Diego De Silva, Non avevo capito niente

Diego De Silva, Non avevo capito niente, Einaudi, 2007.

Vincenzo Malinconico è un avvocato napoletano di 42 anni, separato, con due figli (la più grande veramente è figlia dell’ex moglie). Si arrabatta come può, pare che sia ancora innamorato dell’ex moglie Nives, o almeno così crede, ma lei l’ha lasciato per un architetto, tuttavia non disdegna cercarlo per andare a letto con lui. I figli sono grandi, Alagia è all’università e si incontrano in segreto ogni tanto per andare al Burger King dell’aeroporto a mangiare schifezze, Alfredo è un adolescente che ha la passione per lo studio (sul campo) della malavita giovanile. Vincenzo non è un avvocato di successo, anzi proprio il contrario, a momenti neanche si ricorda come si fa l’avvocato, perciò è un bel casino quando lo chiamano per la difesa d’ufficio di un becchino di camorra. Poi stranamente la donna più bella del tribunale si innamora di lui, ed ecco che come per magia non gli interessa più niente dell’ex moglie.

Insomma, molti chiamerebbero Vincenzo un fallito, poi bisogna vedere se si crede veramente alla possibilità delle persone di “fallire” nella vita, in ogni caso sicuramente è un uomo mediocre, sia nella vita professionale, sia in quella sentimentale, sia, più in generale, nella sfera privata.

Diciamo che a me non sono mai piaciuti i libri incentrati sulla figura dell’uomo medio(cre), ma completamente privi di una storia, infatti non mi è piaciuto neanche l’acclamato Stoner. Io, in questo momento più che mai, cerco una trama, una storia che mi appassioni, e qui di storia neanche l’ombra. Poi mi può pure interessare un libro senza trama, purché ci sia qualcosa, che so, un’indagine psicologica del rapporto tra un padre e una figlia (faccio per dire), oppure dell’anima di un personaggio. Ecco, all’apparenza De Silva sembra voler scandagliare l’anima di questo uomo mediocre o “fallito”, ma in realtà, forse anche a causa dell’espediente di usare la narrazione in prima persona, sembra solo un’accozzaglia di pensieri del nostro protagonista-narratore, che a volte sembra di leggere una versione profonda di Moccia. Certo, alcuni dei pensieri e delle illuminazioni di Vincenzo sono interessanti, ma guardando un po’ meglio finiscono per rivelarsi invece ammiccanti, falsamente profonde, insomma una “profondità di superficie”, diciamo così. Potremmo dire che questo romanzo sia un giro intorno all’ombelico di Vincenzo, una lunga (troppo lunga) esposizione delle sue fisime mentali. Poi sì, c’è una sorta di evoluzione del personaggio, se vogliamo, ma non è tanto credibile: cioè, un uomo tutto sommato insulso, viene però cercato da due donne bellissime e di successo come Nives e Alessandra? Sì, non è che non possa succedere, ma nel contesto suona inverosimile.

Inoltre non è che Vincenzo sia un personaggio simpatico e dunque le sue opinioni siano di gradevole lettura. Ammetto che per le prime pagine mi sono anche blandamente divertita e non mi è dispiaciuta l’autoironia di Vincenzo, che ha un che dissacrante. Tuttavia diventa velocemente trita e fastidiosa. Vincenzo è un uomo omofobo e sessista, alla fine pare pure arrivare a simpatizzare con i camorristi, non è un personaggio gradevole, per niente.

La scrittura qualcuno potrebbe considerarla buona, nel senso che rendere nello scritto i pensieri di un uomo mediocre come Vincenzo non è banale, potremmo dire che l’autore è riuscito nel suo intento, poi però bisogna vedere se questo stile piace. A me non tanto. 320 pagine di pseudo-flusso di coscienza, infarcito di intercalari fastidiosi come “la verità” o “p.es.”, vengono a noia rapidamente.

Insomma, dovete avere la consapevolezza che leggendo questo libro vi troverete dentro la testa di Vincenzo Malinconico: per me non è stato un soggiorno piacevole. Riconosco che possa piacere a qualcuno, in fin dei conti è questione di gusti, non posso dire che ci sia qualcosa di intrinsecamente “male” in questo libro. Semplicemente, non fa per me, nemmeno un po’.

