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Lyonel Trouillot, Bicentenario

Lyonel Trouillot, Bicentenario (tit. originale Bicentenaire), Edizioni Lavoro, Roma 2005. Traduzione dal francese di Maurizio Ferrara.

Avendo molto amato Teresa in mille pezzi, ho deciso di leggere anche quest’altro romanzo di Trouillot, pubblicato in Italia più o meno nello stesso periodo. Devo cominciare subito col dire che non l’ho trovato assolutamente allo stesso livello, o almeno a me è piaciuto di meno. Rimane un romanzo piacevole, ma credo che non lo ricorderò per lungo tempo: sinceramente, pur nella sua piacevolezza, l’ho trovato tutt’altro che memorabile.

Siamo nel 2004, anno del bicentenario della Repubblica di Haiti, che l’autrice dell’introduzione, Marie-José Hoyet, definisce la prima repubblica nera del mondo. In questa occasione, soltanto pochi giorni prima dei festeggiamenti previsti per il 1 gennaio 2004, gli studenti scendono in piazza a Port-au-Prince per manifestare contro la corruzione dilagante nel Paese. Verranno brutalmente caricati dalla polizia, con conseguenti morti e feriti. Fin qui siamo nell’ambito della realtà, di quello che è accaduto veramente.

Il romanzo segue la vicenda di uno dei partecipanti a quella manifestazione, lo studente Lucien. In 100 pagine ci racconta la mattinata di Lucien e non solo: parlando di quello che passa per la testa al ragazzo, per forza di cose si va anche a parlare di cose avvenute nel passato.

Lucien è un bravo ragazzo, che studia e dà lezioni private ad Alfred, figlio di una coppia facoltosa. Il fratello di Lucien, che si fa chiamare Little Joe anche se suo fratello lo chiama ancora “il piccolo” (benché il suo nome sia Ezéchiel), è un teppista, come viene definito, ma io direi meglio un vero e proprio criminale. Con la sua banda ruba, rapina, stupra e, infine, alla manifestazione (al soldo della polizia), uccide. Però a casa, nella stanza che condivide col fratello, dorme succhiandosi il pollice.

Questo libro è di fatto il racconto delle ultime ore di vita di Lucien, che verrà ucciso nella manifestazione, come l’autore stesso ci avvisa nella brevissima pagina introduttiva al romanzo. È anche il racconto della manifestazione, di Little Joe, della madre dei due, ma principalmente è la storia delle ultime ore di Lucien, dei suoi pensieri, delle sue idee, del suo amore per una giornalista vista una sola volta e che lui chiama “la Straniera”, e infine della sua morte.

Il racconto della morte vera e propria del protagonista è molto poetico, il resto del romanzo vorrebbe esserlo ma io non ho apprezzato fino in fondo la sua poesia. Non c’è che dire, Trouillot scrive bene, ma la continua ripetizione di alcune frasi e concetti l’ho trovata a tratti un po’ pesante, più che poetica o artistica. Tuttavia, questo è il suo stile.

Il mio consiglio, se volete provare a leggere questo autore, è di cercare in tutti i modi di procurarvi quel gioiellino che è Teresa in mille pezzi, sebbene la casa editrice che l’ha pubblicato in Italia, Epoché, sia fallita ormai da molto tempo. In ogni caso, potete anche decidere di leggere invece questo romanzo, ma non aspettatevi un capolavoro. Comunque piacevole, come ho detto all’inizio.

Teresa in mille pezzi

Ho letto un libro bellissimo. Ne avevo già parlato, anzi, per dire la verità avevo riportato una recensione che mi aveva colpita. Comprato, letto.
Teresa in mille pezzi, dello scrittore haitiano Lyonel Trouillot, pubblicato da Epoché, casa editrice milanese dedicata alla letteratura africana, caraibica e dell’Oceano Pacifico.
Un’area letteraria che mi è del tutto ignota, perciò ci credo quando leggo nella prefazione che nella letteratura haitiana ricorre il tema del doppio, ma sorvolo in questo frangente, dal momento che sono del tutto ignorante in proposito.
È la storia di una catarsi, il racconto della rinascita di una donna. Una donna percepita come “disturbata”, malata, che accoglie in sé due Terese contrapposte, non riuscendo più a capire, a tratti, quale delle due sia la vera Teresa. E il libro è bello perché all’autore non importa niente di indagare i meccanismi psicologici che sottostanno al “disturbo”. È il diario di Teresa, che scrive con entrambe le sue voci: non per analizzarsi, ma solo per lasciar parlare entrambe. Teresa contro Teresa, e alla fine quella che esce vittoriosa dal conflitto è forse una Teresa altra, un amalgama delle due.
Non ha nulla di psicologico, questo libro, niente di pesante. È quella che io chiamerei poesia in prosa: una prosa estremamente fluida, lirica, suggestiva. Lirica davvero, a tratti, sembra proprio poesia.
E a me ha detto molte cose, abbiamo dialogato molto io e Teresa, forse ultimamente leggo tutto in maniera troppo personale: così è.
La cosa più bella che mi ha detto è questa: «Questi ricordi sono dentro di me, ma non sono me. Io non sono la loro somma. Il mio passato non mi trattiene né mi chiama, sono io che lo convoco. Vedo le mie ombre senza timore. Vieni, memoria, quando mi aggrada. Ti amo e ti affronto. E ti prendo con me per il viaggio. Perché sono libera.»

