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Klaus Mann, La svolta

Klaus Mann, Der Wendepunkt, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg 1993.

Questo libro, l’autobiografia di Klaus Mann, è stato pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1942 e originariamente scritto in inglese. L’edizione tedesca è stata riveduta e ampliata dallo stesso autore e, anziché fermarsi al 1942, arriva fino al 1945. Pubblicata in Germania dopo la morte dell’autore, approda in Italia grazie al Saggiatore con il titolo La svolta. Ignoro se l’edizione italiana sia stata tradotta dall’inglese o dal tedesco, ma vedo online che conta appena 463 pagine contro le 738 dell’edizione tedesca, il che mi fa pensare che sia stata tradotta dalla versione inglese, la quale ha ben 300 pagine in meno rispetto alla tedesca.

Klaus Mann, figlio secondogenito di Thomas Mann, è nato nel 1906 e morto suicida nel 1949. Ha vissuto moltissimi anni negli Stati Uniti, auto-esiliatosi subito dopo l’avvento al potere di Hitler. Il Reich gli tolse la cittadinanza tedesca e fu per un po’ apolide, per poi ricevere la cittadinanza dall’allora Repubblica Ceca e acquisire in seguito la cittadinanza americana, da lui molto desiderata.

Klaus ha sempre avuto un rapporto molto stretto con la sorella Erika, di appena un anno maggiore, tanto che spesso si presentavano come gemelli. Molto si è scritto di Klaus Mann: che sarebbe stato il “figlio fallito” di Thomas Mann, che sarebbe stato in conflitto con il padre a causa della propria omosessualità dichiarata, che non ci sarebbe stato alcun punto di svolta nella sua vita… Tutto questo, a parer mio, perde d’importanza di fronte alla portata artistica e di documento storico e biografico di questa autobiografia, scritta quando l’autore non aveva ancora 40 anni. Del resto non vi è praticamente traccia di queste (oserei dire morbose) questioni nel libro di Klaus Mann, per cui non vedo perché dovrei stare a trattarle qui, anche perché se proprio vi interessano troverete un sacco di articoli in proposito.

Come scrive il nipote Frido Mann nella postfazione, questa autobiografia si può dividere in tre parti che affrontano tre tematiche principali: l’infanzia e il rapporto con la sua famosa famiglia, la carriera di scrittore e infine l’impegno politico e militare contro il Terzo Reich.

La prima parte dedicata all’infanzia e all’adolescenza è scritta in un registro ironico piacevolissimo da leggere. Klaus parla del rapporto con i genitori, con i nonni materni e paterni, con i suoi cinque fra fratelli e sorelle, con i suoi compagni di scuola e amici. Naturalmente per il lettore riveste o può rivestire particolare interesse la parte che riguarda il padre, il famoso premio Nobel Thomas Mann. E tuttavia non è questo rapporto il tema principale dell’autobiografia, e se vi interessa la storia della famiglia Mann dovrete cercare altrove. Klaus parla con molto affetto dei suoi familiari e ci racconta che loro bambini avevano un soprannome per ciascuno, per esempio il padre era “il Mago”. Racconta diversi aneddoti della storia di famiglia e delle sue prime amicizie, racconta soprattutto il clima che si respirava in casa e fuori, che sostanzialmente era un clima come dicevo affettuoso, seppure non idilliaco, naturalmente.

Crescendo, Klaus conosce innumerevoli persone comuni e innumerevoli personalità della cultura del tempo. Alla fine del libro c’è un indice analitico con tutti i personaggi menzionati, e vi dico solo che è lungo 7 pagine scritte fitte. La maggior parte dei nomi sono famosi o famosissimi, ma sono talmente tanti che sarebbe davvero inutile fare degli esempi. Pensate solo alle personalità della letteratura, del teatro, della politica, della musica di quell’epoca: Klaus conosceva tutti o quasi, naturalmente soprattutto in ambito di lingua tedesca, ma non solo. Infatti Klaus ed Erika viaggiarono molto da ragazzi, facendo anche un giro intorno al mondo, e conobbero così importanti personalità anche di altri paesi, ad esempio francesi e americani. Erika stessa si sposò in seconde nozze con il famoso poeta W. H. Auden, un matrimonio di comodo per entrambi affinché la donna potesse ottenere la cittadinanza britannica dopo essere stata privata di quella tedesca.

