Amélie Nothomb, Libri da ardere

Amélie Nothomb, Les combustibles, Albin Michel, 1994.

*Libro pubblicato in italiano nel 2003 da Robin come Libri da ardere, con la traduzione di Alessandro Grilli.*

La domanda classica: quale libro porteresti con te su un’isola deserta? Una domanda che ogni lettore si è posto a un certo punto della sua vita di lettore, e a cui probabilmente ha fatto fatica a rispondere. In questa pièce teatrale dell’autrice belga, invece, la prospettiva si ribalta: quale libro saresti disposto a sacrificare per un bene superiore?

Siamo in un paese imprecisato, in un periodo storico imprecisato. Sappiamo solo che è in corso una guerra, che è inverno e che i nostri tre protagonisti si trovano in una città assediata che sta vivendo il suo secondo inverno di assedio. Come possiamo dunque immaginare, fanno da sfondo la morte, la fame, il freddo. Quest’ultimo però non è sullo sfondo, ma è anzi il nucleo intorno a cui ruota il dramma: è un inverno molto freddo, i tre protagonisti (un professore cinquantenne senza nome, un assistente trentenne di nome Daniel e la sua fidanzata ventenne di nome Marina) si trovano in una casa gelida e praticamente priva di mobili, in quanto li hanno già bruciati tutti per riscaldarsi. Resta solo una grande libreria con moltissimi libri. Gli scaffali sono di metallo, quindi non possono essere bruciati.

Inevitabilmente, a un certo punto uno dei tre soffrirà così tanto il freddo da proporre l’indicibile: bruciare i libri per fare un po’ di calore.

Va tenuto presente che i tre protagonisti sono tre persone che sostanzialmente vivono dell’università: uno come professore, l’altro come assistente e l’ultima come studentessa. Sono quindi persone colte che danno moltissimo valore alla letteratura e al mezzo che permette di veicolarla, ossia il libro cartaceo. Eppure, la disperazione può far passare sopra perfino alle proprie passioni più profonde e autentiche.

I protagonisti, stremati da una guerra e da un assedio che sembrano infiniti, da un freddo che sembra divorarli pezzo per pezzo, si riducono a comportarsi come animali. Anzi, come dice Marina, forse non si comportano come animali, ma sono animali.

Marina è la più disperata dei tre: magra, emaciata, piccola e giovanissima, soffre il freddo molto più degli altri. Il professore lo sopporta stoicamente in un vano tentativo di darsi un’apparenza di normalità: nonostante il gelo, rifiuta di indossare il cappotto in casa perché vuole avere la libertà di stare senza cappotto in casa sua. Un modo disperato di attaccarsi a una normalità che non c’è più da tempo, a un’abitudine che necessariamente dovrebbe essere rivista e stravolta perché le condizioni non sono più normali. Daniel, invece, passa molto tempo in università: si mette vicino al muro, dove passano le tubature che gli permettono di sentire un po’ di calore.

Marina non trova conforto, non trova pace: Marina è il volto della disperazione, della perdita di speranza e di umanità. Marina ha un solo scopo oramai nella vita, tutte le sue energie tendono a quello e tutta la sua giornata è trascorsa nel tentativo di soddisfare quell’esigenza: combattere il freddo. La ragazza cerca il caldo dovunque riesca a trovarlo, e il posto più logico sono i libri che tappezzano le pareti della casa del professore.

Le parole pronunciate da Marina nel corso della breve pièce sono terribili, Marina è davvero regredita al rango di bestia, ma ciò che rende ancora più drammatica questa regressione è la naturalezza con cui la ragazza la porta avanti. Riusciamo a scorgere tratti di dolcezza in Marina, riusciamo a vedere come in passato, prima della guerra, sia stata una ragazza dolce, tenera, forse allegra, sicuramente intellettuale, molto probabilmente piena di vita. Non resta niente di questo, ora. Oggi, Marina vuole solo scaldarsi, e non arretrerà di fronte a niente per ottenere il suo scopo.

I libri, in realtà, sembrano essere solo un pretesto per raccontare una storia di abbrutimento. Ma l’abbrutimento che qui vediamo è circonfuso di un’aura che non ci aspetteremmo: dopotutto, i nostri protagonisti erano degli intellettuali in tempo di pace, e questo significa che sullo sfondo della loro disperazione riusciamo ancora a vedere un barlume di ciò che erano in precedenza. Perciò siamo di fronte a un abbrutimento tanto più straniante in quanto non ce lo aspetteremmo in tre persone di questo genere. Eppure, la guerra è guerra per tutti, e la regressione è inevitabile per chiunque, qualunque sia la sua classe sociale o il suo livello culturale.