Claudio Morandini, Gli oscillanti

49787266._sx318_sy475_Claudio Morandini, Gli oscillanti, Bompiani, 2019.

La protagonista e narratrice è una giovane ricercatrice senza nome, un’etnomusicologa, che decide di studiare i canti dei pastori in un paesino di montagna. Da bambina andava in vacanza con i genitori a Crottarda e di notte sentiva degli strani canti; da allora è rimasta con la curiosità di capire di cosa si trattasse e si reca perciò nel villaggio per cercare di capirne di più e farne oggetto di uno studio.

Crottarda è un paesino minuscolo, costantemente immerso nel buio a causa dell’infelice posizione in cui si trova, sempre in conflitto con il vicino paesino di Autelor, che invece gode di luce e caldo tutto il giorno. Gli abitanti dei due paesini rispecchiano il clima a cui sono sottoposti: tanto sono cupi e chiusi gli abitanti di Crottarda, quanto sono allegri e vitali quelli di Autelor.

La protagonista alloggia a Crottarda dalla signora Verdiana, dove condivide una camera con una ragazza ancora adolescente, Bernardetta, bizzarra, sfrontata, fissata con le avventure erotiche, e anche molto semplice, tanto che la ricercatrice pensa che possa avere un lieve ritardo mentale.

Scoprire l’origine e il significato dei canti sarà molto più difficile di quanto la giovane pensasse, perché gli abitanti di Crottarda sono evasivi al riguardo, come se volessero custodire gelosamente un segreto.

Il romanzo regala al lettore descrizioni perfette delle montagne e delle doline, tanto che sembra quasi di stare con la protagonista; personalmente mi ha fatto un effetto molto realistico e di grande e suggestiva immersione nell’ambiente descritto. I personaggi sono descritti splendidamente in tutte le loro peculiarità, più i crottardesi che la protagonista a dire il vero.

Durante la lettura non ho potuto fare a meno di pensare a quanto resterebbe deluso uno straniero che leggesse questo libro sperando di trovarvi quell’Italia immaginata per stereotipi: sole, cordialità, espansività… Qui è tutto il contrario: il buio domina sia l’ambiente che la mente dei personaggi, la chiusura è estrema, quasi patologica. Se all’inizio del romanzo è piacevole leggere di quegli ambienti montani, per quanto cupi e per quanto abitati da persone bizzarre, pian piano l’atmosfera si fa opprimente, ma in maniera graduale. Più di così non posso dire perché sarebbe un gran peccato svelare come procede il romanzo, dovrete leggerlo da voi.

Devo essere sincera, per quanto Morandini mi sia molto piaciuto con i due romanzi che ho letto (Neve, cane, piede e Le pietre), ho esitato ad avvicinarmi a questo libro, perché l’etnomusicologia non è certo un campo di mio interesse, e lo temevo un romanzo noioso. Sbagliatissimo: troviamo qui un’ottima scrittura, un’ottima rappresentazione di personaggi e paesaggi, un’ottima resa dell’atmosfera soffocante. Tutto questo, mi pare, è la cifra stilistica di Morandini, quello che ci si può aspettare dai suoi libri. Perciò, anche in assenza di interesse per l’etnomusicologia, il romanzo è molto interessante da leggere, e mi ha confermato che questo autore è un ottimo rappresentante della letteratura italiana contemporanea, che senz’altro va tenuto d’occhio. Tanto che ho trovato questo il suo miglior romanzo fra quelli che ho letto.

Qui c’è il sito dell’autore, mentre qui trovate una bella recensione di Martino Ciano sul sito L’Ottavo, qui ne parla Umberto Rossi su LetteratitudineNews e qui Alberto Casadei su Laboratorio di letteratura (recensione apparsa su Tuttolibri, che però vi consiglio di leggere solo dopo aver terminato il romanzo perché svela un po’ troppe cose).

Amélie Nothomb, Libri da ardere

Amélie Nothomb, Les combustibles, Albin Michel, 1994.

*Libro pubblicato in italiano nel 2003 da Robin come Libri da ardere, con la traduzione di Alessandro Grilli.*

La domanda classica: quale libro porteresti con te su un’isola deserta? Una domanda che ogni lettore si è posto a un certo punto della sua vita di lettore, e a cui probabilmente ha fatto fatica a rispondere. In questa pièce teatrale dell’autrice belga, invece, la prospettiva si ribalta: quale libro saresti disposto a sacrificare per un bene superiore?

