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Jennifer Niven, All the Bright Places

Jennifer Niven, All the Bright Places, Penguin, London 2015. 388 pagine.

Forse ormai non sono più capace di scrivere una recensione senza spoiler. Perciò siete avvisati, se non volete sapere come va a finire non leggete oltre.

Questo libro è pubblicato in Italia da DeAgostini con l’orrendo titolo Raccontami di un giorno perfetto che, diciamola tutta, è un titolo perfetto per attirare ragazzine sotto i 20 anni. Non per niente è un libro YA (Young Adult) ma, come dice la quarta di copertina, contiene temi adatti agli adulti. Non è un YA normale, fidatevi, altrimenti non ve ne avrei neanche parlato. Perché io a volte quei libri li leggo, ma almeno ho la decenza di non recensirli. (Sia detto senza offesa, come ripeto li leggo anch’io).

Questo è un libro su Violet e Finch. Entrambi quasi diciottenni, sono compagni di scuola e all’inizio del libro si ritrovano sul cornicione della torre campanaria della scuola. Finch convince Violet a non buttarsi e, messasi in salvo, lei a sua volta convince lui a non buttarsi. Dopo un po’ i due cominciano ad andare in giro insieme per un progetto di geografia e si innamorano. Insomma, direte voi, un tipico romanzo in stile YA. Va detto che le storie d’amore fra adolescenti mi danno ormai un po’ di nausea, non perché non sia stata un’adolescente anch’io, ma perché quel periodo è molto lontano e francamente vorrei leggere di altro, di qualcosa di più maturo. Ma non necessariamente. Perché infatti questo libro è altro, è tanto altro.

Finch pensa costantemente alla morte, e si trova spesso a pensare se quello presente sia il giorno giusto per farla finita. Perché? Perché si è appena “svegliato”, cioè per dirla in termini medici è appena uscito da una grave depressione, a cui al momento sta chiaramente facendo seguito una fase maniacale. Perché, sì, Finch è bipolare, anche se non veniamo a scoprirlo subito è ben chiaro a chiunque abbia conoscenza di questa malattia. Violet, a sua volta, è sopravvissuta a un grave incidente d’auto nel quale sua sorella ha perso la vita. Ha una depressione reattiva da cui fatica a uscire, sentendosi colpevole per la morte della sorella perché quella sera l’aveva lasciata guidare anziché guidare lei stessa.

Questo libro parla sì di amore fra due adolescenti, ma parla anche di bullismo, di malattia mentale, di dolore, di suicidio. E credo che questo lo renda un libro molto importante all’interno del panorama YA. Mi spingerò fino a dire che per me questo libro andrebbe fatto leggere a scuola. Perché nelle scuole, almeno che io sappia, non si parla di temi come la salute mentale. Mentre invece le malattie mentali affliggono moltissimi giovani, e credo che né i genitori né gli insegnanti sappiano come comportarsi in queste circostanze. Né tantomeno, figuriamoci, i compagni di scuola. O le stesse persone che di queste malattie soffrono.

Finch dice che “bipolare” è solo un’etichetta, e lui non vuole essere etichettato perché lui è una persona. Finch ha ragione, in parte, e come lui la pensano tante altre persone, malate e non (perfino molti specialisti). Tuttavia non ha ragione fino in fondo perché è grazie a quelle etichette che le persone malate possono essere curate e aiutate.

Finch vuole morire veramente o no? Inizialmente sembrerebbe di no perché, nonostante tutte le informazioni sul suicidio che reperisce morbosamente, quando fa un’overdose di farmaci va lui stesso al pronto soccorso chiedendo di essere aiutato. Eppure sì, Finch vuole davvero morire, e come dice lui quando lo farà sarà sul serio, non un mero tentativo. Nonostante i messaggi che lascia a Violet, non credo nemmeno che volesse davvero essere trovato, se non dopo la sua morte.

Inoltre, è essenziale dire che, nella nota in fondo al libro, l’autrice dice che un suo ex ragazzo è morto suicida, e che è stata lei a trovarlo. Quindi sa bene di cosa sta parlando, e secondo me si vede. Molti hanno scritto che questa sarebbe una pessima rappresentazione della malattia mentale, primo perché i personaggi sarebbero meri malati mentali ridotti a macchietta senza altro di contorno, secondo perché Niven glorificherebbe alcuni aspetti della malattia mentale, o allora perché non ne parlerebbe in modo adeguato, rendendola solo un capriccio. Io credo che niente di questo sia vero. Come persona che soffre di una malattia mentale (e che per dieci anni ha creduto erroneamente che questa malattia fosse il disturbo bipolare, come ho anche avuto modo di dire in altre occasioni) io penso che questi personaggi non siano affatto macchiette e non siano affatto rappresentati come capricciosi né tantomeno glorificati. La malattia mentale è pervasiva, è ovvio che una persona ne sia completamente accerchiata e, infine, inglobata. Per questo può sembrare una macchietta, ma di certo non lo è.

