Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari

3045447Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, Mondadori, Milano 1989. 202 pagine, 7,80 euro.

L’unica cosa che mi chiedo è: perché non ho letto prima questo libro? Ce l’avevo in casa da anni, Buzzati mi piace, come mai non ci sono arrivata prima? Perché penso che anni fa avrei saputo apprezzarlo ancora meglio.

È bellissimo, questo libro è bellissimo. Inoltre, narratori come Buzzati non ne fanno più: una prosa poetica, magica, capace di incantare anche solo con la forza delle parole prima ancora che con la potenza della storia. Ce ne fossero, di scrittori così.

La storia è veramente molto semplice: Giovanni Drogo, fresco di scuola ufficiali, viene mandato alla Fortezza Bastiani, dove arriverà dopo due giorni a cavallo. Una fortezza sperduta nel nulla, al limitare di quello che viene chiamato il “deserto dei Tartari”, perché forse una volta c’erano i Tartari al di là di esso, o forse ci sono ancora? Non un vero e proprio deserto quanto un luogo deserto, un posto dove non c’è vita, il paese più vicino è a 30 km. Qui Drogo pensa di passare appena quattro mesi, ma ci passerà invece tutta la vita, aspettando la guerra portata dai Tartari, che non arrivano mai.

Drogo, come tutti i suoi colleghi, aspetta dunque un evento entusiasmante che non arriva, e mi ricorda un po’ Beckett in questo, perché pare proprio che i soldati e gli ufficiali del forte stiano aspettando Godot, destinato a non arrivare mai. È l’attesa che conta? È la speranza, la speranza che accada qualcosa che possa dare una scintilla di vita a questi uomini. Uomini che aspettano senza fare sostanzialmente niente, aspettano quell’evento che darà un senso alla loro vita.

E quando quell’evento arriverà, per Drogo sarà troppo tardi: ormai malato, il comandante della fortezza decide di rispedirlo in città, e Drogo morirà in una locanda sulla strada che lo conduce a casa. (Casa? Una casa dove nessuno si ricorda di lui, dove la vita è andata avanti benissimo senza di lui). Uno svolgersi, o meglio, un non svolgersi degli eventi estremamente kafkiano. Non si può non pensare a opere come Il processo, leggendo questo romanzo.

Come in Kafka, anche in Buzzati troviamo quella disperazione, benché io la senta qui più lieve, non opprimente e onnicomprensiva come in Kafka. Una disperazione che poggia sulla forza dell’abitudine: una forza così potente da annichilire tutto il resto. È per abitudine che Drogo si adegua a stare alla fortezza, e come lui tutti i suoi commilitoni. È per l’abitudine alla fortezza che, quando torna a casa in licenza, non saprà cosa dire a Maria, un tempo la sua innamorata. Perché si è abituato a quel tran-tran fatto di nulla, di piccole cose quotidiane, piccoli ingranaggi della macchina burocratica militare.

Mentre si legge non si può evitare di sentire il ticchettio dell’orologio, il tempo che passa e scorre inesorabile e non torna indietro. La giovinezza che scivola tra le mani e non ritorna. La morte che si avvicina, senza aver compiuto niente in vita? Di sicuro, se siete un po’ giù, questo libro vi ferirà come un uncino. E forse vi farà bene e forse vi farà male. Bene, perché vi potrebbe dare una scossa forte a farvi muovere finché ancora c’è tempo: non aspettare i Tartari, non aspettare Godot, che forse arrivano e forse no, e se arrivano sarà sempre troppo tardi. Ma vi potrebbe fare male perché potrebbe affossarvi definitivamente se siete davvero giù, se state davvero male. Questo ticchettio dell’orologio è quasi morbosamente osceno, vi potrebbe far mancare l’aria, farvi salire il panico, e farvi, in ultimo, desistere dal fare. Ma non era certo questo l’intento dell’autore, dico solo: state attenti a leggere questo libro se non state bene.

Carmine Abate, La festa del ritorno

Carmine Abate, La festa del ritorno, Mondadori, Milano 2004. 161 pagine, 7,80 euro.

Un padre e un figlio si ritrovano davanti al fuoco in piazza, la notte di Natale, a Hora, un paesino arbëresh della Calabria, ovvero un paese di lingua e cultura albanese, come ce ne sono molti nel Sud dell’Italia. Il padre racconta al figlio la sua vita di emigrante in Francia, il figlio Marco a sua volta ripercorre col pensiero alcuni episodi salienti della sua vita.

