Satira

Pieter Bruegel, Parabola dei ciechi.

Riprendiamo il nostro percorso per i generi letterari parlando della satira. Come spiega questo articolo, «Nell’accezione più estensiva del termine, fare satira significa quindi rappresentare o descrivere persone e situazioni per sottolinearne, spesso in modo caricaturale, gli aspetti negativi, quale che sia il mezzo utilizzato.» Per una storia della satira vi consiglio di leggere la voce dell’Enciclopedia Treccani. Ecco alcuni libri che possono essere ascritti a questo genere.

  • Benvenuta nella gabbia delle scimmie di Kurt Vonnegut
  • Candido di Voltaire
  • Comica finale di Kurt Vonnegut
  • Comma 22 di Joseph Heller
  • Galapagos di Kurt Vonnegut
  • Ghiaccio Nove di Kurt Vonnegut
  • I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift
  • Il buon soldato Sc’vèik di Jaroslav Hašek
  • Il caro estinto di Evelyn Waugh
  • Il dizionario del diavolo di Ambrose Bierce
  • Il grande tiratore di Kurt Vonnegut
  • Invisible Monsters di Chuck Palahniuk
  • L’incanto del Lotto 49 di Thomas Pynchon
  • L’inviato speciale di Evelyn Waugh
  • La colazione dei campioni di Kurt Vonnegut
  • La fattoria degli animali di George Orwell
  • Le lettere di Berlicche di C.S. Lewis
  • Le sirene di Titano di Kurt Vonnegut
  • Lo schiavista di Paul Beatty
  • Lui è tornato di Timur Vermes
  • Madre notte di Kurt Vonnegut
  • Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut
  • Perle ai porci di Kurt Vonnegut
  • Rumore bianco di Don DeLillo
  • Si prega di fumare di Christopher Buckley
  • Storia d’amore vera e supertriste di Gary Shteyngart
  • Survivor di Chuck Palahniuk
  • Un americano alla corte di Re Artù di Mark Twain
  • Una banda di idioti di John Kennedy Toole
  • Una modesta proposta di Jonathan Swift
  • Uomini in rosso di John Scalzi

Ngũgĩ wa Thiong’o, Il Mago dei corvi

Ngũgĩ wa Thiong’o, Il Mago dei corvi (tit. originale Mũrogi wa Kagogo), La nave di Teseo, 2019. Traduzione dall’inglese di Andrea Silvestri. Pubblicazione originale 2004.

Ngũgĩ wa Thiong’o è considerato uno dei maggiori scrittori africani, ma non è molto noto in Italia e mi pare che solo pochi dei suoi numerosi libri siano stati tradotti in italiano. Dopo aver iniziato la sua carriera di autore scrivendo in inglese, Ngũgĩ (wa Thiong’o non è il cognome, ma significa “figlio di Thiong’o”) ha deciso di scrivere nella sua lingua madre, il gikuyu. La motivazione di questa scelta è ben spiegata nel suo libro Decolonizzare la mente, dove afferma che «la pallottola era il mezzo per l’assoggettamento fisico, il linguaggio era il mezzo per l’assoggettamento spirituale». Quando gli stati africani, fra cui il Kenya, patria di Ngũgĩ, hanno ottenuto l’indipendenza politica, non sono però riusciti a ottenere l’indipendenza culturale, ormai sopraffatti dalla convinzione instillata nella loro mente dai colonialisti per cui la cultura occidentale era necessariamente superiore a quella africana.

Per questa scelta di utilizzare la lingua gikuyu, Ngũgĩ è anche stato arbitrariamente imprigionato dal regime keniota e, dopo essere uscito dal carcere, è andato in esilio prima a Londra e poi negli Stati Uniti.

Questo libro è stato tradotto dall’autore stesso in inglese, e in Italia il libro è stato tradotto dall’inglese: una delle poche volte in cui questa scelta mi trova d’accordo, perché credo sarebbe stato molto difficile se non impossibile trovare un traduttore dal gikuyu all’italiano.

È un romanzo enorme, 910 pagine, tra l’altro massacrato nella versione italiana dalla mancanza di un minimo di correzione bozze, per cui ci sono parole ripetute, errori veri e propri (a un certo punto Vinjinia diventa Virginia) e secondo me, in un caso, anche frasi “mischiate” l’una con l’altra. Comunque, lasciando da parte le questioni editoriali, la mole un po’ mi spaventava, dato che sono sempre intimorita dai libri molto lunghi, ma la trama mi sembrava interessante e ho letto alcune recensioni secondo le quali nonostante la mole si leggeva bene. Assolutamente vero. Certo, si sente la lunghezza, ma non appesantisce il piacere della lettura.

