Nikolaj Leskov, Lady Macbeth del distretto di Mtsensk

Nikolaj Leskov, Lady Macbeth del distretto di Mtsensk (tit. originale Ledi Makbet Mtsenskovo uyezda), Besa, 2007. Traduzione di Rosa Molteni Grieco. Pubblicazione originale 1865.

«Qualche volta dalle nostre parti capitano personaggi tali che non possiamo ricordare che con terrore, anche se è passato molto tempo da quando li abbiamo incontrati. Al novero di tali personaggi appartiene la mercantessa Caterina L’vovna Izmajlova, che non cessò mai di recitare un dramma terribile, a causa del quale i signori della nostra nobiltà cominciarono a chiamarla con il dolce nome di Lady Macbeth del distretto di Mtsensk.»

Nelle prime pagine Caterina L’vovna potrebbe far pensare a una Madame Bovary russa, ma ben presto ci accorgeremo che il soprannome datole dai suoi compaesani è molto più calzante, benché la mercantessa non conosca mai la follia generata dalla colpa.

Caterina L’vovna è una giovane donna che decide di sposare il mercante Izmajlov più per uscire dalla povertà che per amore. Il mercante è al secondo matrimonio e, come nel primo, non avrà eredi. Caterina L’vovna si sente sola e si annoia terribilmente, non ha alcun tipo di interesse che la aiuti a passare il tempo. Finché non si innamora del garzone Sergio (stendo qui un velo pietoso sulla scelta di tradurre in italiano i nomi dei personaggi: Sergio diventa per Caterina L’vovna “Sergiolino”). Il bel ragazzo è considerato dai servi un rubacuori, uno a cui piacciono le donne ma che non brilla per fedeltà. Sergio intuisce l’interesse e la noia della padrona e non esita a intrecciare una relazione con lei, con risultati drammatici.

Caterina L’vovna non esita di fronte a niente quando si tratta di preservare la sua storia con Sergio e, come possiamo intuire dal soprannome che le viene dato, non arretra neppure di fronte all’omicidio. E non si limiterà a un solo assassinio!

Caterina L’vovna è follemente innamorata di Sergio, il quale all’apparenza ama di più i soldi e il potere di lei. La donna è inoltre orribilmente gelosa, egoista, malvagia.

Leskov (un autore che non conoscevo) fa un ritratto impietoso e pressoché perfetto di questa donna ossessionata dall’uomo che ama. Lady Macbeth, sì, ma senza ombra di pentimento, di senso di colpa, di dubbio verso le proprie azioni. Una donna spietata, che di fatto non si spezza neanche di fronte alle più terribili avversità, ma anzi mantiene intatti il proprio odio verso qualunque ostacolo e la propria malsana gelosia.

Leskov riesce a dare un quadro psicologico di un’ossessione scaturita dalla noia, in appena 74 pagine. Onestamente se avesse scelto la lunghezza del romanzo anziché quella del racconto lo avrei preferito, perché mi sarebbe piaciuto un approfondimento maggiore, ma anche nella dimensione breve dimostra vera maestria. Un autore da approfondire.

Nathaniel Hawthorne, La voglia

Nathaniel Hawthorne, The Birth Mark.

Questo racconto è stato pubblicato in un’edizione con testo a fronte italiano-inglese da Leone Editore. Probabilmente si può trovare anche in qualche raccolta di racconti di Hawthorne.

Posto che Nathaniel Hawthorne è un ottimo autore (anche se non tutti i suoi libri mi sono piaciuti), la mia impressione è che nella dimensione compatta del racconto dia il meglio di sé, dal momento che riesce così a evitare una certa prolissità che può caratterizzare i suoi romanzi.

I protagonisti di questo racconto sono Aylmer e la moglie Georgiana. Aylmer ama moltissimo la giovane e bella moglie, ma ama ancor più la scienza. Vorrebbe una moglie perfetta, e a tutti gli effetti si potrebbe dire che Georgiana lo sia, ma ha un difetto: sulla guancia sinistra ha una piccola voglia rossa a forma di mano. A un certo punto la giovane donna si accorge del dispiacere che il marito prova nel contemplare tanta bellezza “deturpata” da quella voglia (dispiacere che ben presto si volgerà in disgusto) e, se subito reagisce chiedendo al marito come mai allora l’abbia presa in moglie e dicendogli che lei ha sempre creduto che la sua voglia fosse una cosa carina, ben presto si piega al sentimento del marito. Finché sarà lei a chiedergli di usare la sua passione per la scienza per rimuovere l'”orribile” voglia. Con grande gioia ovviamente di Aylmer che capisce così quanto la moglie lo ami e che essere celestiale ella sia.

