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Elizabeth von Arnim, Amore

Elizabeth von Arnim, Amore (tit. originale Love), Bollati Boringhieri, Torino 1998. Traduzione di Ilaria Dagnini Brey.

Se vi iscrivete alla newsletter, Il Libraio vi regala sette ebook, o almeno così era fino a qualche tempo fa, non so se la promozione è ancora in corso. Fra gli ebook che Il Libraio mi ha regalato c’era questo romanzo di Elizabeth von Arnim, un’autrice che non avevo mai letto e un libro che non avrei mai degnato di uno sguardo se non me l’avessero regalato. Invece è stato una piacevole sorpresa.

Prima di tutto occorre dire che il libro è stato pubblicato originariamente nel 1925, quindi il modo in cui affronta il tema è piuttosto controcorrente per l’epoca. Inoltre, l’autrice ha tratto spunto per questo romanzo dalle proprie vicende, rendendo il libro parzialmente autobiografico, seppure ovviamente in modo romanzato.

Siamo a Londra negli anni Venti del Novecento, Catherine è una vedova di 47 anni a cui piace andare a teatro, e proprio qui farà conoscenza di un altro appassionato di teatro e musica, Christopher Monckton, che di anni ne ha 25. Inizia fra i due una bellissima amicizia che presto Christopher trasforma in amore. Catherine si schermisce e cerca di tenerlo a distanza, pur apprezzandone moltissimo l’amicizia. Cerca in tutti i modi di fargli capire che è più vecchia di lui, ma non riesce a dirgli di avere una figlia ormai sposata. Di fatto non gli rivela mai la sua età. Catherine è estremamente giovanile, tanto che Christopher pensa che abbia solo pochi anni più di lui. Questo non lo spaventa minimamente, perché quando si è innamorati pochi anni di differenza non sono certo un problema. Finalmente Catherine riuscirà, dopo diverso tempo, a fargli capire che la differenza di età fra loro due è molta, ma Christopher, innamoratissimo, non si fa spaventare. Del resto anche Virginia, la figlia diciannovenne di Catherine, è sposata con un uomo molto più anziano di lei, coetaneo della madre e che ha addirittura un aspetto decrepito, perlomeno agli occhi di Christopher.

Tuttavia sappiamo bene come vanno le cose, e uso volutamente il presente perché disgraziatamente è tuttora così, anche dopo più di 90 anni dalla pubblicazione del romanzo. Quello che intendo dire è che, sebbene si storca sempre un po’ il naso di fronte alle unioni in cui i due hanno una grande differenza di età, questa differenza è tollerata piuttosto tranquillamente se è l’uomo a essere più anziano della donna, ma mai se è il contrario. Basti pensare al nuovo presidente francese, salito inizialmente agli onori delle cronache soprattutto perché la moglie è molto più anziana di lui, e capirete di cosa sto parlando.

È per questo motivo che Catherine cerca di svincolarsi dall’opprimente amore di Christopher, cerca in tutti i modi di sfuggirgli, e si convince lei stessa di non esserne innamorata. Ma poi, è innamorata davvero oppure no? Non è molto chiaro, nel corso del romanzo, anche se il mio parere è che lei non sia tanto innamorata di lui, quanto di quello che lui offre alla sua vanità, cioè la possibilità di sentirsi più giovane.

L’idea, dunque, che i due possano unirsi in matrimonio, è del tutto ridicola agli occhi di chiunque, Catherine per prima, mentre per Christopher non rappresenta il minimo problema dato che lei ha un aspetto così giovanile. Tuttavia, quando si inizia a far notare che Virginia e suo marito Stephen hanno una differenza d’età ancora maggiore, questo suscita scandalo, perché non è la stessa cosa. Naturalmente, come potrebbe, lui è un uomo che si prende cura di una giovane creatura indifesa, mentre nel caso di Catherine e Christopher è una cosa del tutto immorale.

