Elizabeth von Arnim, Fräulein Schmidt and Mr Anstruther – 1907

Questa volta la mia amata Elizabeth von Arnim mi ha fatto penare un po’, ma alla fine ne è valsa la pena. Fino a circa il 70% del libro ho sbadigliato e mi sono annoiata, poi il romanzo si è ripreso egregiamente.

Questo libro, tradotto in italiano da Bollati Boringhieri come Lettere di una donna indipendente o, nella nuova edizione, Una donna indipendente, è un romanzo epistolare nel quale le uniche lettere che leggiamo sono quelle scritte da Fräulein Schmidt, mentre possiamo solo intuire il contenuto delle lettere di Mr Anstruther da quello che scrive Rose-Marie. Una forma che mi è piaciuta molto, devo dire.

Vi avverto che da ora in poi saranno presenti spoiler, leggete a vostro rischio e pericolo.

Nelle prime lettere Mr Anstruther è chiamato “caro Roger”: infatti, i due si sono fidanzati in segreto. Il signor Anstruther era ospite a casa di Rose-Marie a Jena, in Germania, dove prendeva lezioni di tedesco da suo padre. Poco prima di tornare in Inghilterra, i due si sono dichiarati il proprio amore di nascosto dalle rispettive famiglie, e le prime lettere che si scambiano sono appassionate come ci si potrebbe aspettare da due giovani innamorati.

A un certo punto però il signor Anstruther rompe il fidanzamento, del resto senza conseguenze dal momento che nessuno ne era a conoscenza. Infatti Rose-Marie è povera e lui sente di poter aspirare a ben altro, inoltre ha già pronta una nuova fidanzata. Dopo un po’ riprende a scrivere a Rose-Marie e iniziano una corrispondenza, diventando così buoni amici.

Dopo poco tempo però il signor Anstruther lascia anche la nuova fidanzata e, dalle lettere di Rose-Marie, capiamo che c’è un’inquietudine in lui. Rose-Marie fa finta quasi fino alla fine di non capire di che si tratti, ma pian piano risulta evidente che il signor Anstruther ha scoperto di essere realmente innamorato di lei. I due continuano comunque a scriversi.

Le lettere della signorina Schmidt sono piene di piccoli aneddoti quotidiani e riflessioni sulla vita, molto nello stile di von Arnim. Però contrariamente agli altri nove (!) romanzi che ho letto di questa autrice, questa volta mi sono molto annoiata a leggere delle piccole vicissitudini quotidiane di questa giovane ventiseienne. Come dicevo, però, le cose a un certo punto cambiano e sono contenta di aver perseverato quando avrei voluto abbandonare la lettura.

Mr Anstruther si scopre di nuovo innamorato di Fräulein Schmidt e diventa sempre più insistente. Rose-Marie, dopo l’iniziale cocente delusione dovuta all’essere stata lasciata, si scopre invece una donna indipendente e capacissima di gioire della propria quotidianità fatta di natura, amore per il padre, libri e in seguito anche una bella amicizia con una nuova vicina di casa. Ma Anstruther è sempre più insistente e non vuole credere al fatto che Rose-Marie si sia rifatta una vita, sebbene da single e vivendo ancora con il padre. Diciamolo, a un certo punto il signor Anstruther diventa niente meno che uno stalker. A questo punto abbiamo la conferma di come Rose-Marie sia davvero indipendente e non possiamo che prendere le sue parti.

Penso che valga la pena leggere questo libro per l’ultimo terzo e anche per qualche riflessione interessante di Rose-Marie. Non lo considero di certo tra i libri più riusciti di Elizabeth von Arnim (e infatti mi pare che non sia neanche tanto conosciuto), ma se avete letto altro di questa autrice e volete approfondire ne vale comunque la pena. Sconsigliatissimo cominciare la sua conoscenza con questo libro. Consigliato perseverare anche se all’inizio sembra noioso.

