Herman Koch, Easy life (Paesi Bassi)

Herman Koch, Easy life (tit. originale Makkelijk leven), Neri Pozza, 2018. Traduzione dall’olandese di Giorgio Testa.

Tom e Julia sono due quasi sessantenni con due figli. Il maggiore vive in Canada ed è, secondo Tom, un tipo noioso che meno male se n’è andato lontano, tanta noia era praticamente insopportabile. Il secondo, Stefan, è la luce degli occhi di mamma e papà. Sposato con Hanna, una donna che i genitori di Stefan detestano, è stato un bambino viziato e probabilmente è un uomo adulto altrettanto viziato. Tom è un famosissimo autore di libri di auto-aiuto, fra cui il più noto è quello che dà il titolo a questo romanzo, Easy life. Ha venduto milioni di copie in tutto il mondo e ha reso l’autore stra-ricco. Tom non si vergogna di dirci, in queste pagine, che il succo dei suoi libri potrebbe stare in mezza pagina A4, ma lui sa allungare il brodo così bene per quei poveri deficienti che hanno bisogno di spendere 19,99 € per farsi dire come devono vivere. Tom è un cinico, chiaramente.

Un giorno suona alla sua porta la nuora Hanna, in lacrime e palesemente massacrata di botte: il colpevole è l’adorato Stefan e «Non è la prima volta».

Nasce qui il dilemma morale di Tom, che poi tanto dilemma non è perché di fatto Tom è un cinico, un debole e un mezzo idiota per il quale il figlio è un angelo che non può certamente fare niente di male. Tom passa il tempo a dirci quanto i lettori di libri di auto-aiuto (milioni di persone nel mondo) siano imbecilli, per poi risultare lui stesso il primo e più granitico imbecille. Questa è sostanzialmente la storia della sua imbecillità.

In pochissime pagine, appena un centinaio, il prolifico scrittore olandese Koch ci pone di fronte a quello che per qualsiasi persona sarebbe un dilemma morale di grande portata, mentre per Tom è solo una seccatura, dall’alto del suo piedistallo.

Mi è piaciuta in particolare la breve parte in cui Tom racconta un episodio avvenuto quando Stefan era bambino, che ci mostra un bambino (manco tanto piccolo, dodicenne infatti) viziato da genitori che pensano che al proprio figlio tutto sia dovuto. Genitori come ne vediamo troppi oggi, che crescono figli destinati a diventare dei prepotenti.

Spettacolare la colpevolizzazione della vittima, anche questa purtroppo vista troppo spesso al giorno d’oggi: se l’angelico marito la picchia, sarà sicuramente colpa di questa fastidiosissima moglie che di certo l’avrà provocato.

Mi par di capire che molti, o forse tutti, i libri di Herman Koch pongano il lettore e i protagonisti di fronte a terribili dilemmi morali che risultano difficilissimi da risolvere. Il lettore certo si immedesima, ma guarda anche dall’esterno e non può fare a meno di disprezzare queste persone colpite da questi dilemmi. O almeno, così è stato per me durante la lettura di questo racconto lungo.

Un libro molto bello (anche se mi ha lasciato un po’ perplessa il finale), che fa senz’altro venire voglia di approfondire la conoscenza di questo autore.

Hamid Ziarati, Salam, maman

Hamid Ziarati, Salam, maman, Einaudi, 2006.

Alì è un bambino che ci porta, attraverso i suoi ricordi, lungo diversi anni di vita della sua famiglia e di storia dell’Iran, dal regime di Reza Pahlavi alla rivoluzione dell’ayatollah Khomeini.

All’inizio il libro è spensierato, Alì viene sgridato dalla mamma perché fa ancora pipì a letto, e vediamo la quotidianità della sua famiglia composta da Alì, i genitori e i due gemelli Parì e Puyan. In seguito, col cambiare dell’Iran, inevitabilmente anche la storia e la vita di Alì cambiano.

Ci sono momenti dolci, momenti divertenti, e poi andando avanti momenti di rabbia, momenti tristi, momenti orribili. Alì è testimone di un Iran che dovrebbe cambiare in meglio e invece cambia in peggio. La sua famiglia si disgrega all’unisono con il disgregarsi del Paese. La chiusura del libro è veramente molto triste e angosciante.

È un libro molto bello che mi ha fatto nuovamente apprezzare questo bravissimo autore che avevo già amato con Il meccanico delle rose.

Libri lunghi in cui perdersi

Se anche voi siete come me, qualche volta vi sarà capitato di avere bisogno di libri lunghi in cui immergervi per giorni e giorni. Magari lunghe saghe, o saggi di ampio respiro, o romanzi di centinaia di pagine.

Generalmente tendo a preferire i libri più corti: da quando ho cominciato a tenere traccia delle varie caratteristiche dei libri che leggo, mi sono accorta che in media i libri che leggo hanno sulle 250-300 pagine. Tuttavia, ci sono momenti in cui ho voglia di immergermi in una storia che mi accompagni per pagine e pagine, per giorni e giorni.

Ho pensato quindi di compilare per voi una piccola lista di libri che soddisfino queste esigenze. Naturalmente, è una lista assai parziale, com’è inevitabile. Ma spero che possa aiutarvi a passare momenti piacevoli in compagnia di belle storie.

J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli: una scelta scontata, un librone che chiaramente non poteva mancare. Con le sue oltre 1300 pagine (a seconda delle edizioni), vi accompagnerà per un bel po’ in un mondo fantastico dal quale non si vorrebbe mai dover uscire. Ora c’è, com’è noto, la nuova traduzione di Ottavio Fatica, che non ho letto, mentre l’anno scorso ho riletto tutto il romanzo in lingua originale.

Stephen King, L’ombra dello scorpione: quasi 1000 pagine nella versione italiana, oltre 1300 in quella inglese, che probabilmente sarà scritta con carattere un po’ più largo. A quanto pare è il secondo libro più lungo che io abbia mai letto, e la cosa divertente è che credo di averlo letto in poco più di due settimane! Naturalmente, visto il periodo storico che stiamo vivendo, potreste non avere voglia di un post-apocalittico in cui un virus letale stermina gran parte della popolazione mondiale, però se non lo avete ancora letto lasciatevelo magari per il futuro, è davvero bellissimo.

Franz Werfel, I quaranta giorni del Mussa Dagh: un grande classico, non certo leggero vista la tematica affrontata, ma bellissimo e scritto davvero bene. Un po’ più di 900 pagine. Vi porterà alla scoperta del genocidio armeno e di un episodio poco conosciuto del periodo: 5000 armeni si rifugiarono su un monte per resistere all’oppressione turca. È ovviamente un romanzo, ma la storia da cui prende spunto è vera. L’ho recensito qui.

Mervyn Peake, la trilogia di Gormenghast: tre libri che compongono la storia fantastica del castello di Gormenghast e di Titus Groan. Una storia oscura, una scrittura barocca, una lettura goduriosa. La mia versione inglese in volume unico ha 960 pagine. La mia recensione è qui.

Ngũgĩ wa Thiong’o, Il mago dei corvi: letto appena qualche mese fa, è un romanzo fantastico, ma anche satirico e politico, di uno dei più grandi scrittori kenioti. Le pagine sono 910 e si leggono che è un piacere.

Wilkie Collins, Senza nome: non può mancare il grande padre della letteratura sensazionalistica ottocentesca. Alla morte dei genitori, Magdalen e Norah scoprono di non avere diritto all’eredità perché i due non erano sposati. Da qui parte l’avventura di Magdalen, la sua lotta per riconquistare quello che sarebbe suo di diritto, se la legge non fosse così ottusa. Dalle 700 alle 800 pagine a seconda dell’edizione.

Hans Fallada, Ognuno muore solo: non un romanzo leggero, dal momento che parla della silenziosa resistenza messa in atto da una coppia tedesca contro il regime hitleriano. Un po’ prolisso, ma una storia eccezionale, che non posso fare a meno di consigliare. L’edizione italiana ha 740 pagine. Potete leggere qui la mia recensione.

Alexandre Dumas, I tre moschettieri: classico dei classici, è un libro bellissimo che vi terrà davvero compagnia. Emozionante e avvincente più di quanto si potrebbe pensare, è una lettura davvero piacevole per le lunghe giornate estive, in cui magari siete in vacanza e avete quindi tanto tempo per leggere. La mia edizione ha 636 pagine, ma ovviamente esistono varie edizioni.

Israel J. Singer, I fratelli Ashkenazi: 615 pagine di pura bellezza. Nella mia recensione dico che “se fossero state il doppio le avrei lette con altrettanto piacere”. L’epopea degli ebrei di Łódź, raccontata da un autore straordinario. Impossibile non consigliarlo.

Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah: segue con grazia e potenza la storia di Ifemelu, una ragazza nigeriana che emigra negli Stati Uniti. Una scrittrice davvero eccezionale, che racconta sempre storie importanti e coinvolgenti, che fanno riflettere ma appassionano anche. 512 pagine nella versione italiana. Qui la mia recensione.

Vikas Swarup, I sei sospetti: chi ha ucciso Vicky Rai, figlio delinquente del corrotto ministro dell’Interno dell’Uttar Pradesh? Con la scusa del giallo, l’autore mostra l’immagine impietosa della corruzione in India. La versione italiana vi accompagnerà per 533 pagine. Se volete, qui potete leggere la mia recensione.

Robert Galbraith, Il richiamo del cuculo: Galbraith alias J.K. Rowling ci introduce con questo libro alla figura del detective Cormoran Strike. Un giallo appassionante, per una scrittrice che ha saputo andare ben oltre la saga di Harry Potter. L’edizione italiana ha 547 pagine.

Margaret Atwood, Seme di strega

Margaret Atwood, Seme di strega (tit. originale Hag-Seed), Rizzoli, 2017. Traduzione di Laura Pignatti.

Hogarth Shakespeare è un progetto della casa editrice Hogarth Press, che nel 2013 ha deciso di pubblicare alcune riscritture delle opere di Shakespeare, commissionate a scrittori famosi. Questo è l’unico che ho letto della serie, che attualmente conta 7 titoli, ma vorrei leggerne anche altri perché trovo il concetto estremamente interessante.

Questo di Atwood è la riscrittura della Tempesta, che è forse la mia preferita tra le opere di Shakespeare dopo ovviamente Macbeth, che per me è totalmente insuperabile e uno dei testi più belli mai scritti. Aggiungete al fatto che adoro La tempesta anche il fatto che amo Margaret Atwood e capirete perché ho voluto leggere questo libro.

Seme di strega (uno degli epiteti con cui Prospero chiama Caliban nell’opera di Shakespeare) è una riscrittura singolare, nel senso che non siamo di fronte al testo shakespeariano trasposto in chiave moderna, ma piuttosto a un testo metaletterario nel quale La tempesta viene messa in scena.

Felix Phillips è uno stimato regista teatrale: eccentrico e di grande talento, mette in scena rappresentazioni molto moderne e all’avanguardia. È particolarmente appassionato di Shakespeare e lo troviamo, all’inizio del libro, in procinto di portare sul palcoscenico La tempesta. Poco tempo prima era morta la figlioletta Miranda, di appena tre anni, una tragedia che fa seguito alla morte dell’amata moglie, deceduta durante il parto. Felix è straziato dal dolore ma vuole comunque portare in scena questa opera a cui tiene molto, come una sorta di omaggio alla piccola Miranda. Purtroppo è proprio di questo suo lutto che si approfitta il suo collaboratore Tony, che prende la palla al balzo per tradirlo e farlo estromettere dalla direzione del Makeshiweg Festival e quindi dal teatro tutto.

Felix è un uomo disperato, ma va avanti solo grazie all’idea di vendicarsi. Idea che potrà mettere in pratica dodici anni dopo.

Dopo anni di isolamento e abbrutimento, Felix decide di candidarsi per il ruolo di insegnante teatrale presso un carcere. È qui, dopo alcuni anni di intenso insegnamento, che decide di mettere in scena La tempesta insieme ai detenuti.

Oltre a essere un’eccellente riproposizione dell’opera shakespeariana, Atwood mette in scena anche il dolore, la vendetta, nonché una tematica sociale di grande importanza come la necessità che le carceri siano luoghi di riabilitazione piuttosto che di punizione. Ho trovato bellissimo vedere come i carcerati si appassionino al corso di teatro di Felix: il regista/insegnante non cerca di snaturare i detenuti, ma va incontro alle loro personalità e li immerge in un’esperienza non soltanto riabilitativa, ma anche appassionante e coinvolgente.

Allo stesso modo, vedere Felix sprofondare nell’abisso fa male ma è ben rappresentato e vedere questo grande regista cadere ha rivestito per me grande interesse, in particolare perché Atwood lo rappresenta in modo molto umano: quello che succede a lui dopo la morte della figlia potrebbe succedere a tutti, sebbene possa a prima vista sembrare strano.

Infine, ho amato moltissimo l’aspetto teatrale in sé: adoro il teatro e vedere crescere un dramma, vedere come viene pensato ed elaborato prima di raggiungere la scena, è stato una vera goduria, passatemi il termine.

Atwood è, come sempre, una scrittrice eccezionale, forse una delle migliori in circolazione. Un plauso a Laura Pignatti per la sua traduzione elegantissima, uno dei rari casi in cui non si sente per niente che il testo è tradotto. In particolare, tanto di cappello per come ha reso le canzoni, davvero stupende.

Nota a margine: ho adorato il fatto che venga citata Kidd Pivot, una compagnia canadese di danza/physical theatre che ho avuto il piacere di vedere in Lussemburgo e che credo sia una delle più eccezionali sulla scena contemporanea.

Francesca Battistella, La verità dell’acqua

Francesca Battistella, La verità dell’acqua, Scrittura & Scritture, 2019.

Di Francesca Battistella avevo già letto La bellezza non ti salverà, che mi era piaciuto molto e mi aveva spinto ad approfondire la conoscenza di questa autrice (e di questa casa editrice). Devo dire che con questo secondo libro che leggo, l’autrice si conferma ottima e molto di mio gradimento.

Questo romanzo è molto diverso dal primo che avevo letto, perché non ha come protagonista la profiler Costanza Ravizza (che compare però in altri libri dell’autrice) ed è più giallo che thriller. L’ho trovato anche migliore dell’altro, la scrittura mi ha dato l’impressione di essere più matura. Il grado di coinvolgimento è lo stesso.

Giuseppe Guidetti è il proprietario di un’agenzia immobiliare sul lago d’Orta e riesce finalmente a vendere una villa per la quale stava ormai disperando: malandatissima, quasi in rovina, necessita di molti lavori di ristrutturazione e non ha ottima fama in paese. Eppure una coppia se ne innamora e decide di comprarla, così Giuseppe ottiene una lautissima provvigione dal proprietario, Walter Serra. Collegata alla villa e a Serra è la storia della scomparsa di un uomo e una donna, avvenuta trent’anni addietro.

Nel 1987 Corrado Ruga e la giovane cognata Lucia scompaiono nel nulla senza lasciare traccia. Erano amanti, Lucia era una donna libera e libertina e aveva una relazione anche con il ricco Walter Serra, allora fidanzato con un’altra donna. Corrado e Lucia sono scapppati assieme? O sono stati uccisi da Serra, geloso della giovane amante? Questo si chiede Giuseppe, che ha una spiccata inclinazione a indagare e ficcare il naso. Da qui parte la sua personale indagine per capire ciò che realmente accadde quella notte di agosto di trent’anni prima.

Il romanzo procede alternando capitoli che si svolgono nel 2017 e hanno per protagonisti Giuseppe, il fratello Andrea e la fidanzata Alessia, e capitoli che si svolgono nel 1987 e hanno per protagonisti Corrado, la moglie Adelina e la sorella di lei Lucia. Ho trovato interessante questo andare avanti e indietro nel tempo seguendo lo sviluppo di due vicende e due piani narrativi che si intrecciano.

È un giallo classico di stampo “cozy“, dove c’è un “investigatore” dilettante che ama ficcare il naso dove non dovrebbe e risolvere misteri. Il tono non è in realtà leggerissimo, ma è comunque ben diverso da libri più chiaramente thriller come La bellezza non ti salverà. Io l’ho trovato un’ottima lettura di intrattenimento, con una storia ben delineata, personaggi ben tratteggiati, tratti divertenti, una buona ambientazione: insomma, dal mio punto di vista ha tutte le caratteristiche “giuste” per essere un buon romanzo.