E.M. Forster, La macchina si ferma

E.M. Forster, The Machine Stops, pubblico dominio. Pubblicazione originale 1909.

Conosciamo E.M. Forster per romanzi come Casa Howard o Camera con vista. Ha scritto vari altri libri, ma pochi di noi lo associerebbero alla fantascienza. Eppure, nel 1909 ha dato alle stampe questo racconto fantascientifico di appena una cinquantina di pagine (pubblicato in italiano da Portaparole con il titolo La macchina si ferma e da Mondadori nella raccolta La macchina si ferma e altri racconti).

Avevo scaricato l’ebook gratuito diverso tempo fa, ma era rimasto a prendere polvere e devo dire che prenderlo in mano in questo periodo fa un effetto particolarmente straniante.

La prima cosa da fare nell’approcciarsi a questo racconto è tenere presente che è stato scritto più di un secolo fa. Il problema della fantascienza “d’annata” è che rischia di invecchiare male, quindi va letta tenendo a mente che si tratta di un testo scritto molti anni fa, altrimenti rischiamo di annoiarci o anche di ridere di certe invenzioni e previsioni. In effetti, l’inizio è stato un po’ così anche per me, ma è durata veramente poco perché questo racconto di Forster è profetico in maniera allucinante.

Tutto ruota intorno alla famigerata “macchina”, che comanda il mondo, anche se gli abitanti di questo mondo non la metterebbero così. La macchina rende tutto molto comodo (e infatti nel corso del racconto Forster dirà che è stato il troppo desiderio di comfort a rovinare la civiltà) e la gente dà per scontate tutte queste comodità: mai si sognerebbe di mettere in discussione qualche aspetto della propria confortevole vita. Così, quando Vashti riceve la videotelefonata del figlio Kuno che le chiede di vedersi di persona, rimane abbastanza sconcertata. Lo sconcerto prosegue, lasciando spazio al terrore e all’assoluta mancanza di comprensione, quando Kuno esprime il desiderio di salire sulla superficie della Terra per vedere come sono le cose lì. Infatti le persone vivono sottoterra perché l’aria terrestre non è più respirabile per loro.

La vita di queste persone è fatta di videochiamate, migliaia di amici con cui conversare, ricerca di non meglio precisate “idee” da condividere, pulsanti da premere per avere soddisfatto qualsiasi desiderio, dal cibo all’intrattenimento a tutto ciò che sta nel mezzo, conferenze su argomenti ormai lontanissimi e ininfluenti sulla vita di ciascuno (ma cosa potrebbe interessare a queste persone della rivoluzione francese?!).

Ci vedete qualcosa di attuale, immagino, no? Non è certo da ora che siamo circondati dalla tecnologia, che ci rende ogni aspetto della nostra vita più comodo e semplice. Ma penso che in questo anno tutto questo sia aumentato a dismisura, e nella vita di Vashti e degli altri ho rivisto quello che sta succedendo in questo periodo. In particolare mi riferisco alla fasulla idea di connessione con gli altri, ognuno seduto alla propria poltrona, a scambiarci idee tramite internet, parlare su Skype, seguire corsi online… Niente di male in tutto questo, anzi le trovo cose meravigliose e credo che la tecnologia ci abbia permesso di vivere questa situazione in maniera meno dolorosa, ma è chiaro che l’estremizzazione non può essere positiva. Per cui, ecco che nel mondo di Vashti il contatto fisico non è neanche concepito se non come enorme mancanza di rispetto, anzi fa paura, così come spaventa uscire di casa e allontanarsi dalle comodità offerte dalla macchina.

La macchina, di fatto, controlla la vita della gente: è lei che comanda, anche se le persone si illudono di avere il pieno controllo della propria vita perché sono loro a premere i pulsanti. Ma non è affatto così, come si vedrà chiaramente nel corso del racconto.

