Guernica

Madrid, 10 aprile 1937

¿Dónde están tus compañeros? ringhiava il coronel stringendogli forte le guance con i suoi artigli neri ma al profesor, come un pesce preso all’amo, usciva soltanto una bolla scura di saliva dalle labbra schiacciate e il coronel lo colpì sul volto con le dita magre chiuse a martello, finché dal naso non gli uscì uno schizzo di sangue rosso da comunista, caldo nella fredda notte di Madrid.

La casa era tutta muri, neri di ombre cupe, senza porte e senza tetto e guardando in alto si vedeva soltanto il cielo buio. Forse anche le stelle erano venute giù con le bombe degli Stukas, il giorno prima.

Accanto al braciere Pablo, il tagliagole dal volto butterato d’avvoltoio, figlio di un plotone del Tercio e di una puta di Bilbao, sorrideva, mezz’ubriaco e in un angolo, silenzioso, io guardavo. Ero stato io a portarli in quella casa a metà tra la Spagna rossa e quella nera e a fargli trovare el profesor con un colpo di mano da sicari. Un tedesco della Legione Condor, dagli occhi blu come un cielo di Baviera, alzò il mento a v verso di me, mostrando una tenaglia. Vuoi farlo tu, italiano? chiese, ma il coronel scosse la testa, pulendosi gli artigli sulla giubba e disse: éste no habla e poi mátalo, Pablo e Pablo rise, sfilando il coltello dallo stivale. Lo avevo già visto, una volta, baciare la lama con le labbra insanguinate.

La muerte… cantò il coronel, le mani aperte sul braciere, la muerte… col pomo d’Adamo che saliva e scendeva rapido sul collo, magro, stretto dalle mostrine azzurre della Falange Cristo Rey, la muerte… ma poi si fermò, alzando i baffi sulle labbra tese.

Aveva un sesto senso il coronel.

¡Comunistas! soffiò un attimo prima dello sparo che gli attraversò la gola con uno schizzo di sangue nero da fascista fin sul muro sporco di fumo e io tirai a Pablo dietro un orecchio, mentre ombre rosse entravano, veloci, con il freddo della notte. Durò un secondo, forse due.

Miguel, l’anarchico, mi sorrise e si tolse il basco per stringermi la mano. Disse grazie a te abbiamo salvato el profesor, amigo e io bada che siano tutti morti e indicai il tedesco che si muoveva ancora. Tranquilo, amigo disse Miguel, nessuno te va a traicionar ma io aspettai che avesse messo in tasca la pistola e solo allora gli strinsi anch’io la mano, irrigidito nell’abbraccio di Mira la diablita che mi premeva forte sulla guancia le sue labbra umide. Era così che a Valnecia avevano ammazzato el comisario, con due coltellate nelle reni e le mani ancora strette sul suo culo sodo da gitana.

Miguel scosse la testa e disse ay, disse un giorno, quando todo sarà finito e l’ultimo prete sarà crocifisso sulla strada per Burgos, el hombre tornerà a fidarsi del hombre, amigo. Io fecì , con la testa, sí sí e anche viva l’Anarchia!, col pugno chiuso.

Ma facevo il doppio gioco e li vendetti tutti ai franchisti, il giorno dopo.

Da: Carlo Lucarelli, Guernica, Einaudi, Torino 2000.

* Il sito di Carlo Lucarelli.
* Il bombardamento di Guernica su Wikipedia.
* La guerra civile spagnola su Wikipedia.

Il sorriso dell’ignoto marinaio

Ritratto duomo (detto anche Il sorriso dellignoto marinaio), Antonello da Messina
Ritratto d'uomo (detto anche Il sorriso dell'ignoto marinaio), Antonello da Messina

12 settembre 1852.
Festa del Santissimo Nome di Maria.

E ora si scorgeva la grande isola. I fani sulle torri della costa erano rossi e verdi, vacillavano e languivano, riapparivano vivaci. Il bastimento aveva smesso di rullare man mano che s’inoltrava dentro il golfo. Nel canale, tra Tindari e Vulcano, le onde sollevate dal vento di scirocco l’avevano squassato d’ogni parte. Per tutta la notte il Mandralisca, in piedi vicino alla murata di prora, non aveva sentito che fragore d’acque, cigolii, vele sferzate e un rantolo che si avvicinava e allontanava a seconda del vento. E ora che il bastimento avanzava, dritto e silenzioso dentro il golfo, su un mare placato e come torpido, udiva netto il rantolo, lungo e uguale, sorgere dal buio, dietro le sue spalle. Un respiro penoso che si staccava da polmoni rigidi, contratti, con raschi e strappi risaliva la canna del collo e assieme a un lieve lamento usciva da una bocca che s’indovinava spalancata. Alla fioca luce della lanterna, il Mandralisca scorse un luccichìo bianco che forse poteva essere di occhi.

