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Ian Sansom, The Case of the Missing Books (Irlanda del Nord)

Ian Sansom, The Case of the Missing Books, Harper Perennial, London 2006.

Un po’ di tempo fa stavo cercando dei libri da leggere per il mio giro del Regno Unito. Ian Sansom è un autore inglese, ma ha ambientato nell’Irlanda del Nord i suoi (per ora quattro) libri della serie Mobile Library Mystery. La trama di questo primo libro della serie mi sembrava interessante, così ho pensato che non avrebbe potuto esserci libro migliore per questa parte del Regno Unito.

Da un lato questo è vero perché le descrizioni dell’Irlanda del Nord e delle persone che ci vivono sono impareggiabili, sembra proprio di essere trasportati dentro questa parte settentrionale dell’isola irlandese, e di nuovo nella parte più settentrionale dell’Irlanda del Nord, nella contea di Antrim. Dall’altro lato non è stata un’ottima scelta perché questo libro è stato una delusione. Non che sia brutto, intendiamoci, ma non è neanche bello se è per questo.

Israel Armstrong, un ebreo londinese, ama leggere sopra ogni cosa, fin da quando era bambino. Questa sua passione si è andata sviluppando, seppure molto lentamente, in un lavoro: Israel infatti ha fatto qualche lavoretto come bibliotecario per poi finire a lavorare in una libreria in Essex. Quando riceve un’offerta di lavoro dalla biblioteca di Tumdrum, nella contea di Antrim, la parte più settentrionale dell’Irlanda del Nord, quasi non gli sembra vero, seppure con tutti i problemi che questa scelta porta con sé, primo fra tutti la distanza che si verrà a interporre fra lui e la sua fidanzata Gloria. Tuttavia Israel parte per Tumdrum, e noi lettori lo seguiamo in questa avventura che fin da subito si rivela piuttosto sgangherata. Israel è un uomo estremamente goffo, e tutta la sua goffaggine si ripercuote sulla sua intera vita e su tutto quello che gli capita.

Forse solo a Israel sarebbe potuto capitare di arrivare a Tumdrum e trovare la biblioteca permanentemente chiusa. Infatti, il suo ruolo come bibliotecario è in realtà quello di guidare il furgone della nuova (ma vecchia, perché esisteva anche anni addietro) biblioteca ambulante. Di fatto però, quando va in biblioteca a prendere i libri da trasferire nel furgone, scopre che tutti i 15.000 volumi sono scomparsi nel nulla. Di nuovo, probabilmente una cosa del genere sarebbe potuta succedere solo a lui. Parte quindi la sua avventura alla ricerca dei libri perduti, probabilmente rubati, chissà da chi. Tutto il romanzo ruota intorno a questa caccia al libro.

Ora, Sansom è sicuramente un bravo scrittore con un ottimo orecchio: ci sono moltissimi dialoghi in questo romanzo, e sono resi alla perfezione. Non sono inverosimili e letterari come capita in tanti romanzi, ma ricalcano fedelmente il parlato. Molto interessanti tra l’altro quando riflettono la parlata irlandese del nord: se Israel aveva grosse difficoltà a capire la parlata e la terminologia locali, figuratevi io che non sono madrelingua. Perciò la lettura è stata da questo punto di vista un po’ difficoltosa, ma del resto mi chiedo come abbiano reso queste sfumature linguistiche nella traduzione italiana, ma immagino che non le abbiano rese affatto, perdendo così molto dell’atmosfera originale del libro. Comunque, dicevo, l’autore è davvero bravo nei dialoghi, e anche nella caratterizzazione dei personaggi, che sembrano saltare fuori dalla pagina come persone in carne e ossa.

Tuttavia, nonostante l’evidente bravura, questi personaggi sono così antipatici che la loro tridimensionalità non mi è piaciuta molto. Non dico che i personaggi di un romanzo debbano essere per forza piacevoli, ci sono bellissimi romanzi con personaggi davvero odiosi. Semplicemente a me questo modo di rappresentare la realtà romanzesca non è piaciuto più di tanto.

Invece mi è piaciuta molto la rappresentazione del paesaggio, degli abitanti e della vita dell’Irlanda del Nord. Anche queste scritte magistralmente. L’Irlanda del Nord e, nello specifico, la contea di Antrim e i dintorni di Tumdrum (che, se ho ben capito, è una cittadina fittizia) sono descritte come un luogo brullo e difficile, dove la costa è aspra e la campagna la fa da padrona. Gli abitanti si conoscono tutti, l’IRA è sullo sfondo anche se ovviamente all’epoca del romanzo (ambientato nei primi anni 2000) non avvengono più atti di terrorismo, l’atmosfera è quella di un paesotto di provincia. I luoghi sembrano bellissimi e immagino che lo siano realmente. Agli occhi di Israel tutto questo è di un’arretratezza enorme, ma a me sono sembrati posti molto belli che mi piacerebbe poter visitare, anche se forse viverci sarebbe un po’ meno bello, ma non è detto, chissà. È vero che vedere tutto dal punto di vista di Israel rende il tutto quasi crudelmente brutto, ma si capisce chiaramente che sono le sue lenti ad essere scure, non l’ambiente ad essere ostile o brutto.