Siamo in un paese imprecisato, in un periodo storico imprecisato. Sappiamo solo che è in corso una guerra, che è inverno e che i nostri tre protagonisti si trovano in una città assediata che sta vivendo il suo secondo inverno di assedio. Come possiamo dunque immaginare, fanno da sfondo la morte, la fame, il freddo. Quest’ultimo però non è sullo sfondo, ma è anzi il nucleo intorno a cui ruota il dramma: è un inverno molto freddo, i tre protagonisti (un professore cinquantenne senza nome, un assistente trentenne di nome Daniel e la sua fidanzata ventenne di nome Marina) si trovano in una casa gelida e praticamente priva di mobili, in quanto li hanno già bruciati tutti per riscaldarsi. Resta solo una grande libreria con moltissimi libri. Gli scaffali sono di metallo, quindi non possono essere bruciati.

Inevitabilmente, a un certo punto uno dei tre soffrirà così tanto il freddo da proporre l’indicibile: bruciare i libri per fare un po’ di calore.

Va tenuto presente che i tre protagonisti sono tre persone che sostanzialmente vivono dell’università: uno come professore, l’altro come assistente e l’ultima come studentessa. Sono quindi persone colte che danno moltissimo valore alla letteratura e al mezzo che permette di veicolarla, ossia il libro cartaceo. Eppure, la disperazione può far passare sopra perfino alle proprie passioni più profonde e autentiche.

I protagonisti, stremati da una guerra e da un assedio che sembrano infiniti, da un freddo che sembra divorarli pezzo per pezzo, si riducono a comportarsi come animali. Anzi, come dice Marina, forse non si comportano come animali, ma sono animali.

Marina è la più disperata dei tre: magra, emaciata, piccola e giovanissima, soffre il freddo molto più degli altri. Il professore lo sopporta stoicamente in un vano tentativo di darsi un’apparenza di normalità: nonostante il gelo, rifiuta di indossare il cappotto in casa perché vuole avere la libertà di stare senza cappotto in casa sua. Un modo disperato di attaccarsi a una normalità che non c’è più da tempo, a un’abitudine che necessariamente dovrebbe essere rivista e stravolta perché le condizioni non sono più normali. Daniel, invece, passa molto tempo in università: si mette vicino al muro, dove passano le tubature che gli permettono di sentire un po’ di calore.

Marina non trova conforto, non trova pace: Marina è il volto della disperazione, della perdita di speranza e di umanità. Marina ha un solo scopo oramai nella vita, tutte le sue energie tendono a quello e tutta la sua giornata è trascorsa nel tentativo di soddisfare quell’esigenza: combattere il freddo. La ragazza cerca il caldo dovunque riesca a trovarlo, e il posto più logico sono i libri che tappezzano le pareti della casa del professore.

Le parole pronunciate da Marina nel corso della breve pièce sono terribili, Marina è davvero regredita al rango di bestia, ma ciò che rende ancora più drammatica questa regressione è la naturalezza con cui la ragazza la porta avanti. Riusciamo a scorgere tratti di dolcezza in Marina, riusciamo a vedere come in passato, prima della guerra, sia stata una ragazza dolce, tenera, forse allegra, sicuramente intellettuale, molto probabilmente piena di vita. Non resta niente di questo, ora. Oggi, Marina vuole solo scaldarsi, e non arretrerà di fronte a niente per ottenere il suo scopo.

I libri, in realtà, sembrano essere solo un pretesto per raccontare una storia di abbrutimento. Ma l’abbrutimento che qui vediamo è circonfuso di un’aura che non ci aspetteremmo: dopotutto, i nostri protagonisti erano degli intellettuali in tempo di pace, e questo significa che sullo sfondo della loro disperazione riusciamo ancora a vedere un barlume di ciò che erano in precedenza. Perciò siamo di fronte a un abbrutimento tanto più straniante in quanto non ce lo aspetteremmo in tre persone di questo genere. Eppure, la guerra è guerra per tutti, e la regressione è inevitabile per chiunque, qualunque sia la sua classe sociale o il suo livello culturale.