Come si dice nella postfazione questo, pur essendo pieno di tinte pastello, è un romanzo con un tema molto serio. Le tinte pastello sono evidentissime, nel corso di quasi tutto il libro siamo di fronte a un vero e proprio romanzo d’amore, come del resto dice il titolo. È verso la fine del romanzo che ci accorgiamo che le cose non stanno proprio così per l’autrice, ma naturalmente se siamo lettori attenti ce ne saremo già accorti da un pezzo. Insomma, se vi avvicinate a questo libro cercando una storia d’amore, la troverete senz’altro, ma sbaglierete completamente l’approccio e vi perderete il senso ultimo del libro.

Ciò che interessa all’autrice è mettere a nudo l’ipocrisia di una società dal doppio standard, che accetta che a fare certe cose sia un uomo ma non una donna, la quale invece, come viene ripetuto nel corso del romanzo, deve relegare se stessa a un ruolo subordinato (per tutta la vita ma soprattutto) quando diventa vedova e quando sta per diventare nonna. Ormai la morte è vicina anche se la donna in questione non ha ancora 50 anni, perciò quello che si richiede alla donna è comportarsi come la vecchia che la società crede lei sia. Oltre a questo aspetto, riveste un’enorme importanza l’incapacità di lasciar andare la giovinezza. Elizabeth von Arnim sa perfettamente che Catherine a 47 anni è tutt’altro che vecchia, ma sa anche che non è più una ragazza. Tuttavia Catherine vorrebbe disperatamente essere ancora una ragazza, e questo comporterà grossi problemi per lei e per Christopher. L’autrice sembra volerci dire che non dobbiamo accettare la doppia morale imposta dalla società inglese del tempo, ma che allo stesso tempo non dobbiamo illuderci di essere ancora quel che non siamo e non saremo più. Inoltre, l’autrice mette in luce la fatuità di alcuni tipi di amore che, sebbene sembrino essere totali e pieni di dedizione, non sono in ultima analisi che basati sulle apparenze, e si sgretolano quando queste apparenze per un motivo o per l’altro vengono messe da parte e viene mostrata la verità.

Il romanzo è dunque ricco di spunti interessanti che sono sapientemente nascosti dietro una facciata dolce, amorevole e carina (parola che ricorre spesso nel corso del libro). Quasi come se l’autrice volesse ricreare nella struttura narrativa proprio quello che con la trama ci vuole far vedere: cioè nascondere con un’apparenza di tonalità pastello quella che è la verità, ovvero un romanzo fortemente impegnato dal punto di vista sociale.

Non l’ho trovato un romanzo eccelso, anche perché io non sono nota per amare i toni pastello anche quando questi celano qualcosa di più profondo, tuttavia mi è piaciuto e lo consiglio.

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David Albahari, Sanguisughe (Serbia)

David Albahari, Sanguisughe (tit. originale Pijavice), Zandonai, Rovereto 2012. Traduzione di Alice Parmeggiani.

Di David Albahari ho già letto con immenso piacere L’esca e Zink, che ho recensito entrambi qui, e che mi sarebbe piaciuto moltissimo rileggere per riassaporarli dopo aver letto questo libro… cosa che non potrò fare, dato che i due libri sono scomparsi nel marasma del mio trasloco fiorentino di moltissimi anni fa, finiti nel pozzo oscuro insieme a svariate decine di altri miei libri. Inoltre, questi come tutti gli altri libri della casa editrice Zandonai sono ormai fuori catalogo a causa della chiusura della casa editrice trentina, che pubblicava libri meravigliosi e che era senza dubbio la mia preferita nel panorama italiano. Anche questo Sanguisughe sono riuscita a recuperarlo solo grazie ad AbeBooks e a una libreria che ne aveva ancora delle copie in magazzino.

