Nell

NellChristine Lavant, Nell (tit. originali Nell. Vier Geschichten e Das Kind), Zandonai, Rovereto (TN) 2009. Traduzione di Fabio Cremonesi e Umberto Gandini. 198 pagine.

Un altro libro dell’ottima casa editrice trentina Zandonai, che per questa volta rinuncia alle sue belle copertine fotografiche per proporre un dipinto di Luciano Civettini, altrettanto bello.

Christine Lavant era una scrittrice austriaca, nata nel 1925 in un paesino della Carinzia, nella valle del Lavant da cui ha preso il suo cognome d’arte e morta nel 1973 dopo una vita di grandi sofferenze. Vissuta nella miseria, ha sofferto di una grave malattia che l’ha quasi portata alla cecità e le ha deturpato il viso. A vent’anni ha tentato il suicidio e si è fatta internare volontariamente in manicomio.

Nell raccoglie cinque racconti della scrittrice elogiata da Thomas Bernhard e insignita di prestigiosi premi letterari. La scrittura di Christine Lavant è sofferta, tesa, potrebbe apparire semplice anche per un’interpunzione particolare: molti puntini di sospensione, moltissimi punti esclamativi. Eppure non lo è affatto, o seppure lo fosse la cosa passerebbe in secondo piano perché in primo piano c’è tutta la sofferenza di cui le sue frasi sono cariche. Parole, frasi e racconti incordati, attorcigliati su se stessi come in una smorfia di dolore. Perché la Lavant non scrive, in fondo, d’altro che di dolore, e i suoi racconti tendono a provocare un certo nodo allo stomaco.

Paragonata a Hildegard von Bingen e a Tersa d’Avila, possiede una fede in Dio tormentatissima: mai posta in dubbio, ma vissuta con dolore perché, come scrive Marica Bodrozic nell’introduzione, «Dio castiga non coloro che disprezza, ma quelli che ama». Le vite che la Lavant descrive sono piene di dolore e di sofferenze, i suoi protagonisti sono persone poverissime, sottoposte a mille prevaricazioni e a mille prove: la loro unica consolazione può essere perciò soltanto nella fede, ma non è mai scontata o semplice da ottenere. La morte è onnipresente in questi cinque racconti, anche dove essa non si concretizza, ma viene comunque pensata, auspicata, anche da personaggi che non possono comprenderla appieno.

La Lavant doveva amare molto i bambini, perché in tre racconti su cinque ne fa i protagonisti. Allo stesso modo, centrali sono le figure di adulti semplici, quasi come solo i bambini possono esserlo: persone candide, non colte, ingenue.

Leggere questo libro non è affatto consolante, nonostante sia intriso di fede cristiana: la fede è quasi monacale, vissuta con un’intensità che la rende dolorosissima. Non si può dire che sia un libro soffocante, ma di sicuro è angosciante, molto triste, quasi senza spiragli. Quasi, non del tutto. Eppure, a mio parere, il racconto meglio riuscito è proprio quello privo di spiraglio alcuno, Maria Katharina, dove la protagonista è una bambina orfana di guerra che si rifugia in convento con la zia, vittima di mille angherie e pregiudizi da parte dei “buoni cattolici” che la circondano, e che finirà molto male. Va sottolineato, infatti, che nella potenza della sua fede la Lavant non crede affatto che tutti i cattolici siano buoni e santi, anzi ci presenta delle figure che suscitano quasi ripugnanza: personaggi appartenenti al clero che si circondano di comodità e che disprezzano senza nasconderlo i loro “sottoposti”. Dice a un certo punto Nell, la donna protagonista del racconto omonimo che dà il titolo al libro: «Perché, se le vostre vite devono essere semplici e pronte alla rinuncia, perché mai tenete lontane da voi, per quanto vi è possibile, tutte le difficoltà?»

Molto riuscita anche l’identificazione del narratore con una bambina molto piccola ricoverata in una clinica, nell’ultimo racconto, La bambina. Non è difficile vedere la scrittrice stessa in questa bambina che ci vede poco e che ha il volto ricoperto di piaghe, costretta perciò ad andare in giro completamente bendata. La Lavant, infatti, aveva sofferto da bambina proprio di scrofolosi, divenendo quasi cieca e rovinandosi il volto. Forse proprio per questo motivo l’identificazione è così felice, e sembra proprio di stare nella testa della bambina.