Il mistero in sé è un mistero solo per modo di dire, nel senso che sì, fino alla fine non si capisce bene cosa sia successo a questi 15.000 libri (anche se immagino che lettori più esperti di me possano arrivare da soli alla conclusione), ma comunque non si tratta affatto di un giallo come il titolo della serie potrebbe far credere. In ogni caso, la soluzione del mistero è probabilmente l’anello più debole della catena del romanzo, ed è pur vero che dovrebbe esserne l’aspetto principale, dato che tutto ruota intorno a questa ricerca del colpevole, ma resta il fatto che gli altri aspetti possono comunque rendere il libro godibile. Io, personalmente, non lo consiglierei, ma non escludo che possa piacere.

Il romanzo è tradotto in italiano da TEA con il titolo Il caso dei libri scomparsi.

Arturo Pérez-Reverte, Il club Dumas

Arturo Pérez-Reverte, Il club Dumas (tit. originale El club Dumas), il Saggiatore, Milano 2009. Traduzione di Ilide Carmignani.

Lucas Corso è un cacciatore di libri mercenario, al servizio di chi paga meglio. In questo caso il suo compito è occuparsi del manoscritto di un capitolo dei Tre moschettieri di Alexandre Dumas e allo stesso tempo di un misterioso libro a stampa pubblicato nel 1666, Le Nove Porte. In entrambi i casi deve accertare l’autenticità dei due testi. In particolare, Le Nove Porte è un libro molto raro, che è costato la morte sul rogo al suo tipografo, in quanto si tratta di un trattato di demonologia per invocare Satana, e che in teoria dovrebbe essere l’unica copia rimasta, sebbene dai cataloghi se ne conoscano altre due.

Un libro popolato di bibliofili, non nel senso di amanti delle letture, ma bibliofili veri, amanti dei libri antichi, collezionisti, gente disposta a tutto pur di mettere le mani su un libro citato in qualche catalogo specializzato. Bibliomani, forse, più che bibliofili.

Un esplicito omaggio al Nome della rosa, un libro di bibliofili per bibliofili, una demonologia arcana, un Umberto Eco satanista. Eppure il romanzo è tanto più di questo. In breve, potremmo dire un thriller letterario, capace di appassionare sia i lettori forti, che cercano testi di letteratura, sia gli amanti dei thriller, seppure questi ultimi debbano essere provvisti di una certa cultura per apprezzare appieno il romanzo. Che è infatti molto più godibile se si conoscono gli autori citati, in particolar modo Alexandre Dumas (soprattutto I tre moschettieri), ma anche Arthur Conan Doyle e non solo.

Qualcuno potrebbe dirlo un feuilleton, un romanzo d’intrattenimento, ma se lo è (e certamente lo è), lo fa con una certa cultura. E sicuramente fa venire voglia di (ri)leggere Dumas.

Geraldine Brooks, People of the Book (Australia)

Geraldine Brooks, People of the Book, Fourth Estate, London 2008. 372 pagine.

Mi capita molto di rado di leggere lentamente perché non voglio che un libro finisca. Con questo libro mi è capitato. Leggevo poche pagine, poi mi fermavo e facevo qualcos’altro. Non potevo tollerare che il libro finisse. Ora che è finito, un po’ mi dispiace, ma so che porterò sempre con me il suo ricordo.

Il romanzo è la storia fittizia di un libro vero, la Haggadah di Sarajevo. Un libro ebraico antichissimo, realizzato in Spagna nel XIV secolo (XV nel romanzo). Uno dei libri più belli che ci siano stati tramandati. Nel romanzo, nel 1996 il libro viene ritrovato in una Sarajevo sconvolta dalla guerra, grazie a un bibliotecario musulmano. È una scoperta importantissima, sia perché si pensava che il manoscritto fosse stato distrutto durante la guerra, sia per il suo valore simbolico, perché deve servire come simbolo dell’unità di un Paese martoriato dalla guerra. Dall’Australia viene chiamata Hanna Heath a restaurarlo, una giovane restauratrice molto esperta nonostante i suoi trent’anni.

Il romanzo è la storia di questo libro preziosissimo. La storia di Hanna, che lo restaura, e la storia del libro come oggetto fisico, che seguiamo attraverso dei salti indietro nel tempo intervellati con la storia di Hanna. Per esempio, come ci è finita dentro un’ala di farfalla? E quella macchia di vino, che storia racconta? L’autrice ci porta indietro nel tempo per scoprire questo e altri misteri, e lo fa in modo magistrale. La scrittura di Brooks è fluida, scorrevole, bella.

