Yoko Ogawa, L’isola dei senza memoria

Yoko Ogawa, L’isola dei senza memoria (tit. originale Hisoyaka na Kessho), il Saggiatore, 2018. Traduzione dal giapponese di Laura Testaverde. Pubblicazione originale 1994.

Quel poco che ho letto di letteratura giapponese non mi ha particolarmente entusiasmato. Non sapevo niente di questo libro prima di sentirne parlare in questo gruppo, che non frequento quasi per niente, ma che è una fonte inesauribile di spunti letterari il più delle volte interessantissimi, per cui ogni tanto vado a sbirciare. Esattamente due mesi fa il Saggiatore, l’editore italiano, metteva a disposizione gratuitamente l’ebook nell’ambito dell’iniziativa Solidarietà Digitale e ho trovato che fosse una buona occasione per buttarmi e provare a leggerlo.

In Giappone è stato pubblicato ben 26 anni fa, ma a quanto pare ha raggiunto l'”Occidente” molto più tardi: tradotto prima in francese nel 2009 con il titolo Cristallisation secrète (Cristallizzazione segreta), quindi in italiano nel 2018 con il titolo L’isola dei senza memoria, e infine in inglese nel 2019 con il titolo The Memory Police (La polizia della memoria). Yoko Ogawa è un’autrice prolifica, considerata una delle maggiori scrittrici giapponesi, e in Italia sono stati tradotti molti suoi libri che trovate elencati qui.

Non so bene cosa mi immaginassi quando mi sono approcciata a questo romanzo, ma di certo mi immaginavo qualcosa di diverso. Sono quindi rimasta un po’ spiazzata, forse un pochino delusa.

Il romanzo è ambientato su un’isola di cui non conosciamo il nome, sappiamo solo che la sua caratteristica principale è che pian piano gli oggetti scompaiono. Non soltanto dalla memoria degli abitanti, ma letteralmente. Avviene la mattina: gli abitanti si svegliano e si rendono subito conto che è avvenuta una scomparsa, poi a poco a poco scoprono quale sia l’oggetto scomparso. Scompare veramente di tutto: uccelli, rose, carillon, romanzi…

La protagonista, anch’essa senza nome come l’isola, è una scrittrice, e la narrazione principale è intervallata a passaggi del romanzo che la donna sta scrivendo. Il romanzo scritto dalla protagonista è inquietante in maniera più immediata rispetto a quello scritto da Ogawa. Quest’ultimo si fa inquietante in modo più graduale, sebbene certo l’idea sia disturbante fin dal principio: come potrebbe il lettore rimanere calmo e indifferente di fronte a un luogo dove tutto scompare e dove c’è una polizia segreta dedicata a stanare e arrestare quelle persone che, per motivi ignoti, riescono a mantenere il ricordo degli oggetti scomparsi? Tuttavia, il modo in cui la storia viene narrata ci fa quasi pensare che questo corso di cose sia normale, un dato di fatto da prendere così com’è senza necessità di rifletterci sopra. Gli abitanti non si scompongono quando avviene una scomparsa, si limitano a disfarsi degli oggetti scomparsi che si trovavano in loro possesso, e procedono poi in maniera del tutto automatica e irreversibile a dimenticarsene completamente. Come dicevo, ci sono però alcune persone che non dimenticano: non tanto perché si oppongano, ma proprio perché per qualche motivo il loro cervello semplicemente non funziona in quel modo. E sono ovviamente vittime di una caccia spietata da parte della polizia segreta.

Questo romanzo non fornisce risposte e il finale è enigmatico; il lettore è libero di fare le proprie ipotesi ma non troverà alcuna conferma, quindi se avete problemi con i libri che rimangono “aperti” e indeterminati, questo romanzo vi farà infuriare. Io stessa non posso dire di essere un’appassionata dei libri di questo tipo, anche se con le dovute eccezioni. C’è comunque da dire che questa indeterminatezza può in certo modo avere un senso, o per meglio dire una logica all’interno della storia, seppure non si possa negare che quanto avviene rimanga come sospeso nell’aria, lasciando nel lettore più domande che certezze.

