Silvia Moreno-Garcia, Gods of Jade and Shadow

Silvia Moreno-Garcia, Gods of Jade and Shadow, Del Rey, 2019.

L’anno scorso ho letto Mexican Gothic (che esce in italiano proprio in questi giorni!) di Silvia Moreno-Garcia e mi è piaciuto enormemente. Da allora mi è rimasta la voglia di leggere altro di questa autrice, seppure con un certo timore perché non sarebbe la prima volta che rimango delusa da un autore che, scritto un bellissimo libro, nel resto dei libri risulta un po’ piatto. Così ho aspettato un po’ prima di leggere questo Gods of Jade and Shadow, purtroppo non (ancora?) tradotto in italiano, uscito un anno prima di Mexican Gothic. Avrei forse dovuto leggerlo prima, anche questo è stupendo, l’autrice non mi ha deluso affatto, anzi!

Ancora una volta Silvia Moreno-Garcia, messicana che vive da anni in Canada e scrive in inglese, ha scelto di ambientare il suo romanzo in Messico. Siamo nel 1927, ma l’ambientazione storica resta un po’ sullo sfondo. Casiopea è una ragazza non ancora ventenne che vive a Uukumil, un paesino nello Yucatán. All’inizio siamo di fronte a una sorta di citazione di Cenerentola: Casiopea vive come una serva in casa del nonno e, pur essendo in teoria parte della famiglia, viene trattata come una pezza da piedi, buona solo a servire il nonno. Il cugino Martín la maltratta continuamente e lei deve stare zitta e abbassare la testa, ma non è nel suo carattere. Vive in questa grande e ricca casa insieme alla madre, da quando l’amatissimo padre è morto; era ancora bambina quando è successo. Il nonno e gli zii odiano lei e sua madre perché il padre era un indio e in più i genitori hanno osato chiamare la bambina con un nome che non era quello di una santa cattolica.

Un giorno Casiopea viene lasciata sola in casa per punizione, mentre gli altri vanno a una festa locale, e qui avrà luogo il suo incontro con Hun-Kamé, Signore di Xibalba e dio Maya della morte. Ormai indissolubilmente legata a lui, i due iniziano il loro viaggio per ritrovare le parti mancanti di Hun-Kamé: un occhio, un dito, un orecchio e un medaglione di giada.

Come dice l’autrice alla fine del libro, a margine di un bellissimo glossario, il suo romanzo prende spunto dal Popol Vuh e s’incentra particolarmente sulla mitologia che ruota intorno a Xibalba, il regno della morte, l’oltretomba Maya.

Hun-Kamé ha un fratello gemello, Vucub-Kamé, il quale gli ha sottratto le sue parti mancanti dopo averlo decapitato per prendere il potere e diventare Signore di Xibalba. Solo sette minuti separano la nascita dei due, ma Hun-Kamé è il maggiore e quindi legittimo Signore di Xibalba.

Le avventure di Casiopea e Hun-Kamé sono tante e li portano in giro per il Messico, con una puntata negli Stati Uniti, per recuperare queste parti del dio. Legati l’uno all’altra, Casiopea ha in sé un po’ del dio (cosa che però rischia di condurla poco a poco alla morte) e Hun-Kamé ha in sé un po’ di Casiopea (cosa che rischia di farlo diventare definitvamente mortale). Nei loro viaggi incontrano demoni, stregoni e altre divinità di Xibalba. Viene sicuramente voglia di approfondire la mitologia Maya e magari leggere il Popol Vuh.

Di più non dico perché sarà interessante scoprirlo leggendo, se vorrete cimentarvi nella lettura. A conclusione, posso solo dire che non vedo l’ora di leggere altri romanzi di Silvia Moreno-Garcia, che è evidentemente una narratrice eccezionale, in grado di creare storie davvero interessanti e mai banali.

Carlo Cazzola, Destierro

Carlo Cazzola, Destierro, Zandonai, 2008.

Mette tanta carne al fuoco Cazzola in appena 100 pagine: la morte, l’espatrio (il destierro), la tortura da parte della dittatura argentina, la malattia, l’amore. Eppure, lo fa con eleganza, e non infastidisce questo infarcire poche pagine di tanti temi.

Boto è l’amore della vita di Adriano: argentina, nelle primissime pagine del libro muore per un arresto cardiaco. Il lupus che viveva in lei l’ha accompagnata fino alla fine. Rispetto ad altre malattie autoimmuni, il lupus è forse quella conosciuta un po’ meglio, e infatti non è neppure la prima volta che la incontro in un romanzo. Resta tuttavia una malattia difficile da diagnosticare, difficile da avere come convivente nel proprio corpo, complessa, e tutto sommato comunque non molto conosciuta, nonostante abbia maggior “fama” rispetto ad altre, come dicevo.