Titolo: Fräulein Schmidt and Mr Anstruther
Titolo italiano: Lettere di una donna indipendente / Una donna indipendente
Autrice: Elizabeth von Arnim
Casa editrice: pubblico dominio
Pubblicazione originale: 1907
Numero di pagine: 392
Lingua originale: inglese

Daniel H. Wilson, Robopocalypse

Torno a leggere un romanzo post-apocalittico, molto fantascientifico in questo caso. L’idea mi sembrava davvero interessante: i robot, guidati da un’intelligenza artificiale di nome Archos, si ribellano agli uomini e iniziano una sanguinosa guerra contro di loro, con lo scopo di distruggerli completamente. Un tema molto attuale quello del potere delle intelligenze artificiali. Inoltre mi ha un po’ ricordato, seppure in senso contrario, il racconto La macchina si ferma di E.M. Forster.

Devo dire però che lo svolgimento è stato un po’ diverso rispetto alle mie aspettative, non perché il romanzo fosse diverso da come me lo immaginavo (la storia me la immaginavo proprio così), quanto perché purtroppo l’ho trovato parecchio noioso. Dopo la parte prettamente apocalittica, quella in cui viene raccontata la ribellione delle macchine e la loro distruzione dell’umanità, ho cominciato a perdere interesse e la seconda metà del libro, quella propriamente post-apocalittica, che racconta la guerra tra uomini e robot, è stata una specie di tortura fatta di sbadigli.

Il libro, secondo me, è pure scritto un po’ male. Tanto per cominciare ci sono degli errori/orrori di grammatica (l’ho letto in lingua originale) che non ho capito se fossero dovuti effettivamente all’autore o se volesse in questo modo ricalcare il parlato dei personaggi. Non è chiarissimo, secondo me. Inoltre, mi ha infastidito enormemente un fatto: c’è una guerra in Afghanistan e uno dei protagonisti, americano, dice di aver dovuto imparare l’arabo. Ma perché? Quando l’arabo non è la lingua ufficiale dell’Afghanistan? È ignoranza da parte dell’autore o cosa? Aveva paura che se avesse scritto “pashto” anziché “arabo” il pubblico americano si sarebbe chiesto che diavolo fosse quella roba lì? O davvero crede che in Afghanistan si parli arabo? Tra l’altro, a un certo punto mentre il nostro eroe e un ragazzo afghano parlano insieme in arabo, il ragazzo non riesce a ricordarsi come si dica una parola… ma perché, se in teoria stavano parlando nella sua lingua madre (che appunto non sarebbe la sua lingua madre nella realtà, ma lo è nella testa dell’autore)?

Ho letto in molte recensioni che l’idea del romanzo non è neanche tanto originale, ma su questo non so giudicare perché leggo poca o niente fantascienza.

Comunque, io personalmente non lo consiglio, anche se magari a molti potrebbe anche piacere. Se però siete alla ricerca di un post-apocalittico, cercate altro (e magari anche se siete alla ricerca di un romanzo di fantascienza).

Titolo: Robopocalypse
Titolo italiano: Robopocalypse
Autore: Daniel H. Wilson
Casa editrice: Vintage
Pubblicazione originale: 2011
Numero di pagine: 370
Lingua originale: inglese

Pat Frank, Alas, Babylon (Addio Babilonia)

Essendo una grande amante del genere apocalittico e post-apocalittico, quando tempo fa una persona su Goodreads disse di aver molto apprezzato questo libro ho deciso di prenderlo, anche perché l’ho trovato gratuitamente su Project Gutenberg Canada. Devo dire che leggerlo in questo periodo non è forse stata una buona idea, ma ciò non toglie che io lo abbia apprezzato moltissimo.

Un giorno Randy riceve da suo fratello Mark un messaggio che termina con due parole: “Addio Babilonia”, una sorta di codice concordato tra i due per comunicare un evento di portata apocalittica. Infatti, Mark è un militare di alto livello e siamo nel bel mezzo della guerra fredda (il romanzo è stato scritto nel 1959). Con quel messaggio Mark vuole comunicare al fratello che la Russia è in procinto di lanciare un attacco nucleare sugli Stati Uniti.

