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Hans Fallada, Ognuno muore solo

Hans Fallada, Jeder stirbt für sich allein, BoD, Norderstedt 2018. Prima edizione 1947.

Hans Fallada scrive questo libro, pubblicato in italiano col titolo Ognuno muore solo, nel 1946, poco dopo la fine della guerra. In questo lo ritengo ammirevole, nel senso che ha avuto il coraggio di guardare in faccia l’orrore subito dopo la fine di questo.

Il romanzo prende spunto dalla storia vera di una coppia di berlinesi che in piena guerra decisero di opporre una resistenza silenziosa al regime hitleriano in un modo molto particolare: lasciavano in giro per la città delle cartoline in cui avevano precedentemente scritto denunce degli orrori perpetrati dal regime nazista. Una resistenza senz’altro di tipo blando, non realmente attiva, ma che a loro avviso doveva servire a scuotere gli animi della gente, facendo loro vedere la verità. Il pasto nudo, direbbe Burroughs: quello che c’era realmente sulla punta della forchetta.

Fallada si ispira liberamente a questa storia vera, della quale afferma di non aver voluto sapere molto prima di scrivere il romanzo, per offrire al lettore un’opera di fantasia. Il romanzo, è da notare, è stato scritto in una ventina di giorni appena, il che è ancora più notevole se si considera che ha quasi 700 pagine.

I protagonisti di questo romanzo sono Otto e Anna Quangel, che incontriamo all’inizio del libro mentre leggono una lettera arrivata dal fronte: il loro figlio Ottochen è morto in guerra. Da questo fatto drammatico prende avvio la vicenda.

Otto Quangel è sempre stato un uomo passivo, che ha sempre pensato solo al suo orticello e che per tutta la vita (ha ormai una cinquantina d’anni) ha fatto di tutto per non spiccare e per preservare il proprio benessere. Sua moglie non è troppo diversa da lui. Due persone quasi anziane che non si occupano molto o non si occupano affatto del mondo che li circonda, mirando al solo obiettivo di stare bene personalmente. Perciò è tanto più strano che siano proprio loro due a decidere di opporre una resistenza passiva al regime, scrivendo cartoline che lasceranno poi di nascosto in vari palazzi in giro per Berlino.

La storia delle cartoline va avanti per due anni, finché inevitabilmente l’uomo viene scoperto durante la sua attività di distribuzione e ha inizio il calvario che condurrà la coppia (e non solo loro) alla morte, passando per la tortura.

Un’amica, quando ho iniziato la lettura, mi ha confessato di aver trovato il romanzo deprimente, non specificando oltre per non rovinarmi la lettura. Io pensavo che si riferisse alle numerose morti presenti nel libro, ma devo ora dedurre, a lettura ultimata, che non fosse esattamente così.

Otto non ha mai avuto la possibilità di rendersi conto se la sua attività clandestina avesse dato frutti, e subito prima di essere scoperto è preso dalla curiosità di accerterarsene. Ebbene, tutto quello che troverà è paura, terrore allo stato puro: terrore del contenuto di quelle cartoline, terrore di esserne scoperti in possesso, terrore di venire in qualche modo accusati di esserne gli scriventi. Non un moto di rabbia, non un gesto di dubbio, non un accenno di ribellione. L’attività di Otto e Anna è stata invano, e anzi condurrà diverse altre persone alla rovina.

Otto ne è annientato, e solo alla fine riuscirà a intravedere uno spiraglio di libertà, mentale se non fisica, che gli darà la forza di andare avanti con grande coraggio. Ma non sarà mai realmente libero.

Alcuni dicono che sia un romanzo scritto male e in modo affrettato; a me che l’ho letto in lingua originale questo non è sembrato affatto il caso, anche se c’è almeno una piccola incongruenza nel racconto, che tuttavia penso di poter perdonare all’autore in virtù dell’enorme impatto che il libro ha avuto su di me.