Il romanzo è ambientato in un paese africano immaginario, l’Aburĩria, in cui non è difficile riconoscere il Kenya, ma che funge anche da simbolo degli svariati paesi africani che, finito l’assoggettamento al colonialismo, hanno preso una piega dittatoriale con l’approvazione neanche tanto velata dei paesi occidentali. Il Presidente (senza nome) dell’Aburĩria è un dittatore e il paese è monopartitico. Il Presidente è considerato equivalente al paese, per cui quando si dice Aburĩria si pensa al Presidente, e quando si dice Presidente si pensa all’Aburĩria. Il Presidente accoglie anche con piacere i paragoni con Dio fatti dai suoi fedeli servitori lecchini.

Il Presidente si circonda di fidi servitori che, per meglio servirlo, si sottopongono a degli interventi chirurgici per farsi ingrandire, rispettivamente, gli occhi (per meglio vedere i nemici del Presidente), le orecchie (per meglio sentire le maldicenze dei traditori del paese) o la lingua (per meglio inculcare nei cittadini le sagge parole del Presidente).

Come si vede, questo libro è pieno di realismo magico, che la fa da padrone nel corso di tutto il romanzo. Se devo essere sincera, dopo aver visto che l’autore veniva paragonato a Salman Rushdie mi sono spaventata, perché il mio unico approccio a Rushdie è stato disastroso. Ma, mentre avevo trovato Rushdie illeggibile, con Ngũgĩ non ho avuto affatto questa impressione, anzi.

Il romanzo, oltre al Presidente e ai suoi fedeli ministri, ha molti personaggi, fra cui spiccano Kamĩtĩ e Nyawĩra. I due si conoscono quando Kamĩtĩ, tornato dall’India con una laurea che in patria è praticamente carta straccia dato che la disoccupazione è alle stelle, va a cercare lavoro all’Eldares Edilizia Moderna, dove Nyawĩra lavora come segretaria. Kamĩtĩ viene umiliato dal proprietario, Titus Tajirika e, assolutamente sconsolato, decide di andare a chiedere l’elemosina. Qui incontra di nuovo Nyawĩra, che scoprirà essere un membro del Movimento per la Voce del Popolo, strenuo oppositore del regime. Dopo una rocambolesca fuga, Kamĩtĩ inventa uno stratagemma per far scappare gli inseguitori: attacca alla porta della casa in cui si sono rifiugiati un cartello che afferma che lì risiede il Mago dei corvi e invita ad andarsene per non incorrere nella sua ira.

Da qui nasce la nuova attività di Kamĩtĩ che, con l’aiuto di Nyawĩra, per una serie di equivoci finisce per iniziare a operare come guaritore e usa i suoi “poteri magici” per aiutare le persone che vanno da lui a farsi curare dalle più svariate malattie. Nasce così tutta una serie di situazioni per cui anche i poliziotti prima e i potenti poi cercano l’aiuto del Mago dei corvi. Dunque, accanto alla descrizione di una classe politica e imprenditoriale corrotta e alla ricerca di sempre più potere (e soldi), si sviluppa la questione del Mago dei corvi e quella del Movimento per la Voce del Popolo, che si oppone al potere con eclatanti azioni di protesta.

Al centro di tutto c’è un progetto ambiziosissimo, la Marcia verso il Paradiso, ovvero la costruzione di una sorta di Torre di Babele che servirà a magnificare il Presidente. Per questo progetto sarà necessario il finanziamento della Banca Globale.

Insomma, i fili del romanzo sono tantissimi, fra cui molti altri che non ho nominato per non farla troppo lunga; ma se vi sembra che la trama sia confusionaria vi invito a ricredervi, perché l’autore è eccezionale nel dare un senso a tutto questo. Il filo logico, nel corso della lettura, è chiaro ed evidente, e per nulla difficile da seguire. Il romanzo è una feroce satira politica, una condanna delle dittature, del supino piegarsi dei potenti alle forze occidentali, della corruzione, della smania di certi africani di essere come i bianchi, anzi addirittura di diventare loro stessi bianchi. Questo è molto ben spiegato in un articolo sul sito Scritti d’Africa, in cui si afferma che «Il paradosso a cui si è andati incontro – una tendenza che in tempi di decolonizzazione si è anche accentuata – è che il mondo extraeuropeo si è adattato all’idea di civiltà sottosviluppata che l’europeo gli attribuiva.»

