Silvia Moreno-Garcia, The Beautiful Ones

Generalmente non leggo romanzi rosa (o romance che dir si voglia), ma per Silvia Moreno-Garcia faccio volentieri un’eccezione, dopo aver letto altri tre suoi libri che ho trovato eccezionali. Silvia Moreno-Garcia mi ricorda per certi versi Margaret Atwood, per la straordinaria capacità di scrivere libri sempre diversi e spaziare tra vari generi senza mai commettere errori. Però in questo è più “estrema” di Atwood, perché i libri che scrive sono davvero di generi differenti e non soltanto diversi da un punto di vista tematico-stilistico. Dopo un horror (Mexican Gothic), un fantasy mitologico (Gods of Jade and Shadow) e un noir (Velvet Was the Night), mi sento di dire che anche col romance Moreno-Garcia non ne sbaglia una. Dopo quattro libri, posso dire tranquillamente che di questa autrice leggerei anche la lista della spesa, se la pubblicassero.

Ci troviamo in un mondo inventato, in una città chiamata Loisail, in un’epoca che ricorda molto la Belle Epoque e in un contesto molto francese, tanto che quasi tutti i nomi sono francesi. A Loisail è la stagione di punta per i balli e soprattutto il periodo in cui le ragazze dell’alta società si danno da fare a cercare marito. Nina arriva in città da un paesino di campagna ed è ospite di suo cugino Gaétan e di sua moglie Valérie. L’intento è trovarle un marito e “raffinare” i suoi modi di campagna troppo inadatti all’alta società di cui fa parte per diritto di nascita.

Nella prima scena ci troviamo a uno dei tanti balli e seguiamo Hector Auvray, un illusionista con poteri di telecinesi. Hector è al ballo per incontrare Valérie Beaulieu, invece incontrerà casualmente Nina Beaulieu. E no, non sarà affatto amore a prima vista.

Alcuni recensori lamentano il fatto che questo romanzo sembri una telenovela: hanno ragione, ma questo non me lo ha fatto apprezzare di meno. La scrittura di Moreno-Garcia è fulgida, la caratterizzazione dei personaggi è eccellente (abbiamo in questo romanzo uno dei personaggi più crudeli che io abbia mai incontrato – eccetto che nei thriller – ma non vi dirò chi perché non è subito chiaro). Non vedevo l’ora di andare avanti nella lettura per sapere cosa sarebbe successo a Nina, che mi ha fatto subito grande simpatia per i suoi modi non convenzionali.

Pur utilizzando un narratore onnisciente, l’autrice alterna diversi punti di vista, che non fanno che farci amare Nina, nella sua ingenuità e nel suo candore, odiata da uno dei personaggi principali, disprezzata da molti per il suo talento (anche lei, come Hector Auvray, ha poteri di telecinesi, che però non è ancora in grado di controllare). Non ho trovato macchiettistici i personaggi anche se alcuni loro tratti sono marcati, come la crudeltà in un caso, l’ingenuità nel caso di Nina, la testardaggine bovina di non rassegnarsi alla fine di un amore in un altro caso.

Mi è piaciuto moltissimo e non vedo l’ora di continuare a leggere gli altri libri di Silvia Moreno-Garcia. Non m’importa se in questo momento è una scrittrice super in voga: la sua fama è meritata, e non devo certo giustificarmi per il fatto di apprezzare un’autrice da bestseller.

Titolo: The Beautiful Ones
Autrice: Silvia Moreno-Garcia
Casa editrice: Jo Fletcher Books
Pubblicazione originale: 2017
Numero di pagine: 306

Karin Boye, Kallocaina

Ho letto che Karin Boye è considerata una delle più grandi scrittrici svedesi e che in patria è una specie di mito della letteratura. Purtroppo questa fama non pare aver oltrepassato i confini nazionali e, seppure questo libro sia stato tradotto in diverse lingue, non ha tuttavia il successo che meriterebbe (almeno in Italia, dove è ormai fuori catalogo da anni). Invece dovrebbe, a mio parere, essere molto più conosciuto e apprezzato, perché non ha nulla da invidiare ad altre distopie più famose come Noi di Evgenij Zamjatin, Il mondo nuovo di Aldous Huxley e 1984 di George Orwell. In particolare, quest’ultimo è stato scritto qualche anno dopo Kallocaina, ma già nel romanzo di Karin Boye troviamo nelle case l’occhio e l’orecchio della polizia.

Ci troviamo in uno Stato distopico chiamato Stato Mondiale, che ricorda molto da vicino gli Stati totalitari comunisti. In questo Stato, la comunità/Stato è tutto, l’individuo è niente: «Il singolo non era che una cellula senza altro scopo che servire la totalità dell’insieme». L’individuo deve conformarsi al pensiero corrente: «La cosa più importante è la capacità di abbandonare il proprio punto di vista per abbracciare quello giusto». Niente è privato (grazie anche all’occhio e all’orecchio della polizia di cui parlavo sopra, che sono presenti in tutti gli edifici), tutto è e deve essere pubblico: «Da pensieri e sentimenti nascono parole e azioni. Come possono, dunque, pensieri e sentimenti essere una questione privata? Non appartiene ogni soldato interamente allo Stato? E a chi dovrebbero appartenere allora pensieri e sentimenti, se non allo Stato?» Da notare, quando si parla di “soldato”, che tutti gli abitanti dello Stato Mondiale sono soldati e a questo sono addestrati e abituati fin da piccoli.