È difficile dire se questo libro mi sia piaciuto, di sicuro è fra i romanzi più bizzarri che io abbia mai letto, ma credo sia una bizzarria che mi sfugge e non arriva a lasciarmi soddisfatta come lettrice. Perciò non saprei neanche se consigliarlo, di certo se preferite le storie lineari, con un inizio e una fine, fareste meglio a scegliere qualcos’altro.

Mario Benedetti, La tregua (Uruguay)

Mario Benedetti, La tregua (tit. originale La tregua), nottetempo, 2014. Traduzione dallo spagnolo di Francesco Saba Sardi. Anno di pubblicazione originale 1960.

Nonostante le apparenze, non ho abbandonato il mio giro del mondo coi libri, anche se negli ultimi mesi l’ho molto trascurato. Per l’Uruguay (che, se ho contato bene, dovrebbe essere il 112° paese visitato) avevo già adocchiato Mario Benedetti, di cui avevo pensato di leggere Fondi di caffè, ma poco tempo fa La tregua era in offerta a pochi centesimi sul Kobo e così ho deciso di provare.

Questo libro è stato paragonato a Senilità, che ho in casa ma non ho ancora letto; sicuramente Martín Santomé, protagonista del romanzo di Benedetti, ricorda molto gli inetti di Svevo. Questo è il suo diario, che copre un intero anno della sua vita.

Santomé è, potremmo dire, un uomo finito, rassegnato, senza più alcun desiderio nella vita. Quasi cinquantenne, vedovo da vent’anni e con tre figli adulti, impiegato, fa il conto alla rovescia dei giorni che gli mancano per arrivare alla pensione, quando potrà dedicarsi all’ozio. Nel frattempo la sua vita scorre monotona, in una routine rassicurante e senza pretese. Pare che Santomé non voglia vivere ma solo scorrere insieme al tempo, non direi sopravvivere, nel senso che non è un personaggio disperato o depresso, semplicemente rassegnato a subire la vita più che viverla, ma senza drammi.

Il suo diario è pieno di osservazioni banali sul lavoro in ufficio e sulla vita in famiglia, e anche quando sfiora situazioni che potrebbero diventare spunti per importanti riflessioni, le deflette senza neanche sprecarci un pensiero. Per esempio, ecco un passaggio in cui descrive una cena con i figli: «”Certi giorni mi sento infelice semplicemente perché non so che cosa mi manca,” ha mormorato Blanca, mentre divideva tra di noi le pesche sciroppate. Ce ne sono toccate tre e mezza a testa.»

A un certo punto l’azienda per cui lavora assume dei nuovi dipendenti, e Santomé conosce così Avellaneda (in realtà Laura, ma il nostro la chiamerà sempre e solo per cognome): all’inizio non ne è colpito, ma piano piano finisce per rimanere affascinato da quella ragazza timida che, per età, potrebbe essere sua figlia, ma di cui invece si innamora. Nasce così una bizzarra relazione clandestina, perché il massimo desiderio di Santomé è non mettere in difficoltà la sua giovane amata con un matrimonio che fra pochi anni potrebbe renderla infelice a causa della grande differenza d’età. L’amore fra i due cresce costantemente, ci si chiede cosa la giovane Avellaneda possa trovare in un uomo spento come Santomé, ma è un fatto che l’impiegato viene spinto da questa relazione verso una ritrovata voglia di vivere. Ma il destino di Santomé è «oscuro», e questa parentesi di felicità non potrà che rivelarsi una semplice «tregua», colpendolo come un pugno in faccia proprio quando ha cominciato a crederci e a lasciarsi andare ad essa. Santomé torna così, inevitabilmente, a una vita spenta, buia, oscura, che però appare tanto diversa da quella precedente, solo in superficie la si potrebbe definire la stessa. Se prima Santomé era semplicemente mancante di interesse nei confronti della vita, ora è davvero infelice, disperato nel senso di ormai privo di speranza in un futuro di qualunque tipo, pronto a vegetare, ora sì davvero a sopravvivere, fino alla fine della sua miserabile vita.

