Andrej Nikolaidis, Nel nome del figlio (Montenegro)

Andrej Nikolaidis, The Son (tit. originale Sin), Istros Books, London 2013. Traduzione dal montenegrino di Will Firth.

Cominciamo subito col dire che questo libro è disponibile in italiano: è stato tradotto nel 2014 da Zandonai con il titolo che ho indicato in oggetto, Nel nome del figlio. Io l’ho letto in inglese per l’unico motivo che l’ho comprato nel 2013, quando ancora non sapevo che ci sarebbe stata una traduzione italiana. Il libro è originariamente scritto in montenegrino e nel 2011 ha vinto lo European Prize for Literature.

Il breve romanzo, appena 115 pagine, non è per niente brutto, tutt’altro, ma io non l’ho apprezzato, purtroppo. Forse se lo rileggessi fra un po’ di tempo mi piacerebbe di più, non lo escludo. Forse non era il momento giusto, il suo momento.

In realtà è scritto molto bene, anche se in questo caso chiaramente non posso giudicare l’originale ma sono la traduzione letta da me. E non solo lo stile è ottimo, anche la storia è interessante. E tuttavia mi è rimasto indigesto, forse per la cupezza, sebbene, com’è noto, non si possa certo dire che io rifugga davanti ai romanzi/racconti cupi, anzi.

La copertina dice che si tratta della storia di una notte della vita del protagonista, ma questo è vero in parte. Certamente la storia si svolge nell’arco di un pomeriggio/sera/notte/mattino successivo, tuttavia è piena di ricordi che passano per la mente del protagonista, quindi quello che dice la quarta di copertina non è esatto.

Ad ogni modo, la storia segue appunto il protagonista, che non ha nome, in meno di 24 ore della sua vita, dopo che la moglie l’ha lasciato andandosene di casa. Il protagonista vaga per la città di Dulcigno, in Montenegro, in preda a ricordi di cui ci rende partecipi. E in questo suo vagare incontra numerosi personaggi che lo fanno affondare ancora di più nel suo male di vivere: per esempio, il vecchio compagno di scuola che era costantemente preso di mira dai bulli, i quali alla fine gli avevano spezzato le braccia mentre il protagonista, suo amico, guardava da lontano mangiando il suo pranzo; oppure l’uomo che vende tre delle sue figlie come prostitute in uno scantinato del paese, e altri ancora. Ognuno di questi personaggi finisce per raccontare al protagonista la storia della propria vita, oppure in altri casi è il protagonista stesso a raccontarcela. E queste vite inevitabilmente, inestricabilmente si intrecciano.

Il protagonista è affetto da un male di vivere inguaribile che lo porta a vedere tutto lo schifo presente in tutte le cose del mondo: ad esempio, il fatto che siamo tutti sporchi, perché la nostra normale condizione è la sporcizia e non la pulizia. Oppure, sempre concentrandosi sullo schifo, il protagonista si interessa alle storie di serial killer, e ci racconta di alcuni cannibali di cui ha letto. Il protagonista crede che il mondo sia un enorme, gigantesco schifo, e non vuole niente, non vuole apparire, non vuole fare, non vuole prendere decisioni, vuole solo passare inosservato, come dirà lui stesso.

L’apatia e il desiderio di non fare si estendono a tal punto che l’uomo si arrabbia ferocemente quando la madre, malata terminale di cancro, gli chiede la grazia di ucciderla. E non si infuria, come potremmo pensare, perché non condivide il desiderio della madre, ma perché le rinfaccia di non averlo fatto lei stessa quando ne aveva ancora la possibilità, le rinfaccia di chiederlo proprio a lui, che non vuole assumersi la responsabilità di niente.

Scopriamo ben presto che il protagonista ha un rapporto orribile con il padre, che non vede da tantissimo tempo sebbene siano vicini di casa, e che questo pessimo rapporto è dato da un terribile senso di colpa che il protagonista non riesce a cancellare: quando erano bambini, suo fratello Milan cadde da un albero, morendo, ed era stato proprio il protagonista a sfidarlo a salirvi. Nonostante ciò, il padre tutte le sere gli dava il bacio della buonanotte e non parlava mai dell’accaduto di fronte a lui, e questo per il protagonista è sempre stato peggio di una punizione. La mancanza di punizione è stata per lui una punizione peggiore di quanto avrebbe potuto essere una vera punizione. Il protagonista non sopporta il perdono.

