[Incipit] Carlo Alberto Parmeggiani, La vera storia di Leon Pantà

Taglio I
[in cui si parla delle vere origini dell’uomo che volle per sé il motto: Incipit semper vita semi nova]

Nella Bassa padana, a volte troppo bassa per non perdersi ogni tanto in altezze di pensieri, tra il Modenese e il Mantovano, e fra gli ultimi rimasti di un’età più che senile, eredi senza prole di un’antica tradizione orale in via di estinzione, tra un bicchiere e l’altro di un vino violaceo e leggero che chiamano Torchione, di quando in quando si sente ancor parlare di Maxim Palamede Pantà, detto anche il “de La Notte”, progenitore di Leon, il maggiore di quella casata. L’uomo, il Maxim, il Palamede, si dice fosse stato un capitano dei Dragoni francesi, ingaggiato da Sua Maestà Luigi nella guerra dei Sette Anni e arrivato nella Bassa mantovana dopo la rotta e la carneficina seguita alla sconfitta, per armi e mano ferma dei prussiani, nella battaglia di Rossbach.
Il Palamede arrivò da quelle parti, a Santiago de los Signos, l’odierna San Giacomo delle Segnate, sul dorso di non si sa quale razza di destriero, dopo aver perso un dito per una schioppettata, una spallina del suo grado d’ufficiale e la giberna con la ciocca dei capelli e i ricordi epistolari dell’amata di Lione, durante il primo e unico assalto andato male contro un avamposto di coriacei granatieri. E ci arrivò pure, alle Segnate, con un po’ meno della sua baldanza transalpina e dopo un’estenuante sgroppata di tre mesi al di là e al di qua dell’arco alpino, ovvero fino a quando e fino a dove gli parve di non sentire più agli orecchi il frastuono della fucileria prussiana.

Carlo Alberto Parmeggiani, La vera storia di Leon Pantà, Zandonai, Rovereto (TN) 2010 (prima edizione 2007).

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