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Danny Scheinmann, Random Acts of Heroic Love

Danny Scheinmann, Random Acts of Heoric Love, Black Swan, London 2007. 432 pagine.

Questo libro mi è stato regalato due anni fa da un’amica bookcorsara come premio per una sfida di lettura. L’ho lasciato ad aspettare due anni perché ero un po’ diffidente, le storie d’amore mi rendono sempre un po’ diffidente. Penso spesso che siano melense e che non facciano per me. La maggior parte delle volte, in effetti, è vero, ma non sempre (vedi per esempio La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo). Ora sono stata molto contenta di aver letto questo libro, che ho letto in pochissimi giorni nonostante non sia proprio brevissimo. Non riuscivo a smettere di leggere, e oltretutto la lettura è molto scorrevole, senza accorgermene avevo letto 100 pagine o più. Per un po’ mi sono dilettata con l’idea di mettere questo romanzo fra i miei preferiti; non credo che ci finirà, ma ci devo ancora pensare.

Le storie sono due, e potete leggere tranquillamente quello che sto per scrivere perché per una volta non vi svelerò niente che non avvenga all’inizio del libro. C’è la storia di Leo Deakin, inglese, che nel 1992 si sveglia in un ospedale in Ecuador senza ricordi di quello che è successo: gli dicono che c’è stato un incidente in pullman e che la sua ragazza, Eleni, greca, è morta. I due sono poco più che ventenni e si amavano tantissimo. (Una delle pochissime cose che non mi hanno proprio convinto di questo libro è stata la giovane età dei protagonisti. Perché non prendere una coppia di trentenni o quarantenni anziché ventenni? Non sarebbe stata tanto più verosimile e profonda la loro storia d’amore? Non voglio certo dire che i ventenni non possano amare, ma il sentimento non sarà tanto più profondo con una maggiore maturità sulle spalle? Una mia piccola idiosincrasia, probabilmente.) La seconda storia è quella di Moritz Daniecki, un ragazzo polacco (a quell’epoca parte dell’Impero Austro-Ungarico) poco più che adolescente, costretto a lasciare la sua amata Lotte Steinberg per andare a combattere proprio all’inizio della prima guerra mondiale. Il loro amore è contrastato dal padre di lei, in quanto la famiglia è molto ricca, contrariamente a quella di Moritz. I due non si sono scambiati altro che un bacio ma, come Leo ed Eleni, si amano pazzamente.

Dunque abbiamo due storie di perdita dell’amore: nel primo caso per la morte di una dei due, nel secondo per la guerra. Ci sono tutti i presupposti per una storia melensa, eppure non è così. Inoltre, sappiamo che a un certo punto le due storie si intrecceranno (altrimenti non farebbero parte dello stesso romanzo, no?), ma per diverso tempo non sono proprio riuscita a capire come. Forse qualcun altro ci riuscirebbe tranquillamente, io l’ho capito solo dopo due terzi del libro. Prima che l’arcano venisse svelato, perché a un certo punto risulta piuttosto evidente anche ai più ottusi come me.

La storia di Leo è narrata in terza persona da un narratore onnisciente, ed è la storia del suo amore perduto, quindi è questa la parte veramente sdolcinata del romanzo. La storia di Moritz invece è raccontata da lui personalmente a un interlocutore che all’inizio non conosciamo, ma che ci viene rivelato prestissimo. Quella di Moritz non è una storia sdolcinata, ma terribile, perché Moritz parla della guerra. E non risparmia alcun particolare drammatico o orribile; del resto, così come non lo risparmia neppure il narratore della storia di Leo.

Ora, ho detto che la storia non è melensa. No, infatti non lo è, ma è comunque molto sentimentale e strappalacrime. Non sapete quanto ho pianto leggendo questo libro, soprattutto all’inizio. Tuttavia, questa caratteristica non impedisce al romanzo di essere praticamente perfetto. La narrazione è perfetta e verosimile, la scrittura è ottima, la storia (o le storie, che poi in realtà appunto si intrecciano) è bellissima. È vero, sono storie d’amore, ma come dicevo quando ho recensito La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, che ho linkato sopra, quando una storia è bella non importa che sia d’amore o meno. Io ve lo consiglio caldamente.