Questo tema, come vedremo, ricorrerà in alcuni dei suoi incontri, in particolare in quello che fa subito dopo questa rivelazione: incontra per la strada un assembramento di persone che commentano un delitto appena avvenuto. È troppo complicato da spiegare in due parole, ma diciamo solo che un figlio ha ucciso suo padre, precisamente perché suo padre lo ha perdonato ogni volta, anche dopo morti che sono state causate dal figlio stesso. Anche questo ragazzo non sopportava il peso del perdono, e per questo ha ucciso. Il protagonista non uccide, ma marcisce nel putridume di una vita senza senso.

Il finale è particolare e inaspettato, in un certo senso mi ha piacevolmente sorpresa, ma non è servito comunque a farmi amare il libro.

Nonostante le mie personali riserve, sinceramente mi sento di consigliare questo libro, perché merita, e il fatto che a me non sia piaciuto è una mera questione di gusto personale che non vuole togliere nulla ai meriti del romanzo.

Per finire vi voglio lasciare il link a due recensioni che mi sono piaciute molto: una, breve, in italiano e l’altra, più dettagliata, in inglese.

 

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Walter de la Mare, La donna in miniatura – 1921

Walter de la Mare, Memoirs of a Midget, pubblico dominio.

Questo romanzo, il cui titolo sarebbe letteralmente traducibile come “Memorie di una nana”, è stato pubblicato in Italia da Alet come La donna in miniatura. Sconsiglio di leggere la presentazione della versione italiana perché, almeno quella presente su Goodreads, è del tutto fuorviante.

Questo romanzo è costituito dalle memorie di una donna piccolissima (trovo il titolo italiano molto azzeccato), la signorina M., di cui non sapremo mai il nome ma soltanto l’iniziale. In queste memorie la signorina M. racconta della sua infanzia e giovinezza, fino ai 21 anni, ovvero la maggiore età a quell’epoca.

Veniamo a sapere che la signorina M. rimane orfana piuttosto presto, perché i genitori muoiono a poca distanza di tempo l’una dall’altro. La ragazza ha pochi soldi di rendita perché il padre ha sperperato tutto, ma questa piccola rendita le consente di andare a vivere con la signora Bowater in un altro paesino del Kent, non lontano da dove è nata e cresciuta. La signora Bowater si affeziona tantissimo alla signorina M., la tratta quasi come se fosse un membro della famiglia, e questo affetto è ricambiato. La signora Bowater ha una figlia, Fanny, che non vive con lei ma va a trovarla durante le feste. Fanny è una ragazza bellissima, intelligente, e la signorina M. se ne innamora perdutamente, non ricambiata. Poco dopo la signorina M. conoscerà un ragazzo più o meno delle sue stesse dimensioni, il quale a sua volta si innamorerà perdutamente di lei, non ricambiato dato che la ragazza non fa che pensare a Fanny.

Le due ragazze sembrano diventare amiche, ma Fanny è tanto bella quanto capricciosa e, una volta tornata a casa sua, non scriverà quasi mai alla signorina M. se non per chiederle dei soldi, che la ragazza, innamoratissima, non può negarle, anche a costo di rimanere in ristrettezze. La signorina M. diventa amica anche del ragazzo, il quale non cesserà di amarla di un amore sincero per tutto il romanzo.

A un certo punto la signorina M. finisce a Londra, dove una conoscente della signora Bowater, la signora Monnerie, decide di portarla con sé – non per gentilezza, si scoprirà in seguito, ma come pezzo da collezione.

Le vicissitudini della signorina M. non sono finite qui, fino a giungere a un finale che mi è piaciuto molto più del resto del libro in quanto sembra dare un senso a tutto ciò che c’è stato prima.

La particolarità della signorina M. è che si tratta appunto di una “donna in miniatura”, come dice il titolo italiana: non è affetta da deformazioni, è in tutto e per tutto una bella ragazza, solo che è minuscola, tanto che i bambini a volte pensano che sia una bambola e la reclamano per sé. Naturalmente non tutti i bambini avranno questa reazione, ci saranno anche quelli che le correranno dietro prendendola pesantemente in giro.