Klaus parla dunque dei suoi rapporti con scrittori, attori e altri personaggi della cultura e della politica, con molti dei quali intreccia veri rapporti di amicizia. Al contempo ci parla della sua nascente carriera di scrittore all’ombra dell’ingombrante nome del padre, da cui la paura di essere pubblicato solo per il suo cognome, mentre invece pian piano cominciano a emergere i veri talenti letterari del giovane autore. Klaus ha scritto innumerevoli libri oltre a questa autobiografia, ma ai più risulta ad oggi sconosciuto, soprattutto in Italia. Nella postfazione invece Frido Mann ci dice che all’inizio degli anni Ottanta si ebbe in Germania un vero e proprio boom, una tardiva riscoperta di Klaus Mann come scrittore, dopo essere stato ignorato in patria per tutto il dopoguerra. Una personalità troppo scomoda nella Germania post-nazista? Chiaramente antifascista ma mai comunista, Klaus era tuttavia malvisto nei circoli culturali della Germania del dopoguerra, ragion per cui non vide mai un singolo romanzo pubblicato in patria dopo la guerra e morì praticamente dimenticato in patria. Questo almeno ci dice Frido Mann nella postfazione.

All’avvento del nazismo, inizialmente Klaus sottovaluta le potenzialità pericolose di Hitler, che un giorno vede in un caffè, seduto proprio accanto a lui, e che descrive come «un ometto antipatico, ma certamente innocuo». Tuttavia poco tempo dopo sarà tra i primi a capire la pericolosità di Hitler e della sua politica, tanto che già nei primi anni Trenta scriverà che, se non si fosse fermato subito Hitler, nel giro di un paio d’anni il prezzo sarebbe stato altissimo, sarebbe costato milioni di vite umane. Profetico, o forse solo una persona che riusciva a vedere oltre.

Nel 1942-43 Klaus cerca di entrare nell’esercito americano e infine ci riuscirà, seppure con difficoltà e con tempi lunghi. Gli verrà conferita la cittadinanza americana e finalmente potrà arruolarsi e andare a combattere in Europa, dove passa molto tempo in Italia, Francia e Germania, partecipando alla liberazione. Klaus sembra quasi risorgere una volta entrato nell’esercito: ce ne accorgiamo particolarmente bene perché gli ultimi due capitoli, quelli aggiunti nell’edizione tedesca, sono composti da diari e lettere. Prima di entrare nell’esercito Klaus parla spessissimo di «desiderio di morte», in seguito sembra una persona nuova, forse perché, come dice Frido Mann nella postfazione, è riuscito a trovare una sua dimensione all’interno di un ambiente sociale, anziché essere costantemente solo (pur se circondato di amici) come lo era stato prima e come lo sarà dopo.

Di morte e soprattutto di suicidio si parla tantissimo in questo libro: moltissimi saranno i parenti e gli amici morti per suicidio, e Klaus stesso si suiciderà nel 1949 dopo un tentativo fallito appena pochi mesi prima. I suicidi degli amici lasciano Klaus completamente sconvolto, tuttavia in parte li comprende perché lui stesso ha sempre sentito questo richiamo della morte, seppure non sempre con la stessa intensità. In particolare Klaus si trova di fronte a innumerevoli suicidi durante il periodo del nazismo, perché molti non riuscirono a sopportare l’esilio, trovandosi senza patria: avevano perso la vecchia patria e non riuscivano a fare del nuovo posto in cui vivevano una nuova patria. Per non parlare del fatto che molti artisti tedeschi furono costretti al silenzio dal regime e inevitabilmente condannati all’oblio.

Per concludere posso dire che questa autobiografia riveste un interesse particolare, e secondo me non soltanto per chi conosca Klaus Mann come scrittore (io stessa non lo conoscevo affatto, e mi sono imbattuta in questo libro solo grazie a un mercatino dell’usato quando vivevo in Lussemburgo), e non solo per chi ami Thomas Mann (dato che come ho sottolineato questo libro solo parzialmente e brevemente parla davvero del padre). Questo libro, secondo me, può risultare interessante per chiunque sia interessato a conoscere la storia sociale e artistica del periodo tra le due guerre, e in particolar modo per chi sia interessato alla lettura di un libro molto ben scritto e affascinante sia per i temi affrontati che per lo stile. Dunque, mi sento di consigliare caldamente la lettura dell’autobiografia di Klaus Mann a chiunque rientri in queste categorie. Non credo che ve ne pentirete.