Io credo fermamente che David Albahari, scrittore serbo, anzi kossovaro, trapiantato in Canada da molti anni, non abbia niente da invidiare ad autori postmoderni più famosi. A mio parere Albahari è uno scrittore eccezionale e meriterebbe di essere conosciuto molto di più, da chi ama la cosidetta literary fiction e il postmodernismo (gli altri forse preferirebbero starne alla larga, perché i suoi sono libri di difficile lettura e dunque anche difficili da apprezzare se non si ama questa corrente letteraria).

In questo libro si sente molto l’eco di Saramago per il modo in cui è scritto, ad esempio troviamo in entrambi gli autori l’assenza di segni di demarcazione quali virgolette o simili quando ci si trova di fronte a un discorso diretto. Inoltre lo stile mi sembra simile.

La peculiarità di questo romanzo, come di altri dello stesso autore, è il fatto di essere scritto in un unico paragrafo. Se questa può essere una difficoltà superabile in un libro di un centinaio di pagine, diventa estremamente più difficoltoso in un romanzo di 357 pagine. Tuttavia è importante non farsi scoraggiare, perché siamo di fronte a un libro di una bellezza eccezionale.

Ci sono, secondo me, due approcci opposti alla lettura di questo romanzo: lo si può leggere tutto d’un fiato (anche se è un po’ difficile vista la lunghezza) o lo si può assaporare molto lentamente. Il primo approccio è facilitato e anzi incoraggiato dal modo in cui il libro è stato scritto. Infatti, il romanzo in un unico paragrafo non è un mero vezzo tipografico, ma è dovuto alla natura stessa del fluire del racconto. Il narratore è il protagonista, che non ha nome, che racconta in prima persona dei fatti avvenuti sei anni prima, nel 1998, in Serbia, ovvero in un luogo molto lontano da quello in cui egli si trova in questo momento, anche se non sapremo mai quale sia il paese che ha accolto il narratore. Questi racconta la sua storia in un flusso continuo di pensiero, che è anche un flusso logico ininterrotto. Non ci sono stacchi, non ci sono pause. Gli avvenimenti si svolgono nell’arco di alcune settimane, quindi è evidente che vi sono comunque pause, notti passate a dormire, passaggi da un evento all’altro: tutto ciò che è inevitabile nella vita. Tuttavia il protagonista narra in modo continuativo, fluido, come lo scorrere di un fiume. Dicono che sia un flusso di coscienza, ma personalmente non sono del tutto d’accordo, perché quello che il protagonista ci racconta è una vera e propria narrazione, non è soltanto il flusso dei suoi pensieri.

Dicevo, dunque, dei due modi di approcciarsi a questo libro. Il primo, dicevo, quello di berlo d’un fiato, è favorito da questo modo ininterrotto di narrare. Il secondo, quello di assaporare lentamente il romanzo, si rende necessario quando si pensa alla complessità del romanzo stesso. Io, personalmente, ho seguito quest’ultimo metodo. A mio parere questo libro va gustato lentamente come quando si beve un buon vino: non ci si beve la bottiglia tutta intera in poche sorsate per ubriacarsi, ma la si assapora pian piano. Poi, bevendola tutta, ci si può ubriacare ugualmente se non si è esperti consumatori di vini, ma sarà un’ebbrezza raggiunta dopo aver davvero sentito il gusto del vino, e sarà appunto un’ebbrezza piacevole, non una di quelle ubriacature che alla fine ti fanno vomitare. Così è questo libro, o così è stato per me.