La vita della signorina M. sembra felice, ma non lo è davvero: sia per il suo amore sfortunato e non ricambiato, sia perché viene spesso trattata con sufficienza dalla maggior parte delle persone, anche se non da tutte. Non arriva davvero a essere considerata un fenomeno da baraccone (seppure alla fine questo sarà destinato a cambiare…), ma è comunque considerata alla stregua di un oggetto tanto carino. Addirittura, quando pensano che non senta, i suoi ospiti si spingono fino a dire cose del tipo “ha pensieri praticamente umani”, anche se non sono le parole precise perché non le ricordo esattamente. Di conseguenza la gente si stanca facilmente di lei, quando la novità della “nanetta” carina si esaurisce nel giro di qualche tempo.

Penso che nel 1921, quando questo libro è stato pubblicato per la prima volta, il romanzo sia stato visto come molto innovativo, perché i “nani” erano ancora visti come fenomeni da baraccone, e pensiamo solo come potesse essere accolta una nana lesbica! Tuttavia non posso dire niente perché non conosco la storia della pubblicazione e della ricezione di quest’opera. Sono solo mie supposizioni.

Di fatto il libro, parlando della vita della signorina M., parla dell’essere diversi, dell’amore, del rifiuto sociale e amoroso, del valore dell’amicizia. I contenuti interessanti e “profondi” quindi non mancano. Resta però il fatto che ho trovato questo romanzo inutilmente lungo (sono 432 pagine nella versione italiana, un po’ meno in quella inglese) e, di conseguenza, spesso noiosetto. È piacevole da leggere, la vita della signorina M. è interessante e altrettanto lo sono i temi affrontati, ma l’ho trovata una lettura da prendere a piccole dosi per non rischiare di addormentarmi. Forse l’avrei apprezzato maggiormente se fosse stato meno lungo. In conclusione, ben lontano dall’essere un capolavoro, è comunque una lettura piacevole e diversa.

Golan Haji, L’autunno, qui, è magico e immenso (Siria)

Golan Haji, L’autunno, qui, è magico e immenso (tit. originale al-Kharīf, hunà, sāḥr wa kabīr), il Sirente, Fagnano Alto 2013. Traduzione dall’arabo di Patrizia Zanelli.

Attratta dal titolo meraviglioso, qualche anno fa ho comprato questo libro alla fiera Più libri più liberi, ma non lo avevo ancora letto. Diciamo subito che il titolo è la parte più bella del libro.

Questo libro è una raccolta di diciotto poesie con testo a fronte in arabo. Un libro molto elegante, il mio primo incontro con la casa editrice abruzzese il Sirente, che pubblica soprattutto, ma non solo, testi dedicati al mondo arabo e libri di autori di lingua araba. Un progetto molto interessante che vorrei approfondire leggendo altri libri dell’editore.

Golan Haji è un poeta curdo siriano, nato nel 1977 ad Amouda nel nord della Siria, da cui è fuggito nel 2011. La sua lingua madre è il curdo ma scrive in arabo. Oltre che poeta è traduttore e di professione fa il patologo.

Le sue poesie sono belle, ma piene di quel vero e proprio linguaggio poetico ricco di metafore e figure retoriche che a me personalmente rende un po’ noiosa la lettura. Direte, è naturale che le poesie siano scritte in un linguaggio poetico, e avete senz’altro ragione, ma il problema è che da molti anni leggo pochissima poesia, per averne letta troppa in passato e non sempre volontariamente. Perciò oggi lo confesso: a me la poesia risulta ostica, e certamente tale l’ho trovata in questo caso. Penso che piacerà ai poeti o a quelli che di poesia si intendono, ma se la poesia non è il vostro pane quotidiano potreste fare fatica, proprio come me.