Puntualmente, l’evento temuto si verificherà e sarà anche molto peggio del previsto. Interi stati degli USA saranno dichiarati contaminati, intere città annientate. La Florida sarà una delle zone contaminate, ma non così la piccola cittadina di Fort Repose, dove vive Randy.

Fort Repose è una specie di oasi fortunata nella quale non ci sono state grosse conseguenze nell’immediato, anche se ovviamente col passare del tempo tutto si farà molto difficile: andrà via la corrente, il cibo scarseggerà e così anche le medicine, ci saranno dei predoni lungo le strade…

Il romanzo racconta i momenti immediatamente antecedenti la caduta delle bombe atomiche, l’attacco vero e proprio e nella seconda parte la vita dopo l’attacco.

L’ho trovato un romanzo molto interessante e ben congegnato, forse profetico addirittura, anche se il livello di distruzione che narra è talmente estremo da sembrarci quasi impossibile (ma chissà). Sicuramente è figlio del suo tempo, ma l’ho trovato interessante anche per questo. Oggi ci sembra profetico, ai tempi della guerra fredda doveva essere un monito. Inoltre, ho trovato di grande interesse il fatto che sia ambientato in Florida, dove c’era rigida separazione tra bianchi e neri, cosa che, come nota Randy, non avveniva negli altri due terzi del paese. Questo è un particolare importante perché alcuni dei protagonisti sono uomini e donne di colore: com’è ovvio, dopo una catastrofe del genere, le differenze e gli odi razziali vengono messi in secondo piano perché si deve sopravvivere tutti insieme.

In conclusione, molto consigliato.

Titolo: Alas, Babylon
Titolo italiano: Addio Babilonia
Autore: Pat Frank
Casa editrice: pubblico dominio
Pubblicazione originale: 1959
Numero di pagine: 323
Lingua originale: inglese

Jim Butcher, Storm Front

Leggendo questo libro, primo di una lunga e fortunata serie chiamata The Dresden Files e pubblicato per la prima volta nel 2000, ho capito da dove ha tratto ispirazione Kevin Hearne con la sua bella serie del druido Atticus Finch. Il concetto di base è lo stesso: siamo nel mondo contemporaneo, un mondo del tutto normale, in cui però ci sono degli esseri magici che operano senza uscire allo scoperto, e seguiamo le vicende di uno di questi esseri. In questo caso Harry Dresden opera invece allo scoperto, ma è l’unico mago di Chicago a farlo, gli altri restano sotto copertura. Harry Dresden si pubblicizza come mago perfino nell’equivalente delle Pagine Gialle americane, e sulla porta del suo ufficio c’è una targa che lo identifica come mago.

Harry Dresden è in bolletta, ma per fortuna trova due potenziali clienti all’inizio del libro: una donna che gli chiede di trovare il marito scomparso (cosa che di solito lui non fa perché non è un investigatore privato) e la polizia che gli chiede aiuto per un caso un po’ troppo strano per essere un comune omicidio. Insieme a Harry seguiamo queste due indagini.

Il libro è pieno di azione e molto divertente. Ho trovato Harry Dresden un personaggio molto simpatico, un po’ come Atticus Finch ma meglio. Mi sono divertita tantissimo a leggere questo libro, che è ovviamente di puro intrattenimento, cosa che ogni tanto ci vuole decisamente.

Ho anche scoperto che l’urban fantasy è un genere che mi piace moltissimo, anche se prima non lo avevo mai considerato sotto questo punto di vista, anzi diciamo che non ero proprio a conoscenza della sua definizione, sebbene a quanto pare io abbia letto già qualche libro di questo genere. Manuel Marangoni lo definisce come un genere in cui «lo sfondo è sempre di tipo cittadino e le creature – fantastiche – sono integrate nella società».

