Ein Pilz, aber kein Schwamm

Die Kinder stehen unter dem Balkon. Sie stehen im Kreis und lächeln. Mitten unter ihnen ist ein Mann im Alpentracht. Seine Beine stecken in weißen Strümpfen. Wie hohl seine Wangen sind.
Seine Faust ist hohl. Die Kinder neigen sich darüber und freuen sich. Seine Faust ist dürr. Aber wie reizend, er hält einen Spatzen in der Hand.
Ein kleines Mädchen mit roten Haaren steht ganz abseits. Die dünne Haut umspannt eng die dünnen Glieder. Auch das kleine Mädchen lächelt, eigentlich reißt es nur den Mund auf, eigentlich blicken die Augen ernst auf die hohle Faust mit dem kleinen Vogel.
»Ein Spatz«, erzählt der Mann in Alpentracht, »ist nicht gar so nützlich. Die schönen roten Kirschen, die beißt er an, die braunen Narben hat er hineingebissen, der gierige Vogel.«
Das rothaarige Mädchen wird ganz ernst. Es ist nicht mehr fähig, auch nur zum Schein den Mund zu verzerren.
»Man läßt ihn dennoch leben«, sagt der Mann in Alpentracht, »der Mensch ist großmütig. Aber nicht – wenn er krank ist. Der kranke Spatz ist wie ein Krüppel. Ein Parasit. Ein Parasit, das ist dasselbe wie ein Schmarotzer. So, jetzt wißt ihr, was ein Parasit ist.«
Der Mann nahm das Köpfchen zwischen zwei Finger und brach dem Vogel das Genick. Eva drehte den Kopf weg. Die Kinder schrien auf. Das rothaarige Mädchen fiel nieder und hatte Schaum um den Mund.
»Ein kranker Spatz ist wie ein Krüppel«, wiederholte er. Er besah sich die geknickte Kehle und warf die kleine Leiche ins Gras. Sie fiel unter den Fliederstrauch. Die Kinder schlichen heran. Sie sahen schief auf den Mann. Doch der richtete seinen Kopf jetzt zum Gitter. Durch den Garten wurden Kisten gebracht.
Die Kinder waren froh, als er ging. Auf den Pfad zuging, zur Rampe. Sie hoben den Spatzen auf ein grünes Blatt und dann in eine Schachtel. Sie gruben mit den kleinen Händen ein Loch in die Erde und legten den Spatzen hinein. Sie betteten ihn in Seidenfleckchen und schütteten das Grab zu. Sie zogen einen Kreis und bepflanzten ihn mit Blättern. In die Blätter steckten sie blaue Blumen. In die Mitte kam ein Herz. Sie freuten sich wieder, die Kinder, nur das rothaarige Mädchen saß an der Wand und schluchzte.

Aus: Veza Canetti, Die Schildkröten, dtv, München, 2002. 288 Seiten, 10 €.

* La mia recensione.

La nuvola di smog

Era un periodo che non m’importava niente di niente, quando venni a stabilirmi in questa città. Stabilirmi non è la parola giusta. Di stabilità non avevo alcun desiderio; volevo che intorno a me tutto restasse fluido provvisorio, e solo così mi pareva di salvare una mia stabilità interiore, che però non avrei saputo spiegare in che cosa consistesse. Perciò, quando, attraverso una catena di raccomandazioni, mi fu offerto un posto di redattore del periodico «La Purificazione», venni qui a cercare alloggio.
Per uno appena sbarcato dal treno, si sa, la città è tutta una stazione: gira gira e si ritrova in vie sempre più squallide, tra rimesse, magazzini di spedizionieri, caffè col banco di zinco, camion che gli soffiano in faccia getti puzzolenti, e cambia continuamente di mano la valigia, si sente le mani gonfie, sudice, la biancheria appiccicata addosso, il nervoso, e tutto quello che vede è nervoso, frantumato. La camera ammobiliata che faceva per me la trovai proprio in una di queste vie; agli stipiti del portone c’erano due grappoli di cartelli, pezzi di scatole da scarpe appesi a spaghi, con l’avviso delle camere da affittare scritto a rozzi caratteri e le marche da bollo in un angolo. Io che ogni tanto mi fermavo per cambiare di mano la valigia, vidi i cartelli ed entrai. In ogni scala, a ogni piano di quel casamento c’era un paio di affittacamere; suonai al primo piano della scala C.
Era una camera qualsiasi, un po’ buia perché dava nel cortile per una porta-finestra, e ci s’entrava di lì, per un ballatoio dalla ringhiera rugginosa, così restava indiopendente dal resto dell’alloggio, ma prima si doveva passare per un seguito di cancelletti chiusi a chiave; la padrona, signorina Margariti, era sorda, e temeva giustamente i ladri. Non c’era bagno; il gabinetto era sul ballatoio, in un casotto di legno; in camera c’era un lavabo con l’acqua corrente, senza impianto d’acqua calda. Ma insomma, cosa andavo cercando? L’affitto mi conveniva, anzi era l’unico possibile, perché di più non potevo spendere e non avrei trovato a meno; e poi doveva esser tutto provvisorio e volevo che questo apparisse chiaro anche a me stesso.

