[Incipit] Giulio Cesare Croce, Le sottilissime astuzie di Bertoldo

13557744Proemio

Qui non ti narrerò, benigno lettore, il giudicio di Paris, non il ratto di Elena, non l’incendio di Troia, non il passaggio d’Enea in Italia, non le magiche operazioni di Circe, non la distruzzione di Cartagine, non l’esercito di Serse, non le prove di Alessandro, non la fortezza di Pirro, non i trionfi di Mario, non le laute mense di Lucullo, non i magni fatti di Scipione, non le vittorie di Cesare, non la fortuna di Ottaviano, poiché di simil fatti le istorie ne danno a chi legge piena contezza; ma bene t’appresento innanzi un villano brutto e mostruoso sì, ma accorto e astuto, e di sottilissimo ingegno; a tale, che paragonando la bruttezza del corpo con la bellezza dell’animo, si può dire ch’ei sia proprio un sacco di grossa tela, fodrato di dentro di seta e d’oro. Quivi udirai astuzie, motti, sentenze, arguzie, proverbi e stratageme sottilissime e ingegnose da far trasecolare non che stupire. Leggi dunque, che di ciò trarrai grato e dolce trattenimento, essendo l’opera piacevole e di molta dilettazione.
1047540Nel tempo che il Re Alboino, Re dei Longobardi si era insignorito quasi di tutta Italia, tenendo il seggio reggale nella bella città di Verona, capitò nella sua corte un villano, chiamato per nome Bertoldo, il qual era uomo difforme e di bruttissimo aspetto; ma dove mancava la formosità della persona, suppliva la vivacità dell’ingegno: onde era molto arguto e pronto nelle risposte, e oltre l’acutezza dell’ingegno, anco era astuto, malizioso e tristo di natura. E la statura sua era tale, come qui si descrive.

Giulio Cesare Croce, Le sottilissime astuzie di Bertoldo, Simplicissimum Book Farm, Milano 2011 (prima edizione 1606).

Il sito dedicato all’autore (in costruzione): http://www.giuliocesarecroce.it/

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Giulio_Cesare_Croce

Il libro su Liber Liber: http://www.liberliber.it/online/autori/autori-c/giulio-cesare-croce/bertoldo-e-bertoldino/

Barbara Nativi, Teatro

Barbara Nativi, Teatro, ubulibri, Milano 2006. 270 pagine.

Com’è normale in tutte le antologie, alcune pièce di questa raccolta sono migliori rispetto ad altre, ma in generale la qualità è molto elevata.

È difficile dire quali siano le mie preferite… Di sicuro mi è piaciuta molto G.G., una commedia su Girolamo Gigli, commediografo senese, che se ne ritorna a casa dalla moglie dopo essere stato a Roma a scrivere. Nasce così una bellissima commedia stile La bisbetica domata, solo che qui la moglie di Gigli è una bigotta che non fa che pregare. Poi c’è un prete che è una specie di maniaco sessuale, e altri personaggi, che portano Gigli quasi ad impazzire per quanto sono esasperanti. Una commedia molto divertente e che è stata un’ottima introduzione a questa autrice, benché le altre opere qui raccolte siano molto differenti.

Molto bella anche Non solo per me, dedicata a Frida Kahlo e Diego Rivera. È una pièce che parla di malattia, nello specifico di AIDS, ed è molto toccante, mettendoci di fronte ai problemi veri vissuti dalle persone sieropositive e dai loro partner.

Ritratti di fine secolo è una pièce molto interessante, che vuole narrare un intero secolo, dall’inizio dell’anno 1900 all’inizio dell’anno 2000. Per farlo racconta vari spezzoni nella vita di Sesto Fiorentino, il paese a cui Barbara Nativi è stata più legata.

Ma mi sono piaciute molto anche Dracula, che non porta mai sulla scena il conte, ma ne fa percepire la presenza attraverso la musica e tramite gli altri attori presenti sul palco. Un’opera molto sensuale, così come l’originale di Bram Stoker; Lettera del soldato, che parla di un soldato ferito in guerra che finisce per impazzire credendo di essere innamorato di una bambola ballerina. Discreta Lettera di bambola, che fa da contrappunto alla lettera del soldato.

Mi hanno lasciato un po’ più perplessa, sebbene ne abbia colto il valore artistico ed emotivo Io è un altro, dedicata ad Arthur Rimbaud, del quale vengono citati numerosi versi; Il prologo delle domande, sulla strage dei Georgofili del 1993. Non ho capito molto Stakanov allù, ma credo che sia solo un abbozzo.

