Barbara Garlaschelli, Sirena

Barbara Garlaschelli, Sirena (mezzo pesante in movimento), Laurana, Milano 2014.

Barbara Garlaschelli è una scrittrice che ha pubblicato numerosi libri ed è stata anche finalista allo Strega nel 2010. Questo piccolo libriccino, che ha visto altre pubblicazioni in passato presso altri editori, è stato riportato in libreria da Laurana tre anni fa.

Questo libro è, potremmo dire, l’autobiografia di un incidente. In poche pagine (poco più di 100) condensa tutto il dolore vissuto dall’autrice, vittima di un incidente ormai 36 anni fa. Incidente che l’ha costretta in sedia a rotelle.

È estate, per la precisione il 3 agosto 1981, Barbara ha 16 anni, è una ragazzina. In vacanza al mare, si tuffa in acque basse e batte la testa su una pietra, con conseguente lesione della quinta vertebra cervicale. Rischia di morire, rischia di rimanere paralizzata dalla testa in giù. Nei primi tempi in ospedale, ci dice, riesce a muovere solo gli occhi (e la bocca, perché parla). Oggi, da adulta, riesce a muovere anche le braccia, ma non le dita delle mani. Questo grazie a una seria e durissima fisioterapia, iniziata al Niguarda di Milano e portata avanti in un ospedale di Heidelberg, in Germania.

Barbara fa tanti piccoli progressi durante la sua lunghissima permanenza in ospedale, ma subisce anche innumerevoli trattamenti che sono come delle torture per lei. Buchi nella testa, trazioni, gabbie, piaghe da decubito che rischiano la necrosi. Un inferno. Che però Barbara affronta sempre con ironia, con forza, con accettazione. È naturale, l’accettazione non arriva subito, ma fin da subito questa giovane ragazza riesce a fare forza a se stessa per fare forza anche agli altri. E gli altri, in special modo gli amatissimi genitori, la aiutano tantissimo, standole vicini, raccontandole scene di film che hanno visto, portandole il cibo da casa. E gli amici, che vanno a trovarla sempre, che non la abbandonano mai.

In tutto questo, dicevo, si sente forte e chiara l’autoironia dell’autrice e protagonista che, certo, piange di dolore in alcune occasioni, ma quando il dolore le dà tregua non si lascia mai scappare l’opportunità di un sorriso, una battuta, una risata. I momenti strazianti sono molti, come quando Barbara si rende conto davvero che non potrà più camminare, ma altrettanti sono i momenti in cui sa portare quanta più leggerezza possibile nella sua situazione e allo stesso modo nel libro.

Barbara Garlaschelli deve essere, è una donna straordinaria. Superare una simile difficoltà, una simile tragedia direi, con il sorriso sulle labbra, è cosa che pochi potrebbero fare. Naturalmente non dobbiamo pensare che sia una santa, è solo una ragazza, prima, e una donna, poi, estremamente forte e coraggiosa e, soprattutto, estremamente amante della vita.

La cosa che, se devo essere sincera, mi ha un po’ infastidito, è il far passare il messaggio che questa sia l’unica reazione possibile. Vero, probabilmente è l’unica possibile se si vuole andare avanti a vivere e farlo bene. Ma a un certo punto, per esempio, abbiamo alcuni passaggi del diario del padre, dove dice che Barbara ha affrontato la cosa “senza piagnistei”. Io non credo che chi si fa travolgere dal dolore di una simile tragedia faccia piagnistei. Però capisco il punto di vista di un padre nell’immediato dopo l’incidente. Tuttavia, traspare sempre, a mio parere, questo concetto, non detto, che la reazione di Barbara sia l’unica sensata. E come dicevo forse lo è, ma non posso fare a meno di capire chi invece, di fronte a una tragedia del genere, si butta giù, si chiude nel proprio dolore e non vuole uscirne. Non tutti siamo forti e coraggiosi, e non c’è niente di male in questo. Ognuno è diverso, ognuno con le proprie paure, esperienze, personalità.

A un certo punto nella postfazione Nicoletta Vallorani parla di un editor che non ha saputo cogliere l’ironia nel libro di Barbara Garlaschelli. Questo mi ha lasciato basita, perché l’ironia è tangibile, anche nei momenti di disperazione più profonda. Tuttavia, Vallorani prosegue a dire che “l’ironia è una risorsa importante nelle tragedie della vita” (vero), ma si spinge a dire che le dispiace per chi non capisce questo, che prova “un po’ di pietà”, ma “non troppa”. Le sue parole sono: “saper ridere del disastro è una dimostrazione di intelligenza e una caratteristica adattiva del nostro modo di essere al mondo. Chi non ce l’ha, per come la vedo io, ha la responsabilità di non averla cercata, e dunque di non aver voluto sopravvivere nel modo migliore”.