Oggi diremmo che Aylmer è un narcisista e Georgiana una donna crudelmente abusata. Seppure l’Ottocento fosse ovviamente privo della terminologia odierna, è sicuro che Aylmer umilia e sminuisce costantemente la povera moglie con il suo ribrezzo. Aylmer non riesce a vedere che la donna che gli sta accanto è perfetta: dolce, innamorata, bellissima. Georgiana a sua volta viene completamente piegata dalla cattiveria del marito che, certo, non le dice niente di davvero cattivo, ma la umilia ogni giorno con gli sguardi di orrore che le rivolge e con le continue affermazioni riguardo alla voglia “deturpatrice”. Naturalmente la storia ha finale tragico e naturalmente è una favola con morale.

Un bellissimo racconto in cui l’orrore vero sta solo nella patologica ricerca della perfezione da parte del marito.

Angela Carter, La camera di sangue

Angela Carter, The Bloody Chamber, Penguin, London 1979.

Angela Carter in questo breve libro (126 pagine nella mia edizione, ma scritte fitte fitte), riprende le favole della tradizione e le riscrive in chiave dark ed erotica. C’è di tutto: Cappuccetto Rosso, Barbablù, La Bella e la Bestia, ma anche Dracula e i lupi mannari.

Protagonista di queste favole dark è sempre una donna, o meglio una ragazza o anche ragazzina: le eroine sono sempre molto, molto giovani, a volte hanno appena avuto il menarca. Il sangue, infatti, è un altro dei protagonisti di queste riscritture, come si può intuire anche dal titolo e, in questo caso, anche dalla bella copertina con l’illustrazione di Roxanna Bikadoroff.

Le mie storie preferite sono la prima, cioè quella che dà il titolo al libro, e The Lady of the House of Love (non so come sia stato tradotto il titolo in italiano).

Il primo racconto, La camera di sangue, si rifà alla storia di Barbablù. La giovane protagonista si sposa con un uomo molto più grande di lei, che vive in una dimora favolosa e ha già diversi matrimoni alle spalle. Dopo la prima notte di nozze, il marito parte per un viaggio lasciando alla giovane moglie un mazzo di chiavi, con la raccomandazione di non andare in una determinata stanza e il permesso di fare qualsiasi cosa lei voglia in tutte le altre. La ragazza, annoiata, va nella stanza proibita dove trova una vera camera delle torture. Destinata anch’essa alla morte per tortura, viene poi salvata dalla madre che arriva a cavallo.

Nel secondo racconto che ho citato è ripresa la storia di Dracula, ma questa volta il vampiro è una ragazza, anch’essa molto giovane, adolescente. Viene raccontata la sua storia e poi vediamo che un giorno un ciclista inglese arriva al castello e la ragazza-vampira se ne innamora, per poi morire definitivamente essendo ritornata donna vera e propria.

Altro protagonista dei racconti di Carter è lo stile: estremamente ricercato e “letterario”, lo stile dell’autrice è arzigogolato, infiorettato, barocco. Ma non solo barocco, barocchissimo. Saranno più le parole che non conoscete che quelle che avete già sentito (suppongo anche nella traduzione italiana, se è fedele all’originale). Se all’inizio questo stile raffinatissimo è piacevole da leggere, sempre ammesso che la ricercatezza in letteratura vi piaccia, dopo un po’ la scrittura mi è risultata stucchevole perché mi è sembrato di stare in un dizionario barocco. Nel senso che alla lunga sembrava più un esercizio di stile che altro, e forse lo era realmente. C’è da dire tuttavia che lo stile barocco ben si adatta a questo tipo di storie così “scure”.

Alcune storie sono ovviamente meno riuscite, anche se sono la minoranza. In alcuni casi mi pare che Carter si sia spinta un po’ troppo all’estremo, per esempio penso che la necrofilia se la potesse tranquillamente risparmiare. Ad ogni modo il libro mi è piaciuto molto.

Joseph Conrad, Amy Foster

Joseph Conrad, Amy Foster, pubblico dominio.

Questo breve racconto, pubblicato originariamente nel 1901, può essere scaricato gratuitamente e legalmente su Project Gutenberg, mentre a quanto pare in Italia è stato tradotto con lo stesso titolo e allegato a Repubblica alcuni anni fa. Probabilmente è presente sul mercato italiano anche in qualche raccolta di racconti scritti da Conrad. Ad ogni modo vi consiglio di cercarlo e, se lo troverete, dubito che ne rimarrete delusi.

È un racconto molto breve in cui Conrad narra la storia di Yanko (scopriremo il suo nome solo ben oltre la metà del racconto), un naufrago che si è ritrovato solo, sperduto e senza conoscere la lingua sulle coste inglesi, affamato e mezzo annegato, disperatamente bisognoso di aiuto. La storia porta il nome di Amy Foster perché è lei che incontriamo all’inizio del racconto, sebbene rimanga una figura in certo senso di contorno è comunque importantissima per lo sviluppo della storia.