La maggior parte del romanzo è narrata da Adriano, alcune parti però sono narrate da Boto, e sono quelle in cui ricorda la tortura subita da parte del regime, nella sua patria, l’Argentina. La narrazione non segue un percorso lineare ma salta dal presente al passato al passato ancora più remoto, senza soluzione di continuità.

Non è un romanzo semplice da leggere, anzi devo dire la verità, non avrei potuto scegliere un momento peggiore per leggerlo, per motivi che non sto a spiegare. Tuttavia, quando ho incontrato la parte che mi è stata difficile, la scrittura di Cazzola mi aveva già catturato e non ho potuto smettere di leggere.

Scrive bene, Cazzola, e scrive un piccolo romanzo appassionante, dove l’amore si accompagna alla consapevolezza della malattia e, di fronte alla morte, il dolore fa reagire Adriano con ottundimento anziché con disperazione.

Si legge in poco tempo e merita, purtroppo credo sia difficile da torvare perché la stupenda e compianta Zandonai ha chiuso ormai da anni. Se vi capita, però, leggetelo.

Alain Mabanckou, Le luci di Pointe-Noire (Congo)

Alain Mabanckou, Le luci di Pointe-Noire (tit. originale Lumières de Pointe-Noire), 66thand2nd, 2014 (pubblicazione originale 2013). Traduzione dal francese di Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco.

Alain Mabanckou torna in Congo, nella sua Pointe-Noire, dopo 23 anni di assenza, su invito dell’Institut Français. Non era tornato neanche per il funerale dell’amata madre, perché per molto tempo aveva preferito fingere che non fosse morta. Questo libro è il racconto dei suoi incontri in quella sua terra di origine ormai lontana, delle sue impressioni, dei suoi ricordi.

Bisogna dire che non ho ancora mai letto un romanzo di Mabanckou, quindi non posso giudicarlo come romanziere, ma sicuramente è un narratore sopraffino, quindi mi viene da pensare che anche i suoi romanzi siano ottimi. Sicuramente proverò a leggerli, perché lo stile di questo autore mi è piaciuto moltissimo. Mabanckou ha una scrittura leggera, non lirica, non altisonante, ma comunque in certo modo poetica: la poesia del quotidiano. Scrive veramente in maniera avvolgente e coinvolgente. Leggere questo libro è stato un piacere non solo per quello che racconta ma anche per come lo racconta.

Mabanckou se n’è andato dal Congo per studiare in Francia, e per l’appunto non tornava da una vita. Trova una Pointe-Noire cambiata ma tutto sommato sempre uguale, e lo stesso vale per amici e parenti. Alcune cose non ci sono più, altre sono cambiate, per esempio l’amato cinema Rex è diventato una chiesa. I parenti, in particolar modo la famiglia del padre, sembrano interessati perlopiù ai soldi portati da quel loro parente che ha fatto carriera letteraria all’estero. Ma non è così per tutti, fortunatamente: molti di loro sono genuinamente felici di rivederlo.

Il capitolo più bello è quello in cui Mabanckou ricorda nonna Hélène, che non era veramente sua nonna benché lui la chiamasse così. Una donnina energica, che viveva per preparare da mangiare agli innumerevoli parenti, in particolar modo ai bambini. Se ti trovavi nei paraggi, nonna Hélène non transigeva: dovevi mangiare da lei e ti rimpinzava così tanto che rischiavi seriamente di sentirti male. Quando Mabanckou torna in Congo, nonna Hélène è ormai vecchissima e sta morendo, ma aspetta una “donna bianca” che la verrà a prendere per portarla con sé nell’aldilà. E trova un segno di questa donna bianca nella compagna dell’autore. Un capitolo divertentissimo ma anche dolcissimo.

È un libro davvero bello, mi è piaciuto molto vedere Pointe-Noire con gli occhi sia di Mabanckou bambino, sia di Mabanckou adulto che non la vedeva da più di vent’anni. Si notano i cambiamenti, ma si nota anche ciò che resta uguale, come ad esempio la felicità dei bambini.

Consigliatissimo, e spero di proseguire al più presto la conoscenza di questo autore.

In Koli Jean Bofane, Matematica congolese (Repubblica Democratica del Congo)

In Koli Jean Bofane, Matematica congolese (tit. originale Mathématiques congolaises), 66thand2nd, 2014 (pubblicazione originale 2008). Traduzione dal francese di Stefania Ricciardi.

Célio Matemona viene chiamato Célio Matematik dagli amici, perché ha una grandissima passione per la matematica. Rimasto orfano da piccolo, l’unico ricordo che gli rimane di suo padre è un libro di matematica per la scuola: fin da bambino inizia a leggerlo e si appassiona così alla materia. È un uomo molto colto, capace di citare Machiavelli a memoria, e il potere non tarderà ad accorgersene e a reclamarlo per sé.

Tuttavia, il protagonista della prima parte del libro, e in realtà co-protagonista dell’intero romanzo, è il maresciallo dell’esercito Bamba Togbia. Un uomo spietato, un aguzzino al servizio del potere, e tuttavia è il personaggio che mi è piaciuto di più, mi ci sono addirittura affezionata. Perché dietro la maschera di aguzzino, Bamba Togbia è anche lui un uomo.

Célio entra al servizio dell’Ufficio informazione e piani come consigliere del direttore Tshilombo, a sua volta braccio destro del Presidente. Qui conosce Bamba Togbia e le loro strade si incrociano.

Sebbene non l’abbia trovato memorabile, il libro mi è comunque piaciuto molto, in quanto ben scritto e un ottimo spaccato sulla corruzione della politica congolese, vista dagli occhi sia dei poveri, che dei potenti, che degli aguzzini.

In Koli Jean Bofane è uno scrittore congolese che abita da anni in Belgio. Mi ci è voluto lo sprone del mio gruppo Libri dal mondo per convincermi a continuare il mio giro del mondo leggendo due autori congolesi (il prossimo l’ho appena iniziato, ve ne parlerò a tempo debito). Una bella scoperta, un giorno leggerò anche l’altro libro di Bofane pubblicato in italiano, Congo Inc.

Mary E. Wilkins Freeman, The Wind in the Rosebush and Other Stories of the Supernatural

Mary E. Wilkins Freeman, The Wind in the Rosebush and Other Stories of the Supernatural, e-artnow.

The Horror Beyond Life’s Edge è un ebook che raccoglie, se non erro, un migliaio tra racconti e romanzi dell’orrore, soprannaturale, ecc. Stiamo parlando esclusivamente di classici. Qualche anno fa Amazon lo aveva messo a disposizione gratuitamente in occasione di Halloween, e sono stata molto contenta di averlo scaricato perché mi ha fatto scoprire alcune vere gemme.

Una di queste belle scoperte è Mary E. Wilkins Freeman, autrice americana di cui ignoravo persino l’esistenza. Questa breve raccolta di racconti contiene storie di fantasmi dall’alto grado di suspense, almeno per gli amanti delle ghost stories classiche. Se invece vi piace solo l’horror contemporaneo, questi racconti vi faranno sbadigliare, immagino.

Il racconto che ho preferito è l’ultimo, “The Lost Ghost”, che è il più creepy di tutti, e anche il più moderno come rappresentazione. Due donne si incontrano per scambiarsi gli ultimi pettegolezzi, e una delle due finisce per raccontare all’amica una vecchia storia: da ragazza aveva alloggiato in una casa infestata dal fantasma di una bambina molto piccola. È una storia anche abbastanza agghiacciante, soprattutto quando scopriamo com’è diventata un fantasma la bambina, ed è anche molto avvincente.

Un altro racconto che mi è piaciuto moltissimo è “The Southwest Chamber”, in cui una donna va a pensione in un’antica dimora e viene messa in una camera dove da poco è morta una vecchia arpia, zia delle due proprietarie della pensione. Lo spettro si manifesterà non fisicamente, come invece nel caso del racconto precedente, bensì con delle stranezze non altrimenti giustificabili che con la presenza di un fantasma che vuole farsi sentire.

Anche gli altri racconti mi sono piaciuti molto, tuttavia sono un pochino sotto questi due, che sono davvero ben riusciti, particolarmente il primo che ho citato.

La scrittura di Wilkins Freeman è per così dire “alla mano”, nel senso che non pecca di pomposità come invece molti autori a lei contemporanei, anzi l’autrice utilizza spesso e volentieri perfino espressioni dialettali o regionali nel dialogo, anche quando a parlare sono persone di classe media. Questo rende i racconti ancor più piacevoli da leggere, perché è tutt’altro che una scrittura pesante.

Ora sono molto curiosa di leggere altro di Wilkins Freeman, ho già adocchiato qualche sua raccolta di racconti. Sicuramente ve la consiglio. Credo, tra l’altro, che alcuni suoi racconti siano stati tradotti in italiano, ma non so darvi indicazioni più precise.