Consigli di lettura per l’estate

Siamo già oltre la metà di luglio e alcuni (o molti) di voi forse avranno già fatto le vacanze, tuttavia abbiamo ancora un mese e mezzo d’estate davanti a noi e molte persone scelgono o sono costrette ad andare in vacanza ad agosto. Perciò ho deciso di stilare, seppure un po’ in ritardo, un breve elenco con alcuni consigli di lettura che trovo particolarmente adatti per la stagione. Voglio precisare che secondo me se una persona è un lettore vero e forte e/o vorace, d’estate potrà e dovrà leggere esattamente quello che vuole, al di là del fatto che siano letture da ombrellone o meno. Io, per esempio, difficilmente scelgo le mie letture in base alla stagione, ma è pur vero che in alcuni determinati periodi o situazioni ho bisogno di libri più “leggeri”. Se questo vale anche per voi, ecco i miei consigli.

J.K. Rowling, la serie di Harry Potter: perché ogni momento è quello giusto per leggere Harry Potter, ma quale momento migliore dell’estate per una lettura spensierata e adatta a distrarsi come questa?

M.C. Beaton, Agatha Raisin e la quiche letale: una serie di gialli, o cosiddetti “cozy mysteries”, con protagonista l’investigatrice dilettante Agatha Raisin, una tranquilla signora che si ritira a vivere nei Cotswolds, in Inghilterra, e che si ritrova immancabilmente invischiata in alcuni delitti. Ho letto solo il primo e, pur non essendo un capolavoro del giallo, è senz’altro carino.

Douglas Adams, Guida galattica per autostoppisti: per chi ama la fantascienza e l’umorismo (British), meglio ancora per chi li ama entrambi combinati assieme. Essendo un caposaldo della letteratura umoristico-fantascientifica, non ha bisogno di presentazioni di sorta. Io ho letto tutta la “trilogia in cinque parti” e l’ho adorata per intero, ma c’è chi dice che il primo libro sia di gran lunga il migliore.

Sophie Kinsella, Ti ricordi di me?: un consiglio che difficilmente piacerà ai miei lettori uomini, ma che raccomando alle mie lettrici donne. A me non piace la chick-lit ma c’è da dire che Kinsella è brava nel suo genere, e la preferisco quando si dedica ad altri romanzi sempre di chick-lit ma non della serie di “I Love Shopping”, che sinceramente non mi piace. In questo libro una donna perde la memoria in seguito a un incidente: lei ricorda di essere una ragazza brutta e sfigatella, ma si trova invece ad essere una bella donna di grande successo.

Hugh Howey, Wool e tutta la trilogia del Silo: un post-apocalittico che mi è piaciuto molto. Non sarà innovativo, ma se vi piace il genere farà sicuramente per voi, e anche se non vi piace il genere dategli una possibilità. Qui la mia recensione.

Stieg Larsson, la trilogia di Millennium: se n’è parlato ovunque in lungo e in largo e non occorre che ve la presenti io. Posso solo dirvi che Uomini che odiano le donne è stato il libro che mi ha riappacificato con i thriller, un genere che non mi piaceva ma che ho imparato ad apprezzare proprio grazie a Larsson.

Jasper Fforde, L’ultimo drago: anche questa è una trilogia, di cui io ho letto solo le prime due parti. A parte il fatto che io adoro Jasper Fforde in tutto e per tutto, questo è un libro un po’ più rivolto alla parte bambina che è in noi, e anzi sarà apprezzato anche dai bambini un po’ più grandi (non leggetelo ai vostri figli o nipoti di cinque anni, per intenderci, ma dieci andrà benissimo). Siamo di fronte a magia e umorismo, con protagonista la quindicenne Jennifer Strange.

Jerome K. Jerome, Tre uomini in barca: un classico dell’umorismo inglese, anche questo non ha bisogno di presentazioni. A parer mio non è un capolavoro e non fa piegare in due dalle risate, ma fa comunque ridere e sorridere, ed è perfetto per chi voglia letture più leggere pur senza rinunciare a leggere un classico.

Jean-Luc Bannalec, Natura morta in riva al mare: è il primo libro di una serie di gialli con protagonista il commissario Dupin. Sì ok, non brilla per originalità e il giallo è debole, ma le descrizioni della Bretagna, regione in cui si svolgono i romanzi, sono spettacolari e fanno venire una gran voglia di visitarla. Perfetto per chi ama i gialli, per chi vuole una lettura leggera sotto l’ombrellone, per chi sta sul divano di casa e sogna di andare in vacanza.