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Claudio Morandini, Neve, cane, piede

Claudio Morandini, Neve, cane, piede, Exòrma, Roma 2015.

Dopo aver letto e apprezzato Le pietre, ero molto curiosa di leggere l’altro romanzo di Claudio Morandini pubblicato da Exòrma nel 2015. Lo stile e l’inventiva di Morandini mi erano piaciuti molto, e volevo vedere se questo libro precedente era all’altezza del successivo. Lo è, senz’altro.

Anche con questo romanzo ci troviamo in montagna, in un vallone imprecisato in mezzo alle Alpi. Adelmo Farandola è un vecchio eremita che vive isolato da tutto e tutti in una baita situata in questo vallone, in mezzo al nulla più completo.

Facciamo conoscenza con Adelmo quando scende in paese a comprare le provviste per l’inverno imminente, e ci accorgiamo subito dei gravi problemi di memoria che lo affliggono: non si ricordava, infatti, di essere stato a fare provviste appena la settimana prima. Tornato a casa Adelmo trova un cane, ma non ne è molto contento, perché è abituato a vivere per conto suo e ama la solitudine. Eppure finirà per permettergli di stare con sé e diventeranno anche amici, tanto che il vecchio non riuscirà più a immaginarsi di poter stare senza il cane: «A lui la solitudine piace – di più, gli è vitale, e non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo. Ma a quel bastardo si è legato, e quando quello va via sente morirgli qualcosa dentro, e il tempo dilatarsi fin quasi a non scorrere più, e lo spazio di questa conca angusta espandersi fino a diventare un deserto immenso, e la sua persona rimpicciolirsi dentro a questo deserto, fino a ridursi a formica, a verme».

Altro personaggio del romanzo è un guardiacaccia che ogni tanto si mette a spiare Adelmo con il binocolo, pensando probabilmente che il vecchio sia un cacciatore di frodo. Il vecchio Adelmo Farandola non sopporta questa intrusione, soprattutto quando il giovane guardiacaccia viene da lui cercando di fare conversazione. Adelmo è abituato a silenzi lunghi mesi, quasi non riesce a parlare, e comunque sicuramente non gli interessa. Gli esseri umani non gli piacciono. Inoltre Adelmo ritiene che tutto nel vallone sia suo: animali, terra, aria. Ritiene dunque di non fare niente di male se ogni tanto uccide qualche animale, dato che tutto è suo.

Adelmo romperà la sua solitudine e il suo silenzio grazie al cane, che è un cane che parla, e con il quale l’uomo non disdegna di fare conversazione, anche se ovviamente non certo lunghi discorsi, a cui non è abituato.

Il piede comparirà dopo la metà del romanzo, ed è quello di un uomo sepolto da una valanga. Di più non vi dico perché è bene che leggiate da soli questo romanzo bellissimo.

Morandini è uno scrittore di chiaro talento, e dispiace che non goda di maggiore considerazione in patria (questo suo libro è stato tradotto anche in altri Paesi). Dopo aver letto due suoi libri, posso dire che lo trovo una voce fresca, forte, sicuramente molto piacevole da leggere. Ho trovato entrambi i romanzi interessanti e particolari, non le solite storie trite e ritrite che troppo spesso ci vengono propinate dall’editoria nazionale (e internazionale).

In questo romanzo Morandini dà voce a un uomo che è l’emblema del solitario portato all’estremo, del vero e proprio eremita. Inevitabilmente la solitudine autoimposta sembra far impazzire l’uomo, che perde la memoria, conversa col cane, e altro ancora. Inoltre il solitario di Morandini è un uomo che ha rinunciato, quasi, a qualsiasi parvenza di umanità: non si lava, nemmeno i denti e le parti intime, non si pulisce quando fa i suoi bisogni (perché non possiamo dire che vada in bagno, è un’espressione troppo civilizzata). È praticamente diventato una sorta di animale, sebbene abbia ancora sentimenti da uomo, in qualche modo.

