Harper Lee, To Kill a Mockingbird

Harper Lee, To Kill a Mockingbird, HarperCollins, Sydney – Toronto – Auckland – London – New York 2006.

Questo libro, per chi non lo sapesse, è la versione originale del libro che in italiano è pubblicato come Il buio oltre la siepe.

Originariamente pubblicato nel 1960, è ambientato a Maycomb, Alabama, USA, nel 1935. I neri sono ancora considerati esseri inferiori, buoni solo a servire nelle case dei bianchi. Scout e Jem sono due bambini, figli di Atticus Finch, famoso perché è stato chiamato a difendere in tribunale Tom Robinson, un nero accusato dello stupro di una ragazza bianca. Molti disprezzano Atticus per questo suo impegno, perché Atticus vuole davvero difendere l’imputato, e non solo limitarsi a far finta per dovere. Atticus sa con assoluta certezza, come sanno tutti, che Tom Robinson è innocente, ma sa anche che sarà inevitabilmente condannato, perché contro due bianchi (la “vittima” e suo padre) la parola di un nero non vale niente, così come non vale niente l’evidenza. Tutto questo è visto con gli occhi di Scout, una bambina di circa otto anni. È con i suoi occhi che leggiamo il libro, poiché è lei che narra, perciò scopriamo anche tanti dettagli sulla vita a Maycomb e sulla vita di loro bambini.

Scout è un personaggio simpatico e oltretutto capace di crescere moltissimo nel corso del romanzo, in particolare alla fine, quando raggiungerà una sorta di epifania che le consentirà di vedere sotto un punto di vista diverso tante cose che prima le erano sembrate strane o invece scontate. Harper Lee è eccezionale nel dare voce a questa bambina, nemmeno per un momento mi sono fermata davanti alla narrazione pensando che ci fosse qualcosa di artificioso o che si sentisse la mano di una donna adulta dietro la voce della piccola Scout.

Il romanzo è principalmente incentrato sul difficile rapporto tra bianchi e neri in un paesino del profondo Sud degli Stati Uniti in un’epoca complicata come potevano essere gli anni Trenta. Tuttavia affronta anche altri temi, quali la vita nella società di questa piccola cittadina, il rapporto familiare tra i due bambini e il padre, la menzogna e il valore della verità, la giustizia.

Il buio oltre la siepe è un gioiellino, che stento a definire capolavoro perché non mi ha entusiasmato fino a quel punto, però mi ha emozionato, mi ha fatto riflettere e mi ha trasportato in un’epoca come pochi romanzi sanno fare. È un romanzo che secondo me tutti dovrebbero leggere perché ci sbatte in faccia i pregiudizi (che gli americani nutrivano all’epoca, e che noi nutriamo oggi) nei confronti delle persone che ci appaiono diverse da noi, che ci vengono candidamente mostrate quali realmente sono, e cioè del tutto uguali a noi. Ci sbatte in faccia la meschinità e miseria di chi nutre questi pregiudizi, cioè di un’intera società. Penso che sia un romanzo da leggere ora più che mai.

Tuttavia, non credo che leggerò il seguito, Va’, metti una sentinella, scritto da Harper Lee cinquant’anni dopo la pubblicazione di questo libro e pubblicato appena un paio di anni fa. Il romanzo è perfettamente concluso così, e non voglio sapere altro. Certo, forse è inevitabile che in tutti i romanzi ci sia il desiderio di sapere che ne sarà dei protagonisti, cosa succederà dopo, ma il finale di Il buio oltre la siepe è perfetto così com’è, perfetto come pochi altri finali di pochi altri libri.

 

Ayelet Gundar-Goshen, Svegliare i leoni

Ayelet Gundar-Goshen, Svegliare i leoni (tit. originale Leha’ir arayot), Giuntina, Firenze 2017. Traduzione di Ofra Bannet e Raffaella Scardi.