Peraltro, questo libro non è un libro, e come potrebbe essere altrimenti dato che ci troviamo di fronte a un romanzo postmoderno. È piuttosto «un sussurrare nel buio dalla mia finestra, un buio così fitto che la luce non può nemmeno filtrarvi». È una cosa che il protagonista sta scrivendo con una biro (all’epoca dei computer!) che prima o poi finirà l’inchiostro, e allora anche il racconto, che non è un racconto, terminerà. «I racconti sono ordinati, in essi i fili sono disposti in modo armonioso, mentre quello che sto componendo io è piuttosto un riflesso della vita, che è sempre caotica, dato che troppe cose avvengono simultaneamente». Chi crederà al racconto narrato dal protagonista? Ovvero, chi crederà che sia un racconto? Forse tutti, tranne colui che lo sta scrivendo. Ciò che abbiamo tra le mani (ma potremo davvero averlo tra le mani?), ci dice l’autore-protagonista, «non è un libro, bensì una confessione che, sul limitare del bosco, io pronuncio al vento, e così le parole, logore come sempre, scompaiono, si uniscono all’azoto e all’ossigeno e a chissà che altro ancora, tanto che nemmeno io, che sto raccontando questa storia, riesco a sentirle». Il fatto che questo libro non sia un libro è un leitmotiv di tutto il romanzo.

Ma di cosa parla, in definitiva, questo libro? Inizia con un uomo che si trova a passeggiare in riva al Danubio mangiando una mela e a un certo punto è testimone di una scena: un ragazzo dà uno schiaffo a una ragazza. L’uomo decide di seguire la ragazza, ma la perde immediatamente, per poi scoprire dei misteriosi simboli tracciati nel percorso da lui seguito: un triangolo inscritto in un cerchio, e al suo interno un altro triangolo rovesciato. Questi simboli saranno sparsi un po’ ovunque nel quartiere Zemun di Belgrado. Per cercare di decifrarli, il protagonista si mette alla ricerca di un suo vecchio compagno di scuola, poi diventato professore di matematica. Il tutto ci porta all’interno di un mistero che ruota attorno a un manoscritto denominato “Il pozzo”, intriso di materiale cabalistico, e che per giunta è un libro di sabbia, cioè un libro il cui contenuto varia ogni volta che lo si apre. Il manoscritto è infatti realizzato con la tecnica cabalistica dell’animazione della materia inanimata, ovvero la stessa tecnica utilizzata per creare il golem, che però in questo caso non crea un golem ma appunto un libro di sabbia, che si propaga «come un virus» anche all’interno di altri testi, se questi vengono messi a contatto mischiando le frasi dell’uno con le frasi dell’altro. Complicatissimo? Ancora di più di quanto possiate immaginare.

In definitiva, io penso che per apprezzare davvero fino in fondo questo libro sarebbe opportuno sapere qualcosa (o più di qualcosa) di cabala (ecco perché prima parlavo dell’essere conoscitori di vini). Ma del resto, quante persone al giorno d’oggi possono vantare una conoscenza, approfondita o anche superficiale, della cabala? Quanti non ebrei? Ma anche, quanti ebrei?

Di fatto tutto il libro ruota intorno alla cabala, ai triangoli, alla matematica e, di conseguenza, all’ebraismo e al violentissimo antisemitismo che c’era in Serbia in quel periodo storico. Tuttavia, il protagonista non è né ebreo né antisemita (Albahari invece proviene da una famiglia ebrea).

Si tratta, come avrete capito, di un testo complicatissimo: per la forma, per lo stile, per il contenuto, insomma per tutto. Io sono fermamente convinta di non averlo compreso fino in fondo, anzi forse non l’ho capito affatto, ma vi posso dire che è un’esperienza di lettura che toglie il fiato. Inoltre ho trovato la scrittura così bella da essere quasi commovente, come mi era capitato già leggendo gli altri due libri dello stesso autore.

Ora sto cercando di procurarmi gli altri libri dell’autore, anche se non tutti sono stati tradotti in italiano e nemmeno in inglese: alcuni li ho già in casa e spero di poterli leggere presto, gli altri che mi mancano spero davvero di essere in grado di procurarmeli.