Come avrete notato questa non è una recensione, solo un brevissimo commento al libro, perché come sempre io mi ritengo incapace di recensire la poesia, tranne alcune rarissime eccezioni. Farò dunque parlare la poesia stessa, con un estratto da “Un soldato in casa di cura”:

Gli ho chiesto tregua mentre mi invadevano
per tapparmi la bocca con le cinture di cuoio,
sicché l’urlo m’è tornato in gola
distruggendo quel che mi restava da dire.
Mi svegliano le braccia anchilosate,
per quanto ci avevo dormito sopra,
e vedo tutti quelli che mi fissavano, poc’anzi.
L’aria viene lacerata,
come la mia bocca, ma non sento niente.
Fisso un punto nel bianco sporco,
che poi si trasforma in un occhio che mi fissa,
e ovunque mi guardi mi vedo moltiplicare.
Gli sguardi mi divorano,
mentre di me non rimane
che una pelle così sottile che,
se solo la sfiorassi, sparirei.
Io sono il pane degli invisibili.
Quanto mi terrorizzano gli occhi degli atterriti!
Ogni spavento ne spaventa un altro.

Elizabeth von Arnim, Amore

Elizabeth von Arnim, Amore (tit. originale Love), Bollati Boringhieri, Torino 1998. Traduzione di Ilaria Dagnini Brey.

Se vi iscrivete alla newsletter, Il Libraio vi regala sette ebook, o almeno così era fino a qualche tempo fa, non so se la promozione è ancora in corso. Fra gli ebook che Il Libraio mi ha regalato c’era questo romanzo di Elizabeth von Arnim, un’autrice che non avevo mai letto e un libro che non avrei mai degnato di uno sguardo se non me l’avessero regalato. Invece è stato una piacevole sorpresa.

Prima di tutto occorre dire che il libro è stato pubblicato originariamente nel 1925, quindi il modo in cui affronta il tema è piuttosto controcorrente per l’epoca. Inoltre, l’autrice ha tratto spunto per questo romanzo dalle proprie vicende, rendendo il libro parzialmente autobiografico, seppure ovviamente in modo romanzato.

Siamo a Londra negli anni Venti del Novecento, Catherine è una vedova di 47 anni a cui piace andare a teatro, e proprio qui farà conoscenza di un altro appassionato di teatro e musica, Christopher Monckton, che di anni ne ha 25. Inizia fra i due una bellissima amicizia che presto Christopher trasforma in amore. Catherine si schermisce e cerca di tenerlo a distanza, pur apprezzandone moltissimo l’amicizia. Cerca in tutti i modi di fargli capire che è più vecchia di lui, ma non riesce a dirgli di avere una figlia ormai sposata. Di fatto non gli rivela mai la sua età. Catherine è estremamente giovanile, tanto che Christopher pensa che abbia solo pochi anni più di lui. Questo non lo spaventa minimamente, perché quando si è innamorati pochi anni di differenza non sono certo un problema. Finalmente Catherine riuscirà, dopo diverso tempo, a fargli capire che la differenza di età fra loro due è molta, ma Christopher, innamoratissimo, non si fa spaventare. Del resto anche Virginia, la figlia diciannovenne di Catherine, è sposata con un uomo molto più anziano di lei, coetaneo della madre e che ha addirittura un aspetto decrepito, perlomeno agli occhi di Christopher.

Tuttavia sappiamo bene come vanno le cose, e uso volutamente il presente perché disgraziatamente è tuttora così, anche dopo più di 90 anni dalla pubblicazione del romanzo. Quello che intendo dire è che, sebbene si storca sempre un po’ il naso di fronte alle unioni in cui i due hanno una grande differenza di età, questa differenza è tollerata piuttosto tranquillamente se è l’uomo a essere più anziano della donna, ma mai se è il contrario. Basti pensare al nuovo presidente francese, salito inizialmente agli onori delle cronache soprattutto perché la moglie è molto più anziana di lui, e capirete di cosa sto parlando.

È per questo motivo che Catherine cerca di svincolarsi dall’opprimente amore di Christopher, cerca in tutti i modi di sfuggirgli, e si convince lei stessa di non esserne innamorata. Ma poi, è innamorata davvero oppure no? Non è molto chiaro, nel corso del romanzo, anche se il mio parere è che lei non sia tanto innamorata di lui, quanto di quello che lui offre alla sua vanità, cioè la possibilità di sentirsi più giovane.

