Remo Bassini, La notte del santo

Remo Bassini, La notte del santo, Fanucci, Roma 2017.

Di Remo Bassini ho letto diversi libri: alcuni mi sono piaciuti moltissimo, altri un po’ meno, ma quello che ho notato in tutti è l’ottima abilità scrittoria dell’autore. Uno stile fresco, che si fa leggere con avidità e piacere, una capacità di creare trame sempre interessanti e mai banali. Non è la prima volta che dico che secondo me dovremmo tutti tenere in maggior considerazione questo autore, che a parer mio è una delle migliori voci del panorama italiano contemporaneo. Questo nuovo libro, uscito il mese scorso, non fa che confermare la mia idea: Bassini è un ottimo scrittore, e un ottimo giallista, sebbene nella sua carriera non abbia scritto solo gialli.

Ci troviamo a Torino, nella “notte del Santo”, cioè fra il 23 e il 24 giugno, quando la città festeggia il patrono, san Giovanni Battista. Due giovani uomini vengono trovati barbaramente uccisi, sgozzati per la precisione. I due sono omosessuali e sono noti per essere pessimi soggetti: cocainomani, cattivi, nullafacenti… La squadra omicidi indaga sul duplice delitto, ma presto si scopriranno altri cadaveri, uccisi con lo stesso barbaro metodo e, tutti, con un nastro adesivo nero a chiudergli la bocca. Il commissario Pietro Dallavita, detto Aziz perché sembra un arabo, si dovrebbe occupare del caso, ma è nel bel mezzo di una crisi coniugale e personale: ha appena lasciato la moglie, è innamorato platonicamente di una donna che vede tutte le mattine al bar, ha paura della reazione del figlio ormai grande alla notizia della separazione. Sembra un uomo sconfitto dalla vita, senza più alcuna passione, alcun interesse, alcuno stimolo. Certo, finché ci sarà la donna del bar la sua passione sarà lei, ma poi tutto verrà meno e Dallavita sembrerà semplicemente un fallito quasi sessantenne, oppure un uomo molto triste e quasi depresso, comunque molto sofferente: l’interpretazione dipende dal carattere personale di chi legge. Ad ogni modo, l’indagine sarà svolta ufficialmente dai suoi colleghi della omicidi, coadiuvati da una criminologa, ma Dallavita non riuscirà a rimanere davvero fuori dalle indagini, anzi.

L’atmosfera che si respira in questo romanzo è tesa, oscura, e anche profondamente triste, sia per le vicende personali di Dallavita, sia per una storia che fin dalla prima pagina si inframmezza a quella degli omicidi: una storia scritta in corsivo, un uomo che ricorda la sua bambina morta, Adele. Non capiremo subito cosa c’entri questa storia con la storia principale, anche se a un certo punto diventa evidente.

Il giallo è l’elemento preponderante, ma come sempre in Bassini non è il solo elemento del romanzo. Ad esso si intreccia la vicenda personale di Dallavita, che come dicevo può sembrare un fallito alla soglia della vecchiaia, oppure un uomo non ancora anziano, profondamente deluso dalla vita. Anche gli altri personaggi sono ben delineati, con delle storie e delle vicende solide e coerenti. Molti dei personaggi sono estremamente antipatici, così come lo sono le vedute comuni su omosessualità, promiscuità, libertà sessuale, droga, che ci vengono presentate nel libro. Naturalmente, si avverte subito che questi punti di vista gretti e chiusi non sono certo quelli dell’autore, ma dei personaggi e anche, diciamocelo, di una grossa fetta della società, purtroppo. L’autore è molto abile a tratteggiare tanta spiacevolezza e meschinità. Ci sentiamo immersi fino al collo in questa vita dalla prospettiva ristretta, fobica, misogina, omofoba. Proviamo fastidio, antipatia, rabbia: e questo non fa che confermare l’abilità di Bassini come narratore.

Consiglio caldamente questo libro, così come consiglio gli altri dello stesso autore.