Il dottor Kennedy è a passeggio nel villaggio in compagnia di un amico, e saluta una giovane donna con un bambino. È lei Amy Foster. Per quanto la ragazza sembri un essere completamente privo di interesse, Kennedy sente il bisogno di raccontarne la storia al suo amico. La storia però, come dicevo, non è davvero quella di Amy ma di quello che sarà suo marito, Yanko il naufrago.

Yanko, dopo aver compiuto un vero e proprio viaggio della speranza, partito dai Carpazi e raggirato da coloro che gli hanno consentito di intraprendere questo viaggio che avrebbe dovuto condurlo in America, si ritrova sbalzato sulla costa inglese dopo il naufragio della nave su cui era imbarcato. Nel villaggio si viene ovviamente a sapere dal naufragio ma, poiché vengono ritrovati solo cadaveri e poiché Yanko compare solo in seguito, nessuno mette in connessione l’uomo con la nave naufragata e tutti lo prendono per un pericoloso barbone. Forse anche perché le persone, specie in piccoli villaggi ma non solo, sono portate a vedere “l’altro” come sbagliato, cattivo, pericoloso, piuttosto che a pensare prima di tutto ad aver pietà di una persona bisognosa.

Pertanto gli abitanti del villaggio scacciano Yanko, che non parla una parola della loro lingua e perciò sembra ancora più minaccioso. Solo Amy gli dà un pezzo di pane, e la riconoscenza di Yanko sarà per sempre. In seguito, grazie al salvataggio di una bambina, Yanko inizia a essere visto con occhi un po’ meno sospettosi, ma comunque non è accettato dalla comunità, per i suoi modi così “estranei”. «Alla fine la gente si abituò a vederlo. Ma non si abituò mai a lui.» Così scrive Conrad nel racconto, spiegando la situazione in maniera eccellente. Sebbene vedere una persona possa diventare un’abitudine e quindi qualcosa di naturale, questo non significa che la stessa persona venga accettata: per compiere questa accettazione e integrazione nella società ci sarebbe bisogno di un passo successivo che la gente del villaggio non pensa minimamente di fare.

Conrad, anch’egli immigrato in Inghilterra da quella che allora era la Polonia (il suo paese natale si trova oggi in Ucraina), conosceva dunque bene la diffidenza con cui è visto lo “straniero”. E questa diffidenza, che si trasforma in pura cattiveria, la racconta egregiamente in questo racconto. Conrad è diventato un grandissimo scrittore in una lingua che non era la sua, il protagonista di questo racconto non avrà invece neppure un briciolo di quella fortuna. Ma è proprio questo che rende Joseph Conrad l’autore più adatto a narrare una storia di questo genere, che è poi una storia di ordinario razzismo: ordinario per i tempi, ordinario per la gente che non ci vede niente di male, straordinario e catastrofico per la persona che ne è oggetto, che morirà nella solitudine e di solitudine. E questo nonostante sia sposato con Amy e abbia avuto da lei un bambino, perché sua moglie stessa soccombe al pregiudizio e alle innumerevoli maldicenze che le sono state messe in testa dalla gente, e finisce per avere orrore di suo marito, un tempo tanto amato, solo perché parla in una lingua “strana” al bambino e prega in modo “strano”.

In questo senso Amy Foster è un racconto feroce che mette a nudo chiaramente cosa sia il razzismo e le conseguenze che può avere. Come direbbe William Burroughs, ci fa vedere “il pasto nudo”, cioè precisamente quello che abbiamo nel piatto, ovvero in questo caso come diventiamo quando diamo libero sfogo ai nostri pregiudizi e alle nostre paure nei confronti dell'”altro”.

Questo di Conrad è un racconto che di questi tempi dovremmo tenere tutti sul comodino, forse dovrebbero farcelo leggere alla scuola elementare, così da farci crescere con la chiara idea delle conseguenze orribili che può avere la “paura dell’altro”, o per chiamarla col suo nome, il razzismo.

Cingiz Ajtmatov, Occhio di cammello (Kirghizistan)

Cingiz Ajtmatov, Occhio di cammello (tit. originale Верблюжий глаз), Besa, Nardò 2013. Traduzione dal russo di Anna Maria Bosnjak.

Questa breve (99 pagine) raccolta di racconti è il centesimo libro che leggo per il mio giro del mondo, che oggi ci porta in un Paese, il Kirghizistan, di cui non sapevo assolutamente niente se non che si tratta di una ex repubblica sovietica. Ad essere del tutto sincera, facevo fatica anche a visualizzarlo su una carta geografica. Per cui, sebbene il libro non mi sia piaciuto granché, sono stata contenta di immergermi per un breve periodo nelle atmosfere di questo luogo per me sconosciuto.