Molto consigliato se volete divertirvi un po’. Peccato che, a quanto mi risulta, non sia mai stato tradotto in italiano, e questo nonostante possa vantare traduzioni in moltissime altre lingue, dal francese al giapponese al thailandese ecc. Case editrici italiane, svegliatevi!

Titolo: Storm Front
Autore: Jim Butcher
Casa editrice: ROC
Pubblicazione originale: 2000
Numero di pagine: 332

Silvia Moreno-Garcia, The Beautiful Ones

Generalmente non leggo romanzi rosa (o romance che dir si voglia), ma per Silvia Moreno-Garcia faccio volentieri un’eccezione, dopo aver letto altri tre suoi libri che ho trovato eccezionali. Silvia Moreno-Garcia mi ricorda per certi versi Margaret Atwood, per la straordinaria capacità di scrivere libri sempre diversi e spaziare tra vari generi senza mai commettere errori. Però in questo è più “estrema” di Atwood, perché i libri che scrive sono davvero di generi differenti e non soltanto diversi da un punto di vista tematico-stilistico. Dopo un horror (Mexican Gothic), un fantasy mitologico (Gods of Jade and Shadow) e un noir (Velvet Was the Night), mi sento di dire che anche col romance Moreno-Garcia non ne sbaglia una. Dopo quattro libri, posso dire tranquillamente che di questa autrice leggerei anche la lista della spesa, se la pubblicassero.

Ci troviamo in un mondo inventato, in una città chiamata Loisail, in un’epoca che ricorda molto la Belle Epoque e in un contesto molto francese, tanto che quasi tutti i nomi sono francesi. A Loisail è la stagione di punta per i balli e soprattutto il periodo in cui le ragazze dell’alta società si danno da fare a cercare marito. Nina arriva in città da un paesino di campagna ed è ospite di suo cugino Gaétan e di sua moglie Valérie. L’intento è trovarle un marito e “raffinare” i suoi modi di campagna troppo inadatti all’alta società di cui fa parte per diritto di nascita.

Nella prima scena ci troviamo a uno dei tanti balli e seguiamo Hector Auvray, un illusionista con poteri di telecinesi. Hector è al ballo per incontrare Valérie Beaulieu, invece incontrerà casualmente Nina Beaulieu. E no, non sarà affatto amore a prima vista.

Alcuni recensori lamentano il fatto che questo romanzo sembri una telenovela: hanno ragione, ma questo non me lo ha fatto apprezzare di meno. La scrittura di Moreno-Garcia è fulgida, la caratterizzazione dei personaggi è eccellente (abbiamo in questo romanzo uno dei personaggi più crudeli che io abbia mai incontrato – eccetto che nei thriller – ma non vi dirò chi perché non è subito chiaro). Non vedevo l’ora di andare avanti nella lettura per sapere cosa sarebbe successo a Nina, che mi ha fatto subito grande simpatia per i suoi modi non convenzionali.

Pur utilizzando un narratore onnisciente, l’autrice alterna diversi punti di vista, che non fanno che farci amare Nina, nella sua ingenuità e nel suo candore, odiata da uno dei personaggi principali, disprezzata da molti per il suo talento (anche lei, come Hector Auvray, ha poteri di telecinesi, che però non è ancora in grado di controllare). Non ho trovato macchiettistici i personaggi anche se alcuni loro tratti sono marcati, come la crudeltà in un caso, l’ingenuità nel caso di Nina, la testardaggine bovina di non rassegnarsi alla fine di un amore in un altro caso.

Mi è piaciuto moltissimo e non vedo l’ora di continuare a leggere gli altri libri di Silvia Moreno-Garcia. Non m’importa se in questo momento è una scrittrice super in voga: la sua fama è meritata, e non devo certo giustificarmi per il fatto di apprezzare un’autrice da bestseller.

Titolo: The Beautiful Ones
Autrice: Silvia Moreno-Garcia
Casa editrice: Jo Fletcher Books
Pubblicazione originale: 2017
Numero di pagine: 306