Libri dai ghiacci

Fa molto caldo in queste settimane, cosa che non so voi, ma almeno io sopporto assai poco. Mi viene dunque da pensare a posti freddi dove magari mi piacerebbe trovarmi in questo momento: posti che forse un giorno mi piacerebbe visitare, posti che mi fanno avere meno caldo solo a pensarci! Dunque, mi sono detta, perché non leggere o spulciare libri che vengono da questi posti freddi? Vi ho dunque preparato una piccola lista di libri che sono ambientati tra i ghiacci, quindi nelle regioni del Circolo Polare Artico o limitrofe, e addirittura in Antartide. Se volete, ho anche creato una listopia su Goodreads, consultabile anche da chi non è iscritto e utile perché si possono leggere immediatamente le trame dei libri elencati; se siete iscritti potete anche aggiungere i vostri libri preferiti rientranti in questa categoria. Ecco dunque i libri: romanzi, saggi, folklore, mitologia, guide…

Alaska

Michèle Demai, Alaska Dream
Eowyn Ivey, La bambina di neve
Jack London, Il richiamo della foresta
James A. Michener, Alaska

Antartide

Apsley Cherry-Garrard, Il peggior viaggio del mondo
Alfred Lansing, Endurance. L’incredibile viaggio di Shackleton al Polo Sud
H.P. Lovecraft, Le montagne della follia
James Patterson, Il volo finale
Matthew Reilly, Ice Station
James Rollins, La città di ghiaccio

Canada del Nord

Elizabeth Hay, Voci della notte
Jack London, Zanna Bianca
Annie Proulx, Avviso ai naviganti
Dan Simmons, La scomparsa dell’Erebus

Circolo Polare Artico

AA. VV., Leggende dall’estremo Nord
Peter Davidson, L’idea di Nord
Barry López, Artico: l’ultimo paradiso
Matteo Meschiari, Artico Nero
Fridtjof Nansen, La spedizione della Fram
Daniela Pulvirenti, Terre artiche: Norvegia, Svezia, Finlandia e Groenlandia
Hans Ruesch, Paese dalle ombre lunghe

Fær Øer

Giorgio Manganelli, L’isola pianeta e altri settentrioni

Groenlandia

Angaangaq e Angela Babel, La saggezza dello sciamano
Gretel Ehrlich, Un freddo paradiso
Peter Høeg, Il senso di Smilla per la neve
Kim Leine, Il fiordo dell’eternità
Jo Lendle, Una terra senza fine
Robert Peroni, Dove il vento grida più forte
Robert Peroni, I colori del ghiaccio

Islanda

Anonimo, Il canzoniere eddico
W.H. Auden, Lettere dall’Islanda
Jess L. Byock, La stirpe di Odino
Clive Cussler, Iceberg
Hallgrímur Helgason, 101 Reykjavík
Arnaldur Indriðason, Sotto la città
Arnaldur Indriðason, La signora in verde
Hubert Klimko-Dobrzaniecki, La casa di Rosa
Halldór Laxness, L’onore della casa
Halldór Laxness, Il concerto dei pesci
Halldór Laxness, Gente indipendente
Halldór Laxness, Sotto il ghiacciaio
Halldór Laxness, La base atomica
Auður Ava Ólafsdóttir, La donna è un’isola
Auður Ava Ólafsdóttir, L’eccezione
Sjón, La volpe azzurra
Árni þórarinsson, Il tempo della strega

Mar di Norvegia

Edo Passarella e Stefano Leon Rodriguez, Fior di Norvegia

Siberia

Jacek Hugo-Bader, Febbre bianca
Varlam Šalamov, I racconti della Kolyma
Aleksàndr Solženicyn, Arcipelago Gulag

Svezia del Nord

Per Olov Enquist, La partenza dei musicanti
Mikael Niemi, Musica rock da Vittula

Paul Collins, Sixpence House (Galles)

Paul Collins, Sixpence House. Lost in a Town of Books, Bloomsbury, New York 2003.

