Archivi categoria: recensioni e commenti

Jorge Amado, Dona Flor e i suoi due mariti (Brasile)

Jorge Amado, Dona Flor e i suoi due mariti (tit. originale Dona Flor e seus dois maridos), Garzanti, Milano 2015. Traduzione di Elena Grechi.

Da tempo ero curiosa di leggere qualcosa di Jorge Amado e finalmente mi sono decisa a prendere in mano uno dei suoi romanzi più famosi, sperando che, pur nella sua mole (573 pagine) si rivelasse una lettura leggera per un periodo pieno di cose da fare. In effetti sì, è una lettura leggera.

Dona Flor si innamora di quello che diventerà il suo primo marito, Vadinho, il quale però muore giovanissimo dopo soli sette anni di matrimonio. Vadinho è uno spirito libero: ama giocare (soffre di una vera e propria ludopatia, ma tratta anche questo aspetto della sua vita con leggerezza), fare l’amore con moltissime donne diverse, godersi la vita. Vadinho è in effetti l’incarnazione dell’uomo che si sa godere la vita. Assetato, affamato di piaceri, torna sempre da sua moglie Flor: le altre sono «tutta xixica per passare il tempo», solo Flor è «permanente». Dopo la sua morte dona Flor si sposerà con il suo secondo marito, che non potrebbe essere più diverso da Vadinho. Il primo marito però resterà per sempre nel suo cuore, e non solo.

Potremmo dire che è un romanzo allegro, spensierato, denso di piaceri, che insegna ad amare e godersi la vita. Potremmo dirlo, e molti lo dicono, ma, sebbene questa descrizione possa corrispondere al vero, non è ciò che mi rimane di questo libro. Quello che mi rimane è invece una ripetitività ossessiva e stressante, e un fastidio per questa ossessione per il sesso mostrata da un po’ tutti i personaggi di questo romanzo. Per carità, non ho niente contro chi ama i piaceri della vita, ci mancherebbe altro, ma mi pare che Amado scada a volte nell’erotico, o forse sentimentale, o forse prettamente sessuale, o l’aggettivo che preferite – ma comunque, non il genere di romanzo che di solito leggo, né il genere che mi piace. Godereccio, di sicuro, ma troppo, per i miei gusti. Per non parlare del fatto che, se escludiamo tutte le ripetizioni di frasi, situazioni e racconti, sarebbe stato altrettanto possibile avere lo stesso libro con duecento pagine in meno.

Non è un brutto libro, questo non lo posso dire, e si fa anche leggere bene, è pure divertente, ma diciamo che non rispecchia i miei gusti, non ci ho trovato quello che cerco in un buon romanzo. Non sono incuriosita tanto da proseguire nella lettura di questo autore.

Annunci

Luigi Pirandello, Quaderni di Serafino Gubbio operatore – 1925

Luigi Pirandello, Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Francesco Libri, 2012.

Serafino Gubbio è un operatore di cinema che lavora alla Kosmograph a Roma. Come ripete spesso nel corso del romanzo, lui non è che «una mano che gira la manovella». Il suo ruolo si riduce a quello: girare la manovella della «macchinetta» che permette di girare il film. Non è un lavoro così banale come potrebbe sembrare perché, dice, a volte bisogna girare piano e altre volte più velocemente, ma richiede comunque una completa impassibilità.

Questi sono i diari che Serafino Gubbio scrive, quindi entriamo prepotentemente in un racconto tutt’altro che prepotente narrato in prima persona.

Se teniamo conto che questo romanzo fu pubblicato per la prima volta nel 1916 con il titolo Si gira…, per poi essere rimaneggiato e pubblicato nella sua versione definitiva nel 1925, ci rendiamo conto che possiamo vederlo anche come una risposta al movimento artistico futurista, che elogiava la macchina in tutti i suoi aspetti. Gubbio invece non la elogia affatto:

«L’uomo che prima, poeta, deificava i suoi sentimenti e li adorava, buttati via i sentimenti, ingombro non solo inutile ma anche dannoso, e divenuto saggio e industre, s’è messo a fabbricar di ferro, d’acciajo le sue nuove divinità ed è diventato servo e schiavo di esse.
Viva la Macchina che meccanizza la vita!
Vi resta ancora, o signori, un po’ d’anima, un po’ di cuore e di mente? Date, date qua alle macchine voraci, che aspettano! Vedrete e sentirete, che podrotto di deliziose stupidità ne sapranno cavare.»