Ajtmatov è stato un grande autore kirghiso, nato nel 1928 e morto nel 2008, convinto sostenitore del Partito Comunista sovietico e diplomatico oltre che scrittore. Questa raccolta di racconti risale al 1960, se non vado errata. Purtroppo la mia edizione non riporta alcun dato bibliografico, per cui mi sono dovuta affidare alle pochissime informazioni reperite online.

I racconti sono quattro, di vario spessore (e lunghezza): come accennavo non mi sono piaciuti molto, ma sono comunque interessanti.

Il primo, Lamento dell’uccello migratore, è quello che mi è piaciuto di meno, forse perché pieno di elementi religiosi, mitologici, spirituali soprattutto. In teoria questo avrebbe dovuto farmi apprezzare il racconto, fornendomi una finestra sulle tradizioni di questo popolo, ma è troppo lontano dalla mia sensibilità. Il contesto è quello del funerale di una giovane ragazza, a cui partecipa Kertolgo, moglie di Senirbaj. Non siamo però al funerale ma prima del funerale, quando Kertolgo si avvia a seguire il corteo funebre, ma prima si ferma a pregare sulle rive del lago, con il figlio Eleman accanto a sé. Molto impalpabile.

Il secondo racconto, quello che dà il titolo alla raccolta, è interessante. Ci troviamo in un kolchoz, nella steppa di Anarhaj, dove incontriamo varie figure fra cui le principali sono Kemel e Abakir. Il primo è un ragazzo studioso di etnologia e meccanica, che è andato nel kolchoz come addetto al vomere ma si ritrova suo malgrado a fare l’acquaiolo; il secondo è il trattorista che maltratta il giovane tutto il tempo. La loro è la storia di due giovani sovietici, il primo idealista il secondo più realista nonché meschino. Interessante la descrizione della vita nel kolchoz, vista attraverso gli occhi del giovane Kemel che pensa di essere arrivato in un paese d’oro, ma forse solo perché non ha ancora avuto modo di vedere la steppa nei momenti più duri? Tuttavia la vita nel kolchoz è fatta di duro lavoro, anche se c’è ancora un po’ di spazio pure per innamorarsi, forse.

Incontro con il figlio è a sua volta interessante. Il protagonista è un uomo ormai anziano che molti anni addietro ha perso in guerra l’amatissimo figlio, che era solo un ragazzo, ancora quasi imberbe. Il vecchio si mette in viaggio verso la tomba del figlio perché gli sembra di averlo sentito chiamare. È impazzito, diventato demente, o semplicemente non sopporta più il dolore di quella terribile perdita? Un racconto toccante, a mio parere.

L’ultimo, infine, brevissimo, è quello che mi è piaciuto di più. In Piccolo soldato il protagonista è un bambino di appena cinque anni, che non ha mai conosciuto il padre morto in guerra. Un giorno nel sovchoz arriva il cinema e viene proiettato un film di guerra. Il bambino è eccitatissimo perché a lui stesso piace giocare alla guerra con i suoi amici, in più è la prima volta che ha la possibilità di vedere un film. Per qualche motivo la madre indica uno degli attori dicendo al piccolo che quello è suo padre, e il bimbo se ne convince e corre a dirlo a tutti. Nessuno avrà il coraggio di dirgli che quello è solo un attore. Questo racconto, pur nella sua estrema brevità, 8 pagine, ci mette faccia a faccia con la speranza e il dolore di un bambino orfano di padre, e lo fa in maniera molto bella e delicata, facendoci vedere ciò che avviene con gli occhi del piccolo protagonista. Secondo me è il più riuscito.

La scrittura non mi è sembrata eccelsa, ma non so se questo dipenda dalla traduzione. Né lo saprò mai, non conoscendo il russo, quindi mi devo basare su quello che sono in grado di leggere. Per quanto la quarta di copertina paragoni Ajtmatov ai grandi scrittori russi dell’Ottocento, a me questa scrittura è sembrata piuttosto acerba e affrettata. Naturalmente io non sono nessuno per affermare una cosa del genere, ma il confronto con i russi dell’Ottocento senza ombra di dubbio mi è sembrato molto esagerato. Bisognerebbe, tuttavia, leggere altri libri dello stesso autore per sapere se questo paragone può avere qualche base di verità.

Tirando le somme, non è un libro che mi sento di consigliare, però può essere un’introduzione a un autore e a un Paese ignoti (o quantomeno poco noti) ai più, nella speranza di poter approfondire in futuro.