Questo libro è pubblicato in italiano da Adelphi con il titolo Al paese dei libri.

Avevo molte aspettative su questo libro. Paul Collins, uno scrittore americano che sta per pubblicare il suo primo libro, si trasferisce con la famiglia a Hay-on-Wye, Galles, noto come “il paese dei libri” in quanto conta una quarantina di librerie per poche migliaia di abitanti. Le premesse, dunque, c’erano tutte: che curiosità conoscere le avventure di questa famiglia in un paesino così caratteristico! Un libro sui libri (o almeno, sulle librerie)! Quanta bellezza!

No. Niente di tutto questo.

Per carità, Collins parla moltissimo sia di libri (soprattutto vecchi libri bizzarri e introvabili), sia delle librerie di Hay, sia dei librai di Hay. Questo non si può negare. Ma parla anche moltissimo della sua ricerca di una casa da comprare a Hay e delle differenze tra inglesi e americani. Ecco, a chi può importare di queste due cose? O meglio, un libro umoristico sulle differenze tra inglesi e americani potrebbe anche essere simpatico, ma che me ne importa della ricerca della casa da parte della famiglia Collins? No, sul serio.

Peraltro, le differenze fra inglesi e americani sono viste in modo sì umoristico, ma dopo un po’ irritante. Gli inglesi sono dei piccoli esserini bizzarri che gli americani faticano a comprendere, sia nel bene che nel male. Da notare tra l’altro che Paul Collins è americano fino al midollo, ma i suoi genitori e tutti i suoi parenti sono inglesi. Collins ha anche un passaporto britannico accanto a quello americano, solo per scoprire alla fine del libro che questo è impossibile e tendenzialmente illegale, perché gli Stati Uniti non ammettono la doppia cittadinanza.

Inoltre, una delle cose più interessanti e irritanti è che la famiglia Collins si trasferisce in questo piccolo villaggio gallese con la ferma intenzione di restarci ma, visto che fa fatica a trovare una casa da comprare, decide di tornare a San Francisco?! Ma mi state prendendo in giro? Tornare “a casa” solo perché non si riesce a trovare una casa da acquistare che sia esattamente come la vogliono loro?! Non può essere una cosa seria, davvero.

Il libro inizia bene, continua annoiando e finisce irritando. Insomma, oserei dire, un fallimento su tutta la linea. Non lo boccio totalmente solo perché alcune parti, in cui Collins parla di libri, sono davvero carine e anche divertenti a tratti. Tuttavia non lo consiglio.

Hans Christian Andersen, La petite sirène (Danimarca)

Hans Christian Andersen, La petite sirène (tit. originale Den lille havfrue), pubblico dominio. Traduttore non indicato.

Questa storia altro non è che La sirenetta, originariamente scritta in danese da Hans Christian Andersen nel 1836, e che io ho letto in francese per fare esercizio. Per esercitarmi ancora meglio ho sia letto l’ebook, sia ascoltato l’audiolibro. Come al solito per me gli audiolibri in francese si rivelano troppo difficili, ma questo era molto carino, con una lievissima musica di sottofondo. Se vi interessa, l’ho trovato su Audiocité, dove ci sono molti audiolibri in questa lingua.

La storia della Sirenetta la conosciamo tutti, io credo che come un po’ a tutti noi, mi sia stata letta da bambina, e oltre a questo l’ho riletta qualche anno fa quando ho preso l’ebook con le fiabe complete di Andersen. Ma leggerla di nuovo è sempre un piacere, che oltretutto porta via pochissimo tempo.