Ecco, dare voce a un uomo che quasi ha rinunciato all’umanità, che quasi non è più uomo, a parer mio non deve essere stato facile. Adelmo Farandola è quanto di più lontano si possa immaginare dalla civilizzazione e anche dalla civilità. Un uomo civile, colto, quale può esserlo l’autore, fa uno sforzo creativo non indifferente per dar voce a un uomo incolto in tutti i sensi. Mi si dirà che lo scrittore fa sempre uno sforzo per dare voce ai proprio personaggi, basti solo pensare agli scrittori adulti che danno voce a dei bambini e amiliardi di altri casi. Questo è vero, sicuramente, ma volevo solo sottolineare come anche in questo caso la fantasia dell’autore si sia spinta così oltre da diventare realtà, perché è proprio così che io mi immaginerei un eremita.

Consiglio caldamente la lettura di questo libro e consiglio di fare la conoscenza di questo scrittore, che nel panorama italiano odierno mi pare una delle voci più limpide e solide.

Barbara Garlaschelli, Sirena

Barbara Garlaschelli, Sirena (mezzo pesante in movimento), Laurana, Milano 2014.

Barbara Garlaschelli è una scrittrice che ha pubblicato numerosi libri ed è stata anche finalista allo Strega nel 2010. Questo piccolo libriccino, che ha visto altre pubblicazioni in passato presso altri editori, è stato riportato in libreria da Laurana tre anni fa.

Questo libro è, potremmo dire, l’autobiografia di un incidente. In poche pagine (poco più di 100) condensa tutto il dolore vissuto dall’autrice, vittima di un incidente ormai 36 anni fa. Incidente che l’ha costretta in sedia a rotelle.

È estate, per la precisione il 3 agosto 1981, Barbara ha 16 anni, è una ragazzina. In vacanza al mare, si tuffa in acque basse e batte la testa su una pietra, con conseguente lesione della quinta vertebra cervicale. Rischia di morire, rischia di rimanere paralizzata dalla testa in giù. Nei primi tempi in ospedale, ci dice, riesce a muovere solo gli occhi (e la bocca, perché parla). Oggi, da adulta, riesce a muovere anche le braccia, ma non le dita delle mani. Questo grazie a una seria e durissima fisioterapia, iniziata al Niguarda di Milano e portata avanti in un ospedale di Heidelberg, in Germania.

Barbara fa tanti piccoli progressi durante la sua lunghissima permanenza in ospedale, ma subisce anche innumerevoli trattamenti che sono come delle torture per lei. Buchi nella testa, trazioni, gabbie, piaghe da decubito che rischiano la necrosi. Un inferno. Che però Barbara affronta sempre con ironia, con forza, con accettazione. È naturale, l’accettazione non arriva subito, ma fin da subito questa giovane ragazza riesce a fare forza a se stessa per fare forza anche agli altri. E gli altri, in special modo gli amatissimi genitori, la aiutano tantissimo, standole vicini, raccontandole scene di film che hanno visto, portandole il cibo da casa. E gli amici, che vanno a trovarla sempre, che non la abbandonano mai.

In tutto questo, dicevo, si sente forte e chiara l’autoironia dell’autrice e protagonista che, certo, piange di dolore in alcune occasioni, ma quando il dolore le dà tregua non si lascia mai scappare l’opportunità di un sorriso, una battuta, una risata. I momenti strazianti sono molti, come quando Barbara si rende conto davvero che non potrà più camminare, ma altrettanti sono i momenti in cui sa portare quanta più leggerezza possibile nella sua situazione e allo stesso modo nel libro.

Barbara Garlaschelli deve essere, è una donna straordinaria. Superare una simile difficoltà, una simile tragedia direi, con il sorriso sulle labbra, è cosa che pochi potrebbero fare. Naturalmente non dobbiamo pensare che sia una santa, è solo una ragazza, prima, e una donna, poi, estremamente forte e coraggiosa e, soprattutto, estremamente amante della vita.

