Libri ambientati in Liguria

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Manarola, Cinque Terre (Di Luca Casartelli – DSC_6954.jpg, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=32998590)

Oggi andiamo in Liguria con il nostro giro d’Italia. Qui sopra una foto di Manarola, una delle Cinque Terre, che sono, nel loro complesso, Patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Purtroppo non ho mai visitato la Liguria, ma spero di riuscire ad andare una volta o l’altra, sono sicura che mi piacerebbe molto.

Ecco dunque alcuni libri ambientati in Liguria, come sempre senza alcuna pretesa di esaustività. Scrivete nei commenti se avete in mente o nel cuore qualche altro libro imperdibile ambientato in questa regione.

Italo Calvino, Il barone rampante, Mondadori: Un ragazzo sale su di un albero, si arrampica tra i rami, passa da una pianta all’altra, decide che non scenderà più. L’autore del libro non ha fatto che sviluppare questa immagine e portarla alle estreme conseguenze: il protagonista trascorre l’intera vita sugli alberi, una vita tutt’altro che monotona, anzi: piena d’avventure, e tutt’altro che da eremita, però sempre mantenendo tra sé e i suoi simili questa minima ma invalicabile distanza.

Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, Mondadori: La storia di Pin, bambino sbandato, passato come per caso dai giochi violenti dell’infanzia alla dura realtà della guerra partigiana. Il primo romanzo di Italo Calvino.

Lorenzo Beccati, Pietra è il mio nome, Nord: Genova, 1601. La chiamano la Tunisina. La disprezzano. La temono. Ma è a lei che i genovesi si rivolgono se hanno bisogno d’aiuto. Perché quella donna sfuggente è una rabdomante: sa ritrovare gioielli rubati, persone scomparse; riesce a smascherare ladri, truffatori e assassini. Tutti credono sia la custode di un potere arcano; in realtà, il potere di Pietra sta nella sua mente acuta e nella dolorosa consapevolezza che il mondo degli uomini non ammetterebbe mai di essere inferiore a una semplice donna.
Questa volta, però, l’incarico che attende Pietra è diverso da qualsiasi altro. Mentre Genova è in preda alla frenesia del carnevale, viene ritrovato il cadavere di una giovane, massacrata a morte e, lì accanto, c’è una bacchetta da rabdomante che sembra indicare Pietra come autrice del delitto. Per dimostrare la propria innocenza, Pietra inizia quindi a indagare e, ben presto, si rende conto che quell’omicidio sta riportando in superficie antichi e terribili rancori.
Adesso per Pietra è giunto il tempo di affrontarli, di risalire alla sorgente nascosta del male. Prima che l’assassino torni a colpire. Prima che l’assassino torni per lei…
Con una prosa elegante ed evocativa, Lorenzo Beccati ci trasporta tra i carruggi di una Genova inedita e sorprendente, tratteggiata attraverso gli occhi di Pietra, una donna fragile come la speranza e salda come una roccia, contro cui s’infrangono superstizioni e pregiudizi, intrighi e vendette.

Bruno Morchio, Bacci Pagano. Una storia da carruggi, Fratelli Frilli: Bacci Pagano è un vecchio investigatore privato che ha perso per strada tutti i sogni e le speranze della sua gioventù. Dopo aver creduto nella rivoluzione si è fatto cinque anni di galera come terrorista rosso, per uno scherzo del destino e senza mai esserlo stato. La moglie lo ha lasciato e da dieci anni non vede più sua figlia. Anche la giovane fidanzata lo ha mollato. Gli resta ancora qualche amico, come il commissario Pertusiello, dirigente della Squadra Omicidi della Mobile di Genova. I carruggi sono il suo territorio, nei carruggi vive e lavora muovendosi su una vecchia Vespa color amaranto. E il centro storico di Genova, sospeso tra degrado e speculazione travestita da modernità, rappresenta lo scenario su cui si muovono i personaggi del romanzo.
Mentre sta indagando su un oscuro faccendiere per conto di un’antica famiglia genovese assediata dalla mafia, Bacci Pagano conosce la giovane fidanzata del suo cliente, donna impetuosa e nevrotica che lo cerca e lo respinge, e scopre che costei è al centro di una situazione ambigua e complicata fatta di finte ingenuità e di cinici calcoli che portano fino al delitto. Nel frattempo un suo vecchio compagno del sessantotto lo assolda per ritrovare una carabina rubata dalla sede di una radio. Con quella carabina qualcuno vuole attentare alla vita del Presidente del Consiglio, in visita a Genova.

Enzo Chiarini, Le mura della Malapaga, Fratelli Frilli: Il “noir” Le Mura della Malapaga ha una scrittura asciutta, per nulla indulgente a fronzoli stilistici né ad ammiccamenti imbarazzanti. Narrato in prima persona si distende lungo un arco temporale che parte dalla metà degli anni ’70 e giunge sino alla fine degli ’80.
La trama offre, oltre che un viaggio nella coscienza attraverso le efferatezze di un’organizzazione criminale nella Genova di quegli anni, un’opportunità diversa al percorso di pentimento così come inteso nell’accezione classica.

Maria Masella, Morte a domicilio, Fratelli Frilli: Due detective, il commissario Antonio Mariani e la moglie – ingegnere informatico – cercano di individuare un misterioso serial killer, uomo o donna? Giovane o vecchio? Che ad ogni delitto invia messaggi sibillini e preoccupanti, segni chiari della sua intenzione di colpire il loro nucleo famigliare. Dalla Foce ai Corsi, da Romanengo a Feltrinelli si snoda una caccia per fermare l’assassino e scoprire la verità.