Le forze coloniali hanno dominato i paesi africani politicamente e li hanno fatti sentire inferiori in maniera subdola, portando tra loro i missionari che paternalisticamente li hanno convertiti per far perdere loro quella natura selvaggia che ne caratterizzava la presunta inferiorità. Ma anche dopo l’indipendenza e la creazione dei vari stati africani, la gente ha inevitabilmente continuato a sentirsi inferiore e a smaniare per essere pari ai bianchi. Ngũgĩ sovverte tutto questo restituendo alla sua gente la propria lingua e, conseguentemente, la propria dignità e individualità. In un’intervista citata nell’articolo menzionato qui sopra, Ngũgĩ afferma: «Lo scrivere in gikuyu mi fa sentire libero, anche in esilio, perché la lingua che parliamo è la nostra identità, la nostra storia, il contatto con le nostre radici.»

Come sottolineato da alcuni recensori, la cosa fondamentale nell’approcciarsi a questo romanzo è tenere presente che non aspira a essere un romanzo di gusto “occidentale” ma, proprio grazie al fatto di essere stato scritto in gikuyu, attinge a piene mani a quella che è la cultura africana: una cultura di tipo orale, lontana dalla sensibilità letteraria a cui siamo abituati. È anche per questo che, raccontandone la trama, può sembrare che sia un romanzo confusionario e intricato. Se però ricordiamo che non è e non vuole essere un romanzo “occidentale”, questa impressione viene meno. A Ngũgĩ non interessa affatto compiacerci. Come si dice in questo articolo del Financial Times, «All’autore non importa niente delle convenzioni della letteratura occidentale; invece si affida allo stile narrativo aperto dei racconti popolari africani […] Ngũgĩ non sta facendo giochetti letterari; sta raccontando la sua storia a modo suo.» E l’autore dell’articolo continua: «Per godersi questo libro, i lettori devono per prima cosa abbandonare qualunque aspettativa possano avere sulla letteratura, e semplicemente abbandonarsi alla storia.»

Perciò, è un libro che mi sento di consigliare molto, e sicuramente approfondirò la conoscenza di questo autore.

Alcuni link per approfondire:

* un articolo del figlio di Ngũgĩ su “cosa significa oggi decolonizzare la mente” (in inglese)
* una recensione di Angelo Ricci al libro Decolonizzare la mente
* un articolo di Nigrizia sulla decolonizzazione della mente
* una recensione del Guardian a Il mago dei corvi (in inglese)
* una recensione di SFGATE a Il mago dei corvi (in inglese)

Elizabeth von Arnim, La memorabile vacanza del barone Otto

Elizabeth von Arnim, The Caravaners, pubblico dominio. Pubblicazione originale 1909.

Qualche tempo fa in un gruppo qualcuno aveva chiesto consigli su Elizabeth von Arnim e, fra i tanti libri citati, era stato raccomandato questo The Caravaners (pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri con il titolo La memorabile vacanza del barone Otto). Siccome adoro questa autrice e non avevo mai sentito parlare di questo romanzo, non mi sono fatta scappare l’occasione di scaricarlo da Internet Archive. Le persone che lo consigliavano ne parlavano come di un libro molto divertente. Le recensioni su Goodreads sono un po’ miste, c’è chi l’ha trovato noioso e chi divertentissimo.

Ora, il mio dubbio è questo: sono strana io o sono gli altri lettori ad essere superficiali? Perché vi assicuro che questo libro non è affatto divertente. Non mi fraintendete, non faccio parte dei lettori che lo hanno trovato noioso. È una questione del tutto diversa.

Una delle caratteristiche migliori dei libri di Elizabeth von Arnim è l’ironia e la leggerezza dietro cui l’autrice riesce a parlare di temi importanti. Von Arnim è eccezionale perché critica molte convenzioni del suo tempo, senza farti subito rendere conto di quello che sta facendo. I suoi libri hanno una superficie di tale leggerezza che un lettore meno attento potrebbe quasi non accorgersi del pensiero assolutamente innovativo e fuori dagli schemi di questa scrittrice di inizio Novecento.

Ho letto sette dei suoi libri e ho trovato questa sottile ironia assente solo da uno, Vera, che al contrario è cupissimo (ma pure in quel caso, alcuni lettori sono stati in grado di vederlo come una storia d’amore…): ne ho parlato qui.

In La memorabile vacanza del barone Otto non c’è traccia di ironia: è una satira feroce del maschio alfa prussiano che crede se stesso (e la Prussia) il centro del mondo e ne è tanto convinto da non riuscire in nessun caso a vedere al di là del proprio naso, finendo per rovinare qualunque situazione.

Il barone Otto von Ottringel e la sua giovane moglie Edelgard decidono di trascorrere una vacanza estiva in Inghilterra, dove noleggeranno tre caravan insieme ad altre persone (due tedesche e le altre inglesi) e andranno in giro per la campagna inglese, in teoria per un mese. Invece la loro vacanza finirà dopo appena una settimana perché il barone inquina l’atmosfera fin dal primo minuto.