«La cosa più tragica non è essere mediocre ma non avere consapevolezza della propria mediocrità; la cosa più tragica è essere mediocre, sapere di esserlo e non adeguarsi a questa sorte che d’altro canto (ecco l’aspetto peggiore) è semplice giustizia.» E infatti: Santomé era perfettamente cosciente della propria mediocrità, ma dopo essersi adeguato per tutta la vita si è ribellato, a cinquant’anni ha deciso di sfidarla e provare a essere migliore, finalmente vivo. Ma la sua sorte di uomo mediocre era «semplice giustizia», ed ecco dunque che Santomé va a sbattere dritto in faccia contro la tragicità della sua esistenza: una ribellione inutile la sua, anzi dannosa, perché ha avuto la presunzione di pensare di poter essere qualcosa di diverso da mediocre, e invece no, non era quello il suo destino, proprio per niente.

Ho trovato questo libro meraviglioso, la scrittura di Benedetti (e anche la traduzione, impeccabile, sebbene io non conosca lo spagnolo e non abbia quindi gli strumenti per giudicare davvero) è stupenda e cristallina, segue il percorso di Santomé nelle sue tre fasi (mediocrità accettata, mediocrità sfidata dalla felicità, mediocrità brutalmente rimessa addosso al protagonista). Lo stile accompagna Santomé, non si ha l’impressione di leggere un romanzo, o che ci sia un intermediario (l’autore): l’impressione è davvero di leggere il diario del protagonista, tanto lo stile è verosimile e veritiero. La storia di Santomé fa quasi male come se fosse il lettore a viverla: assistere all’illusione di felicità di questo povero impiegato, e allo sfacelo di questa illusione, alla vita che praticamente lo “rimette al suo posto”, come se Santomé avesse arrogantemente cercato di occupare, usurpandolo, un posto non suo; ecco, assistere a questo spettacolo è quasi come viverlo sulla propria pelle, ed è doloroso.

Francesca Battistella, La bellezza non ti salverà

Francesca Battistella, La bellezza non ti salverà, Scrittura & Scritture, 2016.

Costanza Ravizza è una profiler che lavora a Novara e al momento ha per le mani due casi. In particolare, ha molto a cuore il caso di tre ragazzi scomparsi nel nulla a poco tempo di distanza l’uno dall’altro e che secondo lei sono vittime dello stesso offender, ma il suo capo vuole che si occupi prioritariamente dell’omicidio di un uomo, nipote di un importante politico. Le due indagini scorrono dunque in parallelo, anche se più ampio spazio viene dedicato ai ragazzi scomparsi, che appassiona e forse un po’ ossessiona la profiler.

Siamo al cospetto di due “settori” della criminalità, entrambi terribili: le infiltrazioni mafiose (‘ndrangheta e camorra) al Nord e gli psicopatici che adescano persone fragili nel dark web.

All’inizio la gran quantità di personaggi e i diversi fili narrativi mi hanno un po’ confuso, non ultima la voce in prima persona che ogni tanto si alterna alla narrazione che segue Costanza. Tuttavia, basta fare un po’ di attenzione in più e non è così difficile seguire le fila di quello che sta succedendo, occorre solo entrare nell’ordine di idee che il “giallo” è un po’ più complicato rispetto ad altri, e che con questo libro “spegnere il cervello” e lasciarsi trasportare non funziona. Dipende da cosa si sta cercando dalla lettura; per me è tutt’altro che un difetto.