Infine, tuttavia, sono proprio i libri il sottile filo che ancora lega Marina alla vita: Marina, si badi bene, non gli altri due che, seppur teoricamente avrebbero dovuto essere i più legati a un’umanità di stampo culturale, a quanto pare invece sono i più veloci nel regredire completamente, rovesciando così le aspettative iniziali del lettore-spettatore. Marina vuole salvare un libro, un libro solo, l’ultimo che rimane, perché è bello. Dice semplicemente così, e lo ripete, il libro “è bello”. Fa tenerezza il suo modo di riferirsi a questo libro, non disquisisce come il professore, il libro è semplicemente, puramente “bello”. Quando anche questo libro scomparirà nelle fiamme, Marina non avrà più motivo di vivere. Non per il valore del libro in sé, ma per quello che il libro rappresentava per lei: l’ultimo, fragilissimo baluardo contro l’imbarbarimento e la bestializzazione. Così, non le resta che andare a passeggiare sulla piazza, aspettando che inevitabilmente i nemici (i “barbari”) la uccidano. È questo il modo in cui gli abitanti della città decidono di porre termine alla propria vita quando questa perde completamente qualunque parvenza di senso.

 

Neil Gaiman, Stardust

Neil Gaiman, Stardust, Harper Perennial, 2001. Pubblicazione originale 1997.

Al terzo libro che leggo di Neil Gaiman, posso dire che il mio rapporto con questo autore è altalenante, ma in fase di crescita. Mi sono approcciata ai suoi romanzi per la prima volta qualche anno fa con American Gods, subendo una grossa delusione. Per carità, bel libro, ma mi aspettavo molto di più. In seguito ho letto Coraline e mi sono innamorata. Questo Stardust è secondo me un gradino sotto Coraline, ma mi è comunque piaciuto moltissimo. Quindi direi che dopo un primo approccio un po’ deludente, finora sono rimasta soddisfatta da Gaiman.

Stardust è una favola, ma per adulti. Ha tutti gli elementi del fantasy fiabesco, molti elementi del romance, ma in ultima analisi è “semplicemente” buona letteratura, al di là del genere. Intendiamoci, sempre letteratura d’intrattenimento, ma comunque non uno di quei libri che si fanno dimenticare facilmente.

Siamo nel paesino di Wall dove, come dice il nome, c’è un muro che lo separa da un regno incantato, Faerie. A guardia del muro ci sono sempre due persone, che impediscono ai curiosi di passare al di là ed entrare in Faerie. Ogni nove anni però si tiene un mercato e i due mondi si incontrano brevemente. È qui che il giovane Dunstan Thorn, innamorato di una ragazza pratica e con la testa sulle spalle, fa un incontro speciale. Diciotto anni dopo Tristran Thorn, il figlio di Dunstan, fa una promessa alla sua amata Victoria: le porterà la stella che insieme hanno visto cadere.

Victoria è un personaggio che appare fatuo, superficiale e capriccioso. In precedenza aveva baciato Tristran, ma forse più per gioco che per altro; infatti quella famosa sera si prende gioco di lui in quanto è un semplice garzone che può essere deriso a piacimento. Tristran è davvero innamorato di lei e giura di portarle la stella, e la ragazza gli promette che se lo farà gli darà in cambio tutto ciò che lui desidera. Una promessa vana, se non fossimo in un romanzo fantastico. Quante volte gli innamorati, specie se giovani, si dicono frasi come “ti porterei in regalo la luna”? E invece, Tristran parte davvero alla ricerca della stella caduta e, per farlo, attraverserà il muro, andando incontro a mille avventure.

Il romanzo rientra nella categoria della letteratura del fantastico, che forse è riduttivo e anche un po’ fuorviante definire fantasy in questo caso. Tuttavia, come dicevo, incasellarlo sarebbe un po’ un peccato perché secondo me trascende il ristretto orizzonte della letteratura di genere così come molti la intendono.

L’ho trovato un libro piacevolissimo, ben scritto e in grado di farmi immergere in quell’atmosfera fiabesca che descrive. Ovviamente ricordiamoci che le fiabe non sono quelle in cui è tutto rosa, ma hanno anche degli aspetti terribili, come ci hanno ben insegnato i fratelli Grimm nelle loro versioni originali e non edulcorate.