Alcuni, guardando Gubbio, si chiedono se egli non sia proprio necessario, se non possa invece essere sostituito da una macchina. È qui che l’operatore spiega in che modo il suo lavoro sia meno banale di quanto si immagini. Tuttavia, alla fine non può che riconoscere: «Non dubito però, che col tempo – sissignore – si arriverà a sopprimermi. La macchinetta – anche questa macchinetta, come tante altre macchinette – girerà da sé. Ma che cosa poi farà l’uomo quando tutte le macchinette gireranno da sé, questo, caro signore, resta ancora da vedere.»

Personaggio principale indiscusso, Serafino Gubbio non è però l’unica figura a lottare contro il predominio delle macchine. Incontriamo infatti anche un uomo, violinista, che si è rifugiato nel mutismo e nell’alcool quando è stato “costretto” a suonare per accompagnare un piano meccanico. Mutismo che, vedremo, ritornerà, come se l’afasia, ovvero l’incapacità di parlare, fosse l’unica risposta possibile a questo predominio della macchina sull’uomo.

La storia, pur essendo quella di Serafino Gubbio e della sua macchinetta, si intreccia inestricabilmente con un’altra storia: quella della femme fatale Varia Nestoroff, che sembra divertirsi a trattare male gli uomini (ne ha perfino spinto uno al suicidio), mentre è chiaro, lo dice lo stesso narratore, che non ne prova piacere. La Nestoroff è coprotagonista di questo romanzo, popolato anche da altri personaggi che ruotano intorno a Gubbio, sebbene di lui si accorgano ben poco.

Tuttavia, mi pare che la storia della Nestoroff e degli altri sia accessoria ad alcune riflessioni (come non potrebbe essere altrimenti in Pirandello): sul ruolo della macchina vs. la persona, come si diceva, e in ultima analisi sulla vita.

Sebbene questo romanzo possa sembrare a prima vista superato (l’ho letto in alcune recensioni), perché è avvenuto poco dopo la sua pubblicazione che l’operatore della macchinetta sia stato realmente rimpiazzato da una macchina che funzionava da sé, a mio parere è invece attualissimo, perché oggi ci troviamo di nuovo di fronte alla sfida uomo-macchina già presentatasi altre volte nel corso dei secoli. Oggi, un operaio può essere rimpiazzato da una macchina che fa il suo lavoro più velocemente e soprattutto a costi notevolmente più ridotti, oggi la macchina sembra dominare la nostra vita e, piano piano, finirà col mandare a casa una quantità sempre crescente di persone che oggi sembrano indispensabili con il loro lavoro, ma che tra non molto probabilmente si riveleranno superflue da un punto di vista strettamente lavorativo.

E allora questa ridondanza lavorativa potrà significare anche una ridondanza, una superfluità nella vita stessa? Queste persone superate dalle macchine diventeranno afasiche, perderanno la loro voce, persino il diritto di parlare? Si ritireranno in una sofferenza interiore così forte da estraniarle dal mondo esterno, come il violinista del romanzo?

Pirandello potrebbe essere stato in certo modo profetico. Naturalmente ognuno di noi si augura di no, pur essendo perfettamente consapevole al tempo stesso che invece probabilmente è proprio così.

Non mi è sembrato fra le migliori opere di Pirandello, anzi forse è quella che mi è piaciuta di meno, tuttavia è un romanzo che va letto, è anche molto breve, circa 200 pagine. Lo consiglio, soprattutto a coloro come me che vogliono colmare una lacuna nella loro conoscenza di questo straordinario autore, ma non solo: anche gli altri avranno piacere nella lettura di questo romanzo. Tuttavia, se vi avvicinate per la prima volta a Pirandello (ne dubito, visto che lo abbiamo letto tutti a scuola), vi consiglio di iniziare con qualcos’altro.