L’idea, dunque, che i due possano unirsi in matrimonio, è del tutto ridicola agli occhi di chiunque, Catherine per prima, mentre per Christopher non rappresenta il minimo problema dato che lei ha un aspetto così giovanile. Tuttavia, quando si inizia a far notare che Virginia e suo marito Stephen hanno una differenza d’età ancora maggiore, questo suscita scandalo, perché non è la stessa cosa. Naturalmente, come potrebbe, lui è un uomo che si prende cura di una giovane creatura indifesa, mentre nel caso di Catherine e Christopher è una cosa del tutto immorale.

Come si dice nella postfazione questo, pur essendo pieno di tinte pastello, è un romanzo con un tema molto serio. Le tinte pastello sono evidentissime, nel corso di quasi tutto il libro siamo di fronte a un vero e proprio romanzo d’amore, come del resto dice il titolo. È verso la fine del romanzo che ci accorgiamo che le cose non stanno proprio così per l’autrice, ma naturalmente se siamo lettori attenti ce ne saremo già accorti da un pezzo. Insomma, se vi avvicinate a questo libro cercando una storia d’amore, la troverete senz’altro, ma sbaglierete completamente l’approccio e vi perderete il senso ultimo del libro.

Ciò che interessa all’autrice è mettere a nudo l’ipocrisia di una società dal doppio standard, che accetta che a fare certe cose sia un uomo ma non una donna, la quale invece, come viene ripetuto nel corso del romanzo, deve relegare se stessa a un ruolo subordinato (per tutta la vita ma soprattutto) quando diventa vedova e quando sta per diventare nonna. Ormai la morte è vicina anche se la donna in questione non ha ancora 50 anni, perciò quello che si richiede alla donna è comportarsi come la vecchia che la società crede lei sia. Oltre a questo aspetto, riveste un’enorme importanza l’incapacità di lasciar andare la giovinezza. Elizabeth von Arnim sa perfettamente che Catherine a 47 anni è tutt’altro che vecchia, ma sa anche che non è più una ragazza. Tuttavia Catherine vorrebbe disperatamente essere ancora una ragazza, e questo comporterà grossi problemi per lei e per Christopher. L’autrice sembra volerci dire che non dobbiamo accettare la doppia morale imposta dalla società inglese del tempo, ma che allo stesso tempo non dobbiamo illuderci di essere ancora quel che non siamo e non saremo più. Inoltre, l’autrice mette in luce la fatuità di alcuni tipi di amore che, sebbene sembrino essere totali e pieni di dedizione, non sono in ultima analisi che basati sulle apparenze, e si sgretolano quando queste apparenze per un motivo o per l’altro vengono messe da parte e viene mostrata la verità.

Il romanzo è dunque ricco di spunti interessanti che sono sapientemente nascosti dietro una facciata dolce, amorevole e carina (parola che ricorre spesso nel corso del libro). Quasi come se l’autrice volesse ricreare nella struttura narrativa proprio quello che con la trama ci vuole far vedere: cioè nascondere con un’apparenza di tonalità pastello quella che è la verità, ovvero un romanzo fortemente impegnato dal punto di vista sociale.

Non l’ho trovato un romanzo eccelso, anche perché io non sono nota per amare i toni pastello anche quando questi celano qualcosa di più profondo, tuttavia mi è piaciuto e lo consiglio.

David Albahari, Sanguisughe (Serbia)

David Albahari, Sanguisughe (tit. originale Pijavice), Zandonai, Rovereto 2012. Traduzione di Alice Parmeggiani.

Di David Albahari ho già letto con immenso piacere L’esca e Zink, che ho recensito entrambi qui, e che mi sarebbe piaciuto moltissimo rileggere per riassaporarli dopo aver letto questo libro… cosa che non potrò fare, dato che i due libri sono scomparsi nel marasma del mio trasloco fiorentino di moltissimi anni fa, finiti nel pozzo oscuro insieme a svariate decine di altri miei libri. Inoltre, questi come tutti gli altri libri della casa editrice Zandonai sono ormai fuori catalogo a causa della chiusura della casa editrice trentina, che pubblicava libri meravigliosi e che era senza dubbio la mia preferita nel panorama italiano. Anche questo Sanguisughe sono riuscita a recuperarlo solo grazie ad AbeBooks e a una libreria che ne aveva ancora delle copie in magazzino.

