Binyavanga Wainaina, Un giorno scriverò di questo posto (Kenya)

Binyavanga Wainaina, Un giorno scriverò di questo posto (tit. originale One Day I Will Write About This Place), 66thand2nd, Roma 2013. Traduzione dall’inglese di Giovanni Garbellini.

Avevo molte aspettative su questo libro. Mi aspettavo di trovare un ritratto del Kenya scritto da un autore del luogo, quindi non filtrato da occhi “occidentali”. In più, avevo letto che l’autore era un vero topo di biblioteca, un grandissimo appassionato di lettura a cui i libri avrebbero salvato la vita. Unite le due cose insieme, e capirete quanto potessero essere alte le mie aspettative. Purtroppo sono state tutte disattese.

Il libro è un’autobiografia, scritta nel 2011 da un Wainaina ormai all’incirca quarantenne, che narra una trentina di anni della sua vita. Il problema sta proprio qui: narra trent’anni della sua vita. Non della società, della politica, della cultura del Kenya. Certo, ci sono alcune pagine in cui questi argomenti vengono affrontati, penso soprattutto all’ultimissima parte nella quale l’autore parla delle elezioni presidenziali nel suo Paese. Eppure tutto questo risulta solo accennato, mentre è chiaro che l’interesse di Wainaina sta principalmente nel raccontare la sua vita. E nemmeno veniamo tanto a sapere del suo amore per la lettura, se non che da ragazzino leggeva un sacco di romanzi.

Wainaina accenna brevemente alla sua amicizia con autori all’epoca emergenti come Chimamanda Adichie, alla rivista da loro fondata, ai suoi inizi come scrittore, ma non approfondisce mai realmente. A me quello che è sembrato vagamente più approfondito è stata la storia del suo malessere psicologico che lo rende una specie di disadattato incapace di uscire dalla propria camera (e ok, è evidente che si sia trattato di un’esperienza depressiva, ma l’autore non ne parla mai in questi termini e abbiamo solo questa immagine di lui come disadattato, più che come uomo sofferente). E anche la storia del suo amore per la musica, del suo incontro con l’alcool, del rapporto sempre più flebile con la sua famiglia. Eppure, anche in questi casi, è eccessivo parlare di approfondimento per quanto riguarda queste questioni.

Ho avuto l’impressione che l’autore per così dire svolazzasse su tutto senza mai soffermarsi davvero su niente. Con una prosa, per giunta, che cerca di essere molto poetica ma risulta solo inconcludente e anche incoerente. È vero che questa necessità di essere artistico a tutti i costi è più pesante all’inizio, nei primi capitoli, per poi diventare pian piano sempre meno marcata. Ma è così fastidiosa che all’inizio ho pensato seriamente che non ce l’avrei fatta ad andare avanti.

Per me, un grosso no. Però vi invito a non farvi influenzare dal mio parere, perché dalle recensioni che ho letto sembra che io sia l’unica persona sulla faccia della terra a non aver apprezzato questo libro. Perciò magari giudicate da soli.

Tempo di libri… ma non solo

Io sinceramente non avrei voluto scrivere di Tempo di Libri, perché visito poche fiere e raramente ne scrivo, ma questa volta ho pensato di fare un’eccezione per vari motivi.

Volevo farvi vedere una foto del mio consistente bottino, ma sono troppi e li devo ancora sistemare, così dovrete farne a meno.

Alla fiera sono andata il primo giorno, mercoledì 19, perché mi veniva più comodo prendermi tre giorni di “ferie” (quando sei freelance non hai ferie, chi è come me libero professionista lo sa) e inoltre ero allettata dall’idea di andare in un giorno infrasettimanale quando avrei trovato meno caos, perché come forse saprete io odio la folla. Mi dicono però che folla non ne avrei trovata mai, in nessun giorno (speriamo in domani, tuttavia). Se da un lato questo non mi stupisce considerato il basso livello dell’offerta culturale di questa fiera, dall’altro invece, al contrario, mi stupisce assai in quanto si trattava della prima edizione della fiera e io sarei stata (o meglio, sono stata) curiosa di vederla, soprattutto se fossi stata a Milano, per tacere del fatto che mi sono fatta 500 e passa km per andarci, e credo di essere stata l’unica a parte gli espositori a farsi un viaggio del genere.

