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Klaus Mann, Mephisto

Klaus Mann, Mephisto. Roman einer Karriere, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg 1981.

Se le mie recensioni avessero un titolo, questa si intitolerebbe “Non sei tu, sono io”. Il libro non è per niente brutto, tutt’altro, ma non mi ha coinvolta, tanto che ci ho messo due settimane a leggerlo, e sono appena 415 pagine, postfazione compresa. Ho sempre sostenuto (e se mi seguite lo sapete) che ogni libro abbia il proprio momento nella vita di un lettore. Ecco, semplicemente, sicuramente, per questo libro non era il momento giusto. Se lo avessi letto in un altro momento è probabile che lo avrei apprezzato tantissimo, ma in questo caso ho voluto fare una cosa che non faccio praticamente mai, e cioè forzarmi a continuare la lettura nonostante il poco coinvolgimento. L’ho fatto perché “sentivo” che il libro meritava, e che il problema ero solo io, e pensavo che perseverando mi sarebbe piaciuto di più. Invece non ho fatto un buon servizio né a me né al libro, anzi proprio il contrario.

Klaus Mann è uno scrittore pressoché sconosciuto in Italia, credo, anche se questo libro è stato pubblicato prima da Garzanti e poi, più di recente, da Feltrinelli, con il titolo Mephisto. Romanzo di una carriera. Credo sia tuttavia apprezzato in patria e non solo, sebbene riscoperto tardivamente dopo la sua morte. Pochi mesi fa ho letto la sua autobiografia, La svolta, che ho recensito qui.

Come ho conosciuto allora Klaus Mann? È semplice, all’università, a Verona, ci fecero vedere un film sulla famiglia Mann, di cui non ricordo il titolo, ma che ricordo essere molto bello e interessante. Tutti conosciamo Thomas Mann ma, perlomeno in Italia, poco sappiamo del resto della famiglia, sebbene sia stata una famiglia di letterati e artisti di vario genere. Klaus Mann, secondogenito di Thomas, era rappresentato nel film come un uomo estremamente dotato a livello artistico, seppure sfortunato perché morto suicida. Famoso è il conflitto col padre, che, si dice, non lo apprezzava particolarmente, forse perché Klaus viveva apertamente la propria omosessualità mentre, come molti affermano, Thomas sarebbe stato anch’egli omosessuale ma non lo avrebbe mai confessato apertamente. Non che mi interessi molto la vita sessual-sentimentale né di Thomas né di Klaus Mann, ad essere sincera. Ad ogni modo, quel film mi aveva incuriosito nei confronti dell’intera famiglia Mann e, quando in Lussemburgo trovai una copia di Mephisto e una di La svolta, in lingua originale, a pochi euro, decisi di comprarli e provare a vedere, salvo poi lasciarli entrambi a prendere polvere fino adesso.

Quello che voglio dire è che mi sono approcciata “vergine” a questo romanzo, senza sapere praticamente niente, se non il pochissimo che era scritto sulla quarta di copertina, ovvero che si trattava della storia di un attore che fa un patto col diavolo per fare carriera nel Terzo Reich, e che il libro, uscito nel 1936, è stato proibito per vari anni fino ad essere ripubblicato nel 1981 da Rowohlt. Questo mi incuriosiva, certo, ma non mi diceva molto del contenuto del libro. Ho fatto qualche piccola ricerca e ho scoperto, come racconta Michael Töteberg nella postfazione a questa edizione, che il libro fu vietato in Germania nel 1966 perché portato in tribunale dal figlio di Gustaf Gründgens. Gründgens, ex marito di Erika Mann, è l’attore su cui si basa la figura di Hendrik Höfgen, protagonista di questo romanzo. Ma non solo, pare che Gründgens sia stato descritto fin nei minimi particolari e rappresentato nel modo più veritiero, ragion per cui il figlio cercò di impedire la ripubblicazione dell’opera, dal momento che l’attore non è certo presentato in termini idilliaci…

In ogni caso io credo che conoscere la storia del romanzo, per quanto interessante e utile ai fini della comprensione, non sia indispensabile e anzi possa non aiutare ad apprezzare il libro stesso. Del resto parliamo di personaggi esistiti settanta o ottanta anni fa nella Germania del Terzo Reich, artisti di cui noi italiani non sappiamo niente o quasi. La caratterizzazione, il “romanzo a chiave” (termine odiato da Klaus Mann) poteva avere senso all’epoca, ma ridurre oggi il libro a questo non ha senso alcuno, perché significherebbe che il libro ha fatto il suo tempo e non avrebbe senso (di nuovo) continuare a pubblicarlo e a leggerlo. Io credo invece che questo romanzo abbia valore universale e che si possa e anzi si debba leggerlo senza sapere niente dei personaggi che ci sono dietro.