Elias Canetti, Le voci di Marrakech: Canetti, in generale, non è uno scrittore leggero, ma non è che ve lo consiglio solo perché lo adoro. Ve lo consiglio perché questo è un libro che può essere considerato maggiormente “estivo” degli altri suoi e, come quello di Bannalec, è un libro che dispiega molto bene il senso di un luogo che in questo caso è la città di Marrakech. Di nuovo, se non potete andare in vacanza, questo libro vi farà credere di essere nelle vie della città; se invece siete in vacanza proprio in Marocco, vi sentirete ancora più immersi nel luogo in cui vi trovate. Qui c’è la mia recensione.

Giorgio Scerbanenco, Il Centodelitti: questi sono racconti, da brevi a brevissimi, e vanno bene per chi d’estate ha poca concentrazione ma non rinuncia a leggere, o per chi vuole passare il tempo fra un bagno al mare e l’altro o fra un’escursione in montagna all’altra o fra una visita a un museo all’altra, a seconda delle preferenze vacanziere di ognuno. Sono gialli nella migliore tradizione milanese di Scerbanenco e, come appunto nella migliore tradizione, sono pressoché perfetti. Qui c’è la mia recensione.

Achille Campanile, Agosto, moglie mia non ti conosco: estivo fin dal titolo, un romanzo umoristico ambientato in una pensioncina di Napoli, con l’ottimo stile e l’ottima vena satirico-umoristica di Campanile.

Larry Lisca, Camp attack: pubblicato dai miei amici I Sognatori, spero che sia ancora in commercio. È un libriccino delizioso sulle avventure vissute in campeggio e più in generale in vacanza, molto umoristico e davvero divertente. Questo sì, mi ha fatto ridere di cuore. Qui c’è la mia recensione.

Joanne Harris, Chocolat: contrariamente a quanto ci ha fatto credere il film (che tuttavia non ho visto, ma di cui ho sentito parlare tantissimo, come tutti), non è un romanzo d’amore. È un libro anche meno leggero di quanto si possa pensare e parla, fra l’altro, della paura del diverso e dell’integrazione. I protagonisti sono una donna di oscuri natali, forse francese o forse no, e gli abitanti di un minuscolo villaggio francese che si trovano a doverla forzatamente accogliere. E il cioccolato, ovviamente.

Fannie Flagg, Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop: non mi chiedete di fare un confronto con il film perché non l’ho visto (sì, guardo pochissimi film). Posso solo dirvi che il libro è delizioso e vi farà innamorare, e anche questo è molto meno leggero di quanto possa sembrare. Qui c’è la mia recensione.

Spero che ci sia qualcosa che possa fare al caso vostro e, in caso contrario, fatevi un giro per il blog e qualcosa troverete. Qui c’è l’elenco di tutte le recensioni pubblicate.

Buona lettura!

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Joseph Diescho, Born of the Sun (Namibia)

Joseph Diescho, Born of the Sun, Friendship Press, New York 1988.

Born of the Sun, di cui sfortunatamente non esiste una traduzione italiana, è considerato il primo romanzo pubblicato in inglese da un autore namibiano. Purtroppo non credo che questo lo renda molto appetibile al mercato italiano, quindi suppongo che continuerà a essere necessario leggerlo in inglese (la lingua originale in cui è stato pubblicato) e a fare i salti mortali per trovarlo usato da qualche parte. A meno che qualche casa editrice illuminata non decida di smentirmi.

Joseph Diescho è nato in Namibia nel 1955 da una famiglia povera, ma ha avuto la fortuna di poter studiare, sia nel suo paese, sia in Sudafrica e alla Columbia University a New York. Ha pubblicato questo romanzo a 33 anni, nel 1988. La scrittura non appare molto matura, sebbene sia stato aiutato nella stesura dalla collaboratrice Celeste Wallin. Tuttavia lo stile passa in secondo piano, a mio parere, quando il libro vuole trasmettere un messaggio forte, com’è in questo caso.

Il protagonista del romanzo è Muronga, un uomo che è appena diventato padre di Mandaha. Lui e sua moglie Makena frequentano il catechismo nella missione tedesca locale, con l’intento di essere battezzati e poi sposarsi secondo il rito cattolico. Infatti, sebbene fossero già sposati con il rito tradizionale della loro tribù, per la Chiesa cattolica la loro unione non è valida ed essi vivono “nel peccato”.