Roberto Perrone, La ballata dell’amore salato, Mondadori: Genova, 1990. È una fredda domenica di fine novembre e Girolamo Moggia aspetta a pranzo il figlio che deve arrivare da Milano, dove ha fatto carriera diventando un importante manager. Girolamo Moggia è un picchettino, uno di quegli operai che scendono nelle caldaie a pulirle quando una nave si ferma nel porto, e delle scelte del figlio non è mai stato tanto convinto. Girolamo Moggia è un uomo pratico, di poche parole, anche ruvido, ma è uno senza maschera, che dice e fa quello che pensa. Per quel pranzo domenicale ha comprato i corzetti, una tipica pasta genovese, e non vede l’ora di cuocerli. Non tanto per la fame, quanto perché deve andare allo stadio. C’è il derby Genoa-Sampdoria, e non ha nessuna intenzione di perderselo. Ma il figlio tarda. Eppure devono discutere di questioni importanti. Girolamo Moggia è da poco diventato vedovo di una moglie molto amata, ma adesso tutto il suo amore, nato negli anni della guerra e cresciuto nel tempo, più forte delle differenze sociali, si è trasformato in rancore. Ogni volta che ripensa alla moglie, l’odio e la rabbia lo assalgono come una mareggiata cattiva in certi giorni d’inverno. Che cosa ha scoperto? No, non si tratta di un tradimento, anche se, in qualche modo, è come se lo fosse. E che cosa deve decidere adesso, così urgentemente, con il figlio? Qualcosa è intervenuto inaspettatamente a scompaginare le sue certezze, e adesso Girolamo Moggia, volente o nolente, si trova a farci i conti, in un andirivieni di ricordi, alcuni ormai aspri, salati, altri, malgrado tutto, ancora dolcissimi. Senza compiacimenti, con brio e acutezza pungente, Roberto Perrone mette in scena il conflitto tra l’amore e l’orgoglio, in un romanzo di amicizie e di contrasti, di slanci e di tormenti, di sentimenti e risentimenti lungo cinquant’anni. Un romanzo che ha il ritmo suadente di una ballata, che avvolge e trascina, sorprende ed emoziona, e resta in mente come uno di quei motivi che non passano e continuano a risuonare dentro di noi.

Fabio Pozzo e Roberto Centazzo, Signor giudice, basta un pareggio, Tea: C’è una partita di droga molto pericolosa in arrivo dal mare e destinata a finanziare speculazioni edilizie e campagne elettorali. C’è il Grigio, che dall’ombra muove il traffico di stupefacenti e di denaro sporco. C’è Pedro, un sudamericano ex galeotto, ex spacciatore, che sussurra qualcosa all’orecchio degli inquirenti e poi sparisce. C’è una catena di morti che non possono essere accidentali. Di chi è la mano dietro questi delitti?
E poi ci sono tre uomini che hanno scelto tre strade molto diverse, ma tutte al servizio della verità, della Legge: il procuratore capo Lorenzo Toccalossi, appena trasferito a Genova a dirigere la Direzione distrettuale antimafia; il suo braccio destro, il maresciallo dei carabinieri Luigi Centofanti; e un amico, Bartolomeo Bussi, giornalista di un noto quotidiano nazionale. E tutti e tre si ritrovano a indagare su una pista che puzza di marcio da fare schifo, tra appalti truccati, speculazioni edilizie, traffico di stupefacenti, corruzione, morte. Sullo sfondo la Liguria, terra bellissima sotto scacco.

Giacomo Gensini, Genova sembrava d’oro e d’argento, Mondadori: Dario ha trent’anni, è un celerino. È questo che sì sente, più che un poliziotto. Insieme ai suoi compagni Leone, Gundam e tutti gli altri, spende la domenica prestando servizio negli stadi italiani. Loro sono “il” reparto mobile, quelli guardati con distacco da tutto il resto della polizia. Per loro il “lavoro sporco” è un’opportunità per guadagnare qualche soldo in più grazie alle ore di straordinario. Ma è anche l’occasione per dare libero sfogo alla rabbia. Una rabbia accumulata in centinaia di domeniche sempre uguali, scandite dalla violenza folle e senza senso degli “ultras”. Dario è totalmente assorbito dalla sua quotidianità fatta di cariche e scontri, consapevole di essere solo e perennemente in fuga da qualcosa che è nascosto nel suo passato. È così e basta: nulla è davvero importante per lui, solo il tempo trascorso in strada o sotto una curva. Ma il G8 di Genova piomba sulla sua vita e su quella dei suoi compagni. La creazione di un nucleo speciale del reparto mobile di Roma, un reparto iper addestrato ed equipaggiato, è l’inizio di una storia che lo porterà fino alla tragica notte culminata nel cieco e furioso assalto a una scuola: la scuola Diaz. Allora sarà costretto a scegliere, in pochi attimi, qualcosa che deciderà il resto della sua vita.

Riccardo Gazzaniga, A viso coperto, Einaudi: Due schieramenti nemici si sfidano ogni settimana su un terreno di rabbia e violenza: sono gli ultrà e i celerini. A Genova un gruppo di tifosi sceglie di non accettare imposizioni e ingaggia uno scontro frontale con la polizia. L’odio per le divise riesce a unire reduci del G8 ed estremisti di destra, adolescenti eccitati dalla guerriglia e uomini perseguitati dai fantasmi di un passato insopportabile. Tra le forze dell’ordine c’è chi è acceso dall’adrenalina e chi non può liberarsi da un tremendo rimorso, chi vuole raccontare in un libro la sua storia e chi potrebbe segnare la propria con un errore fatale.