Premesso che nessuna di queste parole è dell’autrice, sono parole che mi hanno messo molto a disagio. È un po’ come dire al depresso “sei tu che non hai voluto sopravvivere nel modo migliore”. Naturalmente una persona che reagisce male a una tragedia che la colpisce non è necessariamente depressa, non sto dicendo questo. Può darsi che semplicemente non abbia la forza per affrontare qualcosa di più grande di lei/lui, che preferisca spegnersi, lasciarsi andare, e io in questo non ci vedo una responsabilità di non aver voluto vivere nel modo migliore. Ci vedo solo stanchezza, disperazione, fatica. E non c’è niente di male in questo, è una reazione “giusta” così come lo è quella dell’autrice.

Avrei voluto che questo fosse sottolineato, ma è evidente che l’intento dell’autrice era un altro, ovvero quello di far vedere come si può risorgere, come si può tornare ad avere una vita sì diversa, ma comunque che valga la pena di essere vissuta, fino in fondo. Legittimo, e lodevole. Solo, un po’ di dispiacere da parte mia.

Andrea Camilleri, I racconti di Nené

Andrea Camilleri, I racconti di Nené, Melampo, Milano 2013.

Nel 2006 Francesco Anzalone realizzò una sorta di intervista, che poi intervista non era perché mancava l’intervistatore, ad Andrea Camilleri per RaiSat Extra. Diversi anni dopo questa intervista è stata ripresa e le è stata data forma scritta: sono micro-narrazioni che vengono chiamate “racconti” perché, senza essere opere di finzione, sono comunque delle storie che Camilleri (Nené) racconta.

Questi “racconti” ci portano dall’infanzia di Camilleri, quando il piccolo Andrea era innamorato del fascismo e a 10 anni scrisse una lettera a Mussolini chiedendogli di poter partecipare alla colonizzazione dell'”Africa Italiana”, passando per la gioventù, fino a tempi più recenti. Camilleri ci parla della sua vita raccontandoci degli aneddoti, ma per forza di cose finisce per parlarci anche della storia italiana, della politica, del teatro, della letteratura, della Rai, e così via.

I protagonisti di queste storie sono personaggi famosissimi e parte del nostro patrimonio culturale come Luigi Pirandello, che Camilleri incontra fugacemente da bambino, quando questi va a casa sua a far visita alla nonna; Vittorio Gassman; Jean Genet; Marco Bellocchio… e tantissimi altri nomi. Camilleri ci porta dunque nel più profondo della cultura italiana degli ultimi novant’anni, e lo fa con la leggerezza che lo contraddistingue, un tocco di humour e, purtroppo, con molta brevità. Sarei potuta andare avanti a leggere per altre duecento pagine, invece purtroppo questo libro di pagine ne ha solo 153.

Un libro che si legge in un paio d’ore e che vi regalerà un piacevole spiraglio sulla vita di quest’uomo che, prima di essere scrittore, è stato regista, uomo di teatro, ha lavorato in radio, sul palcoscenico, per la TV. Consigliatissimo.

Waris Dirie, Fiore del deserto

Waris Dirie e Cathleen Miller, Desert Flower, Virago, London 1998.

Questo libro, pubblicato in italiano da Garzanti nel 2000 con il titolo Fiore del deserto, è l’autobiografia della modella Waris Dirie, anche se, come sempre avviene in questi casi, la vera autrice del libro non è Waris Dirie ma Cathleen Miller.

Waris Dirie è nata in Somalia e non sa bene quanti anni ha, sa dare solo un’indicazione di massima. Infatti nel deserto certo non si usava registrare la nascita dei bambini, anche perché molto spesso questi morivano da piccolini e dunque non si dava tanto valore ai compleanni. Waris, il cui nome significa “fiore del deserto”, è figlia di un nomade del deserto e una donna di Mogadiscio fuggita con lui da giovane. Viene dunque da una famiglia nomade, sebbene sua madre abbia ancora diversi parenti a Mogadiscio, come vedremo.

Waris ha passato l’infanzia a custodire capre e cammelli e farli pascolare in quelle pochissime aree verdi che si potevano trovare nel deserto. Ovviamente analfabeta, non conosce altra lingua al di fuori del somalo e di qualche parola di italiano insegnatale dalla madre, perlopiù parolacce. L’infanzia di Waris è dura, ma lei sembra non percepirla come tale neppure a posteriori, anzi ricorda con nostalgia la sua vita in Somalia, nel deserto, insieme alla sua numerosa famiglia.