In sostanza, cosa è stata la resistenza in Germania? Piccoli gesti di “eroismo” quotidiano, piccolissime ribellioni che tuttavia risultavano enormi atti di alto tradimento agli occhi del regime. Un’assenza quasi totale di resistenza, a causa del terrore onnipervasivo che non risparmiava nessuno. Per questo il romanzo è deprimente. Alla fine, non c’è stata una resistenza organizzata, ognuno ha combattuto da solo, per questo ognuno muore solo. Si parla o si accenna molto alla solitudine nel libro.

In definitiva l’ho trovato un romanzo stupendo che mi sento di consigliare a chiunque. Sicuramente molto prolisso, eccessivamente prolisso, avrebbe potuto dire le stesse cose in due terzi della lunghezza, ma credo che questo sia un difetto da considerarsi minore, tale è la potenza del libro.

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Franz Kafka, America – 1927

Franz Kafka, America (tit. originale Amerika), Newton Compton, Roma 1991. Traduzione dal tedesco di Mirella Ulivieri.

Questo romanzo è stato scritto da Kafka tra il 1911 e il 1914 e mai più ripreso in mano prima della sua morte. Rimasto dunque incompiuto, è stato pubblicato nel 1927, dopo la morte dell’autore. Il meno famoso tra i romanzi di Kafka, è infatti l’ultimo che mi mancava da leggere per completare la lettura di tutte le opere del grande praghese.

Noto in tedesco anche come Der Verschollene, “lo scomparso”, racconta la storia di Karl Rossmann, un ragazzo di neppure sedici anni che è stato sedotto (violentato, diremmo meglio) da una donna di servizio della sua famiglia e quindi esiliato in America dai genitori. La donna, che avrebbe potuto essere sua madre in quanto a età, è infatti rimasta incinta, onta delle onte per una rispettabile famiglia borghese.

Il romanzo inizia al porto di New York, dove la nave con cui Karl ha fatto la traversata oceanica è appena arrivata. Per meglio dire, il romanzo inizia ancora a bordo della nave, dove Karl, già pronto a scendere con la sua valigia, si mette alla ricerca dell’ombrello dimenticato in cabina. Inizia qui la sua avventura americana e le sue disavventure, che lo porteranno dalla casa del ricco zio alle strade di New York dove è costretto a cercare lavoro.

Kafka stesso disse che voleva scrivere un «romanzo dickensiano», i critici citano Charlie Chaplin: tutto vero, ma soprattutto questo è un autentico romanzo kafkiano. Qualcuno dice che sia un romanzo più vivace rispetto agli altri scritti di Kafka, forse perfino più leggero, ma alla fine della lettura mi chiedo come qualcuno possa pensare una cosa del genere. Il romanzo è sì rocambolesco, in un certo senso, perché segue le vicende (dis)avventurose di Karl, ma è profondamente angosciante in quanto Karl vede distruggersi tutto davanti a sé. Così come profondamente angoscianti sono le descrizioni a cui Kafka ci ha abituato. Le situazioni “kafkiane” sono molte: penso all’avventura di Karl nelle cucine dell’Hotel Occidental, al suo lavoro nello stesso hotel, alla descrizione di alcuni lati della vita come servo di Brunelda.

Inoltre, angosciante è la rappresentazione che Kafka dà dei rapporti di Karl con gli altri, in particolar modo con le donne. Violentato inizialmente dalla donna di servizio (perché dalla descrizione data non si può proprio dire che sia stato “sedotto”), viene poi trattato con grande violenza e malizia da Klara, per poi finire nelle grinfie di Brunelda e Delamarche. L’aspetto sessuale è costantemente insinuato, mai esplicitamente eccetto che nel caso della violenza subita, ma in ogni caso la tensione sessuale è presente in quasi tutto il romanzo. Ed è sempre intrecciata alla violenza.