La storia si svolge tra Novara e il Lago d’Orta, dove in una bellissima villa vive la signora Teresa, insieme alla nipotina e al fratello Alfredo che si reca a trovarla. I due, di origine campana, sono amici di Costanza, e Alfredo è un personaggio cruciale: un po’ impiccione, curiosissimo, grande lettore e appassionato di misteri, non può che rimanere affascinato dalle indagini di Costanza e inevitabilmente non riuscirà a evitare di ficcare il naso. Forse è il personaggio che più mi è piaciuto, dotato di una simpatia spontanea, ficcanaso ma affezionatissimo a Costanza, possiede un “dono” particolare che lo rende un personaggio importante in alcune circostanze. Ma non è certo l’unico personaggio che rimane nel cuore, anzi sono tutti ben tratteggiati.

Essendo la protagonista una profiler, lo svolgimento delle indagini è un po’ diverso rispetto a quello di un giallo “classico”, per intenderci non siamo di fronte a un personaggio à la Sherlock Holmes o Hercules Poirot. Il profiler è, oltre che un agente di polizia, anche un esperto criminologo e uno psicologo, per cui il lettore si immerge nelle analisi della protagonista che la portano a costruire un identikit dell’offender. Siamo dunque davanti a indagini di tipo psicologico, infatti spesso il linguaggio usato da Costanza è specialistico. Forse lo chiamerei più thriller che giallo, in effetti.

Quello che si cerca da un libro non è uguale per tutti, né rimane costante negli anni, anzi tende inevitabilmente a modificarsi in base al contesto e alla situazione che il lettore sta vivendo. In questo momento storico, per me, è importante leggere libri che mi permettano di immergermi completamente nella storia che mi stanno raccontando. Questo romanzo lo fa alla perfezione: staccare gli occhi dalle pagine (o, nel mio caso, dall’e-reader) è quasi impossibile, il coinvolgimento è totale. E soprattutto, a coinvolgermi non è stato solo il desiderio di sapere “chi fosse il copevole”, ma l’indagine in sé e la storia nella sua interezza. Questo, secondo me, distingue un piacevole libro di intrattenimento da un solido romanzo ben costruito. Entrambe categorie validissime, ma senza dubbio la seconda tipologia si farà ricordare di più.

Francesca Battistella, autrice napoletana che vive sul lago d’Orta, ha scritto altri romanzi con protagonista Costanza Ravizza, e spero di leggerli presto perché questo mi è piaciuto molto.

Nota personale sul percorso che mi ha portato a leggere questo libro: mi capita spesso di scoprire nuovi libri in modo casuale, e forse l’incontro con questo romanzo è stato più casuale del solito. Durante questa pandemia ho avuto l’occasione di conoscere un po’, seppure solo virtualmente, una delle due editrici, Chantal Corrado. L’ho stimata moltissimo per la sua visione controcorrente che ha messo al primo posto la tutela della salute, anche a scapito del proprio profitto personale. Un atteggiamento dettato da empatia e umanità, che purtroppo non tutti gli imprenditori hanno avuto, neanche in ambito editoriale. Questo ha generato in me il desiderio di supportare questa casa editrice, che peraltro non conoscevo, e sfogliando il loro interessante catalogo ho deciso di provare a leggere questo libro. La casa editrice «pubblica narrativa: dal romanzo contemporaneo e moderno a quello storico, a qualche incursione nella saggistica, dal giallo al thriller e noir declinati in tutte le loro sfumature». Oltre a recuperare gli altri libri di Francesca Battistella, ho intenzione di dare una chance anche ad alcuni degli altri romanzi pubblicati da Scrittura & Scritture. Le belle realtà editoriali vanno sostenute.

M.R.C. Kasasian, I delitti di Mangle Street

M.R.C. Kasasian, I delitti di Mangle Street (tit. originale The Mangle Street Murders), Newton Compton, 2014. Traduzione dall’inglese di Clara Serretta.

Un paio di mesi fa ho trovato a 0,99 € su Kobo la trilogia Le insolite indagini del detective Sidney Grice e, sembrandomi carino, l’ho comprato. Ora, innanzitutto devo capire perché dare una copertina di questo tipo a un giallo che non è per niente “leggero” come la copertina potrebbe far pensare (almeno a me), anzi è pure abbastanza truculento. C’è comunque da dire che a quanto pare la stessa copertina è stata utilizzata nell’edizione originale inglese, quindi dev’essere una scelta voluta.