Claudio Paglieri, Domenica nera, Piemme: È domenica. Il Marassi di Genova echeggia del boato dei tifosi in fibrillazione per una delle partite più importanti della stagione. Pubblico e squadre sono in attesa che il gioco riprenda dopo l’intervallo, ma l’arbitro Ferretti non compare. A un tratto l’annuncio che la partita è sospesa. Oltre la porta chiusa a chiave dello spogliatoio, il corpo del direttore di gara pende da un gancio sul soffitto. È una bomba per il mondo del calcio italiano. Impazzano i dubbi, le voci, le malignità. Tutti sussurrano la parola che non si può dire: corruzione. Quando il commissario Luciani arriva sul posto, la prima sensazione è di trovarsi di fronte a un suicidio. E d’altra parte è la tesi che fa più comodo: Ferretti era depresso, la moglie lo stava lasciando e lui si è tolto la vita. Questa dev’essere la versione ufficiale. Ma ci sono dettagli che non tornano. E Luciani non ci sta a fare il gioco di chi vuole insabbiare la vicenda, perché l’odore di marcio gli arriva alle narici, anche se sono a più di un metro e novanta d’altezza. Per lui la verità non è fatta di compromessi; non li concede nemmeno a se stesso. È magrissimo, vive in un orrendo monolocale, non mangia quasi e beve solo Lemonsoda. E su questa faccenda andrà fino in fondo. A costo di farsi nemici molto potenti.

Nadia Morbelli, Hanno ammazzato la Marinin, Giunti: È la vigilia di Pasqua e Genova è sferzata da una pioggia battente. La redattrice e paleografa Nadia Morbelli, appena rincasata da un noiosissimo viaggio di lavoro, sta per prepararsi un meritato bagno caldo, quando improvvisamente nel palazzo salta la luce. Nadia non presta molta attenzione alla cosa, almeno fino a quando, tre giorni dopo, suona alla sua porta il commissario di polizia, il dottor Prini. Eh sì, perché proprio la sera in cui si stava rilassando nell’acqua bollente, sullo stesso pianerottolo, a pochi passi dal suo appartamento, è stata ammazzata nientemeno che la signora Assunta, la terribile e petulante vicina di casa, per tutti “la Marinin”. Curiosa e impertinente per natura, Nadia si incaponisce sull’omicidio e inizia a cercare indizi per conto proprio. E tra un salto alla bocciofila con le amiche, quattro chiacchiere al bar e lunghe conversazioni col commissario che assumono tutta l’aria di un flirt, comincia a individuare qualche pista davvero interessante…

Fabrizio De André e Alessandro Gennari, Un destino ridicolo, Einaudi: Un intellettuale marsigliese passato dalla Resistenza alla malavita, un pappone indolente e un pastore sardo scampato a una pesante condanna organizzano il furto di un carico di merce preziosa. Tre uomini provenienti da diverse latitudini ed esperienze che il destino riunisce a Genova per il “colpo” della vita. Due donne, una timida prostituta dell’angiporto e un’affascinante istriana, attraversano indenni lo spettacolo del disastro. Ma saranno Fabrizio e Alessandro, personaggi fino a quel punto marginali, a rintracciare e raccontare gli esiti delle avventure degli altri.

Laura Bosia, Angeli e basilica, Marsilio: Il fascino del racconto sta nel perdersi e ritrovarsi di due esistenze spaiate e nel sentimento dell’attesa. Maria, prostituta di mestiere, aspetta da anni Bale, il marinaio che ha conosciuto da giovane e di cui è innamorata. Dell’amore di Maria si favoleggia tra i carrugi: di lei sono gelosi Cristò, il vecchio siciliano del porto, Claudio, il ragazzo muto, Napoleona, l’indovina, e tutto un mondo di personaggi a cui la “regina” del quartiere si dona senza chiedere nulla; il suo unico sostegno è Beniamino, un angelo custode. Così in una Genova che è sangue, umore e odore, basilico, lezzo di gatti e profumo di donna, volteggia l’angelo di Maria, per prestarle il suo ruolo di consolatore, di ingenua e quasi umana presenza, di guardiano generoso.

Fabio Beccacini, Via del Campo, Fratelli Frilli: Un noir di carta a vetro, una Genova splendida e dannata. Un maresciallo malinconico perso nei ricordi, un cronista di nera che beve troppo, una puttana che fa troppe domande e una che avrebbe voluto cambiare vita. Un assassino introvabile, incomprensibile. La Genova dei vicoli, delle strade strette e labirintiche. Vite che si intrecciano sullo sfondo uterale e nero-grigio di una città decadente. Storie che si incontrano (scontrano) nel ventre duro di una piccola metropoli ormai indifferente.

Cristina Rava, Un mare di silenzio, Garzanti: Un freddo pomeriggio di Capodanno, in un paesino dell’entroterra ligure. Ardelia Spinola, genovese, è medico legale. Viene chiamata per un duplice omicidio: due algerini uccisi a fucilate in una casupola di campagna. Uno faceva il pediatra, l’altro era ancora un ragazzo. Poco lontano, mentre si avvicina al suo pick-up, Ardelia trova una chiavetta usb e prima di consegnarla al giudice decide di dare un’occhiata. Quando la apre, trova un testo in arabo. Inizia così un’indagine difficile e molto pericolosa, anche perché Ardelia ama fare di testa sua. Per fortuna a darle una mano, c’è Gabriel, un ottantenne che dalla vita ha imparato molte cose. E poi ci sono le amiche, quelle che arrivano da Genova e quelle che incontra nelle sue avventure. Cristina Rava ci fa scoprire una Liguria inedita, piena di ricchezze segrete, colta nella luce fredda dell’inverno: piccoli borghi, un tempo chiusi su sé stessi, ma anch’essi ormai aperti al mondo. È lo scenario ideale per Ardelia, un personaggio femminile di rara simpatia, con le sue manie e le sue passioni: i gatti che vivono con lei, le specialità della cucina locale e di quella etnica, le chiacchiere tra donne, e il suo pick-up Mitsubishi L200, indispensabile compagno delle sue escursioni notturne lungo le strette stradine dell’entroterra…

