The Silver Linings Playbook

Matthew Quick, The Silver Linings Playbook, Picador, London 2010. 256 pagine.

Prima di essere un film diretto da David O. Russell, The Silver Linings Playbook (in italiano tradotto come Il lato positivo) è un libro di Matthew Quick. L’ho scoperto un giorno per caso in libreria e, siccome il film mi era piaciuto molto, ho deciso di leggere anche il libro.

Ci sono alcune differenze fra libro e film, ad esempio il protagonista, Pat Peoples nell’originale, è diventato nel film l’italo-americano Pat Solitano, figlio di Patrizio e non di Patrick. Un cambiamento un po’ stupido, questo. Il rapporto con il padre si sviluppa diversamente nelle due opere: nel libro è molto freddo e teso, i due praticamente non si parlano, nel film invece il padre vuole sempre Pat vicino a sé perché gli porta fortuna quando giocano gli Eagles. Anche il nucleo centrale della storia è diverso, ma se lo dicessi svelerei il finale sia del film che del libro.

In linea di massima, mi è sembrato che il film fosse migliore del libro, ma anche il romanzo è molto bello e mi ha fatto anche commuovere più di una volta.

Ma qui stiamo parlando del libro, non del film.

Pat Peoples ha passato gli ultimi quattro anni della sua vita in un “bad place”, un brutto posto, ma ha perso parte della sua memoria e secondo lui sono passati solo alcuni mesi. Non sa che il suo matrimonio con Nikki è finito, pensa che siano solo separati per un po’ di tempo. Quando sua madre lo fa uscire dal brutto posto – un ospedale psichiatrico – non riconosce parte di ciò che ha intorno perché è come se non avesse vissuto gli ultimi anni della sua vita. Dice di avere trent’anni, ma scopriamo che ne ha quasi trentacinque. Un giorno i suoi amici gli fanno conoscere Tiffany e piano piano i due diventeranno amici, nel loro modo particolare fatto di grandi silenzi e cene a base di latte e cereali. Il resto va letto, oppure va visto il film.

La differenza che mi ha colpito di più, benché non sia certo la maggiore fra le tante, è che nel film viene detto esplicitamente che Pat soffre di disturbo bipolare, mentre nel romanzo non si fa mai menzione al tipo di disturbo di cui soffre, e in realtà potrebbe trattarsi di altre cose. Nel film c’è addirittura questo ragazzino che va in giro con una videocamera cercando di riprendere Pat in uno dei suoi “episodi”, a dimostrare quanto vada di moda ora, in America ma forse non solo, il disturbo bipolare. Anche le malattie sono purtroppo soggette a mode, e ora è certo il momento del bipolare. Non in Italia, probabilmente. Comunque, la rappresentazione degli episodi di Pat è molto veritiera, anche se mostra solo il lato estremo, violento e quindi disforico del disturbo bipolare. Non è un film sul disturbo bipolare e non è un libro sul disturbo bipolare. Ma è un film/libro su una persona che soffre e che cerca di andare avanti, per quanto ci riesca assai poco all’inizio. Mi ha commosso molto, ripeto.

Però personalmente mi sento di consigliare più il film che il romanzo.

* Una recensione del libro.
* Il sito dedicato al film.

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