La fiera l’ho trovata estremamente sotto tono, con pochissima gente tanto che all’ingresso dopo un’ora dall’apertura la signorina non poteva cambiarmi i soldi, giusto per farvi capire. Inoltre mi è sembrata un mercato rionale più che una fiera di rinomanza nazionale e con pretese di essere forse la più importante fiera d’Italia dopo Torino. E credo che il Salone del Libro rimanga tuttora la fiera più importante, grazie al boicottaggio di Milano operato da molti editori. Per carità, gli stand e gli espositori erano tanti, ovviamente con larga presenza dei più grandi gruppi editoriali come Mondadori e GEMS, che personalmente non ho visitato perché i loro libri li trovo in qualsiasi libreria, non ho bisogno di andare alla fiera del libro per comprarli o anche solo vederli. Mi ha colpito (negativamente) anche la massiccia, arrogante e prepotente presenza di promoter aggressivi quali Mondolibri (che mi ha fermato sei volte, le ho contate), Greenpeace, Medici Senza Frontiere, Genio in 21 giorni. Per carità, a parte la prima e l’ultima, Greenpeace e MSF sono ovviamente associazioni meritevolissime, le quali però non ho bisogno di sostenere facendomi abbordare in fiera né per strada. Per non parlare dell’angolo cucina, ma di quello si sapeva.

Fra gli editori che ho scoperto e che mi sono piaciuti tanto voglio citare solo Magenes e Edizioni Santa Caterina. La prima si occupa di mare in tutte le sue sfaccettature e aveva allo stand una ragazza simpaticissima e gentile che mi ha fatto piacere conoscere, seppure di passaggio. Pubblica dunque libri sul turismo marittimo, diari di viaggio/reportage da destinazioni marine, alcuni libri di narrativa legati al mare, testi specialistici di subacquea ecc. Naturalmente non so niente di quest’ultimo tema, ma ho trovato l’offerta della casa editrice interessante e variegata seppure il settore possa apparire molto ristretto. Tanto che da loro ho acquistato ben tre libri. La seconda casa editrice che ho citato, invece, è l’editore del Collegio universitario femminile Santa Caterina da Siena di Pavia e pubblica tra l’altro una bellissima collana legata al Master universitario Professioni e prodotti dell’editoria: i libri, tutto di estremo interesse per gli addetti ai lavori, sono scritti a più mani dagli studenti del master e, come mi è stato detto, bisogna tenere presente che non si tratta (ancora) di professionisti del settore, ma i titoli mi sono sembrati molto interessanti, per esempio quello legato al mestiere di traduttore o quello che parla della professione di editor. Libri che ovviamente ho preso.

Mi ha fatto molto piacere incontrare amici vecchi e nuovi e vedere finalmente dal vivo persone che stimo da un decennio e con cui non avevo mai avuto l’opportunità di parlare di persona. Il mio lavoro di public relations come al solito è stato carente perché, nonostante il mestiere che faccio lo esiga, mi ritengo assai poco portata per questo tipo di approccio al potenziale cliente. Tuttavia ho avuto modo di ottenere preziosi consigli lavorativi che terrò ben a mente.

Un aspetto tanto interessante quanto deprimente della fiera, e quello che di sicuro mi ha colpito maggiormente, è stato l’incontro dedicato alla presentazione di un importante progetto del quale non avevo mai sentito parlare, Un ebook per Amatrice. Vi spiegherò subito perché è stato deprimente, ma prima consentitemi di dire perché è interessante e importante. Si tratta di un progetto realizzato dalla sezione di Gorizia dell’Università degli Studi di Udine e coordinato da due professori che hanno lavorato a stretto contatto con gli studenti, con la collaborazione di Amazon e di Amatrice 2.0. Cosa c’entra Amazon? È semplice: la multinazionale ha donato 20 Kindle alla popolazione di Amatrice, per aiutarla a risollevarsi dagli effetti del terremoto soprattutto dal punto di vista psicologico. Vi sono state analoghe iniziative patrocinate da altre associazioni, come quella che vi ho segnalato della libreria Kindustria. Le trovo tutte iniziative molto meritevoli perché, se è certamente vero che la priorità assoluta è aiutare queste popolazioni a ricostruire le proprie case distrutte dal terremoto, è altrettanto vero che è anche importante provvedere a risollevare psicologicamente queste persone, e io credo che la lettura sia un ottimo mezzo per farlo.