Eitan Green è un neurochirurgo dalla storia professionale un po’ travagliata: lavorava a Tel Aviv ma, scoperto un giro di mazzette, è stato costretto a trasferirsi a Beer Sheva, perché come sempre sono gli onesti a pagare e non i disonesti. Dunque insieme alla moglie Liat e ai due figli Yahli e Itamar si trasferisce nel deserto. La moglie è ispettore di polizia, i bambini vanno uno all’asilo e l’altro alla scuola elementare.

Un giorno Eitan, finito un turno di diciannove ore in reparto, anziché tornare sfinito a casa decide di andare a fare una corsa nel deserto con la sua jeep. È buio ed Eitan presuppone che nessuno sia in giro per il deserto a quell’ora di notte, invece un uomo c’è, a piedi, e lui lo investe. Scende e lo trova agonizzante, lui che è medico capisce immediatamente che è in fin di vita e che non ci sarebbe in ogni caso niente da fare. Perciò scappa. Risale in macchina e scappa. Perché, se si scoprisse che ha ucciso un uomo, perderebbe il lavoro, la moglie, i figli, la reputazione. Non si accorge invece che è proprio così, scappando, che diventa un criminale: perché se avesse denunciato l’incidente avrebbe potuto cavarsela con un’accusa più leggera, così invece diventa un “bastardo”, come lo chiamerà la moglie impegnata a risolvere il caso, senza sapere che è proprio suo marito il bastardo in questione.

La mattina dopo, però, a casa di Eitan si presenta una donna. Una donna di colore, bellissima. Da notare che l’uomo investito da Eitan era un eritreo, anche se lì per lì il neurochirurgo non si rende subito conto della nazionalità dell’ucciso, perché per lui i “neri” sono tutti uguali, non riesce a distinguerli. Tornando alla donna: l’ha trovato grazie al portafoglio, che gli era caduto sul luogo dell’incidente. E inizia subito a ricattarlo, non però chiedendogli soldi, ma qualcosa di diverso.

Tutto questo è scritto nella quarta di copertina e succede nelle primissime pagine del libro, quindi non vi ho svelato niente che non scoprirete subito se deciderete di leggere il romanzo.

I temi del romanzo principalmente sono due: l’eterna domanda “cosa avresti fatto tu al suo posto?” e il razzismo. La prima domanda, il primo tema è logico. A chiunque verrebbe da chiedersi cosa avrebbe fatto al posto di Eitan: io sarei scappato/a, mi sarei costituito/a? Che riflessioni avrei fatto? Un tema molto interessante, che sicuramente ci porta a riflettere molto proseguendo nella lettura del libro. Il secondo tema è altrettanto interessante: l’uomo ucciso è un eritreo, un clandestino, sua moglie clandestina quanto lui. Incontreremo decine, centinaia di clandestini in questo libro, perlopiù eritrei. E ci troveremo di fronte all’atteggiamento degli israeliani nei loro confronti, ma anche nei confronti dei beduini e degli arabi in generale, nordafricani inclusi (Liat, la moglie di Eitan, è di origine nordafricana, anche se preferisce dimenticarlo). Un atteggiamento con cui il lettore italiano si può facilmente identificare, in cui si può facilmente specchiare, perché è anche l’atteggiamento nostro. “Non possiamo accoglierli tutti, non capiscono una parola della nostra lingua, sono tutti uguali, ecc. ecc.” Di fatto, “sono inferiori” è il succo del pensiero tipico dell'”uomo bianco”, dell’uomo privilegiato di fronte alla disperazione di queste persone che vengono a cercare un futuro, a volte migliore, a volte semplicemente un futuro, punto, perché nei loro Paesi c’è solo morte.

Insomma, il libro è estremamente interessante perché fa riflettere moltissimo, ci fa interrogare su noi stessi e non su qualcosa di astratto e lontano, e questo non è cosa che avviene con tutti i romanzi attualmente in circolazione. Tuttavia, il libro ha delle evidenti pecche, che per quanto mi riguarda sono due. La prima, mi dispiace, non ve la posso dire, perché vi rovinerei completamente il piacere della lettura, ma diciamo che è qualcosa che scoprirete andando avanti a leggere e che io ho trovato assolutamente inverosimile e gratuito ai fini della storia. Diciamo che leggendo mi dicevo “fai che non succeda”, perché forse un po’ di segni c’erano, e invece succede ed è stata una grossa delusione. La seconda pecca è il finale, che ovviamente non vi racconto, ma che mi ha dato l’impressione di essere raffazzonato, un po’ come se l’autrice non avesse idea di come concludere e allora avesse buttato là quello che le sembrava più logico, ma che comunque a me, personalmente, ha lasciato un po’ con l’amaro in bocca. Non dubito che invece altri possano apprezzare quelle che io ho definito pecche.