Infine, tuttavia, sono proprio i libri il sottile filo che ancora lega Marina alla vita: Marina, si badi bene, non gli altri due che, seppur teoricamente avrebbero dovuto essere i più legati a un’umanità di stampo culturale, a quanto pare invece sono i più veloci nel regredire completamente, rovesciando così le aspettative iniziali del lettore-spettatore. Marina vuole salvare un libro, un libro solo, l’ultimo che rimane, perché è bello. Dice semplicemente così, e lo ripete, il libro “è bello”. Fa tenerezza il suo modo di riferirsi a questo libro, non disquisisce come il professore, il libro è semplicemente, puramente “bello”. Quando anche questo libro scomparirà nelle fiamme, Marina non avrà più motivo di vivere. Non per il valore del libro in sé, ma per quello che il libro rappresentava per lei: l’ultimo, fragilissimo baluardo contro l’imbarbarimento e la bestializzazione. Così, non le resta che andare a passeggiare sulla piazza, aspettando che inevitabilmente i nemici (i “barbari”) la uccidano. È questo il modo in cui gli abitanti della città decidono di porre termine alla propria vita quando questa perde completamente qualunque parvenza di senso.

 

Helga Schneider, Il rogo di Berlino

Helga Schneider, Il rogo di Berlino, Adelphi, Milano 1995.

Helga Schneider nasce in Slesia nel 1937, trascorre l’infanzia a Berlino e, dopo aver vissuto in Austria, dal 1963 risiede in Italia e ha adottato l’italiano come sua lingua letteraria.

La piccola Helga viene abbandonata dalla madre, insieme al fratellino Peter, nel 1941. La madre è una fervente nazista che decide di dedicare la sua vita al Führer e alla causa nazista. Andrà a “lavorare” a Birkenau, dove fa la guardiana, e dopo la guerrà verrà condannata a sei anni di carcere. Quando Helga decide di incontrarla per la prima volta dopo l’abbandono, nel 1971, la madre non fa che parlare della sua “bella” vita sotto il nazismo, per concludere dicendo che a quell’epoca era qualcuno, e ora non è nessuno.

Helga e suo fratello vengono lasciati dapprima con la nonna, in seguito il padre si risposa e i bimbi andranno a vivere con la matrigna, mentre il padre viene mandato al fronte. La matrigna non sopporta Helga e non perde occasione per maltrattarla, mandandola prima in un istituto di correzione simile a un lager, poi in un collegio dove invece la piccola si troverà bene. Il collegio è appena fuori Berlino e sembra di stare in una sorta di oasi felice, mentre Berlino è sottoposta ai pesanti bombardamenti sovietici. Nonostante questo Hilde, la sorella della matrigna, va a riprendere Helga per riportarla a Berlino.

Qui Helga, suo fratello, la matrigna, Opa (ovvero il nonno acquisito) e Hilde quando non è al Ministero della Propaganda dove lavora, sono costretti a vivere in una cantina per ripararsi dai pesantissimi bombardamenti che ridurranno la città in un cumulo di macerie e cenere a causa dei roghi continui. I due bambini sono violentemente privati della loro infanzia, non vedono che morte, devastazione, violenza e terrore intorno a sé, e non conoscono praticamente altro.

By Bundesarchiv, B 145 Bild-P054320 / Weinrother, Carl / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5474888

Man mano che i mesi passano, gli abitanti della cantina, e in realtà tutti gli abitanti di Berlino, scenderanno in una spirale di orrore: niente o quasi più cibo, code inverosimili per riempire le taniche di un’acqua sempre più rara finché non sarà necessario bere quella del fiume che attraversa la città, malattie, denutrizione, sete, cadaveri ovunque, allarmi aerei, bombardamenti senza preallarme. Le persone, inevitabilmente, si abbrutiranno sempre più finché pian piano sembrerà ormai impossibile mantenere anche un briciolo di dignità: per cui non esitano a uccidere per procurarsi del cibo, ad avventarsi l’uno sull’altro per un tozzo di pane, e così via. La discesa in questo orrore sembra essere velocissima, il che probabilmente è dovuto al fatto che il libro è molto corto, appena 229 pagine, perciò il racconto è succinto per forza di cose.