Io credo fermamente che David Albahari, scrittore serbo, anzi kossovaro, trapiantato in Canada da molti anni, non abbia niente da invidiare ad autori postmoderni più famosi. A mio parere Albahari è uno scrittore eccezionale e meriterebbe di essere conosciuto molto di più, da chi ama la cosidetta literary fiction e il postmodernismo (gli altri forse preferirebbero starne alla larga, perché i suoi sono libri di difficile lettura e dunque anche difficili da apprezzare se non si ama questa corrente letteraria).

In questo libro si sente molto l’eco di Saramago per il modo in cui è scritto, ad esempio troviamo in entrambi gli autori l’assenza di segni di demarcazione quali virgolette o simili quando ci si trova di fronte a un discorso diretto. Inoltre lo stile mi sembra simile.

La peculiarità di questo romanzo, come di altri dello stesso autore, è il fatto di essere scritto in un unico paragrafo. Se questa può essere una difficoltà superabile in un libro di un centinaio di pagine, diventa estremamente più difficoltoso in un romanzo di 357 pagine. Tuttavia è importante non farsi scoraggiare, perché siamo di fronte a un libro di una bellezza eccezionale.

Ci sono, secondo me, due approcci opposti alla lettura di questo romanzo: lo si può leggere tutto d’un fiato (anche se è un po’ difficile vista la lunghezza) o lo si può assaporare molto lentamente. Il primo approccio è facilitato e anzi incoraggiato dal modo in cui il libro è stato scritto. Infatti, il romanzo in un unico paragrafo non è un mero vezzo tipografico, ma è dovuto alla natura stessa del fluire del racconto. Il narratore è il protagonista, che non ha nome, che racconta in prima persona dei fatti avvenuti sei anni prima, nel 1998, in Serbia, ovvero in un luogo molto lontano da quello in cui egli si trova in questo momento, anche se non sapremo mai quale sia il paese che ha accolto il narratore. Questi racconta la sua storia in un flusso continuo di pensiero, che è anche un flusso logico ininterrotto. Non ci sono stacchi, non ci sono pause. Gli avvenimenti si svolgono nell’arco di alcune settimane, quindi è evidente che vi sono comunque pause, notti passate a dormire, passaggi da un evento all’altro: tutto ciò che è inevitabile nella vita. Tuttavia il protagonista narra in modo continuativo, fluido, come lo scorrere di un fiume. Dicono che sia un flusso di coscienza, ma personalmente non sono del tutto d’accordo, perché quello che il protagonista ci racconta è una vera e propria narrazione, non è soltanto il flusso dei suoi pensieri.

Dicevo, dunque, dei due modi di approcciarsi a questo libro. Il primo, dicevo, quello di berlo d’un fiato, è favorito da questo modo ininterrotto di narrare. Il secondo, quello di assaporare lentamente il romanzo, si rende necessario quando si pensa alla complessità del romanzo stesso. Io, personalmente, ho seguito quest’ultimo metodo. A mio parere questo libro va gustato lentamente come quando si beve un buon vino: non ci si beve la bottiglia tutta intera in poche sorsate per ubriacarsi, ma la si assapora pian piano. Poi, bevendola tutta, ci si può ubriacare ugualmente se non si è esperti consumatori di vini, ma sarà un’ebbrezza raggiunta dopo aver davvero sentito il gusto del vino, e sarà appunto un’ebbrezza piacevole, non una di quelle ubriacature che alla fine ti fanno vomitare. Così è questo libro, o così è stato per me.

Peraltro, questo libro non è un libro, e come potrebbe essere altrimenti dato che ci troviamo di fronte a un romanzo postmoderno. È piuttosto «un sussurrare nel buio dalla mia finestra, un buio così fitto che la luce non può nemmeno filtrarvi». È una cosa che il protagonista sta scrivendo con una biro (all’epoca dei computer!) che prima o poi finirà l’inchiostro, e allora anche il racconto, che non è un racconto, terminerà. «I racconti sono ordinati, in essi i fili sono disposti in modo armonioso, mentre quello che sto componendo io è piuttosto un riflesso della vita, che è sempre caotica, dato che troppe cose avvengono simultaneamente». Chi crederà al racconto narrato dal protagonista? Ovvero, chi crederà che sia un racconto? Forse tutti, tranne colui che lo sta scrivendo. Ciò che abbiamo tra le mani (ma potremo davvero averlo tra le mani?), ci dice l’autore-protagonista, «non è un libro, bensì una confessione che, sul limitare del bosco, io pronuncio al vento, e così le parole, logore come sempre, scompaiono, si uniscono all’azoto e all’ossigeno e a chissà che altro ancora, tanto che nemmeno io, che sto raccontando questa storia, riesco a sentirle». Il fatto che questo libro non sia un libro è un leitmotiv di tutto il romanzo.