Ma parliamo più in dettaglio del progetto Un ebook per Amatrice. Dicevo che Amazon ha donato 20 Kindle, e questo progetto dell’Università di Udine offre la possibilità di donare un ebook per riempire questi Kindle: magari il proprio libro preferito, oppure semplicemente donare una certa cifra e lasciare che a scegliere l’ebook siano i responsabili del progetto, se non si vuole specificare un libro preciso. Per donare basta visitare questa pagina, e naturalmente prima potete/dovete leggere in dettaglio cosa sia questo progetto. Il progetto prevede anche una serie di incontri in giro per l’Italia, di cui quello di Milano è solo una tappa, per presentare l’iniziativa. Maggiori informazioni si possono reperire sulla loro pagina Facebook. Tra l’altro sono anche stati a Macerata proprio l’altro ieri, ma non sono tornata in tempo per segnalare l’incontro.

Allora vi chiederete perché sia stata una parte deprimente della fiera, dal momento che si tratta di un’iniziativa così lodevole. Beh, è semplice, ed è inutile nascondersi dietro un dito: perché questo incontro è stato disertato in maniera totale e completa, tanto che l’unica persona del pubblico ero io. Non ha certo aiutato il fatto che alla stessa ora vi fosse un incontro con protagonista Roberto Saviano, che pure mi sarebbe piaciuto vedere ma al quale ho preferito questo piccolo evento che per me, essendo originaria delle zone terremotate, riveste un’importanza particolare e mi sta molto a cuore. Ho trovato questa diserzione assolutamente scandalosa e chiaro indice del fatto che le tragedie sono ormai mediatizzate: quando non fanno più notizia, perché passato un tempo considerato sufficientemente “lungo”, la gente se ne disinteressa completamente e preferisce il carisma e il push mediatico di un Saviano che, sebbene io lo stimi e apprezzi moltissimo per il suo impegno, ho pensato di poterlo in ogni caso vedere e leggere su tutti i media in qualsiasi momento.

Trovo la distrazione odierna, la rapida dimenticanza delle tragedie, il disinteresse che solo poco prima era interesse nazionale, di una tristezza infinita. Che poi proprio il giorno dopo questo evento per me così importante sia venuta a sapere della gente che è andata ad Amatrice a farsi le foto con le macerie rende il tutto ancora più tragico. Trovo tutto questo triste, ma forse prima ancora disgustoso. La gente, a mio parere, mostra un interesse morboso nei confronti della tragedia, che appare interesse sincero per i primi giorni successivi alla suddetta tragedia, con gare di SMS solidali e raccolte fondi organizzate sempre a livello mediatico; ma poi si disinteressa con una rapidità tale alla tragedia da divenire drammatica. Sono solo i dettagli inquietanti a fare notizia, è solo il desiderio di essere sempre e comunque “sul pezzo” a interessare la gente comune, tanto che pure a poche settimane dalla tragedia si sono potute trovare numerose persone a dire che ormai la si doveva smettere con questo terremoto.

Io trovo lodevoli iniziative come quella dell’Università di Udine, e degne della massima diffusione (altrimenti non starei qui a parlarvene, ed è in realtà uno dei principali motivi per cui ho deciso di scrivere questo post), ma il totale disinteresse mi ha shockato, sebbene forse avrei dovuto aspettarmelo. Certo, non pensavo che ci sarebbe stata la fila a vedere questo incontro, ma mai neppure mi sarei immaginata di essere l’unica disgraziata a interessarsi dell’argomento.

Comunque, terminata la parte polemica, vorrei passare a dirvi che l’Università di Udine organizza anche una summer school sul terremoto, partendo ovviamente dall’analisi del terremoto avvenuto in Friuli nel 1976. La sede è a Gemona del Friuli e la scuola è aperta a chiunque possegga un diploma di scuola secondaria superiore. Cinque borse di studio sono offerte da Amazon alle persone residenti nel cratere del sisma 2016, perciò vi invito a informarvi perché a mio parere si può trattare di un’iniziativa estremamente interessante. Il focus del 2017 sarà su “Informazione e comunicazione: comunicare l’emergenza, riceverla, trasmetterla”, mentre quello del 2018 su “La scuola: insegnare nelle aree a rischio, riaprire le scuole, responsabilità” e quello del 2019 su “L’esodo: partire o restare, abbandonare o ricostruire”. La summer school si svolgerà dal 24 al 29 luglio. Per ulteriori informazioni vi invito a mettervi in contatto con me via email o su Facebook, non perché io abbia qualcosa a che fare con il progetto, ma perché ho avuto la fortuna di parlare a Milano con il responsabile.

E con questo penso di poter concludere, sperando di avervi lasciato con molti spunti di riflessione, sul piano culturale e non.