Roberto Perrone, La cucina degli amori impossibili, Mondadori: Forse due ristoranti “stellati” sono troppi per un piccolo borgo, anche se quel piccolo borgo è incastonato nello splendido ed esclusivo scenario della Riviera ligure: la rivalità diventa inevitabile e il conflitto aperto molto probabile. È quello che succede tra i Cavasso e i Maggiorasca, le famiglie titolari dei due ristoranti pluripremiati, da sempre vicinissime, da sempre irriducibilmente contrapposte. Cesare Cavasso, uomo eccentrico e autoritario, cuoco di genio, ma abituato a tiranneggiare parenti e sottoposti, sostiene che Vittorio Maggiorasca, ex sous chef nel suo ristorante prima di mettersi in proprio, gli abbia rubato le ricette; Vittorio, al contrario, ritiene che sarebbe stato Cesare a ispirarsi alle sue idee. La loro rivalità dura per due decenni, senza che Vittorio riesca a ottenere l’agognata terza stella (quella che fa veramente la differenza). Fino all’improvvisa morte del patriarca Cavasso. Per i Maggiorasca è finalmente il momento di sorpassare i rivali, rimasti senza guida; e per farsi sostenere in questa impresa fanno rientrare la figlia Rossella, che nel frattempo è diventata socia di un ristorante a Boston. Sullo stesso aereo che la riconduce in Italia c’è anche Augusto Cavasso, il figlio di Cesare, affascinante giocatore di basket, che è divenuto una star della NBA dopo essersi allontanato vent’anni prima dall’Italia per non dover seguire le orme del padre, e che adesso sta tornando a casa per i funerali e per raccoglierne, malvolentieri, l’eredità. Tra i due, che non si conoscono, scatta, immediata, un’attrazione fortissima, ma basta scendere dall’aereo perché tutto si complichi. Lo sgomento che, a vederli insieme, si dipinge sul volto di sua sorella, rende subito chiaro ad Augusto che quella passione repentina quanto bruciante ha davanti a sé una strada tutta in salita… E così la contesa tra i Cavasso e i Maggiorasca si arricchisce di nuove tonalità, quasi fossero dei moderni Montecchi e Capuleti. Che stavolta, però, si fronteggiano in cucina. Scandito con la grazia leggera di una favola e l’implacabile geometria di certe felicissime commedie, Roberto Perrone ci regala (ci serve, potremmo quasi dire) un racconto gustosissimo a base di amore e risentimento, alta cucina e umane bassezze, percorso da una vibrante sensualità, condito di humour tipicamente ligure. E nel tardivo apprendistato, culinario e amoroso, di Augusto, nella sua ascesa contrastata verso il cuore di Rossella, ogni lettore non potrà non riconoscere una parte di se stesso.

André Aciman, Chiamami col tuo nome, Guanda: Vent’anni fa, un’estate in Riviera, una di quelle estati che segnano la vita per sempre. Elio ha diciassette anni, e per lui sono appena iniziate le vacanze nella splendida villa di famiglia nel Ponente ligure. Figlio di un professore universitario, musicista sensibile, decisamente colto per la sua età, il ragazzo aspetta come ogni anno “l’ospite dell’estate, l’ennesima scocciatura”: uno studente in arrivo da New York per lavorare alla sua tesi di post dottorato. Ma Oliver, il giovane americano, conquista tutti con la sua bellezza e i modi disinvolti. Anche Elio ne è irretito. I due condividono, oltre alle origini ebraiche, molte passioni: discutono di film, libri, fanno passeggiate e corse in bici. E tra loro nasce un desiderio inesorabile quanto inatteso, vissuto fino in fondo, dalla sofferenza all’estasi. Chiamami col tuo nome è la storia di un paradiso scoperto e già perduto, una meditazione proustiana sul tempo e sul desiderio, una domanda che resta aperta finché Elio e Oliver si ritroveranno un giorno a confessare a se stessi che “questa cosa che quasi non fu mai ancora ci tenta”.

Libri ambientati in Piemonte

Palazzo Reale di Torino (Di Xadhoomx – Foto personale, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2565557)

Oggi il nostro giro d’Italia appena iniziato ci porta in Piemonte. Qui sopra potete ammirare una foto in notturna del Palazzo Reale di Torino. Ovviamente il Piemonte è molto, molto di più che la sola Torino, ma devo ammettere di aver visitato soltanto il capoluogo, peraltro moltissimo tempo fa.

Naturalmente i libri ambientati in questa grande regione sono veramente tanti, quindi questa piccola lista non ha alcuna pretesa di esaustività. Come al solito mi farà molto piacere se vorrete segnalarmi altri libri nei commenti, ma ricordate che probabilmente non li ho esclusi per chissà quale motivo, ma soltanto per non allungare troppo l’elenco.

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Edmondo De Amicis, Cuore, varie edizioni: Diario immaginario di un bambino di terza elementare, il romanzo narra gli episodi lieti e tristi di un intero anno scolastico, inframmezzati da nove racconti esemplari in forma di dettato, tra cui i celeberrimi Piccola vedetta lombarda, Tamburino sardo, Dagli Appennini alle Ande. Una galleria di personaggi entrati saldamente nella memoria popolare e colta – come Franti, Derossi, Garrone – anima le pagine del romanzo, considerato da Alberto Asor Rosa una storia di iniziazione alla vita. In questo caso, alla vita dura e difficile dell’Ottocento, ma anche alla nuova vita di una nazione nascente, che deve sorgere dal lavoro, dalla fusione delle regioni, dall’accordo fra le classi.