La cosa che, se devo essere sincera, mi ha un po’ infastidito, è il far passare il messaggio che questa sia l’unica reazione possibile. Vero, probabilmente è l’unica possibile se si vuole andare avanti a vivere e farlo bene. Ma a un certo punto, per esempio, abbiamo alcuni passaggi del diario del padre, dove dice che Barbara ha affrontato la cosa “senza piagnistei”. Io non credo che chi si fa travolgere dal dolore di una simile tragedia faccia piagnistei. Però capisco il punto di vista di un padre nell’immediato dopo l’incidente. Tuttavia, traspare sempre, a mio parere, questo concetto, non detto, che la reazione di Barbara sia l’unica sensata. E come dicevo forse lo è, ma non posso fare a meno di capire chi invece, di fronte a una tragedia del genere, si butta giù, si chiude nel proprio dolore e non vuole uscirne. Non tutti siamo forti e coraggiosi, e non c’è niente di male in questo. Ognuno è diverso, ognuno con le proprie paure, esperienze, personalità.

A un certo punto nella postfazione Nicoletta Vallorani parla di un editor che non ha saputo cogliere l’ironia nel libro di Barbara Garlaschelli. Questo mi ha lasciato basita, perché l’ironia è tangibile, anche nei momenti di disperazione più profonda. Tuttavia, Vallorani prosegue a dire che “l’ironia è una risorsa importante nelle tragedie della vita” (vero), ma si spinge a dire che le dispiace per chi non capisce questo, che prova “un po’ di pietà”, ma “non troppa”. Le sue parole sono: “saper ridere del disastro è una dimostrazione di intelligenza e una caratteristica adattiva del nostro modo di essere al mondo. Chi non ce l’ha, per come la vedo io, ha la responsabilità di non averla cercata, e dunque di non aver voluto sopravvivere nel modo migliore”.

Premesso che nessuna di queste parole è dell’autrice, sono parole che mi hanno messo molto a disagio. È un po’ come dire al depresso “sei tu che non hai voluto sopravvivere nel modo migliore”. Naturalmente una persona che reagisce male a una tragedia che la colpisce non è necessariamente depressa, non sto dicendo questo. Può darsi che semplicemente non abbia la forza per affrontare qualcosa di più grande di lei/lui, che preferisca spegnersi, lasciarsi andare, e io in questo non ci vedo una responsabilità di non aver voluto vivere nel modo migliore. Ci vedo solo stanchezza, disperazione, fatica. E non c’è niente di male in questo, è una reazione “giusta” così come lo è quella dell’autrice.

Avrei voluto che questo fosse sottolineato, ma è evidente che l’intento dell’autrice era un altro, ovvero quello di far vedere come si può risorgere, come si può tornare ad avere una vita sì diversa, ma comunque che valga la pena di essere vissuta, fino in fondo. Legittimo, e lodevole. Solo, un po’ di dispiacere da parte mia.

Andrej Nikolaidis, Nel nome del figlio (Montenegro)

Andrej Nikolaidis, The Son (tit. originale Sin), Istros Books, London 2013. Traduzione dal montenegrino di Will Firth.

Cominciamo subito col dire che questo libro è disponibile in italiano: è stato tradotto nel 2014 da Zandonai con il titolo che ho indicato in oggetto, Nel nome del figlio. Io l’ho letto in inglese per l’unico motivo che l’ho comprato nel 2013, quando ancora non sapevo che ci sarebbe stata una traduzione italiana. Il libro è originariamente scritto in montenegrino e nel 2011 ha vinto lo European Prize for Literature.

Il breve romanzo, appena 115 pagine, non è per niente brutto, tutt’altro, ma io non l’ho apprezzato, purtroppo. Forse se lo rileggessi fra un po’ di tempo mi piacerebbe di più, non lo escludo. Forse non era il momento giusto, il suo momento.

In realtà è scritto molto bene, anche se in questo caso chiaramente non posso giudicare l’originale ma sono la traduzione letta da me. E non solo lo stile è ottimo, anche la storia è interessante. E tuttavia mi è rimasto indigesto, forse per la cupezza, sebbene, com’è noto, non si possa certo dire che io rifugga davanti ai romanzi/racconti cupi, anzi.

La copertina dice che si tratta della storia di una notte della vita del protagonista, ma questo è vero in parte. Certamente la storia si svolge nell’arco di un pomeriggio/sera/notte/mattino successivo, tuttavia è piena di ricordi che passano per la mente del protagonista, quindi quello che dice la quarta di copertina non è esatto.