Alla fine del libro sono inseriti alcuni frammenti che Kafka ha lasciato ma che tuttavia non servono a completare il romanzo. Tuttavia nel leggere Kafka siamo abituati all’incompiutezza e ce ne dobbiamo fare una ragione.

A parer mio si tratta di un grande romanzo di un autore immenso; un romanzo non meno grande di tante altre sue opere più conosciute. Meriterebbe senz’altro di avere più lettori.

Shalom Auslander, Il lamento del prepuzio

Shalom Auslander, Il lamento del prepuzio (tit. originale Foreskin’s Lament), Guanda, Parma 2009. Traduzione dall’inglese di Elettra Caporello.

Shalom Auslander è un giornalista e scrittore americano, cresciuto a Monsey, New York, in una famiglia ebrea ortodossa. In questo libro, che non è un romanzo ma un testo autobiografico (ma si legge come un romanzo), parla del suo rapporto con il Dio terribile degli ebrei.

Il problema di Auslander, dice lui stesso, è che in Dio ci crede. Non è cresciuto in una famiglia ortodossa per niente. Non è diventato ateo o scettico. In Dio ci crede veramente. Il problema è che gli è stato insegnato a credere a un Dio terribile, spaventoso, cattivo, un Dio che ha permesso anni di persecuzioni, ha permesso l’Olocausto, ha punito i propri figli in maniera spaventosa.

Perciò, Auslander non può che pensare che Dio ce l’abbia con lui. Deve ricorrere a tutta una serie di stratagemmi per non farsi sorprendere dalla terribile vendetta di Dio: per esempio, quando vuole vedere una partita che si svolge di Shabbat a 20 km da casa sua, è costretto ad andarci a piedi perché di Shabbat non si può guidare né prendere un taxi o un mezzo pubblico. Solo in questo modo, a parer suo, Dio non si arrabbierà con lui e non lo punirà facendo perdere la sua squadra. Ma questo è solo un esempio fra i tanti episodi che vengono raccontati.

Auslander ha avuto un’infanzia difficile, figlio di un padre violento e di una madre rassegnata, cresciuto nella comunità ortodossa, costretto a tutta una serie di rituali e obblighi e divieti che sono il fulcro della fede ebrea ortodossa. Per esempio, tutti i divieti dello Shabbat, oppure l’obbligo di mangiare kosher, che possono sembrare cose non troppo difficili a un occhio esterno, ma l’autore le racconta con tanta dovizia di particolari da farci capire che una rigida osservanza di tali regole e divieti rende la vita impossibile alle persone. In seguito sua moglie Orli gli dirà che è stato “abusato teologicamente”.

Auslander vive dunque un’infanzia e un’adolescenza di ribellione e di colpa: riviste pornografiche che poi è costretto a bruciare per non incorrere nell’ira di Dio, cibo treyf (non kosher) che poi è costretto a vomitare o che lo fa piangere, furti, e chi più ne ha più ne metta. Tutto, sempre, condito dall’atroce senso di colpa e dal terrore di incorrere nell’ira funesta del Signore.

Poi Auslander si sposa con Orli, anch’essa proveniente da una famiglia difficile, e insieme cercano di affrancarsi dalle rispettive famiglie, dall’educazione religiosa, da tutto ciò che li ha tenuti soffocati da bambini e da ragazzi. Quando Orli resta incinta, le due grandi domande sono: Dio ucciderà lei e/o il bambino? e sarà necessario circoncidere il bambino per non far arrabbiare Dio?

Le ultime parole del libro sono emblematiche: «E non uccidere Orli. E non uccidere nostro figlio. Dopotutto è solo un libro, cazzo. Scusa.»

Lo consiglio perché fa ridere, lo consiglio perché fa riflettere, perché ci fa conoscere una realtà di cui probabilmente sappiamo ben poco se non siamo ebrei. Però vi avviso che è sboccato, ma forse è anche questo che lo rende bello.