La storia del libro è dunque travagliata. Pensiamo che un libro del genere, ferocemente critico nei confronti del regime hitleriano, fu pubblicato nel 1936! È naturale dunque che la pubblicazione sia avvenuta non in patria ma all’estero, precisamente ad Amsterdam presso la casa editrice Querido, che si occupava di lettura dell’esilio. Klaus Mann viveva già in esilio e si occupava di diffondere la letteratura e la cultura dei suoi compatrioti auto-esiliati all’estero. Pensiamo che nei decenni successivi fu prima tradotto in varie lingue e solo dopo ripubblicato in Germania.

È un romanzo estremamente coraggioso perché, se è pur vero che non venne pubblicato in Germania ma in Olanda, è altrettanto vero che, a quanto pare, riuscì comunque a circolare in patria e, sebbene l’autore vivesse all’estero, era sicuramente ancor più messo in pericolo da un’opera come questa.

Il protagonista è dunque l’attore Hendrik Höfgen di Colonia, che vive e lavora ad Amburgo e riuscirà poi ad arrivare sui palchi di Berlino. Dice bene il sottotitolo, questo è davvero il “romanzo di una carriera”. La carriera è infatti la cosa più importante per Höfgen, più di ogni altra cosa, perfino più dell’integrità morale, delle convinzioni politiche, delle amicizie, dei sentimenti – di tutto. Höfgen è un attore di grande talento che vuole disperatamente fare carriera ed essere all’apice. Per questo non guarderà in faccia niente e nessuno.

Hendrik ha dichiarate simpatie “bolsceviche” e con i suoi colleghi di Amburgo cerca di mettere su un “teatro rivoluzionario” (siamo nel 1926). Alcuni suoi colleghi, uno in particolare, sono convinti sostenitori del nascente partito nazista, e Hendrik non esita a litigare con loro e perfino a far cacciare un attore dalla compagnia proprio per contrasti politici. Hendrik ha inoltre dei gusti sessuali particolari, che soddisfa con la sua “Venere nera”, la “principessa Tebab”, una donna per metà africana e per metà tedesca, che però si sente completamente tedesca nonostante il colore della sua pelle. (Questo è l’unico particolare in cui Hendrik differisce da Gustaf Gründgens, in quanto quest’ultimo era in realtà omosessuale.) Tuttavia Hendirk finisce per sposare Barbara, il suo “angelo”, ma si tratta di un matrimonio bianco perché senza pratiche sadomasochistiche Hendrik non riesce a concludere niente. Hendrik è però davvero innamorato soltanto della sua carriera e, all’avvento al potere dei nazisti, non esita a mettersi al loro servizio pur di poter fare carriera. Tuttavia, alla fine (le ultime pagine sono le più belle) Hendrik si accorgerà di essere solo un pagliaccio, il buffone di corte, la scimmia del potere.

La storia è dunque estremamente interessante: il rapido avanzare di un uomo che per la carriera rinuncia a tutte le proprie convinzioni e perfino alla propria umanità. L’esecuzione è a parer mio un po’ debole, perché, come hanno detto alcuni recensori, sembra a tratti di leggere più un pamphlet giornalistico che un romanzo. Sebbene sia naturale che l’autore infarcisca il libro del proprio pensiero (non potrebbe essere altrimenti vista la natura del romanzo, e ci mancherebbe), tuttavia in alcuni passaggi prende un tono pedagogico che mal si adatta al resto del libro, più descrittivo. Credo insomma che Mann avrebbe potuto descrivere benissimo le proprie idee semplicemente facendole trasparire, non certo velatamente, dal contenuto del libro, e che non ci fosse la necessità di spiegarle per esteso.

Insomma, come dicevo all’inizio, il libro merita senz’altro, e se non l’ho apprezzato di più la “colpa” è stata soltanto mia, non certo del romanzo o dell’autore. Perciò lo consiglio. E può darsi che io decida di leggere altro di questo autore.

Da questo libro è stato tratto il film omonimo di István Szabó che, tra gli altri riconoscimenti, ha vinto il premio Oscar 1981 per il miglior film straniero. Dicono che sia bellissimo, devo assolutamente cercare di vederlo.