Il libro è stato tradotto in italiano da Corbaccio come Piccoli gesti di amore eroico.

Questo è il romanzo d’esordio di Danny Scheinmann, attore. Per essere un romanzo d’esordio, tanti complimenti davvero. Se volete saperne di più su Danny Scheinmann o sulla sua attività di scrittore, e se conoscete l’inglese, potete visitare il suo sito. Qui è anche possibile leggere il primo capitolo del libro, ascoltare un paio di interviste all’autore, e scoprire, per esempio, quanto c’è di autobiografico nel romanzo (c’è molto, ma non leggete quell’articolo perché vi svela alcune cose che non vorrete sapere prima di iniziare a leggere).

 

Malala Yousafzai, I Am Malala (Pakistan)

Malala Yousafzai, I Am Malala, Weidenfeld & Nicholson, London 2015.

Tutti conosciamo la storia di Malala, che nel 2012, a soli 15 anni, è stata vittima di un attacco mirato da parte dei Talebani ed è sopravvissuta miracolosamente alla sparatoria dopo che un proiettile le aveva perforato la testa, passando vicinissimo al cervello. Malala nel 2014 ha vinto il premio Nobel per la pace, la più giovane persona mai premiata nella storia del Nobel. Malala è un’attivista per il diritto all’educazione dei bambini, che fin da piccola si è battuta perché i bambini del suo paese, il Pakistan, potessero ricevere la dovuta educazione, e in particolar modo le bambine, a cui un editto dei Talebani aveva vietato di accedere al sistema scolastico.

Tutti conosciamo la sua storia, e in molti abbiamo letto il libro in cui lei stessa la narra insieme alla giornalista Christina Lamb. Ma chi non l’ha ancora letto dovrebbe assolutamente farlo, perché questo è un libro importante e la storia di Malala è fonte d’ispirazione e di motivazione per tante altre persone, che siano esse oppresse o meno.

Il libro parla di Malala fin dalla nascita, passando per la più tenera infanzia, e arrivando al presente in cui è stato scritto, cioè al 2013. Ma parla anche della storia del Pakistan, uno stato tormentatissimo fin dai suoi inizi, scorporato dall’India nel 1947 e reso nazione a sé. La storia è in realtà soprattutto quella della valle dello Swat, da cui Malala proviene: una regione montuosa a maggioranza Pashtun, l’etnia prevalente in Afghanistan, con cui infatti la valle confina. La regione è stata devastata, negli anni 2000, dai Talebani, che in poco tempo presero il controllo della valle, imponendo la loro visione del mondo oppressiva e violenta. Sostanzialmente il governo del Pakistan rimase a guardare e la valle dello Swat divenne teatro di violenze, attentati e repressioni da parte dei Talebani.

I Talebani sono contrari alla benché minima emancipazione femminile, ragion per cui proibirono alle bambine l’accesso all’educazione, relegandole in casa nella purdah, ovvero nell’isolamento più totale. Malala fin da bambina, a poco più di 10 anni, si batte per sconfiggere questa violenta visione del mondo che impedisce alle bambine di essere educate, ed è per questo che i Talebani hanno tentato di ucciderla, nonostante fosse poco più di una bambina all’epoca del tentato omicidio.

Devo dire che capisco poco chi dice che non si aspettava di trovare tanta storia e politica in questo libro, o che il libro è noioso a causa di questi contenuti. È vero, nella prima metà il racconto di Malala stenta a decollare e può risultare pesante perché i fatti storici e politici narrati sono tanti, ma sono raccontati in modo semplice e con dovizia di particolari, senza però appesantire troppo il discorso. Credo che questa cornice storico-politica sia essenziale per capire il contesto in cui è avvenuto l’attentato a Malala, nonché ovviamente il contesto in cui è andato nascendo e sviluppandosi il suo attivismo.

In conclusione penso che sia un libro che tutti dovrebbero leggere, sia per capire meglio la storia di questa coraggiosissima ragazza, sia per comprendere la storia di un paese e soprattutto la storia dell’oppressione talebana, sia per capire quanto coraggio, passione e determinazione ci vogliano per dedicare la propria intera vita a una causa.