Kim Leine, Il fiordo dell’eternità

Kim Leine, Il fiordo dell’eternità (tit. originale Profeterne i Evighedsfjorden), Guanda, Parma 2013. Traduzione dal danese di Ingrid Basso.

Kim Leine è un autore norvegese che vive in Danimarca e ha vissuto molti anni in Groenlandia. Questo libro è ambientato in Groenlandia e si svolge alla fine del Settecento, in piena dominazione danese dell’isola.

Vi avviso fin d’ora che questa recensione è piena di spoiler, quindi se volete leggere il libro vi sconsiglio di leggere oltre. C’è anche da dire che vi sconsiglio di leggere il libro, tuttavia, dato che l’ho trovato di rara bruttezza.

Morten Pedersen si trasferisce in Danimarca dal suo villaggio norvegese, e decide di farsi chiamare Morten Falck da ora in poi. Siamo nel 1782. Il giovane vorrebbe studiare medicina a Copenaghen, ma il padre vuole che segua gli studi di teologia per diventare prete, ed è quello che Morten farà, pur seguendo comunque le lezioni di anatomia della facoltà di medicina. Dopo varie vicissitudini perlopiù di carattere sessuale (più che amoroso), Morten decide di trasferirsi in Groenlandia e viene assegnato come prete missionario alla missione di Sukkertoppen. Morten, sostanzialmente, fugge dai suoi fantasmi sessuali andando in Groenlandia.

La stragrande maggioranza del libro si svolge in Groenlandia, dove veniamo a fare la conoscenza dei personaggi della Compagnia Commerciale danese, della gente della missione, e dei nativi. Vediamo che i nativi non sono i selvaggi che i danesi credono, anzi sono delle persone in tutto e per tutto uguali ai danesi, seppure con credenze e usanze diverse. In questo senso il libro è piuttosto critico nei confronti della colonizzazione danese.

Il libro, in lingua originale, si intitola I profeti del fiordo dell’eternità, allora uno s’immagina che i profeti o quantomeno il fiordo siano i protagonisti del romanzo. Niente affatto. Hanno senz’altro una parte importante, ma il protagonista indiscusso è Morten Falck con tutte le sue ossessioni e idiosincrasie.

La più grande pecca di questo romanzo è l’incapacità di far capire al comune lettore dove voglia andare a parare e l’aleatorietà nonché confusionarietà di tutto il libro. Dicevamo, i profeti e il fiordo danno il titolo al libro ma non ne sono i protagonisti. Altri esempi: a un certo punto c’è tutto un lungo capitolo in cui sembra di star leggendo una pallida imitazione di Moby Dick. Per quanto funzionale all’economia del romanzo, tuttavia risulta assai forzato e il lettore (o almeno io) un po’ si domanda che diamine ci stia a fare lì. Alla fine del romanzo c’è tutta una lunga sezione dedicata all’incendio di Copenaghen. Di nuovo, sarà pur funzionale al romanzo, perché sostanzialmente è quello che permette a Morten di tornare in Groenlandia dopo una pausa norvegese e danese. Tuttavia, sembra un po’ messo lì a forza.

Altre cose: all’inizio del libro la vedova prega con fervore prima di essere uccisa da Morten, ma nel corso del libro vediamo che la vedova è fieramente pagana e non si capisce perché a un certo punto voglia essere convertita né tantomeno si capisce questa sua fervente preghiera prima di morire, dato che non pareva credere affatto al Dio dei danesi. Inoltre, evita il contatto sessuale o affettivo con Falck per metà libro, per poi cadere nelle braccia di un Falck ridotto a brandelli dalla vita. Ma che senso ha?

Funzionali all’economia del romanzo sono senz’altro le descrizioni degli incontri sessuali di Falck, tuttavia mi ha infastidito doverle leggere nei minimi dettagli, e poi quando arriviamo alla descrizione dettagliata di una violenza sessuale per me è stato veramente troppo. Per non parlare della descrizione dettagliata di un aborto. Particolari che io ho trovato francamente schifosi per la loro minuziosa descrizione, ma sarò probabilmente io il problema.