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Klaus Mann, La svolta

Klaus Mann, Der Wendepunkt, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg 1993.

Questo libro, l’autobiografia di Klaus Mann, è stato pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1942 e originariamente scritto in inglese. L’edizione tedesca è stata riveduta e ampliata dallo stesso autore e, anziché fermarsi al 1942, arriva fino al 1945. Pubblicata in Germania dopo la morte dell’autore, approda in Italia grazie al Saggiatore con il titolo La svolta. Ignoro se l’edizione italiana sia stata tradotta dall’inglese o dal tedesco, ma vedo online che conta appena 463 pagine contro le 738 dell’edizione tedesca, il che mi fa pensare che sia stata tradotta dalla versione inglese, la quale ha ben 300 pagine in meno rispetto alla tedesca.

Klaus Mann, figlio secondogenito di Thomas Mann, è nato nel 1906 e morto suicida nel 1949. Ha vissuto moltissimi anni negli Stati Uniti, auto-esiliatosi subito dopo l’avvento al potere di Hitler. Il Reich gli tolse la cittadinanza tedesca e fu per un po’ apolide, per poi ricevere la cittadinanza dall’allora Repubblica Ceca e acquisire in seguito la cittadinanza americana, da lui molto desiderata.

Klaus ha sempre avuto un rapporto molto stretto con la sorella Erika, di appena un anno maggiore, tanto che spesso si presentavano come gemelli. Molto si è scritto di Klaus Mann: che sarebbe stato il “figlio fallito” di Thomas Mann, che sarebbe stato in conflitto con il padre a causa della propria omosessualità dichiarata, che non ci sarebbe stato alcun punto di svolta nella sua vita… Tutto questo, a parer mio, perde d’importanza di fronte alla portata artistica e di documento storico e biografico di questa autobiografia, scritta quando l’autore non aveva ancora 40 anni. Del resto non vi è praticamente traccia di queste (oserei dire morbose) questioni nel libro di Klaus Mann, per cui non vedo perché dovrei stare a trattarle qui, anche perché se proprio vi interessano troverete un sacco di articoli in proposito.

Come scrive il nipote Frido Mann nella postfazione, questa autobiografia si può dividere in tre parti che affrontano tre tematiche principali: l’infanzia e il rapporto con la sua famosa famiglia, la carriera di scrittore e infine l’impegno politico e militare contro il Terzo Reich.

La prima parte dedicata all’infanzia e all’adolescenza è scritta in un registro ironico piacevolissimo da leggere. Klaus parla del rapporto con i genitori, con i nonni materni e paterni, con i suoi cinque fra fratelli e sorelle, con i suoi compagni di scuola e amici. Naturalmente per il lettore riveste o può rivestire particolare interesse la parte che riguarda il padre, il famoso premio Nobel Thomas Mann. E tuttavia non è questo rapporto il tema principale dell’autobiografia, e se vi interessa la storia della famiglia Mann dovrete cercare altrove. Klaus parla con molto affetto dei suoi familiari e ci racconta che loro bambini avevano un soprannome per ciascuno, per esempio il padre era “il Mago”. Racconta diversi aneddoti della storia di famiglia e delle sue prime amicizie, racconta soprattutto il clima che si respirava in casa e fuori, che sostanzialmente era un clima come dicevo affettuoso, seppure non idilliaco, naturalmente.

Crescendo, Klaus conosce innumerevoli persone comuni e innumerevoli personalità della cultura del tempo. Alla fine del libro c’è un indice analitico con tutti i personaggi menzionati, e vi dico solo che è lungo 7 pagine scritte fitte. La maggior parte dei nomi sono famosi o famosissimi, ma sono talmente tanti che sarebbe davvero inutile fare degli esempi. Pensate solo alle personalità della letteratura, del teatro, della politica, della musica di quell’epoca: Klaus conosceva tutti o quasi, naturalmente soprattutto in ambito di lingua tedesca, ma non solo. Infatti Klaus ed Erika viaggiarono molto da ragazzi, facendo anche un giro intorno al mondo, e conobbero così importanti personalità anche di altri paesi, ad esempio francesi e americani. Erika stessa si sposò in seconde nozze con il famoso poeta W. H. Auden, un matrimonio di comodo per entrambi affinché la donna potesse ottenere la cittadinanza britannica dopo essere stata privata di quella tedesca.