Tuttavia, all’età di tredici anni, la ragazza scappa di casa per fuggire a un matrimonio combinato con un uomo di circa sessant’anni. La fuga attraverso il deserto è ovviamente pericolosa, sia per le condizioni proibitive (il caldo, la fame, la sete, la lunghissima marcia), sia per i terribili incontri con bestie e uomini che sono come le bestie. Tuttavia, riesce infine ad arrivare a Mogadiscio, dove si trasferisce dapprima dalla sorella maggiore che era a sua volta scappata di casa per lo stesso motivo, e si sitemerà in seguito da vari altri parenti in città.

Un giorno viene a sapere che suo zio, ambasciatore somalo a Londra, ha bisogno di una domestica per la sua casa inglese, ed è così che andrà a vivere con la famiglia dell’ambasciatore, dove resterà per quattro anni. Alla fine riuscirà a rimanere a Londra anche quando la famiglia torna in Somalia, ma è clandestina. Notata da un fotografo che la “insegue” per due anni, finalmente entra nel mondo della moda intorno ai diciotto anni, e sarà quella la sua carriera. Il problema della sua clandestinità è ovviamente enorme, perché la carriera di modella le richiede di viaggiare in tutto il mondo, e Waris userà una serie di stratagemmi completamente illegali, fra cui, non ultimi, due matrimoni di convenienza, prima con un cittadino irlandese e poi con uno britannico, per ottenere un passaporto – non senza varie visite all’ufficio immigrazione che cerca anche di rispedirla in Somalia.

L’evento più importante e traumatico della vita di Waris è l’infibulazione, subita a soli cinque anni, di cui la modella parla moltissimo nel libro, scendendo nei minimi dettagli. Di solito in Somalia le ragazze vengono infibulate dopo i dieci anni, insomma verso la pubertà, ma molto spesso le bambine, che non sanno assolutamente di cosa si tratti, insistono con i genitori per “diventare donne” anche loro come le sorelle più grandi, e così è stato anche per Waris. Il sanguinoso rituale è stato eseguito da una zingara somala e Waris non ci risparmia alcun particolare, ma di questo le sono grata, anche se le scene sono raccapriccianti, perché mi ha fatto conoscere in dettaglio una barbara pratica di cui sapevo ben poco. Waris subirà per tutta la vita le conseguenze dell’infibulazione (che viene praticata in modo molto più estremo in Somalia rispetto ad altri paesi africani), ad esempio con problemi urinari e mestruali che, soprattutto questi ultimi, le causeranno atroci sofferenze, finché non deciderà di farsi operare a Londra.

Waris è anche ambasciatrice delle Nazioni Unite, ruolo nel quale si occupa di sensibilizzare su questa pratica rituale sanguinaria, nel tentativo di fare in modo che venga messa al bando in quanti più paesi possibili, e realmente abbandonata. Waris racconta infatti che moltissime famiglie africane eseguono questa pratica sulle loro figlie anche una volta che si sono trasferite in Occidente, quindi non è sufficiente mettere al bando l’infibulazione per fermarla realmente.

La storia di questa donna coraggiosa è davvero interessante e raccontata in modo avvincente. L’unica pecca che ho trovato è stata quando Waris inizia a parlare di quanto sia faticoso il mestiere di modella: ora per carità, io non lo posso sapere in quanto non ho mai fatto la modella, e Waris è molto precisa nell’elencare in dettaglio ciò che rende faticoso questo mestiere, però mi permetterete di avere qualche dubbio. Fra l’altro fatico a capire come una donna che ha lavorato come guardiana delle capre, domestica e donna delle pulizie al McDonald’s, possa trovare faticoso un lavoro come quello della modella: non si può certo dire che non abbia mai faticato in tutta la sua vita.

Comunque, togliendo questo particolare, che sinceramente mi ha irritato, direi che è un libro che va letto, e mi sento di consigliarlo, anche perché Waris, pur con tutto quello che ha dovuto subire, non perde mai la speranza, il sorriso e l’amore per la sua terra. Mi sembra un bell’esempio positivo.

 

Paul Collins, Sixpence House (Galles)

Paul Collins, Sixpence House. Lost in a Town of Books, Bloomsbury, New York 2003.

Questo libro è pubblicato in italiano da Adelphi con il titolo Al paese dei libri.

Avevo molte aspettative su questo libro. Paul Collins, uno scrittore americano che sta per pubblicare il suo primo libro, si trasferisce con la famiglia a Hay-on-Wye, Galles, noto come “il paese dei libri” in quanto conta una quarantina di librerie per poche migliaia di abitanti. Le premesse, dunque, c’erano tutte: che curiosità conoscere le avventure di questa famiglia in un paesino così caratteristico! Un libro sui libri (o almeno, sulle librerie)! Quanta bellezza!

No. Niente di tutto questo.