Un uomo, Tullio, il padre, che è stato costretto ad emigrare da giovane perché con il suo solo lavoro di contadino non riusciva a mantenersi e ad avere una vita dignitosa. È finito in Francia a fare il minatore, poi in seguito a un incidente in miniera ha deciso di fare altro e ora lavora nei cantieri stradali, ma comunque si è sempre un po’ arrangiato con vari lavori che gli consentissero di mandare soldi a casa in Calabria, dove ha una moglie e tre figli a cui provvedere. La figlia più grande, Elisa, non comprende bene la scelta del padre di partire senza la famiglia, e a dire il vero la capisco poco anche io.

Tullio parla dell’emigrazione come di una persona (un bagasciaro, dice lui) che gli tiene la pistola puntata alla tempia e dice “Parti o premo il grilletto”. Un’esperienza che posso capire benissimo, perché l’emigrazione la stiamo rivivendo di nuovo, noi italiani, in questi anni, e come sapete è un’esperienza che ho fatto anche io, sebbene non certo per andare a lavorare in miniera, ma il concetto è pur sempre quello.

Abate, lui stesso originario di una comunità calabrese arbëresh, è emigrato da giovane in Germania, ma credo che ora viva nel Nord Italia. L’autore ci dà dunque uno sguardo sull’emigrazione e sulla vita di una famiglia che ha un membro all’estero, e lo fa certo con cognizione di causa, avendo vissuto lui stesso queste esperienze. Inoltre è interessante lo sguardo sulla comunità arbëresh, comunità di cui si sente troppo poco parlare.

Abate scrive in italiano, ma quando deve riportare i pensieri o i dialoghi dei protagonisti si affida al dialetto calabrese e all’arbëresh. Questo rende la lettura non proprio semplicissima, ma dà comunque un’aria di maggiore autenticità alle vicende narrate.

Il libro è bello ma sinceramente mi aspettavo qualcosa di più. Le mie ultime esperienze mi stanno dicendo di non dare mai troppo peso alle recensioni lette in rete, perché non sempre posso essere d’accordo con quello che leggo. Comunque una lettura consigliata e un autore che vorrei approfondire.

Andrea Camilleri, La scomparsa di Patò

Andrea Camilleri, La scomparsa di Patò, Mondadori, Milano 2000. 253 pagine, 14,46 euro.

Tutti sanno, credo, della mia passione per Camilleri, di cui amo soprattutto la serie di Montalbano ma di cui mi piace leggere anche gli altri romanzi. Così quando ho visto che la biblioteca aveva questo La scomparsa di Patò ne ho approfittato e ho fatto bene, perché si è rivelato essere uno dei migliori di Camilleri fra tutti quelli che ho letto.

Il libro è un romanzo, ma non  si svolge nella consueta modalità narrativa, bensì si dipana come un dossier. Innanzi tutto bisogna dire che l’idea di questo libro è stata data all’autore da un brano di Sciascia, che in A ciascuno il suo parla a un certo punto proprio della scomparsa di un tal Patò durante la recita del Mortorio, cioè della Passione di Cristo. Patò rappresenta Giuda in quella recita e, alla fine della rappresentazione, deve cadere in una botola. Peccato che da quella botola non uscirà mai più, né vivo né morto. Il romanzo di Camilleri è dunque il dossier di quella scomparsa, e si compone di ritagli di giornale, rapporti del delegato di Pubblica Sicurezza congiuntamente al maresciallo dei Reali Carabinieri, lettere, scritte sui muri e così via. Tutto rigorosamente fittizio, ma splendidamente verosimile. Camilleri imita dunque alla perfezione lo stile di un senatore come quello di un questore o di un semplice carabiniere. Senza uno sbavamento, senza un errore, senza un’esitazione. In realtà si potrebbe considerare questo romanzo dossieristico come un grosso esercizio di stile, e mi rendo conto che questo potrebbe pure irritare il lettore, ma a me è piaciuto tantissimo.

Consigliato a tutti gli amanti di Camilleri, agli amanti dei gialli insoliti, agli amanti della buona letteratura.