Fruttero e Lucentini, A che punto è la notte, Mondadori: Torino, sera del 25 febbraio. Un’esplosione uccide don Pezza mentre è intento a una strana predica, molto più simile a una rappresentazione teatrale che a una funzione religiosa. È proprio la tragica morte del sacerdote a dare avvio ad uno dei casi più avvincenti e delicati nella carriera del commissario Santamaria, deciso a fare luce sul legame che unisce i misteriosi affari di un parroco visionario a oscure macchinazioni del mondo dell’alta finanza e della grande industria. E sarà un’indagine senza tregua, all’inseguimento di un assassino abilissimo nel fare perdere le proprie tracce in un dedalo di false piste e di presunti colpevoli. Un giallo serrato e rigoroso, un libro di grande fascino.

Fruttero e Lucentini, La donna della domenica, Mondadori: Uscito nel 1972, La donna della domenica è il primo e il più popolare dei libri di Fruttero & Lucentini, e resta tuttora l’insuperato capostipite del “giallo italiano”. Divertente e godibilissimo, il racconto si snoda tra i vizi, l’ipocrisia, le comiche velleità e gli esilaranti chiacchiericci che animano la vita della borghesia piemontese, tra architetti misteriosamente assassinati, dame dell’alta società tanto affascinanti quanto snob, poliziotti e industriali. Sullo sfondo – ma è in realtà la vera protagonista – vi è una Torino in apparenza ordinata e precisa fino alla noia, che nasconde un cuore folle e malefico. Un romanzo paradossale e raffinato, complesso ma leggero, che mantiene ancora intatte le sue doti di freschezza, eleganza e fulminante ironia.

Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, Einaudi: Lessico famigliare è il libro di Natalia Ginzburg che ha avuto maggiori e più duraturi riflessi nella critica e nei lettori. La chiave di questo straordinario romanzo è delineata già nel titolo. Famigliare, perché racconta la la storia di una famiglia ebraica e antifascista, i Levi, a Torino tra gli anni Trenta e i Cinquanta del Novecento. E Lessico perché le strade della memoria passano attraverso il ricordo di frasi, modi di dire, espressioni gergali.
Scrive la Ginzburg: «Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c’incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti, o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase, una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. Ci basta dire “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido cloridrico”, per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole».

Giovanni Arpino, La suora giovane, Baldini&Castoldi: Torino, inverno livido, un ragioniere di quarant’anni e una novizia di appena venti. Un incontro, il loro, che sarà una timida quanto feroce rivoluzione privata. La suora giovane è il diario di una storia che si consuma prima in attesa del tram 21 e poi seduti su un pianerottolo, mentre lui, Antonio Mathis, quel niente travestito da uomo ammodo, cambia pelle e scopre d’essere altro e lei, Serena, con mani giunte e coraggio giovane, chiede amore e conoscenza. O forse d’essere salvata.

Giampaolo Pansa, Il bambino che guardava le donne, Sperling & Kupfer: Il nuovo racconto di Giampaolo Pansa torna, sotto forma di una lunga rievocazione, ai primi anni del secondo dopoguerra nella provincia piemontese, a Casale Monferrato. Il protagonista è un bambino di undici anni, intelligente, curioso e precocemente interessato a quel mondo affascinante e misterioso che per lui sono le donne. Un giorno compare nel suo caseggiato una nuova inquilina, una ragazza che tutti chiamano la Fascista perché è stata ausiliaria nella Repubblica di Salò. Ma a Giuseppe non interessano le opinioni dei grandi e tra i due nasce una tenera amicizia. Ma ben presto si stabilisce nel caseggiato un altro ospite, un giovane ragazzo ebreo sopravvissuto ad Auschwitz dopo un periodo trascorso in montagna tra i partigiani.

Cesare Pavese, La casa in collina, Einaudi: Il momento più alto della maturità dello scrittore Cesare Pavese: la storia di una solitudine individuale di fronte all’impegno civile e storico; la contraddizione da risolvere tra vita in campagna e vita in città, nel caos della guerra; il superamento dell’egoismo attraverso la scoperta che ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione. Il romanzo simbolo dell’impegno politico e del disagio esistenziale di un’intera generazione.

Cesare Pavese, La luna e i falò, Einaudi: Pubblicato nell’aprile del 1950 e considerato dalla critica il libro più bello di Pavese, La luna e i falò è il suo ultimo romanzo.
Il protagonista, Anguilla, all’indomani della Liberazione torna al suo paese delle Langhe dopo molti anni trascorsi in America e, in compagnia dell’amico Nuto, ripercorre i luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza in un viaggio nel tempo alla ricerca di antiche e sofferte radici.
Storia semplice e lirica insieme, costruita come un continuo andirivieni tra il piano del passato e quello del presente, La luna e i falò recupera i temi civili della guerra partigiana, la cospirazione antifascista, la lotta di liberazione, e li lega a problematiche private, l’amicizia, la sensualità,
la morte, in un intreccio drammatico che conferma la totale inappartenenza dell’individuo rispetto al mondo e il suo triste destino di solitudine.

Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi: Il partigiano Johnny è riconosciuto come il più originale e antiretorico romanzo italiano sulla Resistenza. La storia è quella del giovane studente Johnny, cresciuto nel mito della letteratura e del mondo inglese, che dopo l’8 settembre decide di rompere con la propria vita e di andare in collina a combattere con i partigiani. Una storia simile a quella di molti altri giovani e di molti altri libri scritti sullo stesso argomento. Ma Fenoglio riesce a dare alle avventure e alle passioni di Johnny una dimensione esistenziale ben più profonda e generale.

Piero Chiara, La stanza del vescovo, Mondadori: Estate 1946. La guerra è appena terminata e sulle rive del Lago Maggiore si torna faticosamente a vivere. Il protagonista di questo maturo e sapido romanzo di Piero Chiara è un giovane sui trent’anni che solca le acque del lago per diporto; gettata l’ancora nel porticciolo di Oggebbio, viene invitato a Villa Cleofe dall’enigmatico dottor Orimbelli, che lì vive con la moglie, acida e molto più anziana di lui, e la bella cognata Matilde, vedova. Il giovane si sente nel contempo attratto e respinto dal mistero che si respira nelle stanze di quella villa, ma finisce con l’accettare l’ospitalità di Orimbelli. Giorno dopo giorno l’amicizia tra i due si consolida, anche perché entrambi non tardano a riconoscersi come accaniti dongiovanni. Un tragico avvenimento viene però a turbare il clima tranquillo della villa, e quello che fino a quel momento è stato un fine ritratto della vita di provincia assume all’improvviso i contorni del “giallo”. Cos’è avvenuto veramente nella darsena? Chi era l’uomo in bicicletta intravisto sulla strada del lungolago?

José Saramago, Oggetto quasi (Portogallo)

José Saramago, Oggetto quasi (tit. originale Objecto quase), Feltrinelli, Milano 2014. Traduzione di Rita Desti.

Questo breve libro di Saramago, circa 150 pagine, è composto da sei racconti. Tutti saprete, credo, che io adoro Saramago, anche se non tutti i suoi libri che ho letto (non ho ancora letto tutti quelli che ha scritto) mi sono piaciuti allo stesso modo. Ma alcuni sono fra i miei libri preferiti in assoluto. Così è stato con grande curiosità che mi sono avvicinata a questo ebook di racconti. Non avevo mai letto Saramago scrittore di racconti, e mi incuriosiva. Credo di averlo preso qualche tempo fa in offerta lampo sul Kindle Store.

I racconti, com’è normale che sia in questi casi, non sono tutti riusciti allo stesso modo. Ma anche quelli meno riusciti non sono affatto male. Altri, invece, sono veramente belli.

Il filo conduttore di questi racconti, da cui soltanto gli ultimi due sembrano discostarsi, sono le cose. Proprio gli oggetti, avete capito bene. Gli oggetti sono i veri protagonisti di queste storie brevi. Oggetti che prendono il sopravvento, quasi a vendicarsi dell’uomo. Tema, questo della vendetta sull’uomo, che risulta particolarmente evidente in uno dei racconti più belli della raccolta, intitolato semplicemente Cose. Qui gli oggetti si ribellano alla supremazia dell’uomo e arrivano fino al punto di sopraffarlo, dotati di una propria vita indipendente da coloro che li hanno creati.

Altro racconto molto riuscito è Embargo, nel quale Saramago rappresenta l’embargo sui prodotti petroliferi, nello specifico la benzina, deciso dai Paesi arabi. In questa occasione, un’automobile rivendica la propria indipendenza e diventa lei stessa padrona dell’uomo che si suppone la possegga. L’uomo, schiavo nelle mani della macchina, non è più niente e non può fare più niente, tanto che si libererà dalla sua schiavitù soltanto con la morte.

Anche Riflusso è un ottimo racconto, sebbene non all’altezza degli altri due che ho citato. Qui un re-dittatore decide di eliminare tutti i cimiteri del Paese, per riunire tutti i morti in un unico cimitero gigantesco, dell’estensione di cento chilometri quadrati. Ma in questo grande cimitero vuole seppellire proprio tutti i morti, passati, presenti e futuri, tanto che sarà necessario mettere a soqquadro l’intero territorio nazionale per disseppellire i morti nei vecchi cimiteri, ma anche quelli caduti nelle varie guerre e che non è stato possibile seppellire in precedenza, ma anche, ad esempio, le persone morte annegate nei fiumi. Un’operazione colossale e colossalmente folle.

Gli altri tre racconti sono a mio parere meno riusciti. Il primo della raccolta, Sedia, è un’evidente metafora della vera morte di Salazar, dittatore del Portogallo fino al 1968. Si dice che Salazar sia morto battendo la testa a seguito di una caduta dalla sedia, anche se non è certo che sia davvero caduto dalla sedia, sebbene ci siano molti testimoni pronti a giurarlo. Il racconto, in effetti, narra con esasperante minuzia la caduta di un uomo da una sedia. È un bel racconto, ma è esasperante, come dicevo, nel suo essere minuzioso, nella mania dell’autore per il dettaglio. Anche un po’ noioso, oserei dire, sebbene il peculiare stile di Saramago salvi comunque la storia, perché secondo me è un piacere anche solo leggere come scriveva questo grandissimo scrittore.

Infine ci sono Centauro e Rivincita, quest’ultimo brevissimo. In entrambi i racconti non sono le cose ad avere un ruolo di primo piano ma, nel primo, una creatura al limite fra l’uomo e l’animale, il centauro appunto, nell’ultimo invece un animale, un maiale per la precisione, e un ragazzo. Molto duri, soprattutto il secondo, ma a mio parere privi di significanza particolare. Superflui, nell’ambito di questa raccolta.