Ma di cosa parla, in definitiva, questo libro? Inizia con un uomo che si trova a passeggiare in riva al Danubio mangiando una mela e a un certo punto è testimone di una scena: un ragazzo dà uno schiaffo a una ragazza. L’uomo decide di seguire la ragazza, ma la perde immediatamente, per poi scoprire dei misteriosi simboli tracciati nel percorso da lui seguito: un triangolo inscritto in un cerchio, e al suo interno un altro triangolo rovesciato. Questi simboli saranno sparsi un po’ ovunque nel quartiere Zemun di Belgrado. Per cercare di decifrarli, il protagonista si mette alla ricerca di un suo vecchio compagno di scuola, poi diventato professore di matematica. Il tutto ci porta all’interno di un mistero che ruota attorno a un manoscritto denominato “Il pozzo”, intriso di materiale cabalistico, e che per giunta è un libro di sabbia, cioè un libro il cui contenuto varia ogni volta che lo si apre. Il manoscritto è infatti realizzato con la tecnica cabalistica dell’animazione della materia inanimata, ovvero la stessa tecnica utilizzata per creare il golem, che però in questo caso non crea un golem ma appunto un libro di sabbia, che si propaga «come un virus» anche all’interno di altri testi, se questi vengono messi a contatto mischiando le frasi dell’uno con le frasi dell’altro. Complicatissimo? Ancora di più di quanto possiate immaginare.

In definitiva, io penso che per apprezzare davvero fino in fondo questo libro sarebbe opportuno sapere qualcosa (o più di qualcosa) di cabala (ecco perché prima parlavo dell’essere conoscitori di vini). Ma del resto, quante persone al giorno d’oggi possono vantare una conoscenza, approfondita o anche superficiale, della cabala? Quanti non ebrei? Ma anche, quanti ebrei?

Di fatto tutto il libro ruota intorno alla cabala, ai triangoli, alla matematica e, di conseguenza, all’ebraismo e al violentissimo antisemitismo che c’era in Serbia in quel periodo storico. Tuttavia, il protagonista non è né ebreo né antisemita (Albahari invece proviene da una famiglia ebrea).

Si tratta, come avrete capito, di un testo complicatissimo: per la forma, per lo stile, per il contenuto, insomma per tutto. Io sono fermamente convinta di non averlo compreso fino in fondo, anzi forse non l’ho capito affatto, ma vi posso dire che è un’esperienza di lettura che toglie il fiato. Inoltre ho trovato la scrittura così bella da essere quasi commovente, come mi era capitato già leggendo gli altri due libri dello stesso autore.

Ora sto cercando di procurarmi gli altri libri dell’autore, anche se non tutti sono stati tradotti in italiano e nemmeno in inglese: alcuni li ho già in casa e spero di poterli leggere presto, gli altri che mi mancano spero davvero di essere in grado di procurarmeli.

«Questo in ogni caso non è un libro di sabbia che si può leggere come l’anima del lettore desidera, ma un testo sul quale l’anima del lettore si deve arrampicare con lo stesso sforzo con cui la mia anima sta scendendo lungo le pagine scritte, avvicinandosi inevitabilmente alla conclusione. Sì, è terribile che i libri abbiano una conclusione mentre la vita continua, in qualche modo questa circostanza svaluta qualsiasi sforzo di scrittura, perché significa che i libri sono sempre una misura per un qualcosa di concluso, per una grandezza finita, ci rammentano che abbiamo davanti a noi solo un limitato numero di giorni, settimane, mesi e anni, dopo i quali nulla ha più nessuna importanza, anche se è altrettanto possibile sostenere il contrario: che proprio la finitezza del libro ci aiuta a liberarci delle illusioni sulla vita eterna, non importa se intesa come possibilità reale o come simbolo religioso».