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Jack London, The Scarlet Plague

Jack London, The Scarlet Plague, pubblico dominio.

Questo racconto lungo, o romanzo breve (un centinaio di pagine circa), è stato scritto da Jack London nel 1912. L’autore è più famoso per libri come Il richiamo della foresta. Questo invece, pubblicato in italiano da Adelphi con il titolo La peste scarlatta, è un libro di fantascienza. O, per meglio dire, un post-apocalittico ante litteram. Quanti autori avrebbero potuto immaginare una storia simile oltre cento anni fa?

Il protagonista è un uomo molto anziano, che si trova insieme ad alcuni bambini che si comportano come bestie, in quanto regrediti a uno stadio primitivo che li porta a parlare un linguaggio quasi incomprensibile (che però l’autore “traduce” in inglese corrente) e ad avere comportamenti quasi pre-umani, oltre che a non comprendere cose che per noi uomini moderni sono ovvie, come ad esempio che cosa sia il denaro. Il motivo di tutto questo è semplice: sessant’anni prima (siamo negli anni 2000) è avvenuta una tragedia di proporzioni inaudite che ha decimato la popolazione mondiale fino ad annientarla quasi completamente. Si è trattato della peste scarlatta, che compariva all’improvviso manifestandosi con macchie scarlatte, convulsioni, senso di freddo e insensibilità corporea, per poi portare alla morte nel giro di poche ore o addirittura pochi minuti. L’anziano protagonista ha vissuto in prima persona questi avvenimenti di sessant’anni addietro, e ora li racconta ai bambini in un tentativo di spiegare loro cosa sia successo.

Insomma, un post-apocalittico in piena regola: abbiamo l’apocalissi, cioè l’epidemia che annienta quasi l’intera popolazione mondiale, i pochissimi sopravvissuti, la condizione odierna regredita a un livello quasi bestiale. Gli ingredienti ci sono tutti, e questo libro infatti ricorda molti altri romanzi dello stesso filone, a cominciare dall’Ombra dello scorpione di Stephen King. O sarebbe meglio dire che questi altri romanzi ricordano La peste scarlatta di London, che è venuto tantissimi anni prima di tutta la letteratura successiva di questo filone. Quello che mi sorprende è, vista l’enorme popolarità di questo genere letterario, come mai questo breve romanzo di London non sia immensamente famoso. Mi pare, anzi, piuttosto misconosciuto, a meno che qualcuno di voi non possa smentirmi. Io stessa l’avevo preso anni fa soltanto perché la trama mi sembrava interessante e, essendo un’opera di pubblico dominio, l’avevo trovato gratis in ebook. Ma l’avevo trovato per caso.

A mio parere (sebbene molti gli rimproverino l’eccessiva brevità) si tratta di un romanzo breve estremamente ben riuscito, che non dimentica nessuno degli ingredienti fondamentali di questo tipo di storia, e che trasmette molto bene il senso di terrore che ha accompagnato la peste e gli eventi immediatamente successivi, o addirittura contemporanei. L’unica pecca che forse potrei trovare è che il protagonista usa un linguaggio che chiaramente non può essere comprensibile per i bambini che lo stanno ascoltando, in quanto necessariamente infarcito di concetti ad essi estranei, come l’università, le macchine, gli aerei, e così via. Tuttavia questa è una falsa pecca, in quanto i bambini stessi più volte lo interrompono per lamentarsi del fatto che egli stia narrando di cose incomprensibili utilizzando parole che “non hanno senso”. Del resto, credo che egli non possa fare altrimenti, in quanto quella era per lui la sua realtà, e per narrare quegli eventi non può che ricorrere a concetti e parole che non esistono più nel presente ma che erano normali nel passato.

Sicuramente mi sento di consigliare questo breve romanzo a chiunque sia appassionato del genere post-apocalittico, penso che ne rimarrete piacevolmente sorpresi.

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Emily St. John Mandel, Stazione undici

Emily St. John Mandel, Stazione Undici (tit. originale Station Eleven), Bompiani, Milano 2015. Traduzione di Milena Zemira Ciccimarra. 412 pagine.

Questo libro mi incuriosiva già da parecchio tempo, perché non ne avevo sentito parlare altro che bene, perciò quando mi è stato regalato per Natale ho deciso di leggerlo subito. La mia reazione al romanzo è blandamente positiva, nel senso che è senz’altro un bel libro, ma al contempo è ben lontano dall’essere quel capolavoro di cui avevo tanto sentito parlare.

È sostanzialmente un romanzo post-apocalittico, sebbene il focus non sia tanto sulla vita dopo l’evento apocalittico, quanto piuttosto sulla vita in genere, sull’amore, sull’arte, sul valore dell’amicizia, sul fondamentalismo, e su mille altre cose che elevano questo libro dalla mera letteratura di genere per inscriverlo piuttosto nella vera e propria letteratura.

L’idea di fondo deve moltissimo a L’ombra dello scorpione di Stephen KIng, perché anche qui ci troviamo di fronte a un’influenza che stermina il 99% della popolazione. Tuttavia in questo caso non si tratta di un virus generato dall’uomo, ma di una vera e propria, letale mutazione del virus influenzale. Un po’ come la spagnola del 1918, ma peggio.

Partendo da un episodio apparentemente scollegato dall’idea di fondo – ovvero la morte in scena di un attore mentre sta recitando il Re Lear a teatro – il romanzo prosegue per continui salti indietro e in avanti, andando dal momento dello scoppiare della pandemia (lo stesso momento in cui l’attore moriva a teatro) a vent’anni dopo, passando per molti eventi avvenuti durante questi venti anni e anche prima. Devo essere sincera, tutti questi flashback e flashforward mi hanno un po’ intontita – non ho problemi in genere a seguire questo tipo di narrazione, ma in questo caso mi è sembrata un’accozzaglia di eventi un po’ sconnessi fra loro, sebbene sia pur vero che piano piano tutti i pezzi del puzzle si incastrano e si capisce come mai l’autrice abbia deciso di raccontare tutti questi episodi.

I veri protagonisti del libro sono l’attore Arthur Leander e l’Orchestra Sinfonica Itinerante, un’orchestra/gruppo teatrale che si è costituita qualche anno dopo la “fine del mondo” e che va in giro per Canada e USA recitando Shakespeare e suonando. Un inno all’arte e a tutto ciò che è bello, che questi artisti vogliono preservare in questo mondo post-apocalittico.

Come dicevo il libro mi è piaciuto, ma ha degli evidenti difetti che non possono renderlo bellissimo, come ad esempio l’essere ondivago nei suoi innumerevoli salti temporali, e una scrittura che lascia un po’ a desiderare, anche se temo che sia un problema di traduzione più che dell’autrice. La traduttrice ha scarsa padronanza dei congiuntivi e scrive un italiano molto sintatticamente inglese che rende difficile la lettura. Peccato. In ogni caso, traendo le conclusioni, è un libro che mi sento di consigliare, anche se vi avviso che non dovete aspettarvi un’opera d’arte e neppure un’opera particolarmente originale.