Michael Ondaatje, The English Patient (Sri Lanka)

Michael Ondaatje, The English Patient, Picador, London 1993. 307 pagine.

Non ho visto il film Il paziente inglese e non ero particolarmente attratta da questo libro, ma ho deciso di leggerlo per un motivo tanto semplice quanto banale: perché l’autore, Michael Ondaatje, è nato in Sri Lanka nonostante viva in Canada da molti anni, e il libro mi serviva dunque per il mio giro del mondo.

Sta di fatto che questo romanzo non mi è piaciuto per niente e, per quanto abbia sentito dire da più parti che il film è molto più bello, non mi viene voglia di vederlo, almeno per il momento.

Il libro si salva dall’insufficienza totale solo perché lo stile di Ondaatje mi è piaciuto molto, l’ho trovato molto lirico e dolce. Ma non si può valutare un romanzo per il solo stile di scrittura, pertanto il libro resta comunque insufficiente ai miei occhi, per quanto non finisca nell’elenco dei libri più brutti mai letti. Di sicuro però finisce in quello, ipotetico, dei più noiosi.

Ci ho messo una settimana a leggere un romanzo di 300 pagine, che per i miei standard di lettura è tutto dire. Non che si debba per forza leggere velocemente, ma il fatto è che io leggo velocemente, e quando questo non avviene è segno inequivocabile che il libro ha qualcosa che non va ai miei occhi.

La storia è nota quindi non la ripeterò, il fatto è che non ho capito bene dove questo romanzo volesse andare a parare. Voleva raccontare una, anzi due, storie d’amore? Voleva parlare del periodo caotico verso la fine della seconda guerra mondiale? Voleva parlare della vita dei partecipanti alla guerra? Voleva parlare della bruttura della guerra? Probabilmente voleva fare tutte queste cose insieme, e molte altre ancora, ma le fa, a mio avviso, molto male.

La pecca principale di questo romanzo è il suo essere terribilmente noioso, irrevocabilmente noioso. Racconta gli avvenimenti con molto lirismo ma con zero passione, se questo vi sembra possibile. Non fa venire nessuna voglia di “vedere come va a finire”, di scoprire cosa succede dopo, come si avviluppano i fili del destino dei personaggi. Fa tutto con un passo molto, troppo lento, con un incedere rallentato e sonnacchioso, che sicuramente sarà voluto ma non fa proprio per me.

In definitiva non ci voglio neanche sprecare troppe parole, perché a mio avviso questo sopravvalutatissimo romanzo non le merita.

Benson Deng, Alephonsion Deng e Benjamin Ajak, They Poured Fire on Us from the Sky (Sudan del Sud)

Benson Deng, Alephonsion Deng e Benjamin Ajak, They Poured Fire on Us from the Sky. The True Story of Three Lost Boys from Sudan, PublicAffairs, New York 2005. 311 pagine.

Ci ho messo quasi un mese a finire questo libro, e non certo perché fosse brutto. È al contrario un libro bellissimo, uno dei più belli letti quest’anno, ma è terribile nel raccontare la violenza inimmaginabile subita da questi bambini. E il fatto che siano storie vere certo non aiuta, perché pensare che questi ragazzi hanno vissuto tutto quel dolore e quella sofferenza atroci fa stare veramente male. Come dice la curatrice nell’epilogo, siamo abituati a vedere le guerre in televisione come se si trattasse di film d’azione, ma la gente queste guerre le vive davvero e venirne a conoscenza è qualcosa che strazia.

I tre autori sono fuggiti dalle loro case, nel Sudan del Sud (Dinkaland) quando avevano da 5 a 7 anni, quindi erano davvero piccolissimi. Sono scappati per tutto il Sudan del Sud, per fuggire dalla violenza dei militari del governo sudanese contro il loro popolo, i Dinka. Sono arrivati prima in Etiopia, poi in Kenya, fino ad approdare infine negli Stati Uniti, dove hanno potuto ricominciare la loro vita, dopo ben quattordici anni passati in fuga o nei campi per rifugiati. Quando scrivono questo libro sono ormai dei giovani sui 20 anni, ma è come se avessero tanti più anni per tutte le atrocità che sono stati costretti a vedere e a subire. Eppure non perdono mai la loro gioia e vitalità di bambini prima e ragazzini poi, sebbene confessino di non essere più abituati a sorridere.