Poi, a un certo punto, arriva improvvisa la pace, con i russi che occupano la città e che, in generale, sembrano essere buoni con gli abitanti della cantina, ma quando ubriachi non esitano a stuprare brutalmente donne e ragazze.

Helga Schneider ha dovuto vedere tanti di quegli orrori che mi domando come sia potuta rimanere sana di mente, ma poi mi dico che la sua è stata la sorte di tutti coloro che hanno vissuto la guerra, e probabilmente moltissimi di loro ne sono stati gravemente traumatizzati, mentre gli altri sono sopravvissuti mentalmente indenni forse perché sono riusciti ad aiutarsi a vicenda in mezzo a tanto orrore. Eppure, dice Helga, quello che loro hanno vissuto non è niente a confronto di quello che, scoprono a guerra finita, hanno dovuto subire milioni di ebrei nei campi di concentramento.

Helga vuole ricordare, lo dice più volte nel corso del libro, lei anche da bambina vuole guardare tutto, anche le cose più orribili come la morte di una ragazza tisica stuprata da un soldato russo, perché per lei fin da subito la memoria è importantissima. Tanto che per lei sarà difficile staccarsi da Berlino quando nel 1947 se ne andranno per seguire il padre tornato in Austria (la famiglia è di origine austriaca). E credo che questo libro sia stato scritto proprio con l’intento di dare voce a quella memoria, a quella storia.

All’inizio sembra un libro volto a esaminare l’abbandono di Helga da parte della madre e la conseguente vita con la matrigna, ma inevitabilmente questa vita con la matrigna si intreccia alla storia del rogo di Berlino, e perciò man mano il libro diventa il racconto dei bombrdamenti subiti da Berlino, visti con gli occhi di una bambina che è dovuta crescere più in fretta della sua età. È perciò un libro straziante, prima per le angherie subite da Helga, poi per il racconto di ciò che i berlinesi hanno dovuto subire sotto le bombe. Ed è, io credo, un libro che va letto, da tutti, e poco importa se molti ritengono che l’autrice non sappia scrivere (cosa che a mio parere, tra l’altro, non è affatto vera): al di là della maestria o meno dell’autrice, è un libro importante, e sarebbe bene che fosse conosciuto da molte più persone.

By No 5 Army Film & Photographic Unit, Wilkes A (Sergeant) – This is photograph BU 8604 from the collections of the Imperial War Museums (collection no. 4700-30), Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=640213

Danny Scheinmann, Random Acts of Heroic Love

Danny Scheinmann, Random Acts of Heoric Love, Black Swan, London 2007. 432 pagine.

Questo libro mi è stato regalato due anni fa da un’amica bookcorsara come premio per una sfida di lettura. L’ho lasciato ad aspettare due anni perché ero un po’ diffidente, le storie d’amore mi rendono sempre un po’ diffidente. Penso spesso che siano melense e che non facciano per me. La maggior parte delle volte, in effetti, è vero, ma non sempre (vedi per esempio La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo). Ora sono stata molto contenta di aver letto questo libro, che ho letto in pochissimi giorni nonostante non sia proprio brevissimo. Non riuscivo a smettere di leggere, e oltretutto la lettura è molto scorrevole, senza accorgermene avevo letto 100 pagine o più. Per un po’ mi sono dilettata con l’idea di mettere questo romanzo fra i miei preferiti; non credo che ci finirà, ma ci devo ancora pensare.

Le storie sono due, e potete leggere tranquillamente quello che sto per scrivere perché per una volta non vi svelerò niente che non avvenga all’inizio del libro. C’è la storia di Leo Deakin, inglese, che nel 1992 si sveglia in un ospedale in Ecuador senza ricordi di quello che è successo: gli dicono che c’è stato un incidente in pullman e che la sua ragazza, Eleni, greca, è morta. I due sono poco più che ventenni e si amavano tantissimo. (Una delle pochissime cose che non mi hanno proprio convinto di questo libro è stata la giovane età dei protagonisti. Perché non prendere una coppia di trentenni o quarantenni anziché ventenni? Non sarebbe stata tanto più verosimile e profonda la loro storia d’amore? Non voglio certo dire che i ventenni non possano amare, ma il sentimento non sarà tanto più profondo con una maggiore maturità sulle spalle? Una mia piccola idiosincrasia, probabilmente.) La seconda storia è quella di Moritz Daniecki, un ragazzo polacco (a quell’epoca parte dell’Impero Austro-Ungarico) poco più che adolescente, costretto a lasciare la sua amata Lotte Steinberg per andare a combattere proprio all’inizio della prima guerra mondiale. Il loro amore è contrastato dal padre di lei, in quanto la famiglia è molto ricca, contrariamente a quella di Moritz. I due non si sono scambiati altro che un bacio ma, come Leo ed Eleni, si amano pazzamente.