Io francamente mi sento di consigliarvi questo romanzo, soprattutto se avete a che fare con degli adolescenti, o se siete voi stessi adolescenti.

The Silver Linings Playbook

Matthew Quick, The Silver Linings Playbook, Picador, London 2010. 256 pagine.

Prima di essere un film diretto da David O. Russell, The Silver Linings Playbook (in italiano tradotto come Il lato positivo) è un libro di Matthew Quick. L’ho scoperto un giorno per caso in libreria e, siccome il film mi era piaciuto molto, ho deciso di leggere anche il libro.

Ci sono alcune differenze fra libro e film, ad esempio il protagonista, Pat Peoples nell’originale, è diventato nel film l’italo-americano Pat Solitano, figlio di Patrizio e non di Patrick. Un cambiamento un po’ stupido, questo. Il rapporto con il padre si sviluppa diversamente nelle due opere: nel libro è molto freddo e teso, i due praticamente non si parlano, nel film invece il padre vuole sempre Pat vicino a sé perché gli porta fortuna quando giocano gli Eagles. Anche il nucleo centrale della storia è diverso, ma se lo dicessi svelerei il finale sia del film che del libro.

In linea di massima, mi è sembrato che il film fosse migliore del libro, ma anche il romanzo è molto bello e mi ha fatto anche commuovere più di una volta.

Ma qui stiamo parlando del libro, non del film.

Pat Peoples ha passato gli ultimi quattro anni della sua vita in un “bad place”, un brutto posto, ma ha perso parte della sua memoria e secondo lui sono passati solo alcuni mesi. Non sa che il suo matrimonio con Nikki è finito, pensa che siano solo separati per un po’ di tempo. Quando sua madre lo fa uscire dal brutto posto – un ospedale psichiatrico – non riconosce parte di ciò che ha intorno perché è come se non avesse vissuto gli ultimi anni della sua vita. Dice di avere trent’anni, ma scopriamo che ne ha quasi trentacinque. Un giorno i suoi amici gli fanno conoscere Tiffany e piano piano i due diventeranno amici, nel loro modo particolare fatto di grandi silenzi e cene a base di latte e cereali. Il resto va letto, oppure va visto il film.

La differenza che mi ha colpito di più, benché non sia certo la maggiore fra le tante, è che nel film viene detto esplicitamente che Pat soffre di disturbo bipolare, mentre nel romanzo non si fa mai menzione al tipo di disturbo di cui soffre, e in realtà potrebbe trattarsi di altre cose. Nel film c’è addirittura questo ragazzino che va in giro con una videocamera cercando di riprendere Pat in uno dei suoi “episodi”, a dimostrare quanto vada di moda ora, in America ma forse non solo, il disturbo bipolare. Anche le malattie sono purtroppo soggette a mode, e ora è certo il momento del bipolare. Non in Italia, probabilmente. Comunque, la rappresentazione degli episodi di Pat è molto veritiera, anche se mostra solo il lato estremo, violento e quindi disforico del disturbo bipolare. Non è un film sul disturbo bipolare e non è un libro sul disturbo bipolare. Ma è un film/libro su una persona che soffre e che cerca di andare avanti, per quanto ci riesca assai poco all’inizio. Mi ha commosso molto, ripeto.

Però personalmente mi sento di consigliare più il film che il romanzo.

* Una recensione del libro.
* Il sito dedicato al film.

[Incipit] Aurora, la mia unica nemica

Ok, ricomincio. Sì, perché avevo già iniziato a scrivere la storia della mia malattia, ma non voglio più esporla in quei termini… tutto cancellato… ricomincio da oggi…