La prima parte del libro si svolge in Namibia ed è principalmente dedicata al difficile rapporto di Muronga e Makena con la religione cattolica. Diescho dimostra molto humour nel descrivere le situazioni in cui i due si vengono a trovare, e i dialoghi sono a tratti divertenti, anche se comunque fanno sempre riflettere. I due coniugi, così come molti altri abitanti del villaggio, entrano a far parte della Chiesa cattolica per pura convenienza, per avere un buon rapporto con la missione e i colonizzatori. Tuttavia al prete e al catechista non importa davvero niente se i battezzandi capiscono o meno ciò che stanno studiando. Diescho afferma che i due non fanno che ripetere a pappagallo quello che hanno imparato al catechismo, e il prete è contentissimo così. Fra i momenti più esilaranti: quando Muronga non capisce se il papa sia un uomo o una donna, dal momento che indossa un abito, o quando i due non riescono a capire i nomi cristiani che verranno loro assegnati, e storpiano Franziskus e Maria Magdalena in Fiasco e Maria Magnet. Ma ci sono anche altri momenti dove si ride davvero.

A un certo punto agli uomini viene proposto di andare a lavorare nelle miniere in Sudafrica, in modo da guadagnare dei soldi che possano servire a pagare le tasse imposte dall’uomo bianco. Muronga e il suo amico Kaye decidono di andare, ma non finiranno nella stessa miniera (la quarta di copertina dice che i due si reincontreranno alla fine, ma come al solito le quarte sono scritte da gente che non ha letto il libro e si inventa le cose, e per di più svela pure il finale). La storia segue dunque Muronga, dalla Namibia, al Botswana, al Sudafrica. Qui sarà mandato a lavorare in una miniera d’oro e il tono umoristico decade completamente per farsi via via più serio.

Per farla breve e non svelare troppo (anche se un po’ inevitabilmente sì) dirò soltanto che Muronga capisce per la prima volta davvero cosa sia il dominio dell’uomo bianco sulla gente che invece in Africa ci è nata e ci vive dalla notte dei tempi. L’uomo bianco ha preso la terra agli africani e vuole prenderne sempre di più, e li costringe a pagare delle tasse per usufruire della terra che è sempre stata la loro. Inoltre la maggior parte degli uomini bianchi, e alcuni neri che sono asserviti al potere dei bianchi, trattano i lavoratori come animali. Sarà così che in Muronga nasce e si sviluppa una coscienza politica che lo spinge a battersi per l’indipendenza degli africani dal dominio dei bianchi.

In Sudafrica inoltre Muronga incontra anche l’apartheid, che gli era sconosciuto: emblematica è la scena in cui con degli amici finisce in un negozio “esclusivamente per bianchi” e rischieranno grosso quando vengono sorpresi dalla polizia. Sebbene, naturalmente, i poliziotti siano essi stessi neri.

Il libro è in sostanza una sorta di Bildungsroman, un romanzo di formazione in cui assistiamo al nascere della coscienza politica di Muronga. Dall’infanzia degli affetti di villaggio, all’adolescenza del viaggio verso la miniera, per arrivare alla maturità della presa di coscienza.

A mio parere si tratta di un libro importante in quanto ci fa vedere, sebbene in modo romanzato, come nasce una coscienza politica in una persona che inizialmente non si rende neppure ben conto di essere oppressa. Probabilmente ci sono altri romanzi, e migliori, sull’argomento, ma l’interesse di Born of the Sun sta, come dicevo all’inizio, anche nel fatto che siamo di fronte al primo romanzo uscito dalla penna di un autore namibiano. Inoltre, quante cose sappiamo della Namibia? Ben poche, direi.

In realtà si potrebbe dire moltissimo su questo libro, ma scelgo di fermarmi qui. Non è un libro facile da reperire, ma se ci doveste riuscire ve lo consiglio caldamente.

Nellie Bly, Dieci giorni in manicomio

Nellie Bly, Ten Days in a Mad-House, pubblico dominio.

Questo piccolo libro (meno di 100 pagine) è di pubblico dominio e può essere scaricato liberamente in lingua originale inglese, mentre in italiano è stato pubblicato nel 2017 da Edizioni Clandestine con il titolo Dieci giorni in manicomio.

È il reportage, pubblicato nel 1887, di Nellie Bly, una delle prime giornaliste investigative, che, su richiesta del giornale per il quale scriveva, ha passato dieci giorni in manicomio, fingendosi pazza per potervi accedere.

