Louise O’Neill, Only Ever Yours (Solo per sempre tua)

Louise O’Neill, Only Ever Yours, Quercus, 2014.

Sconsiglio caldamente la lettura di questo libro a chiunque soffra di disturbi alimentari, e anche a chi ne abbia sofferto ma non senta ancora di esserne uscita davvero.

Il libro è così disturbante che all’inizio avrei voluto abbandonarlo, ma poi mi sono detta che il genere distopico è così e che la forte inquietudine che provavo era del tutto voluta dall’autrice. O’Neill vuole mettere a disagio il lettore e questi deve lasciarsi mettere a disagio se vuole apprezzare davvero questo libro.

Siamo in un mondo in cui le donne non nascono come gli uomini ma vengono create in laboratorio, dove trenta di loro si schiudono (l’autrice usa il verbo “hatch”) tutte insieme in una certa data. Sono tuttavia totalmente donne e non robot o androidi. Fin da piccolissime entrano nella Scuola, che insegnerà loro a essere sempre belle e attraenti, perché il loro unico scopo è essere scelte da dieci Eredi che ne faranno la propria compagna o concubina, a seconda del proprio gradimento e desiderio. Quelle che non saranno scelte né come compagne né come concubine diventeranno caste (“chastities”) e insegneranno nella Scuola, un po’ come delle suore.

Le ragazze protagoniste di questo libro sono tutte nel loro sedicesimo anno dalla data della loro creazione. Tutte hanno sia un numero che un nome, ma il loro nome non merita di avere l’iniziale maiuscola, tanto poco sono importanti se non come oggetto di soddisfazione degli uomini: soddisfazione sessuale (le concubine) e generatrici di figli maschi (le compagne).

Le ragazze vivono in un mondo vacuo che più non si potrebbe: nella Scuola imparano a truccarsi, a vestirsi bene, ad essere attraenti sempre e comunque, insomma a essere un buon oggetto di soddisfazione per gli uomini che le sceglieranno. Piangere è vietato perché il pianto fa venire le rughe e fa diventare brutte. Sono state create perfette ma “c’è sempre un margine di miglioramento”, perciò passano il tempo a cercare di diventare sempre migliori. Ci sono rivalità fra di loro perché ognuna vuole essere la prima nella classifica delle più belle, ognuna vuole essere la più magra, la più bella, la più attraente, la meglio vestita. Ci sono anche quelle amicizie fortissime tipiche dell’adolescenza, come quella fra la protagonista-narratrice freida e isabel. Insomma, sono ragazze in tutto e per tutto.

Importantissimo anche il ruolo della tecnologia e in particolare dei social network, principalmente MyFace, dove tutte postano foto e status, ma solo come messaggi vocali perché le ragazze non sanno né leggere né scrivere. MyFace, ePad, eFone, Fotogram… forse questi nomi vi ricordano qualcosa.

Iniziando nella lettura di questo romanzo il pensiero non può che andare a Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood: ci sono certamente somiglianze tra i due libri (le donne concepite solo come soddisfazione del piacere maschile) ma sono comunque molto diversi, sebbene sulla stessa falsariga. Quello di O’Neill è un libro che si concentra sull’ossessione femminile per la perfezione, qui chiaramente imposta dall’alto e inculcata nelle donne fin da bambine. È inoltre uno young adult, ma di quelli che possono essere tranquillamente letti anche dagli adulti. C’è l’amore, ci sono protagoniste adolescenti, ma un adulto non si annoierà di certo leggendo questo romanzo, che è in grado di parlare perfettamente anche a una persona molto più grande di quanto non sia il classico pubblico di riferimento della narrativa young adult.

In conclusione, lo consiglio molto, ma dovete avere uno stomaco di ferro e, come dicevo all’inizio, non leggetelo assolutamente se voi stesse soffrite di disturbi alimentari o di qualunque problema vi porti a desiderare di essere sempre perfette. Perché vi farebbe stare malissimo. In tutti gli altri casi, armatevi di coraggio, lasciatevi mettere a disagio e leggetelo, perché è un libro eccezionale.

In Italia è stato pubblicato dalla casa editrice Il Castoro come Solo per sempre tua, con la traduzione di Anna Carbone. Qui potete leggere la recensione di Eleonora Caruso su Wired.

Alexander McCall Smith, Morale e belle ragazze

Alexander McCall Smith, Morale e belle ragazze (tit. originale Morality for Beautiful Girls), Guanda, 2014. Pubblicazione originale 2001. Traduzione dall’inglese di Stefania Bertola.

I libri della serie di Precious Ramotswe sono spesso considerati dei gialli cozy (ovvero «un giallo ridotto all’osso, ambientato all’interno di una casa o di un piccolo paese. L’uso della violenza è minimo», come spiegato qui), anche se in realtà di giallo hanno ben poco.