In conclusione, il romanzo allo stesso tempo mi è piaciuto e mi ha molto deluso. Direi che sicuramente supera abbondantemente la sufficienza, ma non credo mi resterà nel cuore. Lo consiglio, senz’altro, ma siete avvisati. Del resto, questo romanzo, uscito da poco in Italia, sta piacendo tantissimo, quindi forse sono io che voglio la perfezione, c’è questa possibilità.

Robert Walser, Der Spaziergang (Svizzera) – 1917

Robert Walser, Der Spaziergang, Huber & Co., Frauenfeld – Lipsia 1917.

Libro pubblicato in italiano da Adelphi con il titolo La passeggiata e tradotto da Emilio Castellani.

«Senza passeggiare sarei morto, e il mio mestiere, che amo appassionatamente, sarebbe annientato».

La traduzione di questa breve riga è mia, perché ho letto il libro in tedesco e non ho sotto mano l’edizione italiana.

Ho letto questo breve libro con passione. Non nel senso di appassionatamente, ma nel senso di passione dolorosa, tremenda sofferenza. Meno di 100 pagine in tre giorni. Una tortura. Mi chiedo come mai ultimamente la letteratura di lingua tedesca mi stia deludendo in modo così cocente. Recentemente non mi è piaciuto La Cripta dei Cappuccini di Joseph Roth, ma questo di Walser lo batte di sicuro. Un po’ me ne vergogno, io che sono laureata in letteratura tedesca. Due grandi nomi come Joseph Roth e Robert Walser, e non apprezzarli.

Il protagonista di questo romanzo breve esce a fare una passeggiata e, come ci spiegherà ben oltre la metà del libro, questo tipo di attività è per lui fondamentale, lo è soprattutto per la sua scrittura. Probabilmente per l’autore era la stessa cosa, e questo protagonista/narratore non è che un alter ego di Robert Walser.

Durante la sua passeggiata il protagonista incontra varie persone, con cui si ferma a parlare: una donna che gli sembra un’attrice, una ragazza che sta cantando, un libraio, una donna che lo aveva invitato a pranzo, ma anche un cane, e altri personaggi ancora. Le conversazioni che l’uomo ha con queste persone sono un po’ particolari, nel senso che non hanno nessuna caratteristica di oralità, anzi sono verbosissime e siamo di fronte a un linguaggio che non potrebbe essere che scritto, mai parlato. Già questo mi ha disturbato, non c’è alcuna verosimiglianza, anche se probabilmente la verosimiglianza non era affatto l’intento dell’autore. La verbosità di queste conversazioni, che non sono monologhi ma quasi, mi ha annoiato da morire. È vero, c’è ironia in quello che il protagonista dice, alcune conversazioni ci potrebbero far sorridere, come quando la donna che lo ha invitato a pranzo gli dice che non lo farà alzare dal tavolo finché non scoppierà, o quando entra in libreria per cercare il bestseller del momento, solo per poi posarlo e andarsene una volta che il libraio glielo ha procurato. Eppure io l’ho trovato un linguaggio pomposo e inutilmente imbellettato, che non è stato per niente di mio gradimento.

Robert Walser era apprezzato da moltissimi autori, ma questo libro non mi ha lasciato niente, purtroppo. Nel Kindle ho anche Jakob von Gunten, quindi darò un’altra chance a questo autore, ma non subito. Bisognerà che aspetti un po’.

Helga Schneider, Il rogo di Berlino

Helga Schneider, Il rogo di Berlino, Adelphi, Milano 1995.