«Questo in ogni caso non è un libro di sabbia che si può leggere come l’anima del lettore desidera, ma un testo sul quale l’anima del lettore si deve arrampicare con lo stesso sforzo con cui la mia anima sta scendendo lungo le pagine scritte, avvicinandosi inevitabilmente alla conclusione. Sì, è terribile che i libri abbiano una conclusione mentre la vita continua, in qualche modo questa circostanza svaluta qualsiasi sforzo di scrittura, perché significa che i libri sono sempre una misura per un qualcosa di concluso, per una grandezza finita, ci rammentano che abbiamo davanti a noi solo un limitato numero di giorni, settimane, mesi e anni, dopo i quali nulla ha più nessuna importanza, anche se è altrettanto possibile sostenere il contrario: che proprio la finitezza del libro ci aiuta a liberarci delle illusioni sulla vita eterna, non importa se intesa come possibilità reale o come simbolo religioso».

Abdourahman A. Waberi, Transit (Gibuti)

Abdourahman A. Waberi, Transit (tit. originale Transit), Morellini, Milano 2005. Traduzione dal francese di Antonella Belli.

L’edizione originale di questo romanzo è stata pubblicata in Francia nel 2003. Il romanzo è il nono di Waberi, un autore che a vent’anni, nel 1985, lascia il suo Paese, Gibuti, per trasferirsi in Francia.

Ci ho messo un po’ a capire bene dove volesse andare a parare questo romanzo e, in definitiva, di cosa parlasse. Vi sconsiglio di leggere la quarta di copertina dell’edizione inglese, che mi è capitata sotto gli occhi per caso: svela completamente il finale, così come fanno alcune recensioni che ho letto. Peccato.

All’inizio di questo brevissimo romanzo ci troviamo a Parigi, all’aeroporto Charles de Gaulle, dove incontriamo Bashir e Harbi. Alla fine vi torniamo, ma il resto del romanzo si svolge a Gibuti, grazie ai ricordi dei due uomini, che vengono da quel Paese.

Bashir ha cambiato il suo nome in Bin Laden, ma l’uomo che lo accompagna gli sconsiglia vivamente di dire questo in Francia. Invece secondo Bashir questo nome è “terrifico”. Veniamo dunque subito al modo di parlare di Bashir, che deve essere stato complicatissimo rendere in italiano. Bashir sa chiaramente parlare bene in francese, la lingua dei colonizzatori, ma parla un francese molto sgrammaticato e particolare. Waberi, nei capitoli dedicati a Bashir, ci regala un linguaggio del tutto parlato, senza alcuna inflessione di alcunché di scritto o, non sia mai, addirittura letterario. Bashir parla così come parlerebbe a un suo amico, né più e né meno.

Harbi invece è un intellettuale, ma lo incontriamo solo nel prologo e nell’epilogo.

Nel corpo del romanzo sentiamo la voce di Bashir (molto), di Abdo-Julien, figlio di Harbi, di Alice, la moglie bretone di Harbi, e di Awaleh, il padre di Harbi. Ognuno racconta la sua storia, che è anche la storia di Gibuti. Bashir parla più degli altri, con la sua tipica prepotenza da ragazzo e da ex-soldato. Bashir è un gradasso, e anche un delinquente, che non fa che raccontare della guerra, delle sue “gesta” come militare (stupri et similia), dei suoi atti da teppista o meglio da vero e proprio delinquente. Alice è andata a Gibuti per amore dell’Africa, e lì ha trovato l’amore di Harbi, e insieme hanno dato vita ad Abdo-Julien, che già nel nome porta in sé due culture, e che al momento in cui parla ha 17 anni. Awaleh parla poco, ma quando lo fa rievoca le tradizioni del suo Paese.

L’epilogo è quello che dà un senso al libro, ed è abbastanza bello, in quanto (ve lo posso dire senza svelarvi niente) parla di esilio, dell’esperienza di immigrato, dell’attesa di asilo. Molto attuale anche se è stato scritto quasi 15 anni fa.