Per chi volesse approfondire:

* la scheda del libro sul sito della casa editrice
* la biografia dell’autrice sul sito della casa editrice
* Christine Lavant su Wikipedia (in tedesco)
* una recensione di Nell su «Alias» (file pdf)
* alcune prove di lettura sul sito dell’Arbeitsstelle Christine Lavant (in tedesco. C’è anche una prova di lettura di Das Kind)

Nessun peccato

Maria Luce Bondì, Nessun peccato, Tanit, 2009. 10 €. 138 pagine.

Opera prima della palermitana Maria Luce Bondì e anche della casa editrice catanese Tanit, nata giusto un anno fa. Un romanzo piuttosto breve che ho letto ieri sera in tre ore, senza riuscire a chiuderlo anche se era tardi. Perché “prende” e non ti lascia, bisogna continuare a leggere: non tanto per arrivare alla fine, ma proprio per il gusto di leggere.

La storia è questa: Gianni è un ragazzo di trent’anni che si guadagna da vivere con delle lezioni private di greco e con delle traduzioni letterarie dall’inglese. È in graduatoria per una cattedra scolastica, ma ha anche paura di prenderla, quella cattedra. Ha paura della stabilità che gliene deriverebbe, dell’imbolsimento mentale, anche. Vive con i genitori e la sorella minore, ma non condivide niente con loro, le loro vite sono separate e Gianni è insoddisfatto di tutto: «Gianni si spreme le meningi a forza di pensare a quanto vorrebbe essere diverso». Adele è una sua allieva, una ragazza di ventitré anni carina e divertente. Adele ha un segreto, e a un certo punto lo rivelerà a Gianni, che inspiegabilmente si preoccupa moltissimo per lei: è incinta, pur essendo vergine, una sorta di immacolata concezione duemila anni dopo. Un giornalista lo viene a sapere e le rende la vita impossibile, ma allo stesso tempo dà una scossa positiva alla vita stagnante di Gianni.

Ecco, la trama in realtà appare semplice, forse banale, ma posso assicurare che il romanzo è tutt’altro che banale o scontato. Forse non è un capolavoro della letteratura, ma è avvincente, appassionante, mai scontato e piacevolissimo da leggere. La Bondì ha una scrittura fluida e a tratti poetica, veramente felice: c’è da dire che non sembra per niente un’autrice esordiente. Leggere è davvero un piacere, cosa che con i libri che escono oggi non è così scontata.

Se volete leggere qualcosa che esca dai canoni comuni e dai soliti circuiti editoriali, ve lo consiglio caldamente.

Un aspetto molto interessante: Tanit pubblica in licenza Creative Commons.

Per approfondire: questo è il sito della casa editrice. Qui c’è una recensione e qui un’intervista all’autrice.

Wladimir Kaminer, scrittore tedesco

Avevo annunciato delle idee nuove, eccone perciò subito una. Tanto tempo fa vi chiedevo dei suggerimenti per il blog, cercando di arricchirlo. Uno dei suggerimenti, della sempre preziosissima Francesca, riguardava la possibilità di parlare di autori che scrivono in lingue diverse dalla propria madrelingua. È passato molto tempo da quel suggerimento, ma l’idea ha continuato a ronzarmi in testa finché è maturata.

L’interculturalità mi pare stia diventando un fenomeno sempre più complesso e interessante, ormai diffusissimo da noi così come altrove. E parlo proprio di interculturalità, di culture che si mescolano, contaminandosi l’una con l’altra – cosa ben diversa dal multiculturalismo, dove le varie culture si limitano invece a convivere l’una accanto all’altra, senza mischiarsi. La letteratura, com’è ovvio, non resta esente da questo fenomeno: nascono così voci nuove, che hanno imparato a parlare, a leggere e a scrivere in un’altra lingua, ma che hanno deciso di esprimersi in una lingua diversa, per le più svariate ragioni.