Franz Kafka, Racconti (Repubblica Ceca)

Franz Kafka, Racconti (tit. originali Beschreibung eines Kampfes, Hochzeitsvorbereitungen auf dem Lande, Erzählungen und kleine Prosa), Mondadori, Milano 2006. Traduzione di Ervino Pocar, Rodolfo Paoli e Gisella Tarizzo. 626 pagine.

Che cosa si può dire di fronte alla potenza di Kafka? Io, personalmente, rimango senza parole in rispettoso silenzio. Kafka è uno di quegli autori senza cui io non sarei la stessa persona.

Non avevo mai letto tutti i suoi racconti, e ho voluto colmare questa lacuna. Naturalmente ce ne sono di più belli e di meno belli, ma non ne ho trovato nemmeno uno che fosse brutto o insignificante, o che mi sia restato indifferente. Tutti, in qualche modo, mi hanno colpito. Poi ci sono quelli che mi hanno colpito “come un pugno sul cranio”, come secondo Kafka stesso un libro che sia davvero buono dovrebbe fare.

Ho provato la stessa emozione di sempre nel rileggere per l’ennesima volta La metamorfosi. Ho provato la medesima angoscia nel rileggere La condanna. Ho provato quella stessa angoscia, quella stessa emozione fortissima, nel leggere per la prima volta Nella colonia penale, che considero il mio preferito, forse più bello addirittura della Metamorfosi. E poi voglio citare Un medico di campagna, meno potente dei tre precedenti ma comunque bellissimo.

Kafka è angoscia, è fantastico, è oppressione, è inquietudine, è maestria assoluta. È un ringraziamento continuo ed enorme a Max Brod che ha deciso di andare contro la volontà dell’amico e di pubblicare le sue opere, anziché distruggerle. Kafka ha una tecnica stilistica che nessun altro scrittore dopo di lui ha posseduto, nessuno, neanche i miei preferiti. Kafka è il capostipite di tutta una serie di filoni letterari che non sarebbero esistiti senza di lui. Kafka è un classico maiuscolo, inarrivabile, al pari di nomi come Hugo o Dostoevskij. Kafka è quanto di meglio ci abbia dato il Novecento.

E no, non ho parlato di questa voluminosa raccolta di tutti i racconti, ma ho parlato solo di Kafka, o meglio del rapporto che mi lega a lui, di come soggettivamente io veda questo che per me è un mostro sacro. Ma come dico sempre, di certi libri non si può parlare, e io dei classici non so scrivere.

PS. Il libro è collocato nel mio giro del mondo nella Repubblica Ceca, sebbene Praga a quel tempo facesse parte dell’Impero austro-ungarico. Ma Kafka è autenticamente praghese, seppure di lingua tedesca, autenticamente boemo, perciò l’ho voluto considerare ceco.

[Questo post è pubblicato anche sul blog delle letterature altre.]

Carlos Ruiz Zafón, L’ombra del vento (Spagna)

Carlos Ruiz Zafón, L’ombra del vento (tit. originale La sombra del viento), Mondadori, Milano 2006. Traduzione di Lia Sezzi.

Il libro parte bene, con una visita di Daniel undicenne e suo padre al Cimitero dei Libri Dimenticati, il posto dove vanno a finire i libri in qualunque modo dimenticati, perché possano continuare a vivere. L’idea è bellissima e mi sono convinta a leggerlo proprio per questo, perché pensavo che fosse una storia di questo posto magico.

In realtà invece è la storia di Daniel Sempere che, al Cimitero dei Libri dimenticati, prende un romanzo di un tale Julián Carax dal titolo L’ombra del vento, se ne appassiona e da quel momento deciderà di voler sapere tutto sull’autore. L’idea poteva anche non essere male, in effetti, ma è un libro che va avanti per pagine e pagine (più di 400) in maniera ingarbugliatissima e pedante. Il finale inoltre si estende per pagine e pagine in un modo veramente insopportabile. Tanto che mi sarebbe piaciuto di più senza questo finale lunghissimo, inverosimile e incasinato. Alla fine non riuscivo più ad andare avanti nella lettura.

Insomma, una buona idea sviluppata male, e il romanzo è molto lontano dall’essere un libro sull’amore per la letteratura come avevo pensato all’inizio, se non altro perché non ha niente di letterario (è intrattenimento puro). Peccato, un’occasione sprecata.