Immagino che se lo avessi letto l’anno scorso, quando l’ho scaricato, mi avrebbe comunque fatto un certo effetto, ma letto a fine 2020 fa quasi paura. Non mi capacito di come Forster abbia potuto immaginare, 111 anni fa, esattamente quello che sta accadendo qui e ora. La speranza è che la conclusione a cui arriva il racconto resti fantascienza, ma non sarei sincera se dicessi che mi sento di metterci la mano sul fuoco.

Molto consigliato, se leggete in inglese potete trovarlo su qualunque sito di ebook gratuiti di pubblico dominio.

Qui c’è una bella recensione in inglese, il cui autore condivide il mio punto di vista riguardo alla lettura del racconto sullo sfondo del lockdown.

Eugenia Viteri, A Taste of Ecuador (Ecuador)

Eugenia Viteri, A Taste of Ecuador (tit. originali El anillo y otros cuentos e Cuentos escogidos), Jane Knows Intellectual Property, 2008. Traduzione dallo spagnolo di LS Thomas. Pubblicazione originale 1955 e 1983.

Non avendo trovato traduzioni in italiano di questa autrice, che mi sembrava interessante per il mio giro del mondo, ho pensato che fosse una buona idea leggere la traduzione inglese di due sue raccolte di racconti. È un libro molto breve, 154 pagine, e per fortuna perché pure così è stata una tortura. Le pochissime recensioni che ho trovato erano positive, perciò non mi sono posta troppi problemi.

I racconti di questa antologia sono interconnessi tra loro, o almeno lo sono quelli della seconda parte, che potrebbero essere letti più come un romanzo molto breve che come racconti slegati.

I temi sono morte, violenza, povertà e altre simpatiche amenità, raccontate tramite le vite degli innumerevoli protagonisti che sembravano non fare molto altro che soffrire. La mia difficoltà con il libro, tuttavia, non è questa. Certo, magari non era proprio il periodo ideale per leggere un libro così cupo, ma questo era solo l’ultimo dei problemi.

Innanzitutto la traduzione fa uso di termini a volte bizzarri e una sintassi legnosa, che mi fanno pensare che probabilmente il traduttore o la traduttrice non sia di madrelingua inglese. Ci sono anche dei refusi: insomma, un libro che non ha visto alcun editing.

Il problema principale però è che ho trovato questi racconti del tutto incomprensibili e, perciò, completamente privi (per me) di qualsiasi fascino o interesse. Mi è parso che l’autrice saltasse un po’ qua e un po’ là, tanto che dopo un po’ mi sono chiesta se la formattazione del mio ebook non fosse sballata e non fossero stati messi insieme pezzi di racconti in maniera sconnessa. Invece temo di no.

Forse è una scrittura simbolica, non so, fatto sta che mi ha lasciato solo un enorme punto interrogativo. Probabilmente sono ignorante io.

L’unico racconto minimamente interessante (che però ha un finale francamente assurdo) è The Ring, che potete leggere per intero qui, peraltro con un’altra traduzione, a quanto vedo. È anche l’unico racconto che sia stato tradotto in italiano, nella raccolta Racconti ecuadoriani pubblicata da Stampa Alternativa nella mitica collezione Millelire. Il racconto in italiano si intitola L’anello, è stato tradotto da Roberto Bugliani e potete trovarlo a pagina 10 del pdf che la casa editrice mette a disposizione gratuitamente insieme a tutti gli altri librini della collana e ad altri ancora.

Per alcune informazioni (in inglese) su Eugenia Viteri vi consiglio questa pagina del sito dedicato alla letteratura ecuadoregna Ecuador Fiction. Altrimenti c’è la pagina Wikipedia. Immagino si trovino altre informazioni in spagnolo, ma non conoscendo la lingua non ne ho cercate.

Nikolaj Leskov, Lady Macbeth del distretto di Mtsensk

Nikolaj Leskov, Lady Macbeth del distretto di Mtsensk (tit. originale Ledi Makbet Mtsenskovo uyezda), Besa, 2007. Traduzione di Rosa Molteni Grieco. Pubblicazione originale 1865.