Cory Doctorow, Little Brother

Cory Doctorow, Little Brother, CC BY-NC-SA 3.0. Edizione originale 2008.

Una nota prima di iniziare: il libro è stato tradotto nel 2009 da Francesco Graziosi per Newton Compton con il titolo X, e la stessa traduzione è stata ripubblicata nel 2015 da Multiplayer Edizioni con il titolo originale, Little Brother. In inglese può essere scaricato gratuitamente dal sito dell’autore, che mette a disposizione tutte le sue opere in licenza Creative Commons.

«Non è questione di fare qualcosa di vergognoso. È questione di fare qualcosa di privato. È che la tua vita appartiene a te.»

Questa frase, che ho tradotto (male) dall’originale, non avendo davanti il testo in italiano, riassume un po’ tutto lo spirito del libro.

Il romanzo prende ovviamente spunto, fin dal titolo, dal Grande Fratello di 1984, ma soprattutto dalla mania tutta americana (e non solo) di controllare e sorvegliare le persone “per il loro bene” attraverso la tecnologia. La tecnologia in teoria dovrebbe essere amica delle persone, non nemica, ma in alcune circostanze, come ad esempio dopo violenti attacchi terroristici, alle persone viene fatto credere che perdere un po’ della propria libertà, rinunciare alla propria privacy, sia per il loro bene, affinché possano “sentirsi più sicure”.

L’autore non è statunitense ma canadese, ma negli Stati Uniti ha vissuto per molto tempo e si è poi trasferito a Londra, per ritornare infine a Los Angeles. Conosce dunque bene la realtà americana di cui scrive.

Il romanzo è classificato come distopia e/o fantascienza, ma se lo leggerete vi accorgerete che di fantascientifico ha ben poco, perché non è difficile immaginare come quello che racconta possa diventare realtà, o in alcuni casi lo è già (ricordo che il libro è di dieci anni fa, 2008).

Doctorow racconta la storia di Marcus, un ragazzo di 17 anni che va alle superiori e ama la tecnologia e giocare agli ARG, giochi in cui tramite blog e siti internet vengono disseminati indizi che vanno poi ritrovati nel mondo reale. In questo senso Little Brother mi ha ricordato Erebos, che però è stato scritto due anni dopo e, sebbene incentrato su un ARG, ha una tematica diversa. Little Brother invece non ruota intorno a un ARG (in questo caso Harajuku Fun Madness), ma intorno al tema della tecnologia utilizzata in maniera sbagliata, per controllare.

Marcus, dicevo, ha 17 anni e frequenta la scuola superiore a San Francisco, e ha tre amici con cui gioca a Harajuku Fun Madness: Van, Darryl e Jolu. Un giorno, usciti da scuola nel mezzo delle lezioni per andare a recuperare un inidizio di Harajuku Fun Madness, si trovano nel bel mezzo dell’attentato terroristico più disastroso dall’11 settembre, in cui perdono la vita oltre 4000 persone. Poiché si trovano vicino al luogo dell’esplosione, vengono raccolti da una camionetta dall’aspetto militare e sequestrati in quanto ritenuti responsabili o coresponsabili dell’attentato. Da qui ha inizio la loro avventura: segregato in una prigione per cinque giorni, maltrattato, quando torna dai suoi genitori Marcus decide di dare avvio a una resistenza sotterranea che si esplica attraverso le tecnologie internet.

La città, dopo l’attentato, è sorvegliata minuziosamente dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza, che usa tutti i sistemi possibili per tracciare le persone, e non si fa scrupoli a fermare le persone anche per motivi futili, ad esempio perché il tracciato dei loro spostamenti coi mezzi pubblici sembra irregolare. Marcus decide di riprendersi la sua privacy e insieme ad altri coetanei crea la Xnet, una rete che si appoggia sulle Xbox e su ParanoidLinux (già il nome dice tutto) e che consente di navigare in completo e reale anonimato.