Teresa in mille pezzi

Allora, ultimamente tempo per leggere libri che non siano per esami o tesi ce n’è poco, e quando c’è fa troppo caldo persino per respirare. Quindi vi rifilo una recensioncina di seconda mano, anzi, magari anche due.

Verona, mia quasi-ex sede universitaria, non brilla per librerie (apparentemente hanno pure chiuso la Einaudi, o forse l’hanno nascosta così bene che io non riesco più a trovarla – e al suo posto c’è ovviamente un negozietto di borse o altre simili amenità, perdonate ma non ricordo bene), ma è senz’altro messa meglio della cittadina marchigiana che mi vede residente.
Comunque un salto alla Gheduzzi, filiale delle fiorentine Giubbe Rosse, lo si fa sempre, e si provvede ad accaparrarsi la mensile rivistina di recensioni a tema, che non sarà altamente letteraria (forse), ma spesso offre spunti interessanti.

Tema del mese di giugno erano i cambiamenti. Molto a tema con l’attuale Sonnen-vita.

Leggo di questo libro di Lyonel Trouillot pubblicato da Epoché (le piccole case editrici mi stanno simpatiche per definizione).
Riporto spudoratamente la recensione di Paola Checcoli.

"Teresa ha ventisei anni e non ama le convenzioni, le maschere, i calcoli. Ha solo un’infanzia triste, spiriti buoni e cattivi che si manifestano nella sua testa, vivono nelle brocche e nei rosari, resuscitano i morti e uccidono i vivi prima del tempo, per darsi importanza. Ha un matrimonio a traino e stamberghe fatiscenti, vicoli ciechi e fossi scavati dalle acque, un grande re suicida, omicida e visionario, un re morto nel suo letto, un re sepolto sotto i suoi miti, un meticcio dall’aria dura e con le gambe storte che oggi fa solo paura e pietà. Teresa ha ventisei anni e questi pochi elementi per costruire una città." Teresa implode, esplode e s’invola, si cerca e trova Teresa.
"Teresa in mille pezzi" dello scrittore haitiano Lyonel Trouillot (nella traduzione a cura di Egi Volterrani e degli studenti del SETL [studenti? Ombre Corte docet, NdSonnenbarke]) è il racconto di un’identità soffocata ed annientata che, attraverso un passaggio naturale nella follia, affronta la sfida immensa di nascere a se stessa: "Si nasce solo due volte: la prima al mondo, la seconda a se stessi". Il passato pesa dietro ad un io frantumato in mille pezzi, i segreti che di generazione in generazione ne hanno confuso l’evoluzione si fanno misteri spaventosi. Il racconto, alternando la prima alla terza persona, inizia proprio quando un’altra voce interiore si contrappone e costringe lo scontro, che inesorabile evidenzia le contraddizioni di un’identità mai concessa e disprezzata, di un sé disgregato proprio perché forzatamente obbligato a non essere se stesso. […] La scrittura assume il valore di liberazione e superamento, ricostruzione di un se stesso mai espresso, conquista della femminilità: "Adesso che mi avvicino a qualcosa che assomiglia alla verità, voglia il vento che la mia strada passi per lo scandalo", scrive Teresa quando è ormai finalmente giunta ad un punto tale di consapevolezza interiore che rigetta ogni possibilità di regressione. La repressione della casa famigliare, del potere dello stato, violenze private e pubbliche vengono espresse per figure e ricordi nella lotta tra le parti di Teresa, che con sforzo s’impone, non ha scelta, di affrontare affrontandosi tutti i labirinti della psiche. Più i ricordi divengono invasivi più urge insopportabile l’accettazione.
Ma ciò che colpisce maggiormente nel racconto di Teresa, donna nella scrittura di un uomo, è che non interessa tanto la sua follia e neppure le sue cause psicologiche, quanto il percorso che ella conduce per raggiungere nella trasformazione il cambiamento, passaggio obbligato al fine di nascere a se stessa: "Ma non farò mai più l’amore con un re dietro le spalle, un vangelo, una città, una storia, un retaggio. L’amore è quel momento in cui il corpo si sottrae alla durata, una presa in giro del tempo, l’istante in sé, senza divenire né origine. L’amore, Mamma, è ciò che deborda. Vedi, mi resta ancora un po’ di pudore: ho detto amore laddove avrei voluto dire sesso. Ma ora basta parlare di una cosa tanto banale. Una volta che il corpo ha riconosciuto la propria evidenza, non c’è più nulla da dire. Teresa, seguendo il piacere del proprio corpo, abiterà d’ora in poi il leggero e l’intenso."

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