Come nei primi due libri della serie, anche in questo ci sono varie trame che potremmo considerare “gialle”, ma nel senso lato del termine, mentre l’enfasi viene posta sull’ambientazione e soprattutto sui personaggi.

Per chi non conoscesse la serie, Precious Ramotswe è la proprietaria e fondatrice della Ladies’ Detective Agency N. 1, ovvero la prima agenzia investigativa del Botswana gestita da donne. Insieme a lei c’è la fida segretaria, la signorina Makutsi, mentre un altri personaggio importante è il signor JLB Matekoni, promesso sposo della signora Ramotswe. Tutti questi personaggi, e anche quelli minori, sono abbastanza macchiettistici ma simpatici, sembrano un po’ dei sempliciotti e tuttavia mentre si legge si vorrebbe quasi averli per amici nella vita reale.

Il Botswana, paese in cui sono ambientati i libri, svolge un ruolo importante ed è descritto come il miglior paese dell’Africa, quello nel quale le cose vanno meglio. La descrizione che ne fa l’autore è certamente edulcorata, eppure non manca di sottolineare alcune problematiche come ad esempio lo sfruttamento dei domestici, figlio dello schiavismo praticato in precedenza nel paese. Tuttavia, il lettore non può che innamorarsi del Botswana.

In questo libro le trame sono quattro: la prima e principale è quella di un importante membro del governo che vorrebbe smascherare un’avvelenatrice presente nella sua famiglia; poi c’è la depressione di JLB Matekoni; quindi un bambino che viene ritrovato e che non si sa chi sia e da dove venga; infine un conocorso di bellezza e moralità per ragazze. Sono tutte storie semplicistiche, che si risolvono in maniera sbrigativa e inverosimile per l’eccessiva fretta con cui giungono a soluzione. Eppure il libro è gradevole e credo sia perfetto per chi sia in cerca di una lettura leggera leggera. Tra l’altro questo terzo capitolo della serie mi è piaciuto più degli altri due. (Per chi fosse curioso/a, qui c’è la mia recensione al primo romanzo della serie).

Ottima la traduzione di Stefania Bertola, seppure con due o tre scivoloni, di cui uno mi ha fatto accapponare la pelle (si presuppone che una professionista che lavora con la lingua italiana sappia che il verbo “c’entrare” non esiste). Tuttavia, promossa.

Stephen King, Insomnia

Stephen King, Insomnia, Hodder & Stoughton, 2010. Pubblicazione originale 1994.

Mi sono approcciata a questo libro pensando di leggere un horror, invece, se si eccettua l’ultimo terzo, di horror non ha niente. Lo ascriverei piuttosto al genere soprannaturale. Tuttavia ciò non dovrebbe togliere nulla al godimento della lettura, perché a me il soprannaturale in letteratura piace molto.

Parto subito col dire che il libro mi è piaciuto abbastanza, ma è ben lontano dal fare il botto. È un romanzo con parti molto filosofiche, ci si interroga sullo Scopo e sul Caso presenti nelle vite umane, e c’è anche un argomento che dopo quasi trent’anni è ancora di estrema attualità, ovvero il tema dell’aborto. Viene data voce sia ai pro-life che ai pro-choice, ma i primi sono rappresentati come dei pericolosi esaltati (come in effetti spesso sono).

Mi interessava molto questo libro perché io stessa ho sofferto di insonnia grave una decina di anni fa, ma era del tipo classico, ovvero quello nel quale non riesci a prendere sonno se non verso l’alba. L’insonnia di Ralph invece è diversa, è di un tipo più raro: si sveglia sempre più presto la mattina, benché la sera riesca ad addormentarsi alla solita ora.

Quello che mi è piaciuto molto è la scelta di creare due protagonisti (e molti comprimari) avanti con gli anni, intorno alla settantina e in qualche caso anche di più. Ci sono anche personaggi più giovani, ma i principali sono anziani. È una scelta molto interessante e sviluppata egregiamente, perché questi personaggi non vengono rappresentati come simpatici vecchietti, ma come persone a tutto tondo, che non si vergognano di provare dolore e anche di amare. Penso che questo sia l’aspetto più riuscito del romanzo. Inoltre il finale è eccellente, ma chiaramente non posso svelare niente.

Per il resto, l’ho trovato troppo filosofico e troppo psichedelico per i miei gusti, molto allucinatorio. E anche troppo lungo (circa 900 pagine nella mia versione). Quindi prende la sufficienza ma non va oltre.