Un discorso a parte, infine, merita Nervi e cuore, dedicata ad Antonin Artaud. La pièce mette in scena alcuni dèi caduti dal cielo, come il dio ermafrodito dell’omertà o la dea della guerra, ma non solo. All’inizio questi dèi sono devastati dall’idea di essere caduti sulla Terra e aver perso il loro posto nel cielo. Poi via via l’azione si farà sempre più sincopata e violenta, diventando in alcuni punti di una violenza inaudita e ricordando molto Sarah Kane, autrice molto amata da Barbara Nativi, ma che io francamente non apprezzo per niente, proprio a causa di tutta l’estrema violenza che metteva nelle sue opere. Tuttavia, nel caso della pièce di Barbara Nativi, la violenza non è per niente fine a se stessa, ma necessaria a rappresentare certi aspetti della vita, come ad esempio, appunto, la guerra, ma anche la violenza sessuale o la pena di morte. Di fatto è un’opera che a volte mi è risultata rivoltante, ma di cui ho capito il senso (o almeno credo), perciò alla fine l’ho apprezzata davvero tantissimo.

In conclusione, un’autrice che ho conosciuto così, per caso, e di cui purtroppo non ho mai visto nulla a teatro, ma che mi ha quasi folgorata.

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[Incipit] José Saramago, Oggetto quasi

Sedia

La sedia cominciò a cadere, ad andare giù, a cascare, ma non a rigor di termine, a crollare o, come si dice in portoghese, a desabar. In senso stretto, desabar significa “abbassare le falde”. Ebbene, di una sedia non si dirà certo che abbia le falde, e se le avesse, per esempio dei sostegni laterali per le braccia, si direbbe che stanno cadendo i braccioli della sedia e non che si abbassano le falde. Ma è pur vero che desabar si usa per desabar bátegas, come a dire “piovere a rovesci”, dico io, anzi, mi viene in mente ora, perché non mi accade di cadere nelle mie stesse trappole: quindi, se “piove a catinelle”, che è solo un altro modo per dire la stessa cosa, non potrebbero alla fin fine anche le sedie abbassare le falde, pur non avendole? Almeno per libertà poetica? Almeno per singolare artificio di un modo di parlare che si proclama stile? Si accetti allora che le sedie crollino, anche se sarebbe preferibile che si limitassero a cadere, a cascare, ad andar giù. E crolli pure, allora, colui che si è seduto sulla sedia, o che non è più seduto, ma sta cadendo, come in questo caso, e lo stile si avvantaggerà della varietà delle parole, le quali in fin dei conti non dicono mai la stessa cosa, per quanto lo si voglia. Se dicessero la stessa cosa, se si riunissero a gruppi per omologia, allora la vita potrebbe essere molto più semplice, per via di una riduzione successiva, addirittura fino all’onomatopea, anch’essa non tanto semplice, e così via di seguito, probabilmente fino al silenzio che definiremmo il sinonimo generale oppure onnivalente. Ma non si tratta neppure di onomatopea, o non la si può formare partendo da questo suono inarticolato (perché la voce umana non possiede suoni puri e quindi inarticolati, tranne forse nel canto, e comunque bisognerebbe ascoltarlo da molto vicino), che si forma nella gola del cascante o del cadente, anche se non è una stella, parole di risonanza araldica che adesso stanno a designare colui che crolla, perché non si è ritenuto corretto aggiungere a questo verbo al desinenza parallela (ante) che concluderebbe la scelta e completerebbe il cerchio. Ecco dunque provato che il mondo non è perfetto.

José Saramago, Oggetto quasi (tit. originale Objecto quase), Feltrinelli, Milano 2014 (prima edizione portoghese 1978). Traduzione di Rita Desti.

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Jos%C3%A9_Saramago

Il libro sul sito dell’editore italiano: http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/oggetto-quasi/

La mia recensione: https://sonnenbarke.wordpress.com/2016/08/09/jose-saramago-oggetto-quasi-portogallo/

Ian McEwan, On Chesil Beach

Ian McEwan, On Chesil Beach, Vintage, London 2008. 166 pagine.

Mi era piaciuto molto L’amore fatale, così ho deciso di provare anche Chesil Beach, che peraltro avevo in casa da tanto tempo. La scrittura di McEwan si conferma ottima, e la sua inventiva anche, sebbene io sia ancora titubante rispetto al giudizio da dare a questo romanzo, che in certo modo mi ha convinto meno del primo che ho citato.