«Qualche volta dalle nostre parti capitano personaggi tali che non possiamo ricordare che con terrore, anche se è passato molto tempo da quando li abbiamo incontrati. Al novero di tali personaggi appartiene la mercantessa Caterina L’vovna Izmajlova, che non cessò mai di recitare un dramma terribile, a causa del quale i signori della nostra nobiltà cominciarono a chiamarla con il dolce nome di Lady Macbeth del distretto di Mtsensk.»

Nelle prime pagine Caterina L’vovna potrebbe far pensare a una Madame Bovary russa, ma ben presto ci accorgeremo che il soprannome datole dai suoi compaesani è molto più calzante, benché la mercantessa non conosca mai la follia generata dalla colpa.

Caterina L’vovna è una giovane donna che decide di sposare il mercante Izmajlov più per uscire dalla povertà che per amore. Il mercante è al secondo matrimonio e, come nel primo, non avrà eredi. Caterina L’vovna si sente sola e si annoia terribilmente, non ha alcun tipo di interesse che la aiuti a passare il tempo. Finché non si innamora del garzone Sergio (stendo qui un velo pietoso sulla scelta di tradurre in italiano i nomi dei personaggi: Sergio diventa per Caterina L’vovna “Sergiolino”). Il bel ragazzo è considerato dai servi un rubacuori, uno a cui piacciono le donne ma che non brilla per fedeltà. Sergio intuisce l’interesse e la noia della padrona e non esita a intrecciare una relazione con lei, con risultati drammatici.

Caterina L’vovna non esita di fronte a niente quando si tratta di preservare la sua storia con Sergio e, come possiamo intuire dal soprannome che le viene dato, non arretra neppure di fronte all’omicidio. E non si limiterà a un solo assassinio!

Caterina L’vovna è follemente innamorata di Sergio, il quale all’apparenza ama di più i soldi e il potere di lei. La donna è inoltre orribilmente gelosa, egoista, malvagia.

Leskov (un autore che non conoscevo) fa un ritratto impietoso e pressoché perfetto di questa donna ossessionata dall’uomo che ama. Lady Macbeth, sì, ma senza ombra di pentimento, di senso di colpa, di dubbio verso le proprie azioni. Una donna spietata, che di fatto non si spezza neanche di fronte alle più terribili avversità, ma anzi mantiene intatti il proprio odio verso qualunque ostacolo e la propria malsana gelosia.

Leskov riesce a dare un quadro psicologico di un’ossessione scaturita dalla noia, in appena 74 pagine. Onestamente se avesse scelto la lunghezza del romanzo anziché quella del racconto lo avrei preferito, perché mi sarebbe piaciuto un approfondimento maggiore, ma anche nella dimensione breve dimostra vera maestria. Un autore da approfondire.

Nathaniel Hawthorne, La voglia

Nathaniel Hawthorne, The Birth Mark.

Questo racconto è stato pubblicato in un’edizione con testo a fronte italiano-inglese da Leone Editore. Probabilmente si può trovare anche in qualche raccolta di racconti di Hawthorne.

Posto che Nathaniel Hawthorne è un ottimo autore (anche se non tutti i suoi libri mi sono piaciuti), la mia impressione è che nella dimensione compatta del racconto dia il meglio di sé, dal momento che riesce così a evitare una certa prolissità che può caratterizzare i suoi romanzi.

I protagonisti di questo racconto sono Aylmer e la moglie Georgiana. Aylmer ama moltissimo la giovane e bella moglie, ma ama ancor più la scienza. Vorrebbe una moglie perfetta, e a tutti gli effetti si potrebbe dire che Georgiana lo sia, ma ha un difetto: sulla guancia sinistra ha una piccola voglia rossa a forma di mano. A un certo punto la giovane donna si accorge del dispiacere che il marito prova nel contemplare tanta bellezza “deturpata” da quella voglia (dispiacere che ben presto si volgerà in disgusto) e, se subito reagisce chiedendo al marito come mai allora l’abbia presa in moglie e dicendogli che lei ha sempre creduto che la sua voglia fosse una cosa carina, ben presto si piega al sentimento del marito. Finché sarà lei a chiedergli di usare la sua passione per la scienza per rimuovere l'”orribile” voglia. Con grande gioia ovviamente di Aylmer che capisce così quanto la moglie lo ami e che essere celestiale ella sia.