Infine, una nota: pare che in questo romanzo ci siano moltissimi riferimenti ad altri libri di King, ma credo di non averne colti molti perché, ahimè, finora non ho letto tanti suoi libri. Belle però le citazioni/omaggi al Signore degli Anelli.

J.B. Priestley, Benighted

J.B. Priestley, Benighted, Valancourt Books, 2018. Pubblicazione originale 1927.

Valancourt Books è una casa editrice americana che mi piace tantissimo e che ho scoperto grazie a Goodreads. In particolare si dedica a riscoprire classici dimenticati della letteratura horror, weird, gotica e vittoriana, ma pubblica anche libri a tematica LGBT. Se vi iscrivete alla loro newsletter potrete scoprire non solo le ultime novità, ma anche quale/i ebook mettono in promozione su Amazon ogni mese. A settembre trovate questo libro a 3 euro e vi consiglio di farci un pensierino. Quando ho letto la trama mi ha subito incuriosito e non ho potuto fare a meno di comprarlo e leggerlo subito.

Il filone a cui si ascrive questo libro non è tanto quello delle case infestate (haunted houses), quanto quello delle case sinistre che, come mi insegna la prefazione, era all’epoca un genere a sé, chiamato “old dark house”. Non ci sono strane presenze, ma è proprio la casa in sé, e in particolare i suoi abitanti, ad essere sinistra. Un aggettivo che ricorre spesso nel corso del libro è “putrido”: l’atmosfera della casa è descritta come putrida, a un certo punto si dice che uno dei personaggi sembra qualcosa in putrefazione. Naturalmente non bisogna prendere alla lettera questa aggettivazione: non stiamo parlando dell’aria che si respira in senso letterale, ma in senso lato. Un’atmosfera, una sensazione.

Il romanzo potrebbe sembrare ai nostri occhi pieno di cliché, ma dobbiamo ricordarci che è stato scritto quasi cento anni fa, nel 1927. All’epoca, si dice nella prefazione, questo della “old dark house” era un filone molto in voga, ma sicuramente (secondo me) era comunque un filone più “fresco” di quanto non sia adesso, quando ormai il cinema e la letteratura ci hanno abituato fino allo sfinimento alle case sinistre.

L’inizio del libro mi ha ricordato molto The Rocky Horror Picture Show, che infatti viene anche citato nella prefazione come una parodia del genere. Tre persone (marito e moglie più un loro amico) si sono perse nella campagna del Galles, sotto una pioggia torrenziale che arriva ad essere un’alluvione e a causare frane insuperabili. A un certo punto vedono le luci di una casa e, come nella migliore tradizione horror, ingenuamente decidono di chiedere riparo per la notte. Non vengono accolti bene dai tre abitanti della casa. Il maggiordomo o servitore o quel che è, Morgan, è un uomo muto e bestiale che mi ha ricordato molto il mostro di Frankenstein, e non sembra neppure capire cosa vogliano quegli estranei. Il signor Femm li accoglie in maniera estremamente riluttante, ma la sorella, Rebecca Femm, una vecchia quasi sorda, grassa e infernale nella sua mania religiosa, dice che i tre non possono restare. Tuttavia finiranno per restare.

L’atmosfera è sinistra, opprimente, gli inquilini della casa sono stranissimi ognuno a suo modo, e chiaramente nascondono qualcosa. I tre sfortunati protagonisti sono a loro volta bizzarri, in particolare Penderel, l’amico della coppia: da poco tornato dalla guerra, non ha trovato il suo posto in una società profondamente cambiata e ormai privata di quegli uomini che la rendevano vivibile e bella, morti in guerra e ormai sepolti. Penderel ogni tanto è preso da momenti di acuta depressione, o meglio da un senso di vuoto incolmabile: «uno stato d’animo ricorrente, che toglieva tutto il colore dalla vita e riempiva la bocca di cenere». Vediamo bene che lo stato d’animo di tutti quelli che si trovano nella casa non è dei più rosei e necessariamente le stranezze degli abitanti e della casa stessa finiscono per avere il sopravvento.

Non me la sento di dire molto di più sulla trama, è un libro molto breve (appena 182 pagine) e succedono diverse cose che sarebbe peccato svelare, anche se, oltre agli avvenimenti, a farla da padrona è l’atmosfera di sospetto, menzogna, non detto, oppressione.

Il romanzo mi è piaciuto enormemente e cercherò altri libri di Priestley. Chiaramente, giova ripeterlo, per apprezzare questo libro è necessario ricordarsi ad ogni pagina che è stato scritto quasi cent’anni fa, altrimenti si finirà per essere sopraffatti da quelli che al giorno d’oggi sono ormai cliché. Se siete in grado di fare questo, ve lo consiglio moltissimo, in particolare se siete amanti del genere.

Libri letti ad agosto 2022