Dunque abbiamo due storie di perdita dell’amore: nel primo caso per la morte di una dei due, nel secondo per la guerra. Ci sono tutti i presupposti per una storia melensa, eppure non è così. Inoltre, sappiamo che a un certo punto le due storie si intrecceranno (altrimenti non farebbero parte dello stesso romanzo, no?), ma per diverso tempo non sono proprio riuscita a capire come. Forse qualcun altro ci riuscirebbe tranquillamente, io l’ho capito solo dopo due terzi del libro. Prima che l’arcano venisse svelato, perché a un certo punto risulta piuttosto evidente anche ai più ottusi come me.

La storia di Leo è narrata in terza persona da un narratore onnisciente, ed è la storia del suo amore perduto, quindi è questa la parte veramente sdolcinata del romanzo. La storia di Moritz invece è raccontata da lui personalmente a un interlocutore che all’inizio non conosciamo, ma che ci viene rivelato prestissimo. Quella di Moritz non è una storia sdolcinata, ma terribile, perché Moritz parla della guerra. E non risparmia alcun particolare drammatico o orribile; del resto, così come non lo risparmia neppure il narratore della storia di Leo.

Ora, ho detto che la storia non è melensa. No, infatti non lo è, ma è comunque molto sentimentale e strappalacrime. Non sapete quanto ho pianto leggendo questo libro, soprattutto all’inizio. Tuttavia, questa caratteristica non impedisce al romanzo di essere praticamente perfetto. La narrazione è perfetta e verosimile, la scrittura è ottima, la storia (o le storie, che poi in realtà appunto si intrecciano) è bellissima. È vero, sono storie d’amore, ma come dicevo quando ho recensito La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, che ho linkato sopra, quando una storia è bella non importa che sia d’amore o meno. Io ve lo consiglio caldamente.

Il libro è stato tradotto in italiano da Corbaccio come Piccoli gesti di amore eroico.

Questo è il romanzo d’esordio di Danny Scheinmann, attore. Per essere un romanzo d’esordio, tanti complimenti davvero. Se volete saperne di più su Danny Scheinmann o sulla sua attività di scrittore, e se conoscete l’inglese, potete visitare il suo sito. Qui è anche possibile leggere il primo capitolo del libro, ascoltare un paio di interviste all’autore, e scoprire, per esempio, quanto c’è di autobiografico nel romanzo (c’è molto, ma non leggete quell’articolo perché vi svela alcune cose che non vorrete sapere prima di iniziare a leggere).

 

Malala Yousafzai, I Am Malala (Pakistan)

Malala Yousafzai, I Am Malala, Weidenfeld & Nicholson, London 2015.

Tutti conosciamo la storia di Malala, che nel 2012, a soli 15 anni, è stata vittima di un attacco mirato da parte dei Talebani ed è sopravvissuta miracolosamente alla sparatoria dopo che un proiettile le aveva perforato la testa, passando vicinissimo al cervello. Malala nel 2014 ha vinto il premio Nobel per la pace, la più giovane persona mai premiata nella storia del Nobel. Malala è un’attivista per il diritto all’educazione dei bambini, che fin da piccola si è battuta perché i bambini del suo paese, il Pakistan, potessero ricevere la dovuta educazione, e in particolar modo le bambine, a cui un editto dei Talebani aveva vietato di accedere al sistema scolastico.

Tutti conosciamo la sua storia, e in molti abbiamo letto il libro in cui lei stessa la narra insieme alla giornalista Christina Lamb. Ma chi non l’ha ancora letto dovrebbe assolutamente farlo, perché questo è un libro importante e la storia di Malala è fonte d’ispirazione e di motivazione per tante altre persone, che siano esse oppresse o meno.

