Emily St. John Mandel, Stazione undici

Emily St. John Mandel, Stazione Undici (tit. originale Station Eleven), Bompiani, Milano 2015. Traduzione di Milena Zemira Ciccimarra. 412 pagine.

Questo libro mi incuriosiva già da parecchio tempo, perché non ne avevo sentito parlare altro che bene, perciò quando mi è stato regalato per Natale ho deciso di leggerlo subito. La mia reazione al romanzo è blandamente positiva, nel senso che è senz’altro un bel libro, ma al contempo è ben lontano dall’essere quel capolavoro di cui avevo tanto sentito parlare.

È sostanzialmente un romanzo post-apocalittico, sebbene il focus non sia tanto sulla vita dopo l’evento apocalittico, quanto piuttosto sulla vita in genere, sull’amore, sull’arte, sul valore dell’amicizia, sul fondamentalismo, e su mille altre cose che elevano questo libro dalla mera letteratura di genere per inscriverlo piuttosto nella vera e propria letteratura.

L’idea di fondo deve moltissimo a L’ombra dello scorpione di Stephen KIng, perché anche qui ci troviamo di fronte a un’influenza che stermina il 99% della popolazione. Tuttavia in questo caso non si tratta di un virus generato dall’uomo, ma di una vera e propria, letale mutazione del virus influenzale. Un po’ come la spagnola del 1918, ma peggio.

Partendo da un episodio apparentemente scollegato dall’idea di fondo – ovvero la morte in scena di un attore mentre sta recitando il Re Lear a teatro – il romanzo prosegue per continui salti indietro e in avanti, andando dal momento dello scoppiare della pandemia (lo stesso momento in cui l’attore moriva a teatro) a vent’anni dopo, passando per molti eventi avvenuti durante questi venti anni e anche prima. Devo essere sincera, tutti questi flashback e flashforward mi hanno un po’ intontita – non ho problemi in genere a seguire questo tipo di narrazione, ma in questo caso mi è sembrata un’accozzaglia di eventi un po’ sconnessi fra loro, sebbene sia pur vero che piano piano tutti i pezzi del puzzle si incastrano e si capisce come mai l’autrice abbia deciso di raccontare tutti questi episodi.

I veri protagonisti del libro sono l’attore Arthur Leander e l’Orchestra Sinfonica Itinerante, un’orchestra/gruppo teatrale che si è costituita qualche anno dopo la “fine del mondo” e che va in giro per Canada e USA recitando Shakespeare e suonando. Un inno all’arte e a tutto ciò che è bello, che questi artisti vogliono preservare in questo mondo post-apocalittico.

Come dicevo il libro mi è piaciuto, ma ha degli evidenti difetti che non possono renderlo bellissimo, come ad esempio l’essere ondivago nei suoi innumerevoli salti temporali, e una scrittura che lascia un po’ a desiderare, anche se temo che sia un problema di traduzione più che dell’autrice. La traduttrice ha scarsa padronanza dei congiuntivi e scrive un italiano molto sintatticamente inglese che rende difficile la lettura. Peccato. In ogni caso, traendo le conclusioni, è un libro che mi sento di consigliare, anche se vi avviso che non dovete aspettarvi un’opera d’arte e neppure un’opera particolarmente originale.

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