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Abraham B. Yehoshua, La sposa liberata

Abraham B. Yehoshua, La sposa liberata (tit. originale Hakalà hameshahreret), Einaudi, Torino 2002. Traduzione di Alessandra Shomroni. 592 pagine, 19 euro.

Il matrimonio tra Ofer e Galia è finito cinque anni fa per cause non meglio chiarite, dopo appena un anno. Yohanan Rivlin, padre di Ofer e professore di Storia mediorientale, non si dà pace e cerca in tutti i modi di scoprire il segreto che ha portato al fallimento del matrimonio. La moglie Haghit, giudice, non è d’accordo con l’investigare del marito, ma questo non impensierisce Rivlin, che continua con le sue ricerche. Inframmezzata a questa c’è poi la storia di Samaher, studentessa araba israeliana (non palestinese) che deve fare una tesina per il corso di Rivlin, ma continua a rimandarla per motivi di salute.

Oltre all’ossessione di Rivlin per il segreto viene in parte narrata anche l’ossessione di Ofer per Galia che, sebbene occupi poche pagine, permea tutto il libro. Ma al di là delle ossessioni dei protagonisti, Yehoshua ci narra anche il rapporto fra ebrei israeliani e arabi israeliani, ovvero fra ebrei e quegli arabi che vivono non in Palestina ma nel territorio di Israele, dove hanno sempre vissuto per generazioni e generazioni. Questi e altri arabi sono l’oggetto di studio del Dipartimento di Studi mediorientali di cui Rivlin fa parte. Così veniamo a sapere delle tesi di vari studiosi, ma anche del rapporto quotidiano fra le due popolazioni, che sono più vicine di quanto si creda.

Quello del rapporto fra arabi ed ebrei è un tema molto interessante che Yehoshua sviluppa assai bene, seppure a volte in modo un po’ pedante. Meno interessante invece ho trovato la storia dell’ossessione di Rivlin, che è un personaggio pesantissimo e assolutamente insopportabile, che più volte, soprattutto all’inizio, mi ha fatto venire voglia di chiudere il libro per non riaprirlo più. Per fortuna ho perseverato e ho così avuto modo di leggere un romanzo piacevole, a mio avviso però non all’altezza di altri romanzi di Yehoshua. Sicuramente non lo consiglierei a chi volesse avvicinarsi a questo ottimo autore, rischierebbe di farglielo odiare.

[Questo post è pubblicato anche sul blog delle letterature altre.]

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A.B. Yehoshua, The Lover

A.B. Yehoshua, The Lover (tit. originale Ha-Meahev), Halban, London 2004. Traduzione di Philip Simpson. 352 pagine.

«And in the last war we lost a lover. We used to have a lover, and since the war he is gone.»

Comincia così questo romanzo di Yehoshua, il terzo suo che leggo, e che come al solito non mi delude affatto. E nell’ultima guerra abbiamo perso un amante. Avevamo un amante, ma dalla guerra se n’è andato. Come se l’amante fosse una parte della famiglia, e non un elemento ad essa estraneo, e così infatti è. Tanto che è lo stesso marito tradito, Adam, ad andare alla sua ricerca per mesi e mesi.

Un romanzo corale in cui tutti i personaggi principali possono dire la loro sugli eventi. Un romanzo in cui veniamo a scoprire le cose come stanno poco per volta, dalla voce dei vari protagonisti. Sovrapponendo punti di vista, facendo vedere lo stesso avvenimento da più punti di vista diversi. Yehoshua è un maestro.

All’inizio sappiamo solo che Adam ha perso l’amante di sua moglie, scomparso all’inizio dell’ultima guerra in Israele. L’amante veniva da Parigi, dove era stato più di dieci anni, ed era tornato a Haifa per una questione di eredità. Ma aveva trovato che la nonna non era realmente morta e si era trattenuto, in attesa. Così, allo scoppio della guerra, era stato convinto da Adam ad andare a chiarire la sua posizione con l’esercito, e da quel momento non era più tornato. Arruolato e morto in guerra? Fuggito? Chissà. È quello che Adam cerca di scoprire nel corso del romanzo.

Ma perché un marito tradito cerca di ritrovare l’amante di sua moglie? Perché non è la moglie stessa a cercarlo? E che cosa pensa la figlia adolescente in tutto questo?