Hanno rischiato di morire di fame decine di volte, così come hanno rischiato di morire per infezioni o malattie come la febbre gialla. Hanno visto durante la loro fuga gli scheletri della gente fuggita prima di loro e poi morta di stenti lungo la strada. Hanno vissuto atroci punizioni in alcuni campi non regolamentari. Hanno bevuto la propria urina per non morire di sete sotto il sole cocente dell’Equatore. Hanno sofferto e visto gli altri soffrire e morire, così tanto da stringere il cuore. Sono stati dichiarati i bambini vittime di guerra più traumatizzati della storia. Sono stati costretti a subire tutto questo a un’età talmente precoce da condizionarne tutta la vita futura. Eppure non si sono persi d’animo, e una volta in America, con l’aiuto della curatrice Judy A. Bernstein e di editor esperti hanno voluto scrivere la loro storia, quella storia che tante persone più adulte di loro hanno preferito tacere e conservare per sempre in sé, perché sarebbe stato troppo doloroso tirarla fuori. Dicono di averlo fatto per dare un ricordo di sé ai propri figli e nipoti. Ma danno anche a noi una testimonianza di importanza fondamentale su quello che è accaduto in Sudan.

Un vero peccato che questo libro non sia tradotto in italiano. È vero che è stato scritto ormai quasi dieci anni fa, ma non mi sembra affatto datato, e spero che qualche editore, se mi sta leggendo, voglia colmare questa lacuna. Consiglio caldamente questo libro a chiunque sia in grado di leggere in inglese.

* Il sito dedicato al libro.
* Un estratto.

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature altre.]

Simona Baldelli, Evelina e le fate

Simona Baldelli, Evelina e le fate, Giunti, Firenze – Milano 2013. 252 pagine, 12 euro.

Mi sono avvicinata a questo libro grazie al bookcrossing, dopo aver letto un paio di recensioni assolutamente positive sul forum. E ho fatto bene a fidarmi di quelle recensioni, e ringrazio tanto Barbara per aver messo a disposizione una copia di questo bellissimo romanzo.

L’inizio non è stato all’insegna dell’amore a prima vista: entrare nel dialetto pesarese per me, che sono marchigiana ma del sud, è stato difficilissimo. Leggo senza problemi i romanzi di Camilleri in siciliano, ma mi trovo in difficoltà di fronte a un dialetto proveniente da 100 km da me. Può sembrare strano, ma è così.

La storia stessa all’inizio non mi ha preso, ma sono stata contenta di aver perseverato perché, andando avanti nella lettura, il libro svela tutto il suo valore e la scrittrice tutta la sua bravura.

La protagonista di questo romanzo è Evelina, una bambina di 5 anni che vive nella provincia di Pesaro. È dal suo punto di vista che vediamo gli avvenimenti dell’ultimo anno della seconda guerra mondiale, dalla lotta quotidiana per una vita dignitosa, agli ebrei nascosti da persone di buon cuore, dalla vita quotidiana nei campi, all’arrivo degli alleati, passando per tutto quello che ci può essere nel mezzo. Leggere degli orrori della guerra dal punto di vista di una bambina così piccola dà un sapore tutto diverso alla letteratura dedicata alla seconda guerra mondiale.

In tutto questo il dialetto, usato quasi solo per i dialoghi (che però sono numerosi) si inseirsce perfettamente per rendere la realtà di un affresco di guerra tanto realistico quanto contornato da elementi magici (le fate), grazie appunto agli occhi di Evelina. Mi spingo addirittura a dire che il romanzo non avrebbe avuto la stessa forza senza il dialetto. Resta però che è stato per me difficile da seguire, sebbene ciò non mi abbia impedito di leggere questo libro d’un fiato.

Lo consiglio a tutti, davvero.

* Il libro sul sito dell’editore, con la possibilità di leggere il primo capitolo.
* Una recensione e il booktrailer su Wuz.