Oggi diremmo che Aylmer è un narcisista e Georgiana una donna crudelmente abusata. Seppure l’Ottocento fosse ovviamente privo della terminologia odierna, è sicuro che Aylmer umilia e sminuisce costantemente la povera moglie con il suo ribrezzo. Aylmer non riesce a vedere che la donna che gli sta accanto è perfetta: dolce, innamorata, bellissima. Georgiana a sua volta viene completamente piegata dalla cattiveria del marito che, certo, non le dice niente di davvero cattivo, ma la umilia ogni giorno con gli sguardi di orrore che le rivolge e con le continue affermazioni riguardo alla voglia “deturpatrice”. Naturalmente la storia ha finale tragico e naturalmente è una favola con morale.

Un bellissimo racconto in cui l’orrore vero sta solo nella patologica ricerca della perfezione da parte del marito.

Angela Carter, La camera di sangue

Angela Carter, The Bloody Chamber, Penguin, London 1979.

Angela Carter in questo breve libro (126 pagine nella mia edizione, ma scritte fitte fitte), riprende le favole della tradizione e le riscrive in chiave dark ed erotica. C’è di tutto: Cappuccetto Rosso, Barbablù, La Bella e la Bestia, ma anche Dracula e i lupi mannari.

Protagonista di queste favole dark è sempre una donna, o meglio una ragazza o anche ragazzina: le eroine sono sempre molto, molto giovani, a volte hanno appena avuto il menarca. Il sangue, infatti, è un altro dei protagonisti di queste riscritture, come si può intuire anche dal titolo e, in questo caso, anche dalla bella copertina con l’illustrazione di Roxanna Bikadoroff.

Le mie storie preferite sono la prima, cioè quella che dà il titolo al libro, e The Lady of the House of Love (non so come sia stato tradotto il titolo in italiano).

Il primo racconto, La camera di sangue, si rifà alla storia di Barbablù. La giovane protagonista si sposa con un uomo molto più grande di lei, che vive in una dimora favolosa e ha già diversi matrimoni alle spalle. Dopo la prima notte di nozze, il marito parte per un viaggio lasciando alla giovane moglie un mazzo di chiavi, con la raccomandazione di non andare in una determinata stanza e il permesso di fare qualsiasi cosa lei voglia in tutte le altre. La ragazza, annoiata, va nella stanza proibita dove trova una vera camera delle torture. Destinata anch’essa alla morte per tortura, viene poi salvata dalla madre che arriva a cavallo.

Nel secondo racconto che ho citato è ripresa la storia di Dracula, ma questa volta il vampiro è una ragazza, anch’essa molto giovane, adolescente. Viene raccontata la sua storia e poi vediamo che un giorno un ciclista inglese arriva al castello e la ragazza-vampira se ne innamora, per poi morire definitivamente essendo ritornata donna vera e propria.

Altro protagonista dei racconti di Carter è lo stile: estremamente ricercato e “letterario”, lo stile dell’autrice è arzigogolato, infiorettato, barocco. Ma non solo barocco, barocchissimo. Saranno più le parole che non conoscete che quelle che avete già sentito (suppongo anche nella traduzione italiana, se è fedele all’originale). Se all’inizio questo stile raffinatissimo è piacevole da leggere, sempre ammesso che la ricercatezza in letteratura vi piaccia, dopo un po’ la scrittura mi è risultata stucchevole perché mi è sembrato di stare in un dizionario barocco. Nel senso che alla lunga sembrava più un esercizio di stile che altro, e forse lo era realmente. C’è da dire tuttavia che lo stile barocco ben si adatta a questo tipo di storie così “scure”.

Alcune storie sono ovviamente meno riuscite, anche se sono la minoranza. In alcuni casi mi pare che Carter si sia spinta un po’ troppo all’estremo, per esempio penso che la necrofilia se la potesse tranquillamente risparmiare. Ad ogni modo il libro mi è piaciuto molto.