Helga Schneider nasce in Slesia nel 1937, trascorre l’infanzia a Berlino e, dopo aver vissuto in Austria, dal 1963 risiede in Italia e ha adottato l’italiano come sua lingua letteraria.

La piccola Helga viene abbandonata dalla madre, insieme al fratellino Peter, nel 1941. La madre è una fervente nazista che decide di dedicare la sua vita al Führer e alla causa nazista. Andrà a “lavorare” a Birkenau, dove fa la guardiana, e dopo la guerrà verrà condannata a sei anni di carcere. Quando Helga decide di incontrarla per la prima volta dopo l’abbandono, nel 1971, la madre non fa che parlare della sua “bella” vita sotto il nazismo, per concludere dicendo che a quell’epoca era qualcuno, e ora non è nessuno.

Helga e suo fratello vengono lasciati dapprima con la nonna, in seguito il padre si risposa e i bimbi andranno a vivere con la matrigna, mentre il padre viene mandato al fronte. La matrigna non sopporta Helga e non perde occasione per maltrattarla, mandandola prima in un istituto di correzione simile a un lager, poi in un collegio dove invece la piccola si troverà bene. Il collegio è appena fuori Berlino e sembra di stare in una sorta di oasi felice, mentre Berlino è sottoposta ai pesanti bombardamenti sovietici. Nonostante questo Hilde, la sorella della matrigna, va a riprendere Helga per riportarla a Berlino.

Qui Helga, suo fratello, la matrigna, Opa (ovvero il nonno acquisito) e Hilde quando non è al Ministero della Propaganda dove lavora, sono costretti a vivere in una cantina per ripararsi dai pesantissimi bombardamenti che ridurranno la città in un cumulo di macerie e cenere a causa dei roghi continui. I due bambini sono violentemente privati della loro infanzia, non vedono che morte, devastazione, violenza e terrore intorno a sé, e non conoscono praticamente altro.

By Bundesarchiv, B 145 Bild-P054320 / Weinrother, Carl / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5474888

Man mano che i mesi passano, gli abitanti della cantina, e in realtà tutti gli abitanti di Berlino, scenderanno in una spirale di orrore: niente o quasi più cibo, code inverosimili per riempire le taniche di un’acqua sempre più rara finché non sarà necessario bere quella del fiume che attraversa la città, malattie, denutrizione, sete, cadaveri ovunque, allarmi aerei, bombardamenti senza preallarme. Le persone, inevitabilmente, si abbrutiranno sempre più finché pian piano sembrerà ormai impossibile mantenere anche un briciolo di dignità: per cui non esitano a uccidere per procurarsi del cibo, ad avventarsi l’uno sull’altro per un tozzo di pane, e così via. La discesa in questo orrore sembra essere velocissima, il che probabilmente è dovuto al fatto che il libro è molto corto, appena 229 pagine, perciò il racconto è succinto per forza di cose.

Poi, a un certo punto, arriva improvvisa la pace, con i russi che occupano la città e che, in generale, sembrano essere buoni con gli abitanti della cantina, ma quando ubriachi non esitano a stuprare brutalmente donne e ragazze.

Helga Schneider ha dovuto vedere tanti di quegli orrori che mi domando come sia potuta rimanere sana di mente, ma poi mi dico che la sua è stata la sorte di tutti coloro che hanno vissuto la guerra, e probabilmente moltissimi di loro ne sono stati gravemente traumatizzati, mentre gli altri sono sopravvissuti mentalmente indenni forse perché sono riusciti ad aiutarsi a vicenda in mezzo a tanto orrore. Eppure, dice Helga, quello che loro hanno vissuto non è niente a confronto di quello che, scoprono a guerra finita, hanno dovuto subire milioni di ebrei nei campi di concentramento.

Helga vuole ricordare, lo dice più volte nel corso del libro, lei anche da bambina vuole guardare tutto, anche le cose più orribili come la morte di una ragazza tisica stuprata da un soldato russo, perché per lei fin da subito la memoria è importantissima. Tanto che per lei sarà difficile staccarsi da Berlino quando nel 1947 se ne andranno per seguire il padre tornato in Austria (la famiglia è di origine austriaca). E credo che questo libro sia stato scritto proprio con l’intento di dare voce a quella memoria, a quella storia.

All’inizio sembra un libro volto a esaminare l’abbandono di Helga da parte della madre e la conseguente vita con la matrigna, ma inevitabilmente questa vita con la matrigna si intreccia alla storia del rogo di Berlino, e perciò man mano il libro diventa il racconto dei bombrdamenti subiti da Berlino, visti con gli occhi di una bambina che è dovuta crescere più in fretta della sua età. È perciò un libro straziante, prima per le angherie subite da Helga, poi per il racconto di ciò che i berlinesi hanno dovuto subire sotto le bombe. Ed è, io credo, un libro che va letto, da tutti, e poco importa se molti ritengono che l’autrice non sappia scrivere (cosa che a mio parere, tra l’altro, non è affatto vera): al di là della maestria o meno dell’autrice, è un libro importante, e sarebbe bene che fosse conosciuto da molte più persone.

By No 5 Army Film & Photographic Unit, Wilkes A (Sergeant) – This is photograph BU 8604 from the collections of the Imperial War Museums (collection no. 4700-30), Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=640213

Novità

Cari lettori, siccome negli ultimi mesi sto lavorando troppo e sono stressata nonché esaurita, devo cercare dei modi per rilassarmi, considerato anche il fatto che mi sono fatta male e le mie valvole di sfogo (palestra, camminate) mi sono momentaneamente precluse. Mi devo dunque buttare, necessariamente, sui libri e dunque, perché no, sul blog. Confesso che non è molto facile leggere con tutto questo lavoro, a volte vorrei solo potermi sfogare fisicamente anziché passare dalla sedia al divano, ma per l’appunto questo è al momento impossibile.

Dunque ho pensato di dare un’ulteriore direzione alle mie letture. Come avrete visto restano comunque piuttosto ondivaghe, ma ho sempre in piedi il progetto del giro del mondo coi libri, che porto avanti con grande calma perché voglio leggere anche altre cose. Pare che io sia arrivata a 88 Paesi per adesso, quindi sono ancora in altissimo mare, ma ho tutta la vita davanti, che spero lunga. Oltre a questo ho pensato di fare un altro viaggio, questa volta non spaziale ma temporale. Sono stata ispirata a questo da una sfida su Goodreads, della quale non vi posso fornire il link perché è in un gruppo privato che, se vi interessa, è questo, potete vederne quantomeno l’homepage. La mia idea non è proprio uguale al 100%, ma prende spunto. La mia idea, che chiamerò Un secolo di libri, consiste nel leggere un libro per ogni anno dal 1917 a oggi. Perché 1917? Be’, ma ovviamente perché sono cento anni esatti da adesso. Naturalmente, trattandosi di 100 libri, prevedo che sarà un viaggio molto lungo, proprio come il giro del mondo, quindi armiamoci di pazienza, io e voi. Inoltre la mia idea sarebbe di leggere i libri in ordine cronologico, dal 1917 fino ad oggi, anche per vedere un po’ l’evoluzione della letteratura mondiale in questi ultimi cento anni.

Per questo progetto penso che dovrò fare spazio nella barra qui in alto: potrei semplicemente inserire un altro link a un’ennesima pagina, ma mi si scombinerebbe la grafica (perlomeno a vederla sul mio computer, naturalmente se leggete da smartphone o tablet suppongo che sia già scombinata) e questo mi disturba. Probabilmente dunque sacrificherò le ricorrenze letterarie, che sono rimaste ferme al mese di gennaio e che credo di cancellare del tutto, perché richiedono un sacco di tempo che io non ho. Ma non vi preoccupate, tengo il file del lavoro fatto fin qui, così se mai ritroverò il tempo lo riprenderò in mano, anche se al momento ne dubito.

Se volete un impatto visivo dei libri letti finora per entrambi i progetti, potete guardare su Goodreads: qui trovate quelli del giro del mondo, qui quelli del secolo, che ovviamente al momento è uno scaffale vuoto.

A presto, spero, con le mie nuove letture!