Questo primo libro della serie rimanda tanto palesemente ad Auguste Dupin e a Sherlock Holmes da non poter essere considerato che un esplicito omaggio, anche se devo dire che a tratti mi è sembrato soprattutto una bieca scopiazzatura, ma credo che nessun lettore di gialli abbia mancato di riconoscere le similitudini con i due personaggi sopra citati, quindi boh, il tutto mi è parso strano. Omaggio o plagio? Mah.

Ho letto moltissimi libri nella mia vita di lettrice, ma fatico a farmi venire in mente un personaggio più odioso di Sidney Grice. Personaggi odiosi in letteratura ce ne sono tantissimi, ma per ognuno di essi ho sempre trovato qualcosa che non dico li “redimesse”, ma li rendesse almeno più comprensibili. Per esempio, che so, un passato difficile che li aveva resi così odiosi, o un qualche gesto che li facesse apparire più umani. Sidney Grice non ha niente di tutto questo, è odioso dall’inizio alla fine, insopportabile in una maniera così schifosa che mi ha fatto venire voglia di prenderlo a schiaffi o scaraventare il libro dalla finestra. In compenso March Middleton non può che fare simpatia con il suo assoluto anticonformismo che la rende così peculiare in un’Inghilterra vittoriana non certo amica delle donne.

Il mistero è debole, il colpevole e anche il movente li ho capiti ben presto, poi certo, il tutto mostra svariate ramificazioni alla fine, che non avrebbero potuto essere previste dal più attento dei lettori, ma forse è proprio questo a renderle abbastanza inverosimili, anche se per carità, tutto ci può stare.

Francamente, non è un romanzo che mi ha divertito, e neanche particolarmente intrattenuto, insomma non lo consiglio. Ora, avendo gli altri due, magari posso pensare di leggerli in futuro, ma non è certo qualcosa che non vedo l’ora di fare.

Nota sulla traduzione: l’italiano è scorrevole, quindi senz’altro la traduttrice (che a quanto pare, cercando su Google, non è tanto una traduttrice quanto una scrittrice di libri di cucina) sa scrivere; il problema però temo sia piuttosto la comprensione dell’inglese. Non avendo sottomano la versione originale è difficile dire con certezza, ma alcune espressioni sembrano assurde e incomprensibili nel contesto, e ce ne sono diverse, non sono casi isolati. Faccio un esempio su tutti, che però in questo caso è comprensibilissimo: nessuna donna nella Londra dell’Ottocento, per quanto emancipata, chiederebbe mai a un’altra donna se il suo tutore “abusa di lei” (che poi diciamocelo, neanche oggi sarebbe una domanda normale, in assenza di contesto di quel tipo). Visto che si tratta di una semplice domanda interlocutoria, posta a March per sapere se il suo tutore la tratta bene, direi che siamo di fronte a un chiaro caso di “false friend”, dato che “abuse” si traduce, certo, anche come “abusare” (parola che in italiano ha connotazione prettamente sessuale, “abusare” nel senso di “esercitare violenza/abuso sessuale”), ma in questo caso mi pare non ci siano dubbi che l’amica di March volesse semplicemente chiederle se il suo tutore la “maltrattasse”, inteso in senso generico come “trattare male”, che ha mille sfaccettature e in cui quella sessuale, seppure possa anche esservi compresa (il che è discutibile), non è certo preponderante. Insomma, l’impressione è che la traduttrice abbia grossi problemi con i “false friends”, il problema però è che questo in certi casi rende il testo confuso e poco chiaro, in altri lo falsa proprio.

Diego De Silva, Non avevo capito niente

Diego De Silva, Non avevo capito niente, Einaudi, 2007.