All’interno di questo Stato Mondiale, siamo nella Città Chimica N. 4, dove abita Leo Kall insieme alla moglie Linda e ai loro tre bambini. Kall è un chimico e ha inventato un siero della verità che chiamerà kallocaina. Nel libro assistiamo alla sperimentazione del siero su cavie umane (prese dal Servizio Sacrificio Volontario, dove chi entra come volontario viene destinato a fare da cavia umana in esperimenti chimici di ogni genere) e poi alla successiva utilizzazione nello Stato Mondiale. Il siero sembra funzionare alla perfezione, tanto che renderà possibile l’introduzione della tipologia di crimini del pensiero: ogni cittadino potrà essere denunciato e sottoposto alla kallocaina, allo scopo di verificare la presenza di eventuali pensieri contrari allo spirito totalizzante e collettivista dello Stato Mondiale.

Non voglio dire più di questo per non rovinare la lettura, ma sappiamo fin dall’inizio che il libro è il diario di Leo Kall dalla prigionia. Solo alla fine scopriremo di che tipo di prigionia si tratti esattamente.

Come dicevo, questa è una distopia che nulla ha da invidiare alle altre distopie più famose e meriterebbe di essere ancora sugli scaffali delle librerie al loro fianco. È anche scritto molto bene e condensa in poche pagine un distillato di quella società distopica che vuole descrivere. Totalitarismo, comunismo collettivista portato agli estremi, plagio delle coscienze che non devono neppure pensare di contemplare qualcosa di diverso dal totale asservimento allo Stato. Un romanzo molto forte, eccellente. Ne consiglio la lettura a tutti e non solo agli appassionati del genere distopico.

Titolo: Kallocaina
Titolo originale: Kallocain
Autrice: Karin Boye
Traduttrice: Barbara Alinei
Casa editrice: Iperborea
Pubblicazione originale: 1940
Numero di pagine: 228

William Hope Hodgson, The House on the Borderland (La casa sull’abisso)

William Hope Hodgson, The House on the Borderland, e-artnow. Pubblicazione originale 1908.

La casa sull’abisso è un breve romanzo che si ascrive al genere lovecraftiano, detto anche horror cosmico: un genere che pone l’enfasi sullo sconosciuto e l’incomprensibile, più che sugli aspetti a cui più spesso associamo l’horror (Wikipedia). In realtà, trovo che in questo caso l’etichetta di horror cosmico sia calzantissima (La casa sull’abisso è il non plus ultra dell’horror cosmico), mentre quella di lovecraftiano sia fuorviante: casomai è Lovecraft a essere hodgsoniano, dato che da questo libro ha attinto a piene mani. A sua volta Hodgson attinge a piene mani da H.G. Wells.

Due uomini in vacanza trovano un misterioso rudere affacciato su un abisso e, lì vicino, trovano un manoscritto che costituisce il nucleo di questo romanzo. Il testo è stato redatto da un uomo senza nome che dice di essere chiamato pazzo dai suoi compaesani, ma che cionondimeno ci racconta le proprie bizzarrissime esperienze. Scontri con uomini-maiali, esperienze extra-corporee, incontri con divinità di vari pantheon del mondo, fine del sistema solare: c’è un po’ di tutto in questo romanzo, tanto che sembra molto meno breve di quanto non sia in realtà (in teoria sono circa 150 pagine, in pratica sembrano almeno il doppio). C’è da dire che questa sensazione di lunghezza non deriva solo dall’innumerevole quantità di avvenimenti a cui il nostro va incontro, ma anche dalla pesantezza della narrazione.

Per me è stata una rilettura successiva a una prima lettura fatta da adolescente e ho constatato che non ricordavo niente di questo libro. Quindi sono contenta di averlo riletto, anche per valutare se il mio giudizio fosse ancora simile (all’epoca mi era piaciuto ma non mi aveva entusiasmato). Inoltre ora l’ho letto in lingua originale, cosa che spesso mi piace fare con i libri che avevo originariamente letto in traduzione a causa delle mie allora scarse conoscenze della lingua originale. Devo dire, purtroppo, che questa volta il mio giudizio è stato ancora più tiepido della prima volta. Intendiamoci, è una pietra miliare dell’horror d’annata e ha fatto tantissimo per tutto quello che è venuto dopo, Lovecraft in primis. Però l’ho trovato noioso e troppo wellsiano. La parte che ho preferito è stata quella in cui assistiamo all’assalto delle cose-maiali, mentre la parte dedicata al sistema solare è stata per me terribile.