Edward e Florence si sono appena sposati, e vanno nel Dorset, precisamente a Chesil Beach, per un brevissimo viaggio di nozze. Provengono entrambi da località vicino a Oxford; l’anno è il 1962; loro sono due ragazzi appena ventenni. Entrambi vergini, sono pieni di ansia e di aspettative per quanto riguarda la loro prima notte di nozze. Non è ancora venuto il tempo dell’amore libero, e questi due ragazzi sono molto riservati e inesperti nelle cose del sesso. Certo, non tutti i loro coetanei e conterranei vivono nella stessa inesperienza, ma per loro due è così, seppure per ragioni immensamente diverse.

Entrambi sono molto a disagio: lui per paura di “arrivare troppo presto” e fare così una figuraccia, lei per un vero e proprio ribrezzo nei confronti del sesso. Di fatto poi il loro primo approccio al sesso sarà un disastro, in maniera per entrambi devastante.

Al racconto di quello che accade nella camera d’albergo di Chesil Beach, McEwan alterna la narrazione della storia di entrambi i ragazzi, ovvero il rapporto con le rispettive famiglie, e la nascita del loro amore. Da questo veniamo a capire come i due siano arrivati a essere quelli che sono, e scopriamo il perché del loro disagio e delle loro paure. Devo dire che il motivo dell’orrore provato da Florence è abbastanza evidente fin dall’inizio, ma forse non era intento dell’autore farlo giungere come una sorpresa.

Di fatto, come capisce anche Florence verso la fine del libro, il loro problema, come coppia, è la mancanza quasi totale di comunicazione fra loro: stanno insieme da appena un anno, e praticamente non si conoscono. I loro rapporti, emotivamente parlando (ma certo anche fisicamente), sono rimasti superficiali dall’inizio alla fine, nessuno dei due dice all’altro quello che veramente pensa, sente e prova. Questo sarà la molla del disastro, ed è piuttosto ovvio che sia così. Del resto, l’assenza di comunicazione non può che distruggere una coppia, ammesso che permetta di farla nascere e sbocciare in qualcosa di più serio.

Si tratta di un romanzo molto breve che si legge in due o tre ore, ma credo che non avrebbe potuto essere più lungo perché analizza con minuziosità proprio una precisa difficoltà di coppia e non ha pretese di parlare d’altro. Se non, certo, dell’incomunicabilità e della rigida morale dell’inizio degli anni Sessanta in Inghilterra. A mio parere tutto questo viene svolto davvero bene dall’autore e credo che vorrò approfondire la conoscenza di questo scrittore che ad oggi conosco così poco.

[Incipit] Lev Nikolaevič Tolstoj, Anna Karenina

Tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.
Tutto era sottosopra in casa Oblonskij. La moglie era venuta a sapere che il marito aveva una relazione con la governante francese che era stata presso di loro, e aveva dichiarato al marito di non poter più vivere con lui nella stessa casa. Questa situazione durava già da tre giorni ed era sentita tormentosamente dagli stessi coniugi e da tutti i membri della famiglia e dai domestici. Tutti i membri della famiglia e i domestici sentivano che non c’era senso nella loro convivenza, e che della gente incontratasi per caso in una qualsiasi locanda sarebbe stata più legata fra di sé che non loro, membri della famiglia e domestici degli Oblonskij. La moglie non usciva dalle sue stanze; il marito era già il terzo giorno che non rincasava. I bambini correvano per la casa abbandonati a loro stessi; la governante inglese si era bisticciata con la dispensiera e aveva scritto un biglietto ad un’amica chiedendo che le cercasse un posto; il cuoco se n’era già andato via il giorno prima durante il pranzo; sguattera e cocchiere avevano chiesto di essere liquidati.
Tre giorni dopo il litigio, il principe Stepan Arkad’ic Oblonskij – Stiva, com’era chiamato in società – all’ora solita, cioè alle otto del mattino, si svegliò non nella camera della moglie, ma nello studio, sul divano marocchino. Rigirò il corpo pienotto e ben curato sulle molle del divano, come se volesse riaddormentarsi di nuovo a lungo, rivoltò il cuscino, lo abbracciò forte e vi appoggiò la guancia; ma a un tratto fece un balzo, sedette sul divano e aprì gli occhi.

Lev Nikolaevič Tolstoj, Anna Karenina (tit. originale Anna Karenina), Liber Liber, Roma 2006 (prima edizione russa 1877). Traduzione di Maria Bianca Luporini.

L’autore su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Lev_Tolstoj

Il libro su Liber Liber: http://www.liberliber.it/online/autori/autori-t/lev-nikolaevic-tolstoj/anna-karenina/