08/06/2009

Ciao a tutti, sono Aurora, unica nemica di me stessa… Sì, proprio così: l’ho capito questa mattina, parlando con V., mio marito.
Vi è mai capitato di avere un insight, quel flash che risponde a molti vostri interrogativi? Penso di sì, capita a tutti.
Bene. Stamane, mentre parlavamo, come facciamo ormai continuamente da circa venti giorni, l’illuminazione: nessuno mi ha ridotta in questo stato se non io stessa.
Per anni ho attribuito la colpa delle mie insoddisfazioni e dei miei problemi ai miei familiari (madre, marito), al mio lavoro, alla mia vita stressante e consequenzialmente alla società; niente di più sbagliato. Tutto ciò è dipeso solo dalla mia nemica numero uno: me stessa.
Ops… scusate! Vi ho detto il mio nome, vi ho accennato che non verso in un ottimo stato, ma non vi ho rivelato la causa (o l’effetto, chissà) del mio problema: disturbo bipolare misto.
Ne avete mai sentito parlare? Se sì, sapete realmente di cosa si tratta? Qualcuno di voi senz’altro sì. Altri, più fortunati, no.
Breve resoconto. È una patologia psichiatrica, a forte componente genetica, correlata all’alterazione della funzione di alcuni neurotrasmettitori, con insorgenza ed evoluzione condizionate da fattori psicosociali, eventi di vita negativi e assunzione di alcuni farmaci, più o meno grave, quindi più o meno invalidante, identificata come disturbo affettivo dell’umore nella quale gli episodi depressivi si alternano a episodi maniacali o ipomaniacali. Volete conoscere anche i sintomi depressivi e quelli (ipo)maniacali? Vi accontento:

SINTOMI DEPRESSIVI

  • Umore: statico e insensibile agli eventi esterni, è orientato verso il pessimismo, la tristezza, la disperazione; si perde la capacità di provare emozioni e di avvertire le sensazioni piacevoli (anedonia).
  • Sintomi psicomotori: tipico è il rallentamento dell’attività motoria come risulta osservando l’aspetto esteriore, che risulta trascurato; la mimica, che appare inerte, è ridotta nell’espressività e improntata a sensazioni di tristezza e di dolore profondo; la gestualità si presenta lenta e incerta; la mancanza di energie che è caratterizzata da facile stancabilità e astenia; il linguaggio è caratterizzato da povertà semantica, poca fluidità.
  • Sintomi cognitivi: sono caratteristiche le difficoltà di concentrazione, comprensione e attenzione, che si manifestano con la fatica di scrivere, leggere o partecipare a una discussione, seguire la tv e la radio, e di memoria, caratterizzate soprattutto dall’incapacità a ricordare o apprendere nuove informazioni anche elementari; anche la visione di sé del mondo e del futuro appare negativa, con idee d’inguaribilità, di morte e di autolesionismo.
  • Sintomi neurovegetativi: disturbi del sonno, caratterizzati soprattutto da insonnia che è uno dei sintomi più precoci e che si manifesta con ripetuti risvegli notturni o precoci e da incubi ricorrenti; il risveglio solitamente è il momento più angoscioso, in quanto il paziente è pervaso dall’idea di non riuscire a portare a termine un’altra giornata e che il tempo non passi mai, mentre alla sera vi può essere un certo sollievo al pensiero che la giornata è volta al termine, cosicché andando a riposare si evita di pensare; disturbi dell’appetito con diminuzione (iporessia fino all’anoressia) o aumento (iperfagia) dello stesso; nella maggior parte dei casi, si assiste a un dimagrimento considerevole in quanto il paziente non è attratto dal cibo e si alimenta contro voglia; riduzione dell’interesse sessuale sino all’impotenza negli uomini e anorgasmia nelle donne.

SINTOMI (IPO)MANIACALI

  • Umore: il paziente è euforico, entusiasta, ha un umore improntato alla giocosità, all’ottimismo con sensazioni di benessere; nelle forme più gravi si possono avere manifestazioni di beatitudine, di contatto con l’universo, di profonda sintonia e armonia con la natura e con il resto dell’umanità; l’umore maniacale è tuttavia molto instabile per cui anche piccole frustrazioni o modesti stimoli ambientali possono essere sufficienti a scatenare reazioni abnormi, comunque brevi e transitorie, di irritazione, rabbia, aggressività o di profonda tristezza con crisi di pianto.
  • Sintomi psicomotori: la mimica è vivace, con susseguirsi di ammiccamenti e smorfie. Il paziente è irrequieto, impulsivo; il linguaggio è, spesso, caratterizzato da logorrea (il paziente parla incessantemente) e da graforrea con impiego di buona parte della giornata a scrivere.
  • Sintomi cognitivi: è rilevabile facile distraibilità, impossibilità a focalizzare l’attenzione su un argomento, accelerazione del corso del pensiero con la sensazione da parte del paziente di non poter controllare i pensieri che si susseguono e si affollano nella mente; idee di grandezza, ipervalutazione delle proprie capacità fisiche e intellettuali, delle proprie disponibilità economiche etc.; nelle forme più gravi possono essere presenti deliri di grandezza con tematiche congrue all’umore (delirio di grandezza a carattere storico, politico, finanziario, sessuale: a esempio, il paziente è convinto di avere origini nobiliari, di avere amicizie importanti con personaggi famosi, di essere desiderato per la propria avvenenza da personaggi pubblici, etc.) o incongrue all’umore (delirio di persecuzione, inserzione o trasmissione del pensiero).
  • Sintomi neurovegetativi: è tipico il ridotto bisogno di sonno con risveglio mattutino precoce, che molto spesso costituisce un campanello d’allarme; l’appetito è aumentato e l’alimentazione diviene disordinata; l’appetito sessuale è incrementato con la manifestazione di maggiore seduttività, avances indecenti, proposte a persone sconosciute e promiscuità sessuale fino a comportamenti sconvenienti e perseguibili legalmente; si assiste poi a un innalzamento della soglia del dolore, molto probabilmente per il deficit di attenzione.