Da: Italo Calvino, Gli amori difficili, Mondadori, Milano, 1993. 262 pagine, 8 €. 

La farfalla sull’attaccapanni

«Danilo, pej sem» disse Julka.
Stava ancora guardando fuori dalla finestra. Voltava le spalle alla classe. Il chiasso era improvvisamente cessato e gli scolari avevano preso posto nei banchi. Poteva sembrare che stessero escogitando qualche nuova marachella e che da un momento all’altro avrebbero scatenato una vera baraonda. In realtà lei non si era accorta che il maestro stava rientrando in classe.
«Pej no sem, Danilo» lo sollecitò. Forse pensava a quelle lampade sulle barche che risplendono sotto grandi paralumi come sotto ampi cappelli e ingannano i pesci.
Il maestro si lisciò i capelli sulla tempia destra. Capelli neri e impomatati, lucidi come il catrame. Sotto il naso sottili baffetti appuntiti. All’occhiello il distintivo con il fascio littorio.
Con un lampo negli occhi la chiamò: «Giulia!»
Si voltò con lentezza, come se la sorpresa le avesse tolto ogni forza. Guardò il maestro, quindi i banchi dove tutti trattenevano il fiato; automaticamente si morse appena il labbro inferiore.
«Giulia!» ripeté nuovamente, adirato, ma con quel nome le sembrava che non chiamasse lei, bensì la bambina che le avevano affidato e che lei sbadatamente aveva perso. La finestra aperta alle sue spalle incorniciava la sua piccola, solitaria figura.
«Vieni qui» le disse con gli occhi lampeggianti.
Julka si mosse e già le dita impazienti del maestro l’avevano afferrata per l’orecchio.
«Non voglio più sentire quella brutta lingua» disse camminando fra i banchi  e tirandosela dietro. «Non voglio.»  La sua voce ansimava. «Avete capito che non voglio?»
La classe guardava esterrefatta sia lui sia Julka. Lei osava appena muovere gli occhi per non accentuare con un gesto troppo brusco il dolore che provava sotto la sua energica presa. Lui le girava intorno come catturato in un cerchio magico. Fa così il cane da guardia che può muoversi soltanto entro lo spazio circolare consentito dalla catena.
«I quaderni sul banco!»
Nessuno si mosse.
«I quaderni sul banco, ho detto!»
Qua e là qualche mano fece un involontario movimento mentre gli sguardi erano concentrati sul suo volto spiritato.
«Scrivetelo cento volte!» gridò a quegli occhi.
«Devo parlare soltanto italiano» proferì la bocca sotto i baffetti neri. Ma gli occhi lo fissavano immobili, impietriti.
E ancora: «Scrivetelo mille volte!»
Ma quegli occhi allineati, una fila dietro l’altra, ora gli si stavano lentamente avvicinando in un silenzio che pesava come piombo su tutto l’ambiente circostante, sulla sua mano, sulle dita che stringevano in una morsa l’orecchio di Julka. E si sentì risucchiato in un vortice che lo trascinava verso il fondo e tutti quegli occhi lo spingevano sempre più dentro il gorgo.
Allora si voltò per mettersi in salvo.
«Tu, tu, tu» disse cercando di sfuggire al sordo cappio che girava silenziosamente sopra il suo capo. E là dentro, in quel cappio, c’era anche lui che girava perché ora stava tirando Julka per tutti e due gli orecchi, la spingeva e la scuoteva senza rendersi conto di trovarsi vicino alla finestra e di premere la schiena di Julka contro il legno come se volesse farla precipitare nel vuoto, là dove prima volava l’aeroplano di carta. Ma eccolo nuovamente in mezzo alla stanza. «Tu, tu, tu» mormora e si curva quasi a toccare con la sua testa quella di lei. Come nella corrida l’animale inferocito che abbassa la testa con l’arma in cima alla fronte. La spinge così fino alla porta, fino allo stipite. Fino ai ganci di ferro dell’attaccapanni. Sbatte la fronte contro un gancio, si fa male e rialza la testa. Ma improvvisamente le sue mani hanno movimenti più febbrili. Si direbbero quasi in preda a un fremito, come se avessero trovato una via d’uscita dal vortice di quegli occhi infantili. E tremano quando con il palmo tasta il ferro e con l’altra mano solleva di peso Julka e infilza sul gancio le sue fitte trecce.