Per concludere, non è certamente un libro all’altezza dei romanzi di Saramago, ma è comunque interessante e piacerà senz’altro agli appassionati di questo scrittore. Un po’ meno, forse, ai non particolarmente appassionati.

Libri ambientati in Valle d’Aosta

Courmayeur (Di anaulin – Flickr, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1700117)

È estate e voi siete pochi, perché giustamente siete in vacanza. Tra qualche giorno andrò in vacanza anch’io, ma prima di partire voglio inaugurare una nuova serie di post di tipo bibliografico che ci porteranno in un giro letterario dell’Italia. Questo non significa che io mi sia scordata del giro del mondo o del giro del Regno Unito – entrambi continueranno regolarmente, seppure con i miei tempi, che come sapete sono sempre piuttosto lunghi.

Questo giro d’Italia è strutturato in maniera un po’ diversa rispetto agli altri due tour, in quanto sarà un giro di carattere puramente bibliografico e non mi vedrà leggere un libro per ogni regione. Mi limiterò a pubblicare un post dedicato a elencare di volta in volta alcuni dei libri ambientati in ognuna delle venti regioni italiane. L’ordine seguito non è in questo caso alfabetico, ma geografico, andando da nord a sud. Spero che i post siano di vostro gradimento.

Iniziamo oggi dunque con la Valle d’Aosta, piccola regione bilingue italiano-francese che gode di uno statuto speciale. In alto una foto caratteristica del paesaggio valdostano, ovvero un’immagine aerea delle montagne innevate intorno alla nota cittadina di Courmayeur. Ma ecco dunque i (pochi) libri ambientati in Valle d’Aosta. Come al solito non esitate a scrivere nei commenti se avete in mente altri libri, che siano romanzi o saggi, ambientati in questa regione.

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Piero Malvezzi, Viaggiatori inglesi in Valle d’Aosta, Lampi di Stampa: Dall’inizio del XIX secolo il tradizionale “viaggio in Italia” di appassionati inglesi si sposta lentamente verso la catena delle Alpi e la Valle d’Aosta diventa una meta dell’immancabile “grand tour”. Una meta prediletta soprattutto da una schiera di viaggiatori più riflessiva, fatta di scienziati, poeti, pittori, che intraprende questo “tour alpino” attraente e misterioso. Riproduzione a richiesta dell’edizione: Edizioni di Comunità, 1972.

Valerio Evangelisti, Le catene di Eymerich, Mondadori: Pubblicato nel 1995, Le catene di Eymerich costituisce il terzo episodio della saga dell’inquisitore catalano ed è ambientato nel 1360 quando il frate, appena quarantenne ma già da tempo Inquisitore generale del Regno d’Aragona, viene inviato in missione in Valle d’Aosta. Qui, nel villaggio di Châtillon, sembra abbia trovato rifugio una comunità di catari sopravvissuti alle persecuzioni. Sulle tracce degli eretici, l’inflessibile Eymerich procede faticosamente nelle indagini: attorno a lui si moltiplicano inquietanti prodigi mentre creature mostruose e apparentemente immortali gli sbarrano il passo. Ancora una volta la lotta di Eymerich contro le forze demoniache si svolgerà a cavallo tra diverse epoche storiche, dalla Germania nazista alla Romania appena liberatasi dalla tirannide di Ceausescu.

Amos Cartabia, Valgrisenche, A.CAR.: Luglio 2013; Valgrisenche (AO). Un gruppo di vecchi amici viene contattato via facebook da una donna che abita in valle; una vecchia conoscenza del gruppo che, dopo il 1984, anno della loro più bella estate assieme, non hanno più rivisto. Improvvisamente saranno richiamati in Valle e si ritroveranno ad affrontare le problematiche che pensavano di aver nascosto per sempre. L’amore per la montagna, i ricordi, le paure e il giallo che, involontariamente li vedrà protagonisti di questo romanzo.

René Desmaison, 342 ore sulle Grandes Jorasses, Corbaccio: Massiccio del Monte Bianco, 11 febbraio 1971: il grande René Desmaison tenta la direttissima della Punta Walker sulle Grandes Jorasses insieme al giovane compagno, Serge Gousseault. La scelta è dovuta la fatto che la meta di partenza, lo Sperone Centrale, è già occupato da un’altra cordata partita un giorno prima. Di fronte si trovano 1200 metri di granito e ghiaccio strapiombanti e soggetti a continue scariche di neve e sassi. La salita è più dura del previsto e i due devono bivaccare più volte. Fino al 17 il tempo regge, ma poi si mette al brutto. Ormai sono a 200 metri dalla vetta, l’unica possibilità è arrivare in cima, ma i collegamenti col fondovalle e i familiari si sono interrotti, i viveri scarseggiano e Serge Gousseault tradisce i primi segni di sfinimento.
Tornare indietro non è più possibile, non resta che proseguire, uscire dalla parete: è l’inizio della fine, i bivacchi si susseguono fino all’ultimo, a 80 metri dalla meta. Gousseault non riesce più a muoversi, e Desmaison, che ancora – non per molto – avrebbe energia sufficiente per arrivare in cima, decide di restare con il suo compagno di cordata che, infine, soccombe. Ormai a Desmaison non resta che attendere l’elicottero dei soccorsi che arriverà solo il 25 febbraio, dopo 342 ore, più di due settimane in parete.

Ian Sansom, The Case of the Missing Books (Irlanda del Nord)

Ian Sansom, The Case of the Missing Books, Harper Perennial, London 2006.