All’inizio il tutto può anche sembrare divertente, sicuramente alcune delle avventure lo sono. Ma ci vuole ben poco a cambiare idea, poche pagine, direi.

La storia è narrata dal punto di vista del barone: meglio ancora, questo è il diario in cui il barone racconta la vacanza; un diario scritto per poi leggerlo agli amici tedeschi e passare insieme qualche serata a parlare delle esperienze vissute in Inghilterra. Tanto di cappello a von Arnim che riesce a entrare nella testa di questo nobiluomo misogino e nazionalista tanto da farlo parlare in prima persona. L’autrice dimostra un talento eccezionale nel farlo. Non era scontato riuscire nell’impresa.

Il barone è ovviamente una caricatura, tutte le sue idee orrende sono portate all’estremo: infatti, come dicevo, è satira, e pure feroce. Altro che ironia.

Per il barone, la Prussia è inevitabilmente destinata a conquistare il mondo, o almeno l’Europa; l’Inghilterra è un paese chiaramente inferiore e gli inglesi sono dei poveri idioti; la fede luterana è immensamente superiore a quella anglicana e non parliamo poi dei poveri imbecilli cattolici (non ho capito chi parla di antisemitismo: non mi pare che il barone parli mai di ebrei). Ma la cosa più importante e intorno a cui ruota tutta l’essenza del barone: le donne sono così inferiori da non poter essere trattate nemmeno come cani o come oggetti. No, le donne sono schiave (non che il barone pronunci mai questa parola, tanto per lui questo punto di vista è naturale): la cosa migliore che possano fare è stare zitte, non devono in alcun caso esprimere un’opinione (del resto è certo che non siano in grado di averne una), devono obbedire al marito senza fiatare qualunque cosa egli chieda, anzi in certi casi non deve neanche chiedere e loro devono anticipare i suoi desideri. La moglie di von Ottringel è una moglie docile e sottomessa, ma la vacanza inglese la cambia rapidamente e il dovere del barone è quello di rimetterla al suo posto.

Il barone è palesemente innamorato di Frau von Eckthum, la giovane vedova che li ha invitati a partecipare a questa avventura. Frau von Eckthum è la donna perfetta per il barone: è molto bella ed è la donna ideale con cui conversare. Infatti, il barone cerca di passare più tempo possibile con lei parlandole dei suoi punti di vista da maschio alfa e lei risponde sempre e solo “Oh”. Una donna chiaramente perfetta. Perché dal punto di vista del barone questi “Oh” esprimono chiaro assenso e condivisione dei suoi valori; oltretutto la vedova capisce alla perfezione quale siano il suo posto e il suo ruolo e pronuncia il numero massimo di parole consentite a una donna. Oh. Ovviamente Frau von Eckthum non è un’idiota, ma è così a disagio in compagnia del barone che non riesce ad articolare parola.

Ecco, non ho capito come si faccia a vedere questo libro come divertente. Non lo è, se non per alcune situazioni in cui il parossismo del barone è talmente portato all’estremo da avere risultati ridicoli. Ma il ridicolo non è leggerezza, non è ironia, non è divertimento. La satira è altro: certo che a volte fa ridere, se vogliamo fa pure sganasciare dalle risate, ma si ride *di von Ottringel*. Non si ride delle avventure in caravan perché sono simpatiche. C’è chi ha scritto che il barone è insopportabile. Certo che lo è: von Arnim vuole annientare questo tipo di maschio che probabilmente conosce fin troppo bene (è stata sposata per anni con un membro dell’aristocrazia tedesca che ha parodizzato con grazia in altri romanzi, per esempio in Il giardino di Elizabeth).

Fra le molte recensioni che ho letto, mi pare che la stragrande maggioranza sia incline a considerare questo libro una lettura divertente, riuscita o meno. Chi l’ha odiato l’ha trovato noioso (ovvero, non faceva abbastanza ridere) oppure ha odiato il protagonista (non capendo che non c’era nessuna intenzione da parte dell’autrice di farlo sembrare simpatico). L’unica recensione, fra quelle che ho letto, che ha saputo capire il romanzo è questa. Poi, ehi, se tutti la pensano in un modo e solo io in un altro, magari non ho capito un accidenti io. Ma francamente questa mia lettura non scaturisce da una profonda analisi critica, anzi è stata per me l’interpretazione naturale fin dai primi paragrafi del libro.

Detto questo, il mio giudizio è comunque tiepido perché, sebbene io abbia apprezzato enormemente l’intento e abbia trovato l’autrice superba e il libro sostanzialmente eccellente, rimane comunque una lettura pesante perché sentire gli sproloqui del maschio alfa per più di 300 pagine è obiettivamente demoralizzante.