Ad ogni modo, la storia segue appunto il protagonista, che non ha nome, in meno di 24 ore della sua vita, dopo che la moglie l’ha lasciato andandosene di casa. Il protagonista vaga per la città di Dulcigno, in Montenegro, in preda a ricordi di cui ci rende partecipi. E in questo suo vagare incontra numerosi personaggi che lo fanno affondare ancora di più nel suo male di vivere: per esempio, il vecchio compagno di scuola che era costantemente preso di mira dai bulli, i quali alla fine gli avevano spezzato le braccia mentre il protagonista, suo amico, guardava da lontano mangiando il suo pranzo; oppure l’uomo che vende tre delle sue figlie come prostitute in uno scantinato del paese, e altri ancora. Ognuno di questi personaggi finisce per raccontare al protagonista la storia della propria vita, oppure in altri casi è il protagonista stesso a raccontarcela. E queste vite inevitabilmente, inestricabilmente si intrecciano.

Il protagonista è affetto da un male di vivere inguaribile che lo porta a vedere tutto lo schifo presente in tutte le cose del mondo: ad esempio, il fatto che siamo tutti sporchi, perché la nostra normale condizione è la sporcizia e non la pulizia. Oppure, sempre concentrandosi sullo schifo, il protagonista si interessa alle storie di serial killer, e ci racconta di alcuni cannibali di cui ha letto. Il protagonista crede che il mondo sia un enorme, gigantesco schifo, e non vuole niente, non vuole apparire, non vuole fare, non vuole prendere decisioni, vuole solo passare inosservato, come dirà lui stesso.

L’apatia e il desiderio di non fare si estendono a tal punto che l’uomo si arrabbia ferocemente quando la madre, malata terminale di cancro, gli chiede la grazia di ucciderla. E non si infuria, come potremmo pensare, perché non condivide il desiderio della madre, ma perché le rinfaccia di non averlo fatto lei stessa quando ne aveva ancora la possibilità, le rinfaccia di chiederlo proprio a lui, che non vuole assumersi la responsabilità di niente.

Scopriamo ben presto che il protagonista ha un rapporto orribile con il padre, che non vede da tantissimo tempo sebbene siano vicini di casa, e che questo pessimo rapporto è dato da un terribile senso di colpa che il protagonista non riesce a cancellare: quando erano bambini, suo fratello Milan cadde da un albero, morendo, ed era stato proprio il protagonista a sfidarlo a salirvi. Nonostante ciò, il padre tutte le sere gli dava il bacio della buonanotte e non parlava mai dell’accaduto di fronte a lui, e questo per il protagonista è sempre stato peggio di una punizione. La mancanza di punizione è stata per lui una punizione peggiore di quanto avrebbe potuto essere una vera punizione. Il protagonista non sopporta il perdono.

Questo tema, come vedremo, ricorrerà in alcuni dei suoi incontri, in particolare in quello che fa subito dopo questa rivelazione: incontra per la strada un assembramento di persone che commentano un delitto appena avvenuto. È troppo complicato da spiegare in due parole, ma diciamo solo che un figlio ha ucciso suo padre, precisamente perché suo padre lo ha perdonato ogni volta, anche dopo morti che sono state causate dal figlio stesso. Anche questo ragazzo non sopportava il peso del perdono, e per questo ha ucciso. Il protagonista non uccide, ma marcisce nel putridume di una vita senza senso.

Il finale è particolare e inaspettato, in un certo senso mi ha piacevolmente sorpresa, ma non è servito comunque a farmi amare il libro.

Nonostante le mie personali riserve, sinceramente mi sento di consigliare questo libro, perché merita, e il fatto che a me non sia piaciuto è una mera questione di gusto personale che non vuole togliere nulla ai meriti del romanzo.

Per finire vi voglio lasciare il link a due recensioni che mi sono piaciute molto: una, breve, in italiano e l’altra, più dettagliata, in inglese.

 

Walter de la Mare, La donna in miniatura – 1921

Walter de la Mare, Memoirs of a Midget, pubblico dominio.

Questo romanzo, il cui titolo sarebbe letteralmente traducibile come “Memorie di una nana”, è stato pubblicato in Italia da Alet come La donna in miniatura. Sconsiglio di leggere la presentazione della versione italiana perché, almeno quella presente su Goodreads, è del tutto fuorviante.

Questo romanzo è costituito dalle memorie di una donna piccolissima (trovo il titolo italiano molto azzeccato), la signorina M., di cui non sapremo mai il nome ma soltanto l’iniziale. In queste memorie la signorina M. racconta della sua infanzia e giovinezza, fino ai 21 anni, ovvero la maggiore età a quell’epoca.