Il libro, avendo dei protagonisti adolescenti, sembra rivolgersi più a un pubblico di giovani adulti che di adulti veri e propri, infatti ad esempio uno degli slogan è «Non vi fidate di nessuno sopra i 25 anni». Ci sono poi alcune tematiche prettamente adolescenziali come i primi amori, ecc., che però non vanno a disturbare l’idea centrale e non rendono il romanzo meno godibile anche per un pubblico adulto. Certo, forse ci saremmo identificati di più con protagonisti più “cresciuti”, ma forse in quel caso il libro avrebbe perso parte del suo senso, in quanto non ci avrebbe mostrato così chiaramente come il futuro e la possibilità della resistenza siano in mano ai giovani e giovanissimi, che per forza di cose, almeno in linea generale, sono più esperti di nuove tecnologie.

Un aspetto interessante è che l’autore dedica ogni capitolo a una libreria fra le sue preferite e ce ne parla in poche righe, fornendo anche l’indirizzo. Da notare che le librerie indipendenti sono praticamente inesistenti in queste dediche e, se posso permettermi di dire una cosa impopolare, questo non mi è dispiaciuto perché Doctorow elenca solo le librerie in cui davvero può trovare quello che preferisce, nel suo caso soprattutto fantascienza, e oso esprimere l’opinione, non politicamente corretta, che la grande varietà e la scoperta di perle rare è data più dalle grandi o grandissime librerie che dalle piccole o piccolissime. Ecco, l’ho detto.

Consiglio molto caldamente questo libro, anche se alcune parti possono essere difficili perché l’autore, o meglio il narratore Marcus, cerca di spiegare al lettore cosa stia facendo e parla quindi, anche se molto succintamente, di linguaggi di programmazione, crittografia, ecc. Tuttavia non vi fate spaventare perché queste parti sono davvero molto brevi e se sono riuscita io a leggere questo libro, che è pur sempre un romanzo e non un trattato, ci possono riuscire tutti.

Paul Auster, 4 3 2 1

Paul Auster, 4 3 2 1, Faber & Faber, London 2017.

Dopo aver letto altri tre libri di Auster ed essermene innamorata, quando è uscito questo nuovo romanzo nel 2017 ero molto curiosa di leggerlo e l’ho acquistato qualche mese fa in versione inglese. Si tratta di un tomo di 1070 pagine scritte fitte fitte, ma non mi ha mai spaventato perché pensavo di andare sul sicuro con Auster. La conclusione di questa lettura è che il libro, sebbene mi sia piaciuto, mi ha al contempo anche deluso. Provo a spiegare meglio.

Il libro inizia con la storia di Isaac Reznikoff, il nonno del nostro protagonista Ferguson, arrivato in America da Minsk il 1° gennaio 1900 e ribattezzato Ichabod Ferguson per un motivo molto semplice: all’arrivo gli viene suggerito da un compagno di (s)ventura di dichiarare di chiamarsi Rockefeller, ma il nome è troppo difficile e quando gli viene chiesto l’uomo esclama, in yiddish: «Ikh hob fargessen!» («L’ho dimenticato»), che ovviamente il funzionario americano interpreta come Ichabod Ferguson, vista l’assonanza.

In seguito l’autore ci narra la storia di Ichabod Ferguson, di come si è sposato e di come ha messo al mondo tre figli fra cui quello che sarà il padre del protagonista. Anche la storia della madre di Ferguson viene raccontata, e così pure, ovviamente, la storia di come Stanley e Rose si siano sposati e di come dal loro matrimonio sia nato, il 3 marzo 1947, Archibald Isaac Ferguson.

Ferguson, a questo punto, non si sdoppia, ma si divide addirittura in quattro. Altro che sosia, altro che doppio, altro che Doppelgänger. Si tratta di quattro possibili Archie Ferguson, le cui vite divergono nettamente l’una dall’altra, sebbene vi siano sempre molti elementi comuni, fra cui posso citarne solo un paio per non fare spoiler: ad esempio la famiglia Schneiderman, fra cui la figlia Amy, oppure la passione per la lingua francese. Gli elementi comuni sono in realtà molti di più, ma non voglio anticiparvi niente.