Riguardò la volta del cielo con le stelle, l’isola grande di fronte, i fani sopra le torri. Torrazzi d’arenaria e malta, ch’estollono i loro merli di cinque canne sugli scogli, sui quali infrangonsi di tramontana i venti e i marosi. Erano del Calavà e Calanovella, del Lauro e Gioiosa, del Brolo…

Al castello de’ Lancia, sul verone, madonna Bianca sta nauseata. Sospira e sputa, guata l’orizzonte. Il vento di Soave la contorce. Federico confida al suo falcone

O Deo come fui matto
quando mi dipartivi
là ov’era stato in tanta dignitate
E sì caro l’accatto
e squaglio come nivi…

Dietro i fani, mezzo la costa, sotto gli ulivi giacevano città. Erano Abacena e Agatirno, Alunzio e Apollonia, Alesa… Città nelle quali il Mandralisca avrebbe raspato con le mani, ginocchioni, fosse stato certo di trovare un vaso, una lucerna o solo una moneta. Ma quelle, in vero, non sono ormai che nomi, sommamente vaghi, suoni, sogni. E strinse al petto la tavoletta avvolta nella tela cerata che s’era portato da Lipari, ne tastò con le dita la realtà e la consistenza, ne aspirò i sottili odori di canfora e di senape di cui s’era impregnata dopo tanti anni nella bottega dello speziale.

Ma questi odori vennero subito sopraffatti d’altri che galoppanti sopra lo scirocco venivano da terra, cupi e forti, d’agliastro finocchio origano alloro nepitella. Con essi, grida e frullìo di gabbiani. Un chiarore grande, a ventaglio, saliva dalla profondità del mare: svanirono le stelle, i fani sulle torri impallidirono.

Il rantolo s’era cangiato in tosse, secca, ostinata. Il Mandralisca vide allora, al chiarore livido dell’alba, un uomo nudo, scuro e asciutto come un ulivo, le braccia aperte aggrappate a un pennone, che si tendeva ad arco, arrovesciando la testa, e cercava d’allargare il torace spigato per liberarsi come di un grumo che gli rodeva il petto. Una donna gli asciugava la fronte, il collo. S’accorse della presenza del galantuomo, si tolse lo scialletto e lo cinse ai fianchi del malato. L’uomo ebbe l’ultimo terribile squasso di tosse e subito corse verso la murata. Tornò bianco, gli occhi dilatati e fissi, e si premeva uno straccio sulla bocca. La moglie l’aiutò a stendersi per terra, tra i cordami.

«Male di pietra» disse una voce quasi dentro l’orecchio del barone. Il Mandralisca si trovò di fronte un uomo con uno strano sorriso sulle labbra. Un sorriso ironico, pungente e nello stesso tempo amaro, di uno che molto sa e molto ha visto, sa del presente e intuisce del futuro; di uno che si difende dal dolore della conoscenza e da un moto continuo di pietà. E gli occhi aveva piccoli e puntuti, sotto l’arco nero delle sopracciglia. Due pieghe gli solcavano il viso duro, agli angoli della bocca, come a chiudere e ancora accentuare quel sorriso. L’uomo era vestito da marinaio, con la milza di panno in testa, la casacca e i pantaloni a sacco, ma, in guardandolo, colui mostravasi uno strano marinaio: non aveva il sonnolento distacco, né la sorda stranianza dell’uomo vivente sopra il mare, ma la vivace attenzione di uno vivuto sempre sulla terra, in mezzo agli uomini e a le vicende loro. E, avvertivasi in colui, la grande dignità di un signore.

«Male di pietra» continuò il marinaio. «È un cavatore di pomice di Lipari. Ce ne sono a centinaia come lui in quell’isola. Non arrivano neanche ai quarant’anni. I medici non sanno che farci e loro vengono a chiedere il miracolo alla Madonna negra qui del Tindaro. Speziali e aromatarî li curano con senapismi e infusi e ci s’ingrassano. I medici li squartano dopo morti e si dànno a studiare quei polmoni bianchi e duri come pietra sui quali ci possono molare i loro coltelini. Che cercano? Pietra è, polvere di pomice. Non capiscono che tutto sta a non fargliela ingoiare.»

E qui sorrise, amaro e subito ironico, scorgendo stupore e pena sul volto del barone. Il quale, pur seguendo il discorso del marinaio, da un po’ di tempo si chiedeva dove mai aveva visto quell’uomo e quando. Ne era certo, non era la prima volta che l’incontrava, ci avrebbe scommesso il fondo di Colombo o il cratere del Venditore di tonno della sua raccolta. Ma dove l’aveva visto?

Da: Vincenzo Consolo, Il sorriso dell’ignoto marinaio, Mondadori, Milano 1997.

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Una lunga e bella intervista a Vincenzo Consolo su Italia Libri.
Un articolo su Il sorriso dell’ignoto marinaio su Italia Libri.