Il libro parla di Malala fin dalla nascita, passando per la più tenera infanzia, e arrivando al presente in cui è stato scritto, cioè al 2013. Ma parla anche della storia del Pakistan, uno stato tormentatissimo fin dai suoi inizi, scorporato dall’India nel 1947 e reso nazione a sé. La storia è in realtà soprattutto quella della valle dello Swat, da cui Malala proviene: una regione montuosa a maggioranza Pashtun, l’etnia prevalente in Afghanistan, con cui infatti la valle confina. La regione è stata devastata, negli anni 2000, dai Talebani, che in poco tempo presero il controllo della valle, imponendo la loro visione del mondo oppressiva e violenta. Sostanzialmente il governo del Pakistan rimase a guardare e la valle dello Swat divenne teatro di violenze, attentati e repressioni da parte dei Talebani.

I Talebani sono contrari alla benché minima emancipazione femminile, ragion per cui proibirono alle bambine l’accesso all’educazione, relegandole in casa nella purdah, ovvero nell’isolamento più totale. Malala fin da bambina, a poco più di 10 anni, si batte per sconfiggere questa violenta visione del mondo che impedisce alle bambine di essere educate, ed è per questo che i Talebani hanno tentato di ucciderla, nonostante fosse poco più di una bambina all’epoca del tentato omicidio.

Devo dire che capisco poco chi dice che non si aspettava di trovare tanta storia e politica in questo libro, o che il libro è noioso a causa di questi contenuti. È vero, nella prima metà il racconto di Malala stenta a decollare e può risultare pesante perché i fatti storici e politici narrati sono tanti, ma sono raccontati in modo semplice e con dovizia di particolari, senza però appesantire troppo il discorso. Credo che questa cornice storico-politica sia essenziale per capire il contesto in cui è avvenuto l’attentato a Malala, nonché ovviamente il contesto in cui è andato nascendo e sviluppandosi il suo attivismo.

In conclusione penso che sia un libro che tutti dovrebbero leggere, sia per capire meglio la storia di questa coraggiosissima ragazza, sia per comprendere la storia di un paese e soprattutto la storia dell’oppressione talebana, sia per capire quanto coraggio, passione e determinazione ci vogliano per dedicare la propria intera vita a una causa.

Michael Ondaatje, The English Patient (Sri Lanka)

Michael Ondaatje, The English Patient, Picador, London 1993. 307 pagine.

Non ho visto il film Il paziente inglese e non ero particolarmente attratta da questo libro, ma ho deciso di leggerlo per un motivo tanto semplice quanto banale: perché l’autore, Michael Ondaatje, è nato in Sri Lanka nonostante viva in Canada da molti anni, e il libro mi serviva dunque per il mio giro del mondo.

Sta di fatto che questo romanzo non mi è piaciuto per niente e, per quanto abbia sentito dire da più parti che il film è molto più bello, non mi viene voglia di vederlo, almeno per il momento.

Il libro si salva dall’insufficienza totale solo perché lo stile di Ondaatje mi è piaciuto molto, l’ho trovato molto lirico e dolce. Ma non si può valutare un romanzo per il solo stile di scrittura, pertanto il libro resta comunque insufficiente ai miei occhi, per quanto non finisca nell’elenco dei libri più brutti mai letti. Di sicuro però finisce in quello, ipotetico, dei più noiosi.

Ci ho messo una settimana a leggere un romanzo di 300 pagine, che per i miei standard di lettura è tutto dire. Non che si debba per forza leggere velocemente, ma il fatto è che io leggo velocemente, e quando questo non avviene è segno inequivocabile che il libro ha qualcosa che non va ai miei occhi.

La storia è nota quindi non la ripeterò, il fatto è che non ho capito bene dove questo romanzo volesse andare a parare. Voleva raccontare una, anzi due, storie d’amore? Voleva parlare del periodo caotico verso la fine della seconda guerra mondiale? Voleva parlare della vita dei partecipanti alla guerra? Voleva parlare della bruttura della guerra? Probabilmente voleva fare tutte queste cose insieme, e molte altre ancora, ma le fa, a mio avviso, molto male.

La pecca principale di questo romanzo è il suo essere terribilmente noioso, irrevocabilmente noioso. Racconta gli avvenimenti con molto lirismo ma con zero passione, se questo vi sembra possibile. Non fa venire nessuna voglia di “vedere come va a finire”, di scoprire cosa succede dopo, come si avviluppano i fili del destino dei personaggi. Fa tutto con un passo molto, troppo lento, con un incedere rallentato e sonnacchioso, che sicuramente sarà voluto ma non fa proprio per me.

In definitiva non ci voglio neanche sprecare troppe parole, perché a mio avviso questo sopravvalutatissimo romanzo non le merita.