In almeno un paio di punti del romanzo, Ferguson stesso si chiede come sarebbe se ci fossero tanti possibili Archie diversi con vite diverse che seguono strade diverse. Questo ci dovrebbe già far capire qualcosa. Ad ogni modo sappiamo fin dall’inizio che siamo di fronte a quattro Ferguson paralleli, come già detto.

Perché il libro si intitola 4 3 2 1? Lo scopriremo alla fine. Non so se Auster volesse o meno creare suspense, forse sì o forse invece non gliene importava poi molto perché non era quello il punto, sta di fatto che non è difficile capire come finisca il libro, non è difficile per niente. Del resto, per chi conosca almeno un po’ Auster, era piuttosto inevitabile che le cose andassero così. Rimango volutamente sibillina per non rovinare la lettura a chi invece non si sia fatto un’idea.

La scrittura di Auster è, come sempre, sopraffina, e sono tuttora convinta che pochi autori contemporanei scrivano bene quanto lui. Inoltre, a rendere più interessante il romanzo, c’è il fatto che la storia personale di Ferguson si intreccia inestricabilmente con la storia degli Stati Uniti fra l’immediato dopoguerra (seconda guerra mondiale) e la guerra del Vietnam, con tutti i tumulti, le rivolte e gli avvenimenti di cui ben sappiamo. In questo senso è anche possibile, volendo, definire questo libro un romanzo storico, benché sia una definizione che certamente gli va stretta e che non rende giustizia alla magnitudine del romanzo in questione.

Siamo senz’altro di fronte a un’opera monumentale, a un libro bellissimo, eppure mi ha un po’ (non completamente, certo) deluso in quanto l’idea di fondo, o il finale se vogliamo chiamarlo così, è scontata. Non in assoluto, se è il primo romanzo di Auster che leggete probabilmente ne rimarrete affascinati, a patto che vi piaccia la letteratura postmoderna. Intendo dire che è scontato per chi abbia un minimo di dimestichezza con la struttura narrativa di Auster. La mia impressione, per quanto mi sia piaciuto immensamente leggere questo libro, che si lascia leggere voracemente pur con il suo stile raffinato e complesso, la mia impressione, dicevo, è che questo romanzo non aggiunga molto alla precedente produzione di Auster, che ha dato il meglio in altri libri come, in primis, Trilogia di New York, ma non solo.

Insomma, per quanto la storia sia bella, per quanto l’idea sia bella (ma non particolarmente originale), per quanto la scrittura sia magnifica, per quanto sia interessante leggere la storia degli anni Cinquanta-Sessanta vista da Ferguson, mi sembra che questo romanzo non spicchi particolarmente né nella produzione dell’autore né nella produzione letteraria contemporanea. Non griderei al capolavoro, ecco. Resta tuttavia una lettura interessante che certamente non sarò io a sconsigliare.

Joseph Diescho, Born of the Sun (Namibia)

Joseph Diescho, Born of the Sun, Friendship Press, New York 1988.

Born of the Sun, di cui sfortunatamente non esiste una traduzione italiana, è considerato il primo romanzo pubblicato in inglese da un autore namibiano. Purtroppo non credo che questo lo renda molto appetibile al mercato italiano, quindi suppongo che continuerà a essere necessario leggerlo in inglese (la lingua originale in cui è stato pubblicato) e a fare i salti mortali per trovarlo usato da qualche parte. A meno che qualche casa editrice illuminata non decida di smentirmi.

Joseph Diescho è nato in Namibia nel 1955 da una famiglia povera, ma ha avuto la fortuna di poter studiare, sia nel suo paese, sia in Sudafrica e alla Columbia University a New York. Ha pubblicato questo romanzo a 33 anni, nel 1988. La scrittura non appare molto matura, sebbene sia stato aiutato nella stesura dalla collaboratrice Celeste Wallin. Tuttavia lo stile passa in secondo piano, a mio parere, quando il libro vuole trasmettere un messaggio forte, com’è in questo caso.