Tuttavia, il libro non mi è piaciuto nemmeno un po’, sebbene appunto il finale lo redima abbastanza. Ma non a sufficienza da farmelo apprezzare. Non metto in dubbio che Waberi sia uno scrittore molto abile e dotato, anche se è difficile dirlo davvero quando si legge un libro in traduzione. Tuttavia i suoi cambi radicali di registro sono notevoli a livello stilistico, e questo si sente anche in traduzione. Ma la storia non mi ha appassionato e, a dire il vero, nonostante riconosca l’abilità dell’autore, non mi è piaciuto neanche lo stile. La storia sarebbe stata interessante se avesse davvero parlato di esilio e di migrazione, e a suo modo questo libro lo fa, ma appunto a suo modo. Inoltre non ha abbastanza profondità (forse anche a causa della brevità) per farci entrare in sintonia con i personaggi, per farceli capire davvero. Bashir è un personaggio spregevole. Alice è una sognatrice. Abdo-Julien è un ragazzino. Awaleh è un pilastro della memoria. Harbi è quello più realista di tutti. Tuttavia non c’è scavo nella psicologia di questi personaggi, se non forse in quella di Bashir, che come dicevo è quello a cui sono dedicati più capitoli. Di fatto, è un libro con molto potenziale, ma che risulta piatto e monodimensionale. Non basta un buon epilogo di poche pagine a fare un buon libro.

Jodi Picoult, Piccole grandi cose

Jodi Picoult, Small Great Things, Ballantine Books, New York 2016.

Questo libro è stato pubblicato in italiano da Corbaccio pochi mesi fa con il titolo Piccole grandi cose. Non lo avrei mai preso in considerazione se non avessi letto recensioni di amiche entusiaste su Goodreads. Qualche giornale, non ricordo quale, lo ha definito “Il buio oltre la siepe del XXI secolo”. A ragione.

Siamo nel Connecticut nel 2015-2016. Ruth è un’infermiera che lavora in sala parto e, incidentalmente, è afroamericana. Questo non è mai stato un problema in vent’anni di onorata carriera, ma lo diventerà nel momento in cui si troverà ad assistere una coppia di “suprematisti bianchi” che hanno appena avuto un bambino. Io li chiamerei nazisti più che suprematisti bianchi, e infatti loro chiamano se stessi “neo-nazisti”, perciò non vedo il bisogno di usare un’espressione politicamente corretta laddove di corretto non c’è niente. Dicevamo, questa coppia rifiuta categoricamente di permettere a un’infermiera afroamericana di prendersi cura del loro bambino, Davis. La capoinfermiera, perciò, senza preoccuparsi della discriminazione, attacca alla cartella del piccolo un post-it dove indica che nessun infermiere afroamericano può prendersi cura del paziente. Ruth ne è, ovviamente, sconvolta, ma il problema non finisce qui: Davis andrà in difficoltà respiratoria e arresto cardiaco in un momento in cui Ruth si trova sola con lui, e la donna è lacerata fra la necessità professionale di aiutarlo (ovvero di rianimarlo) e l’ordine ricevuto. Di fatto, il bambino morirà nonostante le cure prodigategli dall’equipe chiamata sul posto, e i coniugi Bauer finiranno per portare Ruth in tribunale con l’accusa di omicidio.

È un libro molto duro da leggere, di una durezza impressionante. Questo soprattutto perché l’autrice fa parlare tre dei suoi personaggi, i cui capitoli vengono alternati: Ruth, l’infermiera; Kennedy, il difensore d’ufficio; e Turk, il padre di Davis. Picoult è bravissima a farci entrare nella testa e nella vita di questi tre personaggi, e vi assicuro che una delle cose più brutte che vi possano capitare come lettori è entrare nella testa di un neonazista. Perché vediamo come pensa, e lui ce lo racconta in prima persona. Entriamo nella sua vita, nella sua testa, e non certo in punta di piedi, perché lui non fa niente in punta di piedi. Siamo con lui nelle sue spedizioni punitive, siamo con lui quando picchia due gay che hanno commesso il solo crimine di essere omosessuali, siamo con lui quando picchia un barbone che ha commesso il solo crimine di essere la prima persona che gli capita davanti dopo la morte del figlio, siamo con lui quando ha il primo appuntamento con Brittany, quella che sarà sua moglie, e scelgono di passare una serata assieme non a vedere un film o ad andare a cena fuori, ma a picchiare due gay, cosa che eccita così tanto la ragazza da concederglisi immediatamente dopo.