Yehoshua risponde a queste e ad altre domande, in un libro bellissimo e poetico in cui oltretutto ci svela che fra gli israeliani e i palestinesi nessuno ha veramente ragione, che la guerra insanguina il paese da anni e non accenna a smettere, che ci può essere amicizia e non solo fra le due fazioni, e che in realtà non ci sono due fazioni, non veramente, ma solo due popoli.

Consigliato a tutti gli amanti di Yehoshua, della letteratura israeliana e non solo.

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature “altre”.]

Abraham B. Yehoshua, A Woman in Jerusalem (Israele)

Abraham B. Yehoshua, A Woman in Jerusalem. A Passion in Three Parts (tit. originale Shelihuto shel ha-memuneh al mash’abe enosh), Halban Publishers, London 2011. Traduzione di Hillel Halkin. 237 pagine.

Ho letto questo libro in inglese perché c’era un’offerta sul Kindle store e costava una sciocchezza, ma il libro esiste anche in italiano e si intitola Il responsabile delle risorse umane, rimanendo fedele al titolo originale ebraico.

Ci ho messo 5 giorni a leggerlo, il che per me non è normale, per un libro di 237 pagine. È vero che l’ho alternato alla lettura di Il Cigno nero di Taleb, di cui vi parlerò a tempo debito, ma resta il fatto che ci ho messo più tempo del mio solito. Infatti il romanzo non mi ha entusiasmato. Di Yehoshua avevo letto Un divorzio tardivo, che mi era piaciuto tantissimo, per cui mi aspettavo di più.

Intendiamoci, è un bel romanzo, ma la storia è troppo surreale per i miei gusti e mi ha fatto perdere di vista quello che poteva essere l’intento dell’autore. Perché, come ho letto in alcune recensioni, Yehoshua voleva probabilmente parlare del senso di colpa. E ci riesce benissimo, solo che a me questo romanzo ha fatto ridere e il messaggio è inevitabilmente scivolato in secondo piano. E non sono nemmeno tanto sicura che volesse far ridere. Ma mi è sembrata una storia da commedia dell’assurdo e in certi frangenti non ho proprio potuto fare a meno di ridere.

A Gerusalemme avviene uno dei tanti attentati suicidi, esplode una bomba al mercato e fra le vittime c’è una donna senza nome, che tale resterà per una settimana. Non ha con sé documenti, ma solo la busta paga dell’azienda per cui lavora, una nota panetteria di Gerusalemme. Dopo una settimana dall’attentato, il proprietario del panificio riceve una telefonata in cui gli viene spiegato che sta per uscire un articolo su un settimanale locale che accusa l’azienda di insensibilità, in quanto dopo sette giorni non si è ancora accorta della morte di una propria dipendente. Il motivo è presto detto: la donna in realtà non è più una dipendente dell’azienda da un mese, ma per una serie di questioni è ancora a libro paga. Il responsabile delle risorse umane verrà incaricato dall’anziano proprietario di occuparsi della faccenda, quindi per rispondere alle accuse di insensibilità dovrà accompagnare la salma nel paesino russo di cui la donna è originaria. Ne nasce una vicenda che secondo me è davvero surreale e degna del miglior Beckett o Ionesco, ma forse sono io che sono insensibile e non capisco.

Una recensione fa notare che la parola “responsabile” è molto importante in Yehoshua e significa portare attivamente il peso di un imperativo morale. Ora, tutto questo si perde nella traduzione inglese, perché il responsabile delle risorse umane è semplicemente lo human resources manager, e sarei davvero curiosa di sapere se anche l’ebraico ha la doppia accezione tipica dell’italiano. Sarebbe molto interessante, perché quello che dice la recensione non è sbagliato, senonché non tiene conto che l’opera è in traduzione. Se qualcuno dei miei lettori conosce l’ebraico mi farebbe piacere avere un parere.

Ora devo leggere qualche altro libro dello stesso autore per vedere se Yehoshua mi piace oppure no. Ho pronti L’amante in inglese e Tutti i racconti in italiano. Piano piano ci arriverò.

* Una recensione su Lankelot.
* Il libro sul sito dell’editore italiano.
* Il film tratto dal libro (sarei molto curiosa di vederlo).

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature altre.]