Vincenzo Malinconico è un avvocato napoletano di 42 anni, separato, con due figli (la più grande veramente è figlia dell’ex moglie). Si arrabatta come può, pare che sia ancora innamorato dell’ex moglie Nives, o almeno così crede, ma lei l’ha lasciato per un architetto, tuttavia non disdegna cercarlo per andare a letto con lui. I figli sono grandi, Alagia è all’università e si incontrano in segreto ogni tanto per andare al Burger King dell’aeroporto a mangiare schifezze, Alfredo è un adolescente che ha la passione per lo studio (sul campo) della malavita giovanile. Vincenzo non è un avvocato di successo, anzi proprio il contrario, a momenti neanche si ricorda come si fa l’avvocato, perciò è un bel casino quando lo chiamano per la difesa d’ufficio di un becchino di camorra. Poi stranamente la donna più bella del tribunale si innamora di lui, ed ecco che come per magia non gli interessa più niente dell’ex moglie.

Insomma, molti chiamerebbero Vincenzo un fallito, poi bisogna vedere se si crede veramente alla possibilità delle persone di “fallire” nella vita, in ogni caso sicuramente è un uomo mediocre, sia nella vita professionale, sia in quella sentimentale, sia, più in generale, nella sfera privata.

Diciamo che a me non sono mai piaciuti i libri incentrati sulla figura dell’uomo medio(cre), ma completamente privi di una storia, infatti non mi è piaciuto neanche l’acclamato Stoner. Io, in questo momento più che mai, cerco una trama, una storia che mi appassioni, e qui di storia neanche l’ombra. Poi mi può pure interessare un libro senza trama, purché ci sia qualcosa, che so, un’indagine psicologica del rapporto tra un padre e una figlia (faccio per dire), oppure dell’anima di un personaggio. Ecco, all’apparenza De Silva sembra voler scandagliare l’anima di questo uomo mediocre o “fallito”, ma in realtà, forse anche a causa dell’espediente di usare la narrazione in prima persona, sembra solo un’accozzaglia di pensieri del nostro protagonista-narratore, che a volte sembra di leggere una versione profonda di Moccia. Certo, alcuni dei pensieri e delle illuminazioni di Vincenzo sono interessanti, ma guardando un po’ meglio finiscono per rivelarsi invece ammiccanti, falsamente profonde, insomma una “profondità di superficie”, diciamo così. Potremmo dire che questo romanzo sia un giro intorno all’ombelico di Vincenzo, una lunga (troppo lunga) esposizione delle sue fisime mentali. Poi sì, c’è una sorta di evoluzione del personaggio, se vogliamo, ma non è tanto credibile: cioè, un uomo tutto sommato insulso, viene però cercato da due donne bellissime e di successo come Nives e Alessandra? Sì, non è che non possa succedere, ma nel contesto suona inverosimile.

Inoltre non è che Vincenzo sia un personaggio simpatico e dunque le sue opinioni siano di gradevole lettura. Ammetto che per le prime pagine mi sono anche blandamente divertita e non mi è dispiaciuta l’autoironia di Vincenzo, che ha un che dissacrante. Tuttavia diventa velocemente trita e fastidiosa. Vincenzo è un uomo omofobo e sessista, alla fine pare pure arrivare a simpatizzare con i camorristi, non è un personaggio gradevole, per niente.

La scrittura qualcuno potrebbe considerarla buona, nel senso che rendere nello scritto i pensieri di un uomo mediocre come Vincenzo non è banale, potremmo dire che l’autore è riuscito nel suo intento, poi però bisogna vedere se questo stile piace. A me non tanto. 320 pagine di pseudo-flusso di coscienza, infarcito di intercalari fastidiosi come “la verità” o “p.es.”, vengono a noia rapidamente.

Insomma, dovete avere la consapevolezza che leggendo questo libro vi troverete dentro la testa di Vincenzo Malinconico: per me non è stato un soggiorno piacevole. Riconosco che possa piacere a qualcuno, in fin dei conti è questione di gusti, non posso dire che ci sia qualcosa di intrinsecamente “male” in questo libro. Semplicemente, non fa per me, nemmeno un po’.