In conclusione è un libro che consiglio agli amanti del genere, però lo trovo invecchiato male. Contrariamente a molti dei racconti del suo “fan” Lovecraft.

Pitchaya Sudbanthad, Sotto la pioggia (Thailandia)

Pitchaya Sudbanthad, Sotto la pioggia (tit. originale Bangkok Wakes to Rain), Fazi, 2021. Traduzione dall’inglese di Silvia Castoldi. Pubblicazione originale 2019.

Quando ho iniziato questo libro ho avuto l’impressione di essermi sbagliata: ho creduto che si trattasse di una raccolta di racconti e non, come avevo pensato inizialmente, di un romanzo. Invece no, è proprio un romanzo, ma dalla struttura a dir poco bizzarra. Premetto che come molti sapranno non sono affatto avversa alle strutture bizzarre, anzi le amo molto. Però in questo caso non l’ho trovata di mio gusto (ma è, semplicemente, una questione di gusto).

Il romanzo non ha un protagonista preciso, se non forse la città di Bangkok, il cui vero nome è Krungthep. I personaggi sono tantissimi e tutti vengono seguiti lungo un arco temporale lunghissimo, ma non ce n’è uno che spicca tra gli altri. Partiamo dall’ambientazione di una missione cristiana a Bangkok, con un medico missionario, passando per un’ambientazione più o meno contemporanea (all’incirca dagli anni Settanta fino ai giorni nostri), per poi arrivare a un’ambientazione nel futuro. Tanto che nell’ultima parte il romanzo si fa puramente di fantascienza e forse è la parte che ho apprezzato di più, con la sua visione futuristica di una città distrutta dalle alluvioni ma anche graziata da grandi innovazioni scientifiche.

Si parla dell’incontro dei missionari con i nativi, di un musicista, delle insurrezioni e dei golpe degli anni Settanta, e appunto di alluvioni devastanti e un futuro assai particolare. Ma anche di tanto altro.

I salti temporali non mi hanno creato problemi, ma non ho apprezzato la decisione di seguire una miriade di personaggi senza fare di nessuno il principale o i principali. Ho trovato che questo desse un aspetto molto caotico al romanzo, che è difficile da seguire perché a un certo punto uno non si ricorda più chi è Mai, chi è Sungthep, eccetera. Forse (ma è solo un’idea) l’autore voleva così ricalcare la caoticità di una grande città come Bangkok: non conosco la città, ma se è così forse ci è riuscito. Se invece il suo intento non era questo, beh, a me questo romanzo non ha colpito per niente. C’è da dire però che la scrittura è molto buona.

Jodi Taylor, Hard Time

Jodi Taylor, Hard Time, Headline, 2020.

Non ho atteso molto prima di leggere il secondo libro della serie “The Time Police” (avevo letto ad agosto il primo, Doing Time). Sono usciti anche il terzo e il quarto libro della serie, che non vedo l’ora di leggere. Come dicevo nell’altra recensione, si tratta di uno spin-off della serie dedicata alle cronache del Saint Mary’s, quindi probabilmente sarebbe stato preferibile leggerlo dopo aver letto quella serie, ma si può apprezzare benissimo anche senza conoscerla.

In questo secondo romanzo ritroviamo il Team 236, soprannominato “Team Weird”, cioè il team di quei tizi strani. Luke, Jane e Matthew sono pronti ad affrontare nuove avventure durante la parte finale del loro apprendistato, al termine del quale potranno diventare poliziotti del Tempo a tutti gli effetti. Ricapitolando un attimo il contesto, siamo in un futuro in cui i viaggi nel tempo sono proibiti, a causa del rischio di mettere in pericolo la Storia cambiandola inavvertitamente o intenzionalmente. Oltre alla Polizia del Tempo, gli unici a poter viaggiare nel tempo sono gli storici del Saint Mary’s. La Polizia del Tempo serve ad acciuffare i criminali che infrangono la legge viaggiando nel tempo.

Come anche nel primo libro, le avventure che i tre del Team Weird si trovano ad affrontare sono più d’una, e infatti questo libro è molto d’azione oltre che di fantascienza umoristica. L’avventura più importante li porterà a cercare di smascherare una grossa organizzazione criminale che organizza viaggi nel tempo illegali.

Umorismo, azione, fantascienza: tutto questo si unisce in questo romanzo, dando vita a delle avventure rocambolesche, divertentissime, ma anche capaci di tenere incollati alle pagine e di creare molta tensione. Tanto che quasi non mi sono accorta che questo libro avesse più di 500 pagine, tanto l’ho divorato. Devo dire che Jodi Taylor è bravissima in tutto questo, anche se tende ad essere un po’ ripetitiva ogni tanto, ma forse lo fa apposta per sottolineare con humour certi concetti.

Il romanzo mi è piaciuto moltissimo e sono curiosissima di proseguire con questa serie, ma anche di iniziare a fare la conoscenza degli storici del Saint Mary’s. Promosso e consigliato, ma leggete prima il primo libro della serie.