Ma siamo anche con Ruth quando subisce questa terribile ingiustizia senza che nessuno dei suoi colleghi o superiori muova un dito, siamo con lei quando subisce i tanti piccoli atti di razzismo quotidiano a cui i bianchi sembrano non fare neanche caso, come ad esempio quando viene perquisita all’uscita da un negozio: solo lei, non l’avvocato d’ufficio, una donna bianca, che è con lei. Ruth vuole disperatamente essere come tutti gli altri, assimilarsi, farsi notare solo per le sue capacità professionali, e disperatamente vuole la stessa cosa per suo figlio diciassettenne, Edison.

È un libro molto duro, davvero. Sia perché ci viene sbattuto in faccia dall’interno l’odio più cieco e bestiale, sia perché ci fa vedere quello che è ancora più subdolo: il razzismo strisciante che è dentro ognuno di noi. Perché inconsciamente se ci sono due posti liberi sull’autobus, uno vicino a un’anziana signora bianca e l’altro vicino a un ragazzo di colore, ci viene spontaneo sederci vicino alla signora, e altre, infinite cose di questo genere. Di cui non siamo neppure consapevoli, ma di cui “gli altri da noi”, i “neri” sono perfettamente consapevoli; cose che devono ingoiare ogni giorno e far finta che sia tutto a posto se vogliono mantenere il loro posto di lavoro, i loro amici, la loro vita da “integrati” o “assimilati”.

È, insieme, uno dei libri migliori e uno dei libri peggiori che io abbia letto negli ultimi tempi. Migliori, perché è bellissimo, scritto divinamente e necessario. Peggiori, perché fa male, e tanto. Ma forse è proprio perché fa male che andrebbe letto, da tutti: fa male anche perché ci mette davanti la nostra immagine allo specchio, quella che ci mostra chi siamo realmente, e non chi crediamo di essere.

Senz’altro si tratta di un libro che parla molto più da vicino agli americani, anche perché i riferimenti alla cultura americana possono a volte essere un po’ difficili da cogliere per un italiano che negli Stati Uniti non abbia mai vissuto. Tuttavia, credo che sia un libro importante non solo per gli americani, ma per tutti, perché tutti veniamo confrontati ogni giorno con storie di razzismo quotidiano, che a volte sono grandi, e altre volte sono così piccole che noi neanche ce ne accorgiamo, ma chi ne è vittima se ne accorge perfettamente. Per me, lo dovete leggere assolutamente.

Raharimanana, Lucernario (Madagascar)

Raharimanana, Lucernario (tit. originale Lucarne), Edizioni Lavoro, Roma 2000. Traduzione dal francese di Maurizio Ferrara.

Per me questa collana, “l’altra riva”, di Edizioni Lavoro, è sempre una garanzia. La casa editrice (della CISL) pubblica in questa collana autori di letterature meno conosciute, dimostrando molto coraggio nel portare in Italia libri che, vista la nostra continua diffidenza nei confronti di ciò che è “altro”, verosimilmente saranno poco comprati. E infatti alla fiera di Roma, Più Libri Più Liberi, sono sempre venduti in uno scatolone a pochi euro.