Veniamo a sapere che la signorina M. rimane orfana piuttosto presto, perché i genitori muoiono a poca distanza di tempo l’una dall’altro. La ragazza ha pochi soldi di rendita perché il padre ha sperperato tutto, ma questa piccola rendita le consente di andare a vivere con la signora Bowater in un altro paesino del Kent, non lontano da dove è nata e cresciuta. La signora Bowater si affeziona tantissimo alla signorina M., la tratta quasi come se fosse un membro della famiglia, e questo affetto è ricambiato. La signora Bowater ha una figlia, Fanny, che non vive con lei ma va a trovarla durante le feste. Fanny è una ragazza bellissima, intelligente, e la signorina M. se ne innamora perdutamente, non ricambiata. Poco dopo la signorina M. conoscerà un ragazzo più o meno delle sue stesse dimensioni, il quale a sua volta si innamorerà perdutamente di lei, non ricambiato dato che la ragazza non fa che pensare a Fanny.

Le due ragazze sembrano diventare amiche, ma Fanny è tanto bella quanto capricciosa e, una volta tornata a casa sua, non scriverà quasi mai alla signorina M. se non per chiederle dei soldi, che la ragazza, innamoratissima, non può negarle, anche a costo di rimanere in ristrettezze. La signorina M. diventa amica anche del ragazzo, il quale non cesserà di amarla di un amore sincero per tutto il romanzo.

A un certo punto la signorina M. finisce a Londra, dove una conoscente della signora Bowater, la signora Monnerie, decide di portarla con sé – non per gentilezza, si scoprirà in seguito, ma come pezzo da collezione.

Le vicissitudini della signorina M. non sono finite qui, fino a giungere a un finale che mi è piaciuto molto più del resto del libro in quanto sembra dare un senso a tutto ciò che c’è stato prima.

La particolarità della signorina M. è che si tratta appunto di una “donna in miniatura”, come dice il titolo italiana: non è affetta da deformazioni, è in tutto e per tutto una bella ragazza, solo che è minuscola, tanto che i bambini a volte pensano che sia una bambola e la reclamano per sé. Naturalmente non tutti i bambini avranno questa reazione, ci saranno anche quelli che le correranno dietro prendendola pesantemente in giro.

La vita della signorina M. sembra felice, ma non lo è davvero: sia per il suo amore sfortunato e non ricambiato, sia perché viene spesso trattata con sufficienza dalla maggior parte delle persone, anche se non da tutte. Non arriva davvero a essere considerata un fenomeno da baraccone (seppure alla fine questo sarà destinato a cambiare…), ma è comunque considerata alla stregua di un oggetto tanto carino. Addirittura, quando pensano che non senta, i suoi ospiti si spingono fino a dire cose del tipo “ha pensieri praticamente umani”, anche se non sono le parole precise perché non le ricordo esattamente. Di conseguenza la gente si stanca facilmente di lei, quando la novità della “nanetta” carina si esaurisce nel giro di qualche tempo.

Penso che nel 1921, quando questo libro è stato pubblicato per la prima volta, il romanzo sia stato visto come molto innovativo, perché i “nani” erano ancora visti come fenomeni da baraccone, e pensiamo solo come potesse essere accolta una nana lesbica! Tuttavia non posso dire niente perché non conosco la storia della pubblicazione e della ricezione di quest’opera. Sono solo mie supposizioni.

Di fatto il libro, parlando della vita della signorina M., parla dell’essere diversi, dell’amore, del rifiuto sociale e amoroso, del valore dell’amicizia. I contenuti interessanti e “profondi” quindi non mancano. Resta però il fatto che ho trovato questo romanzo inutilmente lungo (sono 432 pagine nella versione italiana, un po’ meno in quella inglese) e, di conseguenza, spesso noiosetto. È piacevole da leggere, la vita della signorina M. è interessante e altrettanto lo sono i temi affrontati, ma l’ho trovata una lettura da prendere a piccole dosi per non rischiare di addormentarmi. Forse l’avrei apprezzato maggiormente se fosse stato meno lungo. In conclusione, ben lontano dall’essere un capolavoro, è comunque una lettura piacevole e diversa.