Se avete bisogno, come me, di evadere dall’orrore quotidiano che ci circonda, ve lo consiglio caldamente, perché vi saprà far sorridere.

 

André Aciman, Ultima notte ad Alessandria

André Aciman, Out of Egypt, Riverhead Books, 1996. Pubblicazione originale 1980.

**Libro pubblicato in italiano da Guanda nel 2009 con il titolo Ultima notte ad Alessandria, tradotto da Valeria Bastia.**

Premetto che non ho (ancora) letto il libro più famoso di André Aciman, Chiamami col tuo nome. Nonostante ciò ho voluto leggere questo suo libro di memorie, dopo aver letto alcune recensioni su Goodreads che mi avevano fatto pensare a un’altra autobiografia che ho molto amato, La lingua salvata di Elias Canetti.

In effetti, le due autobiografie presentano dei paralleli, dovuti principalmente al fatto che entrambi gli autori sono ebrei sefarditi.

Pensavo che la famiglia che Canetti descrive nel primo volume della sua autobiografia fosse unica nel suo genere, ma mi devo ricredere leggendo questo libro.

Gli ebrei sefarditi furono cacciati dalla Spagna nel 1492 e solo dopo quasi quattro secoli il loro paese di origine sancì il diritto alla libertà religiosa, consentendo così il loro ritorno. Nel frattempo però i sefarditi si erano spostati e insediati in vari luoghi soprattutto nel bacino del Mediterraneo. Gli avi di Aciman si erano stabiliti a Costantinopoli, ma successivamente si trasferirono ad Alessandria. Lo scrittore è dunque nato e cresciuto in Egitto, paese che abbandonerà definitivamente all’età di 14 anni, nel 1965, a causa delle “sottili pressioni” esercitate dal regime di Nasser.

In questo libro Aciman narra la sua infanzia e pre-adolescenza in Egitto e la storia della sua incredibile famiglia. L’autore ci accompagna solo fino alla cacciata dall’Egitto, fermandosi subito prima della partenza della famiglia. Perciò tutto il libro si svolge in Egitto, ad Alessandria.

La famiglia di Aciman, come quella di Canetti, è variopinta e variegata. Il primo personaggio che Aciman ci fa incontrare è lo zio Vili, un convinto fascista che però finirà per lavorare come spia per il governo britannico. Conosciamo poi tutto il resto della famiglia: le nonne (la Principessa e la Santa), le zie e gli zii, il padre e la madre. La vera protagonista di questo libro è la famiglia, in un certo senso André Aciman rimane un po’ sullo sfondo: ci parla sì delle sue disastrose esperienze scolastiche, ma pare quasi farlo solo per poter meglio illustrare le reazioni della famiglia ai suoi fallimenti scolastici.

È anche difficile sottolineare singoli episodi o personaggi in questo libro che è quasi cacofonico, ma in senso buono. Lo zio Vili il fascista donnaiolo, la madre sorda tanto apprezzata dalla suocera solo finché era una semplice vicina di casa e poi considerata un’handicappata in seguito al fidanzamento con il suo bravo figliolo. Ma ogni componente della famiglia è un mondo in sé e la loro vita appare un tripudio di colore, per così dire. Non mancano inoltre, fra i personaggi, i servi della famiglia, a partire dal fedele Abdou per arrivare alla sfortunata Latifa.

Un mondo di suoni, colori, sapori, lingue. La lingua degli ebrei sefarditi è il ladino, da non confondersi con il ladino parlato nel Tirolo; ma la famiglia Aciman parla un misto di francese, ladino e italiano, con un potente odio per l’arabo e una quasi nulla conoscenza dell’ebraico, se si esclude lo zio Nessim. Pensiamo solo che per gran parte della sua infanzia il piccolo André è convinto di essere un cittadino francese, tuttavia frequenterà scuole inglesi sia ad Alessandria che in seguito, a Roma e a New York.

Questo come dicevo non c’è nel libro, ma la famiglia Aciman si stabilisce nel 1969 a New York e successivamente André ottiene la cittadinanza americana e avvia la sua carriera di scrittore e grande studioso di Marcel Proust. La scrittura di Aciman (che scrive in inglese) è meravigliosa e perfetta per rendere le particolarità della sua famiglia. Non vedo l’ora di leggere altri suoi libri, il suo stile è eccellente.