La Sirenetta, figlia del re del mare, vive in fondo al mare, e finalmente a quindici anni le è consentito andare in superficie a vedere com’è fatta la terra abitata dagli uomini e dai “pesci che stanno sugli alberi” (gli uccelli). Nel bel mezzo di una tempesta, la Sirenetta salva un bel principe e se ne innamora. Ma non solo: si innamora anche dell’anima immortale degli uomini. Le sirene, infatti, vivono per trecento anni per poi dissolversi in schiuma, la schiuma del mare. Gli uomini invece vivono molto meno, ma la loro anima è immortale, e la Sirenetta desidera tanto questa immortalità quanto il bel principe. Decide dunque di andare a vivere sulla terra, con l’aiuto di una strega malefica la quale, come prezzo, esige la sua lingua, rendendo dunque muta la Sirenetta, che un tempo possedeva la voce più bella che fosse dato immaginare. Il principe si affeziona a lei e la Sirenetta ne è molto contenta, sebbene la sua vita sulla terra sia accompagnata da costanti e atroci dolori dovuti alla perdita della coda e alla crescita delle gambe: dolori che però la ragazza riesce a non far trasparire mai, in nessun caso. Purtroppo il principe è innamorato della bella fanciulla che l’ha salvato dall’annegamento: la vera salvatrice è, ovviamente, la Sirenetta, ma il principe crede che sia un’altra ragazza, che poi riuscirà a sposare. La fine della storia, se volete, la dovete leggere.

Come sempre, le fiabe lette da adulti sono molto diverse da come erano quando le leggevamo o ce le leggevano da bambini, così come sono molto diverse dai cartoni animati o film che ne vengono tratti, primi fra tutti quelli della Disney. Le versioni per bambini sono ovviamente edulcorate, e questo è ancora più evidente nelle fiabe scritte ad esempio dai fratelli Grimm, che sono a tratti truculente nella loro versione originale. Andersen non arriva a tanto, ma comunque si sente che le sue fiabe sono solo parzialmente dedicate ai bambini. La Sirenetta è senz’altro una fiaba adatta ai bambini, anche nella sua versione originale, ma ha comunque significati più profondi che al bambino sfuggono, come ad esempio l’anelito all’immortalità (e quindi un’aura di religiosità), la bellezza delle buone azioni, il dolore di voler essere diversi da quel che si è, l’amore. In conclusione, io sono sempre in favore della rilettura da grandi dei libri letti da bambini, perché si scoprono sempre cose nuove e si può ricordare un piccolo pezzetto della propria infanzia.

Leo Perutz, Zwischen neun und neun – 1918

Leo Perutz, Zwischen neun und neun, Library of Alexandria, 2012.

Questo libro è stato tradotto in italiano da Adelphi e pubblicato con il titolo Dalle nove alle nove. La data di pubblicazione originale è il 1918.

Leo Perutz, nato a Praga nel 1882, è un importante esponenente della letteratura in lingua tedesca, di cui però io non avevo mai letto niente. Incuriosita da recensioni molto positive dei suoi libri, qualche mese fa ho comprato questo ebook, che fra i tanti era quello che forse mi interessava di più. Non fatevi ingannare dalla copertina, non c’entra niente con il contenuto del libro.

Vi avviso subito che non mi sarà possibile parlare di questo libro senza svelarvi particolari fondamentali della trama, quindi se volete leggerlo senza rovinarvi la sorpresa (cosa che francamente vi consiglio) non leggete oltre. Purtroppo potrei dire ben poco su questo romanzo se non svelassi la trama. O almeno, per me è così.

All’inizio del libro ci troviamo in una bottega di alimentari e ben presto ci viene presentato un personaggio molto bizzarro, tale Stanislaus Demba, che si rivelerà essere il protagonista del romanzo. Demba è bizzarro perché fa cose strane: ordina un panino, ma esita a prenderlo in mano, vuole che gli venga affettato, non sa come dare i soldi alla bottegaia, dice cose strane, e infine se ne va senza una parola, dopo aver mandato via la bottegaia con uno stratagemma. Demba sarà poi il protagonista di altre molteplici avventure altrettanto bislacche, e solo verso la metà del libro verremo a scoprire il perché di questo suo comportamento.