Da: Boris Pahor, Il rogo nel porto (tit. originale Kres v pristanu), Zandonai, Rovereto 2008. Traduzione di Mirella Urdih Merkù, Diomira Fabjan Bajc, Mara Debeljuh, Boris Pahor. 224 pagine, 18 euro.

* Boris Pahor.
* Il libro sul sito di Zandonai Editore.
* Una recensione su Lankelot.
* Altra recensione.

Chi siete?

17 marzo
Il novizio chiede: se un lavoro non è convincente fin dall’inizio, perché noi lo pubblichiamo? Io gli ho risposto che oramai l’editoria non pubblica libri, promuove autori. C’è una sottile differenza. Si punta sullo scrivente, non sullo scritto.

18 marzo
Il novizio mi ha chiesto se è più importante che un libro venga letto oppure letto e apprezzato.
“Acquistato”, gli ho risposto.

Da: Aldo Moscatelli, Questo non è un libro (romanzo a episodi), I sognatori, Lecce, 2010. 121 pagine, 9,40 euro. 

La casa editrice.
Il (non) libro, di cui è possibile scaricare gratuitamente la prima metà.
I blog della casa editrice: il nuovo e il vecchio (su Splinder, destinato purtroppo a scomparire).

Death and chocolate

First the colors.
Then the humans.
That’s usually how I see things.
Or at least, how I try.

* * * HERE IS A SMALL FACT * * *
You are going to die.

 I am in all truthfulness attempting to be cheerful about this whole topic, though most people find themselves hindered in beleving me, no matter my protestations. Please, trust me. I most definitely can be cheerful. I can be amiable. Agreeable. Affable. And that’s only the A’s. Just don’t ask me to be nice. Nice has nothing to do with me.

* * * REACTIONS TO THE AFOREMENTIONED FACT * * *
Does this worry you?
I urge you – don’t be afraid.
I’m nothing if not fair.

- Of course, an introduction.
A beginning.
Where are my manners?
I could introduce myself properly, but it’s not really necessary. You will know me well enough and soon enough, depending on a diverse range of variables. Your soul will be in my arms. A color will be perched on my shoulder. I will carry you gently away.
At that moment, you will be lying there (I rarely find people standing up). You will be caked in your own body. There might be a discovery; a scream will dribble down the air. The only sound I’ll hear after that will be my own breathing, and the sound of the smell, of my footsteps.
The question is, what color will everything be at that moment when I come for you? What will the sky be saying?
Personally, I like a chocolate-colored sky. Dark, dark chocolate. People say it suits me. I do, however, try to enjoy every color I see – the whole spectrum. A billion or so flavors, none of them quite the same, and a sky to slowly suck on. It takes the edge off the stress. It helps me relax.

* * * A SMALL THEORY * * *
People observe the colors of a day only at its beginnings and ends, but to me it’s quite clear that a day merges through a multitude of shades and intonations, with each passing moment. A single hour can consist of thousands of different colors. Waxy yellows, cloud-spat blues. Murky darknesses. In my line of work, I make it a point to notice them.

As I’ve been alluding to, my one saving grace is distraction. It keeps me sane. It helps me cope, considering the length of time I’ve been performing this job. The trouble is, who could ever replace me? Who could step in while I take a break in your stock-standard resort-style vacation destination, whether it be tropical or of the ski trip variety? The answer, of course, is nobody, which has prompted me to make a conscious, deliberate decision – to make distraction my vacation. Needless to say, I vacation in increments. In colors.
Still, it’s possible that you might be asking, why does he even need a vacation? What does he need distraction from?
Which brings me to my next point.
It’s the leftover humans.
The survivors.
They’re the ones I can’t stand to look at, although on many occasions I still fail. I deliberately seek out the colors to keep my mind off them, but now and then, I witness the ones who are left behind, crumbling among the jigsaw puzzle of realization, despair, and surprise. They have punctured hearts. They have beaten lungs. Which in turn brings me to the subject I am telling you about tonight, or today, or whatever the hour and color. It’s the story of one of those perpetual survivors – an expert at being left behind.
It’s just a small story really, about, among other things:
* A girl
* Some words
* An accordionist
* Some fanatical Germans
* A Jewish fist fighter
* And quite a lot of thievery

I saw the book thief three times.

From: Markus Zusak, The Book Thief, Alfred A. Knopf, New York, 2007. 552 pages.

In italiano La bambina che salvava i libri.