Claudio Morandini, Le pietre

Claudio Morandini, Le pietre, Exòrma, Roma 2017.

A volte avere un blog è ancora più bello: quando gli editori decidono di mandarti libri interessanti come questo, che altrimenti con tutta probabilità non avresti mai preso in considerazione. Ringrazio perciò l’ufficio stampa di Exòrma per avermi dato l’opportunità di leggere un libro molto bello.

Claudio Morandini è noto al pubblico soprattutto per Neve, cane, piede, pubblicato sempre da Exòrma e vincitore nel 2016 della XXIX edizione del Premio Procida Isola di Arturo Elsa Morante.

Questo Le pietre, uscito da pochi giorni per la piccola casa editrice romana, vede protagonista un intero borgo sito in una vallata: il borgo è Sostigno, da cui gli abitanti si spostano periodicamente verso il villaggio di Testagno per la transumanza. A un certo punto in questo piccolo borgo di montagna iniziano ad avvenire strani fenomeni che condizioneranno la vita degli abitanti per gli anni a venire: le pietre sembrano prendere vita, si spostano, si muovono, compaiono nei posti più impensati come per magia, modificano addirittura il corso dei torrenti e forzano la popolazione a transumanze sempre più ravvicinate nel tempo. Un fenomeno stranissimo: magia, fantasmi, questioni geologiche, o cos’altro?

Tutto ha inizio, ci racconta la voce narrante, un bel giorno in casa dei coniugi Saponara: un’anziana coppia che viene da fuori ma che vive a Sostigno da anni. Lei fa la maestra ed entrambi danno lezioni private al di fuori dell’orario di lavoro. Un giorno, dicevamo, compare del pietrisco nel loro soggiorno, che poi diventerà un sasso e, nonostante tutto venga ripulito più e più volte, il sasso continua a riapparire. Uno scherzo? O qualcosa di più sinistro?

La voce narrante ci racconta in modo molto dettagliato come sia iniziata questa storia delle pietre, e allude a come si sia poi sviluppata nel tempo fino al presente. Il narratore è una vera e propria voce, nel senso che sembra quasi di sentirlo parlare, e abbiamo l’impressione che ci stia raccontando una storia mentre siamo insieme, seduti attorno a un fuoco in questa vallata di montagna. Sembra una voce amica, cordiale, desiderosa di trasmetterci, a noi suoi compagni per questo pezzettino di viaggio, la storia di ciò che accade nel proprio paesino. Non siamo dunque di fronte a un narratore onnisciente, ma veniamo invece a contatto con uno degli abitanti del villaggio, protagonista a sua volta, di conseguenza, di questa storia.

Questo tipo di narrazione rende a mio parere il racconto ancora più interessante, perché è come se lo vivessimo, per così dire, dall’interno. Inoltre come accennavo c’è la dimensione del racconto orale, quello che potremmo definire con termine inglese storytelling, che rende il racconto ancora più interessante, in certo modo intimo.

La scrittura di Morandini è ottima, si vede che siamo di fronte a un grande scrittore e soprattutto a un grande narratore di storie. All’inizio potrebbe spiazzare un po’ quel tono così parlato, intimo, orale, ma quando ci si abitua a questa modalità narrativa si viene premiati.

Un libro che ho letto in due giorni e che sicuramente consiglio ai lettori appassionati di storie. A questo punto mi devo procurare anche Neve, cane, piede.

Irvin D. Yalom, Le lacrime di Nietzsche

Irvin D. Yalom, Le lacrime di Nietzsche (tit. originale When Nietzsche Wept), Neri Pozza, Vicenza 2006. Traduzione di Mario Biondi.

Mi sono imbattuta in questo libro per caso: non lo conoscevo, ma un giorno era in offerta sul Kindle Store e, visto che la trama mi sembrava interessante, ho deciso di prenderlo. Ho fatto la scelta giusta, perché mi è piaciuto molto.

L’autore, Irvin D. Yalom, è un famoso psichiatra e psicoterapeuta americano, che tra l’altro è anche scrittore. Quindi conosce bene la materia di cui scrive, dato che infatti potremmo dire, con una semplificazione quasi inammissibile, che questo è un romanzo sulla psicoterapia.

I protagonisti del libro sono tutti personaggi realmente esistiti, ma si tratta tuttavia di un romanzo che non ha che deboli basi nella realtà storica. Alla fine del libro una nota dell’autore spiega quali fatti siano realmente accaduti e quali invece frutto della sua fantasia. Un appunto, questo dell’autore, molto interessante, per riuscire a capire meglio il senso della storia da lui raccontata.

Siamo nel 1882, inizialmente a Venezia. Joseph Breuer, che fu realmente un famoso medico viennese, si trova in città con la moglie per una vacanza. Riceve un biglietto da Lou Salomé, una giovane russa di 21 anni, che esige di vederlo perché il futuro della filosofia sarebbe in pericolo, in quanto un suo amico, Friedrich Nietzsche, soffrirebbe di disperazione con istinti suicidi; la donna implica che sia preciso compito di Breuer aiutarlo.

Lou Salomé fu una famosa scrittrice e psicanalista di origine russa, famosa per i suoi tanti legami con personaggi importanti dell’epoca, fra cui appunto Nietzsche, ma soprattutto Rilke. Friedrich Nietzsche invece non ha certo bisogno di presentazioni, ma va detto che all’epoca in cui lo incontriamo è un uomo di quasi 40 anni, un filosofo che ha lasciato la carriera accademica e che ha scritto due libri (Umano, troppo umano e La gaia scienza) che praticamente nessuno ha letto. Lui stesso dice che sarà probabilmente famoso soltanto negli anni Duemila.

Lou si rivolge a Breuer in quanto egli aveva sperimentato con una sua paziente, Bertha Pappenheim (nota ai suoi studenti con lo pseudonimo Anna O.), una nuova forma di terapia basata sulla parola: essa, attraverso l’ipnosi, consentiva alla paziente, che soffriva di isteria, di lasciarsi andare e “spazzare il camino”, ovvero buttare fuori tutte le situazioni brutte e spiacevoli che aveva vissuto, in tal modo riuscendo o tentando di rimuovere i suoi sintomi. Bertha Pappenheim, più nota come Anna O., fu realmente una paziente di Breuer, ed è nota al pubblico in quanto proprio su questo caso Sigmund Freud scrisse Studi sull’isteria. Breuer ebbe dunque grande importanza nella nascita della psicoterapia, o meglio della psicanalisi, sebbene si sia dedicato a tale attività soltanto per un breve periodo della propria carriera medica.

Lou vorrebbe dunque che Breuer applicasse questa terapia della parola al caso del suo amico Nietzsche, il quale soffre di gravi sintomi fisici ma anche di istinti suicidi. Il filosofo, però, non deve sapere dell’intervento della giovane, in quanto i due sono in rotta per questioni sentimentali (Nietzsche le aveva chiesto di sposarlo, ma lei rifiutò, proseguendo però l’amicizia con il terzo lato del triangolo, Paul Rée, il che fu vissuto da Nietzsche come un tradimento). Breuer, totalmente affascinato dalla giovane russa, accetta il compito, che si rivelerà più arduo del previsto in quanto Nietzsche rifiuta in tutti i modi di essere curato.

Breuer arriverà poi a comprendere che il filosofo soffre di una gravissima forma di emicrania, e metterà in atto uno strano patto terapeutico che non vi racconto perché è assolutamente essenziale alla storia ed è interessante che il lettore lo scopra da sé.

La storia scorre in maniera molto lineare, almeno fino a un certo punto, e piuttosto verosimile, sempre fino a un certo punto. Vengono citati molti brani e concetti della filosofia nietzschiana, e anche alcune lettere realmente scritte dal filosofo. Sicuramente questo romanzo mi ha fatto venire una grande curiosità di leggere almeno qualche libro di Nietzsche, la cui filosofia conosco solo per via indiretta, ma non per aver letto direttamente i suoi testi.

Come dicevo, si tratta sostanzialmente di un libro sulla psicoterapia, anche se ovviamente riveste enorme importanza la caratterizzazione più o meno fittizia dei grandi personaggi dell’epoca (personaggi di cui fa parte anche un giovane studente di medicina grande amico di Breuer, un certo Sigmund Freud). Ciò che viene tracciato è comunque la storia di come sia nata la terapia della parola, quella che è poi stata trasformata da Freud in psicanalisi e che è diverntata la psicoterapia moderna. Questa nascita è esemplificata da moltissimi racconti di quanto sia effettivamente avvenuto nello studio del dottor Breuer con Bertha Pappenheim/Anna O., e in seguito nel suo rapporto, del tutto fittizio, con Nietzsche (i due non si sono mai incontrati nella realtà). La storia della nascita della psicoterapia è tratteggiata in modo estremamente interessante, specie per chi, come me, abbia un certo interesse nella materia.

È sicuramente un libro che consiglio a chi sia interessato alla psicoterapia, ma anche agli psicoterapeuti stessi, che a mio parere potrebbero trarre godimento da questa storia, ammesso che tengano sempre a mente che si tratta di un romanzo e non di un saggio, né di una biografia. Inoltre è scritto in maniera molto semplice, narra una storia complessa con linguaggio comprensibile a qualunque lettore. Perciò penso che possa essere un romanzo interessante anche per chi non sia necessariamente interessato alla psicoterapia, ma semplicemente alle storie belle e ben scritte.

Jack London, The Scarlet Plague

Jack London, The Scarlet Plague, pubblico dominio.

Questo racconto lungo, o romanzo breve (un centinaio di pagine circa), è stato scritto da Jack London nel 1912. L’autore è più famoso per libri come Il richiamo della foresta. Questo invece, pubblicato in italiano da Adelphi con il titolo La peste scarlatta, è un libro di fantascienza. O, per meglio dire, un post-apocalittico ante litteram. Quanti autori avrebbero potuto immaginare una storia simile oltre cento anni fa?

Il protagonista è un uomo molto anziano, che si trova insieme ad alcuni bambini che si comportano come bestie, in quanto regrediti a uno stadio primitivo che li porta a parlare un linguaggio quasi incomprensibile (che però l’autore “traduce” in inglese corrente) e ad avere comportamenti quasi pre-umani, oltre che a non comprendere cose che per noi uomini moderni sono ovvie, come ad esempio che cosa sia il denaro. Il motivo di tutto questo è semplice: sessant’anni prima (siamo negli anni 2000) è avvenuta una tragedia di proporzioni inaudite che ha decimato la popolazione mondiale fino ad annientarla quasi completamente. Si è trattato della peste scarlatta, che compariva all’improvviso manifestandosi con macchie scarlatte, convulsioni, senso di freddo e insensibilità corporea, per poi portare alla morte nel giro di poche ore o addirittura pochi minuti. L’anziano protagonista ha vissuto in prima persona questi avvenimenti di sessant’anni addietro, e ora li racconta ai bambini in un tentativo di spiegare loro cosa sia successo.

Insomma, un post-apocalittico in piena regola: abbiamo l’apocalissi, cioè l’epidemia che annienta quasi l’intera popolazione mondiale, i pochissimi sopravvissuti, la condizione odierna regredita a un livello quasi bestiale. Gli ingredienti ci sono tutti, e questo libro infatti ricorda molti altri romanzi dello stesso filone, a cominciare dall’Ombra dello scorpione di Stephen King. O sarebbe meglio dire che questi altri romanzi ricordano La peste scarlatta di London, che è venuto tantissimi anni prima di tutta la letteratura successiva di questo filone. Quello che mi sorprende è, vista l’enorme popolarità di questo genere letterario, come mai questo breve romanzo di London non sia immensamente famoso. Mi pare, anzi, piuttosto misconosciuto, a meno che qualcuno di voi non possa smentirmi. Io stessa l’avevo preso anni fa soltanto perché la trama mi sembrava interessante e, essendo un’opera di pubblico dominio, l’avevo trovato gratis in ebook. Ma l’avevo trovato per caso.

A mio parere (sebbene molti gli rimproverino l’eccessiva brevità) si tratta di un romanzo breve estremamente ben riuscito, che non dimentica nessuno degli ingredienti fondamentali di questo tipo di storia, e che trasmette molto bene il senso di terrore che ha accompagnato la peste e gli eventi immediatamente successivi, o addirittura contemporanei. L’unica pecca che forse potrei trovare è che il protagonista usa un linguaggio che chiaramente non può essere comprensibile per i bambini che lo stanno ascoltando, in quanto necessariamente infarcito di concetti ad essi estranei, come l’università, le macchine, gli aerei, e così via. Tuttavia questa è una falsa pecca, in quanto i bambini stessi più volte lo interrompono per lamentarsi del fatto che egli stia narrando di cose incomprensibili utilizzando parole che “non hanno senso”. Del resto, credo che egli non possa fare altrimenti, in quanto quella era per lui la sua realtà, e per narrare quegli eventi non può che ricorrere a concetti e parole che non esistono più nel presente ma che erano normali nel passato.

Sicuramente mi sento di consigliare questo breve romanzo a chiunque sia appassionato del genere post-apocalittico, penso che ne rimarrete piacevolmente sorpresi.