Vi sono molte cose impressionanti in questo libro, e una delle prime con cui veniamo in contatto è l’estrema facilità con cui la giornalista Nellie Bly è riuscita a farsi internare in un manicomio da cui la gente normalmente non sarebbe mai più uscita. L’autrice si reca in una casa per donne che sono in cerca di lavoro e qui inizia a “fingersi pazza”: in realtà non fa niente di particolarmente strano a parte dire che ha mal di testa e che vuole recuperare i suoi bauli, e rifiutare di dire dove sia la sua casa. Questo, oggi (e anche allora, a molti), ci sembra cosa di poco conto e certo non indicante una “pazzia” in corso, ma nonostante questo Nellie Bly, con il nome fittizio di Nellie Brown, viene condotta davanti a un giudice e fatta visitare da alcuni medici che la dichiarano pazza “senza speranza” e la internano in manicomio. Qui resterà dieci giorni, e vorrei ricordare che, sebbene i suoi capi le avessero detto che “in qualche modo” l’avrebbero tirata fuori, non c’era in realtà alcuna garanzia che vi sarebbero riusciti, quindi ode a questa intrepida giornalista.

L’autrice, oltre a descrivere dettagliatamente gli eventi che l’hanno portata a essere dichiarata pazza senza speranza, passa poi a descrivere la vita nel manicomio, e anche qui abbondano i dettagli agghiaccianti. Le infermiere non fanno che infliggere torture fisiche e psicologiche alle loro pazienti, e si rimane stupefatti dal sadismo di queste donne che, in teoria, avrebbero dovuto prendersi cura delle ricoverate. Queste infermiere invece non esitano a strozzare, strangolare, picchiare, saltare sopra alle pazienti procurando loro lesioni agli organi interni o rompendo loro le costole, sottoporle a bagni freddi anche nel caso in cui esse siano malate. Come dicevo, il sadismo è impressionante. I medici non sanno o, più probabilmente, fingono di non sapere, perché in definitiva per nulla interessati alla sorte delle “pazze” internate nel loro manicomio.

Come riporta la giornalista, dal momento in cui è stata ricoverata ha iniziato a comportarsi in maniera perfettamente normale e nonostante questo continua a essere indicata come “pazza”. Non solo, ma anche moltissime delle donne internate insieme a lei appaiono perfettamente sane di mente eppure subiscono questo ricovero che sarà quasi sicuramente a vita, o per meglio dire una condanna a morte. Bly non esita ad affermare che la sorte dei carcerati è migliore, in quanto quelli hanno una seppure minima possibilità di dichiararsi innocenti e sperare di essere rilasciati dalla giustizia, mentre i “pazzi” non hanno alcuna chance. Inoltre, vi sono certamente delle donne davvero “pazze” (oggi certamente non le chiameremmo più così, erano soltanto persone malate), ma neanche loro, dice l’autrice, dovrebbero essere trattate a questa maniera, subire maltrattamenti tali da essere più affini alla tortura vera e propria.

Questo è lo stato dei manicomi in America verso la fine dell’Ottocento e, dice Bly, grazie alla sua inchiesta lo stato di New York ha destinato un milione di dollari in più per il mantenimento delle persone “pazze” nei manicomi, che ovviamente per l’epoca è una cifra davvero considerevole. Questo perché, durante l’ispezione seguita all’inchiesta di Bly, i medici del manicomio hanno dichiarato che il trattamento inumano (certo non lo hanno definito così) era dovuto principalmente alla scarsità di fondi.

Viene da pensare che la situazione in Italia o nel resto dell’Europa non fosse all’epoca tanto differente. Da un lato vorrei leggere altri reportage o saggi sull’argomento, dedicati questa volta alla situazione italiana, dall’altro l’idea mi mette molta paura perché questa lettura è stata un pugno nello stomaco.

Consigliato, ma non per persone sensibili.

Angela Carter, La camera di sangue

Angela Carter, The Bloody Chamber, Penguin, London 1979.

Angela Carter in questo breve libro (126 pagine nella mia edizione, ma scritte fitte fitte), riprende le favole della tradizione e le riscrive in chiave dark ed erotica. C’è di tutto: Cappuccetto Rosso, Barbablù, La Bella e la Bestia, ma anche Dracula e i lupi mannari.

Protagonista di queste favole dark è sempre una donna, o meglio una ragazza o anche ragazzina: le eroine sono sempre molto, molto giovani, a volte hanno appena avuto il menarca. Il sangue, infatti, è un altro dei protagonisti di queste riscritture, come si può intuire anche dal titolo e, in questo caso, anche dalla bella copertina con l’illustrazione di Roxanna Bikadoroff.

Le mie storie preferite sono la prima, cioè quella che dà il titolo al libro, e The Lady of the House of Love (non so come sia stato tradotto il titolo in italiano).

