, che non sembra stare in un’arrogante torre d’avorio ma invece si sporca le mani, e quindi risulta tanto più efficace.

Io questo libro lo consiglio davvero. Tra l’altro, nel 2018 ha vinto il premio Pulitzer per la narrativa.

In italiano è stato pubblicato nel 2017 da La Nave di Teseo con la traduzione di Elena Dal Pra.

Se volete approfondire, vi consiglio tre belle recensioni, la prima in italiano e le altre due in inglese: