Libri ambientati nel Lazio

Castello di Itri (Di Ra Boe / Wikipedia, CC BY-SA 3.0 de, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=24348883)

Castello di Itri (Di Ra Boe / Wikipedia, CC BY-SA 3.0 de, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=24348883)

Dopo una piccola pausa utilizzata per leggere e pubblicare un paio di recensioni, torniamo a girare l’Italia e oggi andiamo in Lazio. Era forte la tentazione di mettere un’immagine del Colosseo o altro monumento di questo tipo, ma il Lazio non è solo Roma (sebbene ovviamente la presenza e la bellezza di Roma siano fortissime), perciò ho deciso di illustrare questo post con una foto del Castello di Itri, in provincia di Latina. Conosco piuttosto bene Roma perché due delle mie più care amiche vivono lì, e perché ci vado molto spesso per altri motivi (anzi, se qualche lettore del blog vuole prendere un caffè da quelle parti non ha che da dirmelo), ma il resto del Lazio è per me praticamente terra sconosciuta. Di questo mi dispiaccio molto, perché so per certo che la regione è piena di posti bellissimi da vedere, ma conto che a un certo punto questa enorme lacuna possa essere colmata.

Ovviamente i libri ambientati nel Lazio, e soprattutto nella capitale, sono veramente tantissimi, ne elenco qui soltanto una piccola rappresentanza.

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Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, Mondadori: Canale Mussolini è l’asse portante su cui si regge la bonifica delle Paludi Pontine. I suoi argini sono scanditi da eucalypti immensi che assorbono l’acqua e prosciugano i campi, alle sue cascatelle i ragazzini fanno il bagno e aironi bianchissimi trovano rifugio. Su questa terra nuova di zecca, bonificata dai progetti ambiziosi del Duce e punteggiata di città appena fondate, vengono fatte insediare migliaia di persone arrivate dal Nord. Un vero e proprio esodo. Contadini emiliani, veneti e friulani lasciano le proprie terre, dove non rimaneva altro che stare a “puzzarsi di fame” e diventano i primi attori del nuovo sogno italico di grandezza. A migrare sono famiglie intere, con nonne che sanno guidare un carretto e governare le bestie, uomini forti come tori, donne spavalde che alle feste della mietitura ballano e ridono con tutti i maschi, truppe di bambini di ogni età. Sono i “cispadani” scesi dal Nord, e i “marocchini” del Lazio li guardano con sospetto, spiano le loro abitudini disinvolte, le loro donne in gonne corte e sgargianti, allegre.
Tra queste migliaia di coloni ci sono i Peruzzi, gli eroi di questa saga straordinaria. A farli scendere dalle pianure padane sono il carisma e il coraggio di zio Pericle, che dentro il Fascio conta qualcosa perché ha meriti di audacia e valore, ma che dal Fascio non si fa dettare ordini. Con lui scendono i vecchi genitori, tutti i fratelli, le nuore. E poi la nonna, dolce ma inflessibile nello stabilire le regole di casa cui i figli obbediscono senza fiatare. Il vanitoso Adelchi, più adatto a comandare che a lavorare, il cocco di mamma. Iseo e Temistocle, Treves e Turati, fratelli legati da un affetto profondo fatto di poche parole e gesti assoluti, promesse dette a voce strozzata sui campi di lavoro o nelle trincee sanguinanti della guerra. E una schiera di sorelle, a volte buone e compassionevoli, a volte perfide e velenose come serpenti.
E poi c’è lei, l’Armida, la moglie di Pericle, la più bella, andata in sposa al più valoroso. La più generosa, capace di amare senza riserve e senza paura anche il più tragico degli amori. La più strana, una strega forse, sempre circondata dalle sue api che le parlano e in volo sibilano ammonimenti e preveggenze che, come i sogni oscuri della nonna, non basteranno a salvarla dalla sorte che l’aspetta. E Paride, il nipote prediletto, buono e giusto, ma destinato, come l’eroe di cui porta il nome, a essere causa della sfortuna che colpirà i Peruzzi e li travolgerà.
Un poema grandioso che, con il respiro delle grandi narrazioni, intreccia le vicende drammatiche e sorprendenti dei suoi protagonisti a quelle, non meno travagliate, di mezzo secolo di storia italiana. Antonio Pennacchi rievoca il passato controverso e insieme epico della nazione, animando ricordi e fantasmi con uno sguardo sempre lucido, ironico e spiazzante, ma soprattutto carico di pietas e profonda commozione per i propri personaggi, per quelle tre generazioni di Peruzzi che combattono con glorioso accanimento contro le sferzate del destino che sembra non concedergli tregua. Un’autentica epopea, un grande romanzo italiano.

Alberto Moravia, La ciociara, Bompiani: La ciociara è la storia delle avventure di una madre e una figlia, costrette dal caso a passare un anno nelle prossimità del fronte del Garigliano tra il 1943 e il 1944. Ma La ciociara è anche soprattutto la descrizione di due atti di violenza, l’uno collettivo e l’altro individuale, la guerra e lo stupro. Dopo la guerra e dopo lo stupro né un paese né una donna sono più quello che erano prima. Un cambiamento profondo è avvenuto, un passaggio si è verificato da uno strato di innocenza e integrità a un altro di nuova e amara consapevolezza. D’altra parte tutte le guerre che penetrano profondamente nel territorio di un paese e colpiscono le popolazioni civili sono stupri. La ciociara non è un libro di guerra nel senso tradizionale del termine; è un romanzo in cui è narrata l’esperienza umana di quella violenza profanatoria che è la guerra.

Melania G. Mazzucco, Un giorno perfetto, BUR: Dopo aver prediletto storie ambientate nel passato, Melania Mazzucco sceglie la Roma di oggi come scena per il suo romanzo. Il giorno perfetto – come nel titolo di una canzone di Lou Reed – è quello in cui Camilla compie sette anni, Zero fa esplodere la prima bomba in un McDonald’s, Emma perde il lavoro, Kevin le mutande, Elio recita il discorso sbagliato al suo comizio elettorale, Valentina fa un piercing all’ombelico, Maja trova la casa dei suoi sogni, Sasha festeggia l’anniversario dei dieci anni con l’amante, Antonio vede la moglie per l’ultima volta e qualcuno carica con 7 colpi + 1 la sua pistola. Mentre le loro strade si incrociano sul grande palcoscenico di una Roma frenetica e sorprendente, e la tensione si accumula, le loro vite sembrano destinate a esplodere in mille pezzi. Romanzo corale, affresco sociale, foto di gruppo di una nazione, questa cronaca di un giorno apparentemente qualunque in una grande città di oggi è un’immersione totale nella realtà che ci circonda. Una storia d’amore e disincanto, di scuola e di lavoro, una notizia da prima pagina e uno straziante caso di nera. Ma soprattutto, l’anatomia di una famiglia: ragazze e bambini, uomini e donne, madri e padri, figli e figlie, scene da un matrimonio in cui ciascuno, nel bene e nel male, può riconoscersi.

Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita, Garzanti: Il Riccetto, il Caciotta, il Lenzetta, il Begalone, Alduccio e altri sono giovanissimi sottoproletari romani. Sciamano dalle borgate della Roma anni Cinquanta verso il centro, in un itinerario picaresco fatto di eventi comici, tragici, grotteschi. Alternano una violenza gratuita a una generosità patetica: Riccetto salva una rondine che stava per annegare ma non potrà far nulla dinanzi al piccolo Genesio trascinato via dalla corrente dell’Aniene; Agnolo e Oberdan assistono Marcello agonizzante, rimasto travolto dal crollo della sua scuola. La Roma monumentale e quella della speculazione edilizia sono lo spazio contraddittorio in cui avviene questa sorta di rito iniziatico di una giornata dei «ragazzi di vita».

Elsa Morante, La storia, Einaudi: A questo romanzo (pensato e scritto in tre anni, dal 1971 al 1974) Elsa Morante consegna la massima esperienza della sua vita “dentro la Storia” quasi a spiegamento totale di tutte le sue precedenti esperienze narrative: da L’isola di Arturo a Menzogna e sortilegio. La Storia, che si svolge a Roma durante e dopo la seconda guerra mondiale, vorrebbe parlare in un linguaggio comune e accessibile a tutti.

Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, Suburra, Einaudi: Una Roma lunare e sguaiata scenario di una feroce mattanza. Un Grande Progetto che seppellirà sotto una colata di cemento le sue periferie. Due vecchi nemici, un bandito e un carabiniere, che ingaggiano la loro sfida finale. Intanto, mentre l’Italia affonda, politici, alti prelati e amministratori corrotti sgomitano per partecipare all’orgia perpetua di questo Basso Impero criminale.

Pier Paolo Pasolini, Una vita violenta, Garzanti: Il romanzo racconta la storia della breve vita di Tommaso Puzilli, un giovane sottoproletario dei sobborghi romani. I piccoli furti, i rapporti con omosessuali, i vagabondaggi notturni, fino alla tragedia finale: il ritratto di un gruppo che vive al di fuori di ogni ordinamento sociale che lo possa condizionare. Una rappresentazione lucida e spietata dell’ambiente delle borgate romane.

Helenza Janeczek, Le rondini di Montecassino, Guanda: Montecassino, 1944. Per cinque mesi, gli alleati cercano di sfondare la Linea Gustav. Fra le unità che compongono le loro armate non ci sono solo americani e inglesi, ma anche truppe di altri continenti che il vortice della guerra mondiale ha risputato in Ciociaria: indiani, nepalesi e persino un battaglione di maori della Nuova Zelanda. Ci sono i marocchini, colpevoli di stupri di massa e per questo gli unici soldati coloniali ricordati. Ci sono i polacchi, un esercito formato da ex deportati dei gulag che combattono in terra straniera per la libertà della Polonia dai totalitarismi. Fanno parte di quella strana compagine anche un migliaio di ebrei che imbracciano le armi per il puro diritto a esistere. E ci sono i civili, con la loro sofferenza, tra due fuochi. Chi erano quegli uomini esclusi dall’immaginario della Seconda guerra mondiale? Helena Janeczek cerca di rispondere con storie semplici. Quella di John Wilkins, soldato texano caduto nel cruento e inutile tentativo di attraversare un fiume. Quella di Rapata Sullivan, nipote di un veterano del battaglione maori da poco deceduto che presenzia al posto del nonno alle celebrazioni della battaglia. Quella di Edoardo Bielinski e Anand Gupta, due amici cresciuti a Roma che a Cassino ci vanno quasi per spirito di avventura, mentre aspettano di capire cosa sarà di loro dopo il liceo. E quella di Rachida, un’immigrata marocchina, a servizio da una coppia di vecchi italiani.

Lia Levi, Una bambina e basta, e/o: Questo racconto è un gioiello. Ha vinto nel 1994 il Premio Elsa Morante-Opera Prima ed è molto diffuso anche nelle scuole dove viene letto con passione. È la storia di una bambina ebrea e del suo rapporto con la madre. La piccola viene nascosta in un convento cattolico alle porte di Roma per sfuggire alla deportazione. È attratta dal dio «buono dei cristiani e non da quello sempre arrabbiato degli ebrei» dalla sicurezza di quel mondo cattolico non minacciato da una lieve vertigine mistica ambiguamente incoraggiata da qualche monaca dalla speranza d’interpretare la Madonna alla recita di Natale. Ma quando è a un passo dall’abbracciare la nuova fede interviene la madre «tigre leonessa che ha poco tempo per libri e sinagoghe perché deve difendere le figlie», la loro vita ma anche la loro identità minacciata. Solo a guerra terminata potrà dire alla figlia: tu non sei una bambina ebrea, sei una bambina e basta.

Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana, Garzanti: Roma durante il fascismo. Il commissario di polizia don Ciccio Ingravallo è incaricato di svolgere un’inchiesta su un furto di gioielli avvenuto al 219 di via Merulana, una via popolare nel cuore di un vecchio quartiere. Nella casa abitano due amici del commissario: i coniugi Balducci, dai quali è solito andare a pranzo nei giorni festivi. Per lo scapolo don Ciccio Liliana Balducci è l’incarnazione della dolcezza e della purezza femminile. Un mattino, Liliana viene selvaggiamente assassinata nel suo appartamento: il furto dei gioielli e l’assassinio sono opera di una stessa persona? Da questi episodi prende il via il romanzo gaddiano, che, apparso in “Letteratura” nell’immediato dopoguerra, fu scritto a Firenze nel ricordo di un lontano soggiorno nella capitale (1926-27). Basandosi su un reale fatto di sangue, Gadda costruisce un intrigo poliziesco che gioca su un duplice registro: può essere letto, infatti, come eco del mondo e come bricolage letterario.

Amara Lakhous, Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, e/o: La sapiente e irresistibile miscela di satira di costume e romanzo giallo imperniato su una scoppiettante polifonia dialettale di gaddiana memoria (il Pasticciaccio sta sullo sfondo segreto della scena come un nume tutelare) la piccola folla multiculturale che anima le vicende di uno stabile a piazza Vittorio sorprende per la verità e la precisione dell’analisi antropologica, il brio e l’apparente leggerezza del racconto. A partire dall’omicidio di un losco personaggio soprannominato “il Gladiatore” si snoda un’indagine che ci consente di penetrare nell’universo del più multietnico dei quartieri di Roma: piazza Vittorio.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2013/11/06/amara-lakhous-scontro-di-civilta-per-un-ascensore-a-piazza-vittorio-algeria/

Danny Scheinmann, Random Acts of Heroic Love

Danny Scheinmann, Random Acts of Heoric Love, Black Swan, London 2007. 432 pagine.

Questo libro mi è stato regalato due anni fa da un’amica bookcorsara come premio per una sfida di lettura. L’ho lasciato ad aspettare due anni perché ero un po’ diffidente, le storie d’amore mi rendono sempre un po’ diffidente. Penso spesso che siano melense e che non facciano per me. La maggior parte delle volte, in effetti, è vero, ma non sempre (vedi per esempio La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo). Ora sono stata molto contenta di aver letto questo libro, che ho letto in pochissimi giorni nonostante non sia proprio brevissimo. Non riuscivo a smettere di leggere, e oltretutto la lettura è molto scorrevole, senza accorgermene avevo letto 100 pagine o più. Per un po’ mi sono dilettata con l’idea di mettere questo romanzo fra i miei preferiti; non credo che ci finirà, ma ci devo ancora pensare.

Le storie sono due, e potete leggere tranquillamente quello che sto per scrivere perché per una volta non vi svelerò niente che non avvenga all’inizio del libro. C’è la storia di Leo Deakin, inglese, che nel 1992 si sveglia in un ospedale in Ecuador senza ricordi di quello che è successo: gli dicono che c’è stato un incidente in pullman e che la sua ragazza, Eleni, greca, è morta. I due sono poco più che ventenni e si amavano tantissimo. (Una delle pochissime cose che non mi hanno proprio convinto di questo libro è stata la giovane età dei protagonisti. Perché non prendere una coppia di trentenni o quarantenni anziché ventenni? Non sarebbe stata tanto più verosimile e profonda la loro storia d’amore? Non voglio certo dire che i ventenni non possano amare, ma il sentimento non sarà tanto più profondo con una maggiore maturità sulle spalle? Una mia piccola idiosincrasia, probabilmente.) La seconda storia è quella di Moritz Daniecki, un ragazzo polacco (a quell’epoca parte dell’Impero Austro-Ungarico) poco più che adolescente, costretto a lasciare la sua amata Lotte Steinberg per andare a combattere proprio all’inizio della prima guerra mondiale. Il loro amore è contrastato dal padre di lei, in quanto la famiglia è molto ricca, contrariamente a quella di Moritz. I due non si sono scambiati altro che un bacio ma, come Leo ed Eleni, si amano pazzamente.

Dunque abbiamo due storie di perdita dell’amore: nel primo caso per la morte di una dei due, nel secondo per la guerra. Ci sono tutti i presupposti per una storia melensa, eppure non è così. Inoltre, sappiamo che a un certo punto le due storie si intrecceranno (altrimenti non farebbero parte dello stesso romanzo, no?), ma per diverso tempo non sono proprio riuscita a capire come. Forse qualcun altro ci riuscirebbe tranquillamente, io l’ho capito solo dopo due terzi del libro. Prima che l’arcano venisse svelato, perché a un certo punto risulta piuttosto evidente anche ai più ottusi come me.

La storia di Leo è narrata in terza persona da un narratore onnisciente, ed è la storia del suo amore perduto, quindi è questa la parte veramente sdolcinata del romanzo. La storia di Moritz invece è raccontata da lui personalmente a un interlocutore che all’inizio non conosciamo, ma che ci viene rivelato prestissimo. Quella di Moritz non è una storia sdolcinata, ma terribile, perché Moritz parla della guerra. E non risparmia alcun particolare drammatico o orribile; del resto, così come non lo risparmia neppure il narratore della storia di Leo.

Ora, ho detto che la storia non è melensa. No, infatti non lo è, ma è comunque molto sentimentale e strappalacrime. Non sapete quanto ho pianto leggendo questo libro, soprattutto all’inizio. Tuttavia, questa caratteristica non impedisce al romanzo di essere praticamente perfetto. La narrazione è perfetta e verosimile, la scrittura è ottima, la storia (o le storie, che poi in realtà appunto si intrecciano) è bellissima. È vero, sono storie d’amore, ma come dicevo quando ho recensito La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, che ho linkato sopra, quando una storia è bella non importa che sia d’amore o meno. Io ve lo consiglio caldamente.

Il libro è stato tradotto in italiano da Corbaccio come Piccoli gesti di amore eroico.

Questo è il romanzo d’esordio di Danny Scheinmann, attore. Per essere un romanzo d’esordio, tanti complimenti davvero. Se volete saperne di più su Danny Scheinmann o sulla sua attività di scrittore, e se conoscete l’inglese, potete visitare il suo sito. Qui è anche possibile leggere il primo capitolo del libro, ascoltare un paio di interviste all’autore, e scoprire, per esempio, quanto c’è di autobiografico nel romanzo (c’è molto, ma non leggete quell’articolo perché vi svela alcune cose che non vorrete sapere prima di iniziare a leggere).

 

Arthur Grimble, A Pattern of Islands (Kiribati)


Arthur Grimble, A Pattern of Islands, Penguin, Harmondsworth 1987. 264 pagine.

Data l’estrema difficoltà di reperire testi di autori kiribatesi (o gilbertesi che dir si voglia), ho optato per questo libro di Sir Arthur Grimble, funzionario britannico che ha vissuto diciannove anni, dal 1914 al 1933, in quelle che allora si chiamavano Isole Gilbert ed Ellice. Le isole Gilbert sono in seguito andate a costituire la repubblica delle Kiribati, mentre le isole Ellice hanno formato Tuvalu.

Questo libro è stato originariamente pubblicato nel 1952, ma racconta eventi svoltisi un secolo fa, quindi giocoforza le cose sono cambiate moltissimo nelle Kiribati. Isole che stanno scomparendo a causa del riscaldamento globale e del conseguente innalzamento del livello degli oceani, come potete leggere in questo bellissimo e straziante reportage. Se preferite leggere il reportage originale in lingua inglese, potete farlo a questo indirizzo. Il carattere drammatico di questa tragedia che, verosimilmente, andrà a verificarsi entro i prossimi sessant’anni (quindi tra pochissimo), è ben esemplificato dalla lettura di questo libro, che mostra un popolo bellissimo e felice nelle proprie tradizioni millenarie. Leggendo questo libro e, in seguito, il reportage di Jeffrey Goldberg, non si può che sentirsi coinvolti di fronte a questa tragedia che, come ricorda chiaramente il presidente delle Kiribati alla fine del reportage, è stata provocata da noi.

Grimble arriva nelle isole Gilbert nel 1914 come cadetto (le isole all’epoca erano una colonia britannica), per poi salire di grado negli anni successivi. È un funzionario forse diverso dagli altri, perché non ha la visione colonialista e paternalistica comune a molti altri funzionari dell’epoca. Grimble è seriamente interessato a conoscere da vicino il popolo gilbertese e a integrarsi con la popolazione locale. E riuscirà tanto in questo suo intento da venire ammesso, con tutti i rituali del caso (tatuaggi tribali compresi), in uno dei clan locali. Grimble comunica un grande interesse e soprattutto amore per questo popolo e queste isole che lo hanno ospitato per quasi vent’anni. Cosa non banale per l’epoca, l’autore nutre un grande rispetto per questo popolo.

L’autore narra le sue vicende personali nelle isole – ne ha girate molte nel corso del suo lavoro, abitando in molte di esse. E le racconta con uno stile esilarante: Grimble è un ottimo narratore, potremmo dire quasi un cantastorie, e ha la rara capacità di narrare le proprie vicende e le tradizioni del luogo in modo divertente e pieno di grazia. Alcuni episodi raccontati fanno veramente ridere, sia per l’avvenimento in sé che per il modo in cui li racconta l’autore. Penso per esempio a quella volta in cui Grimble venne usato come “esca” per catturare un polpo gigante, o quando viene spinto a calmare un pazzo che minaccia la gente con dei coltelli, e che getta le braccia al collo del funzionario gridando “I love you”.

È interessante anche il fatto che Grimble si integri così tanto con la popolazione gilbertese da finire inconsciamente per credere ad alcune loro credenze francamente incredibili per l’uomo moderno e colto come poteva esserlo il funzionario britannico. Per esempio, troviamo più volte Grimble alle prese con dei fantasmi o degli spiriti: egli naturalmente afferma di non credere a queste cose, ma di fatto ci crede eccome, dato che “vede” con i suoi occhi questi spiriti. Infatti la popolazione gilbertese è in maggioranza protestante, con una minoranza cattolica, ma le credenze pagane non sono per questo scomparse. Sono anzi assai vive nella popolazione, tanto che alla morte di chiunque devono essere osservati particolari rituali che permetteranno alla persona deceduta di andare in cielo e non restare invece bloccata in uno stato di mezzo come fantasma. Ma questo è soltanto un esempio, forse quello che viene menzionato più spesso.

Grimble, inoltre, si trasferisce nelle isole Gilbert con la donna che ha appena sposato, e qui nasceranno le loro quattro figlie. Non si trova dunque da solo ad affrontare le stranezze e le privazioni di questo mondo così lontano, ma condivide questa esperienza con l’intera famiglia. Parlando di privazioni penso soprattutto alla questione medica, anche se Grimble parla anche delle privazioni a livello alimentare. Quando dico questione medica intendo che nelle isole Gilbert era presente un solo ospedale al tempo, nell’isola di Tarawa, per la quale spesso non partivano navi che ogni tre-quattro mesi dalle altre isole o atolli. Le medicine erano presenti nelle isole prive di ospedale o di personale medico, ma ovviamente scarseggiavano e non vi era alcun modo di far fronte a emergenze mediche, tanto che molto spesso Grimble stesso si trovava a dover affrontare situazioni come parti complicati, appendiciti acute, amputazioni di arti. Pensare a una cosa del genere oggi è assurdo, ma d’altronde se nessuno si fosse occupato di questi casi le persone in questione sarebbero senz’altro morte. E a volte morivano davvero, ma altre volte si salvavano grazie all’intervento di un semplice funzionario statale.

In conclusione il libro mi è piaciuto molto, e penso che in futuro vorrò procurarmi anche il seguito, Return to the Islands. Non ho capito bene se questo libro è stato tradotto in italiano, ma credo che si tratti di questo, dal titolo Le isole delle anime, pubblicato più di mezzo secolo fa da Bompiani. Ritorno alle isole è stato pubblicato quattro anni dopo sempre da Bompiani. Naturalmente stiamo parlando di libri quasi introvabili, e difficili da reperire perfino in lingua originale, ma se vi dovessero capitare sottomano io vi consiglierei di farci un pensierino.

Libri ambientati in Abruzzo

Monteferrante (Di Zitumassin - Opera propria, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7746377)

Monteferrante (Di Zitumassin – Opera propria, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7746377)

Dopo la mia regione d’origine, le Marche, il giro d’Italia ci porta nella mia regione d’adozione, l’Abruzzo. Una regione anch’essa bellissima che, purtroppo, conosco ancora troppo poco, ma ho forse la scusa di essere qui da un anno appena. Piano piano avrò modo di esplorare la regione. Ad esempio qui sopra trovate una foto di Monteferrante, paesino in provincia di Chieti che secondo Wikipedia è uno dei meno popolati d’Abruzzo con i suoi 135 abitanti. Onestamente non so niente di questo piccolissimo paese, ma la foto mi è sembrata così bella che l’ho voluta mettere come presentazione dell’Abruzzo tutto. Naturalmente avrei potuto scegliere tantissime altre foto: la Majella, il Gran Sasso, la costa, L’Aquila… tutte molto più rappresentative probabilmente. Oltre ai suggerimenti letterari, potete anche mandarmi delle foto se volete. Non le userò come copertina del post, ma potrebbe essere bello far vedere agli altri lettori come appare questa regione (e anche le altre, ovviamente).

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Paolo Merlini e Maurizio Silvestri, Dove comincia l’Abruzzo, Exòrma: In giro per una settimana con i mezzi pubblici sulle strade d’Abruzzo, i nostri due “terranauti” hanno scoperto I’esotico dietro casa. Tra gli ideali compagni di viaggio Mario Soldati e Agostino De Laurentiis in fuga da Roma dopo l’armistizio, Carlo Emilo Gadda giovane reporter a Campo Imperatore, John Fante a Torricella Peligna… Ospiti di pastai, ristoratori dannunziofili, vignaioli e pastori ultraottuagenari, tra saporiti formaggi e profumati vini autoctoni, si ritrovano infine a L’Aquila per incontrare “Ju Boss” e Raffaele Colapietra “il professore”, i due noti “resistenti del sisma”.

AA. VV., Entrata d’emergenza, Giulio Perrone: Ritrovarsi, la nascita di racconti nel modo più semplice e naturale, un progetto che diviene immagine, commistione di generi, l’esperienza del nuovo che può essere partorito se la passione è unica anche se ha forme altre. Che poi la forma alla fine è una: rettangolare, bordi rigidi, insieme di fogli e lettere e prende nome questa forma, prende nome di “libro”, che è come se rendesse eterne quelle frasi insieme tra loro a sviscerare storie. Allora per sempre, anch’esse, storie. Con i propri autori. E i propri luoghi, che siano tangibili o meno, di Abruzzo. Che sono Abruzzo.

Katia Ceccarelli, La bionda del Kontiki, e/o: Un giorno Teresa, sessantenne sposata con due figli, si lascia convincere dalla parrucchiera Carmela a passare dal rosso mogano al biondo. A casa nessuno se ne accorge, perché nessuno (o quasi) la guarda mai. Teresa prende allora la grande decisione: rinnova il guardaroba, se ne va di casa e inizia a frequentare dancing e piste da ballo della costa adriatica. Carmela le farà da anfitrione al Kontiki, uno dei locali più frequentati dagli appassionati di liscio, una comunità vivace e piena di passioni che catturerà completamente l’anima di Teresa. Qui rivivrà il gusto della conquista e della competizione tra donne, qui conoscerà un nuovo amico, Lando, viveur sessantacinquenne con lo spirito di un ragazzo, e Blek, un misterioso signore brizzolato di cui Teresa si innamorerà. Mentre i figli si rendono conto che la madre è un punto di riferimento importante, il marito Ovidio si lascia andare facendosi prendere dal livore e dalla solitudine. Ma niente ormai potrà tornare esattamente come prima. L’unica certezza che rimarrà nella vita di Teresa sarà il ballo.

Arturo Bernava, Il colore del caffè, Solfanelli: Il maresciallo Dante Modiano, poco prima della seconda guerra mondiale, viene trasferito in un paesino della montagna abruzzese. Si imbatte da subito in strani personaggi: un bambino di cui tutti sembrano ignorare le origini, un vecchio cieco appassionato di letteratura, una splendida e prosperosa ostessa, una contessa che fugge dalla vita mondana della capitale forse per nascondersi, un finanziere senza scrupoli che ha truffato migliaia di persone. A fare da cornice ai personaggi principali, altri soggetti dai colori forti: il pazzo Gerolamo, il podestà Ovidio Mentore, e, come in ogni storia di paese che si rispetti, il farmacista, il notaio, il prete.

Arturo Bernava, Scarpette bianche, Solfanelli: Personaggi equivoci e grotteschi si aggirano in Abruzzo, in quel luglio del 1943. Chi è l’ombra nera che aleggia e scivola per le stradine del paese? Perché il matrimonio tra l’attempato Osvaldo Pierantozzi e la giovane e bella Italia Michelli non è stato celebrato dall’iroso parroco, don Michele Vitocolonna, detto Tiscrocco? Perché il Duce, subito interpellato dal Pierantozzi, non risponde alle sue richieste? Cosa è venuto a fare in paese uno strano medico, dall’aria al tempo stesso risoluta e spaurita? Perché l’anziana Maria Celidonio smette improvvisamente di parlare, cadendo in uno stato catartico? Tante domande sovrastano il paesino abruzzese, così come le lettere anonime che improvvisamente cominciano a essere recapitate. Ma non è tutto. La notte in cui i tedeschi giungono da invasori e non più da alleati, una fragile e indifesa vecchina viene uccisa. Sembra il delitto compiuto da un ladro occasionale, ma la vecchina non era né fragile, né indifesa. Custodiva importanti segreti a cui tutti i personaggi del romanzo danno la caccia. Solo uno, però, riuscirà a capirne l’essenza.

Ignazio Silone, Fontamara, Mondadori: Fontamara fu pubblicato a Zurigo nel 1933. Ambientato in un paesino abruzzese, Fontamara appunto, racconta l’eterno conflitto tra “cafoni” e “cittadini”, reso ancora più drammatico dall’avvento del fascismo. I contadini e i braccianti, rassegnati ormai e quasi assuefatti a subire senza reagire catastrofi e soprusi di ogni genere, abbrutiti dalla miseria e dalla lotta per la sopravvivenza, trovano la forza di ribellarsi quando si rendono conto dell’ultima, ennesima truffa ordita sulla loro pelle, che, per una coincidenza non casuale, corrisponde temporalmente all’entrata in scena del regime fascista. Figura centrale del romanzo è Berardo Viola, che rappresenta l’esigenza di riscattare una vita di silenzio e passività, esigenza che diverrà essenziale e imprescindibile anche per gli altri “cafoni” fontamaresi.

Ignazio Silone, Vino e pane, Mondadori: “Arriva sempre un’età in cui i giovani trovano insipido il pane e il vino della propria casa. Essi cercano altrove il loro nutrimento. Il pane e il vino delle osterie che si trovano nei crocicchi delle grandi strade possono solo calmare la loro fame e la loro sete. Ma l’uomo non può vivere tutta la sua vita nelle osterie”. Vino e pane racconta il ritorno di Pietro Spina, giovane intellettuale di estrazione borghese che aveva abbandonato i suoi luoghi per seguire un ideale rivoluzionario. Nelle vicende di questo personaggio tormentato fra paura e coraggio, braccato, costretto a vivere nascosto e travestito, riemergono i motivi cari alla letteratura di Silone: il dibattito sulla rivoluzione, la fede, la giustizia, l’indagine sulla società dei cafoni, sulle sue reazioni al fascismo, il richiamo della terra natale e della memoria.

Libri ambientati nelle Marche

Gola del Furlo (Di Alicudi - Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=18620162)

Gola del Furlo (Di Alicudi – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=18620162)

Oggi finalmente il nostro giro d’Italia ci porta nella mia regione d’origine, le Marche. Come immagine di presentazione di questo post avrei potuto mettere tante cose: Urbino, il capoluogo Ancona (che tuttavia non è granché a livello estetico), soprattutto le verdi colline marchigiane. Mi sono anche dilettata con l’idea di mettere un’immagine di Tolentino, il mio paese d’origine, o di Macerata, dove ho passato tanto tempo alla scuola superiore. Ma infine ho deciso per questa bellissima immagine della Gola del Furlo, perché anche le montagne marchigiane (i Sibillini) offrono spettacoli mozzafiato, come potete vedere chiaramente da questa foto. Certo, non saranno le Alpi, non saranno il Gran Sasso, ma in quanto a panorami non hanno niente da invidiare a nessuno. Tra l’altro, se siete curiosi di conoscere meglio questa regione che, secondo me, pur essendo noiosa come la morte, a livello estetico è bellissima, Wikipedia le dedica una pagina molto completa e fatta veramente bene.

Non ho trovato un gran numero di libri ambientati in questa regione, che a volte viene considerata, a torto, un po’ secondaria rispetto alle altre, ma comunque eccovi qui una piccola lista di quello che ho trovato, e come al solito non aspetto altro che i vostri suggerimenti.

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Simona Baldelli, Evelina e le fate, Giunti: Evelina e le fate è la storia di una bambina di cinque anni che vede con gli occhi della sua età quello che accade intorno a lei. Il libro si apre su una scena memorabile, l’ arrivo degli sfollati. A Evelina pare che dalla neve stiano uscendo le anime dei morti. In un succedersi incalzante di vicende e colpi di scena, sulle colline attraversate dalla Linea Gotica alle spalle di Pesaro, in attesa dell’arrivo degli alleati, trascorre l’ultimo anno della seconda guerra mondiale e travolge tutta la famiglia di Evelina, padre e madre molto malata, i fratelli, e il segreto di una bambina ebrea nascosta sotto una botola dentro la stalla. A Evelina si accompagnano, premurose e materne, due fate: la Nera, dai tratti cupi, e la Scèpa, la fata allegra, colorata, con una veste a fiori, che ride sempre.
Nei dintorni del casolare si aggirano i partigiani, e il loro capo, il Toscano, ottiene del cibo dal padre di Evelina, che simpatizza con loro. Evelina e i suoi fratelli trovano il cadavere di un tedesco, e la Nera li fa scappare in tempo, spingendoli a nascondersi, pochi attimi prima dell’ arrivo dei soldati tedeschi. Realtà e magia si mescolano e si intrecciano in questo esordio denso e maturo, facendo rivivere il mondo contadino e insieme quello delle fiabe antiche con l’intrico complesso della guerra civile e di quella mondiale.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2014/04/12/simona-baldelli-evelina-e-le-fate/

Loredana Lipperini, Questo trenino a molla che si chiama il cuore, Laterza: “La Valle è abituata al doppio. Doppia è l’erba che spunta nei prati della Valle e che le donne sapienti usavano per dare concordia o sconcordia a seconda di quale parte veniva usata, e se cresceva verso l’alba o verso il tramonto. Doppie sono le antiche divinità dei luoghi, doppio è il confine, perché l’Umbria annoda le sue curve con le Marche senza che il paesaggio cambi: semmai è la superstrada che sta rompendo quelle curve, tagliando in due gole con i piloni e i viadotti.” Anche la scrittura è fatta di confini, e la vita stessa di chi narra e che in quei luoghi è tornata negli anni della maturità, per ragionare su cosa significhi essere due in una, e su cosa intendeva Pessoa quando sosteneva che non c’è nulla di più reale di un personaggio di finzione.
La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2015/11/23/loredana-lipperini-questo-trenino-a-molla-che-si-chiama-il-cuore/

Paolo Merlini e Maurizio Silvestri, Un altro viaggio nelle Marche, Exòrma: Un libro di viaggio e una guida. Due marchigiani alla scoperta delle Marche. Da autentici viandanti immersi nella loro regione con la curiosità del forestiero e la coscienza dell’indigeno, liberi dal vincolo dell’automobile, viaggiano esclusivamente con i mezzi pubblici. È un viaggio diverso, un AltroViaggio sugli itinerari meno frequentati, arrivando nelle Marche segrete. Partiti con l’intenzione di tracciare una specie di alternativo portolano enogastronomico, hanno finito per guardare, ascoltare e scoprire l’umanità marchigiana. Ne è emerso un racconto a due voci, fatto di storie, di luoghi, di persone. Cercavano le Marche e hanno trovato i marchigiani. Un viaggio facilmente ripetibile; i percorsi, i singoli luoghi, i cibi descritti, possono essere l’ispirazione per tutti i viaggiatori curiosi, desiderosi di fare il proprio viaggio nelle Marche. Foto di Mario Dondero.

Dolores Prato, Giù la piazza non c’è nessuno, Quodlibet: “Alla Ginzburg sono sempre stata, lo sono e continuerò ad esserlo, gratissima. […] Lei ha sempre amato questo libro, con quelle manomissioni voleva renderlo più accessibile. Io salto i verbi come se qualcuno mi corresse dietro; i miei passaggi sono ponti levatoi mai abbassati; lei riduceva più intellegibile il mio modo di scrivere; ma io preferivo tenermi i miei difetti. Avevamo ragione tutte e due”. Sono alcune righe scritte da Dolores Prato nel 1980 al direttore dell'”Espresso”, in risposta a un articolo in cui veniva definita “rabbiosa” nei confronti di Natalia Ginzburg. Alle spalle di questa precisazione c’è una vicenda editoriale divenuta pubblica: le oltre millecinquecento cartelle di Giù la piazza non c’è nessuno consegnate nel 1979, di fretta, dall’ottantenne Dolores Prato a Natalia Ginzburg, vennero ridotte, per esigenze editoriali, a sole trecento pagine, pubblicate da Einaudi nel giugno 1980. L’autrice, scontenta dell’edizione parziale, continuò a rivedere il testo e preparò un nuovo dattiloscritto, il quale venne pubblicato nel 1997 da Giorgio Zampa, nella versione integrale che qui riproduciamo. Giù la piazza non c’è nessuno racconta di un’infanzia primonovecentesca trascorsa ai bordi d’Italia (tra case e volti di Treia, un borgo dell’entroterra marchigiano), insieme a una miriade di oggetti e parole disperse, a uno zio mezzo prete, mezzo pittore, mezzo alchimista e a una zia nubile dalle strane acconciature…