Demba, di fatto, non usa le mani per tutto il libro, ma come mai questa peculiarità? A una ragazza incontrata al parco dice di essere mutilato, ma scopriamo ben presto che non è che una delle tantissime bugie che escono dalla bocca dello strampalato personaggio. Demba, in realtà, è ammanettato. Ebbene sì, ammanettato. Ed è per questo motivo che non può utilizzare le mani. Perché non deve far scoprire agli altri questa sua condizione, perciò non può far vedere le mani né, di conseguenza, utilizzarle.

Demba, infatti, è scappato da un rocambolesco arresto, avvenuto peraltro per motivi oscuri. Un anno addietro lo studente aveva rubato tre libri, mai presi in prestito prima d’allora, dalla biblioteca della facoltà: due li aveva rivenduti subito, un altro si accingeva a rivenderlo al momento dell’arresto. Di fatto non viene arrestato perché il libro è stato rubato, ma probabilmente perché l’antiquario a cui lo propone si rende conto del valore del volume e vuole guadagnarci ancora più soldi, perciò architetta il trucco di chiamare la polizia. In ogni caso, Demba è difficilmente colpevole di un furto che non ha arrecato danno a nessuno, perché questo libro era così “di nicchia” e sconosciuto che nessuno per decenni lo aveva chiesto in prestito e nessuno per un anno si era accorto della sua assenza. Demba, quindi, viene arrestato per un motivo del tutto futile.

Il libro è di fatto una riflessione sulla libertà, sul carcere, ma soprattutto sulla libertà. Questo sembra strano mentre si legge, perché le avventure di Stanislaus Dembra sono tragicomiche: in cerca di soldi per tutto il corso del romanzo, perché vuole portare in vacanza, riconquistandola, la sua “ragazza”, Sonja, che vorrebbe partire con un altro uomo. In cerca di questi soldi, dunque, si mette nelle situazioni più assurde, che talvolta fanno francamente ridere, e il romanzo sembra quasi comico a tratti, e di certo non filosofico.

Di fatto però fin da quando veniamo a scoprire del mancato arresto, a metà del libro, Demba inizia a “buttare lì” delle riflessioni filosofiche sul senso della libertà, sull’assurdità del carcere, sulla necessità di essere liberi per essere vivi. Tant’è vero che Demba, appunto, scappa dai poliziotti che vogliono arrestarlo, in un modo che dovrebbe renderlo libero e invece lo rende – più che mai schiavo, o più che mai libero? Probabilmente la seconda ipotesi, ma sta al lettore giudicare.

Ma fino alla fine, fino alle ultimissime frasi, alle ultimissime parole, non ci rendiamo conto del significato profondamente filosofico e direi libertario di questo libro. Un libro che fa riflettere senza mai far apparire di avere questo scopo, ma che anzi fa riflettere divertendo e intrattenendo, è a mio parere un libro riuscitissimo. Perché non annoia mai, non sembra mai un libro per persone più impegnate o più portate alla riflessione, arriva anzi a far riflettere anche chi sperava in un libro quasi di “evasione” (in tutti i sensi, del resto).

Le ultime frasi sono quelle che danno senso a tutto il libro, e io neanche per un secondo mi sarei aspettata una conclusione del genere. Ma tutto torna al suo posto leggendo queste ultime righe, e il romanzo come dicevo assume un significato che non sembrava avere.

Il carcere è qualcosa che ha senso? Cos’è la libertà? Come si ottiene la libertà? A un certo punto, nel finale, Demba dice più o meno così (la traduzione è mia, non ho sotto mano il testo italiano): «Ho desiderato la libertà. Con ogni fibra del mio corpo. Ma mi sono solo stancato e ora voglio solo una cosa: riposare.» Cos’è, dunque, la libertà? Ottiene Demba la libertà? Ma a che prezzo, ed è un prezzo giusto da pagare per questo bene supremo? Un finale altamente simbolico, che personalmente mi ha lasciato a bocca aperta.