Insomma, a fine lettura mi sfugge il senso di questo lungo romanzo (594 pagine), che ho trovato sconclusionato e frammentario, nonché disgustoso in molte descrizioni. Tuttavia la lettura scorre bene e non è faticosa, il che probabilmente lo salva dall’ignominia di una stroncatura assoluta. Tuttavia, non lo consiglierei al mio peggior nemico.

Sami Michael, Rifugio (Iraq)

Sami Michael, Rifugio (tit. originale Chassut), Giuntina, Firenze 2008. Traduzione dall’ebraico di Dalia Padoa.

Sami Michael è nato nel 1926 a Baghdad, da cui è fuggito a 22 anni per evitare la persecuzione, dato che era membro di un gruppo clandestino di lotta al regime. L’anno successivo, nel 1949, si trasferisce in Israele. In seguito otterrà la cittadinanza israeliana. Michael scrive in ebraico. Di suo ho già letto e recensito il bellissimo Una tromba nello uadi, sempre pubblicato da Giuntina.

In questo romanzo si intrecciano molti personaggi, quasi tutti legati dall’appartenenza al partito comunista. Siamo nel 1973, durante i primissimi giorni della guerra del Kippur.

Shula, appartenente come i suoi genitori al partito comunista, è sposata con Marduch, anch’egli membro del partito, che viene da “laggiù”. Solo dopo un bel po’ scopriremo che “laggiù” è l’Iraq, dove l’uomo ha subito undici anni di prigionia e torture a causa della sua militanza. Marduch è un personaggio dolce che, seppure traumatizzato, riesce a vivere la sua vita. I due hanno un figlio di dieci anni, Idò, che soffre di un ritardo mentale.

Grande amica di Shula è la sua domestica, Shoshana, un’ebrea che ha sposato un arabo cristiano e quindi definita da tutti una “puttana”. I due hanno tre bambini e faticano a identificarsi nell’una o nell’altra cultura. Shoshana è il mio personaggio preferito perché è una donna forte che ha sfidato le convenzioni, le maldicenze e perfino la propria famiglia, con la quale ha rotto, per seguire il suo cuore.

Altro personaggio chiave è Fatchi, un poeta arabo che va a letto solo con donne ebree, pur essendo fidanzato con un’araba illibata. Fatuo in maniera ridicolmente idiota, è il personaggio che mi è piaciuto di meno.

Nell’intrecciarsi delle vite di questi e altri personaggi durante i primi giorni di guerra, veniamo messi di fronte a un mondo diviso e lacerato nelle sue contraddizioni e nei suoi tentativi di appartenenza che, a un occhio esterno, appaiono spesso frustrati. Così ad esempio Shoshana e suo marito Fuad fanno fatica a identificarsi come ebrei o come arabi e finiscono per non scegliere nessuna delle due opzioni; Marduch fa parte del partito comunista che critica fortemente Israele definendo le sue operazioni di aggressione, ma allo stesso tempo è soldato nell’esercito… e così via.

Il tema principale del romanzo non è infatti la guerra, ma è l’intento di mostrare la lacerazione di una società che è stata spezzata e i cui abitanti non si ritrovano più. Durante la guerra ci saranno tentativi di presa di posizione, che però cozzano la maggior parte delle volte con gli ideali del partito, e a volte perfino con la vita che i personaggi stessi conducono.

Visto che il tema è la lacerazione, inevitabilmente il romanzo finisce per essere un po’ confusionario, cosa che potrebbe anche essere voluta perché sembra proprio immergere il lettore in questa divisione culturale, politica e sociale delle anime. Resta tuttavia in alcuni punti un po’ troppo confuso per i miei gusti, ma ciò non toglie che sia un bel libro, anche se ho preferito l’altro che ho letto dello stesso autore.