Naturalmente, esponente ante litteram di questo felice pot-pourri linguistico e culturale è stato uno scrittore che, come sapete, io tanto amo: Elias Canetti. Ma coglierò l’occasione per parlare un po’ più approfonditamente della sua particolare esperienza un’altra volta.

Wladimir Kaminer

Ed ecco a voi Wladimir Kaminer, a una lettura all'Università di Bielefeld nel 2008 (foto da Wikipedia)

Oggi, a mò di introduzione a questa nuova rubrica interculturale, voglio riportarvi un brano di Wladimir Kaminer. Chi è costui? Un simpatico ragazzo russo, nato nel 1967 a Mosca e trasferitosi a Berlino nel 1990, poco prima della riunificazione delle due Germanie. Kaminer arriva in Germania quasi per caso, senza sapere una parola di tedesco, ma lì resta e lì ancora vive con la moglie Olga, anche lei russa e anche lei scrittrice. Ed è proprio a Berlino che Kaminer inizia a scrivere, pertanto la scelta della lingua è quasi obbligata: sceglie il tedesco, la lingua della sua nuova patria (ha anche acquisito la cittadinanza tedesca), perché è il suo mezzo di comunicazione, senza il quale non potrebbe farsi capire dalla gente che lo circonda.

Ecco quindi il brano; ve lo riporto in tedesco, perché il libro non è tradotto in italiano, e tenterò quindi io una traduzione, chiedendo venia ai germanofoni se faccio errori (anzi, fatemelo notare).

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Seit fünf Jahren mache ich den Job eines deutschen Schriftstellers, und trotzdem fragen mich die Leser in der Provinz jedes Mal, warum ich nicht auf Russisch schreibe. Weil hier niemand Russisch versteht, erkläre ich. Damit sie mich im Original lesen können, damit wir miteinander sprechen können. Ich bin ein deutscher Autor, ich habe keine einzige Zeile in einer anderen Sprache verfasst. Hier sind meine Bücher und hier mein Pass. Das Publikum lächelt und weigert sich beharrlich, mich als deutschen Autor zu akzeptieren. Mal stellt es mir unauffällig eine Flasche Wodka aufs Lesepult, mal einen Samowar. Oder es will mir seine Lieblingsmatroschkas schenken.

Da: Wladimir Kaminer, Ich bin kein Berliner. Ein Reiseführer für faule Touristen, Goldmann, München 2007.

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Da cinque anni lavoro come scrittore tedesco e nonostante questo i lettori, in provincia, mi chiedono ogni volta perché non scrivo in russo. Perché qui nessuno capisce il russo, spiego. Perché mi possano leggere in originale, perché possiamo parlare l’uno con l’altro. Sono un autore tedesco, non ho scritto nemmeno una riga in un’altra lingua. Ecco i miei libri ed ecco il mio passaporto. Il pubblico sorride e si rifiuta ostinatamente di accettarmi come autore tedesco. Una volta mi viene messa senza dare nell’occhio una bottiglia di vodka sul leggio, un’altra volta un samovar. Oppure mi vogliono regalare le loro matriosche preferite.

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Per sapere qualcosa di più su Wlamir Kaminer potete leggere qui. Oppure, se sapete il tedesco, leggete qui. Qui potete leggere qualche brano dai suoi libri, sempre in tedesco. Per ora sono stati tradotti quattro suoi libri in italiano, li trovate qui.

La tortura delle mosche

Le sconsolanti introduzioni ai capolavori, terribili, aride, solenni o impudiche! Ma perché tutta questa curiosità! Perché un poeta dev’essere prima nato e poi morto! Non basta che egli abbia un nome, e non gli è questo nome già troppo pesante? No, la gente non ha misericordia. I suoi poeti li deve cucinare, speziare e mangiare.

Da: Elias Canetti, La tortura delle mosche (tit. originale Die Fliegenpein. Aufzeichnungen), Adelphi, Milano 1993. Traduzione di Renata Colorni. 174 pagine. 15 €.

Da Berlino

Per augurarvi un buon 2010 vi regalo qualche foto dal viaggio berlinese. Sono solo un piccolo assaggio, forse neanche troppo rappresentativo, ma spero siano gradite. Cliccate sulle immagini per ingrandirle.

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