Ero dunque molto tranquilla nell’approcciarmi a questo libro, il primo di un autore malgascio pubblicato in italiano. Jean-Luc Raharimanana è nato nel 1967 in Madagascar e nel 1989 si è trasferito in Francia, dove vive, e infatti scrive in francese. Questo libro è stato pubblicato in Francia nel 1996 e tradotto in italiano nel 2000. Credo che nel frattempo Edizioni Lavoro abbia pubblicato un altro libro dello stesso autore, ma non ne sono sicura.

Si tratta di un libriccino di appena 90 pagine, una raccolta di brevi o brevissimi racconti. Marie-José Hoyet ci dice nell’introduzione che il Madagascar di Raharimanana (che poi non è mai nominato, l’ambientazione di questi racconti potrebbe essere qualsiasi paese) non è quello dei turisti, ma è quello più oscuro, cupo, nascosto, terribile. Questo non mi disturba, anzi, mi fa piacere conoscere un Madagascar più reale, anche se a leggere questa introduzione si tratta proprio del lato più oscuro del paese. Anche se, lo ripeto, il paese non è mai nominato, quindi francamente non mi spingerei a dire che l’autore con questi racconti abbia voluto rappresentare il suo paese. E lo spero bene, tra l’altro.

Questi racconti non sono solo cupi, ma sono di una violenza cieca abominevole. Dice Hoyet che in ognuno di questi racconti almeno uno dei protagonisti muore, e infatti così è. Ma le morti sono atroci, di una violenza inaudita, sempre per mano altrui, per mano di mostri che io non so quale mente possa mai partorire. La violenza di questi racconti è tale, ed è talmente totale, che io onestamente credo che non sia data nella realtà, o almeno lo spero. Alcune cose le abbiamo sentite fin troppe volte nei giornali o nei TG, come le storie di donne violentate e poi uccise. Ma altre cose io non voglio credere che esistano nella realtà, e non ve le sto neanche a raccontare perché le voglio dimenticare il prima possibile, anche se credo che popoleranno i miei incubi per un po’ di tempo.

Per me scrivere di violenza non è un problema, nel senso che sono cose che accadono nella vita reale, a volte addirittura quotidianamente, ed è giusto che se ne parli. Per esempio, è giusto che si parli di donne violentate e uccise, perché purtroppo sono fatti che avvengono spesso, troppo spesso. Certo, è sempre difficile leggere questo tipo di racconti o romanzi, ma ne vedo la necessità, vedo l’urgenza che l’autore sente nello scriverli. In questo caso, invece, non vedo alcuna necessità nel buttare in faccia al lettore tutto questo orrore.

Non per niente i racconti che ho minimamente apprezzato sono Vicoli e Strega, in entrambi i quali si parla di una donna violentata, con l’uomo che assiste impotente. Molto crudi anche questi, ma vi ho visto un barlume di necessità di raccontare fatti che realmente accadono. Strega poi finisce in modo veramente vile, perché la strega del titolo è proprio la donna violentata, che riesce a fuggire e viene presa per una strega dagli abitanti del villaggio, che inevitabilmente la linciano. Cosa che avviene spesso, seppure non in senso concreto, ma metaforico: pensiamo al linciaggio che subiscono tante donne violentate da parte di tante persone che non vogliono capire, linciaggio a parole, certo, ma che uccide quasi quanto la violenza fisica. In questo senso questi due racconti mi sono sembrati più realistici e, sebbene durissimi, li ho minimamente apprezzati. Gli altri sono degli orrori ambulanti, di cui non auguro la lettura al mio peggior nemico.

Poi possiamo dire che lo stile di Raharimanana è molto particolare, in quanto più che al parlato si avvicina al pensato, cioè ricalca fedelmente il modo in cui una persona terrorizzata potrebbe pensare: quindi un linguaggio frammentario, spezzettato, di cui a volte è anche difficile seguire il filo logico. Questo all’inizio mi sembrava un tratto interessante di questo autore, e probabilmente lo è davvero, ma andando avanti i racconti sono sempre più orribili, e francamente dello stile di scrittura non mi potrebbe interessare di meno.