Un po’ di tempo fa stavo cercando dei libri da leggere per il mio giro del Regno Unito. Ian Sansom è un autore inglese, ma ha ambientato nell’Irlanda del Nord i suoi (per ora quattro) libri della serie Mobile Library Mystery. La trama di questo primo libro della serie mi sembrava interessante, così ho pensato che non avrebbe potuto esserci libro migliore per questa parte del Regno Unito.

Da un lato questo è vero perché le descrizioni dell’Irlanda del Nord e delle persone che ci vivono sono impareggiabili, sembra proprio di essere trasportati dentro questa parte settentrionale dell’isola irlandese, e di nuovo nella parte più settentrionale dell’Irlanda del Nord, nella contea di Antrim. Dall’altro lato non è stata un’ottima scelta perché questo libro è stato una delusione. Non che sia brutto, intendiamoci, ma non è neanche bello se è per questo.

Israel Armstrong, un ebreo londinese, ama leggere sopra ogni cosa, fin da quando era bambino. Questa sua passione si è andata sviluppando, seppure molto lentamente, in un lavoro: Israel infatti ha fatto qualche lavoretto come bibliotecario per poi finire a lavorare in una libreria in Essex. Quando riceve un’offerta di lavoro dalla biblioteca di Tumdrum, nella contea di Antrim, la parte più settentrionale dell’Irlanda del Nord, quasi non gli sembra vero, seppure con tutti i problemi che questa scelta porta con sé, primo fra tutti la distanza che si verrà a interporre fra lui e la sua fidanzata Gloria. Tuttavia Israel parte per Tumdrum, e noi lettori lo seguiamo in questa avventura che fin da subito si rivela piuttosto sgangherata. Israel è un uomo estremamente goffo, e tutta la sua goffaggine si ripercuote sulla sua intera vita e su tutto quello che gli capita.

Forse solo a Israel sarebbe potuto capitare di arrivare a Tumdrum e trovare la biblioteca permanentemente chiusa. Infatti, il suo ruolo come bibliotecario è in realtà quello di guidare il furgone della nuova (ma vecchia, perché esisteva anche anni addietro) biblioteca ambulante. Di fatto però, quando va in biblioteca a prendere i libri da trasferire nel furgone, scopre che tutti i 15.000 volumi sono scomparsi nel nulla. Di nuovo, probabilmente una cosa del genere sarebbe potuta succedere solo a lui. Parte quindi la sua avventura alla ricerca dei libri perduti, probabilmente rubati, chissà da chi. Tutto il romanzo ruota intorno a questa caccia al libro.

Ora, Sansom è sicuramente un bravo scrittore con un ottimo orecchio: ci sono moltissimi dialoghi in questo romanzo, e sono resi alla perfezione. Non sono inverosimili e letterari come capita in tanti romanzi, ma ricalcano fedelmente il parlato. Molto interessanti tra l’altro quando riflettono la parlata irlandese del nord: se Israel aveva grosse difficoltà a capire la parlata e la terminologia locali, figuratevi io che non sono madrelingua. Perciò la lettura è stata da questo punto di vista un po’ difficoltosa, ma del resto mi chiedo come abbiano reso queste sfumature linguistiche nella traduzione italiana, ma immagino che non le abbiano rese affatto, perdendo così molto dell’atmosfera originale del libro. Comunque, dicevo, l’autore è davvero bravo nei dialoghi, e anche nella caratterizzazione dei personaggi, che sembrano saltare fuori dalla pagina come persone in carne e ossa.

Tuttavia, nonostante l’evidente bravura, questi personaggi sono così antipatici che la loro tridimensionalità non mi è piaciuta molto. Non dico che i personaggi di un romanzo debbano essere per forza piacevoli, ci sono bellissimi romanzi con personaggi davvero odiosi. Semplicemente a me questo modo di rappresentare la realtà romanzesca non è piaciuto più di tanto.

Invece mi è piaciuta molto la rappresentazione del paesaggio, degli abitanti e della vita dell’Irlanda del Nord. Anche queste scritte magistralmente. L’Irlanda del Nord e, nello specifico, la contea di Antrim e i dintorni di Tumdrum (che, se ho ben capito, è una cittadina fittizia) sono descritte come un luogo brullo e difficile, dove la costa è aspra e la campagna la fa da padrona. Gli abitanti si conoscono tutti, l’IRA è sullo sfondo anche se ovviamente all’epoca del romanzo (ambientato nei primi anni 2000) non avvengono più atti di terrorismo, l’atmosfera è quella di un paesotto di provincia. I luoghi sembrano bellissimi e immagino che lo siano realmente. Agli occhi di Israel tutto questo è di un’arretratezza enorme, ma a me sono sembrati posti molto belli che mi piacerebbe poter visitare, anche se forse viverci sarebbe un po’ meno bello, ma non è detto, chissà. È vero che vedere tutto dal punto di vista di Israel rende il tutto quasi crudelmente brutto, ma si capisce chiaramente che sono le sue lenti ad essere scure, non l’ambiente ad essere ostile o brutto.

Il mistero in sé è un mistero solo per modo di dire, nel senso che sì, fino alla fine non si capisce bene cosa sia successo a questi 15.000 libri (anche se immagino che lettori più esperti di me possano arrivare da soli alla conclusione), ma comunque non si tratta affatto di un giallo come il titolo della serie potrebbe far credere. In ogni caso, la soluzione del mistero è probabilmente l’anello più debole della catena del romanzo, ed è pur vero che dovrebbe esserne l’aspetto principale, dato che tutto ruota intorno a questa ricerca del colpevole, ma resta il fatto che gli altri aspetti possono comunque rendere il libro godibile. Io, personalmente, non lo consiglierei, ma non escludo che possa piacere.

Il romanzo è tradotto in italiano da TEA con il titolo Il caso dei libri scomparsi.