Il primo racconto, La camera di sangue, si rifà alla storia di Barbablù. La giovane protagonista si sposa con un uomo molto più grande di lei, che vive in una dimora favolosa e ha già diversi matrimoni alle spalle. Dopo la prima notte di nozze, il marito parte per un viaggio lasciando alla giovane moglie un mazzo di chiavi, con la raccomandazione di non andare in una determinata stanza e il permesso di fare qualsiasi cosa lei voglia in tutte le altre. La ragazza, annoiata, va nella stanza proibita dove trova una vera camera delle torture. Destinata anch’essa alla morte per tortura, viene poi salvata dalla madre che arriva a cavallo.

Nel secondo racconto che ho citato è ripresa la storia di Dracula, ma questa volta il vampiro è una ragazza, anch’essa molto giovane, adolescente. Viene raccontata la sua storia e poi vediamo che un giorno un ciclista inglese arriva al castello e la ragazza-vampira se ne innamora, per poi morire definitivamente essendo ritornata donna vera e propria.

Altro protagonista dei racconti di Carter è lo stile: estremamente ricercato e “letterario”, lo stile dell’autrice è arzigogolato, infiorettato, barocco. Ma non solo barocco, barocchissimo. Saranno più le parole che non conoscete che quelle che avete già sentito (suppongo anche nella traduzione italiana, se è fedele all’originale). Se all’inizio questo stile raffinatissimo è piacevole da leggere, sempre ammesso che la ricercatezza in letteratura vi piaccia, dopo un po’ la scrittura mi è risultata stucchevole perché mi è sembrato di stare in un dizionario barocco. Nel senso che alla lunga sembrava più un esercizio di stile che altro, e forse lo era realmente. C’è da dire tuttavia che lo stile barocco ben si adatta a questo tipo di storie così “scure”.

Alcune storie sono ovviamente meno riuscite, anche se sono la minoranza. In alcuni casi mi pare che Carter si sia spinta un po’ troppo all’estremo, per esempio penso che la necrofilia se la potesse tranquillamente risparmiare. Ad ogni modo il libro mi è piaciuto molto.

Ricorrenze letterarie – 2 luglio

Contro la morte non ho bisogno di armi, perché la morte non esiste. C’è invece la paura della morte. (Da «L’ultima estate di Klingsor»)

Hermann Hesse nasce a Calw, in Germania, il 2 luglio 1877. Figlio e nipote di missionari, cresce in un ambiente profondamente religioso. Avviato agli studi teologici, che si rivelano non adatti a lui in quanto decide di rinnegare la sua religione, tenta il suicidio a soli 15 anni e non vi riesce solo perché la pistola si inceppa.

Deciso a perseguire la carriera letteraria, pubblica la prima raccolta di poesie nel 1899. Il successo arriva nel 1904 con il romanzo Peter Camenzind: «Secondo la più antica tradizione del romanticismo tedesco il protagonista Peter Camenzind, alter-ego dello stesso Hesse, abbandona poco più che ragazzo il paese natale per scoprire il mondo. Essere raffinatissimo, Peter impara dal suo peregrinare a osservare con distacco gli uomini e arriva, infine, ad auspicare il ritorno a un mondo primordiale, preurbano e preindustriale. Il romanzo si configura quindi come un’autobiografia larvata, un ripensamento nostalgico e distaccato degli anni trascorsi e un auspicio per il futuro. Il rifiuto dell’intellettualismo e il ritorno alla natura, descritta mirabilmente, costituiscono il fascino di questa “piccola composizione in prosa”, secondo la definizione che ne diede lo stesso Hesse.» (IBS)

Nel 1919 si trasferisce a Montagnola, nel Ticino, in Svizzera, dove vive fino alla morte avvenuta nel 1962. Nel 1923 ottiene la cittadinanza svizzera.

Nel 1946 gli viene assegnato il Premio Nobel per la Letteratura, «per i suoi scritti ispirati che, crescendo in audacia e penetrazione, esemplificano gli ideali umanitari classici, e per l’alta qualità dello stile».

Fra le sue opere principali vi sono Siddharta (1922, romanzo filosofico ambientato in India), Il lupo della steppa (1927, in cui il protagonista vive un dissidio interiore fra lo spirituale e l’istintivo), Narciso e Boccadoro (1930, una riflessione, ambientata nel Medioevo, sul contrasto fra arte e ascesi, fra natura e spirito), Il giuoco delle perle di vetro (1943, il cui tema è la necessità per l’uomo di scendere dalle regioni dello spirito per immergersi nella vita).


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