Klaus parla dunque dei suoi rapporti con scrittori, attori e altri personaggi della cultura e della politica, con molti dei quali intreccia veri rapporti di amicizia. Al contempo ci parla della sua nascente carriera di scrittore all’ombra dell’ingombrante nome del padre, da cui la paura di essere pubblicato solo per il suo cognome, mentre invece pian piano cominciano a emergere i veri talenti letterari del giovane autore. Klaus ha scritto innumerevoli libri oltre a questa autobiografia, ma ai più risulta ad oggi sconosciuto, soprattutto in Italia. Nella postfazione invece Frido Mann ci dice che all’inizio degli anni Ottanta si ebbe in Germania un vero e proprio boom, una tardiva riscoperta di Klaus Mann come scrittore, dopo essere stato ignorato in patria per tutto il dopoguerra. Una personalità troppo scomoda nella Germania post-nazista? Chiaramente antifascista ma mai comunista, Klaus era tuttavia malvisto nei circoli culturali della Germania del dopoguerra, ragion per cui non vide mai un singolo romanzo pubblicato in patria dopo la guerra e morì praticamente dimenticato in patria. Questo almeno ci dice Frido Mann nella postfazione.

All’avvento del nazismo, inizialmente Klaus sottovaluta le potenzialità pericolose di Hitler, che un giorno vede in un caffè, seduto proprio accanto a lui, e che descrive come «un ometto antipatico, ma certamente innocuo». Tuttavia poco tempo dopo sarà tra i primi a capire la pericolosità di Hitler e della sua politica, tanto che già nei primi anni Trenta scriverà che, se non si fosse fermato subito Hitler, nel giro di un paio d’anni il prezzo sarebbe stato altissimo, sarebbe costato milioni di vite umane. Profetico, o forse solo una persona che riusciva a vedere oltre.

Nel 1942-43 Klaus cerca di entrare nell’esercito americano e infine ci riuscirà, seppure con difficoltà e con tempi lunghi. Gli verrà conferita la cittadinanza americana e finalmente potrà arruolarsi e andare a combattere in Europa, dove passa molto tempo in Italia, Francia e Germania, partecipando alla liberazione. Klaus sembra quasi risorgere una volta entrato nell’esercito: ce ne accorgiamo particolarmente bene perché gli ultimi due capitoli, quelli aggiunti nell’edizione tedesca, sono composti da diari e lettere. Prima di entrare nell’esercito Klaus parla spessissimo di «desiderio di morte», in seguito sembra una persona nuova, forse perché, come dice Frido Mann nella postfazione, è riuscito a trovare una sua dimensione all’interno di un ambiente sociale, anziché essere costantemente solo (pur se circondato di amici) come lo era stato prima e come lo sarà dopo.

Di morte e soprattutto di suicidio si parla tantissimo in questo libro: moltissimi saranno i parenti e gli amici morti per suicidio, e Klaus stesso si suiciderà nel 1949 dopo un tentativo fallito appena pochi mesi prima. I suicidi degli amici lasciano Klaus completamente sconvolto, tuttavia in parte li comprende perché lui stesso ha sempre sentito questo richiamo della morte, seppure non sempre con la stessa intensità. In particolare Klaus si trova di fronte a innumerevoli suicidi durante il periodo del nazismo, perché molti non riuscirono a sopportare l’esilio, trovandosi senza patria: avevano perso la vecchia patria e non riuscivano a fare del nuovo posto in cui vivevano una nuova patria. Per non parlare del fatto che molti artisti tedeschi furono costretti al silenzio dal regime e inevitabilmente condannati all’oblio.

Per concludere posso dire che questa autobiografia riveste un interesse particolare, e secondo me non soltanto per chi conosca Klaus Mann come scrittore (io stessa non lo conoscevo affatto, e mi sono imbattuta in questo libro solo grazie a un mercatino dell’usato quando vivevo in Lussemburgo), e non solo per chi ami Thomas Mann (dato che come ho sottolineato questo libro solo parzialmente e brevemente parla davvero del padre). Questo libro, secondo me, può risultare interessante per chiunque sia interessato a conoscere la storia sociale e artistica del periodo tra le due guerre, e in particolar modo per chi sia interessato alla lettura di un libro molto ben scritto e affascinante sia per i temi affrontati che per lo stile. Dunque, mi sento di consigliare caldamente la lettura dell’autobiografia di Klaus Mann a chiunque rientri in queste categorie. Non credo che ve ne pentirete.