STATI MISTI

Per “stati misti”, si intendono quei quadri clinici caratterizzati dalla coesistenza, dunque nello stesso paziente e nello stesso momento, di sintomi delle opposte polarità, maniacale e depressiva.

Aurora Andriolo, Aurora, la mia unica nemica. Una storia bipolare, Albatros, Roma 2011. 69 pagine. 12,90 €.

* Per i link sul disturbo bipolare rimando a questo post.
* File pdf sull’episodio misto.

[Incipit] An Unquiet Mind

When it’s two o’clock in the morning, and you’re manic, even the UCLA Medical Center has a certain appeal. The hospital – ordinarily a cold clotting of uninteresting buildings – became for me, that fall morning not quite twenty years ago, a focus of my finely wired, exquisitely alert nervous system. With vibrissae twinging, antennae perked, eyes fast-forwarding and fly faceted, I took in everything around me. I was on the run. Not just on the run but fast and furious on the run, darting back and forth across the hospital parking lot trying to use up a boundless, restless, manic energy. I was running fast, but slowly going mad.
The man I was with, a colleague from the medical school, had stopped running an hour earlier and was, he said impatiently, exhausted. This, to a saner mind, would not have been surprising: the usual distinction between day and night had long since disappeared for the two of us, and the endless hours of scotch, brawling, and fallings about in laughter had taken an obvious, if not final, toll. We should have been sleeping or working, publishing not perishing, reading journals, writing in charts, or drawing tedious scientific graphs that no one would read.
Suddenly a police car pulled up. Even in my less-than-totally-lucid state of mind I could see that the officer had the hand on his gun as he got out of the car. “What in the hell are you doing running around the parking lot at this hour?” he asked. A not unreasonable question. My few remaining islets of judgment reached out to one another and linked up long enough to conclude that this particular situation was going to be hard to explain. My colleague, fortunately, was thinking far better than I was and managed to reach down into some deeply intuitive part of his own and the world’s collective unconscious and said, “We’re both on the faculty in the psychiatry department.” The policeman looked at us, smiled, went back to his squad car, and drove away.
Being professors of psychiatry explained everything.

Kay Redfield Jamison, An Unquiet Mind. A Memoir of Moods and Madness, Picador, London 1996. 224 pagine.

* Una recensione (in inglese).
* Una recensione in italiano (il libro in italiano si intitola Una mente inquieta).
* L’autrice su Wikipedia.
* Il disturbo bipolare.
* Un sito sul disturbo bipolare.
* Il miglior sito che io conosca sul disturbo bipolare (in inglese).
* Un altro ottimo sito sul disturbo bipolare (in inglese).

An Unquiet Mind

So why would I want anything to do with this illness? Because I honestly believe that as a result of it I have felt more things, more deeply; had more experiences, more intensely; loved more, and been more loved; laughed more often for having cried more often; appreciated more the springs, for all the winters; worn death “as close as dungarees,” appreciated it – and life – more; seen the finest and the most terrible in people, and slowly learned the values of caring, loyalty, and seeing things through. I have seen the breadth and depth and width of my mind and heart and seen how frail they both are, and how ultimately unknowable they both are. Depressed, I have crawled on my hands and knees in order to get across a room and have done it for month after month. But, normal or manic, I have run faster, thought faster, and loved faster than most I know. And I think much of this is related to my illness – the intensity it gives to things  and the perspective it forces on me. I think it has made me test the limits of my mind (which, while wanting, is holding) and the limits of my upbringing, family, education, and friends.

Da: Kay Redfield Jamison, An Unquiet Mind. A Memoir of Moods and Madness, Picador, London 1996. 224 pagine.