Per carità, Collins parla moltissimo sia di libri (soprattutto vecchi libri bizzarri e introvabili), sia delle librerie di Hay, sia dei librai di Hay. Questo non si può negare. Ma parla anche moltissimo della sua ricerca di una casa da comprare a Hay e delle differenze tra inglesi e americani. Ecco, a chi può importare di queste due cose? O meglio, un libro umoristico sulle differenze tra inglesi e americani potrebbe anche essere simpatico, ma che me ne importa della ricerca della casa da parte della famiglia Collins? No, sul serio.

Peraltro, le differenze fra inglesi e americani sono viste in modo sì umoristico, ma dopo un po’ irritante. Gli inglesi sono dei piccoli esserini bizzarri che gli americani faticano a comprendere, sia nel bene che nel male. Da notare tra l’altro che Paul Collins è americano fino al midollo, ma i suoi genitori e tutti i suoi parenti sono inglesi. Collins ha anche un passaporto britannico accanto a quello americano, solo per scoprire alla fine del libro che questo è impossibile e tendenzialmente illegale, perché gli Stati Uniti non ammettono la doppia cittadinanza.

Inoltre, una delle cose più interessanti e irritanti è che la famiglia Collins si trasferisce in questo piccolo villaggio gallese con la ferma intenzione di restarci ma, visto che fa fatica a trovare una casa da comprare, decide di tornare a San Francisco?! Ma mi state prendendo in giro? Tornare “a casa” solo perché non si riesce a trovare una casa da acquistare che sia esattamente come la vogliono loro?! Non può essere una cosa seria, davvero.

Il libro inizia bene, continua annoiando e finisce irritando. Insomma, oserei dire, un fallimento su tutta la linea. Non lo boccio totalmente solo perché alcune parti, in cui Collins parla di libri, sono davvero carine e anche divertenti a tratti. Tuttavia non lo consiglio.

Binyavanga Wainaina, Un giorno scriverò di questo posto (Kenya)

Binyavanga Wainaina, Un giorno scriverò di questo posto (tit. originale One Day I Will Write About This Place), 66thand2nd, Roma 2013. Traduzione dall’inglese di Giovanni Garbellini.

Avevo molte aspettative su questo libro. Mi aspettavo di trovare un ritratto del Kenya scritto da un autore del luogo, quindi non filtrato da occhi “occidentali”. In più, avevo letto che l’autore era un vero topo di biblioteca, un grandissimo appassionato di lettura a cui i libri avrebbero salvato la vita. Unite le due cose insieme, e capirete quanto potessero essere alte le mie aspettative. Purtroppo sono state tutte disattese.

Il libro è un’autobiografia, scritta nel 2011 da un Wainaina ormai all’incirca quarantenne, che narra una trentina di anni della sua vita. Il problema sta proprio qui: narra trent’anni della sua vita. Non della società, della politica, della cultura del Kenya. Certo, ci sono alcune pagine in cui questi argomenti vengono affrontati, penso soprattutto all’ultimissima parte nella quale l’autore parla delle elezioni presidenziali nel suo Paese. Eppure tutto questo risulta solo accennato, mentre è chiaro che l’interesse di Wainaina sta principalmente nel raccontare la sua vita. E nemmeno veniamo tanto a sapere del suo amore per la lettura, se non che da ragazzino leggeva un sacco di romanzi.

Wainaina accenna brevemente alla sua amicizia con autori all’epoca emergenti come Chimamanda Adichie, alla rivista da loro fondata, ai suoi inizi come scrittore, ma non approfondisce mai realmente. A me quello che è sembrato vagamente più approfondito è stata la storia del suo malessere psicologico che lo rende una specie di disadattato incapace di uscire dalla propria camera (e ok, è evidente che si sia trattato di un’esperienza depressiva, ma l’autore non ne parla mai in questi termini e abbiamo solo questa immagine di lui come disadattato, più che come uomo sofferente). E anche la storia del suo amore per la musica, del suo incontro con l’alcool, del rapporto sempre più flebile con la sua famiglia. Eppure, anche in questi casi, è eccessivo parlare di approfondimento per quanto riguarda queste questioni.

Ho avuto l’impressione che l’autore per così dire svolazzasse su tutto senza mai soffermarsi davvero su niente. Con una prosa, per giunta, che cerca di essere molto poetica ma risulta solo inconcludente e anche incoerente. È vero che questa necessità di essere artistico a tutti i costi è più pesante all’inizio, nei primi capitoli, per poi diventare pian piano sempre meno marcata. Ma è così fastidiosa che all’inizio ho pensato seriamente che non ce l’avrei fatta ad andare avanti.

Per me, un grosso no. Però vi invito a non farvi influenzare dal mio parere, perché dalle recensioni che ho letto sembra che io sia l’unica persona sulla faccia della terra a non aver apprezzato questo libro. Perciò magari giudicate da soli.