Un romanzo per chi ama i libri antichi, ma anche per chi ama le belle storie. Consigliatissimo.

In italiano è tradotto da Neri Pozza con il titolo di I custodi del libro.

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature altre.]

 

Carlos Ruiz Zafón, L’ombra del vento (Spagna)

Carlos Ruiz Zafón, L’ombra del vento (tit. originale La sombra del viento), Mondadori, Milano 2006. Traduzione di Lia Sezzi.

Il libro parte bene, con una visita di Daniel undicenne e suo padre al Cimitero dei Libri Dimenticati, il posto dove vanno a finire i libri in qualunque modo dimenticati, perché possano continuare a vivere. L’idea è bellissima e mi sono convinta a leggerlo proprio per questo, perché pensavo che fosse una storia di questo posto magico.

In realtà invece è la storia di Daniel Sempere che, al Cimitero dei Libri dimenticati, prende un romanzo di un tale Julián Carax dal titolo L’ombra del vento, se ne appassiona e da quel momento deciderà di voler sapere tutto sull’autore. L’idea poteva anche non essere male, in effetti, ma è un libro che va avanti per pagine e pagine (più di 400) in maniera ingarbugliatissima e pedante. Il finale inoltre si estende per pagine e pagine in un modo veramente insopportabile. Tanto che mi sarebbe piaciuto di più senza questo finale lunghissimo, inverosimile e incasinato. Alla fine non riuscivo più ad andare avanti nella lettura.

Insomma, una buona idea sviluppata male, e il romanzo è molto lontano dall’essere un libro sull’amore per la letteratura come avevo pensato all’inizio, se non altro perché non ha niente di letterario (è intrattenimento puro). Peccato, un’occasione sprecata.

Anatole France, Il delitto di Sylvestre Bonnard (Francia)

Anatole France, Il delitto di Sylvestre Bonnard (tit. originale Le crime de Sylvestre Bonnard), Edizioni Sylvestre Bonnard, Milano 2007. Traduzione di Alessandro Serra. 188 pagine, 22,50 euro.

Avevo questo libro da tanto tempo, e finalmente ho deciso di leggerlo. Ne sono rimasta un po’ delusa, sebbene sia scritto molto bene e anche la storia non sia male, però mi aspettavo qualcosa di meglio e forse anche di diverso.

La storia è quella dell’anziano Sylvestre Bonnard, bibliofilo parigino da cui trae il nome la casa editrice milanese che si occupa di bibliofilia e di libri sui libri in generale. Seguiamo le vicende del bibliofilo Bonnard attraverso il suo diario, che copre un arco di tempo di una ventina d’anni. Lo incontriamo per la prima volta nella sua biblioteca, che egli chiama la Città dei libri, la vigilia di Natale, intento a contendersi il posto vicino al caminetto con il gatto Amilcare. Un uomo suona alla porta, è un rappresentante di libri, ma Sylvestre Bonnard ama e apprezza solo i libri antichi, perciò lo manda via comprandogli un libro per farlo contento. In seguito viene a sapere che l’uomo, il signor Coccoz, vive nella soffitta del suo stesso palazzo insieme alla moglie incinta. Più tardi l’uomo morirà e la vedova si consolerà in fretta, sposando il principe Trépof. Non si dimenticherà però della gentilezza del vecchio Bonnard e gli farà avere la copia della Legenda aurea da lui tanto desiderata.

La seconda parte invece ci fa conoscere la giovane Jeanne Alexandre, che Bonnard prenderà in simpatia in quanto figlia del suo antico amore Clémentine. Si occuperà di farla star bene nell’istituto in cui studia ma, dopo la proposta di matrimonio dell’istitutrice, viene cacciato in malo modo, accusato di voler corrompere la minorenne. In seguito riuscirà a rapirla e a diventare suo tutore, lasciandole in dote la sua biblioteca che venderà all’asta. Il suo delitto è rubare di notte alcuni libri dalla biblioteca per riporli in una scansia e tenerli per sé. Insomma, il delitto che un bibliofilo può compiere.

Il libro è scritto in maniera molto raffinata e vengono citati tanti libri antichi che la postfazione si prende la briga di identificare. Ma è un libro per bibliofili, e io non credo di esserlo, anzi non lo sono di certo. Risulta dunque un po’ noioso, anche se la scrittura è assai piacevole e fa perdonare anche la noia. Lo consiglio tuttavia solo ai bibliofili, e non ai semplici lettori, siano anche forti.

* Il libro sul sito dell’editore.
* Una recensione.
* Anatole France.