Il protagonista del romanzo è Muronga, un uomo che è appena diventato padre di Mandaha. Lui e sua moglie Makena frequentano il catechismo nella missione tedesca locale, con l’intento di essere battezzati e poi sposarsi secondo il rito cattolico. Infatti, sebbene fossero già sposati con il rito tradizionale della loro tribù, per la Chiesa cattolica la loro unione non è valida ed essi vivono “nel peccato”.

La prima parte del libro si svolge in Namibia ed è principalmente dedicata al difficile rapporto di Muronga e Makena con la religione cattolica. Diescho dimostra molto humour nel descrivere le situazioni in cui i due si vengono a trovare, e i dialoghi sono a tratti divertenti, anche se comunque fanno sempre riflettere. I due coniugi, così come molti altri abitanti del villaggio, entrano a far parte della Chiesa cattolica per pura convenienza, per avere un buon rapporto con la missione e i colonizzatori. Tuttavia al prete e al catechista non importa davvero niente se i battezzandi capiscono o meno ciò che stanno studiando. Diescho afferma che i due non fanno che ripetere a pappagallo quello che hanno imparato al catechismo, e il prete è contentissimo così. Fra i momenti più esilaranti: quando Muronga non capisce se il papa sia un uomo o una donna, dal momento che indossa un abito, o quando i due non riescono a capire i nomi cristiani che verranno loro assegnati, e storpiano Franziskus e Maria Magdalena in Fiasco e Maria Magnet. Ma ci sono anche altri momenti dove si ride davvero.

A un certo punto agli uomini viene proposto di andare a lavorare nelle miniere in Sudafrica, in modo da guadagnare dei soldi che possano servire a pagare le tasse imposte dall’uomo bianco. Muronga e il suo amico Kaye decidono di andare, ma non finiranno nella stessa miniera (la quarta di copertina dice che i due si reincontreranno alla fine, ma come al solito le quarte sono scritte da gente che non ha letto il libro e si inventa le cose, e per di più svela pure il finale). La storia segue dunque Muronga, dalla Namibia, al Botswana, al Sudafrica. Qui sarà mandato a lavorare in una miniera d’oro e il tono umoristico decade completamente per farsi via via più serio.

Per farla breve e non svelare troppo (anche se un po’ inevitabilmente sì) dirò soltanto che Muronga capisce per la prima volta davvero cosa sia il dominio dell’uomo bianco sulla gente che invece in Africa ci è nata e ci vive dalla notte dei tempi. L’uomo bianco ha preso la terra agli africani e vuole prenderne sempre di più, e li costringe a pagare delle tasse per usufruire della terra che è sempre stata la loro. Inoltre la maggior parte degli uomini bianchi, e alcuni neri che sono asserviti al potere dei bianchi, trattano i lavoratori come animali. Sarà così che in Muronga nasce e si sviluppa una coscienza politica che lo spinge a battersi per l’indipendenza degli africani dal dominio dei bianchi.

In Sudafrica inoltre Muronga incontra anche l’apartheid, che gli era sconosciuto: emblematica è la scena in cui con degli amici finisce in un negozio “esclusivamente per bianchi” e rischieranno grosso quando vengono sorpresi dalla polizia. Sebbene, naturalmente, i poliziotti siano essi stessi neri.

Il libro è in sostanza una sorta di Bildungsroman, un romanzo di formazione in cui assistiamo al nascere della coscienza politica di Muronga. Dall’infanzia degli affetti di villaggio, all’adolescenza del viaggio verso la miniera, per arrivare alla maturità della presa di coscienza.

A mio parere si tratta di un libro importante in quanto ci fa vedere, sebbene in modo romanzato, come nasce una coscienza politica in una persona che inizialmente non si rende neppure ben conto di essere oppressa. Probabilmente ci sono altri romanzi, e migliori, sull’argomento, ma l’interesse di Born of the Sun sta, come dicevo all’inizio, anche nel fatto che siamo di fronte al primo romanzo uscito dalla penna di un autore namibiano. Inoltre, quante cose sappiamo della Namibia? Ben poche, direi.

In realtà si potrebbe dire moltissimo su questo libro, ma scelgo di fermarmi qui. Non è un libro facile da reperire, ma se ci doveste riuscire ve lo consiglio caldamente.